Mentre il ridicolo governo Berlusconi straparla di centrali nucleari che non costruirà mai, la Germania si muove massicciamente nel campo delle energie solari. Si chiama Desertec Industrial Initiative, il gigantesco piano d'investimenti che promette di produrre il 15% dell'energia necessaria all'Europa (all'intera Europa) grazie a impianti a energia solare piazzati nel Sahara.
Un investimento enorme, di quattrocento miliardi di euro, al quale partecipano E.On, Deutsche Bank, Siemens, Munich Re e altre otto aziende tedesche, e che promette di consegnare energia già nel 2015 attraverso impianti che utilizzano la tecnologia del solare termico per produrre energia e reti di trasmissione intelligenti (smart grid), che porteranno l'energia elettrica in Europa dal deserto africano, senza inquinare e senza consumare risorse non rinnovabili.

L'idea, presentata per la prima volta nel 2007 dalla Desertec Foundation in un Libro Bianco, gode ovviamente dell'appoggio del governo tedesco, ma anche dell'interesse dei paesi nordafricani, che in questo caso guadagneranno l'accesso a tecnologie capaci di mettere a frutto una risorsa locale senza il rischio di veder devastato il proprio territorio. Non si tratta più di un progetto, ma di un'affare reale per il quale sono già stati firmati accordi e investiti miliardi di euro. Speriamo che serva a dare il buon esempio anche agli altri paesi, non solo europei.

A titolo d'esempio, in questa immagine i quadrati rossi rappresentano l'estensione dell'area sufficiente a fornire l'energia per il mondo, l'Europa e il Mena (Medioriente e Nord Africa) se dedicata ad impianti termosolari allineati all'attuale stato della tecnica. La migliore dimostrazione possibile del fatto che chi parla della necessità di centrali nucleari e dell'impossibilità di affrancarsi dai combustibili fossili, mente sapendo di mentire.
La storia del Gabon è incredibilmente simile a quella degli altri paesi che componevano l'Africa Equatoriale Francese prima che Parigi concedesse l'indipendenza alle colonie. Giunto all'indipendenza, elesse il suo primo presidente, Leòn Mba, che presto rivelò tendenze dittatoriali, chiudendo i giornali dell'opposizione e modificando la Costituzione in senso presidenzialista. Sempre più violento e sempre più dittatore, Mba conobbe la rivolta dei gabonesi quando cercò di sciogliere l'Assemblea Nazionale (il Parlamento) e instaurare un regime a partito unico.
Una ricchezza che non ha mancato d'attirare l'attenzione internazionale, tanto che in Francia hanno aperto un processo a Bongo e congelato alcuni dei suoi beni. Ma quella con la Francia è una relazione che va oltre queste contingenze e così Alì Bongo ha potuto contare sul sostegno di Sarkozy. La vittoria di Bongo jr consente agli interessi consolidati la maggiore tranquillità e tra questi ci sono sicuramente quelli francesi.
Il partito bonghista dominante ha comunque schierato ben quattro candidati alle presidenziali, tra i quali anche il marito di Pascaline, che fa il ministro degli Esteri.
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La morte di Omar Bongo Ondimba, presidente del Gabon, è passata largamente inosservata nel nostro paese, ma ha fatto rumore in Francia. Bongo è rimasto a capo del Gabon dal 1967 fino alla sua morte, avvenuta pochi giorni fa, dopo la quale il governo gabonese ha chiuso le frontiere e dichiarato un mese di lutto. La figura di Bongo è il paradigma del rapporto con le ex-colonie africane, sulle quali la Francia è riuscita a mantenere uno stretto controllo dall'indipendenza loro concessa fino ad oggi. Lo schema è elementare e collaudato, all'alba dell'indipendenza “concessa” dalla Francia, le prime elezioni furono vinte dai candidati sostenuti dai francesi e, da allora, le cose sono rimaste sempre così; ogni tentativo di modificarle si è infranto contro la relazione violenta dell'elite locale cooptata e assistita militarmente dalla Francia.
Bongo ha governato un sistema monopartitico dal 1967 fino alle elezioni del 1993, nelle quali si è affermato ottenendo il 51% dei voti, probabilmente ricorrendo ad estese frodi. Un colpo dal quale si è ripreso in fretta cooptando a sua volta l'opposizione e vincendo poi quelle del 1998 e del 2003 con percentuali bulgare, anche se il 79,2% delle ultime elezioni è inferiore al suo record del 99,96% segnato nel lontano 1976.
