"Questa volta vinciamo!" Si chiudeva così l'ultima mail del mio amico di penna e corrispondente dal Ciad ricevuta tre giorni fa. La colonna di ribelli era appena partita da una località dell'Est del Ciad in direzione della capitale, con l'obbiettivo di defenestrare il dittatore Deby. Obbiettivo raggiunto, perchè secondo le ultime righe pervenute la capitale Ndjamena è stata presa e il dittatore è assediato nel centro della capitale. Con una mossa che ricorda quella del gambetto negli scacchi, la scombinata opposizione ciadiana, guidata ora da due nipoti di Deby e dal suo ex ministro della difesa Mahamat Nour Abdelkerim è riuscita dove aveva fallito nella primavera 2006 a causa dell'intervento francese. Questa volta la Francia non poteva intervenire, proprio oggi dovevano giungere i primi uomini della forza d'intervento ONU-UE da dispiegare in Ciad-RCA. La missione di peacekeeping, intitolata formalmente alla protezione dei profughi del Darfur, avrebbe dovuto in realtà dispiegarsi entro i confini del Ciad, fornendo aiuto ai profughi di Ciad e Repubblica Centrafricana; centinaia di migliaia di persone in fuga dalle rappresaglie sui civili operate dai loro governi.
Entrambi sotto attacco militare delle rispettive opposizioni ed entrambi salvati per un pelo dall'intervento del dispositivo militare francese operante in Africa Centrale, Idriss Deby Itno e Francois Bozizè avevano ordinato immediata rappresaglia contro le popolazioni sospettate di sostenere le ribellioni, ordini che si erano tradotti in pulizia etnica, stupri e nell'incendio di tutti i villaggi in vaste aree della Repubblica Centrafricana. Una situazione riconosciuta e certificata da una missione ONU, ma stranamente poco dibattuta, preferendo parlare di Darfur, dove se non altro la violenza su larga scala si è arrestata ormai da anni.
La missione europea avrebbe dunque dovuto fornire quella legittimazione internazionale che mancava ai francesi, che hanno combattuto illegalmente anche alla luce degli accordi solenni siglati in occasione della de-colonizzazione dei due paesi africani. Con esatta scelta di tempo i ribelli si sono mossi proprio ora, momento nel quale un altro intervento dei francesi avrebbe vanificato la missione, rendendo evidente la partigianeria di un intervento che invece dovrebbe avere tra i suoi presupposti l'assoluta neutralità. Molti paesi europei, in primis la Germania, avevano espresso gli stessi dubbi e a oggi non era possibile per i francesi mettersi in rotta con i partner europei bombardando le colonne ribelli come accadde due anni fa.
Le cronache ci dicono che Sarkozy, fresco di matrimonio, avrebbe passato un'agitata mattinata al telefono con Deby, intenzionato a “combattere fino alla morte”, mentre già la diplomazia francese gettava ponti con i capi dei ribelli cercando di trattare un cessate-il-fuoco. Tentativo, sembra, andato a vuoto, visto che i combattimenti sono ripresi con tiri di armi pesanti nella capitale. Mahamat Nour è finalmente uscito dalla depressione nella quale era precipitato dopo essersi rifugiato nell'ambasciata libica a Ndjamena ed è tornato a pronunciare proclami. La missione europea è ufficialmente sospesa, l'arrivo dei primi soldati irlandesi rimandato a mercoledì. Deby infine ha preferito la protezione dei francesi alla morte, una pausa nei combattimenti potrebbe concedergli l'occasione per raggiungere una base francese.
Nonostante l'evidente carattere autoctono della ribellione, alcuni autorevoli organi di stampa nazionale (cfr. Il Corriere della Sera, M Alberizzi) ed internazionale parlano di una ribellione sostenuta dal Sudan e addirittura dalla Cina. Una ricostruzione di fantasia, perché se da un lato è vero che esiste un antico conflitto tra i leader di Sudan e Ciad, è altrettanto vero che fu lo stesso Deby ad appoggiare la ribellione armata di un manipolo di abitanti del Darfur, ribellione che poi offrì a Bechir il perfetto pretesto per quella repressione che culminò nelle stragi in Darfur. Tipicamente “ad uso delle pubbliche opinioni pubbliche occidentali” è poi il tentativo (quasi stereotipato) di coinvolgere la Cina, costruendo un fronte composto da “cattivi islamici” e “minaccia gialla”. Stranamente si sorvola invece sul ruolo della Francia nella crisi e anche su quello della Libia di Gheddafi, ormai impegnato da anni nel finanziamento di milizie e, forse qualcuno lo ha dimenticato, autore pochi anni fa del tentativo di conquista del Ciad, come del supporto militare al golpe che portò Deby al potere.
