mazzetta

Ce la possiamo fare...
martedì, 11 dicembre 2007

Cosacce di guerra.


Negli Stati Uniti la Cia ha distrutto i video degli interrogatori con impiego della tortura. Dicono che si sentivano autorizzati da un parere legale, rilasciato da un team legale di una delle tante agenzie segrete ( il misterioso -Direttorato delle Operazioni- ) della stessa CIA. Dicono che se qualcuno gli avesse detto "non fatelo", i video esisterebbero ancora. Giustificazioni abbastanza deboli, ma si capisce che per la reputazione degli Stati Uniti i video delle torture a Guantanamo su Youtube non avrebbero aiutato, ma quei video sarebbero anche le "prove" a sostegno della detenzione di altri prigionieri. Distrutte quelle, come processare i "terroristi" che si dice di aver individuato grazie alle pratiche vietate?

La commissione d'inchiesta del Congresso dice che l'insieme delle giustificazioni formite nelle audizioni dalla CIA "non sembra essere vero".

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Anche in Israele è tempo di commissioni d'inchiesta. Un simpatico teatrino è la Commissione Winograd, che deve cercare di capire di chi è la colpa della rovinosa invasione del Libano l'anno scorso . L'ultima scenetta è la messa sotto accusa della censura militare, perchè la Commissione ha notato come  dai briefing tenuti da ufficiali dell'IDF, siano stati diffusi dati fin troppo dettagliati sulle operazioni in corso. Una spettacolarizzazione della guerra che non è piaciuta e che è potenzialmente rischiosissima. L'ufficio della censura militare, che dovrebbe visionare in anteprima i servizi giornalistici e controllare che non diffondano informazioni utili al nemico, però non ci sta. La giustificazione non fa una piega, "Nel corso degli anni il nostro organico è stato dimezzato, da 70 a 35 persone, solo 28 dei quali sono censori. Quando eravamo in 70 c'erano tre, forse quattro giornali. Oggigiorno c'è internet, ci sono le radio, le televisioni ed i giornali locali"..."era impossibile fare di più". Continuano intanto, come sempre, le incursioni violente a Gaza e l'espansione del muro e delle colonie in territorio palestinese, nello spirito che ha sostenuto il recente incontro di Annapolis.

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Nel vicino Egitto invece la commissione d'inchiesta sulle torture non la fanno proprio. Ci pensa allora Human Rigths Watch che denuncia una squallida operazione del governo Mubarak.
La dittatura egiziana avrebbe inventato dal nulla un gruppo terroristico cattivissimo, la Setta Vittoriosa, pronta a fare strage di turisti e a far saltare gli oleodotti. Per fermare la minaccia rappresentata dall'apparizione improvvisa di questa pericolosissima setta, Mubarak ha stracciato la costituzione a suo esclusivo favore e promulgato lo stato d'emergenza. Evidentemente i terribili "Fratelli Musulmani" in Egitto non fanno paura a nessuno, se il governo sente il bisogno di inventare la Setta Vittoriosa. Qualcuno lo dica a Magdi Allam e agli altri che da anni la menano con la pericolosità per l'Occidente di quelli che sono a tutti gli effetti dei perseguitati da uno sfacciato dittatore .

 HRW si è imbattuta nel caso perchè tutta la montatura si sarebbe basata su accuse false e su alcune "confessioni" estorte con la tortura. Banalmente tragica per casi come questi, la circostanza che vede 10 degli accusati, poi assolti dalla giustizia governativa, essere ancora detenuti non si sa dove. Per chi ha voglia c'è un bel dossier sul caso. Per la giustizia egiziana la misteriosa setta non è mai esistita, peccato invece che le leggi promulgate per "combattere " la setta invece continuino ad esistere eccome. I paesi occidentali sono sembrati poco interessati a questo genere di contrattempo locale.

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Dalla Somalia giunge la voce dell'ONU che chiede 406 milioni di dollari per il 2008, per coprire i costi degli aiuti nel paese. L'hanno scorso solo il 70% della somma richiesta è stata coperta. Secondo l'ONU la prima causa di morte tra i bambini nel paese è la diarrea, segutia dalla sottoalimentazione e dalla mancanza delle cure più elementari. Il nuovo premier che non governa ha detto che le agenzie umanitarie potranno soccorrere la popolazione; peccato che la "strategia" dell'esercito etiope in situazioni del genere preveda l'affamamento della popolazione civile. Fa lo stesso nella regione etiope dell'Ogaden contro cittadini etiopi, non è pensabile che si comporti più sportivamente con gli odiati somali. Negli ultimi giorni il mattatoio somalo ha lavorato a rilento, comincia a scarseggiare la materia prima, che preferisce disperdersi e rischiare la morte per fame che stare nelle zone sotto controllo etiope e subire violenze certissime.

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Dall'Iraq la scoperta di un database qaedista ha fornito uno spaccato interessante dei combattenti stranieri in Iraq. La maggioranza è rappresentata da sauditi (48%), seguiti dai libici (18%), yemeniti, algerini, marocchini, tunisini e giordani. Con grande sorpresa non c'è segno di un collegamento con Siria e Libano; pochissimi siriani e nessun libanese; niente Hezbollah. Ai sauditi non piace la sottomissione dei sunniti iracheni, ma ai sunniti iracheni sono diventati insopportabili gli stragisti clericali in nome di Allah. Così i combattenti stranieri adesso hanno qualche difficoltà ad entrare in Iraq e devono fare un lungo giro fino ad entrare dalla Siria. Bin Laden non sbagliava parlando di "errori" commessi dai suoi in Iraq, tali e tanti sono stati che ora anche per i combattenti stranieri "islamici" è diventato difficile stare in Iraq. Su 25.000 detenuti (sottostimati) in Iraq, solo l'1,2% sono stranieri, difficile pensare che possano esserci quindi i 10.000 "terroristi stranieri" stimati dagli USA, difficile anche credere alle notizie che parlano di migliaia di iraniani in azione in Iraq; nelle prigioni irachene ci sono solo 11 iraniani detenuti e nessuno per "terrorismo". L'Arabia Saudita ha detto che sta facendo il possibile per limitare l'afflusso di volontari, ma c'è da credere che tutti gli autocrati dei paesi di provenienza dei "terroristi" siano più che contenti di vederli sfogare in Iraq.

