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Ce la possiamo fare...
venerdì, 26 settembre 2008

Bush lapidato all'ONU


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All'annuale assemblea generale dell'ONU è successo qualcosa di mai visto prima e forse proprio per questo tutto il mainstream informativo occidentale ha preferito sorvolare. Per la prima volta dalla costituzione della Società delle Nazioni, gli Stati Uniti d'America sono stati messi sotto accusa da quasi tutti i capi di stato intervenuti in assemblea. George W. Bush non ha fatto nulla per provare ad impedirlo, il suo discorso è risuonato come un disco rotto. Trentadue volte ha pronunciato la parola “terrorismo”, zero volte ha pronunciato la parola “ambiente”, zero anche per “clima” e “inquinamento”, poche righe per dire che gli Stati Uniti salveranno l'economia mondiale, senza peraltro accennare a chi l'abbia messa in pericolo.

bush
Gli altri capi di stato invece non si sono fatti pregare e sul banco degli accusati sono finiti gli Stati Uniti, proprio per aver malamente gestito un'economia, domestica e internazionale, che ora minaccia di provocare sfracelli. Non sono stati i tradizionali avversari degli americani a segnare i punti più dolorosi, ma proprio dagli alleati sono arrivate le critiche più dolenti. Sarkozy non si è risparmiato e anche Angela Merkel ha tenuto a ricordare di aver chiesto a Stati Uniti e Gran Bretagna, senza successo, una regolamentazione della finanza a briglia sciolta.

Tutti si sono detti preoccupati delle conseguenze della crisi e molti hanno colto l'occasione per rinfacciare agli USA il doppio standard esibito oggi nell'approccio alla crisi, molto diverso da quello al quale, i profeti del libero mercato che controllavano Banca Mondiale e FMI, hanno costretto decine di paesi entro vincoli di bilancio penalizzanti in nome del libero mercato. Una rivincita, ma non solo, per quei paesi che - come l'Argentina - sono stati portati alla rovina dalle pretese dei politici arrivati da Washington, ma anche per tutti quei paesi in via di sviluppo che hanno dovuto aprire i loro mercati domestici con conseguenze devastanti per le popolazioni, al fine di allinearsi obtorto collo al mantra neo-liberista.

Una rivincita ma anche rabbia pura nel vedere oggi i profeti del libero mercato pronti a nazionalizzare banche e a riversare enormi quantità di denaro pubblico nelle casse dei truffatori. Rabbia nell'avere la prova provata che tutta la costruzione ideologica dei neo-conservatori, altro non era che ipocrisia al servizio degli interessi delle grandi corporation e che a pagare il conto della festa e di certi profitti stellari saranno ancora una volta i più sfortunati al mondo. Su questo punto il Segretario Generale Ban Ki Moon è stato brutalmente esplicito, ma alle sue parole non è stato permesso di raggiungere le opinioni pubbliche occidentali.

Rabbia nel vedere gli Stati Uniti pronti a versare una cifra incredibile per salvare gli amici degli amici ricchi, mentre i programmi internazionali a favore dei poveri (su tutti il Millennium Goal) languono perché i paesi ricchi non scuciono qualche milione di dollari all'anno. Rabbia e paura di veder affondare quel che rimane di economie devastate dal neoliberismo a ruota del dollaro e dell'economia americana.

Non era mai successo che un solo paese raccogliesse tante critiche in Assemblea e il fatto che tocchi oggi proprio agli Stati Uniti, un tempo faro e ispiratori dell'ONU, rende la misura dell'incredibile fallimento dell'amministrazione Bush, capace di vaporizzare l'enorme credito morale del quale godeva il suo paese all'indomani degli attacchi del 9/11 nel breve lasso di qualche anno. Da quello che si è sentito in Assemblea, gli Stati Uniti oggi sono visti come un problema per la comunità internazionale, un grosso problema che nessuno sa come affrontare.

Stranamente nel nostro paese non sembra averci fatto caso nessuno: neocon, teo-con, liberisti e guerrafondai da operetta evitano come la peste qualsiasi commento sulla crisi americana. Sono spariti tutti gli “amici di Bush” che per anni ci hanno edotto su quanto fosse bello lasciare campo libero alle ricche concentrazioni di capitali e quanto ci avrebbe fatto bene. Insieme a loro sono spariti come per incanto gli alfieri della finanza creativa e anche Tremonti, che pochi anni fa suggeriva di ipotecarsi la casa per spendere e rilanciare l'economia prima di essere cacciato e sostituito da Siniscalco, adesso si traveste da no-global. Anche se con risultati imbarazzanti.

L'ONU è un'organizzazione che dopo il 9/11 è stata devastata dalle incursioni fallimentari di bushisti del calibro di Wolfowitz, Bolton e Frazier e da un'amministrazione che per anni l'aveva calunniata in quanto ostacolo alle aspirazioni americane. Oggi, dopo appena sei anni di pesante ingerenza americana, l'ONU è scossa da scandali dei quali si sa poco.

Accuse pesanti ai “contingenti di pace”, ma anche alla gestione corrente che ha bruciato soldi in favore di contractor americani così come dei generali birmani che hanno taglieggiato attraverso il cambio gli aiuti al loro paese. Accuse politiche alla gestione del Tribunale Penale Internazionale, ma anche al fallimento d’interventi come quello in Birmania, che ha visto l'inviato Gambari non ottenere udienza dalla leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi e sostare indesiderato fuori dell'abitazione dove vive agli arresti domiciliari. In merito è giusto stendere un ruolo pietoso anche sul ruolo di Piero Fassino.

Gli scandali rischiano però di risultare un dettaglio di fronte ai cambiamenti di scenario intuibili dall'ultima Assemblea. Il tramonto dell'autorità morale statunitense è destinato a portare squilibri pesanti all'interno e all'esterno dell'organizzazione internazionale. Per il momento tutti trattengono il fiato ed evitano di infierire oltre un certo limite, perché un crollo dell'economia americana castigherebbe le elite internazionali, ma trascinerebbe alla fame anche una moltitudine di poveri in giro per il mondo, molti di più di quelli condannati alla fame dalle scelte occidentali (e americane) in favore del libero mercato, dei bio-carburanti e del commercio di armamenti.

Passata la tempesta, il prossimo presidente americano dovrà fare l'inventario di quel che rimane degli Stati Uniti e ricostruire la politica estera statunitense da zero; il tempo dell'unilateralismo arrogante sembra definitivamente tramontato.
lunedì, 08 settembre 2008

TPI: Tribunale Penale Fallimentare

Nota: ho ricevuto dal signor Palme l'indicazione di un sito http://www.article42-3.org dove si può trovare la rassegna stampa completa relativa allo scandalo che coinvolge Luis Moreno Ocampo, già soprannominato Morenogate.

