mazzetta

Ce la possiamo fare...
giovedì, 29 maggio 2008

Milano: caccia al clandestino


vignetta

Tutto normale?

(ANSA) - MILANO, 29 MAG - Controlli a tappeto su alcuni mezzi pubblici piu' affollati, stranieri fatti scendere a gruppi dagli autobus e identificati. E' accaduto oggi a Milano dove la polizia locale ha fatto controlli serrati, in mezzo alla gente, sui clandestini. Alcuni cittadini hanno chiamato le redazioni dei giornali parlando di 'caccia all'immigrato' ma il Comando di Piazza Beccaria ha fatto sapere che sono stati semplicemente intensificati controlli che da tempo si facevano sui mezzi pubbli
ci.
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lunedì, 26 maggio 2008

Ebraismo for dummies


Vuole un pregiudizio razzista tra i tanti, che gli ebrei siano intelligenti in misura superiore alla media.
Come tutti i pregiudizi su base razziale si tratta di un'emerita stronzata, assolutamente indimostrabile, ma oggi sembra che gli stessi ebrei vogliano incaricarsi di smentirla assumendo comportamenti stupidi al limite dell'autolesionismo.

Gli ebrei oggi non sono perseguitati, ma nel nostro paese si sente spesso volare l'accusa di antisemitismo nei confronti di chi critica la politica israeliana o le "ragioni" che lo stato d'Israele pone in capo alla sua politica. Nel nostro paese gli unici atti veramente antisemiti e razzisti sono patrimonio storico e contemporaneo della destra, ma nel nostro paese le rappresentanze ebraiche vanno mano nella mano proprio con quella stessa destra. Non è una novità. Dimentichi della presunta intelligenza, molti ebrei italiani aderirono al fascismo, salvo realizzare troppo tardi di aver commesso un tragico errore di valutazione.

Allo stesso modo oggi la comunità ebraica italiana si schiera acriticamente con una destra platealmente razzista. Ieri era l'ignoranza e l'incredulità di fronte ad un fenomeno che doveva ancora dispiegare tutta la sua tremenda ferocia, oggi è l'opportunismo politico che spinge la comunità ebraica ad abbracciare razzisti e delinquenti.

Cosa riceve la comunità ebraica in cambio del sostegno all'italica destra stracciona? Riceve sostegno alla politica criminale di Israele e degli Stati Uniti e incassa riconoscimenti e posti di potere. Particolare sensazione desta la nomina di due cittadini israeliani agli Esteri, Ruben e Nirenstein hanno la doppia cittadinanza e per i loro trascorsi è difficile pensare che in caso di "conflitto d'interessi" tra i due paesi sceglierebbero di stare dalla parte dell'Italia. Per Nirenstein la cosa è addirittura impensabile, visto che nel caso di diversità di vedute tra il governo italiano e quello israeliano si è sempre pronunciata con durezza a favore di quest'ultimo.

Nirenstein è anche una persona che non si è mai trattenuta dall'esprimere un aperto disprezzo razzista verso i palestinesi e gli arabi in generale, ricorrendo spesso alla plateale menzogna per giustificare l'ingiustificabile, in questo senso sarà perfettamente a suo agio con folta squadra di razzisti portata in Parlamento dalla destra.

Il problema è che nella comunità ebraica italiana le voci capaci di esprimere critiche, buon senso ed umanità sono soffocate, emarginate nella comunità e censurate sui media, restituendo all'opinione pubblica l'immagine di un gruppo di potere monolitico pronto a tutto pur di tutelare gli interessi di Israele. Una circostanza pericolosa prima di tutto per gli ebrei, visto che già negli Stati Uniti c'è chi indica proprio nella Lobby Ebraica il capro espiatorio per il tragico fallimento della War on Terror.

Una situazione facilmente evitabile, apparentemente, ma alla quale nessuno all'intenro della comunità ebraica sembra voler porre rimedio. Anche recenti accadimenti ci hanno restituito l'immagine di un ebraismo rozzo, ipocrita e primitivo. Se a Gerusalemme fanatici ebraici hanno  bruciato i Vangeli dopo un raid squadrista che li ha visti invadere le case degli ebrei messianici per sottrarli loro, senza che una sola autorità pubblica abbia osato criticare lo scempio, In Italia a colpire è il fragoroso silenzio della comunità ebraica di fronte ai pogrom che hanno visto vittima gli zingari e di fronte alle sempre più frequenti aggressioni di stampo fascista e razzista.

Non occorre nemmeno provare ad immaginare la reazione dell'ebraismo tutto, se ad essere vittima di quelle  aggressioni  fossero stati  membri della comunità o se fossero state bruciate delle Torah sulla pubblica via. Se l'accusa di antisemitismo tocca a chi denuncia come inumana la pratica degli "omicidi mirati" (poco), ci vuol poco ad immaginare una reazione animatissima. Invece è stato solo silenzio ipocrita.

Che si tratti di stupidità o di valutazioni ponderate poco importa, quello che importa è che l'ebraismo moderno è schierato dalla parte dei razzisti e degli estremisti religiosi, siano cristiani o ebrei. Il razzismo però è come il fuoco, ci puoi giocare, ma è alto il rischio di scatenare un incendio del quale rimarranno vittime buoni e cattivi, colpevoli ed innocenti.

L'antirazzismo non è un vestito che si possa indossare o dismettere a seconda dei casi, degli interessi o dei coinvolti, è un abito mentale che si indossa una volta e non si dismette più, altrimenti tutto diviene ipocrisia , per poi lasciare al caso decidere se appartieni ad una razza di oppressori o di perseguitati. Dovrebbe ricordarlo Nirenstein quando soffia sull'islamofobia, ma dovrebbero tenerlo a mente tutti, ebrei e no.

Sposando i razzisti, assumendone gli stilemi, l'ebraismo visibile condanna tutti gli ebrei a vivere sotto la spada di Damocle del ritorno delle persecuzioni antisemite. Un prezzo troppo alto che alcuni ebrei stanno imponendo a tutti i loro correligionari silenziosi. Così come i cristiani, gli ebrei si trovano oggi dalla parte "giusta"; non più opppressi, ma oppressori; ma corrono anche il rischio di alimentare e perpetuare un razzismo del quale sono stati vittime e che potrà ferirli ancora in futuro.

Se sposare la tanto declamata teoria della comune civiltà giudaico-cristiana, significa accogliere e fare propria una storia fatta di stragi soprusi, fanatismi e persecuzioni verso gli eretici ed i non allineati, la stupida follia che spinge l'ebraismo a questo abbraccio mortale è forse il sintomo di una decadenza cominciata quando la plausibile istanza di riscatto dell'ebraismo si è trasformata nell'affermazione di una superiorità morale inesistente e nella pretesa di esercitare i propri diritti, veri o presunti, con gli stessi mezzi con i quali i carnefici dell'ebraismo hanno seminato morte e terrore: la superiorità bellica e il controllo della propaganda.