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In Afghanistan il governo dice che ci vorrebbe un esercito afgano di 200.000 uomini, ma la Nato risponde che bastano 70.000, che quasi sono tutti addestrati, tutti armati di mitra americani M16; e che l'esercito afghano sarà dotato di elicotteri e carri armati "world class", hanno proprio detto così. Intanto continua il gioco dell'elastico a Musa Qala, un'operazione congiunta tra americani e afgani ha cacciato gli occupanti talebani (qui sotto trovate la celebrazione grafica della vittoria) dalla cittadina. Il prossimo round a primavera. Nessun progresso invece  sul fronte delle infrastrutture.

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In Pakistan i piani americani per la sostituzione di Musharraf sono ancora dall'esito incerto, quanto è certo che le alternative non sono molto meglio del dittatore in carica. Dopo Benazir Bhutto è stato permesso il ritorno anche dell'esule Sharif. Si giocherà tutto sulla fedeltà del nuovo capo dell'esercito a Musharraf, se saprà resistere alle lusinghe e minacce che non saranno mancate nel lungo incontro con John Negroponte subito dopo la sua nomina, l'influenza dell'esercito sul paese durerà a lungo. L'ex capo dell'ISI, un fedelissimo, diventa la pedina più importante nel risiko pachistano. Il paese resta pervaso dalla violenza e molte aree del paese sono fuori dal controllo del governo centrale, situazione che ha portato il Pakistan a superare l'Afghanistan nella classifica dei "paesi falliti". A raffreddare gli animi, il generale Ashfaq Parvez Kayani, nuovo capo dell'esercito, ha dichiarato che il 2008 sarà "l'anno del soldato"; viatico perfetto per il ritorno ad una parvenza di democrazia

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A mettere la ciliegina sulla torta è arrivato stasera il Presidente della Repubblica, Giorgo Napolitano, il quale in visita a Bush ha affermato che gli Stati Uniti non possono essere lasciati soli nel "portare la pace"" "L'Italia e l'Europa vogliono assumersi le loro responsabilita' per mantenere la pace e la stabilita', come per promuovere la democrazia, noi non possiamo chiedere agli Usa di assumersi l'incarico di preoccuparsi della sicurezza internazionale, perche' questa e' un dovere di tutti e l'Unione europea deve essere all'altezza di questo compito". Tutto ciò dopo che Bush aveva appena finito di dire che anche se l'Iran non ha un programma nucleare militare: "Basta la conoscenza della tecnica di costruzione delle atomiche" per rendere pericoloso l'Iran." Cheney ha aggiunto:" Non tutti capiscono la minaccia della proliferazione nucleare in Iran o altrove, ma noi e i nostri alleati la comprendiamo bene e abbiamo il dovere di prevenirla.
Parole che suonano bizzarre e pretestuose, mera propaganda.

Oltre a Napolitano c'è rimasto ancora qualcuno là fuori, convinto che Bush e soci stiano promuovendo pace, stabilità e democrazia?
venerdì, 24 agosto 2007

9/11 e Pakistan: Una domanda senza risposta.

L'amministrazione USA sapeva da anni che senza l'aiuto del Pakistan i Talebani non avrebbero potuto conquistare e tenere l'Afghanistan, perchè allora dopo il 9/11 gli USA hanno attaccato l'Afghanistan e si sono alleati proprio con quel Musharraf che ha finanziato gli attentati del 9/11?

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Questo rapporto è del 1996 ed è reperibile insieme ad altri (successivi) sul sito dei National Security Archives in una pagina che chiede retoricamente se il Pakistan sia il Padrino dei Talebani. La pagina qui sopra ed altri documenti sono stati resi pubblici a metà Agosto grazie ad una richiesta a norma del Freedom Of Information Act (trovate altri riferimenti al FOIA in un articolo più sotto o usando il tag Stati Uniti, oppure qui)

Da questo ed altri documenti risulta chiaro che dopo l'abbandono dei sovietici dell'Afghanistan, il Pakistan ha allevato e nutrito la milizia talebana e protetto Osama Bin Laden dagli stessi americani. In un documento si dice a chiare lettere che i Talebani combattevano le forze di Massoud (sostenuto da Russia  e Iran, che ora è accusato falsamente dagli USA di sostenere i Talebani) potendo contare su armi, soldi e uomini (dal 20 al 40% dei combattenti) provenienti dal Pakistan. Una verità di pubblico dominio, che ora si scopre ufficialmente riconosciuta anche dal governo americano.

Posto quindi che la natura del fenomeno talebano è quella di una creatura artificiale pachistana ( e in parte saudita), posto che gli attentatori del 9/11 erano per la maggior parte sauditi e pachistani, l'amministrazione USA non ha mai spiegato (e nessuno le ha mai chiesto conto) perchè abbia invaso l'Afghanistan e si sia alleata con il paese che ha finanziato e preparato gli attentatori del 9/11e più in generale il movimento jihadista anti-occidentale.

Da tempo è nota l'esistenza di un finanziamento bancario diretto a Mohamed Atta da parte del capo dei servizi segreti pachistani (ISI), ma nessuna voce si è levata a chiederne la punizione.

La sensazione è che l'invasione dell'Afghanistan (come quella dell'Iraq) abbia ben poco a che fare con la difesa dell'Occidente dai "terroristi" e molto a che fare con l'agenda politico-economica di influenti membri dell'amministrazione Bush.

Membri che insieme al già ricordato capo dei servizi pachistani risultarono coinvolti nello scandalo della BCCI, una banca fondata dagli emirati arabi e dalla Bank of America, usata dalla CIA per finanziare operazioni coperte e dedita al finanziamento dei traffici nucleari "islamici", della droga e al riciclaggio su scala internazionale; oltre a queste e a molte altre discutibili attività criminali, la BBCI è nota per il finanziamento e il salvataggio della Arbusto Inc.

Arbusto in inglese si traduce bush e si tratta proprio di una sfortunata iniziativa imprenditoriale dell'attuale presidente degli Stati Uniti.

Un clamoroso "conflitto d'interessi", che probabilmente ha deviato la rappresaglia americana per il 9/11 dagli obiettivi più coerenti, per proteggere amici, complici e finanziatori della famiglia Bush da lunga data.

Questa sembra essere la risposta più giusta alla domanda che apre questo post.
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giovedì, 02 agosto 2007

E intanto l'Etiopia bombarda Mogadiscio.


Niente armi intelligenti, ma bombardamenti di intere zone di Mogadiscio con i mortai, le truppe etiopi, incapaci di controllare la capitale rispondono agli attacchi bombardando vaste zone della città. Solo oggi dieci morti tra i civili.