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Qualche settimana fa il Procuratore del Tribunale Penale Internazionale (International Criminal Court), l'argentino Luis Moreno Ocampo, ha scosso le diplomazie occidentali annunciando che chiederà l'incriminazione del leader sudanese al-Bechir per genocidio. Ocampo ha scosso anche i giuristi, ai quali la sua uscita è apparsa strana per diversi e fondati motivi. Molti media e molti commentatori sono corsi avanti, parlando dell'incriminazione come già avvenuta, ma Ocampo l'ha solo annunciata e, secondo gli esperti in procedure dell'ICC, ci vorranno alcuni mesi, sempre che l'accusa alla fine sia formalizzata veramente. Nel caso, nella sua qualità di Procuratore, Ocampo propone un'accusa, ma non è per niente scontato che questa sia poi accolta e che ne scaturisca un processo. Che poi a sua volta è sempre di esito incerto. Questo per misurare la distanza da certi commenti che davano per imminente o già attivo un mandato d'arresto per il leader sudanese. Anche in questi giorni i telegiornali italiani parlano del presidente sudanese “incriminato”.

Sabino Cassese, autorevole esperto di diritto internazionale, ha fatto notare che un'accusa del genere non dovrebbe essere annunciata con largo anticipo, converrebbe mantenere il tutto segreto, anche il mandato di cattura, altrimenti risulta ovvio che il colpevole ha tutto il tempo per regolarsi e sfuggire alla giustizia internazionale. Cassese inoltre sottolinea che anche il reato chiamato in causa, cioè il genocidio, è difficilmente ipotizzabile nel caso del Sudan. Un'accusa del genere in realtà spiana la strada all'assoluzione del presidente sudanese, non si capisce il senso di incriminare solo il capo dello stato sudanese e non si capisce la forzatura.

Molte altre voci si sono levate contro l'annuncio di Ocampo, dall'Unione Africana alla Lega Araba è stato tutto un alzare muri e giudicarne negativamente l'uscita. Restano da capire i motivi di una mossa che ai più è parsa avventata, oltre che poco fondata. Molti infatti hanno pensato con terrore al vuoto di potere che si potrebbe aprire a Kharthoum e alle sorti dei colloqui di pace per il Darfur. Più d'uno ha sottolineato che l'ICC dovrebbe quantomeno interessarsi anche ai crimini dei ribelli darfurini, freschi di strage di soldati ONU, ma questo è un dettaglio.

Un esempio eclatante dell'asimmetria dei fan del Darfur? Basta dire che Mia Farrow (che è anche Ambasciatrice Unicef) ha liquidato la recente strage di soldati dell'ONU dicendo che l'azione dei ribelli del JEM (Justice Equality Movement, movimento islamista che rifiuta i colloqui di pace) è stata un “errore”. Questo strabismo è molto diffuso tra i fan della war on terror, che sembrano rimasti a quando il regime sudanese era “nemico” e ospitava Bin Laden. Sul Darfur girano semplificazioni pericolosissime e la grancassa sembra primariamente servire ad occultare le stragi e i milioni di profughi che attraversano il Ciad in fuga dal regime ciadiano e da quello centrafricano. Due stragi più attuali di quella ormai trascorsa in Darfur e della stessa magnitudo, ma passate completamente sotto silenzio.

Luis Moreno Ocampo non vive tempi sereni. Designato senza concorrenza nel 2002 alla carica di Procuratore del TPI (da non confondere con quello che giudica i crimini nella ex-Jugoslavia), l'uomo si è rivelato poco adatto all'incarico e nelle ultime settimane è stato investito da uno scandalo. Uno dei suoi aiutanti lo ha accusato di condotta scorretta ai danni di una giornalista sudafricana, in quanto il procuratore avrebbe da questa preteso favori sessuali. Il reclamo presso la stessa ICC è stato giudicato dallo stesso Ocampo come infondato, poi lo stesso procuratore ha votato la punizione dell'impertinente signor Christian Palme. Palme però ha fatto ricorso all'ILO (International Labour Organization) che gli ha dato ragione. In seguito al giudizio un'altra istanza dell'Onu giudicherà il suo reclamo e lui sarà reintegrato nelle proprie funzioni e riceverà un risarcimento. Per Ocampo si annunciano tempi difficili, già diverse testate in diversi paesi avevano chiesto le sue dimissioni all'emergere della vicenda.

Quello che si vorrebbe essere un tribunale universale non può certo appoggiare la propria azione su un giudice che non si astiene dal giudicare una causa nella quale è anche parte. Princìpi a parte, a molti sembra evidente che la gestione di Ocampo stia minando gli esordi dell'ICC. Fino ad oggi Ocampo si è occupato dei crimini commessi solo in quattro paesi, tutti africani. Con singolare scelta di campo fino ad oggi sono stati incriminati solo “criminali” invisi all'Occidente, ignorando le loro stesse controparti. Nel caso del Congo si è giunti all'incriminazione del leader dell'opposizione Bemba, per crimini commessi in Repubblica Centrafricana. Nessuna menzione dei crimini di Kabila, suo principale concorrente, anche nelle stragi. Nessuna menzione del dittatore centrafricano Bozizè (vincitore su Patassè all'epoca sostenuto da Bemba), recentemente causa della fuga di un milione di suoi compatrioti inseguiti dalle sue milizie e dei suoi mercenari.

Il procedimento contro uno dei peggiori signori della guerra congolesi, si è invece arenato perché Ocampo non ha fornito il fascicolo alla sua difesa, facendo sorgere il dubbio che non sia in possesso delle prove vantate. Il procedimento è così abortito. In Uganda Ocampo ha messo sotto accusa Joseph Kony e il suo Esercito di Liberazione del Signore, di ispirazione cristiana. La mossa ha messo in pericolo i colloqui di pace con il dittatore ugandese Museveni, responsabile di stragi in Congo e Ruanda, ma anche qui l'asimmetria tra le parti in conflitto è più che evidente. Voci di corridoio danno per certa anche l'apertura di un procedimento contro la ribellione somala, ovviamente nemmeno in questo caso ci sarà nulla da eccepire sul comportamento dell'armata d'invasione etiope.

Un interesse molto selettivo, se è vero che Ocampo ha respinto oltre 240 richieste per procedimenti contro le truppe occidentali in Iraq e le ha ritenute tutte infondate o fuori dalla sua giurisdizione adducendo argomenti risibili e che fanno a pugni con la realtà. Basta segnalare la frase che chiude la saracinesca sulle indagini per i crimini in Iraq: “Le informazioni disponibili a quest'epoca sostengono basi ragionevoli per l'omicidio volontario e un numero limitato di vittime di trattamenti inumani, totalizzando nel complesso meno di venti persone”. Venti persone?

