mazzetta

Ce la possiamo fare...
venerdì, 02 maggio 2008

Somalia, genocidio incombente

Anche in Altrenotizie

La Somalia è ufficialmente la più grave crisi mondiale, anche se questo riconoscimento non sembra in grado di portare alcun beneficio ai somali. Nelle parole dei nostri media, dei telegiornali, in Somalia ci sarebbe una “guerra civile” e non una guerra che è lo specchio dell'invasione irachena. La Somalia implode nuovamente perché il paese è stato invaso dalla vicina Etiopia su invito americano al fine di rimuovere il primo governo che il paese fosse riuscito a darsi dopo quindici anni di anarchici conflitti tra bande di “signori della guerra”. Per una non infrequente combinazione, i portatori di democrazia hanno affidato il governo del paese proprio a questi leader, dalla dubbia reputazione, ma dalle sicure capacità predatorie.

La dittatura etiope, che aveva dichiarato che si sarebbe ritirata dalla Somalia entro settimane, poi mesi, poi il prima possibile, non controlla nemmeno l'Etiopia e a Mogadiscio ha reagito agli attacchi bombardando interi quartieri per rappresaglia. Non si può dire però che L'etiope Zenawi usi due pesi e due misure, visto che nel suo paese governa con piglio sanguinario. Così in Somalia le organizzazioni umanitarie non riescono a raggiungere i profughi,impediti come sono dall'esercito etiope e dai criminali, una tattica che l'esercito etiope usa anche in Ogaden contro gli etiopi in fuga dai villaggi bruciati dall'esercito.

Profughi che ormai si contano a decine di migliaia. L'Etiopia ha addirittura rotto i rapporti con la Norvegia, uno dei pochi governi occidentali critico verso il totale disprezzo della dittatura per le vite dei propri cittadini. Zenawi ha accusato la Norvegia di “aiutare i terroristi”. Accusa che in Somalia rivolge alle ONG impedendo loro di aiutare i profughi somali.

Se l'ONU predice tragedie, il governo somalo organizza l'ennesima conferenza di pacificazione, annunciando però che non si potrà discutere dell'occupazione etiope e nemmeno di chi governa, “un presidente o un primo ministro lo diventano dopo le elezioni, non sulla punta dei fucili”. Governo somalo che è ormai ridotto ad un solo primo ministro ad interim nominato del presidente Yusuf, ma nessuno dei due ha mai visto un'elezione.

Non bastassero le tragedie, come la siccità di nuovo ai massimi dal 1991 o la diffusione di malattie banali quanto mortali, al governo è venuta la bella idea di far fronte alla mancanza di fondi stampando moneta falsa. Immediatamente l'inflazione è esplosa, unendosi all'aumento generalizzato delle materie prime alimentari e spingendo alla fame anche quei somali che ancora potevano acquistare il cibo.

Rivolte della popolazione anche in Puntland, epicentro del boom di banconote false e Somaliland, ma all'esterno risalta solo il ritorno dei pirati. Poco si è visto anche della fuga per mare verso lo Yemen, un esodo che ricorda altre fughe di popoli interi. L'intero paese è allo sbando, l'Unione Africana promette truppe, ma nessuno è così temerario da inviarle fino a che ci sono quelle etiopi; ormai odiate dall'unanimità dei somali, ben al di là dell'antagonismo storico tra i due paesi.

Per gli Stati Uniti, mandanti di questa ecatombe, c'è finalmente un risultato positivo: un bombardamento aereo americano ha ucciso Moalim Aden Hashi Ayro, numero uno di al Qaeda nel paese, a sentire il Dipartimento di Stato. La cosa ha fatto gridare al successo della strategia dei bombardamenti, peccato che questo sia stato il primo successo dopo il bombardamento di cinque villaggi somali in un anno di guerra, almeno stando agli episodi noti. Per il Dipartimento di Stato il problema in Somalia è nel “mettere fine alla violenza estremistica”, ma si continua a sorvolare sul fatto che la violenza sia stata scatenata proprio da Washington, proprio quando la Somalia sembrava aver ritrovato la quiete dopo quindici anni di anarchia armata.

Per la maggioranza dei somali il primo passo verso il futuro è rappresentato dal ritiro delle truppe etiopi dal paese, condizione senza la quale non possono immaginarsi che colonizzati dall'odiato vicino, ma questa soluzione non sembra poter maturare a breve; salvo eventi traumatici gli etiopi resteranno anni nel paese, essendo chiaro che l'intervento è ricalcato su quelli in Iraq e Afghanistan.
postato da mazzetta alle ore 23:36 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: stati uniti, africa, war on terror, somalia, etiopia


lunedì, 04 febbraio 2008

Ciad, volano proiettili e panzane


Nell'articolo che segue, scritto ieri, me la prendevo per le interpretazioni fornite dal Corriere, ma oggi tocca alle cazzate di Repubblica. L'inviato (sarà davvero in Ciad?) Giampaolo Visetti spara in chiusura del suo pezzullo: " Nonostante le smentite, è chiaro che il tentativo di golpe-lampo è partito dal Sudan. Gli interessi dei ribelli ciadiani e del potere di Khartum, si saldano. I primi vogliono il potere. Sono convinti che la missione di peacekeeping europea Eufor, varata la scorsa settimana e ora sospesa almeno fino a mercoledì, non serva a proteggere i profughi del Darfur, ma a sostenere la dittatura di Deby sotto l´egida della Francia. Anche il Sudan è deciso a spodestare il presidente del Ciad. Da anni lo accusa, in quanto zagawa, di essere dietro l´insurrezione indipendentista del Darfur, favorita dagli Usa. El Bashir, con un cambio di regime a N´Djamena dopo 18 anni, punta a disinnescare la regione filo-occidentale. Ma soprattutto a costringere il Ciad a vendere all´alleata Cina il petrolio trovato ora in abbondanza nella regione di Mandoul e ad Adoba. Per esportarlo, il Ciad dovrebbe sfruttare gli oleodotti e i porti sudanesi: rafforzando leadership regionale e casse di El Bashir."

Una massa di robacce inaudite. Prima di tutto perchè, secondo le parole del ministro della difesa Hervè: ""Ca n'est pas l'intervention d'une armée extérieure contre un Etat souverain, ce sont des éléments tchadiens qui contestent une autorité tchadienne, que nous soutenons à travers un accord militaire" (Questo non è l'intervento di un esercito straniero contro uno stato sovrano, sono elementi ciadiani che contestano un'autorità ciadiana, che noi sosteniamo per un accordo militare.), secondariamente perchè la regione di Mandoul è già servita dal tragicamente famoso oleodotto della EXXON e nemmeno confina con il Sudan; quanto alla città di Adoba, semplicemente non esiste. Forse intendeva Doba, che è propio il punto d'origine dell'oleodotto Ciad-Camerun.

Non si capisce quindi perchè e come il Ciad dovrebbe essere costretto a seguire le bizzarre idee di Visetti o di quelli che gliele hanno ispirate, probabilmente i fogli della destraccia statunitense. Superficialità e balle incredibili, anche Repubblica vende ai propri lettori merce taroccata ed avariata.

qui l'articolo per Altrenotizie

"Questa volta vinciamo!" Si chiudeva così l'ultima mail del mio amico di penna e corrispondente dal Ciad ricevuta tre giorni fa. La colonna di ribelli era appena partita da una località dell'Est del Ciad in direzione della capitale, con l'obbiettivo di defenestrare il dittatore Deby. Obbiettivo raggiunto, perchè secondo le ultime righe pervenute la capitale Ndjamena è stata presa e il dittatore è assediato nel centro della capitale. Con una mossa che ricorda quella del gambetto negli scacchi, la scombinata opposizione ciadiana, guidata ora da due nipoti di Deby e dal suo ex ministro della difesa Mahamat Nour Abdelkerim è riuscita dove aveva fallito nella primavera 2006 a causa dell'intervento francese. Questa volta la Francia non poteva intervenire, proprio oggi dovevano giungere i primi uomini della forza d'intervento ONU-UE da dispiegare in Ciad-RCA. La missione di peacekeeping, intitolata formalmente alla protezione dei profughi del Darfur, avrebbe dovuto in realtà dispiegarsi entro i confini del Ciad, fornendo aiuto ai profughi di Ciad e Repubblica Centrafricana; centinaia di migliaia di persone in fuga dalle rappresaglie sui civili operate dai loro governi.

