mazzetta

Ce la possiamo fare...
lunedì, 02 novembre 2009

Solare per tutti, ci pensano i tedeschi con il Desertec

Mentre il ridicolo governo Berlusconi straparla di centrali nucleari che non costruirà mai, la Germania si muove massicciamente nel campo delle energie solari. Si chiama Desertec Industrial Initiative, il gigantesco piano d'investimenti che promette di produrre il 15% dell'energia necessaria all'Europa (all'intera Europa) grazie a impianti a energia solare piazzati nel Sahara.

Un investimento enorme, di quattrocento miliardi di euro, al quale partecipano E.On, Deutsche Bank, Siemens, Munich Re e altre otto aziende tedesche, e che promette di consegnare energia già nel 2015 attraverso  impianti che utilizzano la tecnologia del solare termico per produrre energia e reti di trasmissione intelligenti (smart grid), che porteranno l'energia elettrica in Europa dal deserto africano, senza inquinare e senza consumare risorse non rinnovabili.

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L'idea, presentata per la prima volta nel 2007 dalla Desertec Foundation in un Libro Bianco, gode ovviamente dell'appoggio del governo tedesco, ma anche dell'interesse dei paesi nordafricani, che in questo caso guadagneranno l'accesso a tecnologie capaci di mettere a frutto una risorsa locale senza il rischio di veder devastato il proprio territorio. Non si tratta più di un progetto, ma di un'affare reale per il quale sono già stati firmati accordi e investiti miliardi di euro. Speriamo che serva a dare il buon esempio anche agli altri paesi, non solo europei.

 Desertec

A titolo d'esempio, in questa immagine i quadrati rossi rappresentano l'estensione dell'area sufficiente a fornire l'energia per il mondo, l'Europa e il Mena (Medioriente e Nord Africa) se dedicata ad impianti termosolari allineati all'attuale stato della tecnica. La migliore dimostrazione possibile del fatto che chi parla della necessità di centrali nucleari e dell'impossibilità di affrancarsi dai combustibili fossili, mente sapendo di mentire.

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venerdì, 18 settembre 2009

Colonialismo: Vota il Gabon, sceglie la Francia

Anche in Altrenotizie

ali_bongo_432La storia del Gabon è incredibilmente simile a quella degli altri paesi che componevano l'Africa Equatoriale Francese prima che Parigi concedesse l'indipendenza alle colonie. Giunto all'indipendenza, elesse il suo primo presidente, Leòn Mba, che presto rivelò tendenze dittatoriali, chiudendo i giornali dell'opposizione e modificando la Costituzione in senso presidenzialista. Sempre più violento e sempre più dittatore, Mba conobbe la rivolta dei gabonesi quando cercò di sciogliere l'Assemblea Nazionale (il Parlamento) e instaurare un regime a partito unico.

Rivolta presto sedata dalle truppe francesi di stanza nel paese, intervento che si ripeterà identico nelle altre ex-colonie fino ai giorni nostri. Gli ultimi interventi del genere, negli ultimi anni sono stati in Costa D'avorio, Ciad e Repubblica Centrafricana, ma hanno raccolto ben poca attenzione. All'epoca la Francia sollevò roventi proteste internazionali, ma non le tenne in alcun conto. Alla morte di Mba, nel 1967, salì al potere il suo vice Omar Bongo Ondimba, che vi è rimasto fino alla morte pochi mesi fa. Fine della storia del Gabon dal dopoguerra a oggi. L'ultimo capitolo, quello più attuale, é relativo alla successione ad Omar Bongo ed è ancora in fieri. Per il momento sembra che il testimone passerà a suo figlio Alì Bongo, che dicono abbia vinto le elezioni.

Il Gabon è un paese grande quasi come l'Italia, con solo un milione e mezzo di abitanti, la capitale Libreville ne conta cinquecentomila e, geologicamente, è un territorio ricco. Nonostante la sua indubbia ricchezza, il paese é indebitato e gli abitanti non se la passano troppo bene. Sembra che in più di quarant'anni al potere, Bongo abbia pensato soprattutto a sistemare la famiglia, che infatti possiede o controlla le più importanti imprese del paese e proprietà enormi anche all'estero, niente che potesse acquisire con i magri stipendi ufficiali delle pur numerose cariche coperte dai familiari nei decenni.

0_0_0_0_237_303_csupload_5791741Una ricchezza che non ha mancato d'attirare l'attenzione internazionale, tanto che in Francia hanno aperto un processo a Bongo e congelato alcuni dei suoi beni. Ma quella con la Francia è una relazione che va oltre queste contingenze e così Alì Bongo ha potuto contare sul sostegno di Sarkozy. La vittoria di Bongo jr consente agli interessi consolidati la maggiore tranquillità e tra questi ci sono sicuramente quelli francesi.

Insieme al clan Bongo fanno affari Vincent Bollorè, Total e molti altri big della finanza francese, le risorse del Gabon sono sempre finite in mani francesi a prezzi di favore. Una collaborazione flessibile che ha saputo tenersi al passo con i tempi, così quando i maggiori acquirenti di materie prime sono diventati i cinesi, Vincent Bollorè e Pascaline Bongo hanno costituito una società (Gabon Mining Logistic) che si è assicurata il monopolio del trasporto delle risorse minerarie. Pascaline Bongo è la figlia di Omar Bongo e ha gestito a lungo gli affari di stato, è vicepresidente di Total Gabon, amministratrice della principale banca gabonese e con Bollorè ha anche comprato la televisione 3A Telesud, uno dei pochi network televisivi panafricani, per conquistare il quale ha fatto platealmente ricorso alla forza militare quando la forza del denaro si è dimostrata insufficiente. In Gabon ci sono diverse televisioni e appartengono tutte a ministri o alla famiglia Bongo, l'opposizione è confinata su Internet, il controllo del network serve ad avere voce in altri paesi africani.

Alì Bongo invece è stato a lungo ministro della difesa e probabilmente il controllo dell'esercito è stato decisivo nel promuoverlo alla successione del padre avanzando la quotatissima sorella. Hanno giocato a suo favore anche le amicizie consolidate con la seconda generazione degli autocrati coloniali di Francia, dal sovrano del Marocco al figlio del camerunense Wadè; Alì gode di ottime relazioni internazionali ed è definito “inquietante” da più di un osservatore.

jpg_ali-bongo-d6a35Il partito bonghista dominante ha comunque schierato ben quattro candidati alle presidenziali, tra i quali anche il marito di Pascaline, che fa il ministro degli Esteri.
La finzione dominante vuole che nelle colonie francesi d'Africa si sia passati a regimi democratici e al multipartitismo negli anni '90, ma la realtà testimonia che i vecchi dittatori hanno passato indenni la prova e sono rimasti al potere con la collaborazione fondamentale di Parigi, che anche sotto Mitterand ha sempre menato le danze con mano ferma e totale mancanza di scrupoli.

Anche in questo caso il modello trova conferma nella cronaca, che registra maretta in Francia, maretta causata da alcune sbavature nell'esecuzione di un copione che pure dovrebbe essere conosciuto a memoria. Sarkozy è stato un po' troppo precipitoso a riconoscere la vittoria di Alì, subito seguito a ruota dal sovrano del Marocco. Vittoria che è giunta dopo che i primi dati parziali lo davano solo terzo, tra le richieste delle opposizioni di controlli sul processo elettorale.

Avrebbe raccolto il 41% dei voti con i due principali concorrenti (non di famiglia) fermi a un identico 25% ciascuno, ma per Parigi i ricorsi annunciati dall'opposizione non hanno particolare rilevanza. Gli osservatori internazionali che hanno validato le elezioni sono francesi (alcuni elementi di destra dalla pessima reputazione) o inviati da altri paesi vicini, non esattamente campioni di democrazia.

I gabonesi non l'hanno presa bene e a Port Gentil hanno dato fuoco a proprietà della Total e scatenato la caccia al francese, tanto che i francesi sono stati evacuati dalla cittadina, l'esercito gabonese è schierato solo nella capitale a difesa delle “istituzioni". Le forze di sicurezza hanno quindi sparato sulla folla che dimostrava nella capitale, anche se le proteste non erano violente. Ci sono state manifestazioni a Parigi contro la
Françafrique che è il termine che identifica il sistema di dominio post-coloniale francese. Niente di originale, Parigi è spesso costretta a evacuare in fretta i suoi in queste occasioni e non si stupisce nessuno.

Ciononostante, il signor Robert Bourgi ha cominciato ad apparire in televisione mettendo in crisi il governo Sarkozy. Bourgi è avvocato e faccendiere di origine libanese che da anni riveste il ruolo di collegamento tra Parigi e Libreville e, pur mandato in televisione per rinforzare la pretesa di Sarkozy di essere al di sopra di qualsiasi sospetto, si è lasciato scappare il racconto di accordi e di sostegni presidenziali al figlio di Bongo. La socialista Martine Aubry a quel punto ha attaccato a testa bassa e accusato Sarkozy di sostenere le dittature invece di favorire lo sviluppo delle democrazie e presto è stata seguita dal resto delle sinistre all'assalto dell'Eliseo.

Alì Bongo intanto dimostra che buon sangue non mente e ha già detto che non accetterà accordi di governo di coalizione: il presidente eletto è lui, poco importa se non ha raccolto la maggioranza dei voti e ancor meno l'esito dei ricorsi. Sarkozy può lamentarsi dell'imprevisto, ma ormai è certo che il piano é andato a buon fine: l'opposizione non ha alcuna speranza di scavalcare la volontà di Alì, già accolto con favore dalla comunità dei suoi pari africani. Solo un improbabile confronto con la sorella Pascaline potrebbe indebolire la presa della famiglia sul paese, ma se Alì si comporterà bene nei suoi riguardi, il sistema costruito dal padre potrà proiettarsi nel futuro con ottime speranze di sopravvivenza, con grande soddisfazione di chi attualmente ne guadagna.

Come sempre accade, le vicende nelle colonie francesi non sollevano la minima obiezione in Europa, dove sembra che sia in vigore una specie di “eccezione francese” sulla politica africana. In Africa l'Unione Europea resta al traino dell'iniziativa della Francia, che sembra agire senza consultare nessuno, avendo in mente solo gli interessi di una ristretta cerchia di politici nei due continenti. Un'eccezione fin troppo evidente, per non pensare che, prima o poi, l'Unione Europea sarà chiamata a rendere conto, insieme alla Francia, degli intrighi che da decenni piagano l'Africa e gli africani.


P.s. Appena "eletto" Alì ha giocato maldestramente la carta populista del calcio e si è presentato in tribuna all'importante incontro con il Camerun. Dopo che il Gabon ha preso due pappine (una di Eto'o), le opposizioni hanno avuto gioco facile a far notare che era la prima volta che si presentava allo stadio e che quindi porta sfortuna. Fortunatamente i tifosi hanno rinunciato a sfogare l'amarezza contro il neo-presidente (vestito con la maglietta della squadra!) protetto da un imponente dispositivo di sicurezza
. In Italia il TG1 ha dato la notizia della rivolta a Port Gentil con giorni di ritardo e senza approfondimenti.
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giovedì, 10 settembre 2009

Mercenari condannati in Congo


Sono stati condannati a morte dal tribunale di Kisangani, i due giovani mercenari norvegesi nella foto, per la morte di un congolese che li accompagnava nelle loro attività nel paese. I due, uno dei quali espulso dall'esercito norvegese perché cercava di reclutare mercenari tra i ranghi, vedranno la sentenza commutata in ergastolo, visto che in Congo da tempo hanno deciso per l'abolizione di fatto della condanna capitale.

