mazzetta

Ce la possiamo fare...
lunedì, 21 aprile 2008

American Betullas


Il governo Bush è stato scoperto a mentire agli americani per bocca di autorevoli generali in pensione, imboccati da Rumsfeld per dire che la guerra era giusta, che era condotta come si deve e in generale per stroncare ogni obiezione.

Qui l'inchiesta completa del New York Times in video.
Qui il lunghissimo articolo che spiega nel dettaglio la truffa del governo Bush a danno degli americani e non solo.
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mercoledì, 17 ottobre 2007

E' guerra tra ebrei e cristiani.

Cristiani antisemiti? Ce ne sono un sacco, ma semplicemente perché tutti i fanatismi religiosi sono fondati sulla presunzione di “verità” incarnata nelle proprie credenze, un fenomeno comune a tutte le religioni. Esempi perfettamente sovrapponibili sono evidenti anche in diverse manifestazioni dell’ebraismo e dell’Islam, giusto per restare ai tre monoteismi di origine biblica; i fanatici sono un cancro da sempre, la religione è brodo culturale sufficiente a nutrire ogni genere di credenze, anche le meno condivisibili universalmente.

Il cristiano credente e un po’ fanatico è lo zoccolo duro del partito repubblicano americano ed è anche la stampella che si è mobilitata a sostegno di Bush portandolo a due vittorie alle presidenziali. Questa tipologia di americano non è numerosissima, comprende dal 10 al 15% della popolazione statunitense, ma per la particolare conformazione del processo elettorale risulta ben più pesante di quanto possa apparire dal crudo dato numerico. Il cristiano americano vota e vota quello che gli dice il suo padre spirituale. In questo caso parliamo di show-man che hanno fatto della predicazione un’avventura commerciale. Si parla di Church-corporations, chiese che macinano fedeli arruolando marketing, effetti speciali, figuranti miracolati e raccogliendo cifre enormi dai devoti.

Fedeli che sono convinti che essere cristiano sia decisamente essere qualcosa di più e di meglio degli altri. Su questi presupposti la lotta al feroce Saladino di Baghdad è assolutamente coerente, tanto più quando l’invasione delle terre di Adamo ed Eva viene vestita da crociata salvifica; i buoni cristiani vanno a convertire i barbari adoratori di Maometto animati da un nobile scopo: salvarli. Si parlava di portare la democrazia in Iraq, ma qualcuno aveva in mente qualcosa di più; con i primi soldati americani entrarono in Iraq i predicatori cristiani del Reverendo Moon, vere teste di cuoio dell’evangelizzazione. Anche in Afghanistan il “dispositivo” ha visto all’opera i poveri cristiani coreani, alla fine anche lì hanno pagato la colpa di non avere colpa.

I missionari coreani sono l’equivalente asiatico dei buoni cristiani americani e se muoiono non scatenano dibattiti negli States. I coreani mandano un sacco di gente che va in giro a distribuire regali, sorrisi e bibbie. Gente in assoluta buona fede perché ciecamente credente nel leader spirituale di riferimento. Quelli in Iraq si presentavano con l’acqua agli iracheni che ne erano stati privati dalle bombe americane, porgendo insieme all’acqua la Bibbia. In genere questo tipo di culto è sviluppato attorno alla lettura della Bibbia, dalla quale si traggono “verità” e modelli di vita dagli standard mediamente medioevali. Dal modello maschilista di famiglia, fino all’amore per l’esercizio della violenza per mondare il mondo dai peccati e dai nemici dei buoni cristiani, perché sembra che in tutto il mondo, tutti, non facciano altro che ordire minacce ai buoni cristiani.

Sostituite ai buoni cristiani i buoni musulmani o i buoni ebrei ed il risultato non cambia di una virgola. I buoni musulmani sono minacciati, si devono difendere; i buoni ebrei dicono esattamente lo stesso. Per difendersi abbracciano tutti una particolare concezione di “difesa attiva” che consiste nel portare la guerra per stroncare la minaccia. La minaccia però è eterna e, lo sappiamo tutti e da tempo è chiaro che, la guerra non è un mezzo per ottenere la pace.

Gli estremisti musulmani sono al potere in alcuni paesi, quelli ebraici solo in Israele, quelli cristiani sono molto influenti nei paesi occidentali. Dopo l’assassinio di Rabin, Israele ha abbracciato una politica di erosione dei palestinesi e politiche apertamente di destra con grandi concessioni ai fanatismi religiosi. Naturale quindi l’alleanza con i cristiani fanatici nel confronto con il feroce Saladino e gli altri infedeli. Gli Stati Uniti e Israele si sono mossi in perfetta sintonia fin dall’avvento alla presidenza di Bush, dopo l’11 settembre l’identità di vedute tra i fanatici cristiani ( più teocon che neocon) è stata adamantina.

L’abbraccio dell’amministrazione Bush rischia però di rivelarsi però velenoso per Israele come lo è stato per tutti gli alleati della poco simpatica banda di folli. La fallimentare invasione del Libano, l’aver adottato Abu Mazen fino al punto di armarlo contro Hamas, il bombardamento-farsa in Siria e quello a lungo minacciato dell’Iran sono bazzecole in confronto al vero prezzo di quelle scelte politiche che sembra delinearsi all’orizzonte.

Il fallimento dell’invasione irachena e delle guerre di Bush è evidente a chiunque, i suoi costi astronomici. Tutto il resto negli USA, se possibile, va peggio. Se si esclude il possedere l’esercito più potente del sistema solare, gli Stati Uniti non stanno bene e gran parte degli americani sta anche peggio. L’autocritica non è esattamente l’esercizio preferito dai fanatici e di fronte ad un fallimento epocale l’unica opzione prevista è quella di dare la colpa ad altri. Ci hanno provato Bush ed altri, a dire che la colpa del fallimento in Iraq è degli iracheni, ma non ha fatto un grande effetto. Per i cristiani fanatici invece la soluzione è più alla portata, la colpa è di Israele e quindi degli ebrei in generale.

Piccoli e grandi segnali dicono che la sintonia tra i due fanatismi si stia incrinando pericolosamente, accuse ad Israele sono sempre più frequenti e proprio in questi giorni la Rice è piombata sul debole governo Olmert pretendendo la costituzione di uno stato palestinese, subito. Un libro sulla discutissima lobby israeliana (aka  ebraica) ha aperto la discussione, anche se le sue conclusioni indicavano un uso strumentale di Israele da parte degli Stati Uniti e non viceversa. Non ha dovuto passare molto tempo perché la barriera del razzismo antisemita fosse sorpassata.

Niente di strano, sono ormai anni che discorsi apertamente razzisti verso gli islamici vengono diffusi apertamente, per parte cristiana e per parte ebraica. Un esempio perfetto lo fornisce Ann Coulter, una povera destroide fanatica e senza peli sulla lingua. Da molto tempo definisce gli islamici: "ragheads," "camel jockeys," "jihad monkeys e pensa che “Dovremmo invadere i loro paesi, uccidere i loro leader e convertirli al cristianesimo”, vende milioni di libri, fa televisione, ha spazio sulla stampa ed è un’eroina dei conservatori cristiani e dei comici perché non è poi così sveglia. Ann Coulter è un fenomeno perché a lei sembra permesso dire di tutto e lo fa. Apertamente antifemminista: “sarebbe un paese molto migliore se le donne non avessero avuto il voto”, dice cose che se fossero dette da un uomo rischierebbe la prigione.