La sua morte apre una successione relativamente incerta, dovendosi scegliere tra il figlio di Bongo e il marito della figlia di Bongo. La morte chiude anche uno sgradevole processo in Francia, dove giudici impertinenti accusano il defunto dittatore di aver occultato ricchezze immense sottraendole alle finanze del paese. Auto di lusso e case da decine di milioni di dollari risultano intestate a lui e ai suoi familiari in mezzo mondo, nonostante il suo reddito da presidente sia sempre stato ufficialmente modesto. Situazione inversa per i suoi amministrati, che con un reddito pro-capite che è quattro volte la media di quello degli altri paesi sub-sahariani, restano nella miseria perché di quei soldi ne vedono pochissimi.
La storia conosciuta ci racconta che Bongo è una creatura di Jacques Foccart, conosciuto oltralpe come “Monsieur Afrique”: un leggendario gollista che è stato a lungo la cerniera tra la Francia, i suoi politici e le sue imprese e i dittatori a lungo il potere nelle ex-colonie francesi, tutte refrattarie alla democrazia nonostante la tutela di quel faro di democrazia che sarebbe la Francia della Revolution. I presidenti francesi hanno sempre portato rispetto a Bongo, segno che l'uomo sapeva stare al mondo più di tanti suoi colleghi prima o poi caduti in disgrazia, ma anche dimostrazione lampante di personaggi che sotto il vestito da statista conservano una morale di bel altro livello.
Come abbia fatto a conservare la benevolenza francese è chiaro: ora che è morto, l'ex presidente francese, Valéry Giscard d’Estaing, ha denunciato che Bongo avrebbe ammesso; in una conversazione tra i due; di sostenere economicamente il suo avversario Chirac, all'epoca dato per vincente nel confronto. Quello stesso tipo d'aiuto dalle ex-colonie che già lui aveva ricevuto in precedenza e non solo da Bongo, ma anche da Bokassa ed altri sul genere.
Uno schema di corruzione circolare, nel quale le ricchezze naturali del paese, poco più piccolo dell'Italia e con solo un milione e mezzo di abitanti, erano cedute alle aziende francesi a prezzi decisamente bassi. Queste ringraziavano portando valige di denaro contante al caro leader che poi distribuiva tra i suoi famigli non dimenticando di retribuire anche la vera fonte del suo potere, cioè la classe politica francese. A garantire il meccanismo è sempre rimasta la più grande base francese in Africa, coadiuvata da una guardia presidenziale composta da milleottocento uomini, su cinquemila che il paese può schierare complessivamente tra esercito e polizia, ma anche il matrimonio della figlia con il vicino dittatore congolese Sasso Nguesso, anch'egli felicemente nelle grazie francesi dopo un passato da impertinente marxista rivoluzionario e ugualmente nefasto per i suoi poveri amministrati
Tutti paesi nei quali la Francia non pensa affatto sia necessario “portare la democrazia”, perché si vede che va bene così, ai politici come alla Total, che in quei paesi fa affari d'oro. Non cambierà molto con Sarkozy, che semmai sembra intenzionato ad aumentare l'ingerenza e l'interventismo all'estero, come testimoniano l'inaugurazione di una base militare a Dubai e il sostegno militare recentemente fornito ai dittatori di Ciad e Repubblica Centrafricana per stroncare le opposizioni con bagni di sangue che non hanno niente da invidiare alle stragi in Darfur. Nonostante lo scorrere del tempo e l'aumento dell'influenza della UE, nelle ex-colonie francesi la situazione non sembra in grado di evolvere diversamente, essendo abbastanza chiaro che esiste un tacito accordo tra i paesi europei nel non ingerire nei rapporti dei singoli stati con le ex-colonie.
Aggiornamento 16/6
Appena sceso dalla limousine per onorare Omar Bong, il presidente francese Sarkozy è stato coperto di urla e insulti della folla mobilitata per onorare il padre-padrone della patria, stesso destino è toccato a Chirac. "No alla Francia" e "Non vi vogliamo", gli slogan preferiti, a testimoniare della scarsa popolarità del colonizzatore presso la popolazione, all'interno del palazzo presidenziale invece Sarkozy e Chirac sono stati applauditi.
WASHINGTON, April 30 -- The Obama administration calls on the governments of Sudan and Chad on Thursday to join peace talks immediately and to stop all support for cross-border violence in Darfur.
The United States welcomes the peace talks in Doha between Sudan and Chad as "a positive step forward and calls on the two countries to end all support for cross-border violence," State Department said in a statement.