Entrambi sotto attacco militare delle rispettive opposizioni ed entrambi salvati per un pelo dall'intervento del dispositivo militare francese operante in Africa Centrale, Idriss Deby Itno e Francois Bozizè avevano ordinato immediata rappresaglia contro le popolazioni sospettate di sostenere le ribellioni, ordini che si erano tradotti in pulizia etnica, stupri e nell'incendio di tutti i villaggi in vaste aree della Repubblica Centrafricana. Una situazione riconosciuta e certificata da una missione ONU, ma stranamente poco dibattuta, preferendo parlare di Darfur, dove se non altro la violenza su larga scala si è arrestata ormai da anni.

La missione europea avrebbe dunque dovuto fornire quella legittimazione internazionale che mancava ai francesi, che hanno combattuto illegalmente anche alla luce degli accordi solenni siglati in occasione della de-colonizzazione dei due paesi africani. Con esatta scelta di tempo i ribelli si sono mossi proprio ora, momento nel quale un altro intervento dei francesi avrebbe vanificato la missione, rendendo evidente la partigianeria di un intervento che invece dovrebbe avere tra i suoi presupposti l'assoluta neutralità. Molti paesi europei, in primis la Germania, avevano espresso gli stessi dubbi e a oggi non era possibile per i francesi mettersi in rotta con i partner europei bombardando le colonne ribelli come accadde due anni fa.

Le cronache ci dicono che Sarkozy, fresco di matrimonio, avrebbe passato un'agitata mattinata al telefono con Deby, intenzionato a “combattere fino alla morte”, mentre già la diplomazia francese gettava ponti con i capi dei ribelli cercando di trattare un cessate-il-fuoco. Tentativo, sembra, andato a vuoto, visto che i combattimenti sono ripresi con tiri di armi pesanti nella capitale. Mahamat Nour è finalmente uscito dalla depressione nella quale era precipitato dopo essersi rifugiato nell'ambasciata libica a Ndjamena ed è tornato a pronunciare proclami. La missione europea è ufficialmente sospesa, l'arrivo dei primi soldati irlandesi rimandato a mercoledì. Deby infine ha preferito la protezione dei francesi alla morte, una pausa nei combattimenti potrebbe concedergli l'occasione per raggiungere una base francese.

Nonostante l'evidente carattere autoctono della ribellione, alcuni autorevoli organi di stampa nazionale (cfr. Il Corriere della Sera, M Alberizzi) ed internazionale parlano di una ribellione sostenuta dal Sudan e addirittura dalla Cina. Una ricostruzione di fantasia, perché se da un lato è vero che esiste un antico conflitto tra i leader di Sudan e Ciad, è altrettanto vero che fu lo stesso Deby ad appoggiare la ribellione armata di un manipolo di abitanti del Darfur, ribellione che poi offrì a Bechir il perfetto pretesto per quella repressione che culminò nelle stragi in Darfur. Tipicamente “ad uso delle pubbliche opinioni pubbliche occidentali” è poi il tentativo (quasi stereotipato) di coinvolgere la Cina, costruendo un fronte composto da “cattivi islamici” e “minaccia gialla”. Stranamente si sorvola invece sul ruolo della Francia nella crisi e anche su quello della Libia di Gheddafi, ormai impegnato da anni nel finanziamento di milizie e, forse qualcuno lo ha dimenticato, autore pochi anni fa del tentativo di conquista del Ciad, come del supporto militare al golpe che portò Deby al potere.

La Libia non sembra esistere nelle cronache che in queste ore raccontano il Ciad. Eppure furono i soldati libici, nel 1990, a portare al potere Idriss Deby Itno sotto gli occhi dell'esercito francese che lasciò fare. Si punta l'indice sul Sudan, ma a dichiarare guerra al Ciad in passato è stata solamente la Libia. Eppure è stato Gheddafi a finanziare molte milizie in Ciad, a salvare e proteggere Mahamat Nour. Gheddafi però è da tempo “amico dell'Occidente”, meglio allora puntare l'attenzione sul regime sudanese (in realtà un governo in condominio tra “cristiani” del Sud e “islamici” del Nord) che pure è indicato dagli statunitensi come un alleato fondamentale nella “War On Terror”. Nemmeno i cinesi guastano, poco importa che proprio l'anno scorso abbiano concluso storici accordi commerciali con il governo di Deby.

Anche della pulizia etnica in Ciad e Repubblica Centrafricana hanno parlato davvero in pochi, probabilmente perché l'argomento nel nostro paese non interessa, non tira. Lo dimostra la squallida storia delle performance italiane a fronte della tragedia del Darfur. Performance che, a parte l'impegno di alcune ONG, si è tradotta nelle tristi esibizioni di Barbara Contini e in una colletta tra cantanti e major della musica andata a vuoto durante il Festival di Sanremo officiato da Bonolis, donarono solo Bonolis e Povia. Del Darfur non ne sapremmo niente, se non fosse per l'ostinato attivismo di qualche organizzazione anglosassone, formalmente impegnata ad ottenere il bollino di “genocidio” come presupposto per un intervento armato di “volenterosi” in Sudan, ma più che altro utile a produrre crisi virtuali con le quali distogliere l'attenzione. Meglio parlare dei profughi del Darfur che dei quattro milioni di profughi iracheni o delle vite devastate di afgani e somali

Difficilmente la ribellione, qualora si risolva in un governo di unità nazionale e non in una resa dei conti, potrà condurre il Ciad oltre la sua storia di dittature etero-dirette, difficilmente i soldi delle royalties del petrolio pagate da EXXON e TOTAL e prossimamente anche dai cinesi, andranno a sollevare le miserie di una delle popolazioni più povere del mondo. Troppo frammentata è l'opposizione e troppo forte è il controllo esercitato sulle varie fazioni dai rispettivi tutori otre frontiera; tutto questo senza sottovalutare il fatto che si tratta anche di una rivolta interna alla “famiglia” di Deby, una frattura all'interno dell'etnia Zagawa, ma anche della stessa famiglia del dittatore, già accusato dall'anziana e leggendaria madre per la morte del figlio di Deby e suo nipote, massacrato in un garage a Parigi dopo che il padre aveva fatto della sua promessa sposa la “Premiere Dame” del Ciad, esibendola anche alle riunioni internazionali nonostante, formalmente, sia solo la sua segretaria.

Niente di serio, ma tutto molto tragico per le popolazioni che soffrono le conseguenze della telenovela. A preoccupare sono anche i riflessi che la cacciata di Deby potrebbe avere in Repubblica Centrafricana dove, sentendo mancare il sostegno di Deby, che lo aveva portato al potere accompagnandolo con l'esercito ciadiano, Francois Bozizé potrebbe avere reazioni violente animando nuovi massacri.