La Libia non sembra esistere nelle cronache che in queste ore raccontano il Ciad. Eppure furono i soldati libici, nel 1990, a portare al potere Idriss Deby Itno sotto gli occhi dell'esercito francese che lasciò fare. Si punta l'indice sul Sudan, ma a dichiarare guerra al Ciad in passato è stata solamente la Libia. Eppure è stato Gheddafi a finanziare molte milizie in Ciad, a salvare e proteggere Mahamat Nour. Gheddafi però è da tempo “amico dell'Occidente”, meglio allora puntare l'attenzione sul regime sudanese (in realtà un governo in condominio tra “cristiani” del Sud e “islamici” del Nord) che pure è indicato dagli statunitensi come un alleato fondamentale nella “War On Terror”. Nemmeno i cinesi guastano, poco importa che proprio l'anno scorso abbiano concluso storici accordi commerciali con il governo di Deby.
Anche della pulizia etnica in Ciad e Repubblica Centrafricana hanno parlato davvero in pochi, probabilmente perché l'argomento nel nostro paese non interessa, non tira. Lo dimostra la squallida storia delle performance italiane a fronte della tragedia del Darfur. Performance che, a parte l'impegno di alcune ONG, si è tradotta nelle tristi esibizioni di Barbara Contini e in una colletta tra cantanti e major della musica andata a vuoto durante il Festival di Sanremo officiato da Bonolis, donarono solo Bonolis e Povia. Del Darfur non ne sapremmo niente, se non fosse per l'ostinato attivismo di qualche organizzazione anglosassone, formalmente impegnata ad ottenere il bollino di “genocidio” come presupposto per un intervento armato di “volenterosi” in Sudan, ma più che altro utile a produrre crisi virtuali con le quali distogliere l'attenzione. Meglio parlare dei profughi del Darfur che dei quattro milioni di profughi iracheni o delle vite devastate di afgani e somali
Difficilmente la ribellione, qualora si risolva in un governo di unità nazionale e non in una resa dei conti, potrà condurre il Ciad oltre la sua storia di dittature etero-dirette, difficilmente i soldi delle royalties del petrolio pagate da EXXON e TOTAL e prossimamente anche dai cinesi, andranno a sollevare le miserie di una delle popolazioni più povere del mondo. Troppo frammentata è l'opposizione e troppo forte è il controllo esercitato sulle varie fazioni dai rispettivi tutori otre frontiera; tutto questo senza sottovalutare il fatto che si tratta anche di una rivolta interna alla “famiglia” di Deby, una frattura all'interno dell'etnia Zagawa, ma anche della stessa famiglia del dittatore, già accusato dall'anziana e leggendaria madre per la morte del figlio di Deby e suo nipote, massacrato in un garage a Parigi dopo che il padre aveva fatto della sua promessa sposa la “Premiere Dame” del Ciad, esibendola anche alle riunioni internazionali nonostante, formalmente, sia solo la sua segretaria.
Niente di serio, ma tutto molto tragico per le popolazioni che soffrono le conseguenze della telenovela. A preoccupare sono anche i riflessi che la cacciata di Deby potrebbe avere in Repubblica Centrafricana dove, sentendo mancare il sostegno di Deby, che lo aveva portato al potere accompagnandolo con l'esercito ciadiano, Francois Bozizé potrebbe avere reazioni violente animando nuovi massacri.
Sono queste ore cruciali per la dittatura di Deby, “presidente regolarmente eletto”, anche se alle ultime elezioni non avrebbe potuto nemmeno presentarsi, ma sono anche ore che fanno tremare tutte le dittature presidenziali d'Africa, non per niente l'Unione Africana ha già annunciato che non riconoscerà alcun governo formato dai ribelli. Ore d'imbarazzo anche per la Francia, che vede sfumare il lavorio diplomatico e militare degli ultimi anni mentre il suo cavallo sembra aver finito la corsa, ore di attesa anche per i governi europei che avevano approntato truppe per “salvare i profughi del Darfur”.