“Magari parlassero così i vescovi cattolici!” questo il commento di un noto esponente del fanatismo cattolico italiano in un articolo sulla Coulter.

nutchick OxyContin è medicinale

La settimana scorsa la Coulter ha detto papale papale che i cristiani come lei vogliono perfezionare gli ebrei, che sono rimasti indietro al vecchio testamento; non è esattamente antisemitismo, perché la Coulter non discrimina affatto; i buoni cristiani come lei vorrebbero perfezionare e convertire tutti. Ne è la prova la diffusione delle missioni evangeliche, che ormai sono ovunque e spesso in forze, con impatti tremendi e scontri violenti con le culture locali. Africa, America Latina ed Asia hanno già pagato e pagheranno un prezzo pesante per questa “evangelizzazione” di successo.

Ovviamente gli ebrei fanatici sono partiti in tromba gridando all’antisemitismo, perdendo l’occasione di cogliere il senso delle cose. In realtà se Ann Coulter e quelli come lei fossero solo antisemiti sarebbe meglio anche per Israele e per l’ebraismo, il problema è di dimensioni più preoccupanti, perché questo genere di fanatismo cristiano è di natura suprematista. Non molto diverso da quello che ha animato tutti i nazionalismi ed i razzismi visti all’opera fino ad oggi e non tanto imprevedibile in un paese che fino a quaranta anni fa praticava l’apartheid.

Quando frasi ed espressioni ben più hard venivano dirette esclusivamente contro i musulmani, il fanatismo ebraico ha soffiato sul fuoco; come nei più banali racconti edificanti ora anche l’ebraismo estremista comincia a capire quanto sia pericoloso giocare con certi fuochi. Aperte espressioni razziste verso i musulmani sono state pronunciate da fanatici ebraici e cristiani congiuntamente negli ultimi anni; la stupidità umana non ha confini e solo questo folle soffiare sul razzismo da parte di una stirpe di perseguitati dovrebbe sfatare il mito della sopraffina e maligna intelligenza collettiva ebraica. I fanatici sono tutti un po’ ottusi, nelle loro mani i complessi libri sacri diventano simili a bombe ad orologeria. Per questi bei tomi era antisemita anche la critica all’oppressione dei palestinesi e al rifiuto di concedere loro la pace, hanno coniato addirittura il termine: antisemita di sinistra; ad indicare chiunque fosse critico con la politica israeliana senza indossare una svastica. Israele bombardava e uccideva bambini? Antisemita! Israele costruisce un muro illegale che imprigiona i palestinesi? Antisemita! Critiche che non avevano proprio nulla di razzista, ma i fessi preferivano relazionarsi con rottami di destra come Gianfranco Fini e i turbo-predicatori americani, fino a che questi, ipocritamente, rendevano omaggio alle comunità ebraiche. A qualsiasi critica la risposta era (e sempre essere ancora) solo una: Antisemita! Una paurosa svalutazione dell’Olocausto provocata dalla sua strumentalizzazione, un comportamento che ha offerto appigli proprio ai revisionismi e ai nazifascismi in cerca di rivincite o di smacchiare i curricula.

 C’è da chiedersi che faccia la maggioranza di non-fanatici mentre questi si scannano determinando la rovina per tutti attorno a loro, ma pare evidente che non c’è ancora in vista alcuna forma di intelligenza umana collettiva che possa arginare queste metastasi sociali. Come tumori infatti questi estremismi si fondono con il potere per piegare le articolazioni di governo a morali medioevali, diffondere l’ignoranza e l’oscurantismo, la repressione dei desideri, minare i meccanismi di formazione delle volontà condivise senza alcun riguardo per le leggi che gli uomini si sono dati; sono in missione per conto di Dio.

 Non si sa esattamente cosa stia facendo tutta la gente assennata che vive accanto a questi fanatici, ma generalmente i cristiani, musulmani ed ebrei non fanatici parlano al vento e subiscono i fratelli prepotenti; li subiscono o ne fuggono. La dimostrazione di questo assunto è verificabile considerando che il paese con la maggiore immigrazione ebraica sia oggi la Germania; le persone ragionevoli si trasferiscono nei paesi più solidi e tolleranti.

Quando Rush Limbaugh prendeva in giro un malato di Parkinson (non molto diversamente da Strorace che prende in giro la Montalcini), quando Michelle Malkin ha attaccato con furia un dodicenne, quando Bill O'Reilly ha aggredito il figlio di una vittima del 9/11 critico con la politica repubblicana, la sgradevole sensazione di essere all’ascolto di un barbaro nazifascista è inevitabile, ma non è nazifascismo, è estremismo religioso. Sono espressione di culture suprematiste e razziste in quanto tendenti all’affermazione con ogni mezzo della propria visione del mondo su quella dell’altro.

 Ora che il razzismo è ormai moneta corrente, ora che è stata sdoganata l’intolleranza verso l’altro, anche gli ebrei come tutte le minoranze subiscono la barbarie; che siano fanatici oppure no. Nel nostro paese l’intolleranza verso i diversi non è mai stata tanto alta da decenni; nei media appaiono persone che parlano dei nomadi e dei musulmani come di “quelle bestie” impunemente, si agitano da tempo paure infondate e si propongono con successo ricette barbare quanto ignoranti per risolvere problemi che sono solo nelle fantasie malate di gente intontita dal fanatismo. Tra poco forse anche da noi assisteremo al simpatico confronto tra estremismo cristiano ed ebraico, cosa non improbabile visto che la chiesa cattolica ha dato chiari segni di essersi gettata all’inseguimento del modello evangelico.

 Il sonno della ragione genera mostri, il trionfo della religione genera fanatismi, lo spettacolo continua, è un film già visto mille volte e che non avrei più voluto vedere, ma purtroppo sembra proprio che la storia non ci abbia insegnato ancora abbastanza.

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mercoledì, 03 ottobre 2007

La Camera statunitense chiede un piano per il ritiro dall'Iraq


Questa robetta scritta in linguaggio straniero è la notizia che la Camera americana ha votato una risoluzione che impone a Bush di presentare al Congresso, entro due mesi, un piano per il ritiro dall'Iraq. La cosa non è piaciuta nemmeno da noi, non ne parla nessuno, come quasi nessuno parla della messa in stato d'accusa dei mercenari della Blackwater, il corriere li chiama addirittura "sceriffi" pur di non usare "mercenari" che non fa una bella impressione. Nonostante il voto bipartisan c'è sempre qualcuno che rimane indietro, più realista del re, a fare la guardia al bidone (vuoto) di benzina. In Italia poi certe distrazioni e certe lentezze a prendere coscienza delle realtà sgradite sono addirittura eterne.

Pentagon Would Have to Present Iraq Plan to Hill

By Jonathan Weisman
Washington Post Staff Writer
Wednesday, October 3, 2007; Page A03

The House, with overwhelming, bipartisan support, voted yesterday to give the Bush administration two months to present to Congress its planning for the withdrawal of combat forces in Iraq.