L'ONU tace, il segretario rifiuta di rispondere ai pochi che chiedono della Somalia.

Il resto del mondo tace.

Come previsto il "Congresso di riconciliazione" organizzato dal governo è stato un fallimento, si è svolto sotto le bombe tra i pochi che hanno potuto partecipare, sia a causa delle violenze, per niente cessate durante il congresso, che a causa del veto del governo, che esclude dal "dialogo" quelli che non gli vanno bene. Solo in seguito è stato diffuso l'invito a partecipare all'Unione delle Corti Islamiche. Intanto si scopre che un grande sponsor della "democratizzazione" della Somalia è l'Arabia Saudita. Non male la compagnia: Intelligence americana, manovalanza etiope e soldi sauditi; gran bell'esempio di collaborazione tra governi molto rispettosi della democrazia, che ne hanno così tanta da sbattersi per portarla ai poveri somali.

Intanto nel Puntland, regione autonoma da lui retta ormai da qualche anno, il "presidente" somalo Yusuf ha ammesso la morte di 400 suoi oppositori, nel corso di scontri tra la sua fazione e quella di Adde Mussa, suo avversario qualche anno fa.

D'Alema tace, per la guerra in Somalia l'Italia schiera l'attenzione dello special envoy Mario Raffaelli e di qualche giornalist sfigato.

Fine delle trasmissioni, la Somalia non fa audience.
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lunedì, 25 giugno 2007

No del Congresso all'Arabia Saudita, no dell'Africa a Bush e l'Afghanistan secondo CNN.

Hanno mandato in onda questa mappa qui
 
 

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Altro record nella produzione dell'oppio

Nell'anno in corso la produzione afgana di oppio crescerà del 49% rispetto a quella dell'anno passato, che aveva segnato il record di sempre per l'Afghanistan. La sola provincia di Helmanda produrrà più droga di interi paesi come il Marocco, Burma o la Colombia. Cinque anni fa Tony Blair si assunse la responsabilità delle politiche antidroga in Afghanistan, la provincia di Helmand è controllata (insomma...) dalle truppe britanniche.

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Intanto si viene a sapere che nessun paese africano ha accettato di ospitare AFRICOM, che nelle intenzioni del Pentagono doveva essere una mega-base dalla quale gli Stati Uniti potranno organizzare il controllo del continente. Dal Marocco, il più fedele alleato USA nel continente, fino ad esaurire l'elenco, tutti hanno detto NO alla Casa Bianca, augurandosi che gli altri paesi rifiutino. Secondo il Dipartimento di Stato gli USA "Hanno un problema d'immagine" poichè le pubbliche opinioni africane non si fidano degli Stati Uniti. Come dire che alle parole di Bush che presentò l'AFRICOM come uno strumento utile alla "sicurezza comune", non ha creduto proprio nessuno.
 
Un altro no ha invece colpito l'Arabia Saudita ed è stato pronunciato dal Congresso, dove un emendamento bipartisan ha negato, per la prima volta, la concessione di aiuti all'Arabia Saudita. Un provvedimento più importante per la forma che nella sostanza, i sauditi non hanno mai ricevuto somme ingenti e nemmeno ne hanno bisogno. A colpire sono le motivazioni addotte al divieto di finanziare Ryad, deciso poichè il regno saudita è stato accusato di non fare alcuno sforzo ufficiale per arrestare i circa 3000 sauditi mediamente impiegati in Iraq contro le truppe USA (circa il 60% degli attentatori suicidi in Iraq sono di nazionalità saudita).
 
A questo si aggiunga la vicenda di Saleh al-Liuhaidan, capo della giustizia saudita che avrebbe approvato il trasferimento di uomini e denaro ad al Zarqawi e il fatto che il 50% delle entrate di Hamas sia garantito loro dalla famiglia Saud e si capirà  che la pattuglia di lobbysti vicini ad Israele non ha dovuto faticare troppo per ottenere un provvedimento che è un vero e proprio segnale politico rivolto ai reali sauditi.
Nota: per rendersi conto della conoscenza della geografia da quelle parti, basta leggere questa indagine
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giovedì, 21 giugno 2007

Gli amici sauditi e vari favoritismi nelle indagini sul 9/11.

 

Il gruppo Judicial Watch ha ottenuto i documenti dell'FBI relativi alla fuga dei sauditi nei giorni succcesivi agli attentati del 9/11. Dai documenti emergono parecchie incongruenze, JW fa notare che il numero delle persone che l'FBI dice di aver interrogato per assicurarsi che non fossero collegate al terrorismo, prima di concedere loro di partire,  varia a seconda dei documenti ottenuti (in uno 22 su 23 partenti, in un altro solo 15) e che addirittura in una nota c'è scritto che un volo speciale di Ryanair potrebbe essere stato noleggiato dalla famiglia reale saudita -o- dallo stesso Bin Laden. Alla faccia dell'approssimazione.

A prescindere da questa apparizione del nome di Bin Laden, del tutto assurda in  un contesto nel quale non c'era sicuramente bisogno del suo intervento per evacuare membri della stessa famiglia reale saudita, quello che fa impressione è che secondo l'FBI "not a single Saudi national nor any of the Bin Laden family members possessed any information of investigative value", che tradotto significa che non un singolo saudita e nemmeno alcun membro della stessa famiglia Bin Laden, sarebbe stato al corrente di alcuna informazione di valore investigativo secondo l'FBI.

Ancora più impressionante è che tale conclusione sia giunta dopo interrogatori molto brevi e per nulla stringenti; una differenza notevole con lo "stile" investigativo abbracciato dall'amministrazione USA nei confronti degli arabi in generale e dei potenziali sospetti in particolare; ma la famiglia reale saudita ha ottimi rapporti con l'amministrazione americana e ancora migliori con la famiglia Bush. Dalle carte esaminate non emergerebbe, a questo proposito, alcun intervento "politico" per facilitare l'esodo dei sauditi, ma a questo punto potrebbe trattarsi anche di un caso di telepatia per il quale gli agenti si sono sintonizzati alla perfezione sulle esigenze di una amministrazione legata mani e piedi a quello stesso gruppo dirigente saudita che è poi risultato coinvolto negli attacchi del 9/11.

In ogni caso il dato sicuro che emerge dalla documentazione così come viene presentata, è che le indagini sui sauditi siano state almeno frettolose, quanto attente a non disturbare la suscettibilità dei reali sauditi e dei loro sudditi.