Per il momento la Francia ha rilasciato una sola dichiarazione che parla di “non ingerenza” negli affari interni del Ciad, in singolare contrasto con quella di due anni fa, quando ministero degli esteri e della difesa parlavano “intervento legale richiesto da un presidente regolarmente eletto”, rifiutando qualsiasi risposta alle molte domande che cercavano dettagli significativi che il comunicato eludeva. Ciad e Repubblica Centrafricana rappresentano una parte importante della vecchia “Francafrique” e difficilmente Parigi sarà estromessa dai due paesi, molti all'interno delle opposizioni continuano a guardare alla Francia come fonte d'ispirazione o di sostegno ai propri disegni, la lotta per la liberazione del Ciad potrebbe anche concludersi in una più prosaica lotta per la successione a Deby.
A margine resta il martirio dei civili, oggetto delle attenzioni di milizie di ogni colore, dai governativi, fino ai “cooperants etrangeres” e ai Toros Boros; mercenari stranieri e “Janjaweed” locali(predoni) disoccupati, ingaggiati da Deby e Bozizè dopo la defezione di gran parte dei rispettivi eserciti. Ingaggiati con i soldi del “fondo etico” gestito dalla Banca Mondiale, proventi del petrolio “riservati” alle spese sociali in quell'accordo che, finanziando l'oleodotto per la EXXON con i soldi destinati allo sviluppo in Africa, fu salutato come modello d'avanguardia. I fondi per lo sviluppo hanno finanziato una grande corporation, producendo grossi guadagni per l'attore privato e modeste entrate per il Ciad, soldi comunque spesi in armi. I fondi per lo sviluppo hanno quindi finanziato l'arricchimento dei petrolieri e l'acquisto di armi.
Se, per il momento, al ritardo della missione di soccorso ONU-UE in Ciad fa da contrappeso il concentrarsi delle operazioni armate nella zona della capitale, c'è da temere che a breve nell'anarchia totale si possano consumare stragi e vendette, soprattutto a sfondo etnico, sui rifugiati inermi. Altro motivo d'allarme è l'emergenza alimentare, drammatica per quanti si sono dati alla macchia nel Nord-Ovest della Repubblica Centrafricana, comunque grave per quasi mezzo milione di rifugiati dei due paesi nel Sud-Ovest del Ciad. Vittime del grande Risiko africano, macinati tra gli appetiti di famiglie mafiose e quelli delle grandi corporation, vittime di un colonialismo capace di gestire tutte le opzioni locali senza avere altro orizzonte che l'espropriazione delle ricchezze del paese.
Per rendere plausibile il loro espatrio i dirigenti francesi dell’operazione hanno prima ingannato i loro parenti, convinti che sarebbero stati accolti in un asilo in Ciad, poi hanno provveduto a “truccare” i bambini come se fossero feriti, infine hanno presentato il tutto alle autorità del Ciad come se si trattasse dell’evacuazione umanitaria di piccole vittime della guerra; tutto filmato e poi trasmesso alla televisione francese, tutto molto evidente. Un rapimento doloso di bambini da recapitare ai generosi donatori europei in attesa di riversare il proprio amore sulle piccole vittime della tragedia del Darfur. Un’occasione d’oro per il presidente illegittimo del Ciad, quel Deby che ha appena siglato un accordo con l’opposizione e che ha potuto ergersi a difensore dei propri piccoli e indifesi cittadini.
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Se per i nostri politici il Darfur può essere “uno stile di vita”, per il mainstream non va tanto meglio. Quando la crisi del Darfur è cominciata, ormai tre anni fa, nessuno se ne dette conto per lungo tempo. Il Sudan stava concludendo un accordo di pace tra il Nord islamico ed il sud cristiano; il governo del Nord era accusato di essere troppo talebano, ma bisogna considerare che la compagine governativa era composta da una coalizione che era figlia di un paese reduce da oltre venti anni di guerra civile, capeggiata da un presidente tanto pragmatico che, per cercare vantaggi sui meridionali sostenuti dagli inglesi (referenti coloniali locali), non aveva esitato ad accettare gli aiuti di personaggi ostili all’Occidente come Gheddafi e Bin Laden.
