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anche in Altrenotizie
Una guerra non è una faccenda che si possa pianificare tanto facilmente, ancora meno è qualcosa che si possa analizzare con ottiche economiste. Le ultime guerre occidentali hanno dimostrato ancora una volta la considerazione che Bismark pose a premessa delle sue teorie belliche: di nessuna guerra, si può sapere prima come finirà. Si era capito fin da subito che in Afghanistan sarebbe finita male, ma gli ultimi eventi, tra i quali la morte di Daniele Paladini, caduto ieri in un agguato kamikaze ci dimostrano che potrebbe anche finire peggio.
Militarmente semplicissima, la cacciata del governo talebano fu festeggiata con l’assassinio di qualche migliaio di prigionieri, abbandonati a morire chiusi dentro i container. A prendere l’amministrazione del paese fu un ex-dipendente di una compagnia petrolifera americana, alcuni ministeri furono affidati a signorotti feudali, tutti i ministeri furono sottomessi ad un imbarazzante controllo da parte americana e pachistana. Il povero Karzai si è ridotto a piangere in pubblico nel denunciare i danni che il Pakistan infligge al paese “fratello”, ma resta il sindaco di Kabul; una figura onoraria.
L’aver fondato l’invasione dell’Afghanistan sulla presunta alleanza con il Pakistan e sulla pretesa di escluderne dal governo l’etnia Pashtun, maggioritaria nel paese, sono state fin dall’inizio condizioni necessarie e sufficienti a garantire il fallimento; esattamente come lo è stata in Iraq la pretesa di impedire alla maggioranza sciita la presa del potere, imponendo governi minati dalla presenza di personaggi poco raccomandabili e che non rappresentano nessuno.
A pagare il prezzo del fallimento saranno gli afgani per primi e in grande numero, ma saranno anche i molti occidentali, decine di migliaia, che a vario titolo sono stati catapultati nel bel mezzo di un paese in guerra. Militari, giornalisti, operatori umanitari possono proteggersi relativamente nella quotidianità afgana, il problema è che le loro morti pesano nella gestione dell’economia di guerra. Uno dei presupposti del nuovo modello di guerra occidentale è che l’operatività bellica non sia palese. Per questo il governo Bush aveva proibito di fotografare le bare dei caduti. Un morto in casa è un brusco strappo a questa omertà accuratamente costruita e difesa.
Questi strappi cominciano a farsi troppo frequenti nel nostro Paese, ma è difficile pensare di essere vicini ad una frequenza critica che spinga in qualche modo a rompere l’unanimismo sul consenso alla missione ISAF. Ancora di più ora che il nostro Paese sta per assumerne il comando. L’unico dato positivo è che non c’è alcuna evidenza che gli italiani siano oggetto di particolare ostilità o che sia in atto una strategia mirata nei confronti del nostro contingente.Nell’occasione dell’attentato della settimana scorsa a una nostra pattuglia, fortunatamente senza gravi conseguenze, il portavoce talebano ha rivendicato l’attacco “agli americani”. Sembra lecito ritenere che ai montanari guerriglieri risulti difficile distinguere i vari contingenti, come peraltro è facile che non siano per nulla interessati a distinguere. Nel caso che ha portato alla morte di Daniele Paladini, l’attaccante sembra essere un pachistano interessato a colpire nel mucchio senza particolari preferenze.
“Molte delle vittime erano bambini, il piu' innocente e indifeso dei bersagli. Nulla può giustificare questo cosi' infido atto di vigliaccheria”, ha detto per l’ISAF il generale Branco. Posizione condivisibile e purtroppo applicabile anche a numerosi bombardamenti aerei di villaggi sospettati di nascondere i “terroristi”. La situazione è pessima anche perché i governi occidentali ed i loro alleati locali si sono mostrati all’altezza dei talebani quanto a crudeltà e insensibilità nei confronti delle vite dei civili e dei prigionieri.