Intanto l'ambasciatore britannico Sir Sherard Cowper-Coles ha detto che la presenza inglese in Afghanistan sarà necessaria per altri decenni.

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lunedì, 11 giugno 2007

Si allarga lo scandalo BAE

 

Se ieri la stampa britannica (o meglio, una parte di questa) riportava la notizia di trasferimenti di denaro equivalenti ad un miliardo di sterline all'anno sul conto del principe Turki al-Faisal, già ambasciatore a Washington e ora responsabile della sicurezza saudita, oggi è il turno delle rivelazioni sui denari intascati dal lato inglese nella più grossa storia di corruzione della recente storia britannica.

Ormai la rete di affari nascosta dietro la fornitura di jet all'Arabia Saudita è completamente allo scoperto, ma pare che sarà comunque difficile per i giudici britannici pervenire a qualche condanna< questo non solo perchè il governo ha invocato motivi di sicurezza nazionale per bloccare le indagini del SFO (Serious Frauds Office), ma soprattutto perchè sembra che questo genere di affari sia stato gestito con un marmoreo consenso bipartisan. Da notare che, a margine dell'indagine principale, sono emersi diversi episodi di corruzione in occasione della fornitura di aerei da guerra ad altri paesi; in uno di questi (una fornitura al Sudafrica) le tangenti inglesi hanno avuto ragione di una offerta dell'Aermacchi, economicamente migliore, ma non accompagnata da "commissioni" altrettanto robuste.

Nuovi dettagli

altro articolo del Guardian che  insiste nelle accuse e evidenzia il muro di gomma istituzionale che si oppone all'inchiesta.

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sabato, 28 aprile 2007

Il terrore contro Arabia Saudita e Pakistan


Anche i governi di  Arabia Saudita e Pakistan sono considerati nemici da quei "terroristi" che hannoPH2007042800315
contribuito a nutrire e che si sono illusi di poter utilizzare come utili marionette.

Mentre in Arabia Saudita viene scoperto un piano che prevedeva una serie di clamorosi attentati nel paese e sono arrestati 172 militanti qaedisti, in Pakistan un attentato riesce a colpire il ministro dell'interno e a ferirlo, provocando allo stesso tempo altre 12 vittime e oltre 20 feriti, tra i quali il figlio del ministro. L'attentato, avvenuto nei pressi di Peshawar ha provocato anche numerosi feriti,  le condizioni del ministro, Aftab Khan Sherpao sono buone, sarebbe stato ferito solo lievemente. L'attentatore suicida è stato fermato dalla scorta del ministro, il che non gli ha impedito di farsi esplodere e di portare a termine una carneficina.

L'attentato segue quello (fallito) al primo ministro Shaukat Aziz e i numerosi tentativi di colpire il dittatore pachistano Pervez Musharraf. 

Intanto si viene a sapere che
gli attacchi terroristici compiuti nel 2006 in tutto il pianeta sono aumentati del 30% rispetto a quelli dell’anno precedente: lo si apprende dalle anticipazioni dell’ultimo rapporto del dipartimento di Stato americano fornite ieri alla stampa statunitense da un portavoce
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venerdì, 30 marzo 2007

Gli intoccabili sauditi.

Si parla spesso e a sproposito di legalità, ancora di più quando si invoca quella inesistente che dovrebbe regolare i rapporti internazionali. Nelle democrazie occidentali si parla anche di uomini uguali davanti alla legge, ma la cronaca si impegna poi a dimostrarci che all’alba del ventunesimo secolo non esiste un solo angolo del pianeta nel quale la speranza di giustizia sia la stessa per il comune cittadino ed il potente.

Un esempio clamoroso è dato proprio dai casi giudiziari che investono la famiglia reale saudita (circa cinquemila membri), la quale non solo è al di sopra della legge nel proprio paese in virtù del privilegio garantito dalla monarchia assoluta (il parlamento saudita è puramente ornamentale), ma che è palesemente impunibile ed impunita anche quando commette i suoi crimini in trasferta.

Grande scandalo aveva suscitato l’emersione dei legami tra la famiglia reale saudita e la famiglia Bush all’indomani del 9/11, ma che i sauditi fossero praticamente intoccabili era chiaro almeno fin dal 1991, anno dello scoppio dello scandalo della BCCI a seguito del quale i numerosi membri della famiglia reale saudita coinvolti, non subirono alcuna conseguenza significativa; non male per quello che alcuni definirono lo scandalo del secolo.

Legare però l’impunità dei reali sauditi alla vicinanza con la famiglia Bush sarebbe riduttivo. In realtà i sauditi sono intoccabili perché possiedono ricchezze immani e le usano spregiudicatamente per corrompere e minacciare chiunque e qualunque paese abbia l’ardire di molestare con pretese giudiziarie.un membro della famiglia reale, riuscendo in ogni frangente a trovare il do tu des ( o il non do ut des) necessario e sufficiente a far chiudere qualsiasi inchiesta riguardi la famiglia reale in qualsiasi paese.

Recentemente in Gran Bretagna ha fatto scalpore la decisione del governo di censurare l’iniziativa dell’organismo anti-corruzione che aveva portato alla luce un giro di tangenti molto robuste attorno ad un affare per qualche miliardo di euro, che vedeva BAE (British Aerospace) nel ruolo di fornitore e la l’Arabia Saudita come cliente di una commessa relativa ad aerei militari (incidentalmente nell’inchiesta si è scoperto che altre tangenti in altri affari avevano favorito la BAE, anche a scapito di aziende italiane).

All’indicazione di esponenti della famiglia reale saudita tra i colpevoli è seguita immediata la minaccia da parte saudita, per nulla velata, di rinunciare all’affare. A quel punto il governo ha pubblicamente bloccato l’azione giudiziaria, spiegando all’opinione pubblica che agiva in tal senso per salvare i posti di lavoro garantiti dalla grossa commessa saudita. A seguito della vicenda c’è stato chi, in Gran Bretagna, ha poi chiesto la riforma dell’ufficio antifrode, giudicandolo esageratamente attivo fin oltre i confini all’autolesionismo nazionale.

Se in un caso del genere la violazione della norma viene perdonata all’interno di un rapporto bilaterale di affari che tutto sommato riguarda solamente l’affare in questione, occorre pur dire che la Gran Bretagna, che possiede una legge che vieta la dazione di tangenti, è venuta meno alle proprie leggi spiegando ai propri cittadini che esistono interessi più importanti del rispetto della stessa legge inglese. Sicuramente vero, ma i cittadini inglesi hanno scoperto solo ora che le loro leggi valgono per alcuni e per altri no.