The 377 to 46 vote was the first salvo of a new legislative strategy adopted by House Democratic leaders, away from partisan confrontation and toward a more incremental approach to war policy that can bring Republicans to their side. The withdrawal-planning bill had met fierce opposition this summer from ardent Iraq war foes, who scuttled an earlier vote by saying it would do nothing but give Republicans political cover for their support of President Bush's policies...


Un veto contro i bimbi poveri e malati (titolo squallido-manipolativo)

Sempre a proposito di voti, a grande maggioranza era stata approvata l'estensione dell'assicurazione medica a qualche milione di bambini, quelli meno poveri dei poveri, ma molto più poveri dei benestanti. Oggi Bush ha posto il veto alla legge, guadagnandosi un robusto astio bipartisan, soprattutto tra i cittadini; di tutti e due i partiti. L'ha spiegata così: "“It is estimated that if this program were to become law, one out of every three persons that would subscribe to the new expanded Schip would leave private insurance. “The policies of the government ought to be to help poor children and to focus on poor children, and the policies of the government ought to be to help people find private insurance, not federal coverage. And that’s where the philosophical divide comes in.” Lo spartiacque filosofico è proprio nel fatto che un bambino su tre non sarebbe più parte del mercato delle polizze sanitarie, ma un essere umano che deve essere curato, anche se non può pagarsi le cure.  Roba da far inorridire davvero i maggiori finanziatori del presidente.

Aggiornamento:

La profezia era facile, i due principali quotidiani italiani hanno ignorato totalmente il voto per il ritiro dall'Iraq
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venerdì, 24 agosto 2007

9/11 e Pakistan: Una domanda senza risposta.

L'amministrazione USA sapeva da anni che senza l'aiuto del Pakistan i Talebani non avrebbero potuto conquistare e tenere l'Afghanistan, perchè allora dopo il 9/11 gli USA hanno attaccato l'Afghanistan e si sono alleati proprio con quel Musharraf che ha finanziato gli attentati del 9/11?

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Questo rapporto è del 1996 ed è reperibile insieme ad altri (successivi) sul sito dei National Security Archives in una pagina che chiede retoricamente se il Pakistan sia il Padrino dei Talebani. La pagina qui sopra ed altri documenti sono stati resi pubblici a metà Agosto grazie ad una richiesta a norma del Freedom Of Information Act (trovate altri riferimenti al FOIA in un articolo più sotto o usando il tag Stati Uniti, oppure qui)

Da questo ed altri documenti risulta chiaro che dopo l'abbandono dei sovietici dell'Afghanistan, il Pakistan ha allevato e nutrito la milizia talebana e protetto Osama Bin Laden dagli stessi americani. In un documento si dice a chiare lettere che i Talebani combattevano le forze di Massoud (sostenuto da Russia  e Iran, che ora è accusato falsamente dagli USA di sostenere i Talebani) potendo contare su armi, soldi e uomini (dal 20 al 40% dei combattenti) provenienti dal Pakistan. Una verità di pubblico dominio, che ora si scopre ufficialmente riconosciuta anche dal governo americano.

Posto quindi che la natura del fenomeno talebano è quella di una creatura artificiale pachistana ( e in parte saudita), posto che gli attentatori del 9/11 erano per la maggior parte sauditi e pachistani, l'amministrazione USA non ha mai spiegato (e nessuno le ha mai chiesto conto) perchè abbia invaso l'Afghanistan e si sia alleata con il paese che ha finanziato e preparato gli attentatori del 9/11e più in generale il movimento jihadista anti-occidentale.

Da tempo è nota l'esistenza di un finanziamento bancario diretto a Mohamed Atta da parte del capo dei servizi segreti pachistani (ISI), ma nessuna voce si è levata a chiederne la punizione.

La sensazione è che l'invasione dell'Afghanistan (come quella dell'Iraq) abbia ben poco a che fare con la difesa dell'Occidente dai "terroristi" e molto a che fare con l'agenda politico-economica di influenti membri dell'amministrazione Bush.

Membri che insieme al già ricordato capo dei servizi pachistani risultarono coinvolti nello scandalo della BCCI, una banca fondata dagli emirati arabi e dalla Bank of America, usata dalla CIA per finanziare operazioni coperte e dedita al finanziamento dei traffici nucleari "islamici", della droga e al riciclaggio su scala internazionale; oltre a queste e a molte altre discutibili attività criminali, la BBCI è nota per il finanziamento e il salvataggio della Arbusto Inc.

Arbusto in inglese si traduce bush e si tratta proprio di una sfortunata iniziativa imprenditoriale dell'attuale presidente degli Stati Uniti.

Un clamoroso "conflitto d'interessi", che probabilmente ha deviato la rappresaglia americana per il 9/11 dagli obiettivi più coerenti, per proteggere amici, complici e finanziatori della famiglia Bush da lunga data.

Questa sembra essere la risposta più giusta alla domanda che apre questo post.
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lunedì, 15 gennaio 2007

Il paradosso di New Orleans.


Passato l'uragano Katrina molti pensarono che New Orleans ne avrebbe potuto trarre vantaggio. Lo pensarono in particolare le classi sociali superiori, che videro nell'allagamento dei quartieri poveri una ottima occasione per liberarsi del peso di molti concittadini poco amati. Sognavano una città più bianca, più ricca e più sicura.

A distanza di un anno e mezzo, l'azione (o meglio l'inazione) dell'amministrazione Bush e di quelle locali sta dando vita ad un paradosso per il quale succede esattamente il contrario. Nonostante gran parte dello sforzo (e delle cifre stanziate) sia infatti servito ad ospitare molto lontano quasi tutti i profughi ambientali, la successiva inazione sta spingendo proprio i più benestanti ad abbandonare la città.

Priva di servizi, dal futuro ancora incerto, con le case dei quartieri danneggiati dall'inondazione che tornano ad essere abitate da un mix identificabile solo per la povertà del reddito e in mancanza di un qualsiasi piano in grado di offrire un pò di fiducia alla cittadinanza più esigente, New Orleans spinge oggi chi ne ha i mezzi a trasferirsi altrove.

La città è vittima dell'inettitudine amministrativa a tutti i livelli. Bob Herbert del Nyt riferisce che il corpo di polizia non si è ancora ripreso ed è allo sbando e il crimine ha toccato nuovi record pur in presenza di un calo demografico; i detriti ingombrano ancora le strade e il sistema sanitario è semplicemente devastato e deve anche fronteggiare periodiche mancanze di rifornimenti.

Un altro epocale fallimento di Bush, che dopo essere risultato tra i principali responsabili dell'inondazione (forse anche più dell'uragano stesso) apparve in mezzo al pantano per dichiarare agli Stati Uniti che avrebbe preso provvedimenti coraggiosi e generosi per riportare la città agli antichi splendori. In pratica presentò il disastro provocato dalla sua inefficienza come una magnifica opportunità di rilancio per New Orleans.