Come per incanto cambia la narrazione del Darfur. Non più "genocidio", ma conflitto a bassa intensità tra due paesi che armano milizie.
All'improvviso nel dramma del Darfur appare come protagonista il Ciad, magari tra qualche tempo alle opinioni pubbliche occidentali sarà data anche l'occasione di conoscere le mirabili gesta del dittatore ciadiano Deby, non dispero.
Da quando cinque anni fa si chiuse la fase più cruenta per le popolazioni del Darfur, durante la quale subirono un vero e proprio massacro che costrinse metà della popolazione alla fuga, la loro tragedia è stata vastamente strumentalizzata e ricostruita a sostegno del quadro ideologico della War On Terror. Tipico il richiamo al regime "islamico", nonostante come spesso capita nei paesi musulmani i fanatici islamici siano all'opposizione e colpiti con mano pesante dal governo. Si parlò addirittura di "islamici bianchi" contro non-islamici neri pur di sollevare l'immgine del perfetto cattivone. Un solo cattivone detentore di tutte le colpe, messo all'indice in tutto il mondo, senza sfumature o dubbio alcuno.
Oggi scopriamo che invece sono almeno in due, lo dice i Dipartimento di Stato. oggi la popolazione del Ciad è più in pericolo di quella del Darfur e la lotta interna per il potere contro Deby e il suo omologo centrafricano Bozizè provoca molti più morti e profughi del conflitto che ancora si trascina in Darfur, ma a lungo tempo l'attenzione dei media è rimasta concentrata sul Sudan e sul suo discusso presidente e sulle sofferenze dei sudanesi.
Deby arma da anni una feroce canaglia mercenaria e arruola bambini nell'esercito, ma resta al potere soprattutto grazie alla protezione militare francese e a quell politica degli statunitensi, che con la EXXON sono il maggior acquirente del petrolio del Ciad. Deby è al potere senza consnso e in virtù di elezioni-truffa, su questo nessuno discute, ma fino a ieri era il legittimo presidente ciadiano per tutti, se qualcuno ne ha sentito parlare male alzi la mano.
Completamente ignorati dalla narrazione di fonte neoconservatrice (purtroppo unica fonte per il mainstream) i fatti e le ingerenze che hanno visto protagonisti i paesi confinanti e le compagnie petrolifere, semplificando una versione for dummies nella quale il cattivone sudanese faceva il bello e cattivo tempo assistito dai cattivi cinesi che gli comprano il petrolio. Una narrazione nella quale, inutile dirlo, Stati Uniti e potenze coloniali di riferimento sono unicamente preoccupate di portare pace, giustizia e libertà.
Invece il petrolio non glielo comprano solo i cinesi e a portare guerra e morte in quella zona dell'Africa sono in parecchi, cominciando da vecchie e nuove potenze coloniali occidentali, basta andare a rivedere le differenze esibite da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti per capire che anche le potenze occidentali hanno agende differenti e hanno sostenuto (e sostengono) ceffi non meno ceffi del sudanese al Bashir (Bechir) che non hanno alcun ritegno a scatenare stragi e a praticare la pulizia etnica pur di conservarsi al potere.

Negli ultimi quindici anni nessuno ha controllato le acque territoriali della Somalia, che così sono state invase fin sotto costa dai pescherecci dei paesi industrializzati prima e dai rifiuti dei paesi industrializzati poi. Immondezzaio internazionale, la Somalia era la destinazione preferita dei rifiuti tossico-nocivi quando ancora aveva un corrottissimo governo. Quando questo è caduto ed è diventato troppo pericoloso raggiungere l'entroterra somalo per seppellirli, si è presentata la possibilità di buttare direttamente in mare i rifiuti nelle acque somale. Tragicamente più economica e priva di rischi, mancando qualsiasi autorità marittima somala e la legittimità di altre marine all'intervento.
"Sono un leader internazionale, il decano dei governanti arabi, il re dei re dell'Africa e l'imam dei musulmani e il mio status internazionale non mi permette di scendere a un livello più basso".
Non ha ancora toccato il suolo africano, ma il Papa Benedetto XVI ha già ucciso un sacco di africani prima ancora di arrivare. 