Ancora pochi giorni e anche i cittadini francesi potranno fare la stessa esperienza. La procuratrice francese Hélène Langlois ha infatti chiesto la condanna del principe saudita Nayef Bin Fawaz al-Shaalan per un ingente traffico di cocaina scoperto nel 1999. L’avvocato del principe ha eccepito che si tratti di una persecuzione giudiziaria provocata dagli americani e che la magistratura francese in realtà non possieda alcuna prova del traffico. Su segnalazione degli americani, che avevano ottenuto una confessione da trafficanti colombiani, la polizia francese ha infatti recuperato nel 1999 due tonnellate di cocaina. Droga che era giunta in Francia con il Boeing 727 privato noleggiato dal principe saudita e dal suo seguito e successivamente trasferita a bordo due furgoni a disposizione del principe e recapitata in una casa nella quale è poi è stata sequestrata . Il principe viaggia sotto immunità diplomatica e così il suo bagaglio, pertanto i francesi dovettero attendere fino a che la “copertura”diplomatica non fosse più attiva per sequestrare l’ingente carico.

Sorvolando il fatto che numerosi commentatori hanno indicato in questo traffico una fonte di finanziamento qaedista e che il nome del principe era già emerso come uno dei canali di finanziamento di Mohamed Atta (il presunto capo dei dirottatori del 9/11), resta l’evidenza per la quale il principe, pur ricercato ufficialmente dalla DEA e dalla giustizia francese dal 1999, si sia in realtà mosso in assoluta libertà attraverso l’Europa in questi anni, con frequenti soggiorni in Costa del Sol e sulla Costa Azzurra.

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Come sia stato possibile si spiega leggendo un telegramma confidenziale (nell'immagine) spedito in patria nel 2000 dall’ambasciata francese in Arabia Saudita, nel quale l’ambasciatore a Ryadh rendeva noto che a causa dell’irritazione espressa dal ministro dell’interno  Nayef, dal principe Abdullah, dal ministro della difesa Sultan e dal governatore della provincia di Riyadh Salman, per un’accusa che i servizi sauditi giudicavano infondata, il governo saudita avrebbe cancellato la commessa per la fornitura del sistema radar francese SBGDP (un affaruccio da sette miliardi di dollari) e la prevista visita di stato del sovrano saudita in Francia, qualora il governo francese non avesse fornito ampie assicurazioni sull’immunità del principe accusato.

Assicurazioni che sono state evidentemente fornite ed onorate, poichè il principe ha visitato più volte la Francia in questi anni e non certo in incognito; resta solo da vedere come si chiuderà il procedimento a suo carico (il giudizio è previsto per il 9 maggio prossimo), perché l’esecutivo francese non può intervenire direttamente ed apertamente per bloccare i giudici, anche se è facile predire che il principe uscirà pulito dal processo, oltre a precedenti molto simili ci sono almeno sette miliardi di buoni motivi (e di dollari) per attendersi una sua assoluzione.

Anche in Altrenotizie

Aggiornamento:

I sauditi hanno fatto sapere che attenderanno l'insediamento di Gordon Brown prima di firmare il contratto per i jet BAE.

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venerdì, 22 dicembre 2006

Una sentenza un pò originale

Il New York Times riporta oggi una notizia che lascia perplessi.
Una corte americana ha riconosciuto ai parenti di 19 statunitensi morti nell'attentato a Khobar (in Arabia Saudita) un risarcimento di oltre 250 milioni di euro.

L'originalità della faccenda è che a pagare dovrebbe essere l'Iran in quanto ritenuto responsabile dell'attentato.
Molto meno originale è che l'Iran non fosse rappresentato al processo e si sia limitato a smentire qualsiasi coinvolgimento.
Per l'attentato, per il quale al tempo fu indicata la pista di al Qaeda, l'FBI accusò 13 sauditi e un libanese. Nessuno di questi è mai stato estradato negli Stati Uniti e non si dice se magari non siano neanche stati arrestati, perchè 13 sudditi sauditi accusati di essere al soldo dell'Iran dovrebbero essere stati appesi per i piedi. Se così non fosse sarebbe matematico che si tratti di una bufala.

Il procedimento contro i 14 si è arrestato, e nessuno di questi è stato condannato negli Stati Uniti o altrove per l'attentato di Khobar. Quindi, senza avere fissato alcuna verità processuale sui fatti dell'attentato, la giurisdizione statunitense ha condannato l'Iran come colpevole. I sauditi non interessano.

Su quali basi si è giunti alla condanna?

A sentire il Nyt la questione sarebbe che due agenzie dei servizi iraniani e un politico iraniano, avrebbero organizzato e finanziato l'attentato, perchè i 14 erano tutti Hezbollah.
Il giudice Lambert, dice il Nyt, ha fatto pesantemente affidamento sulla testimonianza dell'ex direttore dell'FBI Louis Freeh.

Quindi un giudice americano, sulla testimonianza di un funzionario americano, ha deciso che i parenti degli americani uccisi nell'attentato riceveranno 254 milioni di dollari dall'Iran. I parenti degli americani uccisi sono contenti. Altra utilità per l'amministrazione.

In fondo all'articolo si scopre dov'è il pacco.
Tra USA ed Iran i contenziosi monetari sono regolati dall'Iran-U.S. Claims Tribunal, una corte dedicata composta dai due paesi che da tempo non riesce a trovare alcun caso sul quale riconoscere di avere giurisdizione. Posto che la corte è l'unica autorizzata a decidere sul destino dei fondi iraniani che negli anni l'amministrazione Bush ha bloccato, gli Stati Uniti non possono impadronirsi di un solo dollaro iraniano.

Ovviamente agli USA non interessa il denaro iraniano, basta ed avanza l'aver "ufficializzato" un'accusa all'Iran che rimbomberà sulla stampa di tutto il mondo. Accusa da accogliere con molto scetticismo, prima di tutto perchè giuridicamente inconsistente, poi anche perchè il fatto che la sentenza passi inosservata in Arabia Saudita è ancora più originale della sentenza stessa. Chiunque può osservare qui la provenienza delle notizie relative alla sentenza, vedremo chi se ne occuperà e come; di certo la stessa stampa americana riporta ila questione n maniera asciutta e senza troppa enfasi. A parte i titoli che denunciano la responsabilità dell'Iran. Già vista.