Resta il fatto che il nostro contingente è in mezzo ad una guerra, una guerra che va maluccio nonostante le tattiche aggressive dispiegate nell’ultimo anno e nonostante sei lunghi anni di presenza nel paese. Non abbiamo vinto “i cuori e le menti” degli afgani, controlliamo una porzione sempre più piccola di territorio e l’Afghanistan è diventato ormai il teatro di una guerra di logoramento che non si potrà risolvere senza cambiamenti radicali nelle politiche occidentali. In questo scenario c’è poco da stupirsi se della cara vecchia “war on drugs” non se ne parla più, l’unica cosa che funziona in Afghanistan è la coltivazione dell’oppio; anche quest’anno se il tempo non si metterà di traverso, sarà battuto il record di sempre. Probabilmente non ci sono molte persone al mondo che sappiano quanti soldi sono stati spesi per la guerra alle droghe, cifre spaventose, multipli di quelli spesi per l’assistenza umanitaria, ma quasi tutti si sono ormai resi conto che la disponibilità ed il consumo delle “droghe” più disparate sono in aumento costante e ormai ubiqui; globalizzati.
Anche la war on terror volge ovunque al peggio, ma la fanfara suona ancora, qualcuno ha addirittura ventilato l’ipotesi che il “successo” in Iraq sia tenuto nascosto dalla sinistra che controlla i media. Nel mezzo di questo maestoso stravolgimento della realtà, utile almeno a farci concentrare sugli imminenti acquisti natalizi e a far gonfiare il PIL, le morti come quella di Paladini suonano come funebri rintocchi. Stravolgono le famiglie e le comunità di provenienza, offrono ai politici la possibilità di qualche dichiarazione educata e contrita che sarà dimenticata il giorno dopo; quando i media caleranno a succhiare avidamente qualsiasi “colore” dalla figura dell’eroe pianto dai suoi cari.
Ricordo le parole che Franco Frattini, all’epoca ministro del governo Berlusconi, pronunciò davanti al Parlamento, quindi non voce dal sen fuggita o equivocabile: “L’impegno italiano per la sicurezza internazionale è determinato da un calcolo razionale del nostro interesse; e ancora il nostro impegno nelle missioni di pace rappresenta un saldo investimento economico". Il sangue di Paladini e di quanti moriranno in Afghanistan è quello che ci siamo impiegati ad “investire” insieme al denaro ricavato dalla fiscalità generale. Molti continuano a considerare amorale questo investimento, soprattutto perché la gestione del post-medioevo talebano è stata fondata sull’inganno e sulla violenza; “valori” che ben difficilmente possono essere sposati da un Paese civile.
Qualcuno ha deciso che il prezzo della vita di Paladini e di molti altri è giusto. La necessità di pretendere che si mostrino i conti a supporto di questa affermazione molto approssimativa, dovrebbe essere evidente, ma difficilmente si troverà qualcuno a discutere di questa materia.
Per una delle tante licenze ironiche che la storia si è presa nei riguardi delle sciocche aspirazioni umane, l’ultimo anno di governo talebano dell’Afghanistan ha coinciso con la quasi completa cancellazione della coltivazione dell’oppio in Afghanistan, mentre l’ultimo anno di governo dell’Afghanistan da parte del presidente Karzai e dei suoi alleati ha coinciso con il raggiungimento di un record di produzione mai toccato prima.

Le coltivazioni non sono certo un segreto, tanto che i soldati canadesi si sono detti in difficoltà perché i “talebani” ora si nasconderebbero nelle “foreste di marijuana”. Il generale canadese Rick Hillier ha detto che dopo alcuni tentativi di bruciare i campi, tentativi che hanno presentato controindicazioni operative, i soldati canadesi si sono adeguati e ora hanno imparato ad usare le piantagioni di cannabis per nascondersi e per camuffare i loro tank.
Il governatore della provincia è soddisfatto e dice che quando l’anno prossimo arriveranno i soldi promessi dalla comunità internazionale e dal governo, sarà molto facile distruggere le piantagioni di cannabis, più facile che eradicare quelle di papavero da oppio.
I contadini locali restano diffidenti e dicono che se non arriveranno soldi ripianteranno cannabis; o oppio.
La coltura della cannabis ha una tradizione di oltre 70 anni nella zona e si calcola che il 50% dei locali ne faccia uso. Famoso è lo Shirak-i-Mazar, il “latte di Mazar”, una varietà di hashish prodotta localmente e rinomata anche all’estero.