Sono queste ore cruciali per la dittatura di Deby, “presidente regolarmente eletto”, anche se alle ultime elezioni non avrebbe potuto nemmeno presentarsi, ma sono anche ore che fanno tremare tutte le dittature presidenziali d'Africa, non per niente l'Unione Africana ha già annunciato che non riconoscerà alcun governo formato dai ribelli. Ore d'imbarazzo anche per la Francia, che vede sfumare il lavorio diplomatico e militare degli ultimi anni mentre il suo cavallo sembra aver finito la corsa, ore di attesa anche per i governi europei che avevano approntato truppe per “salvare i profughi del Darfur”.

Per il momento la Francia ha rilasciato una sola dichiarazione che parla di “non ingerenza” negli affari interni del Ciad, in singolare contrasto con quella di due anni fa, quando ministero degli esteri e della difesa parlavano “intervento legale richiesto da un presidente regolarmente eletto”, rifiutando qualsiasi risposta alle molte domande che cercavano dettagli significativi che il comunicato eludeva. Ciad e Repubblica Centrafricana rappresentano una parte importante della vecchia “Francafrique” e difficilmente Parigi sarà estromessa dai due paesi, molti all'interno delle opposizioni continuano a guardare alla Francia come fonte d'ispirazione o di sostegno ai propri disegni, la lotta per la liberazione del Ciad potrebbe anche concludersi in una più prosaica lotta per la successione a Deby.

A margine resta il martirio dei civili, oggetto delle attenzioni di milizie di ogni colore, dai governativi, fino ai “cooperants etrangeres” e ai Toros Boros; mercenari stranieri e “Janjaweed” locali(predoni) disoccupati, ingaggiati da Deby e Bozizè dopo la defezione di gran parte dei rispettivi eserciti. Ingaggiati con i soldi del “fondo etico” gestito dalla Banca Mondiale, proventi del petrolio “riservati” alle spese sociali in quell'accordo che, finanziando l'oleodotto per la EXXON con i soldi destinati allo sviluppo in Africa, fu salutato come modello d'avanguardia. I fondi per lo sviluppo hanno finanziato una grande corporation, producendo grossi guadagni per l'attore privato e modeste entrate per il Ciad, soldi comunque spesi in armi. I fondi per lo sviluppo hanno quindi finanziato l'arricchimento dei petrolieri e l'acquisto di armi.

Se, per il momento, al ritardo della missione di soccorso ONU-UE in Ciad fa da contrappeso il concentrarsi delle operazioni armate nella zona della capitale, c'è da temere che a breve nell'anarchia totale si possano consumare stragi e vendette, soprattutto a sfondo etnico, sui rifugiati inermi. Altro motivo d'allarme è l'emergenza alimentare, drammatica per quanti si sono dati alla macchia nel Nord-Ovest della Repubblica Centrafricana, comunque grave per quasi mezzo milione di rifugiati dei due paesi nel Sud-Ovest del Ciad. Vittime del grande Risiko africano, macinati tra gli appetiti di famiglie mafiose e quelli delle grandi corporation, vittime di un colonialismo capace di gestire tutte le opzioni locali senza avere altro orizzonte che l'espropriazione delle ricchezze del paese.

postato da mazzetta alle ore 12:47 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: media, africa, truffe, ciad, mercenari, global risiko, infowatch, differenze-ue


mercoledì, 12 dicembre 2007

L'Africa si allontana dal'Europa

Anche in Altrenotizie: "L’EUROPA E L’AFRICA, L’ENNESIMA OCCASIONE PERSA"

Il vertice Africa-UE di Lisbona segna uno spartiacque storico nel rapporto tra Africa ed Europa. A Lisbona l’Europa ha dato una impressionante dimostrazione di pochezza e di confusione, tanto da lasciare il dubbio che i leader europei non abbiano colto a fondo la portata degli avvenimenti. L’Europa unita non ha una politica estera comune e, mai come in occasioni del genere, questa mancanza risalta su altre considerazioni. Impressionante è stata l’esibizione delle molte facce della diplomazia europea a fronte di una rappresentanza dei leader africana invece insolitamente compatta. Ancora una volta uno stato membro ha messo i piedi nel piatto e ha devastato l’agenda dell’incontro. Questa volta è toccato alla Gran Bretagna esibirsi, ma succede spesso a parti alterne. Il vertice è stato addirittura boicottato dal primo ministro inglese Gordon Brown, in polemica con la presenza del dittatore Mugabe. Molti commentatori hanno fatto notare che al vertice erano presenti fior di dittatori mediamente più feroci e spietati di Mugabe, considerazione immediatamente affiancata dall’obiezione-standard alla proposta di messa all’angolo dei paesi “cattivi”, quella per la quale isolare un paese spesso si risolve nel rafforzarne il comando, sempre si finisce con il colpire i cittadini comuni.

La Gran Bretagna ha però un “fatto personale” con Mugabe. Assurto al potere legittimamente all’inizio degli anni ’80, quando le prime elezioni democratiche terminarono la dominazione bianca di quella che era stata la colonia personale di Sir Cecil Rhodes e del feroce governo di Ian Smith, Mugabe non rinunciò ad eliminare ogni possibile oppositore, fino al momento nel quale decise di farsi di dittatore e fare carta straccia degli accordi con i quali il regime bianco aveva contrattato la transizione “democratica”. Affermazione giunta dopo vent’anni di resistenza sanguinosa alla richiesta dell’introduzione del principio “un uomo, un voto” nel paese. Il tirannicida che si fa tiranno è un film già visto. Fu però la decisione di espropriare le fattorie dei bianchi (latifondi coloniali) a segnare il punto di rottura nelle relazioni con il mondo anglosassone. Da allora lo Zimbabwe ed il suo presidente sono all’indice.

Mugabe è sicuramente un dittatore, un corrotto ed un amministratore fallimentare, ma il suo stile non è unico. Come lui anche Teodoro Obiang ha reagito ai rilievi internazionali sulle condizioni di vita delle baraccopoli nella capitale radendole al suolo con i bulldozer. Come lui molti leader africani sono sanguinosi dittatori e rapinosi amministratori, peggio di lui ce ne sono diversi, ma lui è sembrato l’unico sgradito a Lisbona.

Questa simpatica scenetta ad uso e consumo dell’anglofono medio non ha comunque influito sul risultato finale, destinato purtroppo ad essere fallimentare. L’Europa non vuole cambiare l’impostazione paternalista nel suo rapporto con l’Africa e continua in maniera imbarazzante a voler spiegare agli africani cosa è giusto e cosa è sbagliato. Un ruolo che ha sempre potuto sostenere grazie al controllo totale sulle economie e sulle elite dei paesi africani.

Un controllo che oggi l’Europa ha perso quasi del tutto. Fino a venti anni fa Europa e Stati Uniti rappresentavano lo sbocco quasi esclusivo delle economie africane, oggi la richiesta di materie prime arriva prima di tutto dall’Asia; da Cina, India e dalle numerose “tigri” asiatiche.
L’avanzare impetuoso della globalizzazione, incrociando la fine della Guerra Fredda, ha infranto una barriera invisibile e con essa il guinzaglio coloniale.

Si può dire con una discreta approssimazione che l’Africa sia uscita definitivamente dalla colonizzazione (intesa come domino straniero) solo agli inizi degli anni ’90, visto che, fino ad allora, nemmeno l’indipendenza ottenuta negli anni ’60 in gran parte del continente era riuscita ad affrancare i paesi da un controllo oppressivo degli ex colonizzatori. Uno spartiacque più preciso può essere identificato nei negoziati per la fine dell’apartheid in Sudafrica, che durarono dal 1990 al 1994, durante il quale la minoranza bianca cedette, non solo simbolicamente le armi. Lo smantellamento dell’arsenale nucleare sudafricano, sviluppato più o meno clandestinamente collaborando con Israele, è stato sicuramente un segnale forte di un cambiamento reale.

