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sabato, 10 maggio 2008

La Francia e la dittatura mettono a rischio i soccorsi ai birmani


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Venticinquemila morti. Una ecatombe quella che si è abbattuta sulla Birmania. Ma ricostruire l'ultima tragedia birmana in ordine di tempo è elementare, tanto la disgrazia è stata cavalcata da molti in maniera già vista in decine di occasioni simili. Come a seguito della recente rivolta popolare contro la dittatura, la comunità internazionale ha sgomitato per cavalcare il palcoscenico offerto dal grande disastro di naturale e dalla spendibilità di un numero enorme di vittime, dimostrando di non avere minimamente a cuore la sorte delle vittime dell'uragano, quanto di perseguire altri disegni. Le cronache ci dicono che la giunta birmana, un regime dominato dalla paranoia e dalla superstizione, nega l'accesso agli aiuti, ma non è dato sapere che a scatenare l'irrigidimento - apparentemente irrazionale - della dittatura birmana ha contribuito grandemente una folle iniziativa francese.

La giunta birmana, incapace persino di trasmettere al suo popolo l'allarme lanciato dalla sorveglianza meteorologica dell'India, incapace di soccorrere i propri cittadini, è sembrata particolarmente sadica nel rifiutare gli aiuti alle popolazioni colpite, ma si è trattato invece di una prevedibilissima reazione all'iniziativa francese. A poche ore dal disastro la Francia non ha trovato di meglio che presentarsi al Consiglio di Sicurezza dell'Onu invocando un presunto diritto all'ingerenza per motivi umanitari, preludio ad un intervento diretto in territorio birmano da parte di altri paesi. Se la Francia voglia tutelare le proprie concessioni estrattive o se davvero a Parigi stiano pensando a mettere piede militarmente in Birmania non è dato saperlo, ma la mossa è stata più che avventata ed ha trovato l'opposizione di molti paesi.

Nonostante questo la giunta birmana, che vive nel terrore dell'invasione straniera tanto da aver spostato la capitale nell'interno costruendo ex-novo una città che è un monumento alla pochezza dei militari, ha sentito la pressione e ha reagito chiudendosi a riccio, fino a quando non è stato chiaro che la proposta non aveva alcuna possibilità di avere un seguito. Tipica reazione di un paese che ha il decimo esercito al mondo (come numero di militari) senza aver combattuto altra guerra che non quella contro i propri cittadini.

La particolare visione eurocentrica delle vicende birmane ci ha impedito di vedere i numerosi aiuti giunti senza problemi in Birmania dai vicini asiatici e anche di cogliere la ragione del conflitto tra la dittatura birmana e l'ONU. Non ha aiutato l'inviato ONU Gambari, che “ha una missione diversa” e non ha aiutato nemmeno Fassino, insignito dell'altisonante titolo di inviato europeo a mettere il naso nelle faccende birmane in nome della democrazia.

Quello francese è stato un tentare forzature a tutti i livelli, a cominciare da quello procedurale perché, come ha detto Dumisani Kumalo, ambasciatore del Sud Africa: “anche ieri c'è stato un enorme disastro in Corea del Nord, ma non abbiamo mai discusso di eventi naturali in Consiglio di Sicurezza, nemmeno dello tsunami” . Insomma l’Occidente non ha perso l’ennesima occasione per integrare un rozzo tentativo di assalto a quel che resta della legalità internazionale in nome dell'intervento umanitario.

L'ambasciatore francese Ripert ha dichiarato (da una trascrizione della missione francese): “Questa è una procedura. C'è un drammatica e disastrosa situazione, senza precedenti, in Myanmar. Il concetto di responsabilità all'offrire protezione è poco conosciuto in Francia: lo abbiamo inventato con Bernard Kourchner venti anni fa, nel 1988, in particolare con una risoluzione che aveva a che fare con l'accesso alle vittime. Fu l'inizio di tutto. Esattamente pensiamo e affermiamo: la responsabilità primaria è del governo del Myanmar, ma se fallisce o se non ha le possibilità, noi dobbiamo fare qualcosa. Se non facciamo niente la gente continuerà a morire, le epidemie si diffonderanno e sarà un disastro”.

Per “fare qualcosa” si intende evidentemente invadere Myanmar con una forza “umanitaria” in grado di muoversi autonomamente e coprire un paese intero, ovviamente a prescindere dal consenso del governo birmano. Stupisce che i generali si siano irrigiditi? Ha ragione l'ambasciatore americano all'ONU Zalmay Khalilzad nel dichiarare offensiva la lentezza del governo birmano a fornire risposte e informazioni all'Onu, il giorno 8 marzo, ma esiste un chiaro rapporto di causa-effetto tra l'iniziativa francese e la temporanea chiusura birmana.

Secondo l'ambasciatore britannico all'ONU, la procedura R2p (la sigla con la quale è conosciuta), non è applicabile come risposta ai disastri naturali. In proposito si discuterà di “fare qualcosa” in Somalia la prossima settimana e proprio il nostro paese reclama il merito dell'iniziativa. Peccato che a relazionare sullo stato del Paese saranno i supporter del governo dei signori della guerra e dell'invasore etiope; non c'è da attendersi troppo da una relazione che sarà ovviamente tesa a negare le responsabilità evidenti del disastro. Impossibile poi che si trovino volontari a rilevare militarmente gli etiopi ormai impantanati.

La situazione sembra ora migliorare per quel che riguarda l'arrivo degli aiuti. Le pretese francesi non hanno fatto presa; hanno al contrario sollevato fastidio ed irritazione e la giunta birmana è sembrata rilassarsi. Politica avventurista e improntata all'interventismo, quella della presidenza Sarkozy e del suo ministro, tanto falco pur provenendo dall'associazionismo umanitario, Così tanto da gettare grosse ombre anche sulle iniziative che lo hanno visto protagonista per anni.

Altre recenti iniziative di politica estera francese hanno sollevato robuste opposizioni al di fuori dell'occidente, dall'Africa all'Asia, non ultimo il salvataggio “manu militari” del dittatore del Ciad proprio mentre si stava dispiegando la missione Eufor nel paese, pretesa proprio dalla Francia a protezione dei profughi del Darfur, almeno sul piano formale. Sul piano della realtà la presenza della missione europea in Ciad sembra utile solamente a fornire legittimità alle truppe francesi già impegnate in Ciad e Repubblica Centrafricana a sostegno di due sanguinarie dittature sedute su risorse strategiche per Parigi, come il petrolio e l'uranio.

