19 Luglio 1992 : Una strage di stato
Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.
Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’ indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio.
Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di sé, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese.
Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito.
Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantrieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia.
I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il suo assassinio, sono state oggetto di una “Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo” da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia (relatore on. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli “superiori”, hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione.
Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della “necessità” di eliminarlo con una rapidità definita “anomala” dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’agenda rossa.
Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone “mafia-appalti” che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.
Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto.
Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia.
Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia.
A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento.
E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’ industrializzazione rispetto al resto del paese.
A seguire con il “papello” contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta.
A seguire, infine, con l’individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti “storici”.
Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico.
Come possono allora chiamarsi “deviati” e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei “Servizi” che, per “silenzio-assenso” del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti “nemici” nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come “nemici”, “comunisti” e “braccio armato” della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi poltici.
Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto “pretendere” dallo stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da “questo” Stato, dal quale ho respinto “l’indennizzo” che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi.
Gli stessi silenzi, lo stesso “muro di gomma”, che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, mai i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’altro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile.
Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perché da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di “capi mandamento” che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia.
Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano).
Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migiore della ipotesi , di essere dei “professionisti dell’antimafia” o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come “nemici” o come “braccio armato della magistratura” .
Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace.
Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palermo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio.
Eppure nella stessa via, al n.68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio: “è arrivato in città il carico di tritolo per me”.
A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che “Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre” : infatti vi si recava appena almeno tre volte alla settimana!
La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: “Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio” .
Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio.
Chiedo alla Procura di Caltanissetta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio: eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del dott.Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento.
Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi.
Per un’altra archivazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale.
Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte.
Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte.
O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Poliza dott. Parisi e il dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente
Altrimenti, grazie alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo.
E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio.
Salvatore Borsellino
Milano, 15 Luglio 2007
La lettera che il signor Claudio Poverini ha inviato a Repubblica dicendosi spaventato delle sue pulsioni razziste non giunge inaspettata a chi osservi la società italiana, e quella globalizzata più in generale, usando la razionalità ed evitando di farsi distrarre dai troppi strumenti che presiedono la creazione dell’immaginario collettivo in questo inizio secolo.
La prima cosa che verrebbe da spiegare a Poverini e a quanti si sentono nella sua condizione è che il problema principale sta proprio nelle fonti d’informazione dalle quali si fa servire. Poverini si sente di sinistra ed informato da persone di sinistra perché legge Repubblica e guarda Ballarò e Matrix, ritenendo che questo sforzo sia necessario e sufficiente a farsi un’idea del mondo.
Il grosso problema di Poverini è che questo non è vero; Repubblica e le due trasmissioni non sono solamente organi di informazioni, sono prima di tutto prodotti editoriali; la loro prima funzione non è quella di fornire una informazione libera e corretta (free & fair), ma quella di confezionare un prodotto editoriale vendibile; la loro seconda funzione (a volte la prima) è quella di soddisfare le contingenze politiche dell’editore di riferimento.
Così capita che Repubblica nasconda completamente l’esistenza di una guerra francese in Ciad e Repubblica Centrafricana che sta provocando effetti simili alla pulizia etnica che si consumò nel silenzio generale nel 2003 in Darfur o che dimentichi di riferire di quello che lo stesso garante della privacy ha definito “un caso clamoroso di spionaggio”, ovvero lo scandalo SWIFT, che ha portato alla luce come tutte le transazioni bancarie mondiali (quindi anche italiane) finiscano nei database americani con la scusa della War on Terror. Non sono che due esempi tra molti che potrei porgere all’attenzione di Poverini e di quanti condividano il suo momento. Allo stesso modo Ballarò è solo una passerella di politici litigiosi e Matrix fa onore al suo nome inscenando fiction non meno raccapriccianti di quelle che mette insieme Vespa intitolando: “Cogne: è stato uno zoccolo o un mestolo?”
Non è facile spiegare ai Poverini perché questo accada, anche se la spiegazione è abbastanza semplice, perché l’infosfera italiana (ma non solo) da tempo ha costruito immaginari completamente scollati dalla realtà e dai fatti; gli effetti di questo scollamento, come le paure stesse di Poverini testimoniano, sono ormai di lungo periodo e sedimentati nella popolazione. Gli immaginari veicolati dai media sono la risultante di spinte diverse: l’attenzione all’audience (quindi alla vendibilità del prodotto), l’attenzione al dante causa (quindi l’editore) e alle sue necessità politiche e l’attenzione a non uscire dal sistema con narrazioni sconvenienti allo stesso. Perché sarebbe indubbiamente sconveniente per le classi dirigenti che i Poverini identificassero in alto il nemico che erroneamente credono di vedere in basso.