L’emancipazione economica dal controllo mercantilista occidentale non ha però prodotto automaticamente risultati virtuosi. Nella maggior parte dei casi si è assistito alla presa del potere da parte di cleptocrazie locali che si sono sostituite nell’esercizio di un dominio in tutto simile a quello imposto dai colonizzatori bianchi.

In Africa ci sono molti leader “democraticamente eletti” che sono dittatori al pari di quel che fu Saddam, alcuni anche peggiori; leader con i quali l’Occidente è generalmente in buoni rapporti. Lo stesso Papa riceve abitualmente i più sanguinari leader “cristiani” senza difficoltà. Oggi questi governi sopportano con fastidio i moralismi europei, hanno la fila di cinesi, indiani ed asiatici in genere che vogliono comprare le risorse dei loro paesi.

L’Occidente non può far altro che parlare di “conquista” cinese dell’Africa, provando a convincere almeno le opinioni pubbliche occidentali che la Cina ( e solo la Cina) stia pianificando l’occupazione dell’Africa. Dal punto di vista dei leader africani invece, i cinesi pagano senza fare domande e senza porre condizioni; spesso propongono scambi in natura, costruendo in Africa infrastrutture che l’Europa e gli Stati Uniti non sono riusciti a materializzare nemmeno in cento anni. Infrastrutture che danno lustro a leader spesso incapaci di realizzare progetti complessi e che permettono loro di costruirsi un’immagine domestica (e falsa) di modernizzatori, di dittatori che hanno fatto qualcosa di buono per la prima volta nella storia del paese.

I cinesi chiedono solo che i paesi con i quali fanno affari non riconoscano Taiwan, un sacrificio da poco e poco compromettente; quasi tutti i paesi del mondo riconoscono la sovranità cinese su Taiwan, anche quelli europei. Gli Stati Uniti si preoccupano e vorrebbero “mettere in sicurezza” le loro forniture petrolifere africane, che dopo il 9/11 sono diventate sempre più importanti nel mix energetico americano, costituendo l’AFRICOM. Un comando militare americano sul continente per “gestire le crisi umanitarie” al quale però nessun paese africano concede l’autorizzazione. Il rappresentante del Sudafrica, uno dei più teneri, ha suggerito di tenerlo dove è stato costituito in attesa di trovargli una casa africana; a Stoccarda. Nemmeno i governi di Uganda, Congo, Etiopia e Guinea Equatoriale, totalmente dipendenti da Washington si sono espressi a favore, la sola Liberia ha detto che valuterà il da farsi.

L’Europa marcia divisa, alle ripicche britanniche si somma l’attivismo militare francese nella “francafrique” e il codardo defilarsi di tutti di fronte alla carneficina in Somalia e alle altre tragedie africane. Nessuno ha disturbato il dittatore etiope Zenawi, che ha siglato insieme a Mugabe e ad altri simpatici dittatori e leader democratici un appello molto significativo. L’appello “per la diffusione della democrazia e dello stato di diritto” presentato dall’Unione Africana, al di là delle facili ironie, manda un segnale preciso ai politici europei, ma soprattutto alle multinazionali occidentali.

“Abbiamo deciso di costruire un nuovo partenariato strategico, superando la tradizionale relazione donatore-ricevente”. Parole chiare che difficilmente solleveranno dibattito. A lato della querelle Mugabe-Londra è tutto un fiorire di dichiarazioni sul “successo” del vertice e di quanto i paesi europei investiranno per l’Africa. Che poi andando a vedere si tratta di elemosine: otto miliardi di euro dalla UE, che però è uno stanziamento spalmato nel periodo 2008-2013, risultando alla fine misero e facilmente assorbito dalla voce “miglioramento della sicurezza”; cioè armi. L’Italia ha vantato la concessione di quaranta milioni di euro, spiccioli che andranno in un fondo per dell’Unione Africana destinato "proprio a contribuire agli sforzi africani per riportare la pace in queste aree”, che sarebbero il Darfur e la Somalia. Il che vuol dire che andranno a finanziare il nulla, visto che l’UA ha terminato l’intervento in Darfur e visto che in Somalia fino a che non se ne andranno gli etiopi, questione non posta, non se ne parlerà per niente.

Sul fronte delle buone notizie c’è quella che nell’ultimo anno sono morti meno bambini africani per la fame. Ma a ben vedere la notizia non è buona come sembra. Il progresso è dovuto alla diffusione di un geniale alimento capace di recuperare i bambini gravemente colpiti dalla carenza alimentare. La distribuzione di queste fenomenali razioni, un preparato ipercalorico a base di nocciole molto simile alla Nutella, ha permesso di salvare la vita a molti bambini che stavano morendo di fame. A questo parziale buon risultato, se ne aggiunge un altro negativo, visto che il numero di bambini sottoalimentati è aumentato comunque in maniera sensibile a seguito dell’aumento dei prezzi delle materie alimentari. Ne muoiono di meno, ma ne soffrono di più; difficile riuscire a festeggiare. quando si coglie il significato di certi dati presentati come trionfi dai leader.

L’Europa torna quindi da Lisbona in ordine sparso, ciascuno può tornare a curare la politica locale e ad ignorare quel che accade fuori dal continente. Lo stesso faranno i leader africani, grandi sorrisi, proclami trionfali e grande stampa al ritorno in patria; hanno avuto gli stessi maestri. Una cosa è certa: per l’Africa, come per l’Europa, il cammino verso la “democrazia e la certezza del diritto” è ancora lungo.
postato da mazzetta alle ore 13:11 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: europa, africa, global risiko, elitarismo


sabato, 01 dicembre 2007

Quando anche la Corea del Nord è amica di Bush.


L'Etiopia è un paese che la comunità internazionale tiene ai margini perchè vittima di una dittatura sanguinaria, responsabile di repressioni estese nei confronti dei cittadini etiopi e da un anno anche dei massacri in Somalia.

Con l'Etiopia i paesi "democratici" non dovrebbero aver nulla a che fare, ma succede che invece gli Stati Uniti ne abbiano fatto un campione della War On Terror nel Corno d'Africa.

L'Etiopia ha l'esercito più grosso e potente di tutta l'Africa e lo usa per sterminare gli abitanti ribelli della regione dell'Ogaden, per sparare sulle manifestazioni pacifiche dell'opposizione e per rinchiudere più di ventimila studenti in gulag dimenticati nelle zone desertiche del paese.

L'Etiopia però dipende dall'estero per le forniture militari, così quando si sono fatte difficili le condizioni della guerra d'invasione in Somalia, ha dovuto cercare i pezzi di ricambio per rianimare un po' dei tanti ed anziani carri armati di fabbricazione sovietica.

I pezzi li ha trovati e una cinquantina di carri rimessi in efficenza stanno martoriando Mogadiscio. A fornire i pezzi di ricambio è stata la Corea del Nord. Una fornitura che ha sollevato qualche indignazione, presto sopita quando è stato evidente che fosse autorizzata dal governo americano. Il governo etiope ovviamente ha negato che la fornitura sia stata effettuata in violazione dell'embargo internazionale contro Pyongyang.

Ne hanno riferito l'Herald Tribune ed il New York Times ed è successo ancora prima che si formalizzassero gli accordi tra Usa e Corea del Nord sul nucleare.
Il governo del Kenya evidentemente non ne era informato, visto che poche settimane fa, quando una nave da guerra americana ha preso il controllo di un mercantile nordcoreano in acque somale, ha chiesto agli americani di condurla in un porto del Kenya al fine di poterla controllare.