Altro record nella produzione dell'oppio
Nell'anno in corso la produzione afgana di oppio crescerà del 49% rispetto a quella dell'anno passato, che aveva segnato il record di sempre per l'Afghanistan. La sola provincia di Helmanda produrrà più droga di interi paesi come il Marocco, Burma o la Colombia. Cinque anni fa Tony Blair si assunse la responsabilità delle politiche antidroga in Afghanistan, la provincia di Helmand è controllata (insomma...) dalle truppe britanniche.
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Venticinque civili, tra i quali nove donne, tre bambini e l'anziano mullah di Kunjakak, nella provincia afgana di Helmand, sono rimasti uccisi a seguito di un bombardamento NATO.
Gli aerei della coalizione sono intervenuti dopo che una pattuglia di talebani, reduce da un attacco nei dintorni, si è rifugiata tra le case del piccolo villaggio. A quel punto sono intervenuti gli aerei e, come accade di norma, il bombardamento indiscriminato ha provocato più vittime tra i civili che tra i combattenti.
Ovviamente il portavoce americano incaricato di commentare la notizia, ha detto che è colpa dei talebani e in fondo è anche vero; i talebani sanno benissimo che se si rifugiano in un villaggio gli americani poi lo bombardano a tappeto.
Fuor dalle fantasie dei comandi americani tuttavia è altrettanto noto che condurre bombardamenti indiscriminati sulle abitazioni è un crimine di guerra, che ci siano i talebani o no, resta un crimine di guerra.
in Altrenotizie
Quasi centosettanta milioni di abitanti, attualmente considerato al nono posto nella classifica degli “stati falliti” (al decimo c’è l’Afghanistan), il Pakistan è un fondamentale alleato della “War on terror” di George W. Bush, il quale si è assicurato la collaborazione del dittatore Musharraf minacciando, nei giorni successivi all’undici settembre 2001, di “riportare il Pakistan all’età della pietra”. Nonostante le minacce e le pressioni il Pakistan ha una propria agenda politica e cerca di perseguirla pur tra mille difficoltà. La capacità di praticare il doppio e triplo gioco di Musharraf meriterebbe un posto nella leggenda, se non altro per il complesso quadro geopolitico all’interno del quale il dittatore riesce a mantenere il potere nonostante il suo paese continui ad essere la principale sorgente del terrorismo qaedista o “islamico” che dir si voglia. Musharraf era, ai tempi dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan, il comandante sul campo dell’ISI (i servizi pachistani) e operava fianco a fianco con Bin Laden.
Del Pakistan sappiamo che ha fornito la gran parte degli attentatori all’opera il 9/11, attentatori finanziati direttamente dal’ex capo (ora rimosso) dei servizi pachistani; ma anche che erano di origine e addestramento pachistani gli autori degli attentati alla metropolitana di Londra. Del Pakistan sappiamo inoltre che è impegnato sul fronte della proliferazione nucleare clandestina e che, nel quadro di un accordo ormai trentennale, ha fornito tecnologia nucleare a doppio uso bellico/civile a Libia, Iran, Arabia Saudita e Corea del Nord. Lo scandalo della proliferazione nucleare made in Pakistan scoppiò ufficialmente sul finire del 2003, ma sembra non abbia preoccupato nessuno. Secondo l’ex direttore della Cia, George Tenet, i traffici dei pachistani sarebbero stati scoperti grazie alle informazioni fornite dagli USA, ma questo non corrisponde al vero. Lo scandalo venne alla luce perché Gheddafi indicò all’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) il Pakistan come fornitore del programma nucleare libico. Gheddafi aveva appena raggiunto un accordo (sotto minaccia) con gli USA per rinunciarvi e probabilmente colse l’occasione per mettere i bastoni tra le ruote all’idillio USA-Pakistan; Gheddafi non ha alcuna simpatia per qaedisti e simili, che sente come una minaccia al suo potere.