Riusciranno i nostri eroi a bruciare il ricordo dei loro cari perseguitati, così come Bush ha bruciato il credito di solidarietà e di stima che gli Stati Uniti avevano raccolto dopo il 9/11?
Lo scopriremo solo con il tempo, a Bush sono bastati un paio d'anni per vanificare il credito offerto da qualche migliaio di vittime americane innocenti, vedremo quanto tempo impiegherà l'ebraismo a cancellare il ricordo dell'Olocausto e ad aprire la porta ai prossimi persecutori.

Aggiornamento: Proprio ieri il rabbino capo di Roma, il signor Di Segni ha finalmente visitato un campo nomadi e si è espresso contro la promulgazione di leggi intolate alla razza. Nessun riferimento pare alle numerose aggressioni squadriste degli ultimi giorni, nessun attacco alla maggioranza se non per dire che una via intitolata ad Almirante non è accettabile. A questo proposito quelli di AN hanno chiesto un incontro a Pacifici per "spiegargli" Almirante.
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giovedì, 08 maggio 2008

Ancora aggresssioni fasciste, che dirà Fini?


Lo scorso martedì sera, a Figline Val D'Arno (Fi), cinque fascisti italiani hanno aggredito con incredibile violenza due cittadini kosovari.

I due, 26 e 28 anni, lavoratori regolari hanno ricevuto 8 e 10 giorni di prognosi, ma poteva andare molto pegggio, visto che i picchiatori si sono serviti di due mazze da baseball per avere a certezza di fare male. Secondo la ricostruzione delle forze dell'ordine l'aggressione sarebbe motivata da xenofobia e razzismo, dal momento che il gruppo ha aggredito brutalmente i due stranieri senza altro pretesto che la loro "diversità".

A facilitare il lavoro delle forze dell'ordine la circostanza che l'aggressione sia avvenuta nella piazza principale del paese di fronte a diversi testimoni, non è stato difficile quindi arrestare Salvatore Massone (23) e Francesco D'Alterio (24) aspettandoli a casa; uno dei due aveva ancora le mani sporche di sangue e nella loro vettura sono state trovate le due mazze da baseball, una delle quali spezzata colpendo gli aggrediti, a testimonianza di una furia che poteva tranquillamente condurre ad un'altra morte per mano di questo genere di improvvisati squadristi.

Ora ci sarà chi, come nel caso di Verona, cercherà di negare la matrice fascista di questa aggressione, ma se a smentire Johnfranco Faini è emerso che uno degli aggressori di verona si era candidato alle elezioni per Forza Nuova, in questo ultimo caso la firma fascista si ritrova sulle armi del delitto: su una delle due mazze era inciso "Dux Mussolini" e sull'altra "Molti nemici, molto onore"; il solito onore di chi aggredisce in gran numero passanti inermi a caso.

Quasi sicuramente alla vicenda sarà data poca evidenza, anche se questo genere di aggressioni si sta moltiplicando; gli aggrediti sono stranieri e non sono neppure morti, non c'è la notizia.
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venerdì, 18 aprile 2008

Controffensiva


Visto che simpatici nazi, I suppose, hanno attaccato il sito che ospitava il docufilm "Nazirock", la cosa migliore da fare è moltiplicare la risonanza della vicenda e aumentare i link a quanto vogliono oscurare.
Forza Nuova, noti alfieri della libertà d'espressione, aveva già bloccato la proiezione del film all'Università di Bologna con un'azione legale in nome del non turbare la campagna elettorale. Evidentemente però i simpaticoni temono parecchio la diffusione del video, se ricorrono anche ad azioni illegali e, al solito, dall'etica incerta; come sdraiare macchine che contengono diversi siti per colpirne uno.

Fanno i giochini, scimmiottano gli hacker dimostrando solo di non aver capito; ma come spesso accade in rete, sono giochini che tornano come boomerang ed amplificano quanto si vorrebbe nascondere.
In questo caso c'è da nascondere quanto orrendi sono questi ceffi e in che maniere assai discutibili trascorrono le loro giornate. Per chi volesse acquistare il video e diffonderlo a scopi didattici, c'è un sito web, altrimenti il solito self service piratesco, facile prevedere una veloce disponibilità dell'opera anche nei canali free.
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domenica, 13 aprile 2008

Ricordatevi questa


(il documentario Fascist Legacy, prodotto dalla BBC, sui crimini di guerra italiani è visibile QUI.)

Registro con soddisfazione una doppia paginata di Paolo Rumiz e Moni Ovadia, su La Repubblica, dedicata all'informazione sui lager italiani in terra slava.

Storie già descritte qui, ma fa sempre piacere quando qualcuno aiuta nella manutenzione della memoria, senza la quale poi si ripetono all'infinito gli stessi errori. Una pagina tragica che abbiamo completamente rimosso, che incenerisce il mito dell'italiano buono e mostra i nostri militari e le squadre fasciste crudeli come e forse di più dei nazisti.

Per quei crimini non ha mai pagato nessuno.

Di seguito l'ottimo lavoro:


Repubblica 13.4.08
Lager d’Italia. I volenterosi carnefici del Duce
di Paolo Rumiz


Non c´erano camere a gas e nemmeno lavori forzati, ma si moriva lo stesso. Semplicemente di fame e di malattie Toccò a decine di migliaia di internati sloveni e croati Perché i campi fascisti ubbidivano agli stessi imperativi di quelli hitleriani: terra bruciata, pulizia etnica, spazio vitale alla razza vincitrice Nuovi documenti e un libro abbattono per sempre il mito della "brava gente"
Un generale annota a mano: "Individuo malato = individuo che sta tranquillo"