Così come in quel caso, anche in occasione della disgrazia birmana si è fatto leva sulla tragedia, incuranti delle vittime, cercando improbabili giustificazioni a interventi illegittimi e a prima vista folli, giocati integralmente sulla pelle delle vittime; proprio perché il governo francese può stare sicuro che nessuno, in patria come nel resto d'Europa, si alzerà a denunciare comportamenti tanto irresponsabili e a chiederne conto.
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categoria: onu , asia, global risiko, emergenze umanitarie, istituzioni globali


lunedì, 24 settembre 2007

I pericolosi giocattoli cinesi.


Grande rumore ha fatto sotto gli ombrelloni il sequestro di milioni di giocattoli pericolosi o "tossici" prodotti in Cina, molto meno ne ha fatto l'ammissione di colpa della Mattel (corporation americana), giunta a ferie finite.
La Mattel scusandosi con i produttori cinesi, ma soprattutto con il governo cinese, ha ammesso che la "pericolosità" dei giochi dipendeva da progettazioni errate e da capitolati di produzione contrari alla legge. Grossa soddisfazione in Cina, immediata e verticale caduta d'interesse per i fan del "pericolo giallo".

Se ne è parlato poco, nessuno ha pensato all'imprenditore cinese che si è suicidato sentendosi rovinato, nessuno ha pensato al funzionario governativo che ha pagato con la vita l'essere condannato per corruzione nei controlli proprio in un momento nel quale era urgente l'esigenza da parte cinese di "dare l'esempio", nemmeno una riflessione sull'ineluttabilità della pena di morte, in particolare quando colpisce un innocente.

Ben pochi poi hanno notato un dettaglio:
Mattel si è scusata con i cinesi, ma non si è scusata con le famiglie dei due morti e nemmeno con i propri clienti.
Come ha detto il senatore di New York Charles E. Schumer: “It’s like a bank robber apologizing to his accomplice instead of to the person who was robbed” .

Già, è proprio "come se un rapinatore di banche si scusasse con il proprio complice invece che con le persone che sono state rapinate". Abbastanza paradigmatico, la Mattel fa politica, ha la primaria necessità di produrre in Cina sfruttando lo sfruttabile, chissenefrega dei clienti-bambini; e figurarsi chissenefrega dei due cinesi.

I genitori dei clienti tra l'altro saranno convinti che la colpa è dei cinesi, figurarsi, magari qualcuno avrò anche provato soddisfazione sapendo dell'esecuzione del funzionario; perchè turbare questo quadro idilliaco fornendo scuse evidentemente non richieste nemmeno dai media?

Lo spingere la paranoia anticinese è insopportabile, in occasione delle proteste in Myanmar sono molti i commentatori che hanno parlato addirittura di "pressioni" di Pechino a tenere duro; nessuno in Occidente ha dato la notizia che il gigante petrolifero (statale) indiano ha siglato un accordo petrolifero con la dittatura del Myanmar proprio ieri. A celebrare l'accordo è andato un ministro indiano, che a Yangoon si è beccato le proteste degli attivisti birmani. I generali che si vendono le risorse del paese non hanno grandi problemi, c'è la fila alle loro porte per il legname e gli idrocarburi birmani, in tempi di globalizzazione la democrazia può attendere.
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categoria: trash, truffe, asia, corporation, salute in pericolo, bug di sistema, global risiko


lunedì, 25 giugno 2007

No del Congresso all'Arabia Saudita, no dell'Africa a Bush e l'Afghanistan secondo CNN.

Hanno mandato in onda questa mappa qui
 
 

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Altro record nella produzione dell'oppio

Nell'anno in corso la produzione afgana di oppio crescerà del 49% rispetto a quella dell'anno passato, che aveva segnato il record di sempre per l'Afghanistan. La sola provincia di Helmanda produrrà più droga di interi paesi come il Marocco, Burma o la Colombia. Cinque anni fa Tony Blair si assunse la responsabilità delle politiche antidroga in Afghanistan, la provincia di Helmand è controllata (insomma...) dalle truppe britanniche.

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Intanto si viene a sapere che nessun paese africano ha accettato di ospitare AFRICOM, che nelle intenzioni del Pentagono doveva essere una mega-base dalla quale gli Stati Uniti potranno organizzare il controllo del continente. Dal Marocco, il più fedele alleato USA nel continente, fino ad esaurire l'elenco, tutti hanno detto NO alla Casa Bianca, augurandosi che gli altri paesi rifiutino. Secondo il Dipartimento di Stato gli USA "Hanno un problema d'immagine" poichè le pubbliche opinioni africane non si fidano degli Stati Uniti. Come dire che alle parole di Bush che presentò l'AFRICOM come uno strumento utile alla "sicurezza comune", non ha creduto proprio nessuno.
 
Un altro no ha invece colpito l'Arabia Saudita ed è stato pronunciato dal Congresso, dove un emendamento bipartisan ha negato, per la prima volta, la concessione di aiuti all'Arabia Saudita. Un provvedimento più importante per la forma che nella sostanza, i sauditi non hanno mai ricevuto somme ingenti e nemmeno ne hanno bisogno. A colpire sono le motivazioni addotte al divieto di finanziare Ryad, deciso poichè il regno saudita è stato accusato di non fare alcuno sforzo ufficiale per arrestare i circa 3000 sauditi mediamente impiegati in Iraq contro le truppe USA (circa il 60% degli attentatori suicidi in Iraq sono di nazionalità saudita).
 
A questo si aggiunga la vicenda di Saleh al-Liuhaidan, capo della giustizia saudita che avrebbe approvato il trasferimento di uomini e denaro ad al Zarqawi e il fatto che il 50% delle entrate di Hamas sia garantito loro dalla famiglia Saud e si capirà  che la pattuglia di lobbysti vicini ad Israele non ha dovuto faticare troppo per ottenere un provvedimento che è un vero e proprio segnale politico rivolto ai reali sauditi.
Nota: per rendersi conto della conoscenza della geografia da quelle parti, basta leggere questa indagine
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categoria: stati uniti, media, afghanistan, africa, arabia saudita, war on terror, asia


venerdì, 15 giugno 2007

Promemoria per la lotta di Vicenza. Diego Garcia e Chagos


Un dettaglio che mi sembra mancare, nella comunicazione prodotta dagli attivisti impegnati nella lotta contro il raddoppio della base di Dal Molin, è la dimensione temporale che occuperà la futura caserma.
Nella strategia americana le grosse basi hanno il difetto di diventare inamovibili per decenni, restando in eredità alle generazioni future. Il caso degli Ilois illustrato di seguito è esemplare; loro sono addirittura stati cacciati dalla loro Vicenza e, nonostante due pronunce delle corti più alte a loro favore, sono ancora in esilio perchè gli americani non vogliono nessuno tra i piedi. L'ultima notizia sugli Ilois ci dice che hanno chiesto i danni, ma che non hanno ancora ricevuto il permesso di ritornare a casa dal governo inglese.