Non serviva però Gheddafi per sapere quello che sapevano in molti, visto che fin dagli anni ’90 l’AIEA aveva accusato A. Q. Kahn, il padre dell’atomica pachistana, di essere il perno di un network clandestino dedito ai commerci di materiale nucleare. Denunce che non avevano trovato eco sulla stampa internazionale e ancora meno attenzione da parte della Casa Bianca, tradizionalmente vicina ai governi pachistani a prescindere dalla loro composizione. Una tradizione che risale a Nixon, che vedeva nel Pakistan un contrappeso naturale al potenziale crescere dell’India come potenza regionale, una vicinanza che sembra essersi recentemente affievolita insieme al crescere del favore americano verso l’India, con la quale gli USA hanno firmato un accordo che permetterà agli indiani di acquisire tecnologia nucleare in abbondanza proprio da Washington.
Allo scoppio dello scandalo seguì una farsa; Musharraf cercò di accusare lo scienziato e di chiamare fuori il governo da ogni responsabilità. A seguito di massicce manifestazioni popolari e a seguito delle dichiarazioni di Kahn in merito a documenti che la figlia aveva provveduto a mettere al sicuro all’estero, dai quali emergerebbero evidenti le responsabilità governative, Musharraf optò con grande fantasia per una soluzione diversa. Lui e Kahn apparverò in diretta televisiva nell’ora di massimo ascolto, lo scienziato si dichiarò colpevole e Musharraf lo perdonò davanti alla nazione. Il Dipartimento di Stato dichiarò che Musharraf aveva dimostrato di voler impedire i traffici nucleari. Fine dello scandalo.
Alla fine dello scandalo non è seguito però lo smantellamento della rete clandestina attraverso la quale il Pakistan ed altri paesi si procurano hardware e software nucleare. Una rete estesa dalla Malaysia a Dubai fino a diversi paesi europei, che può contare su decine di nodi e centinaia di persone. Di queste ne sono state arrestate e condannate solo tre, due tedeschi e un olandese. Musharraf non ha concesso a nessuno di poter interrogare Kahn, che formalmente sarebbe stato allontanato dal programma nucleare e non ha arrestato nessuno. Una circostanza abbastanza incredibile se si pensa che dal paese con la più alta concentrazione di servizi segreti al mondo si trasportavano addirittura le centrifughe nucleari usando aerei militari; pensare che nessuno abbia commesso reati o che nessuno sia imputabile di nulla conduce solo a confermare la certezza di un traffico gestito con l’assenso del governo e dei militari.
Un traffico che ancora continua e ancora po’ contare sulla stessa rete di un tempo. La responsabilità di questo stato di cose è evidentemente della Casa Bianca, basta pensare alle minacce contro Iran e Corea del Nord e confrontarle con il comportamento tenuto verso il Pakistan per vedere il doppio standard all’opera. L’anno scorso un gruppo di studio annunciò che il Pakistan stava costruendo un reattore al plutonio da 1000 megawatt, il meglio che c’è per procurarsi combustile nucleare. La scoperta avvenne osservando le foto di un satellite commerciale. Gli USA dapprima negarono, poi ammisero di esserne a conoscenza fin dall’inizio della sua costruzione (nel 2001), ma di aver ottenuto garanzie dai pachistani che il plutonio non sarebbe stato impiegato per la costruzione di ordigni bellici. Ridicolo se non fosse tragico.
Lo stesso doppio standard impedisce agli USA di focalizzare la situazione in Pakistan; una situazione sull’orlo del collasso che l’Occidente non riesce a gestire e spesso nemmeno a comprendere. Negli ultimi anni il potere di Musharraf, che si era rinvigorito proprio grazie alla rimozione dell’embargo americano e alla dazione di oltre dieci miliardi di dollari in aiuti militari, è andato scemando. Dovendo accontentare tutti, dalla borghesia laica, agli estremisti islamici fino all’alleato americano, Musharraf non si è risparmiato equilibrismi e fantasia, ma la fune sulla quale cammina si è fatta ogni giorno più sottile ed instabile. Il governo pachistano si è trovato impegnato su più fronti, mentre periodicamente se ne aprivano di nuovi. A Est c’erano da cogliere le grandi opportunità offerte dal nuovo Afghanistan (molti ministeri afgani sono stati “affidati” a “tutor” pachistani), mentre a Sud c’è il Baluchistan, con i progetti per l’oleodotto IPI ( Iran-Pakistan-India) e per l’hub portuale di Gwadar (costruito dai cinesi), destinato a divenire una “porta” commerciale asiatica verso il mondo. I due obbiettivi hanno sottratto risorse ed attenzione ad altre zone del paese, in particolare al Kashmir, da decenni conteso agli indiani. Quando il governo pachistano ha mancato di soccorrere i kashmiri vittime di un rovinoso terremoto, gran parte dei combattenti impegnati alla frontiera orientale contro la “minaccia indù”, si sono trasferiti ad Ovest a dar manforte contro i “cristiani”.