Stessi corpi nudi, stessi occhi vuoti, scheletri senza natiche e pance gonfie come tamburi. Certo, non era Auschwitz, non c´erano camere a gas, e nemmeno lavori forzati. Ma si crepava egualmente, come mosche. A fare il lavoro bastava la fame, il freddo, la malaria, le cimici, la scabbia, la dissenteria, il tifo petecchiale. Bastavano le punizioni, le adunate, la paura di essere prelevati come ostaggi per le fucilazioni di rappresaglia. Dentro il filo spinato non c´erano ebrei, polacchi, ucraini. C´erano sloveni e croati, ma la sporcizia e il tanfo erano gli stessi. Sulle torrette di guardia stavamo noi, «italiani-brava-gente», non i tedeschi, ma l´imperativo categorico era identico. Fare terra bruciata, annientare quegli uomini-pidocchi, bonificare le terre del nemico, pulirle etnicamente, offrire spazio vitale alla razza egemone.
Non ci furono solo i campi di Hitler. Anche l´Italia ha avuto i suoi. Nel territorio nazionale, incluse le aree jugoslave annesse nella primavera del 1941, i lager furono ben centosedici, e i più malfamati vennero destinati alla «razza slava». Fino all´8 settembre del ‘43 inghiottirono decine di migliaia di persone, in gran parte vecchi, donne e bambini, talvolta neonati, dei quali morirono di stenti quasi uno su tre. Dei croati - i più numerosi - abbiamo dati approssimativi, ma sappiamo che i soli sloveni furono ventiquattromila, dei quali settemila non tornarono. Tanti, per una popolo di un milione e mezzo di abitanti. Centosedici furono i campi del Duce, ma solo quattro monumenti fuori-circuito ricordano la sofferenza dei deportati: a Roma, San Sepolcro, Barletta e Gonars in Friuli. Per loro, nessun giorno della memoria. Nessun accenno sui libri di scuola.
Un tema tabù, dove s´è cercato per anni, con pochi mezzi e scarsa pubblicità. Le testimonianze, terribili, ci sono: le hanno raccolte studiosi come Costantino Di Sante, Spartaco Capogreco, Tone Ferenc, Eric Gobetti, ma sono sempre rimaste una cosa di nicchia, non sono mai entrate nella coscienza nazionale. Ora altre voci bucano la cortina del silenzio. Lettere di donne recluse, ritrovate negli archivi della prefettura di Udine, dove ha funzionato l´ufficio-censura dell´esercito di Mussolini. Lettere mai inoltrate al destinatario; invocazioni disperate di nonne, ragazze, madri, che spesso non hanno commesso nulla e non sanno perché sono state internate. E poi i racconti delle ultime sopravvissute, che a distanza di sessantacinque anni hanno scelto di rompere la diga del dolore. Un materiale terribile, raccolto da Alessandra Kersevan nel libro Lager Italiani, ora in pubblicazione per conto della casa editrice Nutrimenti. Un testo da leggere, se vogliamo fare i conti con noi stessi.
Marija Poje è di Stari Kot, paese completamente distrutto dai nostri dopo la deportazione degli abitanti. Nel febbraio del ‘42 viene internata sull´isola di Arbe (Rab) dove funziona il campo più grande della Dalmazia. Il motivo ufficiale è: protezione dalle incursioni partigiane. In realtà è una forma di brutale occupazione. Marija ha un bimbo di tredici mesi ed è anche incinta. Al campo, racconta, «non avevamo niente da mangiare e i bambini piangevano terribilmente… ci hanno messo sotto tende militari… e anche lì era solo pianto e gemito di bambini». Poi il trasferimento a Gonars, dove la fame comincia a uccidere. Inedia, freddo, assenza di medicine. Come cibo solo brodaglia e un pezzo di pane grande «come un´ostia».
Racconta Marija, oggi ottantenne: «A me poi è morto questo bambino appena nato, mi è morto questo figlio della fame e del freddo… Era magro, solo ossicini, era come un coniglietto. Due giorni di agonia prima di chiudere gli occhi. E proprio quel giorno per la prima volta gli avevano dato… un po´ di latte freddo. Ha avuto il latte la prima volta quando è morto. Poi l´hanno portato via ed ero così malridotta che non ho potuto accompagnarlo nemmeno sulla porta della baracca. Sono rimasta là. E ancora adesso ho questo desiderio spaventoso, il desiderio di quella volta. Il ricordo dei giorni terribili in cui ho desiderato che morisse prima di me… io non ho potuto andare là, non sapevo neanche dove fosse sepolto».
Stanka è una slovena di origine rom che oggi vive in Friuli. I suoi genitori con otto figli vennero internati ad Arbe e poi a Gonars. La testimonianza è raccolta da Andrea Giuseppini, autore di un documentario sulla deportazione degli zingari nei campi fascisti. «Ci hanno portato in carcere a Lubiana, poi ci hanno portato in questa isola… Rab, in Dalmazia sarebbe… Tanta di quella fame… Non ierano baracche, nelle tende e dentro buttata paglia e lì si dormiva come le bestie. Ieramo in tanti, cinquemila, forse anche di più. I bambini morivano di fame. I piccoli neonati li nascondevamo sotto la paglia perché prendevamo il rancio su di loro… Nascondevano i bambini morti per prendere il mangiare che dopo mangiavano quegli altri».
Bambini nudi e scalzi anche d´inverno che rovistano tra i rifiuti di cucina, mortalità spaventosa, tisici, gente senza mani, senza gambe, quasi ciechi. I medici del campo protestano, chiedono più cibo e medicine, ma l´ordine dall´alto è «affamare». Il 17 dicembre 1942, il generale Gastone Gambara, comandante del XI Corpo d´armata, annota a mano su un foglio che ci è giunto intatto: «Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo». Anche le medicine non servono, fa notare il capo del campo di Gonars, colonnello Vicedomini. Bastano «fasce addominali di flanella», consiglia agli infermieri, che vengono accusati di favoreggiamento al nemico. Crudeltà gratuite, per le quali nessuno ha pagato, alla fine della guerra.
Francesca Turk, un´altra detenuta la cui lettera è stata bloccata dalla censura: «Caro fratello, non so se ci rivedremo oppure se moriremo prima… periremo di freddo e di fame… viviamo nei patimenti e nella paura. Ti scongiuro di mandarmi un po´ di pane secco, perché temo per la mia vita e quella dei miei bambini… Ogni giorno muoiono da cinque a sei persone; periscono anche i giovani, come le pannocchie. Fa freddo intenso, non abbiamo la stufa, non spero più di rivedere il mio paese». Paola Rausel: «Se avessi saputo ciò che mi attendeva, avrei ucciso prima i bambini e poi me stessa, perché non è possibile sopportare ciò che sopportiamo ora. Muoiono specialmente gli uomini e i bambini… gli uomini cominciano a gonfiarsi e a perdere la vista, poi muoiono. Per fortuna che la mamma è morta».
Prima delle deportazioni c´erano i rastrellamenti, i villaggi distrutti. Racconta Slavko Malnar, deportato nel 1942 all´età di cinque anni dal suo villaggio del Gorski Kotar, massiccio montuoso sopra Fiume: «Il 27 luglio l´esercito fascista incendiò tutto il nostro paese… Ci dissero che ci avrebbero protetti dai banditi comunisti partigiani. Figuratevi quale protezione… hanno rubato il bestiame e tutti i beni mobili, e ci hanno cacciati in un campo dove in pochi mesi sono morte trentacinque persone solo del mio paese. Lo stesso è successo per gli altri villaggi». Nel gennaio del ‘43 la Croce Rossa segnala al ministero degli Esteri che nel campo di Renicci (Arezzo) i reclusi ex jugoslavi versano «in condizioni miserevoli» e molti di loro «si sono ridotti a nutrirsi di ghiande». Talvolta - i partigiani italiani lo sanno - i fascisti erano peggio dei tedeschi.
Non era programmata solo la fame, ma anche le umiliazioni. Battista Benedetti, radiotelegrafista nel campo nell´isola di Zlarin in Dalmazia, racconta che per aspettare il rancio queste larve umane erano obbligate a stare in piedi in fila per delle ore e, quando arrivava «la brodaglia», la colonna «cominciava ad agitarsi» e allora piovevano bastonate dei sorveglianti. «Ma la cosa più terrificante era quando alcuni di questi malcapitati, accecati dalla paura di restare senza rancio… uscivano dalla fila e correvano verso il cibo, e allora le bastonate non si contavano più e i poveretti, non riuscendo più ad alzarsi, venivano portati via».
I malati di dissenteria portavano addosso gli stessi vestiti del momento della cattura, intrisi di feci, fino alla fine. Giacevano in un tanfo orrendo in barelle fuori dalle infermerie, all´aperto in pieno inverno, e - racconta un testimone - i loro «occhi vitrei… sporgevano dalle orbite». Per seppellire i corpi, in alcuni campi in Dalmazia, noi italiani usavamo le grotte. Sì, proprio le foibe, dove a fine guerra sarebbero stati uccisi per rappresaglia migliaia dei nostri, ma anche tanti croati, bosniaci e sloveni. «La foiba - racconta Battista Benedetti nel suo libro di memorie - ingoiava i miseri resti di questi malcapitati che, fatti scivolare, di solito dalla parte dei piedi, nel baratro, scomparivano; la cassa vuota veniva riportata dal gruppo degli accompagnatori, per essere utilizzata con altre vittime».
La gente che arrivava nei campi erano già «relitti umani», denuncia il console italiano a Mostar Renato Giardini nell´aprile del ‘42. Sono i mesi in cui i tedeschi pare sfondino in Russia e raggiungano i giacimenti del Caspio, e questa speranza moltiplica lo sforzo bellico nei Balcani, si trasforma in bestiali rastrellamenti. Giardini vede «mandrie di vecchi, donne e bambini, laceri, scalzi e affamati… erranti da una contrada all´altra…». Vede «bambini morti lungo la strada… e i loro corpi gettati dai genitori stessi nei burroni. I poveri contadini da una parte sono vessati dai partigiani… dall´altra gli italiani gli incendiano i villaggi, distruggono le case, gli razziano il bestiame, credendoli partigiani». E poi «intere zone distrutte… la gente anche non combattente ammazzata senza pietà… a volte anche le donne seguono la stessa sorte… i campi resi deserti e squallidi… e tutto ciò serve solo a ingrossare le file del nemico».
«Furia sanguinaria», «disumana ferocia», «barbarie»: così - ricorda lo studioso Livio Sirovich - il capo dello Stato ha definito il 10 febbraio il comportamento dei nostri vicini a proposito delle foibe. Nello stesso discorso, i comportamenti anti-slavi degli italiani, messi in atto fin dal 1920, sono descritti come «guerra fascista». Perché? Per l´enormità imparagonabile di Auschwitz? Per la nostra mancata Norimberga? Per il mito del «bono italiano» che non muore? Per i depistaggi dei servizi segreti dopo il ‘45? Per Spartaco Capogreco la colpa principale è della politica della memoria iniziata dieci anni fa: «Una politica del ricordo per decreto, dove non c´è mai la parola fascismo». Una strategia che alimenta certe memorie con leggi, fondi, ricerche, e ne dimentica altre. «E questo è solo l´inizio. Nelle scuole nessuno più sa cos´è il 25 aprile. Ora aspettiamo solo un decreto ministeriale che lo abolisca».