Raccontata così la storia non sembra per niente eccezionale, ma assolutamente in linea con quella delle altre sorelle guineane; in fin dei conti in Guinea-Conakry sono freschi di golpe militare succeduto alla fine della dittatura ultra-decennale di Lansana Contè, mentre in Guinea Equatoriale il feroce Teodoro
Giunto in Guinea per alcune ricerche sul suo nuovo libro, Forsyth si è trovato vicinissimo agli eventi e li ha raccontati alla BBC. La sequenza della morte del presidente Vieira ricorda una notissima barzelletta che ha per protagonista un vecchietto che non vuole morire nonostante un'impressionante catena d'incidenti: “ Sono andati alla sua villa, hanno tirato una bomba dentro una finestra, che lo ha ferito, ma non lo ha ucciso. Il tetto è caduto (nella foto), ferendolo, ma senza ucciderlo. A fatica è riuscito ad uscire in piedi dalle macerie, ma solo per essere prontamente colpito da una fucilata. Tuttavia nemmeno questo lo ha ucciso. Allora lo hanno portato nella vicina casa di sua suocera e lo hanno fatto a pezzi con i machete."
La settimana scorsa il palazzo del buon Teodoro Obiang Nguema, "presidente" della Guinea Equatoriale è stato attaccato da un gruppo di sfrontati nigeriani venuto dal mare. L'attacco è stato respinto e il dittatore ha accusato del misfatto i ribelli nigeriani del MEND, i rivoltosi del delta del Niger.
Il portavoce del Mend ha smentito qualsiasi coinvolgimento e ha dato del paranoico ad Obiang. Ipotesi ulteriori hanno tirato in ballo un tentativo di liberazione dei mercenari occidentali detenuti da Teodoro dopo l'ulimo fallito golpe o un tentativo dell'opposizione guineana, che pure lei ha smentito sdegnata le accuse.
Le maggiori probabilità sono invece per un attacco per nulla politico e molto criminale, nel delta del Niger accanto alla ribellione operano diverse bande armate per niente politicizzate, ma notoriamente molto rapaci. C'è anche un precedente specifico che risale a qualche mese fa, quando un gruppo di nigeriani con un'azione simile attaccò la città di Bata e in particolare le sue banche. Bata è la minuscola cittadina capitale della parte continentale della Guinea Equatoriale, ben diversa da Malabo che pur non essendo una metropoli è comunque la capitale del paese, su un'isola che è anche la tana di un dittatore abbastanza paranoico e feroce da dover contare, per mantenersi al potere, su una guardia presidenziale composta da mercenari marocchini.
Agli attaccanti è andata malissimo, anche se si mormora che siano riusciti ad uccidere un ministro guineano, non sono riusciti a mettere le mani sulle incredibili ricchezze che le leggende urbane dicono riempire il palazzo di Obiang, il vero probabile obiettivo del raid. Quelli che sono riusciti a fuggire tornando alle imbarcazioni sono stati mitragliati da un elicottero di Obiang e sono affondati nel Golfo di Guinea.
La Guinea Equatoriale è soprannominata "Il Kuwait Africano" per il rapporto tra le grosse riserve petrolifere e la modesta popolazione di circa mezzo milione di abitanti. Nonostante abbia nominalmente uno dei redditi pro-capite più alti dell'Africa, la sua popolazione è tra le più povere, la dimostrazione più evidente che Teodoro al momento della divisione del famoso pollo di Trilussa, tiene per la sua famiglia tutta la polpa e cede malvolentieri anche le ossa. Tra i preferiti in famiglia spicca il figlio omonimo, familiarmente noto come Teodorin.
Non per niente Teodoro è uno degli uomini più ricchi del mondo, Teodorin, suo figlio, è noto alla ribalta internazionale come incredibile dissipatore e playboy. Stanco delle automobili di lusso e dei noiosi acquisti immobiliari, ha pensato bene di investire le ricchezze nazionali sponsorizzando una Ducati nel Moto GP, sponsorizzazione che ha aperto a Teodorin il dorato mondo delle corse. Così è nato il team satellite "Francisco Hernando Onde 2000 Guinea Ecuatorial", che corre con una moto Ducati privata. Una cosa abbastanza bizzarra, quella di un paese che sponsorizza un team motociclistico nel quale non ha alcun interesse nazionale, la moto è italiana e il team è spagnolo come il pilota, il redivivo campeon Sete Gibernau. Da escludere poi l'intenzione di promuovere il turismo, la paranoia di Teodoro senior ha sempre scoraggiato i turisti, visti tutti come potenziali mercenari golpisti.