Per riportare Poverini alla realtà basterebbe citare alcuni dati, dai quali si evince che gli stranieri che lo spaventano tanto in realtà delinquono esattamente come gli italiani quando siano regolarizzati. Altre statistiche ci dicono che nel nostro paese la criminalità non è un problema più rilevante di quanto non lo sia nella maggior parte dei paesi d’Europa. Lo stesso si può dire della sanità, ai vertici nel mondo per i risultati reali ottenuti, quanto quotidianamente messa alla berlina dagli organi d’informazione che gridano alla “malasanità”. Altre statistiche ancora ci dimostrano che i delitti commessi da stranieri godono di straordinaria pubblicità, mentre quelli commessi da italiani scivolano nella cronaca come se niente fosse. Senza ricorrere alle statistiche, chiunque è in grado di capire come giri la giostra analizzando due recenti fatti di cronaca. L’uccisione a mezzo di un ombrello di una ragazza nel corso di una lite ha prodotto decine di ore di informazione che hanno esibito l’odio popolare contro lo straniero, incluse le barbare richiesta di vendetta (non giustizia) di parenti e amici della vittima. L’uccisione di una bambina polacca da parte di un italiano a colpi di pistola è stata presentata come accidentale, nonostante sia avvenuta perché l’assassino ha esploso più colpi con intento assassino verso la casa nella quale si trovava la bambina. Un delitto preterintenzionale diventa la dimostrazione di una genia cattiva nel caso dello straniero e a parti invertite un omicidio volontario diventa una disgrazia, mentre si intervistano gli amici dell’assassino che certificano quanto fosse buono. Forse Poverini andando indietro con la mente potrebbe accorgersi che i cattivi rumeni interpretano il ruolo che fu dei cattivi albanesi e capire che come gli albanesi non si sono rivelati una minaccia, così anche i rumeni siano prima di tutto vittime di una campagna di stampa.
Questi dati e queste considerazioni di solito non raggiungono i tanti Poverini colti da un’ansia più che naturale in quanto sono bombardati notte e giorno da notizie su una “emergenza” criminale che non c’è, visto che anche i dati tendenziali sulla criminalità più in generale sono stabili o in calo da anni. Non sarebbe difficile per i Poverini comprendere che i clandestini che lo inquietano tanto non sono altro che le vittime di un sistema di distribuzione della ricchezza che vengono a bussare alla porta del mondo ricco. Ma qualcuno ha interesse che i Poverini si accapiglino con i poveretti; cui prodest la guerra tra poveri?
Per capire il momento suggerisco a Poverini (che fortunatamente è tra pochi lettori rimasti nel paese) due testi. “La ribellione delle elite - il tradimento della democrazia”, di Christopher Lasch e “Il pianeta degli Slum”. Di Mike Davis. Se nel secondo troverà di che inquietarsi, nel primo scoprirà che accanirsi contro i migranti, fossero pure clandestini, è fare il gioco degli stessi che gli stanno rovinando la vita senza che nessuno si sia degnato di informarlo.
Mike Davis (una suaintervista molto esemplificativa è reperibile qui) riprende lo studio ONU sulle città e sui flussi demografici, uno studio che ci racconta come, in assenza di radicali cambiamenti, il futuro del mondo è fatto di città nelle quali i ricchi saranno assediati dalle plebi cenciose in gran numero. Un mondo diviso in enclave chiuse e fortificate e immense periferie più simili a baraccopoli che a quartieri-modello. Un mondo molto più aspro da vivere per i Poverini che si troveranno dal lato sbagliato di questi muri. Non si tratta di esercizi da Cassandra, ma di una mole enorme di dati che indica a chi voglia vederla una tendenza già in atto da qualche decennio e, rebus sic stantibus, inarrestabile. Il fenomeno è simile a quello che ha caratterizzato il dibattito sul riscaldamento globale: i dati sono a disposizione, il pericolo è attuale, imminente ed identificato, ma i media funzionali al sistema tratteranno da dementi Cassandre quanti cerchino di attirare l’attenzione dei Poverini sul punto; almeno fino a che la catastrofe busserà alle nostre vite divenendo impossibile da nascondere. Come accade oggi per il global warming il sistema cercherà di inquinare il dibattito proponendo palliativi e finte soluzioni che abbiano il pregio di mantenere la situazione anche se ormai è universalmente riconosciuto quanto sia insostenibile.
Poverini è solo all’inizio del suo spavento.
Lasch invece ci spiegava, ormai parecchi anni fa, che la democrazia è stata tradita dall'elite. Una considerazione che Poverini può riscontrare osservando cosa sia nel nostro paese la politica e quale sia la qualità della classe dirigente; l’antica saggezza popolare ci dice che il pesce puzza dalla testa, mai come in questo caso il motto corrisponde alla realtà. L’odierna creazione e distribuzione della ricchezza è operata da un’economia che è definita economia di rischio, le elite sono quanti sono in grado di influire e decidere sulla distribuzione di questo rischio. Poverini si sarà accorto che il rischio per quelli come lui è alto, mentre è bassissimo per i Tanzi, i Berlusconi o quanti siano ammessi nelle più diverse stanze dei bottoni. Lo stesso vale per il rischio di incorrere in sanzioni della legge, fenomeno che spiega perché Poverini si senta ad essa sottoposto e anche perché le galere si riempiano di poveri e di deboli. Non è questione di buonismo o di dare “comprensione o giustificazioni a chi delinque perché è povero, ma di leggere la realtà com’è, e non la robaccia che ci presentano per nasconderne l’olezzo.