Dopo gli attentati del 9/11 il pragmatico al Bashir ha seguito l’esempio di Gheddafi e si è velocemente allineato ai desideri di Washington: lo certificano decine di dichiarazioni di ufficiali della Cia, dell’amministrazione Bush e di altre fonti americane, secondo le quali l’aiuto dei sevizi sudanesi è stato “indispensabile”. Tanto che i sudanesi hanno catturato parecchi qaedisti e si sono prestati come complici per le “rendition” dei nemici di Washington, che a Karthuom sono portati per le sedute di tortura lontano dagli occhi di giudici ed avvocati. Ricordando che con Iran e Siria succede lo stesso, cioè che Washington delega ad alcuni paesi un ruolo delicatissimo per la War on Terror e poi li indica pubblicamente come il male assoluto, non c’è da stupirsi che molti politici occidentali recitino ancora la parte contro il cattivo governo sudanese.
Allineandosi, il Sudan è finalmente giunto alla pace delle corporation e in pochi anni sta conoscendo un indubbio progresso economico. C’è da dire che l’accelerato sviluppo si deve molto agli investimenti cinesi. Una sussidiaria di BP (inglese) e della PNCP (gigante pubblico cinese) si è accaparrata metà dei giacimenti e spedisce il petrolio in Cina, il resto è andato per gran parte a TOTAL (francese) con gli spiccioli per altre società minori di varie nazionalità. Il petrolio però non avrebbe potuto raggiungere i mercati se i cinesi non avessero mandato settecentomila lavoratori (sì, 700.000) a completare le infrastrutture che portano il petrolio dal Sud al Mar Rosso, consentendo in questo modo la garanzia di uno sfruttamento congiunto tra Nord e Sud. Il Sud cristiano, in base agli accordi, potrà indire un referendum e chiedere la separazione. Tra qualche anno però.
Mentre questo incredibile groviglio di interessi macinava colloqui di pace patrocinati da un quartetto europeo nel quale c’era anche l’Italia, uno in particolare dei due movimenti di liberazione del Darfur, che è a Est ed è grande quasi come la Francia, ebbe la brillante idea di ribellarsi al governo centrale, attaccando alcune prefetture per reclamare di essere ignorato dal governo centrale. Il governo reagì, e chiaramente non si è trattato di una reazione giustificabile, armando milizie tribali (i famosi Janjaweed), i quali, sostenuti dall’aviazione, completarono la pulizia etnica del Darfur. Il massacro (circa centomila morti nella fase principale) non fu rapidissimo, sia per le distanze che per la relativa modestia delle milizie, peraltro invincibili perché protette dall’aviazione governativa. Ma in quel tempo la comunità internazionale taceva.
Due milioni di profughi dopo, molti rifugiati nel vicino Ciad, abbiamo sentito molti politici battersi per definire “genocidio” questo atto di pulizia etnica, mentre all’opera, nell’ombra, c’era chi, come Penelope, non voleva assolutamente che accadesse. Nessuno ha interesse ad imporre al governo sudanese la presenza di truppe straniere. Il ragionevole compromesso è che hanno mandato un po’ di truppe dell’Unione Africana, senza supporto logistico, inutili dunque. Anche alcuni ufficiali sudanesi sono stati consegnati al tribunale Penale internazionale e da questo condannati: il governo sudanese collabora e ha offerto i suoi capri espiatori.
I poveri profughi peraltro non hanno guadagnato molto, nei campi non è arrivata la generosità dei commossi occidentali. In compenso è arrivata la USAID a rompere le scatole alle agenzie dell’ONU e ai pochi cooperanti in buona fede che sono riusciti a raggiungere la zona. C’è anche un traffico robusto di politici ed attori occidentali, che alla foto con i bimbi neri non possono rinunciare. In compenso noi italiani abbiamo mandato per un periodo dei militari nella capitale sudanese, nel quadro degli accordi Nord-Sud; circostanza che conferma come i rapporti con il governo sudanese siano distesi. Anche perché ora il governo ha un Vice-presidente cristiano nel Sud e il denaro corre insieme alla speculazione; Karthoum si sta trasformando da una città fatta di fango, in una capitale simile a quelle degli emirati. L’unica differenza è il waterfront sul Nilo, che sostituisce quello sul Golfo.