I due avrebbero cercato di arruolare mercenari anche in Uganda, Sierra Leone e Uganda, anche se non è chiaro a quale scopo. Nella loro stanza d'albergo a Kampala (Uganda) gli investigatori hanno trovato documenti della Special Intervention Group, una compagnia militare privata che però nega ogni coinvolgimento nelle attività dei due e anche che questi dipendessero dall'azienda.

Nonostante il Congo sia ancora un paese nel quale operano numerose compagnie militari private è evidente l'intenzione e l'interesse del governo nel fare pulizia o quantomeno ridurre il numero dei soggetti che operano entro i confini congolesi senza alcun controllo.


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domenica, 14 giugno 2009

La fine di Omar Bongo, cameriere della Republique

Anche in Altrenotizie

h_9_ill_1204958_chirac-bongoLa morte di Omar Bongo Ondimba, presidente del Gabon, è passata largamente inosservata nel nostro paese, ma ha fatto rumore in Francia. Bongo è rimasto a capo del Gabon dal 1967 fino alla sua morte, avvenuta pochi giorni fa, dopo la quale il governo gabonese ha chiuso le frontiere e dichiarato un mese di lutto. La figura di Bongo è il paradigma del rapporto con le ex-colonie africane, sulle quali la Francia è riuscita a mantenere uno stretto controllo dall'indipendenza loro concessa fino ad oggi. Lo schema è elementare e collaudato, all'alba dell'indipendenza “concessa” dalla Francia, le prime elezioni furono vinte dai candidati sostenuti dai francesi e, da allora, le cose sono rimaste sempre così; ogni tentativo di modificarle si è infranto contro la relazione violenta dell'elite locale cooptata e assistita militarmente dalla Francia. 

Bongo ha governato un sistema monopartitico dal 1967 fino alle elezioni del 1993, nelle quali si è affermato ottenendo il 51% dei voti, probabilmente ricorrendo ad estese frodi. Un colpo dal quale si è ripreso in fretta cooptando a sua volta l'opposizione e vincendo poi quelle del 1998 e del 2003 con percentuali bulgare, anche se il 79,2% delle ultime elezioni è inferiore al suo record del 99,96% segnato nel lontano 1976.

La sua morte apre una successione relativamente incerta, dovendosi scegliere tra il figlio di Bongo e il marito della figlia di Bongo. La morte chiude anche uno sgradevole processo in Francia, dove giudici impertinenti accusano il defunto dittatore di aver occultato ricchezze immense sottraendole alle finanze del paese. Auto di lusso e case da decine di milioni di dollari risultano intestate a lui e ai suoi familiari in mezzo mondo, nonostante il suo reddito da presidente sia sempre stato ufficialmente modesto. Situazione inversa per i suoi amministrati, che con un reddito pro-capite che è quattro volte la media di quello degli altri paesi sub-sahariani, restano nella miseria perché di quei soldi ne vedono pochissimi.

La storia conosciuta ci racconta che Bongo è una creatura di Jacques Foccart, conosciuto oltralpe come “Monsieur Afrique”: un leggendario gollista che è stato a lungo la cerniera tra la Francia, i suoi politici e le sue imprese e i dittatori a lungo il potere nelle ex-colonie francesi, tutte refrattarie alla democrazia nonostante la tutela di quel faro di democrazia che sarebbe la Francia della Revolution. I presidenti francesi hanno sempre portato rispetto a Bongo, segno che l'uomo sapeva stare al mondo più di tanti suoi colleghi prima o poi caduti in disgrazia, ma anche dimostrazione lampante di personaggi che sotto il vestito da statista conservano una morale di bel altro livello.

Come abbia fatto a conservare la benevolenza francese è chiaro: ora che è morto, l'ex presidente francese, Valéry Giscard d’Estaing, ha denunciato che Bongo avrebbe ammesso; in una conversazione tra i due; di sostenere economicamente il suo avversario Chirac, all'epoca dato per vincente nel confronto. Quello stesso tipo d'aiuto dalle ex-colonie che già lui aveva ricevuto in precedenza e non solo da Bongo, ma anche da Bokassa ed altri sul genere.

Uno schema di corruzione circolare, nel quale le ricchezze naturali del paese, poco più piccolo dell'Italia e con solo un milione e mezzo di abitanti, erano cedute alle aziende francesi a prezzi decisamente bassi. Queste ringraziavano portando valige di denaro contante al caro leader che poi distribuiva tra i suoi famigli non dimenticando di retribuire anche la vera fonte del suo potere, cioè la classe politica francese. A garantire il meccanismo è sempre rimasta la più grande base francese in Africa, coadiuvata da una guardia presidenziale composta da milleottocento uomini, su cinquemila che il paese può schierare complessivamente tra esercito e polizia, ma anche il matrimonio della figlia con il vicino dittatore congolese Sasso Nguesso, anch'egli felicemente nelle grazie francesi dopo un passato da impertinente marxista rivoluzionario e ugualmente nefasto per i suoi poveri amministrati

Tutti paesi nei quali la Francia non pensa affatto sia necessario “portare la democrazia”, perché si vede che va bene così, ai politici come alla Total, che in quei paesi fa affari d'oro. Non cambierà molto con Sarkozy, che semmai sembra intenzionato ad aumentare l'ingerenza e l'interventismo all'estero, come testimoniano l'inaugurazione di una base militare a Dubai e il sostegno militare recentemente fornito ai dittatori di Ciad e Repubblica Centrafricana per stroncare le opposizioni con bagni di sangue che non hanno niente da invidiare alle stragi in Darfur. Nonostante lo scorrere del tempo e l'aumento dell'influenza della UE, nelle ex-colonie francesi la situazione non sembra in grado di evolvere diversamente, essendo abbastanza chiaro che esiste un tacito accordo tra i paesi europei nel non ingerire nei rapporti dei singoli stati con le ex-colonie.

Aggiornamento 16/6

Appena sceso dalla limousine per onorare Omar Bong, il presidente francese Sarkozy è stato coperto di urla e insulti della folla mobilitata per onorare il padre-padrone della patria, stesso destino è toccato a Chirac. "No alla Francia" e "Non vi vogliamo", gli slogan preferiti, a testimoniare della scarsa popolarità del colonizzatore presso la popolazione, all'interno del palazzo presidenziale invece Sarkozy e Chirac sono stati applauditi.

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mercoledì, 13 maggio 2009

Addio al porno in Egitto


Con quella che l'avvocato proponente ha definito "Una vittoria contro il vizio e la corruzione", la Corte amministrativa egiziana ha vietato il porno su internet.

La decisione è ricorribile, ma difficilmente il governo farà appello esponendosi come paladino del porno. L'Egitto fino a ieri era uno dei pochi paesi mediorientali a non limitare internet. La censura della rete si esprime a volte sui contenuti più pruriginosi fino ad estendersi in alcuni paesi al controllo dell'informazione e dei blog.


Non resta che vedere come la prenderanno i dodici milioni di utenti egiziani.
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sabato, 02 maggio 2009

Sorpresa, cambia tutto in Darfur


    WASHINGTON, April 30  -- The Obama administration calls on the governments of Sudan and Chad on Thursday to join peace talks immediately and to stop all support for cross-border violence in Darfur.

    The United States welcomes the peace talks in Doha between Sudan and Chad as "a positive step forward and calls on the two countries to end all support for cross-border violence," State Department said in a statement.

Come per incanto cambia la narrazione del Darfur. Non più "genocidio", ma conflitto a bassa intensità tra due paesi che armano milizie.

All'improvviso nel dramma del Darfur appare come protagonista il Ciad, magari tra qualche tempo alle opinioni pubbliche occidentali sarà data anche l'occasione di conoscere le mirabili gesta del dittatore ciadiano Deby, non dispero.

Da quando cinque anni fa si chiuse la fase più cruenta per le popolazioni del Darfur, durante la quale subirono un vero e proprio massacro che costrinse metà della popolazione alla fuga, la loro tragedia è stata vastamente strumentalizzata e ricostruita a sostegno del quadro ideologico della War On Terror. Tipico il richiamo al regime "islamico", nonostante come spesso capita nei paesi musulmani i fanatici islamici siano all'opposizione e colpiti con mano pesante dal governo. Si parlò addirittura di "islamici bianchi" contro non-islamici neri pur di sollevare l'immgine del perfetto cattivone. Un solo cattivone detentore di tutte le colpe, messo all'indice in tutto il mondo, senza sfumature o dubbio alcuno.

Oggi scopriamo che invece sono almeno in due, lo dice i Dipartimento di Stato. oggi la popolazione del Ciad è più in pericolo di quella del Darfur e la lotta interna per il potere contro Deby e il suo omologo centrafricano Bozizè provoca molti più morti e profughi del conflitto che ancora si trascina in Darfur, ma a lungo tempo l'attenzione dei media è rimasta concentrata sul Sudan e sul suo discusso presidente e sulle sofferenze dei sudanesi.

Deby arma da anni una feroce canaglia mercenaria e arruola bambini nell'esercito, ma resta al potere soprattutto grazie alla protezione militare francese e a quell politica degli statunitensi, che con la EXXON sono il maggior acquirente del petrolio del Ciad. Deby è al potere senza consnso e in virtù di elezioni-truffa, su questo nessuno discute, ma fino a ieri era il legittimo presidente ciadiano per tutti, se qualcuno ne ha sentito parlare male alzi la mano.

Completamente ignorati dalla narrazione di fonte neoconservatrice (purtroppo unica fonte per il mainstream) i fatti e le ingerenze che hanno visto protagonisti i paesi confinanti e le compagnie petrolifere, semplificando una versione for dummies nella quale il cattivone sudanese faceva il bello e cattivo tempo assistito dai cattivi cinesi che gli comprano il petrolio. Una narrazione nella quale,  inutile dirlo, Stati Uniti e potenze coloniali di riferimento sono unicamente preoccupate di portare pace, giustizia e libertà.

Invece il petrolio non glielo comprano solo i cinesi e a portare guerra e morte in quella zona dell'Africa sono in parecchi, cominciando da vecchie e nuove potenze coloniali occidentali, basta andare a rivedere le differenze esibite da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti per capire che anche le potenze occidentali hanno agende differenti e hanno sostenuto (e sostengono) ceffi non meno ceffi del sudanese al Bashir (Bechir) che non hanno alcun ritegno a scatenare stragi e a praticare la pulizia etnica pur di conservarsi al potere.