Repubblica 13.4.08
Il coraggio che non abbiamo
di Moni Ovadia


Falsa coscienza, revisionismo e furbizia inquinano la nostra memoria nazionale e ipotecano il nostro futuro. Da qualche anno è stato istituito il giorno del ricordo che celebra la tragedia delle foibe e dell´esodo dei profughi istriani. I dolori di quella povera gente vanno commemorati ed è doveroso chiedere verità e giustizia per le loro sofferenze. Ma una destra intrisa di umori e nostalgie fasciste - e non solo essa - strumentalizza quei dolori e quelle tragiche morti. Si assiste alla progressiva rimozione dei crimini commessi dai fascisti italiani contro sloveni, croati, montenegrini, serbi, per non parlare di quelli perpetrati contro le popolazioni libiche, etiopi, eritree, albanesi e greche.
Questa rimozione ha uno scopo evidente: assolvere il fascismo, costruire un patriottismo di maniera, pervertire il rapporto fra carnefice e vittima. Non solo l´antisemitismo, le leggi razziali, le uccisioni degli antifascisti, ma anche le torture, gli stupri i saccheggi operati dai fascisti italiani con efferatezza talvolta simile a quella nazista sono documentatissimi. La Bbc nel suo documentario The Fascist Legacy (l´eredità fascista) ne parla e li mostra diffusamente. La Rai ne ha fatto curare l´edizione italiana dal regista Massimo Sani solo per tenerla "insabbiata" da anni nei suoi cassetti. I paesi che hanno sofferto a causa dei crimini fascisti hanno chiesto l´estradizione di centinaia di criminali di guerra italiani, i più tristemente noti dei quali si chiamano Roatta, Graziani, Badoglio, ma non uno di questi carnefici è stato consegnato alla giustizia.
Non si possono onorare le proprie vittime con dignità e onestà rimuovendo la proprie responsabilità e criminalizzando la Resistenza che ha riportato l´Italia alla libertà e alla democrazia. Furbizia e ipocrisia sono un micidiale cocktail che occlude gli orizzonti della credibilità, quindi quelli della prosperità nazionale, e di tutte le relazioni internazionali più fertili. L´Italia abbia il coraggio di prendere esempio dalla Germania che grazie al riconoscimento ininterrotto delle proprie enormi colpe è oggi una delle democrazie più prospere ed affidabili del mondo.
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domenica, 06 gennaio 2008

L'aborto della ragione genera mostri.

anche in Altrenotizie

 
Come zombi che risorgono dalle profondità del terreno, decine di personaggi di destra si sono uniti all'attacco alla legge 194 cominciato da Giuliano Ferrara con la ridicola proposta di una moratoria sull'aborto. Zombi ignoranti, che in un paio di giorni hanno restituito la misura della miseria morale imperante, a destra come a sinistra, tra i politici ed i commentatori di questo scombinato paese. Idiozie assolute, come la proposta di Buttiglione di fare l'autopsia agli embrioni oggetto di aborti terapeutici (forse per controllare l'operato dei medici assassini), si sono sommate alla cupa voce di prelati oscurantisti che hanno intravisto uno spiraglio per sottomettere le donne ed i loro corpi alla disciplina di Santa Romana Chiesa, restituendo un quadro desolante nel quale all'ignoranza si aggiunge l'ipocrisia. Quella di chi cerca di costruire la propria fortuna politica sulla pelle delle donne e dei loro figli; che brandendo il “rispetto per la vita” in realtà devastano le vite altrui per conquistare benemerenze (e voti) presso bigotti, ignoranti e poteri curiali. Un atteggiamento identico a quello di chi, in nome della libertà e della democrazia, ha seminato guerre, morte e distruzione.

Il presunto “rispetto per la vita”, o per la dignità del concepito, non alberga certo dalle parti dei crociati antiabortisti. Dal pingue Ferrara che non si è mai indignato per alcuna delle stragi o delle torture commesse dai portatori di democrazia, fino a Formigoni che in Lombardia ha fortemente limitato l'offerta di Interruzioni Volontarie di Gravidanza (IVG), è chiaro che a questa eletta schiera non importa nulla della vita umana e ancora meno della dignità delle persone che pagheranno duramente il loro attivismo politico.

Basti per tutti l'esempio di quello che succede in Lombardia, dove da un anno è obbligatorio il funerale per tutti i feti abortiti prima delle 20 settimane (prima facoltativo), anche quando la madre non lo desideri, anche quando il “prodotto del concepimento” in questione sia poco più di un grumo di cellule. Provvedimento odioso, ancora più odioso nella sua applicazione ove impone alla donna una scelta accompagnata dal riconoscimento implicito della natura di cadavere umano agli embrioni e feti abortiti.