La situazione però era diversa, il cargo coreano era stato soccorso dalla nave da guerra americana dopo essere stato abbordato da pirati somali. Gli americani hanno poi permesso ai coreani di proseguire il loro viaggio, come da accordi. L'Etiopia non ha sbocchi al mare ed è circondata da paesi poco inclini a collaborare, tutti tranne la Somalia. Il governo del Kenya sospettava loschi traffici coreani con i somali ribelli e "islamici"; ingenuità e ignoranza quasi commoventi.

Notizie da ricordare al prossimo appello di Washington contro il regime nordcoreano, la composizione dell'Asse Del Male varia di giorno in giorno a seconda delle convenienze. I diritti umani, la democrazia, i divieti internazionali, sono richiamati solo quando sia necessario a supporto di azioni prive di qualsiasi legittimità.

Ipocrisie.
postato da mazzetta alle ore 18:33 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: stati uniti, guerra, africa, truffe, war on terror, etiopia, global risiko


giovedì, 29 novembre 2007

Ciad: minacce alla forza UE-ONU


Il fronte ribelle che in Ciad si oppone alla dittatura del presidente Deby, ha fatto sapere che il previsto contingente europeo che dovrebbe operare nel paese sotto l'egida ONU, verrà considerato "invasore" qualora aiuti in qualsiasi modo il presidente Deby nella resistenza contro l'opposizione.

La missione, voluta dalla Francia proprio per sostenere Deby e legittimare le proprie forze che già combattono illegalmente nel paese a tale scopo, sarebbe intitolata al soccorso e alla protezione dei profughi provenienti dal Darfur.

Profughi sudanesi, che sono però meno di quelli stessi locali e di quelli provenienti dalla Repubblica Centrafricana, da dove fuggono le ire di Francois Bozizè, protetto di Deby e di Parigi, e dell'esercito francese; anche qui intervenuto a salvare il dittatore di turno dai suoi.

Intanto è già svanito l'ultimo accordo di pace tra Deby e ribelli, firmato solo un mese fa.
postato da mazzetta alle ore 12:56 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: guerra, africa, diritti umani, francia, ciad, global risiko, emergenze umanitarie, istituzioni globali


mercoledì, 07 novembre 2007

Ladri di bambini, ladri di verità


Anche in Altrenotizie

Tutti i giornali ed i media del mondo si sono riempiti della notizia dell’arresto di un gruppo di francesi e spagnoli in Ciad, accusati per il tentato rapimento di un centinaio di bambini locali. Grande eco ha avuto la visita di Sarkozy in Ciad che ha ottenuto la liberazione di alcuni degli arrestati, non direttamente coinvolti nel tentato rapimento. La vicenda che ha avuto per protagonista una sedicente organizzazione umanitaria francese, l’Arca di Zoe, è un triste riproporsi di tutto il peggio che si è già visto quando ONG di dubbio lignaggio hanno tentato di sfruttare le sofferenze del terzo mondo per acquisire soldi e benemerenze nel primo. I fatti dicono che si è trattato di un rapimento in piena regola. I rappresentanti dell’Arca di Zoe hanno millantato il soccorso ai poveri bambini del Darfur e hanno messo in piedi un’organizzazione tesa a soddisfare i buoni sentimenti di numerose famiglie europee ansiose di adottare i poveri bimbi africani. Adozioni impossibili secondo le numerose leggi locali ed internazionali che regolano la materia. Così i volenterosi dell’Arca si sono dovuti un po’ arrangiare architettando un vero e proprio piano criminale finito malissimo. Nessuno dei bambini che avevano in qualche modo raccolto proveniva dal Sudan, ben pochi di questi erano orfani, nessuno di questi era ferito.

Tchad.France Per rendere plausibile il loro espatrio i dirigenti francesi dell’operazione hanno prima ingannato i loro parenti, convinti che sarebbero stati accolti in un asilo in Ciad, poi hanno provveduto a “truccare” i bambini come se fossero feriti, infine hanno presentato il tutto alle autorità del Ciad come se si trattasse dell’evacuazione umanitaria di piccole vittime della guerra; tutto filmato e poi trasmesso alla televisione francese, tutto molto evidente. Un rapimento doloso di bambini da recapitare ai generosi donatori europei in attesa di riversare il proprio amore sulle piccole vittime della tragedia del Darfur. Un’occasione d’oro per il presidente illegittimo del Ciad, quel Deby che ha appena siglato un accordo con l’opposizione e che ha potuto ergersi a difensore dei propri piccoli e indifesi cittadini.

Uno show che non avrebbe potuto essere più ipocrita da un lato e razzista dall’altro. Il razzismo trasuda da ogni aspetto del comportamento degli europei coinvolti; razzista è pensare di poter prelevare i figli di un popolo sul presupposto di una propaganda che riassume la tragedia del Darfur ad uso degli interessi occidentali, razzista è pensare che si possano adottare impunemente i piccoli sudanesi, semplicemente pagando qualche migliaio di euro. Ancora di più quando in Francia come in tutta Europa è molto difficile trovare una famiglia per gli europei cresciutelli rimasti senza chi si curi di loro.

Ipocriti sono tutti i protagonisti della vicenda, dal presidente Deby che è al governo perché la Francia è intervenuta militarmente a salvarlo da un paese che è stanco delle sue truffe e delle sue violenze, fino alla controparte francese che ha colto l’occasione per mostrarsi amica dell’Africa senza però infierire sui propri ladri di bambini. I media francesi traboccano di voci che non discutono la “buona fede” di quelli dell’Arca di Zoe.

Poche voci francesi a condannare i rapitori di bambini, nessuna a ricordare che il Ciad arruola i bambini per combattere l’opposizione. A queste si aggiunge l’ipocrisia dei media ad ogni latitudine; sul caso del rapimento si sono espressi tutti in tutti il mondo, ma qualche mese fa dopo l’intervento militare (illegale) francese a sostegno del dittatore Deby e del suo omologo centrafricano Bozizè, quando i due dittatori hanno scatenato mercenari e predoni praticando un’ estesa pulizia etnica a colpi di massacri e stupri, taceva la Francia e tacevano i media.


Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati in Ciad ci sono quattrocentomila profughi ciadiani e duecentomila centrafricani; secondo l’ONU tutti i villaggi del Nord-Est della Repubblica Centraficana sono stati distrutti e i loro abitanti vivono ora nei campi per profughi in Ciad; stessa sorte per gli abitanti delle province “ribelli” in Ciad.

Di tutto questo non ha parlato nessuno e così la Francia è riuscita ad ottenere il placet per una missione “umanitaria” in Ciad, formalmente intitolata ad assistere e proteggere i profughi del Darfur, potendo in questo modo dispiegare le proprie truppe a tutela dei propri interessi nell’area. Interessi che riguardano il petrolio (i giacimenti appartengono a TOTAL ed EXXON), un grande oleodotto ed il mantenimento del controllo sulla Francafrique, quel che resta del colonialismo francese. Poco importa se al potere in tutti i paesi francofoni ci siano da anni (alcuni da decenni) grottesche dittature, anche peggiori di quella di Deby.

Sarkozy e i ministeri francesi della difesa e degli esteri sono stati prodighi di dichiarazioni nel caso dei francesi arrestati (il vero motivo dell’attenzione, poiché è chiaro che la sorte dei bambini interessa veramente a pochi), quanto sono stati omertosi sulle operazioni militari francesi nell’area e sui massacri (soprattutto di civili) che ne sono seguiti. Alla stessa maniera si sono comportati i media: l’arresto dei francesi è una notizia; il massacro e la cacciata di centinaia di migliaia di poveri negri, la truffa che ha coinvolto la Banca Mondiale per finanziare Deby in difficoltà, l’intervento militare illegale nei due paesi, non hanno invece meritato una riga.