Adesso che i neoconservatori non ci sono più, adesso che il loro approccio arrogante si è dimostrato tutto chiacchiere e distintivo, il Dipartimento di Stato corregge la narrazione e come se niente fosse ricomincia a fare la maestrina insegnando una lezione tutta nuova. Ci vorrà del tempo prima che la imparino tutti, ma se qualche personaggio  ha in mente di farsi pubblicità sulla pelle dei profughi del Darfur, farà bene ad affrettarsi.
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lunedì, 13 aprile 2009

Storie di pirati, di mare e di stronzi


Anche in Altrenotizie

Il sequestro di una nave italiana con alcuni marinai italiani a bordo, ha riportato sui nostri media l'attenzione per i pirati. Un'attenzione selettiva, perché pur essendo somali, della Somalia si parla pochissimo, nonostante sia da anni teatro di tragedie che fanno impallidire terremoti e altre disgrazie. Ma nel nostro paese c'è poco interesse per il destino dei poveri, a maggior ragione se sono negri: migliaia di migranti muoiono da anni nei nostri mari senza suscitare la minima commozione, mentre il governo si fa sempre più ostile nei loro confronti. Lo dimostra la prima storia di mare, quella di uno dei tanti barconi affondati tra la Libia e la Sicilia agli inizi di aprile. Si parlò allora di quasi duecento dispersi in un naufragio, ma la notizia venne passata insieme al “salvataggio” di un altro barcone stracolmo di gente da parte della nostra marina. Tutto vero, ma i “dispersi” che fine hanno fatto? I dispersi sono diventati ufficialmente morti pochi giorni dopo, nel numero esatto di duecentotrentasette. Numero esatto perché nonostante un diffusa convinzione contraria, ciascun migrante ha un passato, una storia, famiglie che non vedrà più e che ora lo piangono.

In televisione e sui giornali abbiamo visto il salvataggio, la notizia della strage, invece, è passata quasi inosservata, nessuna immagine degli oltre cento cadaveri spiaggiati in Libia dopo la disgrazia, nessuna commozione o riflessione. Quel naufragio ha fatto da solo lo stesso numero di vittime del terremoto dell'Abruzzo, ma diversamente dal terremoto, naufragi come questo si ripetono con frequenza regolare e impressionante. I sopravvissuti a quel naufragio sono stati raccolti, rinchiusi in un carcere (!), curati alla meno peggio e poi rispediti via. Il ministro dell'interno Maroni si è vantato dell'espulsione di ben quarantuno migranti nell'ultima settimana; una soave presa per i fondelli, visto che in una settimana, solo dalla Libia, ne arrivano a centinaia e ancora di più considerando che i disperati che tentano la traversata sono una frazione ridicola dai migranti che giungono nel nostro paese attraverso strade meno pericolose. 

Propaganda e severità che servono solo a ingannare quegli elettori che i migranti non li possono vedere, propaganda e severità assassine, che negli ultimi anni hanno provocato la morte di migliaia di persone solo in quel braccio di mare. Per loro, questo paese tanto solidale e intriso di tanta umanità e virtù cristiane, non ha organizzato nemmeno un funerale o una cerimonia in ricordo. Nemmeno Bruno Vespa ha voluto fare audience con il racconto del naufragio, delle lunghe ore passate in mare aggrappati a un pezzo del relitto o inquadrando il loro dolore. Il mare è una dimensione purtroppo sconosciuta a gran parte dell'opinione pubblica, solo chi è andato per mare può avere la percezione di cosa significhi nei fatti quella traversata, con quelle imbarcazioni tanto cariche. Anche la Somalia è una dimensione sconosciuta, così finisce che le storie della Somalia ce le raccontano come ci raccontano quel che accade nel Canale di Sicilia. 

Ieri i due maggiori quotidiani del paese ci raccontavano due storie diverse, anzi tre, partendo dall'unico sequestro di un rimorchiatore italiano. Lucio Caracciolo scriveva su La Repubblica, citando altri, che quei pirati “con il mare hanno poco a che fare, l'arte della navigazione l'hanno imparata per necessità”. Sono “un manipolo di pastori o mercenari al soldo dei locali signori della guerra. Abitano capanne di fango, bevono latte di cammella, ma i loro capi sanno adoperare internet e i sistemi satellitari di rilevamento, sono in grado di compiere transazioni bancarie e hanno contatti internazionali da Nairobi e Dubai che gli consentono loro di riciclare i soldi il denaro degli abbordaggi”. Un classico esempio di svalutazione dell'altro, notoriamente inferiore e che vive ancora nelle capanne, salvo qualche furbastro che, incredibile, è capace di usare computer e telefonini. La questione del riciclaggio dei riscatti poi è del tutto insussistente, visto che il denaro dei riscatti è diviso tra molti e che in Somalia non c'è nessuno che controlli e punisca chi è in possesso di denaro proveniente da imprese criminali.

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Il Corriere della sera invece descriveva, con Alberizzi, una struttura professionale. I pirati parlano inglese e sono preparatissimi, quasi sbilanciato all'opposto, mentre con Guido Olimpio si premurava di raccontarci che i pirati si sono alleati con gli islamisti radicali, i “terroristi” affiliati ad Al Qaeda. Ipotesi che Olimpio veicola da tempo, ma che si scontra con una realtà per la quale i pirati rincorrono i soldi e non hanno mai fatto uno straccio di comunicato politico vagamente accostabile alla retorica degli “islamici”, o praticato atti ascrivibili in qualche maniera a quel genere di “terrorismo” che ilCorriere della Sera cerca di propinare da anni. In questo senso è coerente elevarne lo status, così da renderli più minacciosi e credibili come parte del big complotto musulmano.

In realtà un messaggio politico i pirati lo hanno lanciato per bocca dei leader locali delle cittadine e dei clan associati nella pirateria; lo hanno lanciato già molto tempo addietro, ma il messaggio non è piaciuto e allora quasi nessuno si è incaricato di trasmetterlo alle opinioni pubbliche occidentali. Dicono i somali che la pirateria nasce di necessità e che i pirati sono i pescatori somali rimasti senza lavoro. Non per colpa della crisi e nemmeno per colpa delle guerre, ma per precise responsabilità nazionali e internazionali.


(Il video è relativo allo spiaggiamento di rifiuti tossici)

La comunità internazionale non ha alcuna influenza in Somalia, che da anni vive di riflesso le sole iniziative politiche americane. Invasa da Bush padre a fine mandato con una missione “umanitaria” (alla quale l'Italia si accompagnò coprendosi di disonore), invasa ancora dall'Etiopia su mandato di Bush figlio, contro i “terroristi”, la Somalia è rimasta per oltre quindici anni senza governo. Ora ne sta mettendo insieme uno a fatica, quello cacciato dagli invasori etiopi un paio d'anni fa, che si trova però a dover combattere con i “veri” estremisti fanatici islamici, cresciuti e fortificati proprio nella resistenza all'invasore etiope, un altro grande successo strategico della War On Terror. 

Che al Corsera non abbiano ancora smesso di cercare d'infilare Al Qaeda dappertutto è stucchevole prima che ridicolo, tanto più che dal Dipartimento di Stato la signora Clinton parla esplicitamente dei pirati come di “criminali comuni”, escludendo matrici terroristiche, mentre a Via Solferino rimangono nella trincea di una guerra che non c'è più come i famosi giapponesi dimenticati nelle isole del Pacifico. Forse a Olimpio è sfuggito pure che il Dipartimento di Stato ha anche annunciato ufficialmente che non si parlerà mai più di “War on Terror”. 

sunmapNegli ultimi quindici anni nessuno ha controllato le acque territoriali della Somalia, che così sono state invase fin sotto costa dai pescherecci dei paesi industrializzati prima e dai rifiuti dei paesi industrializzati poi. Immondezzaio internazionale, la Somalia era la destinazione preferita dei rifiuti tossico-nocivi quando ancora aveva un corrottissimo governo. Quando questo è caduto ed è diventato troppo pericoloso raggiungere l'entroterra somalo per seppellirli, si è presentata la possibilità di buttare direttamente in mare i rifiuti nelle acque somale. Tragicamente più economica e priva di rischi, mancando qualsiasi autorità marittima somala e la legittimità di altre marine all'intervento.

Non basta. Quando si verificò lo tsunami nell'Oceano Indiano, l'onda arrivò anche in Somalia. Arrivò inattesa, ore ed ore dopo che per i media di tutto il mondo lo tsunami era diventato la notizia del giorno. Nessuno pensò neppure di avvertire i somali, decine di enti e istituzioni monitoravano la situazione, ma l'onda arrivò inattesa a portarsi via qualche centinaio di somali. Dietro l'onda i più sfrontati operatori del settore buttarono a mare tutto quello che avevano, l'attenzione era altrove e in caso di guai sarebbe stata colpa dello tsunami. I villaggi dei pescatori somali senza pesce, si sono ritrovati pure con mare e acque inquinate dal peggior cocktail di rifiuti industriali del mondo, non diluito neppure dall'immensità marina. 

Migliaia di abitanti delle coste somale oggi muoiono e soffrono di malattie da contaminanti che in teoria nel paese non esistono nemmeno; non ci sono le industrie, ma ci sono le malattie dell'inquinamento industriale. Malattie là sconosciute e incurabili, data la condizione del paese. Nessuno nella “comunità internazionale” ha mai pensato di soccorrere quelle persone e nemmeno di proteggere le coste somale dai pescecani stranieri, si fa la faccia feroce contro il sintomo, la pirateria, mentre si è complici del diffondersi della malattia. Così al popolo dei pescatori non è rimasta che la pirateria, ma i leader somali l'hanno detto da tempo a una sola voce: ridateci il nostro mare e il nostro pesce, lasciateci formare un governo che non sia deciso altrove e la pirateria sparirà. Una voce che non ci hanno trasmesso o che non vogliamo ascoltare, preferendo storie ridicole dei pirati che vivono nelle capanne di fango, di feroci terroristi e altre amenità in ordine sparso. 

Nella realtà i pirati somali non uccidono, non praticano violenza gratuita, non diffondono video di prigionieri decapitati e in genere trattano abbastanza bene i marinai catturati nei lunghi mesi di prigionia. Nessun fanatismo, solo un business alternativo, l'unico praticabile. Tutto abbastanza comprensibile, chiunque nei panni di un uomo al quale hanno rubato il mare, unica fonte di sostentamento, farebbe un pensierino alle migliaia di navi che trasportano l'opulenza mondiale passando davanti a casa sua. Per questo la pirateria somala gode del consenso popolare, per questo intere cittadine sono solidali e collaborano con i pirati nell'unico business praticabile.

Ci vuole una discreta abilità marinaresca per spingersi per centinaia di miglia nell'Oceano Indiano a bordo di piccole imbarcazioni e, dopo giorni di navigazione molto pericolosa, ad abbordare, con funi e rampini, navi molto più grosse se non enormi, ma è così che i somali vanificano i pattugliamenti internazionali. Ci sono alcune decine di navi da guerra di diversi paesi nell'area, ma parliamo di una zona di più un milione di chilometri quadrati, per pattugliare la quale sarebbero necessarie trecento navi a detta degli esperti, dove ce ne sono cinquanta da diversi paesi. L'intera flotta statunitense ne conta duecentocinquanta, numeri troppo spesso ignorati da quanti invocano la mano pesante dal pulpito dell'ignoranza, i fan della repressione come rimedio universale a tutti i mali.