La Regione Lombardia, con voto bipartisan “per errore” della sinistra, ha varato un anno fa questa bella trovata, tra le pieghe di un “regolamento cimiteriale”; una schifezza strumentalmente e palesemente intesa a mortificare e rendere le cose più difficili a donne già alle prese con decisioni terribili e personalissime, le quali, se resistono agli assalti delle equipe mediche predisposte per farle desistere, si ritrovano poi a firmare un foglio con il quale sono costrette a decidere se vogliono che il loro embrione sia sepolto in una tomba individuale o in una fossa comune.

Decisione chiaramente intesa ad ostacolare l'applicazione della legge 194 e già allo studio di altre regioni. La sinistra tace da un anno su questo scandalo per il quale, oltre a riconoscere implicitamente al prodotto del concepimento uno status che la legge italiana non prevede, si procura gratuitamente un feroce dolore alla donna nel momento in cui si rivolge alle strutture sanitarie per ottenere aiuto ed assistenza; leggere i protocolli per l'IVG lombarda procura un senso d'angoscia, la donna che vuole abortire deve percorrere una via crucis lungo la quale deve sviscerarsi a psicologi e medici impegnati a “salvare una vita” e a farla desistere dall'insano gesto omicida.

Sì, la storia non si esaurisce nel troglodita provvedimento di Formigoni, perché fatto il beau gest a blandire la curia, i legislatori lombardi hanno abbandonato la faccenda per dedicarsi ad altro, in particolare a restringere le possibilità d ricorso all'aborto terapeutico insieme al numero di medici che in Lombardia praticano l'IVG. La Lombardia, con il 69% dei medici obiettori, ha ormai raggiunto lo spiacevole record della Regione Sicilia, dimostrando come la sanità lombarda sia ormai “cosa loro”; della galassia di aziende, cooperative e cordate operanti nella sanità sotto direzione catto-vaticana, che non concede carriere a chi pratica l'IVG.

Peccato che nessuno si sia poi preoccupato di disporre come risolvere la sepoltura dei “prodotti del concepimento”, che giacciono da mesi nei frigo delle cliniche, custoditi in contenitori di fortuna con al loro bella etichetta in attesa di conoscere la loro sorte. La questione è spinosa, perché bisogna anche trovare un luogo per la sepoltura e varare un regolamento per stabilire come seppellire questi che per i legislatori lombardi sono a tutti gli effetti cadaveri umani, visto che la Lombardia comunque li censisce e riconosce loro uno status equivalente. Poi ci sarebbe da discutere se permettere (e come) di dare un nome ai fetini, quali contenitori usare per la sepoltura, chi paga per la sepoltura e altre piacevolezze. Ma perdere tempo a discutere di dettagli del genere non “tira” politicamente ed entrare nei dettagli rivelerebbe gli aspetti più crudi e raccapriccianti del provvedimento, quindi i fetini possono restare in frigo.

teodem Non è bello discutere di quali contenitori usare per la sepoltura, di dove riporli, come organizzare le “fosse comuni” o come dare alla mancata mamma una tomba sulla quale piangere il figlio mancato, o ancora su chi si debba accollare i costi di questa trovata e dove realizzare i cimiteri dei feti; non è bello e non è utile giungere fino al punto nel quale si dimostrerà la crudeltà di una legge che certifica queste donne come assassine. Non è bello, non è utile politicamente e allora non si fa. In un anno la giunta lombarda ed il suo presidente non hanno completato l'opera e così il loro rispetto per la vita umana si limita al marchiare come assassine le donne che hanno abortito in Lombardia e ad accumulare feti ed embrioni nei frigo degli ospedali.

Un gran bel rispetto per la “dignità umana”, non c'è che dire. Se quei prodotti del concepimento sono in qualche maniera esseri umani, e Formigoni dice di sì, l'inazione che li consegna al deposito in freezer non può essere altro che un vilipendio di cadaveri. Dettagli, gli sciacalli non si curano della coerenza tra i loro boatos e le conseguenze reali delle loro decisioni, è stato così evidente per la legge 40 come lo è in questo caso.

Ipocriti, guitti da due soldi, preti in crisi di nervi e baroni della sanità banchettano e prosperano nutrendosi del dolore delle donne e facendo strazio delle loro vite, mentre con una mano intascano ricompense e con l'altra infieriscono sulla sorte di feti ed embrioni, umiliando insieme alle loro vittime, la dignità di tutto un paese. Un meccanismo rodato e già visto all'azione con la stessa faccia tosta su altri temi. Basti per tutti l'esempio parallelo della lotta alla droga. Leggi assurde sulla pelle di chi già soffre, intrusione violenta nelle loro vite affidata a pasdaran timorati di Dio e alla fine no importa a nessuno se le proposte cattolicamente corrette non risolvono nulla e servono solo ad arricchire gli amici.

Nemmeno nel clamoroso caso di Don Gelmini, il famoso prete antidroga, c'è stato un solo politico che abbia condannato il presule e i suoi metodi. Eppure tutta la destra ha santificato un uomo che vestendo la tonaca con stile personalissimo era già finito in galera, ove il direttore aveva dovuto isolarlo perché molestava i detenuti. Non più celebre come “padre Jaguar” (amava le auto lussuose), con la sua “cristoterapia” era divenuto uno dei simboli della lotta alla droga made in Italy. Tipicamente la cenciosa destra italiana non può pensare di dedicarsi ad istituire servizi sociali funzionanti, molto meglio fare l'elemosina a qualche prete che se ne occuperà come può.

Non sappiamo se Berlusconi o altri fan del prete antidroga avrebbero mai affidato davvero i propri pargoli con problemi di dipendenza da stupefacenti alle amorevoli cure di Don Gelmini; non sappiamo nemmeno se qualcuno di loro avrà avuto un sussulto pensando che questo prete tanto esuberante e telegenico, avrebbe potuto abusarne sessualmente come – stando alle accuse - pare succedesse ai suoi amati assistiti. Nessuno di questi ha fiatato alla notizia del deposito del procedimento giudiziario, nessuno ha commentato le prove portate dagli inquirenti e le dichiarazioni di molti ex-ospiti di Don Gelmini. Nessuno ha commentato neppure le registrazioni di minacce e offerte di denaro alle vittime per farle tacere; tutte cose documentate dalle forze dell'ordine. Il Vaticano si è smarcato in silenzio, consigliando al prete di abbandonare le sue attività dopo aver inizialmente invocato la protezione della Madonna del Sorriso (testuale) sulla tonaca satireggiante.

Nessuno, nemmeno a sinistra, ha colto l'occasione per mettere in discussione una legge sulla droga che è allo stesso tempo inutile, ingiusta e vessatoria; nessuno ha colto l'occasione per affossare metodi all'antitesi della miglior scienza e fondati unicamente sul fanatismo religioso; esibito quanto tradito immediatamente.