Negli anni la situazione evolve e per il profugo lo scorrere del tempo significa solamente un’agonia sempre più profonda. Le pessime novità sono che nel vicino Ciad, incapace comunque di aiutare i profughi, il vecchio dittatore Deby ha decisamente esaurito la pazienza dei suoi sudditi. Deby è anziano, passa più tempo nelle cliniche francesi che a governare da etilista (nel senso della patologia dalla quale pare sia colpito), ma soprattutto fa sparire i soldi del petrolio che dai pozzi della EXXON corre verso gli Stati Uniti su un oleodotto costruito insieme ai francesi. Deby non potrebbe essere rieletto oltre i due mandati che stanno per scadere, ma in vista delle elezioni modifica la Costituzione per potersi ripresentare. Quelli dell’opposizione che non sono in galera organizzano una vera e propria rivolta e marciano sulla capitale contando su gran parte dell’esercito; fedele a Deby resta una parte della Guardia Repubblicana. A fermare i ribelli arrivano i jet francesi e Deby vince da solo le elezioni boicottate dall’opposizione.
In seguito la situazione militare peggiora per il regime, nonostante Deby abbia ottenuto i soldi del fondo “etico” blindato dalla Banca Mondiale per i poveri del Ciad. Ha suscitato scalpore l’episodio per il quale la Guardia Repubblicana ha sparato su un corteo di feriti dell’esercito che protestavano nella capitale. Loro, i soldati fedeli a Deby rimasti feriti in combattimento, sono semplicemente ammassati in un complesso di Ndjamena senza alcuna assistenza medica.
Allo stesso tempo nella Repubblica Centrafricana succede lo stesso: al golpista Bozize si ribellano quelle stesse forze che lo avevano portato al potere, pare per questioni di debiti mai pagati; comunque Bozize non ha alcun sostegno popolare.
In poche settimane i ribelli si impadroniscono di gran parte del Nord e dell’Ovest del paese. Qui interviene di nuovo la Francia, che bombarda in Repubblica Centrafricana mentre di nuovo aiuta Deby, al quale non sono bastati i “cooperants étrangers”, cioè i mercenari che ha arruolato e nemmeno i Toros Boros, milizie tribali armate dal governo. I Toros Boros (che, incredibile ma vero, per gran parte sono gli stessi Janjaweed sudanesi disoccupati e arruolati da Deby) hanno cominciato a colpire i rifugiati e anche le cittadine dell’Est del Ciad, fino a che le guarnigioni militari, fino ad allora controllate da Deby, non si sono unite alla ribellione ciadiana, non lasciando loro che la fuga. Da qualche giorno sono tornati gli attacchi aerei dei francesi.
In tutto questo la Francia non ha alcuna legittimità per bombardare, le leggi francesi, quelle internazionali e i trattati con quei paesi non l’autorizzano. Il governo francese si è limitato a dire che l’intervento “è stato chiesto dai due presidenti” e si è chiuso nel mutismo. In Francia nessuno sembra farci caso, in Parlamento non se ne parla e nemmeno sulla stampa. La comunità internazionale finora non aveva neanche preso in considerazione i due paesi. La Francia però è cosciente del problema e non ha trovato di meglio che proporre, durante le sedute del Consiglio di Sicurezza dedicate al Darfur, di mandare una forza in Ciad e Repubblica Centrafricana per impedire che dal Darfur il “contagio” della guerra si estenda a tutta la regione. Casualmente, la Francia si è detta pronta ad assumersi l’onere dell’intera forza, straordinariamente simile a quella che c’è già. All’ONU la cosa ha destato curiosità e qualche tremore, ricordando il recente bagno di sangue scatenato dalle truppe francesi in missione ONU in Costa d’Avorio.
Nello stesso tempo si stanno cercando truppe per la missione, approvata dall’ONU, in Somalia. Posto che per i francesi, in questo caso, non c’è nessun interesse, non si è ancora riusciti a trovare volontari per rilevare le truppe della dittatura etiope nel sostenere un governo che esiste solo sulla carta. In Somalia intanto le agenzie di sicurezza marittima danno di nuovo l’allarme-pirati e gli americani bombardano altri “terroristi”, il che sembra normale visto che hanno detto che con i primi bombardamenti non li avevano presi. Anche qui un governo che non ha alcuna legittimità reale è imposto alla popolazione da forze esterne, riceve il timbro dell’ONU e comincia a degenerare nella guerra civile, nel caso delle Somalia il risultato è addirittura scontato alla luce della sua storia recente. I motivi degli americani in Somalia, chiaramente, sono molto più vari della lotta al terrorismo o della sconfitta di pochi guerrieri islamici in ciabatte, in un paese dove tutti sono armatissimi.