Così i sequestri si susseguono e ogni abbordaggio ha la sua storia; c'è la nave carica di armi per i nemici del governo sudanese, c'è la petroliera immensa e ci sono centinaia di navigli catturati più o meno a caso. Ci sono quelli nel Golfo di Aden, che attaccano il transito per il Canale di Suez dalla Somalia e dallo Yemen, dove centinaia di migliaia di somali hanno cercato rifugio con una pericolosa traversata simile a quella dalla Libia all'Italia. Poi ci sono quelli nell'Oceano Indiano che attaccano la rotta attorno all'Africa, come nell'abbordaggio recente alla nave americana, colta per caso al largo da quattro somali impegnati nel lungo rientro a casa dopo aver accompagnato una nave sequestrata nella sua liberazione al largo. Attacco improvvisato e risultato pessimo, l'equipaggio ha reagito e la situazione è andata in stallo, risolta solo dal capitano che si è offerto in ostaggio. 

Ora la nave è al sicuro in Kenya, mentre i quattro somali e il capitano sono rimasti a bordo di una scialuppa di salvataggio della stessa, che procedeva lentamente verso la Somalia senza nessuna speranza di arrivarci, tenuti d'occhio dalla USS Bainbridge, un incrociatore americano che a bordo ha armi a sufficienza per distruggere una città o mettere in fuga un esercito. Le trattative si sono arenate sulla pretesa americana di arrestare i pirati. Lo stallo si é risolto con un'azione di forza: tre pirati sono morti e il capitano é salvo. 

Simile l'approccio dei francesi, che hanno “liberato” una barca da diporto sparando, con il risultato di uccidere uno degli ostaggi. Sarkozy cercava lo spot a buon mercato e l'ha trovato mettendo in gioco le vite di una famiglia che aveva scelto la barca per fuggire dalla civiltà, con un naviglio commerciale non se lo sarebbe potuto permettere. C'è da scommettere che i familiari “liberati” del morto avrebbero preferito il pagamento del riscatto. Molti di quanti invocano l'intervento armato non hanno la minima idea della situazione sulla quale si esprimono, per alcuni sarebbe anche plausibile attaccare le città della costa per stroncare il fenomeno, Sarkozy è solo uno dei tanti che cerca di costruirsi l'immagine del decisionista. Il sequestro dei nostri connazionali, dovrebbe invece risolversi con il versamento del riscatto, vista la tradizionale avversione italiana all'intervento di forza e le esperienze pregresse. Decine di casi confortano questa previsione.

Resta lo sconforto per lo stato dell'informazione nel nostro paese e ancora di più per il desolante approccio dei governi occidentali verso gli abitanti dell'ultimo mondo. Si raccontano favole e si diffonde propaganda sulla pelle degli ultimi, fidando sullo stesso velato razzismo che ci porta ad ignorare le stragi di migranti in mare e ad accettarle implicitamente come il prezzo della propaganda di questo o quel partito impegnato a fingersi paladino degli italiani e disposto a sacrificare migliaia di vite, nel Canale di Sicilia come altrove, per mostrare agli elettori qualcuno che può tutelarli dall'invasione straniera e dalla minaccia “islamica”. Rimedi inverosimili a minacce inverosimili.

Tragico, il sacrificio di questa gente e di questi popoli passa inosservato, quelle stragi non esistono, nemmeno i drammi della Somalia e dell'Africa esistono, se non possono essere strumentalizzati per motivi di politica interna dalla parte più retriva e incosciente della politica e dei media. Nessun accenno alle responsabilità del primo mondo, nessuna analisi seria, le ragioni e la stessa esistenza di questi popoli sono rimosse e le loro disgrazie diventano cibo per gli avvoltoi della Lega o dei cattolici schierati sul fronte inesistente dello scontro di civiltà. I soliti guerrieri di carta, disposti a pagare il prezzo di questa politica in vite umane, sempre a patto che si tratti di quelle degli altri, che valgono di meno delle nostre, nemmeno il prezzo di un funerale o di due righe sul giornale.
domenica, 05 aprile 2009

Gheddafi sbrocca come Berlusconi, poi fanno tutti la pace.



qadaffi_thumb"Sono un leader internazionale, il decano dei governanti arabi, il re dei re dell'Africa e l'imam dei musulmani e il mio status internazionale non mi permette di scendere a un livello più basso".

Questa esibizione di modestia è stata sganciata da Gheddafi un attimo dopo aver definito il sovrano saudita come "scelto dagli inglesi e protetto dagli americani" e un attimo prima di lasciare indignato il recente vertice della Lega Araba a Doha, in Qatar.

La sintonia con Berlusconi è totale, i due sono fatti per piacersi.

Ovviamente dopo un incontro di trenta minuti il leader libico e il sovrano saudita Abdullah sono riapparsi annunciando di essersi riconciliati, pronti a nuove avventure e a scambiarsi visite diplomatiche. Negli ultimi anni la retorica del leader libico ha spesso preso di mira il sovrano saudita e c'è stato anche il caso di un presunto complotto libico per uccidere il sovrano.

Il balletto dovrebbe sancire un riavvicinamento tra i governi filo-americani e quelli no all'interno della Lega Araba, un netto superamento della politica dell'era-Bush e l'effetto del calo della minaccia americana sul Golfo. Colto il risultato, l'emiro del Qatar ha pensato bene di chiudere l'incontro prima che altre storiche frizioni avessero modo di presentarsi. L'ennesima conferma dell'irrilevanza politica della Lega Araba, un organismo internazionale che al suo massimo può rappresentare un forum di confronto degli umori delle autocrazie arabe.


5-15-Qaddafi
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martedì, 17 marzo 2009

Benedetto XVI in Africa uccide ancora


Pope+Benedict+XVINon ha ancora toccato il suolo africano, ma il Papa Benedetto XVI ha già ucciso un sacco di africani prima ancora di arrivare.

Lungi dal preoccuparsi per le grandi piaghe  del continente, il Papa sembra alla ricerca di nuova linfa cattolica, lontano dai paesi avanzati dove la sua predicazione reazionaria allontana i fedeli dalle chiese. Così ha ribadito ancora una volta che il cattolicesimo non ammette l'uso del preservativo contro la diffusione dell'AIDS e di altri malattie a trasmissione sessuale, ma solo astinenza. Dura e pura.

Tanta è l'ostilità ai profilattici che il Papa si è spinto addirittura a dichiarare che il loro uso: "aumenta il problema". Una falsità clamorosa sganciata sull'Africa con la presunzione tipica di chi finge di parlare in nome di Dio e per questo non si può permettere alcun dubbio o forma dubitativa. Il Papa mente su una questione scientifica, falsa la realtà certificata dall'OMS perché questa è sgradita alla sua predicazione, un tragico deja-vu: la mano che benedice è sporca di sangue.

La realtà ci dice che è proprio la politica fondata sull'astinenza che in Africa fa strage. Non c'è bisogno di nessun test, visto che da anni gli effetti della stessa politica proposta dal presidente Bush si è dimostrata assassina. Basti per tutto l'esempio dell'Uganda, che nell'epoca pre-Bush era riuscita ad abbattere come nessun altro paese il livello di contagi grazie ad una politica di prevenzione fondata sull'informazione e la distribuzione di profillattici. Poi il dittatore locale ha cambiato idea, la moglie è diventata "cristiana rinata" come Bush e il paese ha virato verso la promozione dell'astinenza e la diffamazione del profilattico, con tanto di campagne sulla sua pericolosità perché "si buca". Oggi in Uganda il tasso dei nuovi contagi è tornato a crescere come prima. Le stesse politiche negli Stati Uniti non hanno frenato l'AIDS e nemmeno le gravidanze tra le minori, esiste quindi la certezza scientifica della loro inutilità e conseguente pericolosità.

Evidentemente Benedetto XVI non coltiva grandi scrupoli morali, se con una frase che si poteva risparmiare manda a morte migliaia se non milioni di persone che non sapranno mai neppure come proteggersi, visto che la propaganda a favore dell'astinenza si articola in un'unica mossa: proibire l'attività sessuale al di fuori del matrimonio. Una missione impossibile, così ai cattolici e ai non cattolici sarà negata la possibilità di salvarsi dall'epidemia, perché è chiaro che quando un governo abbraccia il punto di vista papale, uccide indistintamente i suoi cittadini, siano essi cattolici o meno, per tutti c'è solo l'astinenza contro il contagio dell'AIDS, perché proporre l'uso del profilattico, secondo il Papa, "aumenta il pericolo" e quindi nessun timorato capo di governo oserà mai proporlo e rischiare di farsi così mancare l'appoggio papale.

Non alle guerre, non alla miseria e non allo sfruttamento coloniale ha pensato il Papa diretto in Africa, ma al preservativo. Sarà che la chiesa cattolica deve ancora farsi perdonare il sostegno a certe cosucce, dalla complicità nell'Olocausto congolese per mano di Leopoldo I,  a quella con lo schiavismo, fino a quella con molte delle dittature africane contemporanee. Per questo è molto meglio parlare d'altro, molto meglio interessarsi ad imporre ancora una volta la propria morale gli africani, poco importa che questo significhi condannarne parecchi a morte certa, non sono feti, possono morire per la maggior gloria di Santa Romana Chiesa e del suo magistero. Con tanti saluti all'ipocrita "sacralità della vita" sbandierata dal vecchio pastore tedesco e dai suoi complici.
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giovedì, 05 marzo 2009

African fantasy faida

Anche in Altrenotizie

In Guinea-Bissau la realtà si è occupata ancora una volta di realizzare le fantasie più estreme. La storia racconta di un lungo confronto tra il presidente e il capo dell'esercito che risaliva ai tempi della dittatura (peraltro recente, visto che la transizione a una specie di democrazia è avvenuta nel 2005) e che lo scorso fine settimana è trasceso fino alla morte dei due antichi rivali. All'assassinio del capo dell'esercito Batista Tagme Na Waie, saltato insieme alla sua auto in un attentato, i militari hanno reagito poche ore dopo uccidendo il presidente. I ribelli non sembrano aver interesse alla presa del potere, ora assunto ad interim dallo speaker del Parlamento in attesa di nuove elezioni presidenziali. L'azione è sembrata una vendetta, piuttosto che un golpe, la rappresaglia tra clan rivali che si rumoreggia si contendano anche il lucroso traffico della droga

45356819-0221181845357613-02204813Raccontata così la storia non sembra per niente eccezionale, ma assolutamente in linea con quella delle altre sorelle guineane; in fin dei conti in Guinea-Conakry sono freschi di golpe militare succeduto alla fine della dittatura ultra-decennale di Lansana Contè, mentre in Guinea Equatoriale il feroce Teodoro
Obiang ha respinto un attacco al palazzo presidenziale appena qualche settimana fa.