Ipocrisie che feriscono i corpi di uomini e donne per procurare vantaggi ad una palude di faccendieri e gerontocrati capaci di farsi blocco sociale e cancro del paese. Il problema, nel caso dell'attacco alla 194, non è l'aborto, ma questo tumore che avvelena il sangue della democrazia italiana, questa melma che la soffoca e che la trascina nel declino e nell'ignoranza, mentre grassi ipocriti se la ridono dell'umanità sempre più dolente che lasciano alle spalle delle loro esibizioni.
sabato, 10 novembre 2007

Mazzucco, Chiesa & Blondet; scontro tra titani.


Il complottismo italiano implode. Giulietto Chiesa si è accorto, alla buon'ora, che Blondet è un estremista cattolico e gli ha dato del fascista, dell'infiltrato e del provocatore. Blondet querela e scrive due infuocati post con il sangue agli occhi (mettendo anche la foto di un bambino squartato, accompagnata da due righe che dicono che :è una bufala, ma va bene lo stesso), a seguire interviene Mazzucco che con Blondet si è sempre trovato bene.

Volano gli stracci.

Chi sia interessato può seguire la rissa partendo da qui, qui e qui.

Mazzucco la mette sul piano "l'importante è quello che dice, non quello che è" (nel caso, un fascista) e spiega che non è un infiltrato spedito da Mentana.

Il problema di Blondet però non è solo nell'orientamento politico, ma soprattutto il fatto che sia uno dei più fantasiosi scrittori italiani. Peccato solo per le sue ossessioni religiose e per i discorsetti da razzista in orbace, se si dava al Fantasy invece che alla militonza destroide avrebbe probabilmente sfondato. Mitiche le -nubi piroclastiche- che secondo lui sarebbero state eruttate dalle torri.

Discutere di Blondet e delle sue inclinazioni ha poco senso, così come ha poco senso discutere sull'attendibilità di Chiesa e di Mazzucco, non resta che prendere nota della disintegrazione di questa arlecchinosa compagnia di giro che per un po' ci ha divertito con una bella valanga di stronzate.
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mercoledì, 07 novembre 2007

Gianfranco Fini è un folle.


Gianfranco Fini ha dichiarato nel corso di una intervista televisiva che da Roma bisognerebbe mandare via 20.000 persone  e dall'Italia 200.000.

Duecentomila.

Poi ha precisato che non si tratterebber di espulsioni di massa (vietatissime dalla UE), ma "espulsioni individuali" in gran numero.

Resta da capire come si possa fare un "repulisti" (ha detto così) di queste dimensioni nella pratica, quello non l'ha spiegato e nemmeno quanto costerebbe e quanto sarebbe utile una deportazione di massa del genere. Lasciamo a parte le questioni squisitamente etiche, che a Fini non interessano.

Solitamente pacato e fumoso, la prima volta che ha sparato due numeri si è dimostrato quello che è e che sarà sempre. Un uomo finto e po' ottuso, appena più sveglio e meno trash dei suoi camerati romani.

Aggiornamento 11 novembre:

Fini sarà presto papà, la stampa dice che il leader di AN aspetta un figlio da un avvocato/giornalista/letterina che si chiama Elisabetta Tulliani (che adesso ha chiuso il sito). A dare la notizia è stata l'avvocato Giulia Bongiorno, avvocato di FIni e della sua ex moglie Daniela Di Sotto  L'avvocato aveva annunciato la separazione consensuale dei due a metà giugno. Da notizie emerse in seguito, al momento della separazione, Fini era già un babbo in dolce attesa. Casi suoi se non la menasse con la sacralità della famiglia e princìpi che non gli appartengono in maniera evidente.
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mercoledì, 26 settembre 2007

Varese: partigiano, 84 anni, aggredito dai nazi


Si chiama Angioletto Castiglioni, l'ottantaquattrenne aggredito ieri nel centro di Busto Arsizio dopo che un componente di un gruppo di naziskin ha gridato "ecco lo sporco partigiano". Braccia alzate e saluti nazisti, l'anziano partigiano c'è rimasto molto male perchè nessuno è intervenuto in sua difesa.
L'episodio ha suscitato scalpore in molti cittadini bustocchi, molti di loro hanno inviato mail al giornale locale.
Evidentemente le ultime indagini ed arresti di nazifascisti a Varese non hanno condotto a miti consigli la canaglia impunita.
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lunedì, 16 aprile 2007

I Bauscia in guerra con la Cina

Post-pre-Aggiornamento:
Venerdì scorso alcune bottiglie incendiarie sono state impiegate per dare fuoco all'ingresso della sede di Islamic Relief a Milano. L'attentato è stato rivendicato dal "Fronte Cristiano Combattente" che ha anche minacciato di morte il locale presidente, il signor Paolo Gonzaga ("Siamo il Fronte cristiano combattente, abbiamo distrutto la sede dell'Islamic Relief. Paolo Gonzaga e' stato condannato a morte da un tribunale cristiano").

L'attentato si può legare idealmente un raid fascista con il quale Forza Nuova ha coperto il quartiere "cinese" di insulti razzisti e di slogan molto "violenti" contro i nemici della nostra civilità (?). Ovviamente nessuno si è sognato di parlare di offrire protezione ai cinesi o di reprimere duramente comportamenti del genere. Intanto sui giornali continua la fiera del luogo comune sui "gialli".

E intanto sgomberano...
Approfittando del casino con i cinesi, a Milano hanno sgomberato la "Stecca degli Artigiani", un altro bel pezzetto dello sbrindellato tessuto urbano milanese verrà ristrutturato a maggior gloria dei costruttori lasciando con un palmo di naso una varia umanità, alla quale che non resta che il ricordo di una storia finita.

Doverosa precisazione ad uso degli ignoranti:

C'è stato anche chi ha scritto cose del tipo: "...nella Cina comunista e anche in quella comu-liberista una protesta simile sarebbe impensabile, verrebbe stroncata sul nascere." Pensieri vergati forse   cercando un comodo cerchiobottismo, prendendosela sia con i cinesi che con i bauscia. Peccato che in Cina l'anno scorso si siano verificate oltre 84.000 proteste violente, per niente stroncate sul nascere. L'ignoranza è una brutta bestia.


I Bauscia in guerra con la Cina
in Altrenotizie

Non è dato sapere se la guerra che Letizia Moratti ha dichiarato alla chinatown milanese trovi origine nella semplice strumentalizzazione dell’immigrato, già tristemente praticata dalle giunte milanesi, o da appetiti immobiliari non ancora usciti allo scoperto, ma è un dato certo che si sia arrivati ad una situazione che sarebbe stato meglio evitare per colpa di una buona dose di razzismo, malamente mascherato, dalle parti di Palazzo Marino. Quello che ha fatto più impressione in questi ultimi giorni è stato lo snocciolarsi della litania di luoghi comuni razzistici sui cinesi. Come se nulla fosse, sui principali media si sono visti e sentiti commenti che una persona normale si augurerebbe di non vedere mai diffusi. Alcuni rappresentanti della politica milanese, nell’occasione, hanno svuotato il truogolo della retorica razzista sul pubblico italiano, cercando il plauso degli stessi italioti che da anni cercano di spaventare con il timore delle invasioni straniere.