Oggi, dopo aver speso cifre imponenti già evaporate nel nulla, New Orleans si avvia a conservare più o meno la stessa composizione etnica, ma anche a diventare più piccola, più povera e peggio di sempre, almeno a sentire Mitch Landrieu, candidato sindaco sconfitto da Ray Nagin; quest'ultimo confermato al proprio posto più per le dure parole rivolte all'amministrazione centrale e alla governatrice della Lousiana nei giorni dell'emergenza, che per le sue qualità di amministratore; universalmente riconosciute come pessime.
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venerdì, 12 gennaio 2007

Bush provoca l'Iran e rischia la guerra con i curdi.

 

Dopo l'invasione della Somalia, Bush riprende la lunga serie di provocazioni nei confronti dell'Iran. Ieri all'alba truppe americane hanno fatto irruzione in una sede consolare iraniana ad Erbil (nel Kurdistan) arrestando i presenti e sequestrando tutto quello che hanno trovato. Gli uffici iraniani risultano accreditati presso il governo iracheno e si occupavano di rilasciare visti e documenti per quanti viaggino in Iran.

L'operazione è stata sul punto di degenerare quando le forze curde si sono presentate sul luogo del raid accerchiando gli americani, ma la situazione si è risolta senza spargimento di sangue.

Il raid sembra teso ad avvalorare il discorso di Bush, che ha dato la colpa del fallimento in Iraq all'influenza di Siria ed Iran. Fuad Hussein, portavoce della regione del Kurdistan ha dichairato che " Questo tipo di azioni sono del tutto inaccettabili e la leadership curda è molto arrabbiata.

Un altro blitz è scattato all'aeroporto di Erbil, dove gli americani volevano compiere arresti, ma non sono riusciti a causa dell'opposizione curda, qui il contrasto è stato più aspro e secondo Hoshyar Zebari, ministro degli esteri curdo " All'ultimo minuto è stato evitato un massacro", cioè una battaglia all'aeroporto tra alleati curdi ed americani. La circostanza è stata confermata dagli stessi americani.

Un bell'assaggio della nuova strategia americana, che di nuovo non ha proprio niente, il lucido rilancio verso disastri maggiori per coprire quelli disseminati finora in Medioriente non ha il fascino della novità, ma l'amaro sapore della tragedia già vista che si avvicina a passo di carica.

 Aggiornamento:

Condoleeza Rice ha detto al New York Times che gli arresti degli iraniani sarebbero stati autorizzati espressamente da Bush qualche mese fa ( in autunno). Peccato l'assurda accusa all'Iran secondo la quale fornirebbe la tecnologia per gli  IED (gli ordigni espolosivi con i quali fanno gli agguati ai convogli)  agli iracheni. La tecnologia per fare bombe non è certo un segreto che detengano gli iraniani. L'accusa è una stronzata, m continuano a ripeterla, chissà perchè

“There has been a decision to go after these networks,” Ms. Rice said in an interview with The New York Times in her office on Friday afternoon, before leaving on a trip to the Middle East.

Ms. Rice said Mr. Bush had acted “after a period of time in which we saw increasing activity” among Iranians in Iraq, “and increasing lethality in what they were producing.” She was referring to what American military officials say is evidence that many of the most sophisticated improvised explosive devices, or I.E.D.’s, being used against American troops were made in Iran.

Ms. Rice was vague on the question of when Mr. Bush issued the order, but said his decision grew out of questions that the president and members of his National Security Council raised in the fall.


Aggiornamento:
Riferisce il Los Angeles Times che il governo iracheno ha altri progetti verso l'Iran e che intende trasformare gli uffici come quello di Erbil in veri e propri consolati. Sempre sulla stessa traccia, gli iracheni avrebbero affermato che le iniziative come quelle di Erbil sono una ingerenza nei loro affari interni da parte degli americani. Hoshyar Zebari, ministro degli esteri ha detto: " Noi iracheni abbiamo i nostri propri interessi" aggiungendo che la vicinanza geografica li spinge a rapportarsi costruttivamente con l'Iran.

Anche perchè l'Iran è il primo partner commerciale iracheno e non ha mai attaccato il paese; al contrario degli americani e di Saddam. Il governo iracheno condivide quanto espresso dell'Iraq Study Group di Baker, ma l'amministrazione Bush no. Da qui le differenze politiche che gli iracheni non possono assolutamente superare, visto che il successo delle "ingerenze" americane sarà rafforzato da altri 20.000 americani che, diversamente dai pellegrini iraniani, non arriveranno nel paese per dedicarsi al turismo
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giovedì, 11 gennaio 2007

Somalia, i conti e le fatture di guerra degli americani. Retroscena non troppo conosciuti.

Alcuni conti e fatture della prima guerra americana in Somalia si trovano nel sito del college di Du Page alla voce Conoco-Somalia declassification project..

Vi si può trovare il "Petroleum Exploration: Conoco Searches for Oil in Somalia." Cable from US Embassy in Mogadishu to State Department Headquarters. 21 March 1990.

Che è la presentazione delle attività della Conoco, fino alle note-spesa con le quali il governo americano pagava la stessa Conoco per ospitare i diplomatici americani dentro il suo fortino a Mogadiscio. Sembrerà strano, ma la Conoco il fortino non l'ha mai abbandonato, neanche nei tempi più bui.

Poi si parla di Chevron:
"Chevron Drilling Site in Northern Somalia." Cable from US Embassy in Djibouti to State Department Headquarters. 31 March 1988.
Qui si parla di pericolosi "sabotatori" dei lavori di perforazione ai quali si potrebbe dare la caccia:
"FY-88 Security Assistance Funding Trips Up Military Review Committee (MRC) Meeting." e molto altro. L'indirizzo è http://www.cod.edu/people/faculty/yearman/somalia.htm

Tutti documenti pubblici, ottenuti grazie al FOIA (la grande vendetta di Clinton) e addirittura già studiati e catalogati. Si riferiscono i tempi di Restore Hope, quando il padre di Bush decise l'operazione a mandato quasi scaduto, lasciando la rogna (appunto) a Clinton. Una miniera per i giornalisti.

Poi ci sono le tristi italiche storie in Somalia, che passano per le pesanti umiliazioni inflitte all'Italia proprio nella missione dei primi anno '90, per i misteri dell'Achille Lauro, la vergogna dei soldati stupratori, i misteri sull'uccisione di Ilaria Alpi, sui traffici e le truffe più bieche, l'odore di melma esalata dalle commissioni parlamentari che si sono occupate della cooperazione itliana, della missiona italiana e infine della morte di Ilaria Alpi. Una commissione ampiamente inquinata, affidata alla presidenza dell'avvocato, On. Taormina. Niente di positivo, ultimamente l'Italia è su una posizione di contrapposizione agli USA, ma visti i pregressi è assolutamente velleitaria se non riuscirà a coagulare un altro fronte come quello che ha ricomposto l'invasione del Libano.

Molti raccontano quella guerra in maniera diversa da quella che ci proposero i nostri media.  Cercando ci sono anche le concessioni in bella vista su un sito specializzato.
Molto utile è prendere nota che secondo la Banca Mondiale la Somalia ha il miglior potenziale di sviluppo petrolifero dopo il Sudan.


Comunque unendo a Somalia le parole CONOCO o CHEVRON in un motore di ricerca, ci sono tutti i perchè dell'interesse degli Stati Uniti per la Somalia meno uno.

La fallimentare guerra in Iraq.