A mettere il tocco dell'artista ci ha pensato Frederick Forsyth, che è arrivato domenica a Bissau, la capitale guineana, nello spazio tra l'uccisione del capo dell'esercito e quella del presidente avvenuta il lunedì mattina. Forsyth deve molto all'Africa Occidentale, molti dei suoi vendutissimi thriller sono ricalcati sugli intrighi tra potenze coloniali, multinazionali e feroci personaggi africani facilmente riconoscibili. Anche lo stesso Forsyth ha avuto una bella parte nelle disgrazie di questi paesi, lui stesso ha ammesso di aver finanziato un golpe in Guinea Equatoriale nel 1973: si spera solo che non lo abbia fatto unicamente per offrirsi nuovi spunti, visto che dall'esperienza trasse “The Dogs of War”, uno dei suoi maggiori successi.

Forsyth è un personaggio molto attivo, fin da quando nel 1968 lasciò la BBC dopo essere stato accusato di aver falsificato alcuni reportage e spesso ha attraversato con disinvoltura la linea che separa il cronista dal protagonista e mescolato il romanzo con la realtà, contaminando entrambi in modo da rendere difficile distinguere il confine tra realtà e fantasia. Nella sua vita non si è limitato a raccontare sordidi intrighi, ma vi ha preso parte con un certo entusiasmo. Tanto che nell'intervista ha ritenuto opportuno premettere che il suo nuovo romanzo non racconta di colpi di stato e che “Posso assicurare che non ho niente a che fare con il colpo di stato”.

45357526Giunto in Guinea per alcune ricerche sul suo nuovo libro, Forsyth si è trovato vicinissimo agli eventi e li ha raccontati alla BBC. La sequenza della morte del presidente Vieira ricorda una notissima barzelletta che ha per protagonista un vecchietto che non vuole morire nonostante un'impressionante catena d'incidenti: “ Sono andati alla sua villa, hanno tirato una bomba dentro una finestra, che lo ha ferito, ma non lo ha ucciso. Il tetto è caduto (nella foto), ferendolo, ma senza ucciderlo. A fatica è riuscito ad uscire in piedi dalle macerie, ma solo per essere prontamente colpito da una fucilata. Tuttavia nemmeno questo lo ha ucciso. Allora lo hanno portato nella vicina casa di sua suocera e lo hanno fatto a pezzi con i machete."

Forsyth, che risiedeva tanto vicino alla residenza presidenziale da sentire l'esplosione, ha parlato con il medico legale e con molti testimoni - e sicuramente ha fonti di prima mano - anche se resta la possibilità che abbia colorato la vicenda. Il cinismo con il quale ha definito gli eventi “la ciliegina sulla torta” del suo prossimo libro segnala uno spiccato e compiaciuto egocentrismo, non esattamente l'animo dell'incorruttibile reporter anglosassone. Resta che la fine del presidente Joao Bernardo Vieira passerà alla storia in questa versione romanzesca e che la Guinea-Bissau deve trovare nuovi equilibri in fretta, la perdita dei due pessimi soggetti può essere una fortuna per il paese, ma anche spalancare la porta ad un periodo di violenze e alla destabilizzazione regionale.

La situazione nel paese sembra per ora stabile e nel paese è subito arrivato il ministro degli esteri del Portogallo, paese colonizzatore di riferimento, seguito da una rappresentanza dell'Unione Africana e dall'attenzione di altre istituzioni internazionali, che cercheranno d’ìndirizzare l'evoluzione politica Guineana sul piano del confronto politico e di evitare la possibilità di confronti armati.

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mercoledì, 04 marzo 2009

Un pericoloso processo per il presidente del Sudan


L'ICC, il Tribunale Penale Internazionale, ha emesso un mandato d'arresto per il presidente sudanese al Bashir ( el Bechir) per crimini di guerra e crimini contro l'umanità. L'attesa decisione non consiste in una condanna, ma nel perentorio invito a presentarsi agli arresti ad un giudizio per quei capi d'accusa.

Bashir però non è stato accusato di genocidio, la corte dice che non ci sono proprio gli estremi, l'accusa che qualora dimostrata impegnerebbe la comunità internazionale all'intervento contro il leader sudanese. Le accuse sono riferite al periodo 2003/2008, durante il quale l'esercito sudanese represse duramente la ribellione del Darfur, scatenando milizie criminali indiscriminatamente e provocando il massacro e la fuga in massa della popolazione civile. La storia politica e bellica del Sudan non è però riassumibile nel conflitto del Darfur, che impallidisce di fronte alle tensioni tra Nord e Sud del paese e sul futuro prossio del gigante africano. Il Sudan è il più vasto paese africano e quasi tutti i paesi confinanti e molte potenze, a vario titolo colonizzanti, ingeriscono da sempre nella sua politica ben oltre il lecito, in vista di un suo frazionamento che potrebbe avvenire già con referendum per la separazione del Sud, ormai all'orizzonte.

Purtroppo molti organi d'informazione parlano a vanvera di condanna del presidente sudanese, dimostrando di non averci capito molto e di non aver imparato nulla nemmeno dalla recente assoluzione (dopo cinque anni di carcerazione preventiva) dell'ex presidente della ex-Jugoslavia Milutinovic di fronte alla corte gemella dedicata al conflitto balcanico. La decisione dell'ICC vale per i paesi che hanno riconosciuto la giurisdizione della corte, che non ha avuto molto successo, mancando ancora l'adesione di pesi massimi come Usa, Russia, Cina, Israele e altri per un totale attorno all'ottantina. Le forze internazionali presenti nel paese sotto le insegne dell'ONU invece non ne avranno alcun obbligo, dovranno anzi attenersi all'oggetto delle loro missioni.In proposito il governo sudanese ha già assicurato che per gli operatori internazionali non ci saranno conseguenze o rappresaglie a seguito della decisione dell'ICC.

All'audience italiana di tutto questa confusione attorno al Sudan tocca per lo più la propaganda sulla scia dei neoconservatori americani (più hard di quella dello stesso governo Bush) e la modesta teoria di politici e starlette che vanno a cogliere ipocrite apparizioni con i poveri bimbi neri. Una rappresentazione ridotta e abbastanza falsa di un lungo periodo storico invece molto ricco di eventi e di responsabilità.

Ci sarebbe molto da discutere sull'opportunità politica della decisione del Procuratore Ocampo e delle sue motivazioni (...e molto si è discusso), ma è piuttosto utile rilevare che anche se la decisione della corte sarà disattesa da quasi tutti i governi (anche tra i firmatari)  e riceverà scarsissimo supporto, è tuttavia in grado di pesare sugli equilibri regionali e sull'evoluzione dei numerosi tavoli che vedono il Sudan coinvolto in una pletora di dispute e di conflitti che sembravano avviati ad una semplificazione più o meno pacifica. Hanno accolto male la decisione all'ONU, alla Lega Araba e anche all'Unione Africana, da sempre impegnata nella difficile mediazione delle guerre sudanesi.

Il procedimento contro il leader sudanese potrebbe comunque essere bloccato dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU, che però sulle questioni sudanesi fatica storicamente a superare la contrapposizione dei veti reciproci tra i membri permanenti.

La risposta sudanese è stata ovviamente sprezzante, lo stesso Bashir, che in questa battaglia sembra godere di un genuino consenso popolare, ha dichiarato che il mandato d'arresto se lo possono mangiare.
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categoria: sudan, africa, onu , global risiko, istituzioni globali


domenica, 22 febbraio 2009

L'attacco al dittatore che sponsorizza la Ducati

 

onde-2000-7La settimana scorsa il palazzo del buon Teodoro Obiang Nguema, "presidente" della Guinea Equatoriale è stato attaccato da un gruppo di sfrontati nigeriani venuto dal mare. L'attacco è stato respinto e il dittatore ha accusato del misfatto i ribelli nigeriani del MEND, i rivoltosi del delta del Niger.

Il portavoce del Mend ha smentito qualsiasi coinvolgimento e ha dato del paranoico ad Obiang. Ipotesi ulteriori hanno tirato in ballo un tentativo di liberazione dei mercenari occidentali detenuti da Teodoro dopo l'ulimo fallito golpe o un tentativo dell'opposizione guineana, che pure lei ha smentito sdegnata le accuse.

Le maggiori probabilità sono invece per un attacco per nulla politico e molto criminale, nel delta del Niger accanto alla ribellione operano diverse bande armate per niente politicizzate, ma notoriamente molto rapaci. C'è anche un precedente specifico che risale a qualche mese fa, quando un gruppo di nigeriani con un'azione simile attaccò la città di Bata e in particolare le sue banche. Bata è la minuscola cittadina capitale della parte continentale della Guinea Equatoriale, ben diversa da Malabo che pur non essendo una metropoli è comunque la capitale del paese, su un'isola che è anche la tana di un dittatore abbastanza paranoico e feroce da dover contare, per mantenersi al potere, su una guardia presidenziale composta da mercenari marocchini.

Agli attaccanti è andata malissimo, anche se si mormora che siano riusciti ad uccidere un ministro guineano, non sono riusciti a mettere le mani sulle incredibili ricchezze che le leggende urbane dicono riempire il palazzo di Obiang, il vero probabile obiettivo del raid. Quelli che sono riusciti a fuggire tornando alle imbarcazioni sono stati mitragliati da un elicottero di Obiang e sono affondati nel Golfo di Guinea.

La Guinea Equatoriale è soprannominata "Il Kuwait Africano" per il rapporto tra le grosse riserve petrolifere e la modesta popolazione di circa mezzo milione di abitanti. Nonostante abbia nominalmente uno dei redditi pro-capite più alti dell'Africa, la sua popolazione è tra le più povere, la dimostrazione più evidente che Teodoro al momento della divisione del famoso pollo di Trilussa, tiene per la sua famiglia tutta la polpa e cede malvolentieri anche le ossa. Tra i preferiti in famiglia spicca il figlio omonimo, familiarmente noto come Teodorin.

Non per niente Teodoro è uno degli uomini più ricchi del mondo, Teodorin, suo figlio, è noto alla ribalta internazionale come incredibile dissipatore e playboy. Stanco delle automobili di lusso e dei noiosi acquisti immobiliari, ha pensato bene di investire le ricchezze nazionali sponsorizzando una Ducati nel Moto GP, sponsorizzazione che ha aperto a Teodorin il dorato mondo delle corse. Così è nato il team satellite "Francisco Hernando Onde 2000 Guinea Ecuatorial", che corre con una moto Ducati privata. Una cosa abbastanza bizzarra, quella di un paese che sponsorizza un team motociclistico nel quale non ha alcun interesse nazionale, la moto è italiana e il team è spagnolo come il pilota, il redivivo campeon Sete Gibernau. Da escludere poi l'intenzione di promuovere il turismo, la paranoia di Teodoro senior ha sempre scoraggiato i turisti, visti tutti come potenziali mercenari golpisti.

Probabilmente alla Ducati non se ne sono nemmeno resi conto, in fin dei conti la dittatura guineana non è certo sotto i riflettori dei media, visto che a qualcuno non conviene troppo che se ne parli, ma avere una moto che corre spinta da soldi sporchi di sangue, non è certo un bel biglietto da visita per la casa di Borgo Panigale. Chissà come ci rimarranno bene quando sapranno che il caro sponsor Teodoro si intrattiene personalmente nella tortura degli oppositori. Così come non è bello nemmeno che il generoso sponsor abbia avuto modo di dichiarare all'unico giornale guineano, il suo, che il suo maggior desiderio sarebbe quello di prendere il capo dell'opposizione in esilio in Spagna, ucciderlo e poi mangiarsi con grande gusto i suoi testicoli.