In Iraq sono decedute oltre un milione di persone e sei milioni sono profughi, sono state impiegate armi chimiche e altre vietate, sono stati torturati e umiliati migliaia di prigionieri; ma Moreno Ocampo dice che le accuse riguardano solo una ventina di persone e che quindi, in Iraq non è successo niente di tutto quello che tutti hanno visto negli ultimi cinque anni. Si sono sbagliate le oltre 240 organizzazioni che hanno presentato denunce, ci siamo sbagliati tutti.

Nemmeno in Birmania è successo niente, a confermare che il regime dei generali è molto più “amico” dell'Occidente di quanto non facciano intendere certi indignati a gettone. Non è successo niente neppure nelle altre feroci dittature africane o asiatiche che soggiogano interi popoli, evidentemente la dittatura birmana, quella etiope o quella uzbeka non sono nella sua personalissima lista dei cattivi. Il deposito da parte delle autorità del Ruanda di un dossier che accusa di partecipazione al genocidio (questo sì) ruandese, non ha strappato una sola parola al Procuratore.

Basterebbe molto di meno per giudicarlo inadatto al ruolo, se non fosse che l'uomo sembra nella necessità di giocarsi il tutto per tutto. Con scarsissimo senso di responsabilità Ocampo ha rilasciato molte altre dichiarazioni strampalate, la più pericolosa delle quali è che le fonti delle sue accuse (quelle che non vuole mostrare) sono le ONG. Facile immaginare che con un simile viatico si metta in grave pericolo tutta la macchina internazionale “umanitaria”, rendendo ogni leader più che sospettoso verso questo genere d’interventi, con gravi danni per le popolazioni inermi.

La notizia non è quindi l'accusa di genocidio rivolta verbalmente al leader sudanese, ma lo stato pietoso dell'ICC e l'urgenza di sostituire Ocampo, ormai completamente delegittimato nell'opinione internazionale. Un argomento che nessun organo d'informazione ha toccato nel nostro paese, dove si preferisce continuare a schierarsi per buoni e cattivi, ma resta fondamentale ove si sostenga l'utilità dell'esistenza dell'ICC. Risulta fin troppo evidente che il primo capitale di un'istituzione come l'ICC è la credibilità e che questa vada costruita rimuovendo al più presto Luis Moreno Ocampo e nominando al suo posto una personalità più credibile e responsabile.
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sabato, 10 maggio 2008

La Francia e la dittatura mettono a rischio i soccorsi ai birmani


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Venticinquemila morti. Una ecatombe quella che si è abbattuta sulla Birmania. Ma ricostruire l'ultima tragedia birmana in ordine di tempo è elementare, tanto la disgrazia è stata cavalcata da molti in maniera già vista in decine di occasioni simili. Come a seguito della recente rivolta popolare contro la dittatura, la comunità internazionale ha sgomitato per cavalcare il palcoscenico offerto dal grande disastro di naturale e dalla spendibilità di un numero enorme di vittime, dimostrando di non avere minimamente a cuore la sorte delle vittime dell'uragano, quanto di perseguire altri disegni. Le cronache ci dicono che la giunta birmana, un regime dominato dalla paranoia e dalla superstizione, nega l'accesso agli aiuti, ma non è dato sapere che a scatenare l'irrigidimento - apparentemente irrazionale - della dittatura birmana ha contribuito grandemente una folle iniziativa francese.

La giunta birmana, incapace persino di trasmettere al suo popolo l'allarme lanciato dalla sorveglianza meteorologica dell'India, incapace di soccorrere i propri cittadini, è sembrata particolarmente sadica nel rifiutare gli aiuti alle popolazioni colpite, ma si è trattato invece di una prevedibilissima reazione all'iniziativa francese. A poche ore dal disastro la Francia non ha trovato di meglio che presentarsi al Consiglio di Sicurezza dell'Onu invocando un presunto diritto all'ingerenza per motivi umanitari, preludio ad un intervento diretto in territorio birmano da parte di altri paesi. Se la Francia voglia tutelare le proprie concessioni estrattive o se davvero a Parigi stiano pensando a mettere piede militarmente in Birmania non è dato saperlo, ma la mossa è stata più che avventata ed ha trovato l'opposizione di molti paesi.

Nonostante questo la giunta birmana, che vive nel terrore dell'invasione straniera tanto da aver spostato la capitale nell'interno costruendo ex-novo una città che è un monumento alla pochezza dei militari, ha sentito la pressione e ha reagito chiudendosi a riccio, fino a quando non è stato chiaro che la proposta non aveva alcuna possibilità di avere un seguito. Tipica reazione di un paese che ha il decimo esercito al mondo (come numero di militari) senza aver combattuto altra guerra che non quella contro i propri cittadini.

La particolare visione eurocentrica delle vicende birmane ci ha impedito di vedere i numerosi aiuti giunti senza problemi in Birmania dai vicini asiatici e anche di cogliere la ragione del conflitto tra la dittatura birmana e l'ONU. Non ha aiutato l'inviato ONU Gambari, che “ha una missione diversa” e non ha aiutato nemmeno Fassino, insignito dell'altisonante titolo di inviato europeo a mettere il naso nelle faccende birmane in nome della democrazia.

Quello francese è stato un tentare forzature a tutti i livelli, a cominciare da quello procedurale perché, come ha detto Dumisani Kumalo, ambasciatore del Sud Africa: “anche ieri c'è stato un enorme disastro in Corea del Nord, ma non abbiamo mai discusso di eventi naturali in Consiglio di Sicurezza, nemmeno dello tsunami” . Insomma l’Occidente non ha perso l’ennesima occasione per integrare un rozzo tentativo di assalto a quel che resta della legalità internazionale in nome dell'intervento umanitario.

L'ambasciatore francese Ripert ha dichiarato (da una trascrizione della missione francese): “Questa è una procedura. C'è un drammatica e disastrosa situazione, senza precedenti, in Myanmar. Il concetto di responsabilità all'offrire protezione è poco conosciuto in Francia: lo abbiamo inventato con Bernard Kourchner venti anni fa, nel 1988, in particolare con una risoluzione che aveva a che fare con l'accesso alle vittime. Fu l'inizio di tutto. Esattamente pensiamo e affermiamo: la responsabilità primaria è del governo del Myanmar, ma se fallisce o se non ha le possibilità, noi dobbiamo fare qualcosa. Se non facciamo niente la gente continuerà a morire, le epidemie si diffonderanno e sarà un disastro”.

Per “fare qualcosa” si intende evidentemente invadere Myanmar con una forza “umanitaria” in grado di muoversi autonomamente e coprire un paese intero, ovviamente a prescindere dal consenso del governo birmano. Stupisce che i generali si siano irrigiditi? Ha ragione l'ambasciatore americano all'ONU Zalmay Khalilzad nel dichiarare offensiva la lentezza del governo birmano a fornire risposte e informazioni all'Onu, il giorno 8 marzo, ma esiste un chiaro rapporto di causa-effetto tra l'iniziativa francese e la temporanea chiusura birmana.