Aggiornamento:

Mogadiscio, 11 gennaio 2007

Nessuno dei tre terroristi di Al Qaida nel mirino degli Usa è stato ucciso nell'attacco lanciato in Somalia nella notte tra domenica e lunedi'. Lo hanno reso noto fonti del Pentagono, citate dalla Cnn dal Kenya dove i risultati dell'operazione sono stati descritti in un briefing militare.(RainNews). Dalla stessa fonte:

In compenso, -- sarebbero centinaia i civili uccisi nel corso dell'attacco aereo -- al momento gli Stati Uniti ammettono di aver effettuato un solo raid - e di quelli effettuati dagli elicotteri etiopi nel sud del paese, al confine con il Kenya, contro le ultime postazioni dei miliziani islamici.

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giovedì, 14 dicembre 2006

Giudici in vendita

Riporto questa analisi (dal New York Times ) sul sistema giudiziario americano, in particolare sui giudici, le loro carriere e sulle conseguenze figlie di un sistema che in Europa sembra bizzarro, ma che negli Stati Uniti è quello attraverso il quale si dovrebbe rendere giustizia ai cittadini.


La natura classista del sistema giudiziario americano emerge in tutta la sua violenza dall'analisi, così come sono ben evidenti le influenze ideologiche di un pensiero che prima ancora di poter essere classificato come reazionario, si impone all'attenzione per le basi sociologicamente grossolane sulle quali pretenderebbe di fondarsi. Il fenomenale aumento dei costi della politica, spinto dai lobbisty e dai fondi privati dei politici americani, ha inflazionato anche le elezioni per le funzioni pubbliche (i giudici vengono eletti e non nominati), costringendo i giudici a trovare gli sponsor e a diventare molto sensibili ai loro interessi.

Judges for Sale

It is long past time to drain the influence money from America's system of justice.


by DOROTHY SAMUELS
Published: December 12, 2006
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AuthorDorothy Samuels, an Editorial Board member, writes on law, civil rights and national affairs.


I. Bad Alchemy: Turning Judges Into Politicians
II. The Turning Point
III. The Virus Spreads
IV. The Race for a Cure

Previous Talking Points Articles

It was bound to happen sooner or later. Special interests have long targeted candidates for executive offices, like president and governor, and legislative offices, like Congress and state legislatures. It was just a matter of time before well-heeled business and other interests would expand their influence-peddling efforts, and begin pouring large amounts of money into previously sleepy judicial campaigns.

Several years ago, it started happening — first in just a few states, then spreading to a lot more. The unwholesome result is the dawn of a new era of raucous million dollar-plus campaigns for key state judgeships that is forcing more and more would-be jurists to bond with special interest backers, and invest in cheesy 15- and 30-second TV spots, if they want to get on the bench, and stay there.

As spending by special interests in state judicial elections soars into the stratosphere, something very precious to Americans is being grievously compromised. And in certain pockets of the country, it seems well on the way to being lost altogether. That precious something is the integrity and impartiality of the nation's courts.

Justice, the saying goes, is blind — symbolized in courthouses across the country by statues of Lady Justice, blindfolded so she can rule without fear or favor. But increasingly, there is one thing Justice in America can see quite clearly — who is giving her money. A modern rendition of Lady Justice would show her with one arm extended, reaching for large campaign contributions. Those contributions — from insurance companies, big business, tobacco companies, the building and health care industries, unions, trial lawyers, the religious right, and other special interests — do more than create a bad appearance. They seem to be having an effect on the decisions courts are making.

If we want to preserve an independent and impartial judiciary — something that is a shining part of what America stands for, and an indispensable guardian of American rights — getting rid of the corrupting influence of money sloshing around in judicial campaigns is now a matter of genuine urgency.

I. Bad Alchemy: Turning Judges Into Politicians

It is no longer shocking that special interests have proved adept at corrupting Congress and state legislatures by using humongous campaign contributions to win government favors. Now, though, these same special interests are turning their attention, wallets, and political firepower to buying up state judges, calculating — correctly, sad to say — that pouring millions into helping to seat judges likely to side with them in important cases can be a darn good investment.

Just how good an investment was driven home last month, when the United States Supreme Court declined, without comment, to review last year's 4-to-2 Illinois Supreme Court decision that threw out, on specious legal grounds, a $10.1 billion award against Philip Morris U.S.A. for enticing consumers to buy "light" cigarettes on a fraudulent promise they were lower in tar and nicotine.

Predictably, critics of big consumer class actions — and of the plaintiff-friendly Illinois jurisdiction of Madison County in particular — joined the world's largest cigarette company in applauding the high court's pass.

But some victory. The state Supreme Court justice who cast the deciding vote in the case, a former lower court judge named Lloyd Karmeier, received million of dollars in campaign support in 2004 that Philip Morris and other tobacco interests tendered for the very purpose of trying to reverse the enormous "light" cigarette award. They got what they paid for.

Judicial ethics rules exempt campaign contributions from their otherwise strict approach of requiring judges to disqualify themselves whenever their impartiality might reasonably be questioned. But given the history, Justice Karmeier's failure to voluntarily recuse himself was a disgrace.

The Philip Morris case, it should be noted, was not the first time that Justice Karmeier, a Republican, ruled for big contributors in a high-profile case.

In 2004, fresh from the record-setting campaign brawl in which he and his Democratic opponent raised in the vicinity of $9.3 million in political contributions — an amount surpassing the fundraising totals in 18 U.S. Senate races that year — Justice Karmeier voted to reverse a breach of contract verdict of more than $450 million against State Farm Automobile Insurance Company. Legally, the result may not have been unreasonable, but it nevertheless carried a stench. While the case was pending, State Farm employees, lawyers, and others affiliated with the insurance company made $350,000 in direct contributions to Justice Karmeier's all-but-bottomless election war chest. Groups closely tied to State Farm gave over $1 million more.

Mr. Karmeier is hardly alone.

Examples abound of state judges rendering rulings favorable to their large contributors in significant cases. Indeed, a study last fall of the Ohio Supreme Court by Adam Liptak, Janet Roberts, and Mona Houck of The New York Times found that sitting on cases after receiving campaign contributions from the parties involved, or from groups filing support briefs, is routine. In the 215 Ohio cases with the most glaring potential for conflicts of interest over a 12-year period, state justices recused themselves just nine times. Ohio justices voted in favor of their contributors 70 percent of the time.

In 2002, Justice-at-Stake, a judicial reform group, surveyed 2,428 state court judges around the country. More than half of them candidly conceded that campaign donations influenced their decisions at least some of the time.

With business interests — including manufacturers of flawed and unsafe products and big environmental polluters — now outpacing the organized plaintiffs bar and everyone else in underwriting candidates in expensive judicial races, strong enforcement of established consumer, health, and environmental protections is in serious jeopardy, along with fair functioning of the legal system, and public respect for the courts.

Although the judiciary's big money problem is most visible at the state Supreme Court level, where high-spending TV advertising underwritten by special interests is becoming the norm, money is increasingly infecting the justice system at lower levels, too.

Last June, for example, The Los Angeles Times reported that 17 incumbent district judges in Nevada on the ballot of the last judicial election raised over $1.7 million in campaign funds. Much of the money was harvested from attorneys and casinos and other corporations with cases pending before them. Of the 17 incumbents, the report further noted, 13 ran unopposed, but collected nearly $1 million in campaign contributions anyway.