Una grande base è per sempre, anche quelle in Iraq vengono definite dagli analisti: "Everlasting pyramids",  piramidi eterne.

Nel frattempo sarebbe carino adottare a distanza la causa degli Ilois (pronuncia: iluà, isolani), tenendo presente che ci potrebbe essere da imparare anche da altri casi simili in giro per il mondo, nei quali le popolazioni locali hanno subito di tutto.



Diego Garcia & Chagos, armi e truffe in paradiso. 
       "La sordida favola di un paradiso armato"
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          Il decollo dei B52 da Diego Garcia, dal blog di un soldato americano.

Jan. 19, 2005 at 9:57 AM

in: http://mazzetta.splinder.com/post/9230572
martedì, 27 marzo 2007

Myanmar: la nuova capitale presentata alla stampa.

 

Si chiama Naypyidaw, la nuova capitale burmese voluta dalla giunta militare e in particolare dal generale Than Shwe. La nuova capitale è stata costruita da zero nell'interno del paese a circa 460 chilometri dalla "vecchia" capitale Rangoon, che si trova sulle rive del golfo del Bengala. In occasione della sua presentazione ufficiale al mondo, i giornalisti stranieri sono stati eccezionalmente ammessi ad assistere alla parata inaugurale. Le uniche immagini della città erano fino ad oggi quelle presenti sul blog del giornalista indiano Siddharth Varadarajan.

L'idea è frutto della paranoia della giunta militare, che pensa così di allontanare i timori di una invasione straniera (americana) che restituisca il paese alla democrazia. Gli Stati Uniti non hanno però alcuna intenzione di imbarcarsi in un'avventura militare del genere, nonostante siano ormai parecchi anni che non passa settimana senza che il portavce del Dipartimento di Stato non minacci più o meno velatamente la giunta militare.

Non essendoci "islamici" in giro, l'ex Burma non rientra nella lista dei paesi da raddrizzare manu militari per Washington, ma per l'anziano generale golpista i timori assumono di volta in volta le sembianze americane, indiane e cinesi; a seconda dell'umore. Nella nuova capitale, nei pressi della quale è stata costruita una fortezza destinata a residenza del generale, sarà trasferito il personale governativo con tutti i ministeri. La scelta della posizione, nonostante si trovi in una zona notoriamente malarica è stata dettata da un'unica considerazione: renderla il meno accessibile possibile in caso di invasione straniera.

Nella foto il generale Than Shwe durante la cerimonia.

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categoria: asia, repressione


sabato, 27 gennaio 2007

Nel Giorno della Memoria non ci sarà ricordoper l'Olocausto Nero.


Nel Giorno della Memoria si commemora l'Olocausto ebraico per mano nazista. Scelta comprensibile poichè è stato istituito proprio per questo, per ricordare una delle pagine più buie della storia europea, una pagina che è stata scritta anche da molti italiani, attraverso la formalizzazione di leggi razziste, attraverso la complicità fascista nell'esecuzione della  soluzione finale e attraverso il consenso quasi unanime degli italiani ad un regime che si è macchiato di questi ed altri gravi crimini.
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Oggi però le celebrazioni del  Giorno della Memoria rischiano di sembrare ipocrite e di avere il paradossale effetto di portare all'integrale rimozione del più grande tra tutti gli olocausti provocati dalla civile Europa. Celebrare il Giorno della Memoria in funzione antinazista è più che giusto e più che opportuno, ma rischia di sembrare un comodo espediente per dimenticare l'Olocausto coloniale che è cominciato ben prima di quello nazista e che  è terminato (forse) molti anni dopo la sconfitta tedesca.

Il primo e più evidente esempio di questa rimozione è l'Olocausto dei congolesi per mano del re
Leopoldo II del Belgio. Si tratta di una storia orribile, nella quale trovarono la morte dai 10 ai quindici milioni di congolesi sul finire dell'ottocento. All'epoca il "Libero Stato del Congo" era stato affidato a re Leopoldo dalla Conferenza di Berlino (1885) al fine di "promuovere il libero scambio e combattere la schiavitù in quei territori".

Finì che Leopoldo II, che aveva ottenuto il Congo in virtù di trattati truffaldini stipulati dall'esploratore
Morton Staley con i capi congolesi (a titolo d'esempio il Re del Congo cedette la sovranità sul suo regno a Stanley per: "un pezzo di vestiario al mese"), provocò in meno di cinque anni il dimezzamento della popolazione del Congo.

Come spesso accade la causa di questo Olocausto fu la brama di denaro, potere e di risorse; il razzismo anche in questo caso fu piuttosto lo strumento attraverso il quale imporre questo sfruttamento tacitando i dubbi delle coscienze. Leopoldo II fece fronte all'improvviso aumento mondiale della domanda di gomma (Goodyear aveva scoperto il processo di vulcanizzazione della gomma e si cominciavano a vendere i primi pneumatici) costruendo uno spietato sistema di sfruttamento della manodopera locale. Il sistema si avvaleva di -Capita- (anologhi ai Kapò di nazista memoria) che erano messi a capo dei singoli villaggi. Ogni Capita deteneva donne e bambini del villaggio in custodia e, qualora la raccolta della gomma non fosse giudicata soddisfacente, procedeva mozzando gli arti ai parenti dell'operaio svogliato, un pò alla volta, fino a che tutta la famiglia non restava uccisa insieme al
lavoratore.


Leopoldo II fu un Hitler ante litteram anche per quello che riguarda l'uso della propaganda, divenne infatti
P16_congo1905famoso come corruttore di giornalisti. L'Olocausto congolese venne alla luce presso le opinioni pubbliche occidentali dopo che alcuni famosi scrittori lo denunciarono nelle loro opere: Joseph Conrad in "Cuore di Tenebra" (che non è una storia sul Vietnam, ma la cronaca vissuta da Conrad incontrando il vero Kurtz quando lo scrittore era pilota di battello sul fiume Congo), Mark Twain ne "Il Soliquio di Re Leopoldo" (Opera semisconosciuta, ma disponibile gratuitamente in versione integrale su Internet) e Conan Doyle in The Crime of the Congo; ma poco avrebbero potuto le loro opere senza ricevere il fondamentale sostegno di un'invenzione di quei tempi: la fotografia. Solo quando l'Europa e gli Stati Uniti vennero invasi da centinaia di foto raccapriccianti che immortalavano bambini con le braccine mozzate e distese di cadaveri, solo allora per Leopoldo si materializzarono le prime difficoltà. A quei tempi circolò allora la battuta secondo la quale "Leopoldo non aveva potuto corrompere la Kodak". Ancora oggi sono facilmente reperibili documenti e rapporti che non lasciano dubbi sulla dimensione e sulla brutalità dell'Olocausto congolese.