Forse a questo punto Poverini potrebbe considerare che le galere sono piene di migranti non perché siano più inclini al crimine, ma semplicemente perché sono i più esposti ai rigori della legalità e anche perché per circostanze intrinseche non possono godere di benefici come gli arresti domiciliari (mancando di domicilio) o essendo loro riconosciuto invariabilmente quel “pericolo di fuga” che è molto meno elevato per i titolari di una situazione stabile, di una famiglia, di una casa etc.
Quello che Lasch ci fa notare è che le elite si sono ribellate alla democrazia e se ne sono chiamate fuori, decidendo la ripartizione del rischio in modi e luoghi molto lontani dalla democrazia e ovviamente a loro esclusivo vantaggio. Conseguenza più che ovvia è stata la creazione di nuovi ricchi al prezzo dell’impoverimento di milioni di persone. La globalizzazione gestita dalle elite ribelli ha significato un aumento perentorio delle ineguaglianze su scala mondiale. Il quasi contemporaneo crollo del blocco comunista ha favorito questa polarizzazione distributiva, ma anche la sparizione dall’orizzonte di qualsiasi alternativa (per quanto discutibile) all’esistente, determinando di conseguenza la sparizione delle grandi narrazioni che negli ultimi due secoli avevano portato al superamento delle tirannie e all’avvento delle democrazie parlamentari; determinando allo stesso tempo il crollo di quell’invisibile barriera all’avidità e alle prepotenze più clamorose rappresentata dall’esistenza del babau comunista che, per quanto incapace di offrire di meglio, contribuiva con la sua sola presenza a mitigare certe pretese, allora impronunciabili, oggi completamente sdoganate.
Poverini e quanti si sentano come lui avranno buon gioco nel notare che nessuno parla più di uguaglianza, di equa distribuzione dei redditi e delle risorse, di giustizia sociale, ma se saranno attenti si accorgeranno anche che, nel passaggio del secolo, sono spariti completamente dal narrato anche i movimenti di emancipazione e di liberazione nazionale, quasi tutti ormai omologati e messi all’indice dopo che è stata applicata loro la comoda etichetta di “terrorismo”. Oggi sono terroristi tutti quanti si oppongano al potere costituito o tutti quanti critichino il sistema vigente, tutti. Sono terroristi anche quanti combattano le dittature (tutte o quasi invariabilmente arruolate nella War on Terror), anche se si tratta di dittature sanguinarie ed impresentabili.
Poverini avrebbe buon gioco anche a notare la sparizione dei dittatori delle dittature, perché se è vero che ci vengono indicati fior di paesi canaglia (di solito quelli ostili ai disegni dell’elite globalizzata) verso i quali rivolgere il nostro sdegno, è altrettanto vero che esistono ancora decine di paesi sottoposti a dittature sanguinarie quanto rapinose; dittature che essendo però integrate nel club elitarista e a questo funzionale diventano trasparenti per le opinioni pubbliche occidentali. La prova del nove è molto semplice, basta controllare quante volte criminali come Deby, Obiang, Zenawi, Bozize, Karimov, Contè, Musharraf ed altri leader più noti per la loro efferatezza che per i risultati conseguiti siano raccontati e le loro gesta stigmatizzate. Anche Gheddafi, che a pochi chilometri dalle nostre coste aveva avviato un programma atomico uguale a quello iraniano (fornito anche questo dal Pakistan) senza che nessuno nel nostro paese ne abbia neppure parlato, approfitta dell’opacità informativa garantita dal mainstream globalizzato agli integrati, per godersi una serena vecchiaia. Quando i cittadini di questi paesi bussano alla nostra porta, ci infastidiscono, probabilmente perché nessuno ci ha spiegato quanta della loro miseria sia funzionale all’arricchimento di qualche furbetto del quartierino appena più sanguinario dei nostri.
Il problema, di non facile soluzione, è che anche persone istruite ed educate come Poverini non riescono a sottrarsi all’arruolamento forzoso nella guerra tra poveri. Il trasferimento del rischio sulle spalle dei Poverini (ma anche sui marines impegnati a portare la democrazia in Iraq, ad esempio) ne determina l’impoverimento e l’esposizione a tutte le tensioni che un tale stravolgimento della democrazia comporta, ma i Poverini sono oggi privati dei mezzi per rendersene conto e ancora di più del potere di porvi rimedio.
Inutile dire che nella guerra tra i Poverini e i miliardi di poveri litiganti, a godere è il terzo, che incidentalmente coincide con chi ha deciso la ripartizione del rischio assegnandosene i benefici. A difendere poveri e Poverini non ci sono più partiti di massa intitolati al raggiungimento di maggiore uguaglianza o giustizia sociale, ma solo comitati d’affari che aspirano ad essere riconosciuti tra le elite per sedersi a tavola senza troppo preoccuparsi di chi vive in cucina o nelle baracche.