At the end of the campaign, they were sitting on unspent contributions of $634,000, which they were not required to return. Instead, Nevada law provides broad leeway for judges to roll over excess contributions to their next campaign — discouraging future challengers — or to pay for fancy restaurant dinners or other lifestyle enhancing activity that might creatively be justified as campaigning.

The resulting damage here is palpable. Courts derive their legitimacy from their perceived neutrality and independence. Judges, whose constitutional role it is to fairly apply the facts and law in individual cases, are supposed to stand up to powerful interests when necessary — with no exemption for campaign contributors. When check-wielding interest groups support congenial judicial candidates — in essence, buying up seats on the bench — they undermine the fundamental mission of the courts.

II. The Turning Point

Thirty-nine states choose at least some of their top judges by election, creating a patchwork of partisan and non-partisan contests, and uncontested up-or-down votes on appointed incumbents, known as "retention elections."

In all, about 86 percent of America's judges are required to face voters.

Judicial elections have always been a breeding ground for conflicts of interest. Beyond a candidate's relatives and personal friends, and a smattering of good government types, after all, who would feel motivated to contribute to the average judicial contest — except for those looking to improve the odds of favorable rulings, namely lawyers and their clients? But, until recently, contests even for the top state judgeships were typically quiet, low-visibility affairs, and the fundraising and conflict issues relatively benign. In many places, campaign contributions were less of a worry than other perennial problems, like undue clubhouse influence, partisan or ethnic voting defeating worthy candidates, low voter interest, and a shortage of quality candidates willing to run.

But in just a few short years, state judicial campaigns have changed dramatically, and not for the better. Thanks to a huge influx of special interest money, once tame and dignified judicial contests are more and more degenerating into nasty and expensive partisan slugfests, complete with inaccurate and distorting TV ads that mimic the worst excesses of campaigns for Congress or governor.

In the December 1 issue of American Lawyer, Alison Frankel retraces the history of the successful business-backed movement to remake the civil justice system to render it less hospitable to product liability suits and high damage awards for people's injury claims — the prime driving force turning judicial elections into corruptive money pits. In the late 1980s in Texas, Ms. Frankel recounts, a coalition of businesses and doctors formed the Texas Civil Justice League and proceeded to lobby the state legislature for a cap on punitive damages and other pro-defendant changes in the law.

As part of their strategy, they also got heavily involved in state judicial elections by, among other things, distributing millions of playing-card-sized voter guides through local businesses and doctors' offices. By 1995, these efforts had succeeded in transforming the Texas Supreme Court. "The new Texas court showed its allegiance quickly," Ms. Frankel writes, "with pro-business ruling on punitive damages and expert witnesses."

But the real turning point came in 2000.

In October of that year, the United States Chamber of Commerce, the prominent business lobby, announced that it would spend more that $1 million on "educational" advertising in Mississippi and a handful of other states where companies complained of "frivolous" lawsuits.

Its stated goal was to warn voters about judicial candidates who might overrule so-called tort reform legislation backed by business. The Ohio and Illinois Supreme Courts had already done just that, throwing out sweeping tort law changes approved by those states' legislatures on state constitutional grounds.

The $1 million the national chamber of commerce was committing came on top of millions more it was already contributing to advertising campaigns being conducted by its affiliates in Michigan and Ohio dealing with Supreme Court races in those states.

Officials of the national chamber contended more aggressive involvement in judicial races was necessary to counteract the influence of contributions trial lawyers were making to judicial campaigns. They were suggesting a link, not entirely unfairly, between trial lawyer largesse and rulings striking down pro-business "tort reform" laws passed by state legislatures. (Of course those laws' path through the legislatures had been well-greased by the chamber's own generous donations to state lawmakers' campaigns.)

In 2000, state Supreme Court candidates collectively spent $45.6 million on their races, an astonishing 61 percent increase over two years before, and double the total raised by judicial candidates in 1994.

At least half of all donations came from two sectors of society with a big stake in court decisions: business interests and lawyers.

These swelling war chests launched unprecedented judicial "air wars," and a discernible coarsening in the tone of judicial campaigning. All together, more than $10 million was spent barraging voters with more than 22,000 airings of television ads, according to data contained in the 2000 edition of "The New Politics of Judicial Elections," the bi-annual report on judicial campaigns issued by Justice-at-Stake, New York University Law School's Brennan Center for Justice , and the National Institute for Money in State Politics.

The television commercials, many of them decidedly un-judgelike attack ads, were bought either by the judicial candidates themselves or by political parties and interest groups. But at least, all those 15-second and 30-second TV ads were confined to just four states with fiercely contested races — Ohio, Mississippi, Michigan, and Alabama. The rest of the country was spared.

III. The Virus Spreads

In the 2002 election cycle, regrettably, more states were infected by this special-interest-money fever. More special interests began targeting state Supreme Court seats, and television ads became a mainstay of judicial elections in more than twice as many states as in 2000 — even though fewer states had contested elections that year. In Mississippi, the average cost of winning a judgeship skyrocketed to more than $1 million, compared to just under $400,000 two years earlier — the increase, perversely, both driven and underwritten by special interests.

In June 2002, the U.S. Supreme Court, made it harder to contain the damage. Its 5-to-4 ruling in one landmark case, Republican Party of Minnesota v. White, struck down, on free speech grounds, a Minnesota rule forbidding judicial candidates from announcing their views on contentious public policy issues.

The issue of candidate speech in campaigns for the bench, it should be said, is not a simple one. Once states decide to elect judges, voters need meaningful information so they can determine who, from their standpoint, would make a better judge, and candidates are entitled to leeway beyond what some state judicial codes have historically allowed to make their case.

The difficult challenge, which Justice Antonin Scalia's majority opinion brushes past, is to spell out an approach that leaves adequate room for campaign speech while making clear that states retain the authority to draw a line against judges and judicial wannabes promising, or coming perilously close to promising, to rule a particular way on an issue percolating in the courts.

Emboldened by the White ruling, state supreme court candidates and special interests spending on their own ran television ads in 11 competitive judicial races in 2002, appealing to voters by invoking hot button issues like tort liability and crime. In nine of those contests, the candidates who spent the most on ads won.

Former Justice Sandra Day O'Connor, a fervent crusader in her retirement for preserving judicial independence, has lately expressed regret about her deciding vote in the White case.

Justice O'Connor devoted most of her concurring opinion to detailing her longtime opposition to judicial elections and support for merit appointment of judges, but ultimately concluded that if states persist in having judicial elections, candidates must be allowed to have their full-throated say.

Whatever one's view of the underlying First Amendment issue, the eloquent dissenting opinion filed by Justice Ruth Bader Ginsburg, warning of the potential for increased politicization and undermining of the judiciary's special role, now seems prescient. Justice Ginsburg and her fellow dissenters, Justices John Paul Stevens, Stephan Breyer, and David Souter, also pointed to the affront to due process when litigants must appear before judges whose apparent neutrality is compromised not just by campaign fundraising but by their outspoken statements on issues during an election.