Lo scoppio dello "scandalo" nelle opinioni pubbliche occidentali non portò comunque grosse conseguenze al re; dopo alcuni anni i suoi possedimenti privati passarono allo stato belga e sulla faccenda venne messa una pietra sopra. Prima e dopo Leopoldo, in Congo e fuori dal Congo, l'Olocausto Nero continuò senza preoccupare nessuno, nonostante da tempo si fossero fatte largo le teorie contro lo schiavismo; il razzismo verso i neri continuò anche dopo la scoperta dell'Olocausto Ebraico e le condanna del razzismo successiva alla Seconda Guerra Mondiale.

L'Olocausto Nero continuò, meno intenso in Congo, ma vivo e vitale nel resto dell'Africa, grazie al fatto per il quale il razzismo conclamato è stato la regola fino a qualche decennio fa. Il Congo si aprì ad altri sfruttamenti, compresi quelli ad opera della nobiltà nera capitolina, con il beneplacito di tutta l'Europa razzista e delle sue chiese, oltre a quello dello Stato Pontificio che taceva sulla sorte quei selvaggi che diceva di voler evangelizzare e civilizzare grazie all'opera dei suoi missionari.

Non per niente anche nei "civili" Stati Uniti d'America, che combatterono il regime nazista in nome della libertà, negli anni '60 vigeva ancora l'apartheid, vergogna sparita dal Sudafrica bianco ( e dalla Namibia da questi amministrata) solo dopo il 1990. Un razzismo per nulla mascherato, che ha coperto e copre ancora oggi gli atroci crimini coloniali; quando muoiono dei neri non scatta l'indignazione, anzi, il più delle volte l'indignazione non ha notizie alle quali appigliarsi. E' stato così per i massacri italiani in Etiopia, per quelli commessi da inglesi, portoghesi, britannici, tedeschi e spagnoli; è stato così per l'Olocausto Nero di Leopoldo ed è così oggi per l'intervento militare in Ciad e Repubblica Centrafricana, del quale non si è accorto nessuno; continua ad essere così per i milioni di profughi africani e per altri milioni che muoiono per fame o malattie perfettamente evitabili.

Oltre dieci milioni di morti non sono stati un gran peso nemmeno per un piccolo paese come il Belgio e la sua monarchia Ancora nel 2002,
Guido Gryseels, direttore del Museo Reale Belga per il Centro Africa, rispondeva agli storici che chiedevano finalmente un'ammissione di colpa in merito all'Olocausto leopoldino: " Controlleremo queste richieste, le investigheremo e entro il 2004 cercheremo di dare delle risposte". A oggi le risposte non sono ancora pervenute, a meno che non le abbiano sussurrate nell'orecchio a chi aveva posto le domande. L'unica risposta è venuta dal libro di Adam Hochschild, il documentato: "Il fantasma di re Leopoldo";  libro presto caduto anch'esso nell'oblio. Ben pochi artisti hanno osato esprimersi sul Leopold-Arlon-webtema, ancora meno l'argomento ha interessato il mondo del cinema. Ancora oggi, parlando con un belga, questi ti dirà più o meno che in Congo i belgi hanno costruito la ferrovia; lo stesso tipo di risposta che ci si può attendere da un italiano, un francese, un tedesco, un britannico o uno spagnolo parlando dei territori nei quali le loro colonizzazioni hanno portato stragi, terrore e sfruttamento.

Non molto diverso da quanto si diceva nel 1960, quando un tristissimo re Baldovino osò dire ai congolesi, nel corso del pubblico discorso nel quale consegnava svogliatamente l'indipendenza dal Belgio: "L'indipendenza del Congo costituisce la realizzazione dell'opera concepita dal genio di Leopoldo II. Opera intrapresa con coraggio e tenacia, e continuata con perseveranza dal Belgio" senza che nessuno europeo si sia offeso. Statue di Leopoldo II decorano ancora il Belgio, dove è ricordato come "il re costruttore", avendo investito le enormi ricchezze rubate al Congo nella trasformazione di Bruxelles da cittadina qualunque a capitale europea.


Ad offendersi furono invece i congolesi ed il loro premier Patrice Lumumba. L'unico premier eletto democraticamente nella storia del Congo prima delle recenti elezioni vinte da Kabila jr., che però ebbe poco tempo per indignarsi. Dopo alcuni mesi nei quali dovette fronteggiare ribellioni ed ostacoli da parte di Belgio e Stati Uniti, due agenti dei servizi del Belgio lo rapirono, lo fecero a pezzi e ne bruciarono i resti dentro ad un bidone, consegnando il Congo nelle mani del sergente Mobutu. L'omicidio di Lumumba è stato "confessato" solo nel 2002 dagli autori (tra i quali il generale Gerard Soete) ed ammesso da fonti ufficiali del Belgio. La dittatura di Mobutu, sostenuta dalle potenze occidentali capaci di armare mercenari ed etnie anche contro l'ONU, ha retto fino a metà degli anni '90, quando la sua dipartita riaprì la partita per il controllo delle immense risorse del paese e diede vita alla "Prima Guerra Mondiale Africana". Un conflitto del quale, ancora, si è parlato poco.

A margine di questo conflitto ci fu l'unico Olocausto Nero riconosciuto come tale della storia. La mattanza tra Hutu e Tutsi è stata riconosciuta come un Olocausto, probabilmente perchè i colpevoli sono risultati essere anch'essi neri, almeno ufficialmente. A conferma di questa ipotesi c'è il fatto che le testimonianze di autorevoli ufficiali dei Caschi Blu che operavano nella zona, in merito a precise responsabilità francesi e belghe, non hanno avuto stampa. Ad ulteriore conferma c'è il netto rifiuto della Francia alla richiesta, da parte del Ruanda, di processare alcuni ufficiali e cittadini francesi. A rafforzare la puzza d'ipocrisia c'è la recente proposta di legge francese, secondo la quale si vorrebbe il carcere (in Francia) per chi nega il genocidio degli Armeni (genocidio commesso dai turchi), mentre ancora non è pervenuta alcuna assunzione di responsabilità per i massacri decisi a Parigi e commessi dall'Africa all'Indocina nel corso dell'ultimo secolo.