All’ONU allora hanno deciso di mandare una missione a vedere com’è la situazione sul terreno in Ciad e Repubblica Centrafricana; notoriamente i picchi delle crisi umanitarie si svolgono prima che la comunità internazionale mandi ufficialmente qualcuno a vedere, specialmente in Africa. Peraltro è anche noto che “fare una commissione/missione d’indagine” è un compromesso dilatorio al quale si giunge troppo frequentemente in un’epoca dove le cose non sono difficili da sapere, specialmente se si svolgono su scale così imponenti. Per ora sono stati in Repubblica Centrafricana, dove hanno scoperto con orrore l’esistenza di oltre duecentomila profughi (sorpresa !!) in fuga dalle truppe governative. Dopo che i francesi avevano indotto alla fuga i “ribelli”, la regione visitata è stata setacciata dalla Guardia Repubblicana, che ha bruciato tutti i villaggi e torturato gli abitanti, accusati di aver sostenuto i ribelli. Comprensibilmente quelli che hanno capito in tempo cosa stesse succedendo si sono dati alla fuga, non avendo altra possibilità sono andati verso il Ciad.
Ibrahima D. Fall, del fondo Unicef per l’infanzia, ha puntato il dito senza dubbio alcuno contro la Guardia Repubblicana di Bozize e ha descritto una regione priva di tutto, nonostante il paese possieda discrete risorse e sia poco popolato, e ormai anche priva di villaggi, visto che li hanno trovati quasi tutti bruciati.
Sembra difficile riuscire a capire chi siano “i buoni” in questa storia, di certo si capisce che senza alcune interferenze esterne tante violenze potrebbero essere evitate. Gli attori locali sono spesso selezionati per il loro cinismo, oltre ai dittatori e protagonisti in carica, si può ricordare che il grande leader del Sud Sudan cristiano, leader della guerra contro il Nord, era una altro criminale, non certo un gentleman di guerra, un incidente aereo lo ha rimosso, insieme al suo passato imbarazzante e ai suoi legami con gli inglesi; l’ex braccio destro di al Bashir è ora la mente di un nuovo gruppo di “ribelli del Darfur”: si chiama al Turabi, è un pochino talebano. Non aveva capito il cambiamento e per questo era stato messo al fresco per qualche tempo. Adesso ha evidentemente trovato uno sponsor e si è messo in proprio, nonostante l’età veneranda.
In zona non è difficile trovare sponsor disposti a fornire armi. Libia ed Egitto partecipano attivamente al grande gioco e anche il principale concorrente di Kabila alle prime storiche elezioni in Congo, J.P. Bemba, era sul punto di unirsi agli intrighi in Repubblica Centrafricana, nonostante da tempo in parecchi cerchino di portarlo al banco del Tribunale Penale Internazionale, per rispondere dei massacri che, soltanto pochi anni fa, ha provocato in quel paese. Pare lo abbiano dissuaso i francesi, ai quali Bozize va benissimo.
A sentire alcuni sembra che il problema siano i Janjaweed, che dal Sudan il cancro della guerra si sparga come per contagio. Ma sappiamo che la guerra non è un virus o un batterio. Sfortunatamente il problema non finisce con i Janjaweed: i profughi sono sempre di più, gli aiuti sempre meno e la sicurezza per i civili sempre più lontana. Il petrolio africano sanguina molto di più di quello mediorientale. Sempre di più.
Aggiornamento 13/06:
Un articolo da Indymedia sulla situazione, una manifestazione di solidarietà verso gli operatori umanitari in Ciad, perchè in Ciad e Repubblica Centrafricana li ammazzano come in Darfur, ma nessuno lo dice. Intanto il simpatico dittatore Bozizè si allea con i ribelli sudanesi che gli danno una mano con la pulizia etnica nel Nord-Est della Repubblica Centrafricana.