Chi glielo dice adesso alla Ducati?

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venerdì, 30 gennaio 2009

La Somalia torna ai somali


Anche in Altrenotizie

Dopo l'uscita dal paese delle truppe etiopi e la presa di Baidoa da parte delle milizie Shabaab, la Somalia è ora liberata dalla presenza di truppe straniere, se si esclude la modesta forza di pace sotto le insegne di UNOSOM. La situazione politica, pur non ancora stabilizzata è abbastanza chiara, la convocazione di quel che rimane del Parlamento Federale Transitorio a Gibuti e la sua trasformazione tramite il raddoppio dei parlamentari e l'ingresso dei rappresentati dell'Alleanza per la Re-liberazione della Somalia (ARS), restituisce alla Somalia un governo più rappresentativo della scalcinata coalizione di signori della guerra patrocinata dai governi confinanti e dalle potenze occidentali, che in oltre quattro anni dalla sua costituzione non è mai riuscita a governare, nemmeno con la protezione dell'invasore etiope.

Si chiude così una parentesi sanguinaria che ha provocato oltre quindicimila vittime e centinaia di migliaia di sfollati, provocata dalla decisione della dittatura etiope di invadere il paese con il sostegno e l'assistenza dell'amministrazione Bush. Una parentesi durante la quale le truppe etiopi hanno sostenuto un governo-fantoccio animato da personaggi incapaci e avidi, più interessati alla rapina che al futuro del paese. Resta sul tavolo la questione rappresentata dalle milizie Shabaab, di ispirazione islamico-integralista, ma da quello che si può capire il problema è destinato a risolversi ora che alle milizie manca il supporto popolare contro l'invasione e l'alleanza di fatto con la società islamica più moderata.

A conferma giunge la notizia della liberazione della città di Dusamareb, strappata agli Shabaab dalle forze sunnite della Ahla Sunna Waljamaca, allineata al governo. Il prossimo passo dovrebbe essere l'elezione di Sharif Sheikh Ahmed a presidente della Somalia in sostituzione del dimissionario e discusso presidente Yusuf; precondizione necessaria alla costituzione di un governo finalmente libero da ingerenze straniere, in grado di riconquistare il controllo delle zone meridionali del paese ora controllate dagli Shabaab, alieni alla cultura locale nella loro intransigenza e nel loro fanatismo.

Niente di facile, ma ancora un impegno modesto se raffrontato alle sfide che il primo governo somalo dal 1991 si troverà ad affrontare, prima tra tutte la grave crisi umanitaria. Secondo l'ONU, in Somalia c'è la crisi alimentare ed umanitaria più grave del pianeta, molto peggiore di quelle in Darfur o in Congo, ma la comunità internazionale fa orecchie da mercante e sembra interessata solo alla lotta contro la “pirateria” nelle acque somale, ormai un palcoscenico per tutti quei governi che non vedono l'ora di schierare i militari per dimostrarsi interessati al mantenimento della “legalità internazionale” e alla protezione dei commerci.

Ovviamente questo interesse si è manifestato solo quando i somali hanno cominciato a sequestrare il naviglio di passaggio, mai nessun paese invece aveva manifestato interesse per contrastare i crimini commessi da quanti negli anni hanno approfittato dell'assenza di un governo e di una marina somala per scaricare tonnellate di rifiuti tossici nelle acque somale. Rifiuti provenienti da quegli stessi paesi che oggi si attivano indignati contro la pirateria.

Una sfida che sarà affrontata da quegli stessi politici “islamici” che erano riusciti a dare una parvenza di governo al paese per qualche mese, prima che l'invasione etiope e i bombardamenti americani a caccia di “terroristi” riportassero i signori della guerra a combattere per le strade di Mogadiscio mentre l'odiato vicino etiope copriva con la sua potenza militare il sacco della capitale.

Non resta che sperare che il paese riesca a darsi un nuovo equilibrio e un governo capace di governare e di assicurare sicurezza e sopravvivenza ai cittadini somali e che sia capace di farlo senza interferenze esterne, visto che la comunità internazionale non sembra avere alcun interesse ad aiutare il paese, che pure avrebbe bisogno d'aiuto più di ogni altro al mondo.

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31/1, Aggiornamento:

Lo sceicco Sheik Sharif Sheik Ahmed, già a capo delle Corti Islamiche prima dell'invasione etiope, è stato eletto nuovo presidente della Somalia. Si sono registrati festeggiamenti a Mogadiscio.
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domenica, 11 gennaio 2009

La caccia all'Esercito di Resistenza del Signore finisce in un bagno di sangue


joseph-konyLo LRA (Lord Resistance Army) di Joseph Kony è una piaga ultradecennale che incombe sulla regione di confine tra Uganda, Congo, Sudan e Repubblica Centrafricana. Partito come ribelle contro il governo-truffa dell'ugandese Museweni, Kony si è presto rivelato un fanatico delirante amante di tattiche sanguinarie, capace di fare migliaia di morti nella regione e di produrre un numero impressionante di profughi mentre si spostava nella zona di confine tra quattro paesi africani. Infruttuosi i "colloqui di pace", sembrava che finalmente i governi colpiti da questa vera e propria disgrazia avessero trovato l'accoordo per mettere la parola fine alla carriera dello spiritato leader, ma qualcosa è andato storto.

Se ci può essere una graduatoria dell'orrore, lo LRA di Kony è saldamente nelle posizioni di testa. Da anni saccheggia i villaggi, mutila e uccide gli uomini, stupra le donne e rapisce i bambini, che poi trasforma in soldati o schiavi sessuali. Una particolare mancanza di scrupoli, anche al netto della propaganda e del mito che avrebbe dovuto essere tenuta a mente, negli anni LRA ha devastato la vita di centinaia di migliaia di persone.

Invece è successo di tutto durante l'intervento congiunto degli eserciti di Sudan, Congo e Uganda contro Kony. Dal bombardamento delle sue basi gli ugandesi hanno fatto passare oltre una settimana prima di arrivare con le truppe di terra, mentre i congolesi hanno mancato nel fare barriera a protezione dei propri cittadini. Così i circa 600 uomini di Kony si sono dispersi in gruppi più piccoli e hanno attaccato villaggi indifesi in Congo ed è stata un'altra strage dopo quelle natalizie. Strage che non sembra terminare, perchè le forze impegnate nella caccia a Kony appaiono scarsamente coordinate, mentre i tre governi si rinfacciano le colpe invece di correre in soccorso dei villaggi congolesi, dai quali sono fuggite ormai più di centomila persone in pochi giorni.

La caccia all'esercito di cristiani fanatici continua senza attirare troppo l'attenzione dei media occidentali, probabilmente passa sotto traccia proprio per la loro inclinazione religiosa, se operassero in nome di Allah la loro esistenza impegnerebbe tutti i giorni le prime pagine del mainstream, mentre accade che ai loro massacri sia data molta meno evidenza che alle gesta di un qualsiasi estremista islamico
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giovedì, 25 dicembre 2008

Guinea: la dittatura, l'italiano e altri predatori


Anche in Altrenotizie

_41600100_conte_afpLansana Conté, dittatore della Guineau è morto e poche ore dopo il suo trapasso le strade della capitale Conakry si sono riempite di blindati. Giunto al potere con un golpe, Conté ha incarnato a lungo il prototipo del dittatore africano fantoccio delle potenze straniere, nel caso di specie Francia e Stati Uniti, che mai hanno contestato la sua permanenza al potere, nonostante più di vent'anni di violenze e di elezioni-farsa. Fatte le debite proporzioni è come se in Italia fosse morto Mussolini e desta sensazione la pioggia di necrologi con i quali numerose corporation di paesi democratici e occidentali si sono “unite al dolore e alla commozione dei guineani” che invece non vedevano l'ora di liberarsi del dittatore. Per la Guinea, che l'hanno scorso si era ribellata al dittatore e chi si era acquietata solo quando questo aveva fatto sparare sulla folla facendo decine di morti, si apre un periodo d'incertezza.

I militari che hanno preso il controllo di radio e televisione dicono di avere il controllo del paese e che nuove elezioni si terranno entro due mesi, diventati però due anni già nel comunicato del giorno seguente. Il governo invece dice che i militari sono una minoranza dell'esercito e che non sono stati attaccati perché il governo non vuole scatenare dinamiche sanguinose, ma che il governo è saldamente al potere.

Secondo la Costituzione le elezioni si dovrebbero tenere entro sei mesi dalla morte del presidente, ma su questo dettaglio il governo non si è espresso. L'attuale premier è in carica da poco; dopo le proteste, che nel 2007 avevano unito tutto il paese, Conté aveva nominato un primo ministro che godeva di maggior favore popolare (Kouyaté), ma solo per sostituirlo velocemente con l'attuale Souaré, un suo fedelissimo, che per il momento sembra godere dell'appoggio dei comandanti militari nominati da Conté.

Nella storia della dittatura di Conté c'è anche il caso più unico che raro di François Lonseny Fall. Fall, eminente personalità guineana e diplomatico di lungo corso, è stato probabilmente l'unico primo ministro della storia a dimettersi volontariamente dal suo incarico (nel 2004) mentre si trovava all'estero (in Francia), chiedendo nello stesso momento asilo politico al paese nel quale si trovava in visita. Dichiarò che a spingerlo erano stati l'incredibile livello raggiunto dalla corruzione nel paese e le ingerenze illegali di Conté e della sua corte di affaristi.

Ma se la popolazione non versa lacrime, ne versa molte Guido Santullo, che di Lansana Conté era il braccio destro operativo, tanto da essere nominato “ambasciatore itinerante” e “incaricato d'affari della presidenza”. Era lui a portare d'urgenza il presidente in Svizzera a curare il suo diabete, era lui insieme a pochi fedelissimi a sbrigare gli affari correnti mentre il presidente viveva ritirato nella sua città natale nell'interno, rifiutandosi di prendere parte a manifestazioni pubbliche e anche ai vertici internazionali, che non ha mai presenziato in tutta la sua carriera.

La storia di Santullo è paradigmatica. Giunto in Guinea alla vigilia del golpe che portò Conté al potere, è presto divenuto ricco e potente, mettendo insieme la prima impresa di costruzioni del paese. I guineani però non hanno troppo gradito le sue costruzioni, che sembrano cadere in rovina troppo velocemente, e ancor meno hanno gradito la sua vicinanza al dittatore. Così negli anni si è scoperto che Santullo raccontava balle vantando esperienze inesistenti e si arricchiva a spese dei guineani, assicurandosi il monopolio dell'edilizia pubblica guineana mentre le compagnie straniere razziavano a poco prezzo le materie prime di cui è ricco il paese.

santulloGuido Santullo (nella foto) in Italia non lo conosce quasi nessuno, ma in Guinea è famoso (o forse, per alcuni, sarebbe meglio dire famigerato). La sua pessima fama si è costruita negli anni, quando i guineani hanno scoperto che la sua Sericom non è una delle aziende più vecchie d'Italia (tanto che in Italia non esiste neppure) e che le sue esperienze nel campo internazionale delle costruzioni sono solo frutto della sua fantasia. Con la morte di Conté si aprono scenari interessanti, avvicinandosi il momento nel quale la Guardia di Finanza potrà finalmente accedere alla sua fastosa villa di Gaeta, Villa Nino (in Via Flacca, Contrada-Ariana, Km 26.500), fino ad ora protetta dall'essere nientemeno che un'ambasciata guineana, con tanto di bandiera e Mercedes targata Corpo Diplomatico.