Va da sé che il consiglio ai Poverini sia quello di informarsi meglio sul mondo, rendendosi conto che Repubblica, Ballarò e Matrix non possono bastare a dirsi informati, ma che semmai sono proprio gli strumenti attraverso i quali le elite costruiscono l’italica Matrix, vivendo nella quale ai Poverini viene da credere che il loro nemico siano i poveretti. Solo informandosi meglio i Poverini scopriranno quando è profonda la tana del Bianconiglio.

Una simpatica rassegna di opinioni di cattolici e non sul Fronte Cristiano Combattente . L'angelico, lo svicolone, è colpa degli islamici, è perchè gli immigrati non si integrano, è strategia della tensione, sono i poteri forti. Alcune delle opinioni espresse integrano a loro volta diversi reati. Infine un documentario trasmesso da BBC sullo scandalo delle omertose coperture vaticane offerte ai sacerdoti pedofili, ovviamente mai trasmesso in Italia
-----------------------------------------------------------
Nel nostro paese il cattolicesimo è in caduta libera da anni, l'evidente crisi di vocazioni è lo specchio fedele del declino della presa della chiesa cattolica sulla popolazione italiana. Gli italiani non vogliono più fare i preti e in misura corrispondente non vogliono sentire il prete, tranne nelle grandi occasioni quali matrimoni e funerali, probabilmente perché morire laicamente o sposarsi in comune rende le cerimonie meno solenni e perché il richiamo della tradizione resta forte; in quelle occasioni molti italiani, che non vivono secondo i precetti di Santa Romana Chiesa, compiono gli stessi riti che hanno vissuto i loro padri ed i padri dei loro padri.
Il ridimensionamento dell'influenza cattolica non è passato senza conseguenze all'interno della comunità dei fedeli, nella quale il peso specifico del cattolicesimo progressista è quasi evaporato, lasciando spazio ad un rumoroso protagonismo della destra cattolica che ha radicalizzato di conseguenza il cattolicesimo italiano.
Risulta evidente anche agli osservatori più distratti che la traslazione verso una dottrina ed atteggiamenti che riportano l'orologio della storia della chiesa indietro nella storia, sono stati fortemente voluti e cercati dalle gerarchie romane. Questa restaurazione è partita fin dal crollo del muro di Berlino, ma è rimasta sottotraccia fino allo spirare di Woityla, la retorica del quale sarebbe apparsa in stridente contrasto con le odierne linee-guida del cattolicesimo. Gran parte del discutibile merito di questa restaurazione è sicuramente da ascrivere all'odierno Papa Ratzinger il quale, mentre Woityla interpretava un cattolicesimo di maggior fascino quanto poco attento alle cose vaticane, poneva le basi della sua elezione e consolidava la sua predicazione all'ombra del Papa polacco; se ne è occupato lui con dedizione e precisione tedesca delle cose vaticane. Con gli stessi tempi ed una evoluzione simile si è scatenata la destra cristiana americana, spiegando le sue ali definitivamente dopo l'elezione di Bush.
L'avvento del papato del pastore tedesco ci ha consegnato e allo stesso tempo rivelato una Chiesa completamente trasformata, che prescrive la messa in latino e da sfogo alle peggiori pulsioni che possano covare all'interno di un movimento religioso, prima fra tutte l'intolleranza verso l'infedele ed i suoi comportamenti. Il cambio di linea ai vertici e l'indubbio e vistoso successo dei Teo-con americani hanno slegato i cani e liberato molti da quel pudore salutare che, per decenni, aveva impedito che certe frasi potessero essere pronunciate in pubblico, senza suscitare scandalo la pubblica riprovazione. L'avvento di Berlusconi, la sua guerra all'intelligenza, le profonde trasformazioni culturali che ha indotto attraverso i media, hanno indubbiamente spianato molti ostacoli e facilitato il percorso alle pantofole del neopapa e alla variopinta corte che lo segue ringhiante. Se la superficie retorica continua ad essere cosparsa di richiami all'amore, la realtà della predicazione papale è fatta oggi di prescrizioni severe e di richiami all'osservanza della dottrina.
L'ingresso nella politica della sfrontatezza berlusconiana ha definitivamente sdoganato anche nel nostro paese la possibilità per chiunque di proclamare le più clamorose stronzate (vedi Frankfurt) e di trovare un seguito devoto fidando sulla diffusa ignoranza. Ignoranza peraltro incoraggiata perché funzionale ad un sistema che non tiene in nessun conto la crescita morale dell'essere umano, per non parlare dei suoi diritti. Condizione nella quale storicamente le religioni, e più in particolare i cleri, hanno saputo sistemarsi confortevolmente e prosperare per secoli. Incidentalmente giova ricordare che questa sinergia tra un potere alieno alle masse e il clero integrato nel sistema politico-economico, ha sempre generato oscurantismo e contrastato il progresso sociale.