A rendere la dubbia moralità di questa certificazione olocaustica ci sono poi alcuni fatti non secondari. Mentre lo scontro tra Hutu e Tutsi provocò un milione di morti in Ruanda, la sua continuazione ne provocò almeno cinque milioni in Congo (attenzione, al link ci sono immagini molto forti ed esplicite), ma di questi non parla nessuno. Come peraltro  nessuno parla dei circa cinque milioni di "negri" africani che ogni anno potrebbero essere salvati dalla morte per fame,
solo se la "civile" Europa volesse.

Nel Giorno della Memoria sarebbe bene ricordare che l'Europa non porta la colpa del solo olocausto nazista. Sarebbe bene ricordare che anche paciose cittadine come Bruxelles sono costruite sul sangue e sui cadaveri di milioni di persone annullate in virtù di un pregiudizio razzista. Sarebbe bene ricordare, soprattutto ai timorati cristiani, che le chiese europee sono state complici dell'Olocausto Nero non meno di
11297695481624 quanto lo siano state di quello ebraico. Sarebbe bene ricordare che ancora oggi, nell'epoca dell'informazione globalizzata e sovrabbondante, milioni di persone muoiono perchè sono lasciate morire dalla nostra indifferenza, perchè non siamo capaci di un serio momento di confronto, oltre il quale decidere la definitiva messa al bando dello sfruttamento razzista del continente africano e il riconoscimento delle colpe europee. Sarebbe bene chiedere al mondo dell'informazione perchè questi crimini siano tenuti tanto nascosti, perchè migliaia di giornalisti pronti ad indignarsi per qualsiasi sciocchezza non riescano a trovare un minuto per condannare l'Olocausto Nero che continua a consumarsi giorno dopo giorno.

Questo non succede, non succede nel Belgio che non ci tiene a far sapere di aver superato nei numeri gli orrori nazisti, non succede nella Francia madrina dei diritti umani, degli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità  e figlia della Rivoluzione Francese che in Africa continua ad usare le armi per proteggere i propri interessi dai negri che vorrebbero godere delle loro risorse; non succede negli altri paesi, tutti presi dall'esercizio razzista esplicito verso i nuovi nemici, gli islamici cattivi, meglio se immigrati.

Per questo, nel Giorno della Memoria, occorre ricordare anche l'Olocausto coloniale, sperando che un giorno la storia che conosciamo corrisponda a quella che i nostri governi hanno scritto con i loro crimini e non a quella che ipocriti cantori del nulla cercano di farci mandare a mente.

Lo dobbiamo alla nostra dignità, lo esige la costruzione europea, che non può fondarsi su questo massiccio negazionismo, lo dobbiamo alla storia stessa, prima che si verifichi l'auspicio di Patrice Lumumba e che si costruisca un'Europa destinata all'umiliazione e alla vergogna quando questa ipocrisia verrà, in un modo o nell'altro, risolta :

"Un giorno la storia parlerà con la sua voce, ma non sarà la storia che insegnano all'ONU, a Washington, Parigi, Bruxelles, ma la storia che sarà insegnata nei paesi liberati dal colonialismo e dalle sue marionette. L'Africa scriverà la sua stessa storia. Una storia di gloria e dignità"

Patrice Lumumba


Per non sembrare troppo tenero con gli angli, quasi ignorati in questa discussione, compenserò con questo link dal quale si evince che a ordinare l'omicidio di Lumumba fu A. Dulles, capo della CIA (e molto altro, lumumba è al numero 11) e indicando questa recensione di The Corporation That Changed the World: How the East India Company Shaped the Modern Multinational , di Nick Robins, che si riferisce alla East India Company, che fu non meno mortale della Societé Generale du Belgique fondata da Leopoldo e che ne fu l'ispirtrice. Negli anni della giovinezza infatti Leopoldo viaggiò a lungo e trasse ispirazione ed esempio proprio dalla organizzazione di inglesi ed olandesi nel Far East. Purtroppo la Compagnia delle Indie non ispirò solamente Leopoldo, ma tutte le grandi corporation a venire, che ancora ne impiegano i metodi e che ancora sono letali come lo fu la grande compagnia inglese.L'East India Company è l'esempio perfetto di quel mercantilismo assurto a sistema di dominio che ancora oggi molti confondono con l'imperialismo. L'East India Company fu sciolta dalla regina Vittoria (alla quale in fin dei conti aveva procurato un impero) proprio per la fondamentale incompatibilità tra un potere politico assoluto (imperiale) e un potere economico che aspira ad assumenerne la potenza per arricchire gli associati (il mercantilismo).
giovedì, 21 dicembre 2006

Morto un Turkmenbashi se ne farà un altro?



Muore a 66 anni, 21 dei quali passati a regnare dispoticamente sul Turkmenistan, il dittatore
Saparmurat Niyazov. Se lo è portato via un infarto; a succedergli dovrebbe essere il presidente del parlamento, se non fosse che anche questa carica gli apparteneva.
image590910xDopo essere stato eletto per la prima volta presidente, ai tempi della separazione del Turkmenistan dall'URSS, Nyazov aveva instaurato il più classico dei culti della personalità in un crescendo di deliri, giungendo a rifare il calendario per nominare i giorni e i mesi con nomi che richiamavano a lui o ai suoi familiari.
Da quando si autonominò presidente a vita,
il suo ritratto figura in tutti i programmi televisivi e studenti e funzionari devono leggere per forza i suoi scritti intitolati Ruhmana. Libro che senza falsa modestia egli paragonava al Corano e alla Bibbia.

Durante la sua dittatura l'età media dei turkmeni è calata fino alla soglia dei 60 anni, l'istruzione è stata demolita, la stampa asservita e le libertà civili praticamente azzerate. In cambio i turkmeni hanno potuto ammirare centinaia di statue del dittatore poste nei luoghi più impensabili.

Il Turkmenistan possiede riserve di gas naturale che lo pongono al quinto posto nel mondo in questa classifica, oltre petrolio e altri minerali, ma ben pochi dei suoi quattro milioni di abitanti ne hanno potuto beneficiare. Nyazov, che ovviamente aveva proibito tutti i partiti tranne il suo, ha cercato di mantenere una certa equidistanza da Mosca e Washington, isolando ancora di più il suo paese dalla comunità internazionale.