La vicinanza a Conté è stata molto preziosa per Santullo e con la sua morte si apre per l'italiano un periodo d'incertezza. Vera e propria eminenza grigia del defunto presidente, secondo solo a Elhadj Mamadou Sylla, che si è pappato il resto dell'economia guineana e la presidenza del partito del presidente, Santullo nominava funzionari e ufficiali guineani e godeva di privilegi inimmaginabili in altri paesi, tra i quali il monopolio delle costruzioni pubbliche e l'esenzione dalle tasse e altri favoritismi, tanto che l'unica moderna infrastruttura viaria del paese collega la capitale ai villaggi e agli alberghi di Santullo. Un monopolio che Santullo ha difeso in ogni modo, anche parlando male della Guinea, quando nella sua veste ufficiale avrebbe dovuto sollecitare gli imprenditori italiani ad investire nel paese; ma è facile capire che non gradisse concorrenza o scomodi paragoni con i suoi manufatti. Una vergogna per la Guinea, una vergogna per l'Italia.

Una vergogna per la quale non sono mancate denunce che hanno fatto male solo ai denuncianti in Guinea, mentre in ambiente meno protetto è stato Santullo a soccombere quando ha provato a tacitare due cittadini guineani residenti in Francia che avevano esposto lo scandalo e le sue malefatte su internet. La giustizia francese è diversa da quelle guineana e Santullo è stato respinto con perdite: per la giustizia francese non è un reato descriverlo come un truffatore e anche peggio.

Santullo non è però che la spia di una situazione che va bene a tutti, guineani a parte, visto che il paese è ricco di risorse naturali e che il suo affidamento al dittatore di turno permette il prelievo delle materie prime a prezzo di favore, non solo ai modesti Santullo. Così dall'indipendenza il paese ha avuto solo due capi di stato, due dittatori che hanno fatto della Guinea un paese talmente “stabile” da rovinare la vita dei suoi cittadini, che in mezzo a tanto ben di Dio hanno dovuto rassegnarsi a campare con 400 dollari all'anno. Ma questa stabilità piace molto alle corporation che così non devono ridiscutere gli accordi conclusi elargendo mance miserabili al pupazzo di turno.

L'unica certezza sono per ora i blindati per le strade di Conakry, la capitale del paese che sorge su una stretta penisola che si allunga verso l'Oceano Atlantico, anche se non si è ancora capito se appartengano ai militari golpisti o a quelli lealisti. Il destino del paese e quello di Santullo sono per ora imperscrutabili, mentre è molto più facile prevedere che il destino dei guineani non viaggi verso miglioramenti nel breve periodo, visto che le opzioni disponibili sembrano ridursi alla scelta tra una dittatura ed un'altra assolutamente simile.

Aggiornamento 25/12:

55ddb60c60Suscitando la sorpresa internazionale il premier Souaré e il governo hanno riconosciuto la legittimità della presa del potere del capitano Camara (nella foto), che nel frattempo si era proclamato presidente di una giunta militare di 32 elementi. Anche qualche migliaio di abitanti della capitale ha festeggiato e alla fine è giunta anche la sottomissione delle gerarchie militari alla giunta di Camara.

Solo il presidente dell'Assemblea Nazionale
Aboubacar Somparé, che doveva assumere la presidenza ad interim secondo la costituzione, ha fatto appello alla comunità internazionale contro i golpisti. Il nuovo presidente della Guinea ha affermato che il golpe si è reso necessario per contrastare la corruzione endemica in Guinea, ma allo stesso tempo ha promesso ai membri del governo e del sistema di potere costruito attorno a Conté una specie di garanzia di salvaguardia.

I prossimi mesi, se non le prossime settimane potranno dirci se Camara sia la fotocopia di Conté o qualcosa di diverso. Intanto il suo intervento ha formalmente allungato la vita di un ceto politico che avrebbe dovuto affrontare nuove elezioni tra sei mesi. Camara ha affermato che le elezioni si terranno invece tra due anni alla scadenza naturale della legislatura, in aperta contraddizione con la Costituzione, che comunque ha sospeso, ma anche con il proposito di combattere la corruzione, che fa a pugni con il lasciare impuniti i corrotti, anche se la giunta ha già nominato nuovi prefetti e nuovi comandanti militari in sostituzione di quelli nominati da Conté.

Tutto troppo confuso per essere foriero di esiti positivi per i guineani, tutto troppo poco credibile, a cominciare dalla dichiarazione di Camara che appena autonominatosi presidente ha detto di non avere alcun interesse alle prossime elezioni presidenziali, circostanza che rappresenterebbe davvero una stranezza storica.
Appare ancora meno credibile che il presidente sia stato designato tra i componenti della giunta tirando a sorte, come sostengono le fonti locali. Camara tra l'altro ha promesso un funerale grandioso per Conté, la salma del quale è stata un po' dimenticata nel caos, anche se la prescrizione islamica prevederebbe la sepoltura entro 24 ore dalla morte.

Moussa Dadis Camara, capo del 
National Council for Democracy and Development, come si è definito il gruppo golpista, è quindi de facto il nuovo presidente della Guinea. La comunità internazionale non sembra per ora d'accordo, ma precenti recenti come quello del Mali suggeriscono che Camara potrebbe avere lunga vita, sempre che riesca a consolidare il suo potere in patria, dove la lotta non si può certo dare per esaurita tanto in fretta.

Aggiornamento 27/12

Il nuovo presidente ha sospeso tutti i contratti delle concessioni minerarie e ha dichiarato di volerle rivedere al rialzo. Un'ottima mossa in teoria, in realtà una decisione che tradizionalmente non porta bene ai leader africani. Fin dai tempi del congolese Lumumba, i nuovi arrivati al potere che hanno osato mettere in discussione gli accordi-truffa con le grandi corporation hanno avuto vita breve. Nel frattempo si sono tenuti i funerali di stato per Lansana Conté, ai quali non ha presenziato il nuovo presidente.
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martedì, 23 dicembre 2008

La Somalia riparte dal via


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Dopo aver speso un miliardo di dollari in aiuti all'Etiopia, gli Stati Uniti sembrano rassegnati a lasciare la Somalia alla forma di autogoverno che riuscirà a darsi. La dittatura etiope ha bisogno di denaro, ma anche di uomini, per tenere sotto controllo la situazione interna e quella alla frontiera con L'Eritrea e oggi, diversamente da quanto accaduto negli ultimi due anni quando ha minacciato il ritiro per sollecitare aiuti economici americani, ha già ridotto drasticamente la forza d'occupazione inviata in Somalia a poco più di duemila uomini. L'ONU ha sollecitato una missione internazionale per sostituire gli etiopi, ma non si fa avanti nessuno, nemmeno dall'Africa. Il governo somalo imposto dall'Occidente ha ormai perso quel poco di controllo del paese che aveva guadagnato con la forza etiope alle spalle ed è lacerato dalle divisioni.

Il presidente Yusuf ha licenziato il primo ministro Nour Hassan Hussein contro il volere degli sponsor e il Kenya ha varato sanzioni verso la sua persona. Pare che Yusuf non abbia l'autorità legale per dimettere d'imperio Nour, ma si tratta di questioni molto discutibili. L'attuale Governo Federale Transitorio è una creatura strana. Il parlamento somalo che lo sostiene fu concordato nel 2004 durante una riunione in Kenya di signori della guerra e capi somali, ma secondo i resoconti di matrice occidentale sarebbe addirittura “eletto”.

Le ultime elezioni in Somalia sono però precedenti al 1991, anno del collasso dell'entità statale somala e proprio il GFT, che non aveva mai governato, ha sostituito il governo delle Corti Islamiche che sul finire del 2006 si era formato e aveva preso il controllo della Somalia, realizzando la prima parentesi di pace e di controllo centralizzato del territorio da quasi due decenni. L'intervento etiope ha messo fine all'esperienza, ma in due anni d'intervento il GFT non è mai riuscito ad affermare il proprio potere, finendo anzi per l'essere identificato come collaborazionista dello storico nemico etiope al soldo di Washington. Se da un lato Condoleeza Rice continua a proporre azioni militari sul suolo somalo per stroncare la pirateria, il ministro della difesa Gates, che lavorerà anche per l'amministrazione Obama, ha però già fatto capire chiaramente che non se ne parla, suggerendo ai capitani dei vascelli attaccati di dare gas quando i pirati attaccano. Il vento è girato anche a Washington e ad Adis Abeba ne hanno preso atto.

Frustrate le ambizioni statunitensi, etiopi ed anche quelle keniote, per la Somalia il futuro si presenta come la ripresa di una storia interrotta due anni fa dalla “Guerra di Natale”. Le Corti islamiche si preparano a riprendere il potere e forse il presidente Yusuf sta solo cercando di salvare la propria posizione, che è anche quella di presidente della regione semi-autonoma del Puntland, dove peraltro le cose non vanno troppo bene.

sherifahmedA Mogadiscio è ritornato lo sceicco Sharif Ahmed (nella foto), per la prima volta dall'arrivo degli etiopi il leader dell'Unione delle Corti Islamiche torna in patria godendo evidentemente di garanzie non troppo pubblicizzate. Se la diplomazia internazionale sta cercando di arrangiare un “accordo di pace” tra le fazioni somale, è scontato che i rapporti di forza definitivi si chiariranno nella pratica politica una volta che le forze d'occupazione avranno lasciato il paese, tanto più che ai colloqui non partecipano molte fazioni islamiste e parecchi warlord. Lo stesso sceicco Hassan Aweys, concorrente interno alle Corti di Sharif Ahmed ha accusato quest'ultimo di stare dalla parte dei nemici per la sua disponibilità al confronto con il resto delle forze somale.

Dopo due anni di battaglie quotidiane sembra quindi chiudersi il terzo fronte aperto dagli Stati Uniti sotto il brand della War on Terror. Come Afghanistan ed Iraq anche la Somalia è stata un fallimento, dopo due anni di occupazione le truppe etiopi si lasciano dietro una decina di migliaia di vittime, la conclusione della distruzione di Mogadiscio e metà della popolazione somala sfollata e a rischio di morte per fame. Curiosamente in questi due anni hanno fatto molto più rumore le gesta di pochi pirati somali che le stragi di civili e la pietosa situazione dei rifugiati. Mentre gli appelli dell'ONU ai donatori non raggiungevano nemmeno i media occidentali, qualsiasi azione dei pirati è stata coperta edizione dietro edizione da tutti i media.