Secondo l'ambasciatore britannico all'ONU, la procedura R2p (la sigla con la quale è conosciuta), non è applicabile come risposta ai disastri naturali. In proposito si discuterà di “fare qualcosa” in Somalia la prossima settimana e proprio il nostro paese reclama il merito dell'iniziativa. Peccato che a relazionare sullo stato del Paese saranno i supporter del governo dei signori della guerra e dell'invasore etiope; non c'è da attendersi troppo da una relazione che sarà ovviamente tesa a negare le responsabilità evidenti del disastro. Impossibile poi che si trovino volontari a rilevare militarmente gli etiopi ormai impantanati.

La situazione sembra ora migliorare per quel che riguarda l'arrivo degli aiuti. Le pretese francesi non hanno fatto presa; hanno al contrario sollevato fastidio ed irritazione e la giunta birmana è sembrata rilassarsi. Politica avventurista e improntata all'interventismo, quella della presidenza Sarkozy e del suo ministro, tanto falco pur provenendo dall'associazionismo umanitario, Così tanto da gettare grosse ombre anche sulle iniziative che lo hanno visto protagonista per anni.

Altre recenti iniziative di politica estera francese hanno sollevato robuste opposizioni al di fuori dell'occidente, dall'Africa all'Asia, non ultimo il salvataggio “manu militari” del dittatore del Ciad proprio mentre si stava dispiegando la missione Eufor nel paese, pretesa proprio dalla Francia a protezione dei profughi del Darfur, almeno sul piano formale. Sul piano della realtà la presenza della missione europea in Ciad sembra utile solamente a fornire legittimità alle truppe francesi già impegnate in Ciad e Repubblica Centrafricana a sostegno di due sanguinarie dittature sedute su risorse strategiche per Parigi, come il petrolio e l'uranio.

Così come in quel caso, anche in occasione della disgrazia birmana si è fatto leva sulla tragedia, incuranti delle vittime, cercando improbabili giustificazioni a interventi illegittimi e a prima vista folli, giocati integralmente sulla pelle delle vittime; proprio perché il governo francese può stare sicuro che nessuno, in patria come nel resto d'Europa, si alzerà a denunciare comportamenti tanto irresponsabili e a chiederne conto.
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lunedì, 15 ottobre 2007

Darfur, la solita farsa


guehen2Se la Francia ha promesso di essere il nerbo della discussa forza di pace per il Darfur, che però sarà schierata in Ciad e Repubblica Centrafricana a protezione degli interessi petroliferi franco-americani, ci sono ancora alcune "criticità" che nelle parole dell'ONU devono essere risolte prima del dispiegamento delle forze sul terreno.

Una criticità è l'assenza di altri paesi che abbiano voglia di inviare i propri soldati sotto il comando francese in due paesi in rivolta contro i propri governi che praticano la strage e la pulizia etnica, la seconda criticità è che ancora meno paesi pensano di fornire alla forza franco-qualcosa gli elicotteri necessari per muoversi con efficacia su un territorio vastissimo.

Al momento quindi la discussa forza internazionale per il Darfur è ancora da arruolare e, soprattutto, è appiedata.

Sui cieli del Darfur voleranno solo gli aerei delle agenzie umanitarie ancora a lungo, pensare che qualche paese che non ha voglia di imbarcarsi nell'avventura, possa prestare i suoi elicotteri all'impresa francese è più che assurdo.


Aggiornamento: ci penseranno i mercenari americani


Per la prima volta l'ONU appalta parte di una missione a una compagnia mercenaria; nel caso americana. Si tratta della 
Pacific Architect Engineers, Inc. (PAE) che è una sussidiaria dell'americana Lockheed Martin, la quale ha avuto un contratto da 250 milioni di dollari, si suppone per scarrozzare le truppe, ma forse anche per altro. Il Segretario dell'ONU giustifica il fatto con l'urgenza, anche se è da mesi che l'ONU si trastulla senza ottenere collaborazione dagli stati membri. Intanto continuano le proteste di attivisti americani davanti alla sede della JPMorgan Chase, banca d'affari che finanzia l'estrazione del petrolio sudanese.
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venerdì, 07 settembre 2007

Una Norimberga per Bush

in Altrenotizie

Abbandonati al loro destino i popoli di Iraq, Afghanistan e Somalia, la nostra opinione pubblica può tranquillamente dedicarsi al campionato di calcio appena iniziato, distraendosi al più con la guerra ai lavavetri e dimenticare la guerra al terrorismo, senza che cattivi pensieri e sensi di colpi turbino una quotidianità imperniata sul consumo del superfluo. Il mondo dell’informazione nel nostro paese sembra aver dimenticato la War on Terror. Dimessa l’opera di Pio Pompa, di Renato Farina e delle altre betulle, nel nostro paese è calato un silenzio impressionante sulle guerre che G. W. Bush ha iniziato e che non sa come finire. Se nel nostro paese esistesse un dibattito degno di questo nome, sarebbe invece interessante sentire il parere dei grandi sostenitori della guerra in Iraq (e quella dei genuflessi a Washington più in generale) sulla politica americana dopo il 9/11, perché molti sono i punti che sui quali sarebbe interessante conoscere l’opinione attuale dei fan del presidente americano.

Ci sarebbe da discutere della legalità degli interventi, delle qualità di strategie che non hanno centrato gli obiettivi dichiarati (nemmeno Osama è stato catturato), ma che al contrario hanno incrementato l’instabilità internazionale, creato milioni di profughi e provocato la morte ed il ferimento di altri milioni di individui in nome di presupposti fallaci, inventati di sana pianta. Posto che anche se fossero state reali le “scuse” utilizzate per invadere l’Iraq (la minaccia delle armi di distruzione di massa) o la Somalia (la minaccia di una invasione islamo-somala dell’Etiopia) non avrebbero costituito titolo legale per scatenare quei conflitti, oggi sappiamo che si trattava di pretesti inventati; balle senza alcun riscontro. Ma gli amici di Bush tacciono.

Il punto più importante da discutere con i grandi sostenitori delle avventure belliche americane sarebbe però quello che riguarda la pratica della tortura e la commissione di crimini di guerra. Crimini e torture documentati da una discreta abbondanza di fonti, ma di cui non si parla per nulla e che di solito vengono accantonati con lo stesso fastidio e cinismo che dimostrano i tifosi del calcio quando un loro idolo spezza le gambe ad un avversario; così come “il calcio non è un gioco da signorine”, per gli amici italiani di Bush è scontato che in guerra sia tutto permesso; e di più non dimandare.