Probabilmente alla Ducati non se ne sono nemmeno resi conto, in fin dei conti la dittatura guineana non è certo sotto i riflettori dei media, visto che a qualcuno non conviene troppo che se ne parli, ma avere una moto che corre spinta da soldi sporchi di sangue, non è certo un bel biglietto da visita per la casa di Borgo Panigale. Chissà come ci rimarranno bene quando sapranno che il caro sponsor Teodoro si intrattiene personalmente nella tortura degli oppositori. Così come non è bello nemmeno che il generoso sponsor abbia avuto modo di dichiarare all'unico giornale guineano, il suo, che il suo maggior desiderio sarebbe quello di prendere il capo dell'opposizione in esilio in Spagna, ucciderlo e poi mangiarsi con grande gusto i suoi testicoli.
Chi glielo dice adesso alla Ducati?

Lo LRA (Lord Resistance Army) di Joseph Kony è una piaga ultradecennale che incombe sulla regione di confine tra Uganda, Congo, Sudan e Repubblica Centrafricana. Partito come ribelle contro il governo-truffa dell'ugandese Museweni, Kony si è presto rivelato un fanatico delirante amante di tattiche sanguinarie, capace di fare migliaia di morti nella regione e di produrre un numero impressionante di profughi mentre si spostava nella zona di confine tra quattro paesi africani. Infruttuosi i "colloqui di pace", sembrava che finalmente i governi colpiti da questa vera e propria disgrazia avessero trovato l'accoordo per mettere la parola fine alla carriera dello spiritato leader, ma qualcosa è andato storto.
Lansana Conté, dittatore della Guineau è morto e poche ore dopo il suo trapasso le strade della capitale Conakry si sono riempite di blindati. Giunto al potere con un golpe, Conté ha incarnato a lungo il prototipo del dittatore africano fantoccio delle potenze straniere, nel caso di specie Francia e Stati Uniti, che mai hanno contestato la sua permanenza al potere, nonostante più di vent'anni di violenze e di elezioni-farsa. Fatte le debite proporzioni è come se in Italia fosse morto Mussolini e desta sensazione la pioggia di necrologi con i quali numerose corporation di paesi democratici e occidentali si sono “unite al dolore e alla commozione dei guineani” che invece non vedevano l'ora di liberarsi del dittatore. Per la Guinea, che l'hanno scorso si era ribellata al dittatore e chi si era acquietata solo quando questo aveva fatto sparare sulla folla facendo decine di morti, si apre un periodo d'incertezza.
Guido Santullo (nella foto) in Italia non lo conosce quasi nessuno, ma in Guinea è famoso (o forse, per alcuni, sarebbe meglio dire famigerato). La sua pessima fama si è costruita negli anni, quando i guineani hanno scoperto che la sua Sericom non è una delle aziende più vecchie d'Italia (tanto che in Italia non esiste neppure) e che le sue esperienze nel campo internazionale delle costruzioni sono solo frutto della sua fantasia. Con la morte di Conté si aprono scenari interessanti, avvicinandosi il momento nel quale la Guardia di Finanza potrà finalmente accedere alla sua fastosa villa di Gaeta, Villa Nino (in Via Flacca, Contrada-Ariana, Km 26.500), fino ad ora protetta dall'essere nientemeno che un'ambasciata guineana, con tanto di bandiera e Mercedes targata Corpo Diplomatico.
Suscitando la sorpresa internazionale il premier Souaré e il governo hanno riconosciuto la legittimità della presa del potere del capitano Camara (nella foto), che nel frattempo si era proclamato presidente di una giunta militare di 32 elementi. Anche qualche migliaio di abitanti della capitale ha festeggiato e alla fine è giunta anche la sottomissione delle gerarchie militari alla giunta di Camara.
A Mogadiscio è ritornato lo sceicco Sharif Ahmed (nella foto), per la prima volta dall'arrivo degli etiopi il leader dell'Unione delle Corti Islamiche torna in patria godendo evidentemente di garanzie non troppo pubblicizzate. Se la diplomazia internazionale sta cercando di arrangiare un “accordo di pace” tra le fazioni somale, è scontato che i rapporti di forza definitivi si chiariranno nella pratica politica una volta che le forze d'occupazione avranno lasciato il paese, tanto più che ai colloqui non partecipano molte fazioni islamiste e parecchi warlord. Lo stesso sceicco Hassan Aweys, concorrente interno alle Corti di Sharif Ahmed ha accusato quest'ultimo di stare dalla parte dei nemici per la sua disponibilità al confronto con il resto delle forze somale.