Capita così che gli ignari cittadini del primo mondo possano continuare a donare per i bimbi del Darfur e certe ONG a prosperare sulle loro disgrazie, mentre ben altri massacri continuano ad essere perpetrati nel silenzio dei complici a pochi chilometri da dove si concentra la propaganda occidentale. Molti sono quelli saliti sul carro della propaganda anti-islamica prendendo a pretesto la tragedia del Darfur, quasi nessuno ha avuto la schiena abbastanza dritta per riuscire ad informare il mondo degli eccidi che si consumano ancora oggi sotto l’egida della civile e “cristiana” armata francese e con i buoni auspici di una classe politica che non ha mai smesso di essere colonialista e intimamente razzista.
postato da mazzetta alle ore 06:46 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: guerra, africa, truffe, diritti umani, francia, diritti civili, ciad, global risiko, emergenze umanitarie


venerdì, 02 novembre 2007

Somalia, la guerra nel silenzio

Anche in Altrenotizie.

Continua a peggiorare la situazione in Somalia, dove la violenza ha raggiunto livelli che non si vedevano da oltre dieci anni. Le truppe etiopi d’invasione e le bande dei signori della guerra ai quali è stato affidato il governo-fantoccio su indicazione del Dipartimento di Stato americano, hanno gettato nel caos il paese: Mogadiscio è un campo di battaglia e i suoi abitanti fuggono a centinaia di migliaia. Oltre quaranta organizzazioni umanitarie hanno redatto un appello, denunciando l’imminente pericolo di vita per oltre trecentomila persone; un po’ meno di quante ne sono morte nella tragedia del Darfur. Mentre la capitale somala è ridotta ad un campo di battaglia, sono scoppiati scontri anche tra le regioni semi-autonome del Puntland e Somaliland, lasciando ai somali ben poche aree del paese nelle quali rifugiarsi per sfuggire alla guerra. Il Governo Federale Transitorio, o chi per lui, rifiuta di distribuire il cibo nei campi-profughi, sostenendo che donne e bambini sono “terroristi”. Nell’ultima settimana è anche stato arrestato e detenuto per alcuni giorni il responsabile del Programma Alimentare Mondiale (PAM), accusato dalla banda governativa di sostenere i “terroristi islamici”: arrestato e detenuto senza che gli fosse contestata alcuna accusa.

Continuano inoltre gli omicidi dei giornalisti, l’ultimo ha riguardato il capo di Shabelle Network e il numero di profughi in fuga da Mogadiscio ha superato la cifra di seicentomila (su un milione di abitanti), ma la Somalia sembra essere stata inghiottita da un buco nero informativo. Le uniche notizie che ogni tanto appaiono sulla stampa italiana riguardano i “pirati” somali o qualche lancio su un attentato degli “islamici”. Il 29 ottobre si è dimesso il primo ministro Ali Mohamed Gedi, si sentiva troppo contestato e ha deciso di dimettersi “per il bene del popolo somalo”; nessun media italiano se ne è accorto.

Tutto molto inadeguato, visto che dallo scoppio della “Guerra di Natale”, quando l’esercito etiope invase la Somalia imponendo una governo che non ha alcun sostegno popolare, ma quello fondamentale di ONU e Stati Uniti, in Somalia è andato tutto di male in peggio. Le truppe etiopi si trovano oggi impantanate non diversamente da quelle americane in Iraq e il contingente di peacekeeper ONU non si è mai costituito nella sua interezza, visto che può contare solo su un migliaio di soldati ugandesi e che nessun paese africano è corso in aiuto degli etiopi. Etiopi che godono ora del totale risentimento di tutta la popolazione somala. Bush e Rice non hanno avuto una grande idea nell’incaricare dell’invasione il nemico storico della Somalia, ancora meno aveva avuto una gran idea l’etiope Zenawi affermando che l’invasione era motivata dal timore di “una invasione somala dell’Etiopia”. La solita guerra preventiva, dove l’elefante attacca la formica dicendosi minacciato.

Finale tragico abbastanza scontato: visto che l’Unione Africana aveva condannato l’invasione etiope, era difficile immaginare che ci fosse la fila di paesi desiderosi di inviare le proprie truppe ad assistere alla prevedibile mattanza tra etiopi e somali. Come in Iraq il bollino ONU non è bastato a dare autorevolezza ad un governo somalo che non rappresenta nessuno, che non è stato eletto da nessuno e che vive solo grazie al sostegno militare dell’Etiopia e a quello politico-economico degli USA. La sostituzione di Ghedi dovrebbe essere approvata dal “parlamento” somalo (mai eletto), che però al momento è disperso, visto che più della metà dei suoi membri sono considerati “nemici” dal governo e dall’Etiopia. Abdullahi Yusuf Ahmed, il presidente somalo, è impegnato dalla crisi che vede il suo Puntland spararsi con il Somaliland. Alla fine il premier somalo lo sceglieranno gli etiopi, all’interno dello stesso clan di Ghedi, un “boss”, uno che sappia comandare, diverso dall’impacciato Ghedi; il nuovo premier sarà sicuramente accolto con calore dai somali.

SomaliaMapColpisce che mentre per i fatti in Birmania si è mobilitata l’infosfera globalizzata, per le stragi della dittatura etiope, in Somalia come nella regione “ribelle” dell’Ogaden, come ad Adis Abeba contro gli oppositori, non si muova nessuno. Non uno dei tanti campioni dei diritti umani, non un solo media tra quelli che mettono all’attenzione dei propri consumatori le sofferenze dei popoli del Darfur o della Birmania, fino a quelli che accusano paesi come l’Iran di essere “stati canaglia”, spende una parola contro la sanguinaria dittatura di Meles Zenawi o per la sorte di centinaia di migliaia di somali morenti. (nella foto Sharif Ahmed, leader delle corti islamiche).

Un fenomeno che sarebbe strano se non fosse addirittura scontato, quanto rivelatore di una realtà che vede ormai il prodotto-informazione assolutamente omologato e prono alle direttive dei consigli d’amministrazione dei grandi network globalizzati, i quali non hanno alcun interesse a disturbare le politiche occidentali, ancora meno per correre in aiuto di paesi poveri e lontani. Paesi dove vivono popoli ai quali da tempo immemore è negata l’opportunità di far arrivare le proprie sofferenze all’attenzione delle opinioni pubbliche dei paesi occidentali.

postato da mazzetta alle ore 16:27 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: stati uniti, africa, war on terror, somalia, global risiko, istituzioni globali


lunedì, 15 ottobre 2007

Darfur, la solita farsa


guehen2Se la Francia ha promesso di essere il nerbo della discussa forza di pace per il Darfur, che però sarà schierata in Ciad e Repubblica Centrafricana a protezione degli interessi petroliferi franco-americani, ci sono ancora alcune "criticità" che nelle parole dell'ONU devono essere risolte prima del dispiegamento delle forze sul terreno.

Una criticità è l'assenza di altri paesi che abbiano voglia di inviare i propri soldati sotto il comando francese in due paesi in rivolta contro i propri governi che praticano la strage e la pulizia etnica, la seconda criticità è che ancora meno paesi pensano di fornire alla forza franco-qualcosa gli elicotteri necessari per muoversi con efficacia su un territorio vastissimo.

Al momento quindi la discussa forza internazionale per il Darfur è ancora da arruolare e, soprattutto, è appiedata.