C'è una divertente appendice nelle conseguenze della sentenza: dice il New York Times che, poichè gli USA da tempo non sequestrano veramente i fondi iraniani e non succederà certo questa volta, i parenti potranno armarsi della sentenza del giudice Lambert ed andare a battere cassa presso altri paesi che abbiano  congelato beni iraniani, tipo l'Italia.

Ovviamente tutti i paesi in questa situazione ci penseranno molto prima di assecondare questa  stupidaggine. Il danno dopo la beffa per i parenti degli americani uccisi, l'ennesima truffa della premiata ditta Bush.


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martedì, 12 dicembre 2006

Si dimette l'ambasciatore saudita negli Stati Uniti

Dimesso all'improvviso, senza nemmeno una comunicazione ufficiale o una di quella cerimonie che per anni hanno deliziato i potenti di Washington. Il principe Turki al-Faisal lascia la carica dopo solo 15 mesi dalla nomina, un evento, visto che il suo predecessore sul posto era rimasto al lavoro per 22 anni di seguito. Turki avrebbe dichiarato di abbandonare la funzione in quanto desideroso di rimanere vicino alla famiglia. Il Principe, uno degli uomini più ricchi d'Arabia e successore in linea diretta al trono dei Saud, potrebbe in realtà essere interessato a sostituire il fratello,  Saud al-Faisal, nell'ambitissimo ruolo di ministro degli esteri del regno saudita. Turki, con un passato nei servizi segreti e segnalato tra i migliori amici di Osama Bin Laden ai tempi della guerra in Afghanistan e oltre, viene considerato un personaggio veramente -di peso- all'interno della famiglia al-Saud. Di educazione occidentale, sembra gradire moltissimo l'occupazione americana dell'Iraq, un allineamento alla visione dei falchi, che lo ha portato persino a suggerire ai palestinesi di darsi alla nonviolenza di gandhiana memoria.

Una schizofrenia di fondo tipica della famiglia reale saudita, che da un lato deve onorare gli obblighi di custode dei luoghi santi dell'Islam e dell'ortodossia wahabita, mentre dall'alto deve reggere la gestione di patrimoni ingentissimi e di vite che di musulmano hanno ben poco. Nella foto accanto una principessa reale, che negli States si comporta senza alcuno scandalo come nel suo paese è vietatissimo fare, proprio per volere della famiglia regnante. Mantenere allo stesso tempo un potere fondato sull'ortodossia religiosa e sui proventi del petrolio in uno scenario come quello mediorientale non è sicuramente semplice, ma è anche per questo che la politica saudita si è sempre ancorata ad un solido filoamericanismo e a coltivare relazioni molto strette (e ben unte), con il gotha di Washington.
L'ipotetica sostituzione non dovrebbe dunque segnare alcun cambiamento nell'atteggiamento diplomatico saudita, la famiglia reale negli ultimi anni ha più volte fatto capire che le richieste che giungono dall'esterno per una maggiore democratizzazione, riceveranno in risposta
 solo provvedimenti di facciata e tanti discorsi di circostanza, proprio quelli nei quali il principe Turki si è rivelato bravissimo.

A seguire si è saputo che il re d'Arabia Abdullah ha inviato un messaggio a Cheney due settimane fa, nel quale faceva sapere che, nel caso gli Stati Uniti si ritirassero dall'Iraq, l'Arabia finanzierebbe la guerra sunnita contro gli sciiti, oltre a dirsi contrario a colloqui tra Usa ed Iran.

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categoria: arabia saudita, elitarismo


sabato, 02 dicembre 2006

Dossier: quelli che hanno l'atomica

Il pdf completo con i documenti allegati in:

Dossier: quelli che ...
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www.altrenotizie.org

Sunday, Jan. 01, 2006 at 10:17 PM

Lo stato della proliferazione nucleare oltre la narrazione conveniente.

 

L’Iran e la questione del suo accesso all’armamento nucleare rappresentano uno dei grandi temi dell’attuale politica internazionale. Come spesso accade non è facile rendersi conto, non solo di come sia opportuno accostarsi alla discussione, ma anche di come stiano in realtà le cose. Sulla vicenda aleggia una terrificante dose d’ipocrisia, che scaturisce dalle diverse motivazioni ed interessi in gioco, ed una quantità impressionante d’omessioni quando si discutono i termini del problema.

Questo perché non è possibile discutere della realtà; la realtà solleverebbe nelle opinioni pubbliche interrogativi che, evidentemente, là dove si puote ciò che si vuole, si preferisce non siano posti.

A molti sembra che la questione si riduca all’ostilità americana verso l’Iran, e forse questa è davvero la causa prima di tanta attività, ma le vicende sottostanti al teatrino ad uso mediatico sono molto più complesse e andrebbero meditate con molta più attenzione.

E’ bene rendersi conto che la questione non si limita ai rapporti Usa-Iran, ma che va raccordata ad un quadro più ampio da esaminare cercando di comprendere gli equilibri strategici nel continente asiatico e di illuminare i complessi rapporti tra l’amministrazione americana ed i paesi islamici.

Il campo va sgomberato, prima di tutto, da equivoci e bugie, che sono enormi, in gran numero, e dimostrano oltre ragionevole dubbio che le questioni inerenti agli armamenti atomici, sono trattate nella più assoluta e completa ipocrisia da tutti gli attori. Gli americani sostengono, insieme agli israeliani, che l’Iran si stia dotando d’impianti per la produzione d’armi nucleari.

 

L’Iran sostiene che gli impianti sono ad uso civile e non preludono alla costruzione di un arsenale atomico.Gli Stati Uniti hanno indubbiamente ragione, l’Iran sta costruendo tutto quanto occorre alla produzione in serie d’ordigni nucleari. E’ bene inoltre aggiungere subito la parte che non si può dire: l’Iran già dispone, sicuramente, d’alcuni ordigni atomici. Il punto, però non è questo.

Il punto risiede nel fatto che nessun organismo al mondo ha il potere di impedire all’Iran di farlo, e che nessun organismo al mondo ha mai impedito ad alcun paese di farlo. L’Iran è circondato da paesi che possiedono arsenali nucleari: Israele, Russia, Pakistan ed India hanno la possibilità di colpirlo in ogni momento, e l’unico punto cardinale libero da paesi che abbiano armi atomiche, il Sud, è presidiato dalla flotta Usa che possiede il miglior armamento al mondo per qualità e quantità.