Copiando il modello di successo adottato dalle chiese americane, la Chiesa cattolica ha capito che nel sistema iper-liberista, nel quale i temi della giustizia sociale e dei diritti umani e di quelli civili non sono presi in considerazione se non strumentalmente, si può partecipare e conseguire una quota azionaria di controllo della politica di un paese-nazione, esattamente come si può governare una grossa multinazionale senza possederne la maggioranza azionaria; teorema peraltro confermato da molti paesi tormentati da un certo clero islamico.
Condizioni fondanti per ottenere questo tipo di controllo sono il poter disporre di una massa di voti sufficiente ampia, saperla impiegare spregiudicatamente per minare l'impianto legislativo democratico a proprio vantaggio; per fare questo è necessario avere il controllo assoluto dei fedeli mobilitabili e sedurli con una retorica di forte impatto in modo che diventino insensibili alle incongruenze e alle giravolte da politicanti. Così nel nostro paese, in pochi anni, i cattolici sono riusciti ad assumere posizioni di controllo nei due assembramenti del buffo bipolarismo italiano e a fondare pure un terzo polo di centro.
Il prezzo di questo simpatico attivismo tonacale è stato un robusto contributo all'imbarbarimento della società italiana. Pensare che l'Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana abbia ospitato gli articoli di personaggi come Maurizio Blondet, o che le idee di Socci e dell'ultima Fallaci abbiano un seguito robusto e si traducano in provvedimenti legislativi sostenuti dai politici cattolici è abbastanza inquietante, ma purtroppo è anche tremendamente reale. Si tratta semplicemente di populismo, quello stesso populismo che la Chiesa non aveva saputo arginare in epoca fascista e che continua ad appartenerle.
Grazie a questa simpatica congrega cattolica (che non esita a dirsi Kattolica con la kappa e stanca del politically correct) dobbiamo sopportare che milioni di tossicofili siano discriminati ed imprigionati da decenni inutilmente ed ingiustamente; così come ci tocca udire vere e proprie aggressioni contro gli omosessuali. Si può aggiungere che, come negli Usa e nel terzo mondo piagato i programmi anti-aids sono frustrati dal divieto di finanziare le siringhe e dall'obbligo di destinare un terzo del budget alla predicazione dell'astinenza, similmente nel nostro paese sono sparite le campagne che invitavano all'uso del preservativo, mentre il governo precedente ci ha pure accollato l'assunzione a tempo indeterminato di decine di migliaia di insegnanti di religione scelti dai vescovi; il Vaticano ha saputo aver ragione anche del blocco delle assunzioni. La questione dei DICO è buffamente minimale rispetto ai danni che stanno facendo e hanno fatto i Kattolici nel nostro paese negli ultimi anni.
Conseguenza accessoria quanto prevedibile è stata la compressione dei diritti delle donne in particolare, con un poderoso impegno della Chiesa ad ingerire nella sfera delle libertà individuali attraverso la promozione di provvedimenti legislativi che trovano sintonia con la religione, ma che spesso fanno orrore alla ragione. Non potrebbe essere diversamente, la ricordata promozione dell'ignoranza passa anche attraverso l'atteggiamento anti-scientifico, l'apparizione dei creazionisti non è stata solo folcloristica. Abbiamo addirittura goduto dell'incredibile esplosione dell'anticomunismo, che dal 1994 in poi (cinque anni dopo la caduta del muro di Berlino) è diventato moneta corrente della propaganda Kattolica, un caso che ha trovato imitazione solo nelle Filippine, dove gli islamici non fanno abbastanza paura.
L'anticomunismo senza comunisti è appunto come l'ostilità all'Islam cattivo, nella quale i Teo-con hanno trovato un'altra immagine ideale per coalizzare il gregge radicalizzato dopo la scomparsa del babau sovietico. C'è qualcuno la fuori che ci vuole sparare, conquistare e sicuramente vuole anche stuprare le nostre donne, poco importa che la NATO sia militarmente inattaccabile e che gli Stati Uniti siano attualmente (in realtà fin dalla loro fondazione) all'attacco militare in un numero impressionante di paesi. Sono gli altri che aggrediscono, ci vogliono conquistare, ci minacciano.
L'ottusità e la fondamentale ipocrisia propagandistica ( in perfetto stile Wanna Marchi) di questi Kattolici si concreta in veri e propri orrori quando si insinua tra le gambe delle donne. Si insinua ipocriticatemente dicendo che altre religioni e altri cleri fanno di fanno peggio, come il ladro che si difende indicando l'assassino. Maschi, spesso anziani, ancora più spesso dotati di una visione del ruolo della donna nella società molto datata e fondamentalmente misogina, possono fare e fanno danni gravissimi. Chiunque dovrebbe avere presente il pateracchio di legge sulla fecondazione assistita che dobbiamo alle ingerenze di quelli secondo i quali l'embrione è un essere umano. Il limite dei tre embrioni, che peggiora la tecnica fecondativa, sacrifica comunque due dei tre esseri umani, quelli dai quali non nascerà niente. Il divieto della eterologa è fondato esclusivamente su un precetto religioso; l'ipocrisia è evidente, in nome della sacralità della vita si approva una legge che uccide due "esseri umani" su tre concepiti.