Sui cieli del Darfur voleranno solo gli aerei delle agenzie umanitarie ancora a lungo, pensare che qualche paese che non ha voglia di imbarcarsi nell'avventura, possa prestare i suoi elicotteri all'impresa francese è più che assurdo.


Aggiornamento: ci penseranno i mercenari americani


Per la prima volta l'ONU appalta parte di una missione a una compagnia mercenaria; nel caso americana. Si tratta della 
Pacific Architect Engineers, Inc. (PAE) che è una sussidiaria dell'americana Lockheed Martin, la quale ha avuto un contratto da 250 milioni di dollari, si suppone per scarrozzare le truppe, ma forse anche per altro. Il Segretario dell'ONU giustifica il fatto con l'urgenza, anche se è da mesi che l'ONU si trastulla senza ottenere collaborazione dagli stati membri. Intanto continuano le proteste di attivisti americani davanti alla sede della JPMorgan Chase, banca d'affari che finanzia l'estrazione del petrolio sudanese.
postato da mazzetta alle ore 20:07 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: sudan, africa, diritti umani, onu , emergenze umanitarie, istituzioni globali


sabato, 06 ottobre 2007

Il mondo che non si vede

In Altrenotizie

L’esplosione della protesta popolare in Myanmar fornisce l’occasione di mettere a fuoco l’enorme trasformazione che ha colpito il dibattito italiano sui temi di politica estera negli ultimi anni. Fino a pochi anni la provvidenziale Guerra Fredda rendeva semplice il commento degli eventi, ovunque si verificassero. I cattivi erano facilmente identificati nel fronte avverso, per gli uni i regimi “comunisti”, per gli altri i paesi “capitalisti”; fine del discorso. Ogni analisi partiva dal preventivo schierarsi in uno o nell’altro campo per passare poi a dare la stura ai luoghi comuni e alla propaganda. Dal crollo del muro di Berlino questa semplicistica riduzione del mondo è come evaporata, lasciando più di un commentatore professionale con le braghe calate. Molti hanno fatto finta di nulla, continuando a praticare il vecchio modello, anche se ormai poco adatto ai tempi. Abbracciare le logiche del potere porta vantaggi e oggi che non c’è più nessun altro potere alle viste, tanti hanno ceduto e si sono arruolati nella guerra dell’Occidente, senza nemmeno sapere chi o cosa si sarebbe combattuto.

DeathJr La confusione però regna sovrana, i nemici di un tempo possono essere alleati di oggi, ma il vero problema è che si fa fatica a trovare “nemici” credibili per un Occidente sempre più nudo di fronte alle proprie responsabilità, alle quali si sono aggiunti l’imminente disastro climatico e il problemuccio delle risorse in esaurimento. Gli “islamici” sono sembrati per un po’ la soluzione, ma ormai è chiaro che non potranno mai essere un nemico vero come l’ex Unione Sovietica. Ecco allora che alcuni da tempo la menano con la Cina, abbastanza robusta da interpretare il ruolo di minaccia, alla quale attribuiscono ogni genere di responsabilità tranne quelle che porta davvero, visto che queste le condivide con i gemelli (per molti versi) statunitensi.

La grossa confusione della classe parlante italiana porta ad effetti paradossali, ci sono quelli che inneggiano alla dittatura birmana, vista come resistenza agli USA, e quelli che inneggiano ai monaci e al cambio di regime, accusato di essere un fantoccio cinese. Gli uni e gli altri sembrano ignorare completamente i dati disponibili, che dicono come la giunta birmana sia in ottimi rapporti con l’Occidente, come con la Cina e con l’India, con quest’ultima che infatti ha siglato un mega accordo petrolifero a Yangoon proprio mentre i soldati bastonavano i monaci. La Birmania così com’è va bene a tutta l’economia globalizzata, i manifestanti possono morire di vecchiaia aspettando aiuti dalla comunità internazionale; al massimo si ripeterà la sceneggiata dell’embargo e di quelli che poi l’aggirano mentre condannano la brutalità dei generali.

Legata a stereotipi ormai inservibili, la classe parlante italiana quando viene a discutere del mondo si trova spiazzata. Un altro bell’esempio è quello che sta succedendo in Africa, dove la competizione di interessi occidentali ha portato alla totale paralisi informativa. Non si hanno più notizie dell’ex colonia di Somalia, nella quale un gruppo di delinquenti sta cercando di ottenere il controllo del paese spalleggiato dall’esercito di una dittatura peggiore di quella birmana e dagli USA. Nessuno sembra interessato alle storie che arrivano da Mogadiscio, molto più splatter di quelle provenienti da Yangoon; nemmeno la disputa tra il governo transitorio somalo che affama i bambini-profughi perché “terroristi” e l’Onu ha destato attenzione. I morti si contano a migliaia, i profughi sono cento volte tanti, etiopi e signori della guerra somali si comportano molto peggio della giunta birmana (che non ha ancora bombardato interi quartieri), ma nessuno sembra interessato a denunciare questi massacri.

Non si parla di Somalia, ma non si parla nemmeno del resto del continente africano; alcuni pontificano sul Darfur tanto malamente che una missione europea in Ciad e Repubblica Centrafricana viene spacciata come intervento di aiuto ai profughi sudanesi, mentre si tratta di ben altro. I commentatori schierati sulla sponda di Washington continuano ad attaccare il governo sudanese, senza rendersi conto che la ribellione in Darfur è ormai frammentata in più di dieci fazioni, ciascuna dotata di sponsor occidentale o nordafricano. Un’altra cosa della quale ci si rende poco conto è che il governo di Karthoum è perfettamente allineato all’occidente da un paio d’anni; i suoi servizi segreti hanno addirittura ricevuto il plauso della CIA per il contributo alla War on Terror.

C’è stata una grossa discussione in sede europea sull’opportunità di inviare un contingente UE in Ciad e Repubblica Centrafricana, ma in Italia non se n’è accorto nessuno. La Germania ed altri paesi non erano d’accordo a mettere i bollini di UE ed ONU ad una missione militare che sarà soprattutto francese, nei due paesi nei quali proprio la Francia è intervenuta recentemente per salvare i rispettivi dittatori dalla furia dei loro popoli. Una Birmania alla rovescia, dove il buon occidente interviene a salvare il despota. La missione UE servirebbe solo a dare patente di legittimità internazionale alle truppe francesi già impiegate (illegalmente) sul campo, non certo a proteggere i profughi dei due paesi.

Ebbene sì, in Ciad ci sono più profughi in fuga dalle truppe del Ciad che abitanti del Darfur in fuga dai janjaweed; e ancora di più sono i profughi che provengono dalla Repubblica Centrafricana, dove l’esercito presidenziale rinforzato da mercenari ha praticato una spietata pulizia etnica in tutto il Nord-Est del paese. Tutto verificato dall’ONU, tutto facile da sapere, ma molti preferiscono ridurre la questione alla rappresentazione di un cattivo governo “islamico”, quello del Sudan, contro i poveri profughi. Peccato che da un paio d’anni il governo sudanese sia compartecipato dai partiti del Sud cristiano, ma anche di questo non si è accorto nessuno. Anche in questo caso c’è stato chi ha tirato in ballo la Cina, che in Sudan compra il petrolio e paga in infrastrutture ed armi, dimenticando gli identici commerci occidentali: singolare strabismo.