But back to the timeline. Since 2002, the involvement of moneyed interests in state Supreme Court elections has only escalated. The $24.4 million candidates and interest groups spent on TV ads in 2004 more than doubled the previous record set in 2000. The average amount raised by winning candidates who raised any money was about $650,000, compared to $450,000 in 2002.

"A perfect storm of hardball TV ads, millions in campaign contributions and bare-knuckled special interest politics is descending on a growing number of Supreme Court campaigns," declared the 2004 edition of "The New Politics of Judicial Elections." State supreme court contests, the report further noted, "are becoming epic battlegrounds in the tort liability wars, the culture wars, and other contests where powerful groups and wealthy donors seek to install judges who will rule in the interest, not the public interest."

This year the trend continued. Voters went to the polls in 22 contested Supreme Court races in 11 states on November 7. TV ads appeared in all but one of the states, and new candidate fundraising records were set in four states, according to the Brennan Center of Justice. In at least eight Supreme Court campaigns, fundraising totals soared past $1 million. In Washington State, independent advertising by special interest groups in furtherance of an unsuccessful primary campaign to oust the state's incumbent Supreme Court Chief Justice, Gerry Alexander, exceeded $1.3 million, according to a recent report in the Seattle-Post-Intelligencer.

The doubts created about judicial impartiality are soaring just as rapidly.

IV. The Race for a Cure

Federal court administrators use the term "judicial emergency" to refer to federal jurisdictions where the appointment process has lagged in filling judicial vacancies. In states where judges are chosen by election, by contrast, the real "judicial emergency" isn't vacancies, but the degree to which courts are now filled with judges who are beholden to the moneyed interests that helped elect them.

Of course, no method of choosing judges is perfect or altogether free of politics. Appointive systems breed their own set of confounding issues. That has never been more true than today, with the tremendous partisan wrangling at the federal level over the qualifications and ideology of presidential court nominees.

But judicial elections that are increasingly polluted by enormous floods of special interest money are far worse. The disturbing role that money now plays — which is only getting worse — seals the case for abandoning elections in favor of merit selection.

Even merit selection does not completely remove special interest money from the process — special interests can still contribute to governors, or whoever is doing the appointing, and they lobby for certain kinds of judges to be appointed. But by using a process that assigns a major role in the winnowing of applicants to an independent blue ribbon screening panel not controlled by the appointing elected official — the course long urged by many bar associations and civic groups — special interest influence can at least be limited.

Unfortunately, merit selection of state judges has to be a long-term goal. There is still considerable popular support for the idea of electing judges, and special interests that are doing well with their pay-to-play contributions to judicial candidates have every selfish reason to defend the status quo.

On the encouraging side, the defeat this past election of several ballot initiatives backed by interest groups seeking to cut back on judicial power and independence was a sign voters understand the importance of maintaining a strong court system. In the aftermath of November's elections, debate over the problem of money in judicial elections is intensifying, and the list of states considering some sort of reform is growing.

Short of the wholesale replacement of judicial elections with a merit appointment system, the next best antidote would be replacing the special-interest money flowing to judges with clean public financing. North Carolina recently adopted a public financing system for judicial elections, and it seems to be working well so far in enhancing judicial independence.

More rigorous financial disclosure is also needed. As Public Citizen has usefully detailed, for example, the Chamber of Commerce has a history of channeling electioneering money to front groups in order to disguise pro-business support for favored juducial candidates.

It would also help if judges who benefit from huge campaign donations from special interests would have the good sense and decency to recuse themselves when big cases involving those same interests come before them. State bar associations, ethics boards, and state legislatures should be pushing for tougher recusal rules — and pointing out the illogic of saying that a small gift by a litigant to a judge creates an impermissible conflict, but a multi-million-dollar campaign contribution, which can make the difference between a judicial candidate winning or losing his judgeship, does not. In states that hold partisan judicial elections, switching to nonpartisan campaigns, which are typically less expensive, and bereft of party labels inappropriate for judicial office, would be another positive tweak.

The U.S. Supreme Court, for its part, should revisit its decision in the White case to at least make clear that its permissive attitude toward candidate speech does not extend to barring states from curbing the direct involvement of judges in hitting up donors, or promising voters how they would resolve a particular case or churning legal issue.

It is bad enough that the ever-increasing cost of running for legislative or executive office fosters cozy ties between politicians and special interests looking to influence government decisions. The extension of that seamy pathology to powerful elected judgeships marks a disturbing escalation of the political influence game.

Judges are supposed to be different.

Legislative and executive officials represent their various constituencies. Judges, in contrast, are supposed to represent only the ideal of justice. A judge deciding a case shouldn't be worrying how ruling a certain way might affect campaign fundraising, or whether it might invite a blitz of negative TV ads in the next election.

It is time — long past time, really — to drain the influence money from America's system of justice.

Lela Moore contributed research for this article.

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categoria: stati uniti, bush, bug di sistema


domenica, 03 dicembre 2006

IRAK: I NOVE PARADOSSI DI UNA GUERRA PERSA

Lunedì, 30 Ottobre 2006 - 00:05 - di Michael Schwartz*

IRAK: I NOVE PARADOS...
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Ho scelto di tradurre questa articolo che fa il punto sulle “nuove” strategie che i militari americani stanno ipotizzando per l’Iraq, perché illustra per voce degli stessi strateghi militari statunitensi, il fatto che gli USA (e con loro l’Occidente ) hanno ormai perso ogni occasione di fare dell’Iraq qualcosa di diverso da un enorme campo di battaglia, almeno fino a quando vi rimarranno.

L’analisi dei “paradossi” incontrati dai militari nella loro discussione (e ampiamente ignorati dai media, se non fosse per alcuni volenterosi come Gordon e Schwartz) è molto più significativa delle soluzioni ipotizzate (anche da un apposito brainstorming messo all’opera dal governo), che in realtà coprono tutto lo spettro dell’ipotizzabile senza riuscire a trovare un piano dai prevedibili esiti meno che fallimentari.

Altri commentatori hanno già detto che queste ipotesi, data la situazione sul terreno, si equivalgono nella loro inutilità/impraticabilità; quello che si può aggiungere è che, posto il riconoscimento di una lunghissima serie di “errori” dell’amministrazione Bush, ancora non si può dire se tali “errori” siano il frutto di errate valutazioni e incapacità, o se, avuto riguardo della pianificazione della campagna d’invasione dell’Iraq, non siano in realtà i frutti di una velenosa strategia volta a conseguire obbiettivi molto diversi da quelli dichiarati pubblicamente dall’amministrazione Bush.