Sul futuro del paese pesa ora una grande incognita, sia perchè nel partito unico non sono presenti personalità in grado di subentrare al dittatore (visto che per star sul sicuro Nyazov ha sempre eliminato tutti quelli che non si limitavano ad adorarlo), sia perchè poco si sa dei due figli. Secondo
Global Witness, una organizzazione che si occupa di diritti umani con base a Londra , afferma che sotto il diretto controllo di Nijazov sono depositati all'estero ingenti somme valutate in 3 miliardi di dollari, 2 dei quali nel Foreign Exchange Reserve Fund della Deutsche Bank in germania (fonte wikipedia).


Il sito del padre dei turkmeni: http://www.turkmenbashi.org/ è stato chiuso e un redirect punta ora a quello ministero degli esteri turkmeno.
Di lui restano molte statue dorate e il ricordo di una personalità delirante, mentre è tutto da decidere a proposito di chi e come riuscirà a colmare il vuoto di potere creatosi alla sua morte.

Aggiornamento: Il Consiglio per la sicurezza nazionale ha nominato
Kurbanguli Berdymukhamedov, che ricopriva la carica di primo ministro, alla presidenza.
Il nuovo presidente ha detto che il Consiglio del Popolo (composto da 2500 notabili turkmeni) si riunirà martedì per decidere la data delle elezioni presidenziali (da tenersi presumibilmente nel 2007) e l'elenco dei concorrenti.
Berdymukhamedov è stato preferito a Ovezgeldy  Atayev, che subentrando a Nyazov a capo del parlamento si sarebbe trovato nella posizione "legale" dalla quale accedere all'interim presidenziale. Obiezioni legali e procedurali hanno portato alla scelta finale in favore di Berdymukhamedov, il quale ha auspicato l'unità nazionale e dichiarato che la politica turkmena continuerà sulle linee di neutralità ed umanesimo imposte da Nyazov.

Nella capitale intento sono state rimosse le decorazioni per le festività e chiusi i negozi di alcolici, mentre il paese si prepara a un discreto periodo di lutto per la morte del padre di tutti i turkmeni.
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domenica, 03 dicembre 2006

La Cina vorrebbe introdurre tutele per i lavoratori, ma le corporation dicono NO

La migliore dimostrazione che globalizzazione non aumenta gli standard per i lavoratori, ma che tende ad azzerarli.

Friday, Oct. 13, 2006 at 11:48 AM
Dopo aver colpito duramente la cricca di Shangai il governo di Pechino ha annunciato l'introduzione di qualche norma a tutela dei lavoratori.
In Cina i lavoratori attualmente non godono di assistenza sanitaria e nelle more del boom hanno dovuto subire ogni tipo di ancgheria, compresa quella di non essere pagati.
I sindacati, fino ad ora, hanno interpretato la funzione di guardiani dei lavoratori, più di quella di tutori dei loro interessi.

Come reagisce l'Occidente a tale notizia, dopo aver lamentato per anni che la Cina sfrutta un vantaggio competitivo robusto costituito dal fatto di non avere costi sociali a carico dei datori di lavoro ed altri impedimenti di tipo "europeo"?

Reagisce annunciando, per bocca delle camere di commercio americane, una contrazione degli investimenti in Cina. Questo senza neppure sapere che genere di modifiche verranno introdotte e guardando probabilmente a paesi che non abbiano nemmeno le minime tutele alle viste nel paese di mezzo.

Quindi a parole l'Occidente è contro lo sfruttamento della manodopera in Cina, ma appena questo tende a diminuire le grandi aziende occidentali minacciano di fuggire altrove perchè vogliono guadagnare su quello sfruttamento.

Ciò significa che lo sfruttamento non è incoraggiato dalle politiche governative, ma perennemente inseguito ed implementato dai grandi investitori internazionali (Occidentali primi fra tutti), gli stessi che poi fingono di lamentarsi della concorrenza cinese mentre si riempiono le tasche producendo in Guandong.

domenica, 03 dicembre 2006

Corea: Una bomba molto piccola

Posatosi il polverone dei media...
Monday, Oct. 09, 2006 at 10:36 PM
Dice il New York Times:

Even as North Korea came under international condemnation today after boasting that it had tested a nuclear device, there were serious doubts about the strength of the weapon.


Bebeto Matthews/Associated Press

“We have assessed that the explosion in North Korea was a sub-kiloton explosion,” said the intelligence official, speaking on condition of anonymity because of the sensitivity of the issue. He added, “We don’t know, in fact, whether it was a nuclear explosion.” He spoke as intelligence analysts in Washington were in the early stages of assessing the explosion.

Traducendo: non si sa se l'esplosione sia stata veramente "atomica"; perchè gli esperti americani l'avrebbero valutat di potenza inferiore a un kilotone.

Troppo poco per una bomba atomica, almeno a sentire loro.

Di sicuro lo è stato il suo annuncio per il caos che ha provocato.
Se il caro leader voleva attirare l'attenzione c'è riuscito benissimo, sarebbe sperabile che la comunità internazionale cominciasse a fornire cibo ai coreani che il caro leader se lo sopportano da anni piuttosto che a inutili sanzioni (è ancora attivo un blocco per il caso del traffico di dollari falsi) o a bombrdamente "chirurgici" dei quali l'ombroso Kim si farebbe un baffo.

I russi invece dicono che l'esplosione sarebbe stata tra i 5 e i 15 kilotoni (Range che comunque è troppo vsto per essere un dato strumentale)
Un chilotone è l'equivalente dell'energia liberata dll'esplosione di mille tonnellte di esplosivo.
Comunque il regime nordcoreano, abbia bluffato oppure no, è riuscito nell'incredibile impresa di raccogliere condanne da tutti i paesi del mondo.
Persino il Pakistan (principale partner del programma nucleare nordcoreano) ha condannato senza mezzi termini il test e non è mancata neppure la condanna della Cina (condanna dura e "riconoscimento" dell'esplosione come tomica), finora unic ad essersi assunta l'onere, insieme alla Corea del Sud, delle estenuanti relazioni e trattative con il governo di PyongYang.

Che il governo nordcoreano fosse in grado di far esplodere un ordigno atomico non era certo un mistero, resta comunque il fatto che la "minaccia" reale che il regime può rappresentare è molto relativa.