La pirateria scomparirà se in Somalia riuscirà a costituirsi un governo, poco importa se a maggioranza islamica o no, ma sfortunatamente l'abbandono etiope non scoraggerà i paesi vicini e le potenze straniere dal cercare di ingerire nelle vicende somale, mettendo a rischio una stabilizzazione del paese che tutti gli attori coinvolti sembrano subordinare alla presenza di un governo di proprio gusto. Vale la pena di ricordare che l'invasione etiope è stata legittimata a posteriori dall'ONU, dopo che il dittatore etiope Zenawi aveva giustificato l'intervento dicendo che il suo paese era minacciato da un'imminente invasione dei somali islamici, una fotocopia dell'intervento americano in Iraq, stesse giustificazioni, stessa “guerra preventiva”, identica “lotta al terrorismo” che non c'era nel paese.

Dal 2009 la Somalia chiuderà la sanguinosa parentesi dell'invasione etiope e potrà riprendere il cammino verso la faticosa autodeterminazione, sperando che la crisi dei propri nemici conceda il tempo per dare al paese un governo degno di questo nome.


Nota.

Non è un caso che il Segretario Generale dell'ONU Ban Ki Moon abbia negato la possibilità di un intervento di peacekeeping dell'ONU dicendo che "There's no peace to keep".
Per chi avesse dubbi sulla legittimità e rappresentatività del GFT e del parlamento "eletto", valga la postilla che BBC aggiunge a -tutti- i suoi report sulla Somalia: "
Somalia has not had a functioning national government since 1991."

Aggiornamento:

A seguire giunge la notizia dell'annuncio delle dimissioni del neo-premier e anche di quelle del presidente Yusuf, ma già il giorno dopo è seguita da una smentita. La situazione è fluida e tutti gli attori in campo sono più che attivi.

Aggiornamento 28/12:
Alla fine il presidente Yusuf si è dimesso, la Somalia è ora senza primo ministro e senza presidente.

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martedì, 16 dicembre 2008

Musica nuova in Sudafrica


MVC-244FCon la costituzione e l'esordio elettorale del Congress Of People (Cope) si è aperta una nuova era per il Sudafrica. Il Cope nasce da una scissione dell'African National Congress, partito che fu di Nelson Mandela e che fatica a reggere i tempi. Gli scissionisti si sono raccolti intorno a Thabo Mbeki, l'ex presidente che ha dovuto lasciare inseguito da accuse di corruzione e sembrano rappresentare la borghesia nera, in contrapposizione all'ANC che resta decisamente più popolare e che dovrebbe riuscire comunque ad eleggere il suo presidente Jacob Zuma a presidente del paese. Nessuna delle due formazioni sembra comunque svettare eticamente sull'altra.

Le prime elezioni locali parziali hanno mostrato un Cope in salute, considerando i tempi stretti che ha avuto per presentarsi, anche se si sono tenute in province che storicamente non sono bastioni dell'ANC. Secondo molti osservatori la scissione dell'ANC potrebbe essere il primo passo per il Sudafrica verso un sistema bipartitico, immaginando che le piccole formazioni di sinistra si avvicinino all'ANC e che il Cope riesca a collaborare con la Democratic Alliance (partito di riferimento bianco e fino ad oggi unica opposizione di un certo peso) costituendo un fronte conservatore.
Sicuramente la scissione dell'ANC porrà fine al quasi-monopartitismo sudafricano che risale alla fine del regime bianco dell'apartheid.
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venerdì, 12 dicembre 2008

Censura d'Egitto. Niente GPS sull'iPhone


iphone-maps-mediumL'ottusità delle dittature supera sempre la fantasia. L'ultimo exploit appartiene all'Egitto di Mubarak, che ha proibito ad Apple di fornire agli acquirenti
egiziani degli iPhone 3G il sistema GPS di localizzazione satellitare. Quello che in tutti paesi è un semplice gadget, in Egitto è invece una "prerogativa militare". Solo i militari possono sapere esattamente dove si trovano, un privilegio abbastanza insensato ovunque che lo diventa ancora di più in un paese con vaste aree deserte, dove il gadget può rivelarsi indispensabile.

tuth1L'ottusità del regime di Mubarak diventa ancora più evidente se si pensa che in Egitto ci sono già molti possessori di Iphone acquistati all'estero o su eBay, senza parlare di altri sistemi GPS regolarmente disponibili come quelli per la navigazione, molti dei quali portabilissimi. Se la preoccupazione dei militari è relativa alla possibilità di identificare con precisione gli obiettivi di possibili attacchi o attentati, non sarà certo proibendo l'Iphone che risolveranno il problema, tanto più che anche dall'Egitto è possibile accedere a siti come Google Maps o Earth e marcare con precisione latitudine e longitudine di qualsiasi edificio, basta  un qualsiasi computer.
Il GPS è al bando nel paese dal 2003, come solo in Corea del Nord e Siria.

In ogni caso Apple sembra acconsentire senza troppi problemi e senza sentire il bisogno di spiegare ai curiosi la propria policy in casi del genere, sempre che ne abbiano una diversa dalla convenienza economica.
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lunedì, 01 dicembre 2008

L'Etiopia si ritira dalla Somalia


061222_Somalia_flagA due anni di distanza dall'invasione della Somalia il governo etiope ha annunciato che le sue truppe lasceranno la Somalia. Nonostante annunci del genere siano stati ricorrenti nei due anni dell'occupazione etiope, questa volta è la volta buona, visto che gran parte delle truppe etiopi sono già tornate in patria e restano sul suolo somalo ormai solo 2.000 uomini dei quasi 20.000 spediti a presidiare il paese.

Il governo del di
ttatore Meles Zenawi ha inviato una lettera all'ONU nella quale dice che gli ultimi etiopi lasceranno il paese entro la fine dell'anno. L'Onu per parte sua ha fatto sapere che non c'è alcuna speranza di rimpiazzare gli etiopi con altri militari africani, da due anni ormai è chiaro che ci sono solo un paio di paesi africani disposti a supportare una missione di pace  l'ipocrisia della War on Terror sotto mandato estorto all'ONU e con il supporto altrettanto estorto dell'Unione Africana. Per misurare il gradimento africano, basta osservare che solo due paesi hanno mandato qualche centinaio di soldati in Somalia e che questi non sono certo potenze militari paragonabili all'Etiopia.

La Somalia torna libera e ai somali spetterà di nuovo ricercare e darsi un equilibrio politico in grado di permettere la formazione di un governo stabile, che manca in Somalia dal 1991. Facile pensare che torneranno al potere gli eredi delle Corti Islamiche e che del Governo Federale di Transizione non resterà nulla, non essendo in grado di coagulare nemmeno il più modesto consenso popolare ed essendo ormai compromesso con il "nemico" etiope, nonchè responsabile di una mattanza che in due anni ha fatto almeno 10.000 vittime e qualche milione di profughi.

I problemi del paese sono enormi e se dalla Somalia ci giungono notizie solo quando qualcuno vuole stigmatizzare qualche azione degli islamici, la realtà è fatta di milioni di persone che fanno la fame e di enormi problemi ambientali dovuti all'inquinamento. Inquinamento che non è stato certo prodotto dai somali, ma da interessati criminali internazionali che in questi anni non hanno trovato di meglio che usare le incustodite acque somale per scaricare tonnellate di rifiuti di fronte alle sue coste o in discariche abusive all'interno del paese. Migliaia di persone che vivono sulle coste somale soffrono oggi di strane malattie, malattie che nessuno sa spiegare e ancora meno curare, visto l'inesistenza di qualsiasi struttura pubblica, ma la comunità internazionale vede solo il problema dei pirati, la salute e la sicurezza dei somali non sono in agenda e nessuno dei criminali inquinatori è mai stato fermato dalla flotta multinazionale che pattuglia le coste del paese.

Salutata con favore dall'amministrazione Bush, l'occupazione etiope si è presto rivelata, come previsto, un altro Iraq. Una guerra stupida e inutile, diventata inutilmente sanguinosa quando gli etiopi hanno provato ad impiegare estese rappresaglie per piegare la resistenza somala. Oggi, con il favore americano calante e con il bisogno di truppe che ha la dittatura etiope, i soldati etiopi tornano a casa e verranno impiegati alla frontiera con l'Eritrea e nella repressione della regione dell'Ogaden
.

Non resta che fare i migliori auguri ai somali, che come popolo sofferente hanno ben pochi uguali, e rilevare ancora una volta il plateale disinteresse per i destini del paese tra le opinioni pubbliche occidentali, pronte ad agitarsi per il Tibet, ma completamente afone di fronte al dramma somalo. La notizia è di qualche giorno fa, ma non è stata riportata da nessuno a parte le agenzie di stampa e Rainews24, il mainstream italiano è muto sulla somalia, solo storie di pirati. Nemmeno la lettera delle ONG italiane al ministro Frattini ha avuto alcuna eco o risposta.
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categoria: africa, war on terror, somalia, etiopia


mercoledì, 26 novembre 2008

Un piccolo errore di sbaglio

 

La settimana scorsa c'era stata un'impennata dell'orgoglio indiano. Per la prima volta dagli anni '70, dai tempi dell'invasione del Bangladesh (allora East Pakistan) per bloccare il genocidio dei pakistani sui bengalesi, l'India aveva partecipato con successo ad un'operazione militare benvenuta da tutta la comunità internazionale.

talwar_tabar_india-navy01Una nave modernissima, una fregata indiana dotata di tecnologia stealth (quella che offre minore visibilità ai radar) è riuscita a sorprendere e ad affondare nientemeno che una nave-madre dei pirati somali nel Golfo di Aden.

Dopo qualche giorno di pacche sulle spalle è arrivata però la doccia fredda. L'armatore thailandese della nave affondata ha riferito tutta un'altra storia. Secondo un suo dipendente cambogiano, salvatosi per miracolo finendo in mare, la motonave thailandese non era affatto in mano ai pirati, ma stava cercando di resistere all'assalto da parte dei pirati giunti sotto bordo con i barchini.

Nemmeno il tempo di gioire per l'avvicinarsi della nave indiana, che il cargo è esploso colpito e affondato. Niente nave-madre quindi, piuttosto un massacro di innocenti presi in mezzo insieme ai pirati invece di essere tratti in salvo. Una situazione imbarazzante per l'India e per la sua marina, che dal trionfalismo sono passate immediatamente alla prudenza. Finite le congratulazioni e sparito l'orgoglio, le dichiarazioni ufficiali indiane ora parlano di fatti "under investigation". Investigazione che, se avesse preceduto i festeggiamenti, avrebbe almeno evitato la figuraccia internazionale al traino di un mezzo massacro compiuto per errore.

Secondo ulteriori testimonianze e precisazioni, i pirati avevano già preso il controllo del vascello quando gli indiani lo hanno affondato. Tra Thailandia e India si è aperta una discreta polemica diplomatica.

 

Aggiornamento

Gli indiani imparano e a distanza di qualche giorno sono riusciti a catturare un gruppo di verosimili pirati e, relativa sorpresa, ci sono anche degli yemeniti. La precedente figuraccia tuttvia è passata abbastanza sotto silenzio, comprensibilmente.

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