Invece non è così, i crimini di guerra sono codificati da lungo tempo e allo stesso modo lo è il reato di tortura, che non è ammessa in nessun caso. A portarne la responsabilità sono ovviamente coloro i quali ne dispongano la realizzazione e quanti si prestino a realizzarli, ma anche tutti quelli che ne sostengono la “necessità” o ne negano la natura criminale. Ben pochi, però, potranno dire di non aver saputo, come fecero tanti tedeschi al termine delle tragiche avventure hitleriane; tutti hanno saputo tutto quasi in tempo reale, scegliere di ignorare certe notizie o adoperarsi per nasconderle insieme alle responsabilità proprie e dell’alleato è sicuramente stato un atto cosciente, non dettato dall’ignoranza.

Secondo un articolo di Jane Mayer, apparso ai primi di Agosto sull’autorevole rivista The New Yorker, la Croce Rossa internazionale ha già redatto un dossier sui crimini americani che potrebbe ben figurare tra gli atti d’accusa per un prossimo processo a carico dell’attuale amministrazione statunitense. Il rapporto è ovviamente riservato (la Croce Rossa si impegna a non diffondere le notizie ottenute nei luoghi di detenzione, perché altrimenti i suoi inviati non vi sarebbero più ammessi), ma Mayer avrebbe ottenuto confidenze abbastanza dettagliate sul suo contenuto. La Croce Rossa mette sotto accusa gli americani per aver praticato estesamente la tortura, dai metodi impiegati ad Abu Ghraib, fino ai rapimenti (rendition) dei nemici e ai metodi per non lasciare segni sui prigionieri. La commissione della Croce Rossa che ha redatto il rapporto, ha concluso che tali metodi sono da considerarsi torture e che quindi contravvengono l’articolo 5 della “Convenzione ONU contro la Tortura” (recepita dagli Stati Uniti con il Torture Convention Implementation Act del 1994) e costituiscono gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra sulle attività belliche, nonché del Torture Act e del War Crimes Act (1997) americani.

Il rapporto della Croce Rossa è stato trasmesso all’amministrazione americana l’anno scorso, ma solo poche persone hanno potuto leggerlo, visto che fino ad Agosto non se ne conosceva neppure l’esistenza. Una omissione comprensibile, visto che la sua diffusione avrebbe messo in difficoltà Bush e gli avrebbe impedito di definire, nel Luglio scorso, “umane e legali” le pratiche adottate dagli USA nella cattura, detenzione e gestione dei “detainees”; definizione artificiale, con la quale qualche azzeccagarbugli della Casa Bianca credeva di creare una nuova figura del diritto capace di sottrarre “prigionieri di guerra” e “criminali in arresto” alle tutele riconosciute loro da tutte le leggi e convenzioni internazionali.

Il rapporto della Croce Rossa si conclude dicendo che quasi tutti i detenuti interrogati hanno dichiarato di aver raccontato storie inventate, pur di sottrarsi alla tortura; che poi è il motivo per il quale nessun ordinamento serio prende in considerazione confessioni rilasciate in tali condizioni. Circostanza che dimostra l’inutilità oltre l’illegalità, delle scelte di Bush e compagnia.

Il rapporto della Croce Rossa è importante non solo per l’autorevolezza della fonte, ma anche e soprattutto per il fatto che sia stato tenuto nascosto. Esistono altri rapporti da parte di organizzazioni internazionali (non solo umanitarie) che già sarebbero più che sufficienti per avviare un processo contro l’amministrazione americana per crimini contro l’umanità e per una serie ulteriore di crimini gravissimi (tra i quali la pratica della rappresaglia e l’uso di armi chimiche o di distruzione di massa, pratiche ampiamente documentate) ma l’esistenza e l’occultamento del rapporto della Croce Rossa Internazionale dovrebbe cancellare ogni possibile scusa sollevata o sollevabile dai mastini messi a guardia delle opinioni pubbliche occidentali.

Purtroppo nessuno potrà, in concreto, portare Bush e i suoi complici alla sbarra senza il consenso del popolo americano; allo stesso modo nessuno udirà mai parole di contrizione o di scuse da parte di quanti, dalle loro postazioni nei media, si siano resi complici di questi crimini attraverso la diffusione di menzogne, la diffamazione di intere popolazioni, la creazione e diffusione del pregiudizio razzista, la creazione artificiale di “nemici” dai caratteri abbastanza barbari dalle intenzioni abbastanza crudeli da far sembrare “ragionevole” alle opinioni pubbliche occidentali la decisione di muovere in guerra contro di loro.

Sicuramente è preferibile voltare la testa altrove e dimenticare, dimenticare anche che a Nassirya nelle prigioni gestite da alleati iracheni, ma sotto responsabilità e controllo italiani, si praticava estesamente la tortura; dimenticare i milioni di morti, di feriti e di profughi; dimenticare la demolizione di intere nazioni. C’è da dare la caccia ai lavavetri. Armatevi e partite, l’Occidente ha ancora bisogno di voi; dopo l’esportazione di democrazia e civiltà è il momento di recapitare la legalità ai barbari che non l’hanno mai conosciuta e che credono di potersi impunemente guadagnar da vivere ai semafori. In fin dei conti in Italia c’è così tanta legalità che sarebbe egoistico tenerla tutta per noi e poi almeno questa volta non ammazzeremo nessuno. Per quelli che sono morti “in nostro nome”, una prece.


- la Convenzione Contro la Tortura, recepita dagli Stati Uniti dal 1996, stabilisce: " Nessuna circostanza eccezionale, né lo stato di guerra, né la minaccia di guerra, né instabilità politica interna né alcuna altra pubblica emergenza può essere invocata a giustificazione della tortura" .
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martedì, 28 agosto 2007

L'Etiopia in guerra con la Norvegia, l'ONU orrenda in Somalia.

Secondo Wahide Belay, portavoce del ministero degli Esteri di Addis Abeba, la Norvegia mina la sicurezza nazionale etiope, così l'Etiopia ha deciso di espellere i diplomatici norvegesi, un provvedimento che altre fonti etiopi definiscono "non inaspettato", aggiungendo che Oslo era già stata avvertita del fatto che il suo attivismo nella regione non era apprezzato.

Ben difficilmente si può pensare che la Norvegia, che non ha interessi o precedenti "coloniali" in Africa o altrove, sia interessata a destabilizzare l'Etiopia, quindi occorre prendere per favole le motivazioni etiopi e cercare altrove.

Altrove è ai confini dell'Etiopia e nelle organizzazioni internazionali, all'Etiopia non piace l'attivismo norvegese nella direzione della pace nel Corno d'Africa e in Sudan. Che i diplomatici norvegesi intervengano nelle crisi tra l'Etiopia e l'Eritrea, il Sudan e la Somalia non è piaciuto e ancora meno piace che Oslo inviti ad evitare di commettere crimini contro l'umanità nella regione etiope "ribelle" dell'Ogaden.