Privo di aviazione efficiente, con un unico test per un missile a lungo raggio fallito miseramente, senza sistemi satellitari di guida e con un ridotto potenziale deflagrante, il regime coreano non ha evidentemente i mezzi o l'intenzione di aggredire nessuno dei paesi vicini ( e ancora meno quelli lontani).
Per farsi un'idea dell'avanzamento tecnico nordcoreano:

" # La bomba atomica di Nagasaki aveva una potenza di circa 30 chilotoni.
# La bomba nucleare sganciata sull'atollo di Bikini il primo marzo 1954 aveva una potenza di circa 20 megatoni. Un megatone equivale a 1000 chilotoni, ovvero 1.000.000 di tonnellate di tritolo.
(Fonte wikipedia)

Dal punto di vista tecnico, anche se i valori fossero quelli supposti dai russi, l'atomica coreana sarebbe quindi un ordigno comunenemte assemblabile da qualsiasi paese con una facoltà di fisica.

http://www.nytimes.com/2006/10/09/world/asia/09cnd-nuke.html?
hp&ex=1160452800&en=e294c996e3f77f14&ei=5094&partner=homepage
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categoria: stati uniti, asia, proliferazione nucleare


domenica, 03 dicembre 2006

Giochi di (poco) prestigio tra Corea ed ONU.

ALLARME COREA PER NON PARLARE DI IRAQ Sabato, 07 Ottobre 2006 - 13:30 - di mazzetta

Giochi di (poco) pre...
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http://www.altrenotizie.org
Saturday, Oct. 07, 2006 at 2:16 PM

Abbandonati i propositi bellicosi verso l’Iran, l’amministrazione USA si rivolge ora contro la Corea del Nord cercando di far dimenticare il clamoroso fallimento delle due guerre in corso (Afghanistan ed Iraq) agitando una nuova “minaccia.
C’è da dire che il regime nordcoreano, come a suo tempo quello iraniano, agisce mirabilmente di sponda alle necessità dell’amministrazione Bush, ma non è il caso di pensare a pazzie quando è in gioco il potere.
Erano passati pochi mesi dall’inizio del primo mandato di Bush che gli Stati Uniti decisero di arrestare gli aiuti alimentati del programma alimentare mondiale (World Food Programme, agenzia ONU), mettendo in oggettiva difficoltà il regime nordcoreano, fino ad allora impegnato nel colloqui con la controparte meridionale in vista della riunificazione del paese.

A quel punto a Kim, il dittatore coreano, non rimase che agitare lo spauracchio atomico, cercando di ottenere dalla comunità internazionale quel che desiderava sotto la minaccia di un aumento della proliferazione nucleare.

La mossa fu benvenuta dagli Stati Uniti che nella regione hanno un interesse politico ben preciso: quello di fare del Giappone un alleato armato (sul modello della Gran Bretagna in Europa) e di mantenere la Corea del Sud strettamente alleata all’asse atlantico. Sarebbe la strategia de “l’anello di fuoco” a circondare la Cina, anello del quale dovrebbe far parte anche l’India, cooptata nell’alleanza grazie all’apertura del supermarket bellico statunitense e dello sdoganamento del suo programma atomico.

Tutto molto simile a quanto accaduto con l’Iran, che da anni cerca un appeasement con Washington sulla base del riconoscimento dei suoi diritti come potenza regionale in Medioriente e sulla concessione della non-belligeranza esplicita da parte dell’amministrazione americana.
Washington però ha un disperato bisogno di “nemici” per compattare l’opinione pubblica interna e per giustificarsi agli occhi di quella internazionale, così non sono mai arrivati né gli aiuti alimentari alla Corea del Nord e nemmeno il trattato con l’Iran.

Alcuni hanno visto la mossa di Pyongyang come una reazione alla ormai unica candidatura del sudcoreano Ban Ki-Moon a segretario dell’Onu, ma in realtà è altro ad aver inquietato la Corea del Nord. Ban Ki-Moon, pur gradito agli americani e pur essendo stato un funzionario ligio ai voleri delle dittature sudcoreane filo-americane, è stato a lungo un artefice della riunificazione e, da ministro degli esteri. ha saputo contrastare lo storico rivale giapponese, per non parlare delle sue aperture verso Cina e Russia e della politica coreana nell’Asean (l’equivalente asiatico della Comunità Europea), organizzazione dalla quale ha contribuito a tenere fuori gli Usa che pretendevano di farne parte al fine di condizionarla.

In realtà ad inquietare la Corea del Nord è stata la proposta americana per il nuovo direttore del WFP. Sulla nomina del nuovo direttore del programma alimentare ONU si è infatti scatenata la consueta battaglia che sembra in procinto di terminare con la nomina di un candidato graditissimo agli USA. Come spesso accade l’amministrazione USA ha sfidato la farsa pur di ottenere quanto desiderato. Mancano tre mesi allo scadere del mandato di Kofi Annan e John Bolton, ambasciatore americano all’ONU, si stava dannando l’anima per fare in modo che le nomine di questi ultimi mesi ai vertici delle agenzie durassero solo fino allo scadere del mandato dell’attuale Segretario Generale.

Giunti però alla nomina del direttore del WFP, Bolton ha compiuto una veloce inversione, affermando che questi poteva mantenere il mandato per cinque anni, poiché “ci sono precedenti diversi”. Attualmente in gioco per la nomina a direttore del WFP ci sono quattro candidati: un canadese, un norvegese, uno svizzero e un’americana. Dato che Svizzera e Norvegia hanno già dei sottosegretari al scelta dovrebbe restringersi ad un derby tra Canada ed Usa, con Bolton che dice: “I’m sure we’re going to prevail” (Sono sicuro che vinceremo).

Ma chi è il candidato che inquieta tanto il regime coreano?
Si tratta di Josette Sheeran (Shiner), che nelle intenzioni di Bolton e soci dovrebbe trasformare il WFP in una asset strategico statunitense come già è accaduto con la nomina di Paul Wolfowitz a capo della World Bank. La signora Sheeran ha alle spalle una carriera da giornalista e donna d’affari all’ombra del reverendo Moon. La prima volta che apparve sulla stampa fu quando suo padre James cercò di sottrarla insieme alle sorelle Vicky e Jaime alla setta del reverendo famoso in Italia per la vicenda Milingo, nonché per il fatto che si dichiari il figlio di Dio venuto in terra a sollevare gli uomini dal peccato originale (peccato commesso da Eva accoppiandosi con il diavolo e non mangiando la mela).