Proprio sul finire dell’anno scorso nelle province occidentali del Waziristan (del Sud e del Nord) i combattenti islamici hanno proclamato un emirato indipendente. Negli stessi mesi salivano di tono le accuse del presidente afgano Karzai contro i vicini, accusati di voler dissanguare e ridurre in schiavitù il popolo afgano. Negli ultimi giorni truppe afgane e pachistane si sono combattute alla frontiera, uccidendo anche un ufficiale americano intervenuto per far terminare gli scontri. I problemi del Pakistan sono principalmente all’interno dei suoi stessi confini. Alla rivolta dei waziri si è aggiunta quella dei baloci, per nulla disposti a farsi sfruttare senza vedere un dollaro, rivolta che ha portato alla paralisi completa sia dell’oleodotto IPI che del porto di Gwadar, praticamente isolato dal resto del paese. A queste si è aggiunto il generale malcontento per un’economia in calo costante, per le riforme promesse e mai realizzate (solo il 30% dei bambini pachistani può contare su scuole pubbliche), che hanno poi trovato nella rimozione di un giudice della Corte Suprema la scintilla che ha incendiato la prateria. Ne sono seguite imponenti manifestazioni, subito assalite dall’esercito e dai militanti di partiti vicini o complici di Musharraf; un bilancio finale fatto di numerose morti e devastazioni.
Purtroppo per il Pakistan la situazione politica è bloccata e non facilmente risolvibile. I due maggiori partiti opposti a quello di Musharraf (che ha promesso libere elezioni e di abbandonare l’esercito, ma che non mantiene) sono diretti da due ex premier corrotti, nella migliore tradizione del familismo politico asiatico. L’unica formazione politica non compromessa è capitanata da Imra Kahn, un ex campione di polo che però non ha il sostegno dell’elite pachistana, mentre il giudice della corte suprema che ha trascinato le folle in piazza, pur godendo di una favore diffuso, non sembra avere alcuna speranza elettorale. Il paese vive dell’iniezione di denaro da parte di USA ed Arabia Saudita ed è tenuto insieme con la forza dalla casta militare, che però sembra aver esaurito le opzioni alternative alla repressione sanguinaria; un segnale in questo senso è dato dalla istruzione delle redazioni di alcuni media che sostenevano le proteste contro la rimozione del giudice costituzionale. Musharraf si è scusato pubblicamente per le aggressioni ai media, che in Pakistan nonostante la dittatura godono di una libertà sconosciuta anche in paesi più “democratici”, ma il fatto è un altro segnale del crollo delle ultime convenzioni a tutela della convivenza più o meno civile nel paese.
Se cade Musharraf il Pakistan rischia qualcosa di molto simile ad una guerra civile o una sanguinosa dittatura militare, ma se Musharraf resiste il menu non sarà molto diverso. Nell’attesa di assistere alle evoluzioni della storia, non resta che rilevare la straordinaria riservatezza che i media concedono al turbolento “alleato” pachistano e chiedersi da quali fattori misteriosi possa dipendere, pensando che forse l’origine di tanta compiacenza è da far risalire ai tempi di Nixon e Kissinger e che sicuramente è stata rafforzata dal coinvolgimento dei vertici dell’amministrazione americana nello scandalo della BCCI, il più grande scandalo narco-finanziario della storia. Purtroppo le vicende che riguardano il Pakistan sembrano interessare molto meno del delitto di Cogne, non resta che sperare che questa distrazione generale non venga scossa dall’improvviso apparire di un fungo atomico su qualche città, una eventualità che coglierebbe di sorpresa le opinioni pubbliche non meno di quanto sia successo in occasione degli annunciatissimi attentati del 9/11.