Se la Norvegia "ingerisce", sponsorizzando i colloqui di pace, c'è chi ingerisce fornendo armi, addestramento, soldi ed intelligence alla dittatura etiope, che ha ricambiando invadendo la Somalia per conto degli Stati Uniti. Ad ingerire inoltre sono alcuni paesi vicini, da quelli del Golfo che supportano ad esempio la dittatura eritrea (non meno fetente di quella etiope, solo in scala minore), la Francia che sostiene le dittature in Ciad e Repubblica Centrafricana e, in misura minore, la UE che brilla per incapacità e ondeggiamenti, visto che tra i suoi soci ci sono grossi conflitti d'interesse.

L'allontanamento dei diplomatici non ha spinto la Norvegia ad interrompere i rapporti diplomatici con la dittatura di Zenawi, che comunque continuerà ad imporrere il suo terrore a lungo, contando sul supporto americano.

Intanto a Mogadiscio, tra continui combattimenti, il sindaco ha dichiarato che non fornirà viveri ad alcuni campi
di rifugiati (in realtà agglomerati di gente senza nulla)  perchè abitati da "terroristi". Si tratta di donne e bambini di clan "nemici" dello pseudogoverno somalo, che si sono rivolti all'ONU qualche giorno fa. L'ONU tace di fronte ad un evidentissimo crimine, ma può poco perchè il governo sostenuto da ONU, etiopi (in armi), americani e "mondo libero" sono mesi che sequestra gli aiuti internazionali e li dà a chi gli pare, senza che l'ONU sia riuscita a rimediare, pare gli scriveranno una lettera, intanto stancheggiano.

La fame uccide più dei combattimenti, Mogadiscio è un campo di battaglia. L'Etiopia invase la Somalia a Natale dicendo che si sarebbe ritirata in due settimane, poi dopo due mesi...
L'Unione Africana aveva "promesso" ottomila uomini e ne sono arrivati solo 1700 ugandesi (Uganda che è retta da un omologo di Zenawi, che è sdraiato sulla politica di Bush), ora il Consiglio di Sicurezza ha deliberato un aumento dei "caschi blu" che nessuno metterà a disposizione.

Intanto i giornalisti li hanno uccisi quasi tutti e si combatte in città con l'artiglieria pesante, la War of Terror continua...


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venerdì, 15 giugno 2007

Promemoria per la lotta di Vicenza. Diego Garcia e Chagos


Un dettaglio che mi sembra mancare, nella comunicazione prodotta dagli attivisti impegnati nella lotta contro il raddoppio della base di Dal Molin, è la dimensione temporale che occuperà la futura caserma.
Nella strategia americana le grosse basi hanno il difetto di diventare inamovibili per decenni, restando in eredità alle generazioni future. Il caso degli Ilois illustrato di seguito è esemplare; loro sono addirittura stati cacciati dalla loro Vicenza e, nonostante due pronunce delle corti più alte a loro favore, sono ancora in esilio perchè gli americani non vogliono nessuno tra i piedi. L'ultima notizia sugli Ilois ci dice che hanno chiesto i danni, ma che non hanno ancora ricevuto il permesso di ritornare a casa dal governo inglese.

Una grande base è per sempre, anche quelle in Iraq vengono definite dagli analisti: "Everlasting pyramids",  piramidi eterne.

Nel frattempo sarebbe carino adottare a distanza la causa degli Ilois (pronuncia: iluà, isolani), tenendo presente che ci potrebbe essere da imparare anche da altri casi simili in giro per il mondo, nei quali le popolazioni locali hanno subito di tutto.



Diego Garcia & Chagos, armi e truffe in paradiso. 
       "La sordida favola di un paradiso armato"
b52.jpgmid
          Il decollo dei B52 da Diego Garcia, dal blog di un soldato americano.

Jan. 19, 2005 at 9:57 AM

in: http://mazzetta.splinder.com/post/9230572
giovedì, 10 maggio 2007

Javier Ruperez Rubio si è dimesso qualche giorno fa dalla carica di direttore dell'agenzia ONU contro il terrorismo. Perez Rubio, un diplomatico spagnolo in passato rapito dall'ETA non ha motivato le sue dimissioni, ma pare che che siano dovute a pressioni da parte di GB ed USA che lo riterrebbero troppo tenero nei confronti del terrorismo.

Particolare cuuriosità ha suscitato la circostanza per la quale per diversi giorni nessuno all'ONU ha sentito il bisogno di comunicare le sue dimissioni alla stampa. L'agenzia ONU contro il terrorismo di distingue da sempre per la sua inutilità, anche superiore a quella dell'agenzia antidroga, ma cambiamenti di questo tipo segnalano comunque il frenetico attivismo anglosassone e l'evidente interesse (in particolare degli USA) a piazzare uomini graditi nei posti chiave all'ONU.
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mercoledì, 31 gennaio 2007

Liberia: esordio femminile nel peacekeeping


indian_policewomenE' una novità assoluta quelle che vede l'Onu schierare un corpo interamente femminile di peacekeeper. A fornirlo è stata l'India che ha inviato tre plotoni della sua polizia ad addestrare i poliziotti di monrovia con l'obbiettivo di farne un corpo aperto anche alle donne e di offrire un esempio al paese, da poco uscito da venti anni di guerre.

Monrovia è una città violenta, ma il portavoce indiano ha detto che le poliziotte sono già state impiegate con successo anche in zone dell'India scosse da rivolte e ribellioni e che sono in grado di fare fronte al difficile compito che le attende. Per le donne liberiane la polizia è storicamente un corpo machista e corrotto e nemmeno l'elezione del primo di capo di stato di sesso femminile le ha spinte a raccogliere l'invito a fornire almeno il 20% degli effettivi della nuova polizia liberiana. L'arrivo delle poliziotte indiane è stato salutato con favore dalle organizzazioni femminili locali, che vedono nelle indiane un esempio positivo, utile a indebolire gli atteggiamenti ancora fortemente misogini della società africana, fornendo un esempio "forte" di emancipazione femminile.

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lunedì, 29 gennaio 2007

Rifugiati nel nulla, dimenticati da tutti.

Amnesty: il Ciad è un incubo come il Darfur.

Dice Amnesty International che la popolazione dell'Ovest del Ciad   «vit le même cauchemar que celle du Darfour», cioè vive lo stesso incubo del Darfur. Se  a questo aggiungiamo che la missione d'osservazione inviata in Repubblica Centrafricana dice lo stesso di quel paese, possiamo valutare un altro mezzo milione di profughi (a star bassi) da aggiungere a quelli in fuga dal Darfur.
A bruciare i villaggi e a cacciare i profughi "scoperti" da Amnesty e dall'ONU non sono però i janjaweed sudanesi, ma i loro stessi governi, su questo punto, l'inviato dell'ONU in zona non avrebbe potuto essere stato più chiaro.