La storia e i lamenti del padre contro la setta finirono in una articolo di Times Magazine del 10 novembre 1975, intitolato “Pazze per Moon”, un articolo contro i pericoli rappresentati da questo tipo di sette. Fino al 1996 Josette rimarrà membro attivo della congregazione, per passare poi alla carriera giornalistica e manageriale all’interno dell’impero secolare del reverendo (che è una potenza economica anche e soprattutto in Corea), di istituzioni private (Empower America) e pubbliche (Dipartimento di Stato). Nel gergo dei “moonies” è “andata nel mondo” al fine di diffondere la posizione e gli interessi della Chiesa della Riunificazione.
Moon però è molto altro, la sua Chiesa dell’Unificazione è la preferita di Bush Senior, nonché pilastro della Lega Anticomunista Mondiale. Questo non gli ha impedito di coltivare in passato affari con il regime nordcoreano (Come dimostrano i documenti della stessa Dia americana)

Erano i tempi nei quali la Sheeran spandeva eulogie della dittatura coreana sul Washington Times (che appartiene a Moon insieme all’agenzia UPI, due media sempre in prima fila quando c’è da diffamare qualche nemico di Bush) descrivendo Kim Il-Sung come “self-confident, reflective elder statesman rather than the reclusive, dogmatic dictator he is usually portrayed as in the West." Pochi anni dopo, cambiati gli interessi di Moon e di Bush, eccola cambiare opinione ed essere presentata per l’importante incarico da quel Bolton che della Corea del Nord dice peste e corna da anni.

Risulta fin troppo chiaro che la nomina di questa servizievole bushista alla guida dell’agenzia dalla quale dipende gran parte della stabilità del regime nordcoreano, sia vista come una minaccia molto più dell’eventuale elezione di Ba- Ki-Moon al segretariato generale; non fosse altro perché il direttore del WFP è, paradossalmente, dotato di maggiore libertà d’azione dello stesso Segretario, comunque vincolato ai voleri dei paesi con diritto di veto all’ONU. Al regime non è rimasto quindi che minacciare l’esecuzione di un test nucleare, nella speranza che la parte “dialogante” delle diplomazie mondiali spinga per un atteggiamento più comprensivo verso il paese da anni alla canna del gas.

La diplomazia americana non ha perso tempo ed è insorta contro il “paese canaglia”, spalleggiata dal governo giapponese di Abe, più nazionalista di Koizumi, che non vede l’ora di togliere il divieto alla ricostituzione delle forze armate giapponesi e di procedere al riarmo (anche nucleare) del suo paese, per il quale la minaccia coreana è una manna caduta dal cielo . Atteggiamento opposto hanno manifestato Russia e Cina (che da tempo rappresenta l’unica “finestra” rimasta alle relazioni internazionali nordcoreane), ma anche della Corea del Sud, che proprio con l’avvento di Bush ha visto evaporare quella riunificazione che una decina d’anni fa sembrava dietro l’angolo.

Chiaramente non si tratta d’altro che dell’ennesima ipocrisia americana, non fosse altro per il fatto che un test nucleare non è un atto aggressivo e anche per il non trascurabile particolare che il nucleare nordcoreano proviene dai laboratori di Islamabad. Fu infatti il Pakistan a fornire al regime di Kim l’occorrente per la bomba (si veda il dossier nucleare di Altrenotizie.org ndr) in cambio della tecnologia missilistica coreana. Così com’è stato il Pakistan a fornire lo stesso materiale ad Iran e Libia; ma su questo, come su tutto l’avanzatissimo programma nucleare dell’alleato pachistano, a Washington vige l’omertà più assoluta. Il Dipartimento di Stato lamenterà che la corea del Nord non partecipa al Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP, come l’alleato pachistano ed il nuovo cliente nucleare indiano) e che il test rappresenta, oltre ad un affronto alla comunità internazionale, una grave minaccia per la pace nella regione. Poco importa se i coreani siano del tutto incapaci di esercitare una seria minaccia sui vicini, anche se in possesso di testate nucleari, l’importante è sollevare un po’ di polverone.

La questione potrebbe comunque pregiudicare veramente l’elezione di Ban Ki-Moon (che non è parente del reverendo Moon), che come rappresentante asiatico è un po’ troppo vicino al gruppo dirigente repubblicano (ed è pure cristiano) e rimettere in gioco la candidatura dell’indiano Tharoor, per il momento sconfitto dalla robusta campagna del governo sud-coreano, che ha siglato accordi commerciali con qualche decina di paesi per spianare la strada al suo candidato).
Tharoor ha però raccolto un “veto” da uno dei cinque paesi con seggio permanente (non è difficile capire quale paese anche se il voto è segreto) e difficilmente potrà ritornare in corsa, a meno di accadimenti eccezionali nei prossimi due mesi.


L'articolo del '75 sulla famiglia Sheeraa e i moonies
http://jcgi.pathfinder.com/time/magazine/article/0,9171,913685,00.html

Documenti della Dia americanza che accusano Moon
http://www.consortiumnews.com/moondocs/index.html
http://www.consortiumnews.com/moondocs/moondoc2-3.htm
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domenica, 03 dicembre 2006

Gli USA -sanzionano- la Thailandia.

Il golpe non è stato accolto bene dalla comunità internazionale, mentre al momento pare gradito dalla popolazione.
Thursday, Sep. 28, 2006 at 10:44 PM
Il governo americano ha deciso di sottoporre la Thailandia a sanzioni economiche come "punizione" per il golpe che ha cacciato il primo ministro Taksin, molto vicino a Washington.
Il Dipartimento di Stato ovviamente ha motivato le sanzioni come "stimolo" a un rapido ritorno alla democrazia.
Thaksin era un grande fan della "war on terror". Fortunatamente le sanzioni comprendono anche il taglio all'assistenza militare.
Da notare che lo stesso gruppo dirigente che non ha mai elevato sanzioni alle dittature sudamericane oggi si inalbera di fronte a quello che al momento appare come un golpe istituzionale incruento e benvenuto dalla massima autorità politica e, per il momento, della popolazione thailandese.
Non estraneo ai motivi delle sanzioni dovrebbe essere il cambio di politica annunciato dai militari verso i musulmani del Sud, che negli ultimi anni avevano represso duramente su ordine di Thaksin. I militari fedeli al re hanno chiaramente affermato che cambierà l'atteggiamento verso le popolazioni meridionali; dall'ascesa di Thaksin nel Sud del paese era esploso il "terrorismo islamico", guarda caso dopo una serie di "incidenti" nei quali erano morti decine di inermi cittadini e di angherie di ogni genere chiaramente pianificate.

http://italy.indymedia.org/news/2004/12/690179.php

http://www.altrenotizie.org/modules.php?op=
modload&name=News&file=article&sid=791&mode=thread&