Milano, città con qualche milione di abitanti, è scesa in guerra contro qualche migliaio di cinesi, colpevoli di aver comprato e pagato case e negozi troppo in centro, troppo vicini tra loro. Colpevoli di essere stranieri in una città che si vorrebbe cosmopolita, ma che in realtà è governata da un’amministrazione inquinata da concetti razzisti, amica di speculatori e populisti che usano lo straniero per ottenere i voti della stessa gente che hanno contribuito ad impoverire. Invece ci viene raccontato che la zona di Via Paolo Sarpi è: “…un quartiere che potrebbe essere di lusso se non l'avessero accaparrato i cinesi con le loro attività essenzialmente illegali e lucrose. Hanno mandato via gli abitanti, vecchi pensionati milanesi per lo più. Minacciano e intimidiscono quei pochi che resistono.” Però nessun cinese è mai stato condannato per reati del genere e che le loro attività siano “essenzialmente illegali” non sembra affatto, visto che la pressione del comune ha prodotto solo multe. Molto rivelatore è il riferimento per il quale si tratta di attività “lucrose”. Lucro che se benedice un italiano ne dimostra le qualità, ma che nel caso dell’immigrato viene portato all’attenzione proprio per solleticare l’umanissima invidia degli italiani più poveri dei cinesi in questione.

Oggi il problema sono i cinesi, ieri e domani i musulmani. I musulmani “ci vogliono invadere”; poco importa che siano una minoranza tra gli stessi immigrati, secondo questi signori diventeranno milioni, figliando come conigli e mettendoci in minoranza. I cinesi in Italia sono ancora meno, ma non importa; i cinesi sono utili per indirizzare le frustrazioni dei milanesi impoveriti ed incanalarle nell’ennesima guerra tra poveri, utile a distrarre i cittadini dall’operato di chi veramente si arricchisce alle loro spalle. Anche i cinesi si moltiplicherebbero troppo velocemente, poco importa che due invasioni contemporanee non si siano mai viste nella storia.

Milano è una città governata da una giunta incline a lisciare il pelo alla propaganda xenofoba praticata senza alcun contrasto. Non i partiti “progressisti” e nemmeno la magistratura provano ad arginare questa deriva. Poco tempo fa un manipolo di gentaglia, condotta da consiglieri comunali della destra, ha dato vita ad un assalto ad un campo nomadi in allestimento ad Opera, appiccando il fuoco e distruggendo beni pubblici alla luce del sole e sotto gli occhi delle forze dell’ordine che non hanno reagito. Un’opera pubblica ridotta in cenere per motivi razzisti sotto gli occhi della polizia e della stampa.

La magistratura lombarda non ha ritenuto di perseguirli per il reato di incendio (che prevede pene severe) e si è limitata a capi d’imputazione minori; i politici lombardi non si sono scandalizzati e i media, locali e nazionali, hanno passato sottotraccia questo gravissimo reato. Con singolare distanza da una simile interpretazione del diritto, la stessa Procura ha chiesto pene severissime e misure cautelari imponenti per i protagonisti dei disordini dell’undici marzo dell’anno scorso, durante i quali ad essere bruciato era stato un motorino.

L’amministrazione meneghina invoca la legalità contro i cinesi, ma si tratta dell’ipocrita legalità asimmetrica di chi si nasconde dietro la domanda di giustizia. Non appartiene alla giustizia risolvere i problemi (qualsiasi problema) di convivenza cittadina perseguitando sistematicamente un gruppo sociale o nazionale. Non appartiene alla giustizia assediare con il blocchetto delle multe in mano questo o quello. Non appartiene alla giustizia riesumare regolamenti degli anni ’30 per colpire chi diversamente non potrebbe essere colpito. Non appartiene alla civiltà, della quale certi ipocriti si dicono portatori, decidere di trasformare una strada che vive di commerci in isola pedonale senza neppure consultare chi vi abita e chi ci lavora. Non appartiene alla nostra civiltà che un vigile urbano possa colpire una donna, un uomo, un cittadino, per quanto questi possa essere alterato, per quanto possa protestare per una multa che ritiene ingiusta, per quante parole offensive pronunci.

Questi comportamenti appartengono a chi fa un uso strumentale dei poteri che gli sono stati conferiti perché siano usati a favore della comunità; appartengono a pubblici ufficiali che sanno che certi comportamenti sono tollerati se tenuti nei confronti del “nemico” individuato dai politici di riferimento. Gli stessi comportamenti tenuti nei riguardi di commercianti italiani avrebbero dato lo stesso esito: la rivolta. Per questo non si è mai sentito di una commerciante italiana manganellata da un vigile urbano a causa di una lite per una multa.

In questi giorni contro i cinesi si sono sentite argomentazioni degne del Ku Klux Klan, ma soprattutto Milano ha mostrato i danni inferti da anni di leghismo e berlusconismo. Il nostro paese si dovrebbe scusare con l’ambasciatore cinese (elegantissimo nel chiedere “equilibrio” senza raccogliere lo sdegno che i fatti hanno suscitato in Cina) per le parole degli esponenti della Lega, di Alleanza Nazionale e per l’operato di donna Letizia. Il nostro paese dovrebbe anche interrogarsi sul come sia possibile che esista gente capace di andare in televisione ad accusare “i cinesi” di evadere le tasse (senza dimostrarlo) dopo aver teorizzato l’esistenza di un “diritto” a non pagarle quando sembrino troppo alte. Che gente sia questa che dopo aver sostenuto Cuffaro, dopo aver votato leggi contro la legge per cancellare i delitti dei propri amici, si scaglia con tanta veemenza contro i “crimini” dei cinesi.

Questa miseria non è altro che la conseguenza delle politiche di destra che hanno polarizzato la società italiana. L’aumento di ricchi e poveri (soprattutto di poveri) e la strage del ceto medio, la sparizione della borghesia (qualunque cosa sia) e l’avvento del pensiero unico iper-liberista, costringono la destra all’inevitabile passo successivo: quello per il quale occorre che chi subisce la spoliazione diriga la sua rabbia verso altri a lui simili, permettendo così agli arricchiti di non essere indicati come responsabili e impedendo che si discuta di modifiche nella distribuzione delle ricchezze o dei redditi. C’è da sperare che il governo si occupi della vicenda e che le giuste rimostranze della Cina inducano la Moratti a ripensare le politiche per la città. Milano negli ultimi anni è diventata la frontiera del neomedioevo italiano e non è un bel risultato per quella che una volta si credeva la capitale morale del paese.