Governi che si confrontano con due ribellioni grazie al supporto francese, i francesi hanno bombardato in Ciad anche nei giorni scorsi. Governi dittatoriali che sopravvivono solo grazie all'intervento "illegale" francese. I dettagli sulla situazione in zona tra poco, da un articolo che uscirà per Altrenotizie, intanto è bene ricordare che dietro lo schermo del Darfur si nascondono almeno altre due guerre che con il terrorismo islamico non hanno niente a che fare, ma che piuttosto puzzano molto di petrolio.

Gli USA accoglieranno milioni di rifugiati iracheni?

Ci sono 3.7 milioni di iracheni che hanno abbondonato l'Iraq per mettersi in salvo e fuggire alla violenza. La gran parte è fuggita nei paesi confinanti, molti hanno cercato rifugio più lontano. Tra questi solo 202 sono stati accolti come rifugiati politici negli Stati Uniti. A questo punto occorre dire che in Australia sono entrati legalmente oltre 2000 iracheni, pur in presenza di un numero di richieste molto inferiore alle 70.000 presentate a Washington. I 3.7 milioni di iracheni espatriati non li sta aiutando nessuno, solo un po' di carità inter-araba e poco più.

Ora qualche deputato democratico ha pensato che sia giusto occuparsene e ha posto la questione , in particolare sostenendo che sia il caso di offrire protezione almeno a quegli iracheni che, avendo collaborato con l'amministrazione americana, sono praticamente condannati a morte. Una eventualità che Bush e i suoi non possono accettare, prima di tutto perchè sarebbe una ammissione del fallimento più completo. L'idea sta raccogliendo consensi e non mancherà di preoccupare i paranoici impiegati dei servizi se dovessero avere a che fare con lo screening di decine di migliaia di iracheni in entrata.

Gli Stati Uniti si sono spesso trovati nella necessità di salvare intere popolazioni che si erano lasciate sedurre dalle offerte di protezione americana che poi si sono rivelate infondate, altre popolazioni o gruppi sono stati invece abbandonati alla vendetta degli avversari dopo aver seguito le istruzioni di Washington, è il caso degli sciiti del Sud dell'Iraq, che ai tempi della prima guerra del golfo si ribellarono a Saddam, al quale però gli americani lasciarono  libertà d'azione e di volo per massacrare gli sciiti, nonostante occupassero il paese e i dintorni con mezzo milione di uomini, tre volte quelli presenti ora in Iraq.
Rifugiati e dimenticati

Si chiamano "rifugiati" o  IDP (Internal displaces people quando rimangono all'interno del loro paese) e sono milioni in tutto il mondo.
I più sfortunati sono quelli d'Africa, ma anche in Birmania e Bangladesh il fenomeno è orripilante per numeri e condizioni dei profughi. Quelli iracheni sono ormai quasi 4 milioni, ma non lo sa nessuno.

Al lungo elengo di profughi "ufficiali" questa settimana si sono aggiunti centomila centrafricani e altrettanti ciadiani. Nonostante sia chiaro ormai a chiunqe che questa gente sia in fuga dai propri governi che non esitano a sparare sui civili e ad attuare una vera e propria pulizia etnica, nessuno a parte le organizzazioni umanitarie sembra disposto a spendere una mezza parola in loro aiuto. La Francia che sostiene le due dittature ha chiesto la copertura ONU per i bombardamenti che sta operando contro gli oppositori dei due regimi, come se fosse un intervento volto a mitigare la crisi in Darfur, ma il Darfur e le storie sudanesi non hanno nessuna coerenza con queste due crisi umanitarie.

Come nel caso del Darfur la comunità internazionale se ne accorgerà tra molto tempo e ce la racconterà in maniera originale. Basta leggere un pò in giro per rendersi conto che nessuna testata e nessun organismo politico al mondo cita le responsabilità francesi nei recenti avvenimenti nei due paesi; responsabilità rilevanti, così come rilevante è stato l'aiuto dato dalla Banca Mondiale, presideuta Wolfowitz-calzino-bucato al dittatore Deby; soldi con i quali arruolare mercenari da impegare contro il suo stesso popolo.

Stessa sorte per gli oltre 30.000 IDP somali (quelli che sono scappati dopo l'invasione somala, perchè il numero totale dei profughi somali dopo 15 anni di guerra civile è incalcolabile),  solo una frazione dei quali è  stata raggiunta dai "soccorsi" internazionali.
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martedì, 09 gennaio 2007

Anche gli Stati Uniti bombardano la Somalia

Lo riferiscono diverse fonti, aerei americani AC-130 (le "cannoniere dell'aria) hanno bombardato in Somalia. Secondo gli americani l'obiettivo erano somali coinvolti negli attentati alle ambasciate americane in Africa (Tanzania e Kenya) qualche anno fa.

Il presidente somalo del GFT, Yusuf, si rivela un fantoccio rilasciando l'incredibile dichiarazione per la quale: ""has a right to bombard terrorist suspects who attacked its embassies in Kenya and Tanzania." 

A occhio deve essere il primo capo di stato al mondo a dire che un altro paese ha il diritto di bombardare il proprio; purtroppo non è l'unico a pensare che i bombordamenti siano un buon mezzo per combattere i "terroristi"

Il primo "score" dell'operazione dice che per uccidere (non catturare) uno o più "terroristi" hanno ucciso una trentina di civili. Notoriamente esistono solo due paesi che concepiscono azioni di polizia nelle quali si accetta di fare strage di innocenti per colpire un colpevole. Colpevole che peraltro non è mai stato condannato a morte da nessuno. Solo Usa ed Israele ammettono infatti di poter esercitare la loro giurisdizione penale (perchè sono loro stessi a negare che si tratti di azioni di guerra) calpestando quella di altri paesi ed uccidendone i cittadini al fine di portare a termine la sentenza di morte.

Delle due l'una, o si tratta di azioni di guerra contro guerriglieri e/o soldati, oppure si tratta di operazioni di polizia contro il terrorismo. Se sono operazioni di polizia sono criminali non meno di quanto lo sarebbero come azioni di guerra.

Aggiornamento:
Un portavoce dell'Unione Europea ha condannato senza l'attacco senza alzare troppo i toni: " "Any incident of this kind is not helpful in the long term."

Anche l'ONU ha espresso condanna per gli attacchi, secondo
Michele Montas, il Segretario Generale Ban è  "concerned the impact this could have on the civilian population in southern Somalia and regrets the reported loss of civilian life."