A tali stronzate hanno ceduto anche e soprattutto le donne, che da sole sarebbero maggioranza elettorale, ma che scontano ancora oggi condizioni di vita che limitano la forza che potrebbero esprimere come blocco sociale. Tipicamente ideale e androcentrica è la concezione della famiglia espressa dall'anziano clero. L'introduzione di una legge sulle unioni civili non minaccia la famiglia, minaccia l'immagine di famiglia eterna ed immutabile che un gruppo di uomini anziani vorrebbe imporre a tutta la società, esattamente come i peggiori mullah. Il Family Day, la giornata della famiglia al netto del marketing, non è altro che una manifestazione in difesa di una famiglia che non c’è più fin dai tempi dell’introduzione del divorzio, quella degli uomini e delle donne uniti “finché morte non li separi” che piace tanto Provenzano, più una famigghia che una famiglia.
Se si può dichiarare che la strage del secolo è quella degli aborti, se si considerano omicidi quasi tutte le pratiche contraccettive, anche la Shoà e le due guerre mondiali impallidiscono di fronte a centinaia di milioni di morti; c'è chi dice a chiare lettere che tutte le guerre del secolo scorso sono state meno assassine della strage degli embrioni, si chiama Socci e non risulta che dal Vaticano gli abbiano dato dell'imbecille, anche se va proclamandolo in convegni e media cattolici. In effetti una donna che scelga di mettere la spirale potrebbe uccidere un paio di centinaia di figli nel corso della sua vita, così come si potrebbe dire che ogni donna porta sulla sua coscienza numerosi morti, tutti gli embrioni ai quali non è riuscita a dare la luce. Per gente del genere indubbiamente un'assassina, per chi non riesce a condividere il particolare punto di vista, sembrano farneticazioni etiliche.
Su questa scia, per rispettare l'essere umano e non dandosi alcuna pena per le donne coinvolte, la Regione Lombardia ha stabilito che a tutti gli embrioni rimossi da uteri per qualsiasi causa negli ospedali della regione, sia garantita una tomba, volendo anche un nome; dimenticando però di disporre i dettagli con i quali completare il destino dei prodotti del concepimento. Così in Lombardia per ora tengono feti, fetini e grumi cellulari in frigo, separati uno per uno in appositi sacchetti o Tupperware, in attesa che le bestie che hanno approvato la sepoltura dei resti abortivi si decidano a completare l'opera regolamentare. Sepoltura che, introduce nella pratica un rito e una burocrazia funebre che vanno a prima di tutto a turbare le donne che abortiscono, alle quali la Regione chiede se per il fetino vogliono una tomba individuale, una fossa comune e se vogliono dargli un nome; anche per i feti sotto le venti settimane (in precedenza la sepoltura doveva essere chiesta dalla madre, e solo per i feti oltre le venti settimane).
Questi orrori non accadono a caso e sono lesioni serie della dignità umana, in questo caso di quella delle donne. Su questa scia è evidente che esiste anche un robusto fenomeno di intimidazione verso i medici abortisti; In curiosa controtendenza con il calo delle vocazioni e dei fedeli, è aumentato esponenzialmente il numero dei medici obiettori di coscienza che rifiutano di praticare aborti (almeno in pubblico) avendo ben presente che per chi pratica gli aborti le altre prospettive professionali tendono a chiudersi. La Chiesa ha grandissimi interessi economici e influenze nel settore sanitario. In certe regioni trovare un medico non obiettore è molto più difficile che trovare uno scienziato nucleare. Vale per la Sicilia, ma la Lombardia che con la legge sui fetini ha istituito anche un apposito registro dello stato civile nel quale conserva i nomi delle madri, dei padri e dei fetini, un sistema di intimidazione non meno incivile.
Un sciatteria che denuncia la strumentalità di questi provvedimenti inutili e buzzurri, con l'ignoranza anche il trash si fa largo nella società, portato a spalla da porporati di altri tempi. C'è il cardinale che dice che gli omosessuali sono malati, quello che li mette sullo stesso piano dei pedofili, c'è quello che vuole curare i drogati rinchiudendoli, quello che reclama l'imposizione per legge della morale oggettiva, intendendo con l'accostamento ardito di queste due parole, la morale ipocrita e balzana di una Chiesa arcaica che sembrava essere stata sconfitta dall'affermarsi del cattolicesimo post-conciliare.
Una Chiesa sempre più lontana da molti dei propri fedeli e dal clero di frontiera, quello che vive le realtà urbane e reali, distanti anni luce dalle stanze nelle quali si impostano le strategie vaticane. Il pastore tedesco e la sua muta di tonache nere si stanno ancora una volta rendendo complici dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, propagandisti della differenza, orgogliosi sedicenti portatori di civiltà, sponsor dell'ignoranza e dell'oscurantismo. Questi Kattolici sono molto più pericolosi per la nostra civiltà di quanto non lo siano gli islamici, se non altro perché i Cattolici hanno già dimostrato di poter distruggere le conquiste sociali della modernità e anche di voler sabotare e delegittimare il pensiero scientifico, rallentandone il cammino verso la conoscenza e l'evoluzione sociale, ma soprattutto perché i cattolici sono già qui e "ci" hanno già fatto danni enormi, diversamente dai feroci saladini che fanno danni ben lontani dai confini dell'Occidente. Facile è farsi Savonarola e coprirli di contumelie, meno facile è contrastare efficacemente il loro dilagare incontrastato ad incancrenire le istituzioni e l'architettura legislativa repubblicana.