Con la costituzione e l'esordio elettorale del Congress Of People (Cope) si è aperta una nuova era per il Sudafrica. Il Cope nasce da una scissione dell'African National Congress, partito che fu di Nelson Mandela e che fatica a reggere i tempi. Gli scissionisti si sono raccolti intorno a Thabo Mbeki, l'ex presidente che ha dovuto lasciare inseguito da accuse di corruzione e sembrano rappresentare la borghesia nera, in contrapposizione all'ANC che resta decisamente più popolare e che dovrebbe riuscire comunque ad eleggere il suo presidente Jacob Zuma a presidente del paese. Nessuna delle due formazioni sembra comunque svettare eticamente sull'altra.
L'ottusità delle dittature supera sempre la fantasia. L'ultimo exploit appartiene all'Egitto di Mubarak, che ha proibito ad Apple di fornire agli acquirenti egiziani degli iPhone 3G il sistema GPS di localizzazione satellitare. Quello che in tutti paesi è un semplice gadget, in Egitto è invece una "prerogativa militare". Solo i militari possono sapere esattamente dove si trovano, un privilegio abbastanza insensato ovunque che lo diventa ancora di più in un paese con vaste aree deserte, dove il gadget può rivelarsi indispensabile.
L'ottusità del regime di Mubarak diventa ancora più evidente se si pensa che in Egitto ci sono già molti possessori di Iphone acquistati all'estero o su eBay, senza parlare di altri sistemi GPS regolarmente disponibili come quelli per la navigazione, molti dei quali portabilissimi. Se la preoccupazione dei militari è relativa alla possibilità di identificare con precisione gli obiettivi di possibili attacchi o attentati, non sarà certo proibendo l'Iphone che risolveranno il problema, tanto più che anche dall'Egitto è possibile accedere a siti come Google Maps o Earth e marcare con precisione latitudine e longitudine di qualsiasi edificio, basta un qualsiasi computer. Il GPS è al bando nel paese dal 2003, come solo in Corea del Nord e Siria.
A due anni di distanza dall'invasione della Somalia il governo etiope ha annunciato che le sue truppe lasceranno la Somalia. Nonostante annunci del genere siano stati ricorrenti nei due anni dell'occupazione etiope, questa volta è la volta buona, visto che gran parte delle truppe etiopi sono già tornate in patria e restano sul suolo somalo ormai solo 2.000 uomini dei quasi 20.000 spediti a presidiare il paese.
La settimana scorsa c'era stata un'impennata dell'orgoglio indiano. Per la prima volta dagli anni '70, dai tempi dell'invasione del Bangladesh (allora East Pakistan) per bloccare il genocidio dei pakistani sui bengalesi, l'India aveva partecipato con successo ad un'operazione militare benvenuta da tutta la comunità internazionale.
Una nave modernissima, una fregata indiana dotata di tecnologia stealth (quella che offre minore visibilità ai radar) è riuscita a sorprendere e ad affondare nientemeno che una nave-madre dei pirati somali nel Golfo di Aden.
Dopo qualche giorno di pacche sulle spalle è arrivata però la doccia fredda. L'armatore thailandese della nave affondata ha riferito tutta un'altra storia. Secondo un suo dipendente cambogiano, salvatosi per miracolo finendo in mare, la motonave thailandese non era affatto in mano ai pirati, ma stava cercando di resistere all'assalto da parte dei pirati giunti sotto bordo con i barchini.
Nemmeno il tempo di gioire per l'avvicinarsi della nave indiana, che il cargo è esploso colpito e affondato. Niente nave-madre quindi, piuttosto un massacro di innocenti presi in mezzo insieme ai pirati invece di essere tratti in salvo. Una situazione imbarazzante per l'India e per la sua marina, che dal trionfalismo sono passate immediatamente alla prudenza. Finite le congratulazioni e sparito l'orgoglio, le dichiarazioni ufficiali indiane ora parlano di fatti "under investigation". Investigazione che, se avesse preceduto i festeggiamenti, avrebbe almeno evitato la figuraccia internazionale al traino di un mezzo massacro compiuto per errore.
Secondo ulteriori testimonianze e precisazioni, i pirati avevano già preso il controllo del vascello quando gli indiani lo hanno affondato. Tra Thailandia e India si è aperta una discreta polemica diplomatica.
Aggiornamento
Gli indiani imparano e a distanza di qualche giorno sono riusciti a catturare un gruppo di verosimili pirati e, relativa sorpresa, ci sono anche degli yemeniti. La precedente figuraccia tuttvia è passata abbastanza sotto silenzio, comprensibilmente.