Il ministro degli Esteri italiano, Massimo D'Alema, ha ribadito la contrarietà dell'Italia ad iniziative unilaterali che potrebbero innescare nuove tensioni in un'area già caratterizzata da forte instabilità.

Intanto a Mogadiscio si sono registrati diversi attacchi a postazioni etiopi, esplosioni sono udite in tutte la città.

Altri articol sulla Somalia

Da Misna:
“Chiedo a nome del mio paese e dei deputati del parlamento di transizione che la comunità internazionale faccia sentire la sua voce, anche debole, di fronte a questa illimitata e ingiustificata aggressione alla Somalia”: lo ha detto alla MISNA Sharif Salah Mohamed Ali, ex-rettore dell’Università di Mogadiscio e deputato del parlamento di transizione somalo. Il bombardamento da parte di americani ed etiopi nel sud della Somalia “costituisce una chiara violazione del diritto internazionale: è un’azione proditoria mai vista, un’offensiva non giustificata dai fatti perché gli estremisti di cui parlano gli americani sono pochi mentre si stanno massacrando indiscriminatamente decine di civili e migliaia di capi di bestiame in modo feroce e disumano” aggiunge al telefono da Nairobi in Kenya.
“Non si tratta di un’azione militare contro le Corti islamiche, ma di un martellamento contro la popolazione civile e le loro proprietà” dice ancora alla MISNA Sharif Salah Mohamed Ali, che è stato anche presidente del Comitato della Società civile somala durante il lungo negoziato da cui poi è scaturito l’attuale governo di transizione nel 2004. “La responsabilità di questa dolorosa azione, per cui i somali sono ancora umiliati e calpestati, è degli Stati Uniti e anche l’Etiopia sta agendo per conto di Washington. Tutte queste violazioni dei diritti umani contro la popolazione somala sono orchestrate dagli Usa” sostiene il deputato, che in passato ha insegnato storia delle dottrine politiche all’Università della capitale e si esprime in perfetto italiano. “Da tempo abbiamo chiesto agli Usa di indicare con precisione chi sono le persone che considera estremisti, ma non l’hanno mai fatto e ora si fa propaganda parlando di al-Qaida per aggredire il nostro paese”.
Alla MISNA il portavoce del governo somalo Abdirahman Dinari ha detto oggi che “l’intervento degli Usa è stato richiesto dalle autorità di transizione per garantire la sicurezza degli spazi aerei e navali”, mentre il presidente Abduallahi Yusuf – in una conferenza stampa a Mogadiscio – ha affermato di aver appreso dei raid aerei “dalla radio”. “Yusuf non rappresenta tutti i somali, ma anzi la sua posizione è isolata. Le zone bombardate si trovano anche all’esterno dell’area che è considerata una roccaforte degli islamici nel sud della Somalia e quindi viene coinvolta la popolazione civile” dice ancora alla MISNA Sharif Salah Mohammed Ali. Oggi il presidente ad interim Yusuf ha anche escluso la trattativa con le Corti islamiche: “Escludere non risolve nulla”, conclude. “L’unica via d’uscita è il dialogo con tutte le parti: corti islamiche, warlords, società civile, governo di transizione e chiunque possa portare la pace”.
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lunedì, 08 gennaio 2007

Soldi e armi da Bush a Fatah. Ma non erano terroristi?


Il richiesto sostegno americano a Fatah ed al suo leader, Abu Mazen, è arrivato a destinazione; altre ipotesi che LM faceva nell'articolo su Altrenotizie si fanno sempre più solide.
A sollevare il sospetto di un golpe in Palestina ai danni di Hamas, che aveva appena vinto le elezioni, fu uno dei più tenaci neo-con di stanza alla Casa Bianca: Elliott Abrams ; uno di quelli, per intenderci, che non hanno ancora rinnegato l'invasione dell'Iraq. Abrams ricevette infatti una delegazione di uomini d'affari palestinesi ai quali propose nientemeno che un "duro colpo" ad Hamas; un colpo,  golpe, realizzato cacciando i vincitori delle elezioni con la violenza e con armi fornite dagli americani.

Affermazioni presto ridotte dall'ufficialità a cose dette tanto per parlare, ma Mark Perry e Alastair Crooke scrivono in un articolo moltodettagliato che, da un anno a questa parte, gli USA hanno armato Fatah. La misura di questo intervento va ben al di là degli oltre ottanta milioni di dollari promessi negli ultimi giorni ad Abu Mazen alla luce del sole; ma non si tratta di segreti. Giordania ed Egitto, paesi che hanno materialmente consegnato migliaia di fucili (3000 la prima e 1900 l'Egitto)  e relativo munizionamento, hanno pesantemente criticato l'iniziativa anche di recente. Anche al Pentagono ritengono che l'idea non funzionerà. Secondo la teoria di Abrahms, armare Fatah avrebbe portato alla resa di Hamas. Niente del genere all'orizzonte. Abu Mazen e Mohammad Dahlan, terminali delle forniture, non commentano. Proprio la collaborazione con Dahlan ha suscitato ilarità in Israele, ancora di più che abbiano fatto ricorso ai buoni uffici del discusso finanziere Mohammad Rashid.

Una strana coazione a ripetere, per gli USA sempre impossibile fare qualcosa di diverso dal fornire armi alle opposizioni dei paesi che hanno governi sgraditi e spingerli a golpe militari. Questo a prescindere da quanto possa suggerire la situazione sul campo o l'esperienza; a volte sembra lo spettacolo di una mosca che continua a sbattere contro il vetro.

Pare che si sia arrabbiato addirittura Rumsfeld, quando lo è venuto a sapere, era agosto, sul finire dell'aggressione israeliana al Libano. Sembra che  fosse infuriato perchè giudicava l'iniziativa controproducente. Rumsfeld non c'è più, mentre l'idea di provocare una guerra civile in Palestina è ancora lì. Rumsfled, che ha una certa esperienza del fallimento di questo espediente, venne invitato ad occuparsi
dell'Iraq, dove la stessa politica sta portando ben oltre il bagno di sangue.

Il compito di occuparsi della Palestina toccava al Dipartimento di Stato retto dalla Rice ( ora in compagnia di Negroponte), che aveva appena finito di occuparsi dell'attacco al Libano coprendo le responsabilità israeliane con il veto all'ONU e con l'edulcorazione dei vari documenti internazionali che chiamavano ad una risoluzione della crisi, dai quali scomparve qualsiasi riferimento a responsabilità israeliana.

Mentre la Rice appare contrita per l'escalation di violenza a Gaza, la lista dei furiosi nei confronti del piano che sta portando alla guerra civile si allunga. Oltre alla scontata ostilità Giordana (metà della popolazione è plestinese) ed egiziana, anche Israele è ora platealemente contrario; Olmert aveva a lungo