Sarebbe interessante chiedersi fino a quando la società italiana sarà disposta a tollerare il rigurgito razzista lombardo, quando si stancherà di a pagare il prezzo di incidenti internazionali e del conseguente deteriorarsi dell’immagine nazionale, quando una nazione - che si ritiene culla di civiltà - smetterà di dare spettacoli indegni di sé e dei valori che dice di rappresentare.

p.s
A proposito di civiltà

Da motore di modernità a retroguardia clerico-fascista, Milano conserva in frigo da oltre due mesi tutti i prodotti degli aborti delle donne meneghine. Li conserva in fresco nelle camere mortuarie degli ospedali, dopo che la Regione ha deciso che “per rispetto agli esseri umani” (che poi sarebbero gli embrioni secondo Formigoni ) i prodotti degli aborti devono essere seppelliti, anche se si tratta di grumi cellulari di poche settimane. Alle madri decidere solo se vogliono una sepoltura individuale, una fossa comune, o se vogliono dar loro un nome. Il rispetto per questi “esseri umani” da parte della maggioranza lombarda è esattamente della stessa ipocrita natura di quel “rispetto per la legalità” invocato per sostenere i metodi inaccettabili usati contro i cinesi di Via Paolo Sarpi. Lo dimostra il fatto che tre mesi dopo aver istituito il funerale obbligatorio per i fetini, la giunta lombarda non abbia ancora trovato il tempo di redigere il regolamento necessario a farli passare dalle camere mortuarie alle tombe..

Quando i resti abortivi traboccheranno dai refrigeratori lombardi, forse qualcuno chiederà che razza di “rispetto” si sia assicurato ai feti con questa tragica buffonata, perché qualcuno si batta per definirli esseri umani e poi ne abbandoni in frigo i cadaveri.
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mercoledì, 14 febbraio 2007

Vespa horribilis


La puntata di Porta a Porta sui diari di Mussolini, andata in onda ieri sera, andrebbe proiettata nelle scuole come esempio del più deteriore revisionismo storico. Uno smaccato tentativo di santificare la figura del criminale fascista, malriuscito solo per incapacità dei chiamati a tale arduo compito. Pietosa la nipote che si esalta, squallido e poco convincente il pluri-inquisito Dell'Utri e inutilmente untuoso Vespa che si proclama rivelatore di verità nascoste alla gggente.

Un autogol anche le testimonianze, con i figli degli infoibati in imbarazzo, in particolare quando si è trattato di spiegare cosa facesse la "milizia" (fascista) nella quale il genitore "lavorava". Nelle foibe ci sono finiti anche molti innocenti, Vespa poteva fare qualche sforzo di più e trovare qualche voce meno imbarazzata.

E' abbastanza normale, per Vespa, che una trasmissione sui diari di Mussolini sia costruita sulle colpe dei comunisti jugoslavi e non contenga neanche un servizio sui crimini fascisti. Niente sullo squadrismo, niente sull'ascesa al potere e sulla dittatura, niente sul fascismo, niente sui massacri coloniali, niente su quelli in Yugoslavia, niente sui deportati, niente sugli eccidi, niente sulle leggi razziali.

La Risiera di S. Sabba? Se ne è parlato in abbondanza, delle foibe no; questa la risposta dell'equilibrato conduttore, impegnato ad ipnotizzare la camera pronunciando foibe tre volte e agitando le mani come Silvan, dopo che più uno sventurato ospite aveva accennato alle colpe del fascismo e detto che i diari, semmai, confermano ed aggravano le responsabilità mussoliniane.

Niente, per Vespa il pelatone era "un raffinatissimo giornalista".
Aspettiamo solo la prossima puntata, nella quale ci racconterà che ad accorrere in Piazzale Loreto per essere sicuri della morte del raffinatissimo giornalista non furono i milanesi finalmente liberati dal fascismo, ma un'orda di barbari comunisti contrari alla libertà d'opinione.

Aggiornamento 17/02:


I diari si sono rivelati una patacca, già conosciuti come tali in passato. Nessun notizia da Dell'Utri, Mussolini e Vespa.
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domenica, 11 febbraio 2007

Ricordiamo i colpevoli nella giornata delle foibe.

Fa impressione udire le parole di Napolitano, eppure lui c'era. Fa impressione vedere un paese che si ricorda vittima delle foibe ed un presidente che parla di congiura del silenzio sulle foibe. Napolitano finge di dimenticare che il silenzio sulle foibe è servito a mantenere il silenzio sui lager fascisti in Jugoslavia, sulla italianizzazione forzata, su stupri e pulizia etnica commessi dagli italiani in quantità industriale per anni.

Centinaia di migliaia di persone passate nei lager italiani, quasi tutte morte, o uccise con i familiari davanti o dentro casa, 1700 criminali di guerra italiani che erano sulle liste degli alleati, mai processati, immediatamente dimenticati, alcuni già arruolati come funzionari nel primo governo repubblicano.
Per questi insignificanti dettagli abbiamo sempre "dimenticato" le foibe, una tragedia, ma infinitamente conveniente da dimenticare.
Oggi quelli che "ricordano" le foibe senza ricordare i "nostri" lager (l'esistenza dei quali peraltro è documentatissima) fanno un'opera di miserabile revisionismo storico. Che il Presidente della Repubblica partecipi con tale slancio e tanta ipocrisia fa cadere le braccia.

Come dimenticare le considerazioni fatte all'epoca dal Conte Zoppi, segretario generale della Farnesina?

«NON sembra che la Jugoslavia potrebbe sentirsi soddisfatta da sentenze assolutorie (...), soprattutto ove si tenga conto del fatto che la natura delle accuse da essa formulate è tale che gli imputati, a norma delle leggi iugoslave, sono passibili quasi tutti della pena di morte. (...).
«I processi si svolgerebbero - se fatti ora - contemporaneamente a quelli contro i presunti criminali di guerra tedeschi che stanno per iniziarsi da parte dei Tribunali militari italiani. E poiché le accuse che noi facciamo ai tedeschi sono analoghe a quelle che gli jugoslavi muovono contro gli imputati italiani, si creerebbe una situazione alquanto imbarazzante (...).
«In queste condizioni sarebbe opportuno mantenere atteggiamento temporeggiante evitando di rispondere alla Jugoslavia sulle richieste singole e cercando di impostare sempre più il problema... nel senso che il giudizio debba essere deferito ai Tribunali italiani, pur cercando di fare in modo che tali giudizi possano svolgersi in condizione di tempo e di ambiente meno suscettibili di inconvenienti d'ordine sia interno che internazionale».

Come dimenticare che quei processi non si tennero mai?

Come ignorare che: " Migliaia di cittadini italiani sono stati rinchiusi per il solo fatto di essere di lingua-madre slovena o croata. Altre migliaia giunsero in quei campi deportati dai territori sloveni annessi dall’Italia e dalla Dalmazia.
Il tasso di mortalità di quei campi, in particolare di Arbe e di Gonars, non consente a nessuno di definirli semplici luoghi di detenzione. 
Quei campi sono stati l’esito finale di un processo di genocidio culturale: venne cancellato il diritto all’istruzione nella propria lingua-madre (1923), furono chiusi tutti i circoli culturali e sociali sloveni della Venezia Giulia, si avviò l'italianizzazione ’ forzata di 2047 cognomi a partire dal 1927, cui si aggiunsero centinaia di altri cognomi italianizzati “su richiesta degli interessati”.
Tra il 1927 ed il 1943 il Tribunale speciale per la difesa dello Stato celebrò 131 processi contro 544 imputati sloveni e croati, 10 dei quali vennero condannati a morte e fucilati prima della seconda guerra mondiale." ?