Questo è un motivo sufficiente per decidere di dotarsi di un deterrente minimamente efficace; gli Stati Uniti, per esempio, lo invocano da decenni senza scandalo.

In questo quadro entrano necessariamente in gioco una serie di valutazioni assurde che appartengono ad un mondo che a molti appare rovesciato, nel quale se tutti hanno l’arma-fine-di-mondo, nessuno alla fine la potrà usare Ha funzionato fino ad ora, anche se sono passati solo cinquanta anni da quando abbiamo scoperto questo giocattolo molto pericoloso, e dall’equilibrio tra due paesi capaci di distruggersi a vicenda, siamo passati alla situazione nella quale solo in Asia ci sono cinque paesi che possiedono almeno qualche centinaio di testate e dei mezzi per tirarseli a vicenda o lanciarli sull’Europa e vaste zone dell’Africa. In questo scenario Gli Stati Uniti e la Russia hanno ancora la capacità di colpire virtualmente ovunque, ma solo gli Stati Uniti mandano in giro per i mari di tutto il mondo veri e propri arsenali nucleari semoventi e possono arrivare ad esercitare una supremazia militare totale su qualsiasi avversario  .

 

Non esiste motivo di diritto internazionale che escluda per l’Iran la possibilità di dotarsi di un programma nucleare. Non esiste altro mezzo, oltre ad una volontà iraniana in questo senso, per evitare che questo accada.

Neppure le obbligazioni previste dalla sigla del TNP sono vincolanti in questo senso, senza considerare che il giorno che l’Iran decidesse di rinunciare all’ipocrisia, potrebbe stracciare la sua adesione senza che siano previste penalità che sconfinino nell’azione militare.

http://www.fas.org/nuke/control/npt/

http://www.un.org/Depts/dda/WMD/treaty/

http://www.uspid.org/sections/02_Books_Documents/USPID_Documents/none_TNP/node1.html

L’eventualità di un attacco preventivo all’Iran esiste solo nella dottrina della guerra preventiva, cara appunto alla presidenza americana. Quelli che si tengono a Vienna, sede dell’AIEA tra l’Iran e le organizzazioni internazionali, si chiamano, infatti, negoziati. A Vienna non è in corso un processo, non si cercano colpevoli, ma un accordo nel quale da una parte c’è l’Iran ed il suo programma nucleare, e dell’altra un gruppo di negoziatori che cerca di convincerlo a rinunciarvi alternando blandizie e minacce, stimolato dall’esterno dagli Stati Uniti in funzione di poliziotto cattivo. Ai repubblicani piace un sacco la parte del bad cop, e si vede. http://www.iaea.org/

 

Il poliziotto buono si chiama UE3, un terzetto di paesi europei: Francia Germania e Gran Bretagna. Siamo però nell’ambito del negoziato internazionale. Gli americani da tempo vorrebbero portare l’Iran sul banco degli accusati al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma non trovano voti sufficienti; in ogni caso Cina e Russia hanno più volte affermato che userebbero il loro potere di veto per evitarlo.

Questa sembra una porta completamente chiusa, alla quale gli americani continuano a bussare inutilmente. 

 

La storia del nucleare iraniano, o della “Bomba Atomica Islamica”.

 

Il programma nucleare iraniano è figlio del progetto per la costruzione della “Bomba Atomica Islamica”, annunciato in gran pompa nel 1976.

Il programma è stato promosso dalla dittatura pakistana, dall’allora capo supremo Z.A. Bhutto (padre di Benhazir, prima presidentessa pakistana poi incarcerata e deposta). Fin dal 1972 il Pakistan aveva intrapreso il cammino verso la bomba. Nel  1972 con l’aiuto canadese, il Pakistan costruisce in quell’anno i primi impianti per lo studio e la sperimentazione del nucleare civile.

Nel 1974 l’India testa la sua prima arma nucleare, e Z.A.Bhutto dichiara di essere disposto a “mangiare erba”, se questo fosse necessario al compimento del programma nucleare.

Nel 1976 il Canada ritira la sua assistenza Nello stesso anno Pakistan, Arabia Saudita, Libia ed Iran decidono di associarsi per dotare i paesi islamici Z.A.Bhutto dell’armamento atomico necessario a contrastare quelle che erano chiamate le “atomiche cristiane, ebraiche ed indù”, e

riscattare in questo modo l’enorme inferiorità strategica e militare dei paesi musulmani nei confronti del resto del mondo. http://www.globalsecurity.org/org/news/2003/031022-pakistan_saudi-arabia.htm

A procurare i piani e le conoscenze necessarie aveva già provveduto A.Q. Kahn, un giovane fisico pakistano che aveva lavorato presso un’azienda europea del settore, ed era riuscito a trafugare i piani ed i disegni necessari e a metterli a disposizione del Pakistan.

 http://nuclearweaponarchive.org/Pakistan/AQKhan.html

 

Da allora, e per oltre venti anni, Arabia Saudita, Libia, ed in misura minore l’Iran, provvederanno ai massicci finanziamenti necessari a portare a termine l’opera. L’Iran sarà costretto, per un periodo, a contribuire in misura minore a causa della guerra scatenata dall’Iraq, ma continuerà a farlo anche quando Teheran caccerà lo Scià di Persia e lo sostituirà con il regime degli Ayatollah.

Il Pakistan si doterà d’attrezzature imponenti e all’avanguardia, costruendo negli anni grandi stabilimenti, le sue università le sforneranno migliaia di scienziati e tecnici che se ne occuperanno.

Impianti e studiosi vegliati da un imponente apparato di sicurezza, e da un’ossessione totalizzante per la sicurezza. Fin dalla sua costituzione il potere in Pakistan è sempre stato nelle mani della casta militare e di un ristretto numero di famiglie. Nessuno straniero è ammesso alle istallazioni militari pachistane; unica eccezione è il rappresentante della dinastia Saud, che siede nel consiglio di gestione del programma nucleare, in rappresentanza del maggiore finanziatore e a tutela degli altri associati.

 

I principi sui quali si basa questa associazione sono tre, e furono dichiarati esplicitamente al momento della costituzione del programma da parte di Bhutto e dei leader pakistani:

- Il Pakistan avrebbe costruito e custodito la bomba in nome e per conto di tutta la Ummah, la comunità islamica.

- La bomba si sarebbe potuta usare non solo contro l’India, ove ce ne fosse stata la necessità, ma anche contro Israele.