I Kattolici ormai hanno significative quote di controllo in tutte le formazioni politiche e nessuna di quelle in campo sembra avere l'autorità morale e ancora meno l'interesse a mettere un freno a questa spirale di distruzione. Il personale politico professionalizzato che si è "messo in proprio", punta esclusivamente alla rielezione, obiettivo per il quale il supporto e le entrature che può disporre la Chiesa sono merce preziosa. La ribellione cattolica interna si riesce appena ad intravedere, ma ha poca stampa; è previsto un raduno promosso da numerose associazioni cattoliche proprio contro i “cattolici con la kappa” e il loro Family day, non lo sa nessuno. Al contrario si rafforzano le posizioni degli estremisti e degli impresentabili, se provate criticare la Chiesa vi diranno che "il papa non si può giudicare" o che la Chiesa in verità è sotto attacco da parte dell'Islam, che il pensiero del Papa è oscurato o travisato (?) e che la Chiesa ha il dovere di salvare la società dalla decadenza morale; difficile ricevere in cambio riflessioni che superino il livello della difesa sincopata o poter avere confronti sul merito. Il livello delle riflessioni è elementare, spesso l'errore nelle formulazioni è evidente, come quando Benedetto XVI dice che l'evoluzionismo non è dimostrabile e che quindi sarebbe più plausibile la teoria del Disegno Intelligente. Sfugge forse ai cattolici che per l'esistenza di un Dio fuochista del Big Bang ci sono molte meno prove di quante non dimostrino l'esistenza di una evoluzione della vita sul nostro pianeta, teoria che non prevede uomini nati dal fango e dal soffio divino e donne create per assecondarlo.
Difficilmente si potrà ormai superare il livello di allucinazione delle polemiche sollevate per alcune dichiarazioni dal palco del concertone romano del primo maggio, con l'Osservatore Romano che definisce "terrorismo" un'opinione simile ad altre che ho appena espresso. Rivera dice che non si spiega perchè la Chiesa abbia negato i funerali a Giorgio Welby e li abbia concessi a personaggi come Augusto Pinochet o Francisco Franco e la cosa lo disturba. Osservazione già echeggiata senza sollevare scandalo e senza ricevere risposta. Il fatto che il giornale vaticano sia stato poi sconfessato dallo stesso portavoce del Papa, che ha colto l'autolesionismo di una tale esagerazione, dimostra senza dubbio l'enorme livello di strumentalizzazione ignorante sul quale si è fondata l' indegna aggressione, peraltro sostenuta addirittura dai sindacati ; a proposito di crisi della classe dirigente. Uno dei leder della Triplice sindacale ha detto che "dal palco del concerto del Primo Maggio non si fa politica", un verità già conosciuta, ma che sputata in faccia così brutalmente per stigmatizzare una critica alla Chiesa, fa un po' senso lo stesso.
Personalmente potrei aggiungere di essere stato colpito anche dalla recente scomunica di tutti i politici messicani che hanno appena approvato la legge che finalmente permette l'interruzione di gravidanza; similmente non si è mai sentito di una scomunica a dittatori cristiani, persino Teodoro Obiang è ricevuto con onore in Vaticano e se non sapete chi sia e cosa combini Teodoro, chiedetevi perchè. Mi fermo qui, la sfilata dei baciapile e le perle che ci hanno donato in questa occasione dureranno giorni e l'elenco è desolatamente lungo, poco elegante sarebbe ad esempio, rifare ancora una volta l'elenco delle infamie enunciate da Ratzinger nell'ipocrita difesa del clero pedofilo.
In attesa che la Chiesa italiana scopra quanto si è sporcata rotolandosi nel fango industriale scambiato per fertilizzante, non resta che registrare i danni e fare professione di laicità, ridendo in faccia a questi strani esseri e, più seriamente, tenendoli d'occhio; perchè la loro pericolosità è nota e sottovalutarli può costar caro; si può anche sperare, come ha detto Arturo Brachetti, che: "questo Papa morirà presto" ( che fortunatamente è sfuggito ai sottanoni, altrimenti Brachetti quest'ora era già stato coperto di guano e costretto a chiedere asilo politico in Svezia), si può sempre sperare che dopo la naturale dipartita dell'anzianissimo teologo cambi qualcosa, anche se lo sconsiglierebbe la ben conosciuta la fine di chi vive sperando. Nel frattempo, non potendo fare molto di meglio, limitiamoci ad essere arruolati nel grande complotto contro la Chiesa, noi nemmeno lo sappiamo, ma l'intelligenza Kattolika lo ha già scoperto: ebrei e massoni congiurano contro il soglio di Pietro, nemici più potenti e subdoli anche dei musulmani e dei comunisti, capaci di convincerci di ogni falsità, anche che la terra sia sferica e non piatta.