La notizia africana della settimana è l’annuncio da parte americana della costituzione dell’AFRICOM, che sarebbe un comando americano unificato per le operazioni in Africa. Dato che l’Africa è diventata il principale fornitore di petrolio per gli Stati Uniti, alla Casa Bianca pensano bene di farcire il continente con una mezza dozzina di basi a guardia della situazione. Temendo, anche qui, l’affermazione commerciale dei cinesi, Washington vorrebbe rispondere fortificando la propria presenza a mano armata. La cosa non è gradita in Africa, dove solo il governo della Liberia si è detto favorevole. Tra le altre opinioni la più benevola è quella del governo sudafricano che ha detto che l’AFRICOM potrebbe anche servire, ma che è bene che rimanga dove l’hanno inaugurato: a Stoccarda.

Gli Stati Uniti si sono affrettati a rassicurare, per bocca del Dipartimento di Stato, che AFRICOM -non servirà a dare la caccia ai terroristi in Africa, non servirà per proteggere le risorse e non servirà a rafforzare la diplomazia americana nell’area; servirà a rendere più efficace gli aiuti umanitari e ad aiutare lo sviluppo dei paesi africani. Purtroppo per loro non ci ha creduto nessun politico africano. Il primo lotto di “aiuti” dovrebbe essere rappresentato da una base permanente in grado di ospitare 25.000 soldati americani sul suolo africano; a titolo d’esempio il “dispositivo Sparviero” schierato dalla Francia a distruggere i ribelli ciadiani e centrafricani conta solo 1200 uomini.

death

Così, mentre l’Occidente atlantista sceglie la ri-colonizzazione militare del continente africano, perché vede in pericolo quella squisitamente economica, minacciata dall’avanzare della concorrenza commerciale di Cina e India sul continente, nel nostro paese si dibatte su chi e come potrebbe “aiutare” i poveri birmani contro la feroce dittatura alimentata dai nostri stessi leader e uomini d’affari. Si discute del nulla e non si vede che è già cominciata una nuova fase di conflitto coloniale tra paesi occidentali ed orientali, potenze locali e finanza globalizzata per la spartizione di risorse sempre più rarefatte.

In fondo è comprensibile, legioni di giornalisti addestrati a cavare il più possibile da episodi di cronaca, come nel caso di Garlasco, sono inevitabilmente inadeguati ad affrontare gli scenari internazionali, nei quali le vittime spariscono e si sentono solo le ragioni dei carnefici e delle loro impellenti necessità. In questi casi, stare dalla parte delle vittime, dar loro voce, non paga; si fa solo se si pensa che possa danneggiare un rivale politico. Altrimenti, perché affaticarsi per nulla?
postato da mazzetta alle ore 23:28 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: media, guerra, africa, war on terror, bug di sistema, global risiko


venerdì, 28 settembre 2007

Un prete che uccide


Il capo della chiesa cattolica del Mozambico, monsignor Francisco Chimoio, ha dichiarato in una intervista alla BBC che è convinto che i preservativi prodotti in Europa siano infettati con il virus dell'HIV deliberatamente. Anche alcuni farmaci retrovirali sarebbero infettati di proposito, allo scopo di "finire velocemente la gente africana".

Circa il 16% dei mozambicani ha contratto l'HIV, si contano ogni giorno circa 500 nuove infezioni si diciannove milioni di abitanti usciti da poco da uno stato di guerra durato un'epoca. Uno dei paesi messi peggio al mondo.

E arriva il monsignore che per togliere di torno l'odiato profilattico sfodera il complotto interrazziale supermegagalattico per uccidere i fratelli neri. Da notare che è già in guerra perchè il governo vuole legalizzare l'aborto, che in Mozambico è ancora reato, reato introdotto dai colonizzatori portoghesi e dai preti che li hanno accompagnati nei decenni. In Mozambico muoiono cento donne al giorno a seguito di aborti clandestini. Anche la legalizzazione dell'aborto sarebbe per lui "un attacco all'africanismo".

0,1020,461726,00 Ee gli danno ascolto (e in certi paesi glielo danno), moriranno in molti di più per non aver usato il profilattico o aver preso le medicine di quanti non ne siano morti per fame negli anni peggiori. Questo genere di esibizioni e l'opposizione al profilattico da parte della chiesa cattolica, costano ogni anno migliaia, se non milioni, di vittime; considerato anche l'alto potere di influenza che hanno sulle elite dei paesi nei quali il cattolicesimo è influente e negli organismi internazionali, dove trovando sintonia con i cristiani evangelici hanno mandato all'aria decine di programmi di contrasto all'HIV.

Ben al di là dell'offesa all'onore europeo, ben oltre le parole di padre Chimoio (arcivescovo della diocesi di Maputo), seguendo il link apprezzerete come i cattolici usino Wikipedia, ma anche come possa essere comodo trovare bella pronta una voce da completare) resta l'evidenza che le dichiarazioni di Francisco ammazzeranno qualcuno, più d'uno.  Un interessante dilemma etico per Ratzi, assecondare questi pazzi assassini o smentirli a smentire il suo stesso papato?

postato da mazzetta alle ore 21:12 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: africa, bug di sistema, mondo precario, clerowatch


martedì, 28 agosto 2007

L'Etiopia in guerra con la Norvegia, l'ONU orrenda in Somalia.

Secondo Wahide Belay, portavoce del ministero degli Esteri di Addis Abeba, la Norvegia mina la sicurezza nazionale etiope, così l'Etiopia ha deciso di espellere i diplomatici norvegesi, un provvedimento che altre fonti etiopi definiscono "non inaspettato", aggiungendo che Oslo era già stata avvertita del fatto che il suo attivismo nella regione non era apprezzato.

Ben difficilmente si può pensare che la Norvegia, che non ha interessi o precedenti "coloniali" in Africa o altrove, sia interessata a destabilizzare l'Etiopia, quindi occorre prendere per favole le motivazioni etiopi e cercare altrove.

Altrove è ai confini dell'Etiopia e nelle organizzazioni internazionali, all'Etiopia non piace l'attivismo norvegese nella direzione della pace nel Corno d'Africa e in Sudan. Che i diplomatici norvegesi intervengano nelle crisi tra l'Etiopia e l'Eritrea, il Sudan e la Somalia non è piaciuto e ancora meno piace che Oslo inviti ad evitare di commettere crimini contro l'umanità nella regione etiope "ribelle" dell'Ogaden.

Se la Norvegia "ingerisce", sponsorizzando i colloqui di pace, c'è chi ingerisce fornendo armi, addestramento, soldi ed intelligence alla dittatura etiope, che ha ricambiando invadendo la Somalia per conto degli Stati Uniti. Ad ingerire inoltre sono alcuni paesi vicini, da quelli del Golfo che supportano ad esempio la dittatura eritrea (non meno fetente di quella etiope, solo in scala minore), la Francia che sostiene le dittature in Ciad e Repubblica Centrafricana e, in misura minore, la UE che brilla per incapacità e ondeggiamenti, visto che tra i suoi soci ci sono grossi conflitti d'interesse.

L'allontanamento dei diplomatici non ha spinto la Norvegia ad interrompere i rapporti diplomatici con la dittatura di Zenawi, che comunque continuerà ad imporrere il suo terrore a lungo, contando sul supporto americano.

Intanto a Mogadiscio, tra continui combattimenti, il sindaco ha dichiarato che non fornirà viveri ad alcuni campi
di rifugiati (in realtà agglomerati di gente senza nulla)  perchè abitati da "terroristi". Si tratta di donne e bambini di clan "nemici" dello pseudogoverno somalo, che si sono rivolti all'ONU qualche giorno fa. L'ONU tace di fronte ad un evidentissimo crimine, ma può poco perchè il governo sostenuto da ONU, etiopi (in armi), americani e "mondo libero" sono mesi che sequestra gl