Resta il dato certo per il quale l'opposizione all'occupazione ha ormai raggiunto una -massa critica- tale da rendere impossibile la gestione dell'Iraq come piacerebbe all'amministrazione americana, ora come in futuro.
IRAK: I NOVE PARADOSSI DI UNA GUERRA PERSA


Recentemente il New York Times ha suggerito che che l’esercito americano ed i marine fossero prossimi a cambiare l’approccio concettuale alla guerra in Iraq. Le due istituzioni, riportava Michael R. Gordon, “ stanno terminando un lavoro su una nuova dottrina per la contro-insorgenza” che dovrebbe, secondo il tenente generale in pensione General Jack Keane, "cambiare l’intera cultura (dei militari) mentre transita al warfare irregolare”. Questi momenti strategici nei quali si grida “Eureka!” sono stati abbastanza comuni da quando l’amministrazione Bush invase l’Iraq nel marzo 2003, e questo - la copertura del quale è morta in meno di una settimana- sarà probabilmente buttato nel cestino della spazzatura della storia insieme alle altre volte nelle quali si è creduto che l’approccio tattico e strategico alla guerra dovesse cambiare. Tra questi vanno inclusi: l’assalto a Falluja nel 2004, diverse elezioni, lo “standing up” dell’esercito iracheno e il vallo, brevemente apparso sui media, che gli iracheni stavano pianificando di scavare attorno alla loro vasta capitale, Baghdad.

Questo piano però aveva una parte intelligente, tratta da un articolo che quattro esperti militari hanno pubblicato sulla rivista semi-ufficiale Military Rewiew, intitolato: “"I paradossi della contro-insorgenza " (“The Paradoxes of Counterinsurgency”). I nove paradossi che questi esperti evidenziano sono a dir poco vistosi e rendono interessante la lettura; ma sono anche più di stimolanti rompicapo del warfare relativo alla contro-insorgenza. Ciascuno di questi contiene implicite critiche alla strategia americana in Iraq. Visti in questa luce diventano lezioni istruttive da parte degli interni sul perché la presenza americana in Iraq sia stata un tale disastro e perché questa (o di qualunque altro paese) nuova strategia abbia ridotte possibilità di portare miglioramenti.

Paradosso 1:

Più proteggi le tue forze, meno sei sicuro

Gli esperti militari offrono questa spiegazione: “La contro-insorgenza ottiene il successo definitivo proteggendo la popolazione, non sé stessa”. Può sembrare un’affermazione debole, ma non fatevi ingannare. Integra una critica devastante al principio cardinale dell’esercito americano in Iraq: quella per la quale prima di tutto bisogna minimizzare il rischio per le truppe americane, stabilendo regole d’ingaggio che si riducono essenzialmente al “Prima spara e poi chiedi scusa”.

Applicazioni di questo principio si rintracciano nella ormai familiari politiche di annichilire ogni auto che superi la linea di rispetto ai check-point ( perché potrebbe essere un’autobomba - N.d.t - e non solo, ricordiamo il caso dell’uccisione di Calipari.); sparare ai pedoni che si trovino sul percorso di ogni convoglio americano ( perché potrebbero tentare di fermare il convoglio e scatenare un agguato); e chiamare in causa l’artiglieria o l’aviazione contro ogni casa che possa essere un nascondiglio di insorgenti ( perché diversamente questi potrebbero scappare e/o sparare a una pattuglia Americana.

Questa politica dello “spara per primo” ha garantito che fossero uccisi, feriti o lasciati senza casa un gran numero civili ( compreso un notevole numero di bambini). Per gran parte di noi, uccidere in questo modo molta gente innocente sarebbe stato un motivo sufficiente per abbandonare questa politica, ma da un punto di vista militare questo non è sufficiente in sé stesso. Queste tattiche diventano un anatema solo quando non puoi più ignorare che hanno reso ancora più difficile per l’esercito occupante “mantenere contatto” con la popolazione locale al fine di “ottenere informazioni per condurre le operazioni e rinforzare i legami con le persone che stabiliscono la legittimità”.

Paradosso 2:

Più forza usi, meno sei efficace.

Gordon, giornalista del Times riassume bene la logica qui: “ Una forza robusta accresce il rischio di danni collaterali ed errori, e aumenta le opportunità per la propaganda della resistenza”.
Considerando i livelli di devastazione raggiunti nella città sunnita di Falluja ( dove è stato stimato che il 70% delle strutture sono state danneggiate e circa il 50% distrutte nell’assalto americano del novembre 2004) e in altre città sunnite ( dove intere zone sono state devastate), o anche nella Najaf sciita ( nella quale intere zone e gran parte della città vecchia sono state distrutte nel 2004), la parola “robusta” deve essere considerata un eufemismo.

Anche l’uso del termine “propaganda” tradisce l’orientamento degli autori (militari), dato che molti considerano tali livelli di devastazione una ragione legittima per unirsi a gruppi che mirino ad espellere gli occupanti.

Ancora una volta colpisce la logica applicata dai militari. Questi livelli di distruzione non sono, in sé stessi, considerati un problema, almeno fino a che qualcuno realizza che stanno facilitando il reclutamento nella resistenza.

Paradosso 3:

Più la contro-insorgenza ha successo, meno forza bisogna usare.

Sebbene non sia presentato in questa maniera, il paradosso è in realtà una critica diretta della strategia americana nei mesi successivi alla caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003. In quei primi giorni, la resistenza all’occupazione era veramente modesta, una media di soli sei ingaggi violenti al giorno (confrontati ai 90 di tre anni dopo).

Ma la politica dell’esercito americano nel paese era ancora basata sulla forza soverchiante. I comandanti americani cercarono di scoraggiare una insorgenza maggiore reprimendo ferocemente ogni segno di resistenza. Questa strategia incluse ricerche casa per casa, testimoniate del reporter Nir Rosen e descritte nel suo impressionante libro: “In the Belly of the Green Bird.

Queste missioni, ripetute centinaia di volte in tutto l’Iraq, comprendevano l’invasione delle case di sospetti insorgenti, trattamenti brutali delle loro famiglie e spesso delle loro proprietà, e la detenzione a tempo indeterminato degli uomini trovati in quasi tutte le case perquisite, anche se le truppe USA sapevano che le informazioni erano inaffidabili.

Dimostrazioni relativamente pacifiche furono represse con la forza, facendole quasi sparire, fino a quando nel tardo aprile del 2004 a Falluja le truppe americane uccisero 13 dimostranti che chiedevano che i militari lasciassero una scuola usata come quartier generale locale. Questo incidente divenne una cause celebre attorno alla quale gli abitanti di Falluja si organizzarono assumendo un ruolo centrale nella resistenza che nacque di li a poco.

La nuova strategia di contro-insorgenza accetta l’idea che dimostrazioni di forza schiacciante che producono una rispettosa obbedienza si siano dimostrate un boomerang, producendo invece una esplosione di ribellione. Ora che una maggioranza significativa degli iracheni è determinata ad espellere gli americani, le promesse di un trattamento più umano nel futuro non riusciranno a far tornare il genio dell’insorgenza nella bottiglia.

Paradosso 4:

A volte non fare nulla è la reazione migliore.

Questo paradosso è nei fatti una critica a un altro principio cardinale dell’occupazione: l’applicazione di forza soverchiante per insegnare agli insorgenti ( e potenziali insorgenti) che nessun tipo opposizione verrà tollerata e che, in ogni caso, è senza speranza.

Una tipica illustrazione di questo principio nella pratica è stata offerta da un rapporto dell’esercito, in gennaio: “ Un drone americano segnalò tre uomini che scavavano un buco in una strada della zona. Gli insorgenti seppelliscono abitualmente ordigni lungo le strade della zona per colpire convogli americani o iracheni. I tre uomini furono seguiti fino a un edificio, che poi le forze americane colpirono con munizioni guidate di precisione. Come risultò,