Un pensiero corre obbligatoriamente ai cattolici più progressisti, in particolare a quelli italiani, perché se da un lato non è giusto che le infamie clericali e di qualche fascistoide ricadano su tutti credenti; è altrettanto vero che sono molti gli italiani che trovano nella fede la molla capace di innescare comportamenti virtuosi a dispetto della decadenza generale. Non bisogna mancare loro di rispetto proprio nel momento nel quale probabilmente subiscono anche più dei laici, la decadenza clericale venata di accenti teoconservatori; anche se è palese che molti credenti abbiano già manifestato il proprio dissenso con la fuga in una religiosità vissuta lontano dalle prescrizioni papali, tra i milioni di cattolici che seguono ancora il magistero della chiesa ci sono ancora molte persone che non meritano di essere insultate per le colpe di chi li guida al disastro. Ai cattolici senza kappa, che non hanno la forza o la voglia di ribellarsi a questo delirio montante, non resta che pregare la Madonna dell'Ignoranza perché si rilassi, almeno per un po'.
La "crisi della classe dirigente" è lo stesso male che tormenta la Chiesa come la repubblica, quando il necessario dibattito viene sostituito da una rappresentazione becera e volgare, ostile nei confronti delle altre fedi e degli stili di viti sgraditi al limite del razzismo (spesso anche oltre), una rappresentazione che costruisce il gruppo sulla base della differenza (quindi su una presunta superiorità) rispetto al resto della società, che viene quindi assunta come minaccia e non come opportunità di confronto. Una rappresentazione che espone l'ipocrisia di una chiesa più interessata ad imporsi sulla società che animata da quell'amore del quale parla sempre, ma che non traspare mai, L'apparente ottusità dei vertici ecclesiastici è figlia dei tempi e favorita proprio dalla restaurazione ratzingeriana che ha azzerato i tentativi di affermazione di un cattolicesimo più moderno, ormai evaporati.
Al di sotto delle apparenze, sul piano della realtà, il cattolicesimo italiano è magmatico e poliedrico, riesce ad abbracciare allo stesso modo la mafia ed il volontariato, si adatta alle dittature come alle democrazie, alla grande finanza e alle sue vittime, compensando con l'aumento del potere d'influenza temporale il calo di popolarità di una predicazione tanto malandata. Il problema è che al riparo delle nere tonache si stanno muovendo personaggi e organizzazioni inquietanti, come il Fronte Cristiano Combattente, già autore di un attentato incendiario in quel di Milano (oggi assurta a capitale morale del risorgente razzismo italiano), senza che politici o istituzioni diano il minimo segno di allarme. Inquieta al contrario che l’esistenza di criminali del genere che agiscono in nome di Dio sia tanto ignorata, quasi protetta da un velo invisibile quanto efficace che impedisce loro di assurgere agli onori della cronaca; molto inquietante se si pensa che per qualche parola di poca stima verso la Chiesa è piovuto un profluvio di dichiarazioni di condanna, mentre l’esistenza di una cellula terroristica intitolata al fanatismo religioso passa completamente ignorata dai media.
La crisi dei cattolici non può essere pagata dalla collettività; la crisi dei cattolici non può risolversi nella radicalizzazione della dottrina e nello sdoganamento dei fanatici; cattolici o meno, quanti commettano reati in nome di Dio vanno fermati prima di subito, così come urgente è tagliare l’erba sotto i piedi a quanti dagli schermi come dai pulpiti diffondono ignoranza e razzismo. Non è un vezzo anticlericale, ma una prudente necessità.


famoso come corruttore di giornalisti. L'Olocausto congolese venne alla luce presso le opinioni pubbliche occidentali dopo che alcuni famosi scrittori lo denunciarono nelle loro opere: Joseph Conrad in "Cuore di Tenebra" (che non è una storia sul Vietnam, ma la cronaca vissuta da Conrad incontrando il vero Kurtz quando lo scrittore era pilota di battello sul fiume Congo), Mark Twain ne "Il Soliquio di Re Leopoldo" (Opera semisconosciuta, ma disponibile gratuitamente in versione integrale su Internet) e Conan Doyle in The Crime of the Congo; ma poco avrebbero potuto le loro opere senza ricevere il fondamentale sostegno di un'invenzione di quei tempi: la fotografia. Solo quando l'Europa e gli Stati Uniti vennero invasi da centinaia di foto raccapriccianti che immortalavano bambini con le braccine mozzate e distese di cadaveri, solo allora per Leopoldo si materializzarono le prime difficoltà. A quei tempi circolò allora la battuta secondo la quale "Leopoldo non aveva potuto corrompere la Kodak". Ancora oggi sono facilmente reperibili documenti e rapporti che non lasciano dubbi sulla dimensione e sulla brutalità dell'Olocausto congolese.