- Se uno tra i paesi fondatori (Arabia Saudita, Libia e Iran) avesse sentito il bisogno di sviluppare una capacità atomica indipendente per proteggersi da Israele, il Pakistan lo avrebbe assistito nell’addestrare i suoi scienziati negli stabilimenti pakistani, avrebbe condiviso la tecnologia e l’esperienza accumulata e messo a sua disposizione i propri canali per procurarsi i materiali necessari.

 http://www.saag.org/papers12/paper1193.html

Quello che poi si è verificato negli ultimi anni nel caso di Libia ed Iran.

Nel 1979 gli Stati Uniti decidono di cessare ogni aiuto al Pakistan, rifiutando le rassicurazioni pakistane sul fatto che il paese intendesse sviluppare il nucleare per usi esclusivamente civili; esattamente quello che sta succedendo ora nel caso dell’Iran. Si apre una girandola di dichiarazioni assolutamente false da parte dei due paesi, falsità.

Nel 1980 il Pakistan dichiara di aver raggiunto l’autosufficienza, e di essere in grado di costruire ordigni atomici arricchendo uranio d’origine pachistana; quello che potrebbe accadere tra non molto nel caso dell’Iran.

Nel 1982 gli Stati Uniti tolgono l’embargo e ricominciano a fornire aiuti economici e militari al Pakistan; i sovietici sono in Afghanistan da quattro anni.

1983 - una corte olandese condanna in contumacia A.Q.Kahn a quattro anni per spionaggio nucleare, sentenza poi cancellata da un ricorso fondato su un errore procedurale.

Kahn è condannato per aver sottratto i disegni delle centrifughe necessarie all’arricchimento dell’uranio alla URENCO, un consorzio Anglo-olandese-tedesco presso il quale lavorava negli anni ’70.

Nel 1985, i Repubblicani fanno approvare l’Emendamento Pressler, che obbligò il Presidente a certificare annualmente, sotto giuramento, che il Pakistan non stesse acquisendo capacità nucleari grazie a contributi americani.

1989 - Secondo Benhazir Bhutto, per due volte presidente del Pakistan e figlia di Z.A. Bhutto, è l’anno nel quale il Pakistan assembla i primi ordigni nucleari. Benhazir non riuscirà mai a visitare gli impianti nucleari del paese che in teoria comanda. http://www.rediff.com/news/2004/mar/09inter.htm

Nello stesso anno un accordo con la Cina per la costruzione di un impianto nucleare da 300 megawatt rompe, di fatto, il fronte internazionale deciso a non trasferire tecnologia nucleare ad Islamabad.

1990 -Agosto- A.Q Kahn incontra l’intelligence irachena (l’Iraq ha invaso da due mesi il Kuwait), i colloqui vertono sulla possibilità di fornire a Saddam Hussein tecnologie ed attrezzature per metterlo in grado di costruire un programma d’armamento nucleare completo; il Pakistan rifiuterà temendo di poter essere truffato, almeno questa è l’opinione d’autorevoli fonti indiane.

1990 -Ottobre  - gli Stati Uniti decidono ancora una volta di cessare ogni forma d’aiuto al Pakistan, “sospettando che il programma pakistano sia orientato militarmente”. In realtà gli americani sono preoccupati dal ritmo forsennato al quale i pachistani stanno facendo girare le centrifughe per arricchire l’uranio. Era il momento di confronto più teso tra India e Pakistan; gli americani svelarono alla Buttho i segreti del programma nucleare. La Bhutto pretende la verità dai militari, che la esautorano dopo pochi mesi. Gli americani congelano un ordine per settantuno F-16, i pachistani comprano ottanta Mirage. http://www.rediff.com/news/2004/mar/11inter.htm 1991 - Il generale Mirza Aslam Beg, capo delle forze armate pakistane, dice all’ambasciatore americano che il suo paese sta definendo il trasferimento delle tecnologie all’Iran.

1992 - A.Q. Kahn inizia i colloqui con la Corea del Nord, in oggetto lo scambio delle tecnologie nucleari pakistane, con quelle missilistiche coreane.

Aprile 1998 - Il Pakistan testa il vettore nucleare Ghauri, copia quasi conforme del missile No Dong coreano. Nel maggio dello stesso anno l’India risponde con ben cinque test atomici, immediatamente seguita dal Pakistan che fa detonare il primo ordigno atomico della sua storia. Il Pakistan stupisce il mondo testando ben sei ordigni, ed entra così ufficialmente nel club nucleare, nonostante vi fosse da anni a buon diritto senza dichiararlo esplicitamente. Almeno una delle bombe è prodotta dai nordcoreani.

 

Alle detonazioni segue un’ondata di gioia e soddisfazione nel mondo islamico, tra le tante reazioni è bene notare questa del 29 maggio1998:

"Una grande felicità ha colmato il cuore dei musulmani quando il Pakistan ha fatto esplodere cinque ordigni nucleari in risposta agli indiani. Ci congratuliamo con la nazione islamica tutta e con il Pakistan in particolare perché per la prima volta i musulmani possiedono un'arma nucleare. Con l'annuncio delle esplosioni, l'equilibrio internazionale è cambiato e i paesi dei miscredenti non sono più in grado di limitare l'influenza della nazione islamica su di esso. Ringraziamo Dio perché il popolo pachistano non si è arreso alle pressioni e all'inganno americano. E' risaputo che il governo USA ha esercitato grandi pressioni per impedire al Pakistan di possedere armi nucleari. Sebbene l'India sia l'unico nemico riconosciuto nella regione, in realtà i veri nemici sono gli alleati cristiani ed ebrei guidati dagli Stati Uniti che occupano l'Arabia Saudita e Israele che viola i nostri luoghi sacri".

"L'India deve capire che non affronterà solo il Pakistan, ma tutti i musulmani saranno al fianco dei pachistani con tutte le forze, gli uomini e i soldi. Invitiamo i fratelli musulmani ad imitare il Pakistan per quello che concerne il possesso d’armi nucleari, chimiche e biologiche. Qualsiasi accordo che riguardi la fine della diffusione delle armi nucleari non deve fermarli dal momento che il nemico non lo fa, e senza queste armi i musulmani sarebbero senza protezione di fronte alle 200 testate nucleari d’Israele e alle armi di distruzione totale accumulate dai paesi cristiani comandati dall'America e dalla Gran Bretagna. E' dovere dei musulmani rafforzarsi per impaurire il nemico di Dio".