L'ultima infornata di documenti statunitensi declassificati grazie al FOIA (Freedom Of Information Act) ci regala nientemeno che la biografia del movimento talebano dal 1996 al 2002 (seguendo il link ne trovate una comoda ricostruzione schematizzata). Dati raccolti dalle agenzie americane nei quali si ritrovano le preoccupazioni per il volgersi di Omar verso il panislamismo e verso le idee di Bin Laden e altri inclini all'internazionalizzazione del conflitto. Niente di clamoroso, ma la conferma che agli americani non erano sfuggite le dichiarazioni di Omar ostili alla presenza Occidentale nel Golfo e altri interventi su temi che tradizionalmente non erano al centro dell'interesse afgano.

Mentre le truppe pachistane attaccano i talebani nel Waziristan del Sud, continuando un'offensiva alla quale gli estremisti rispondono con sanguinosi attentati nelle grandi città pachistane, gli americani in Afghanistan si ritirano per l'inverno lasciando le province di frontiera nelle mani dei talebani. In Nuristan oggi è rimasta presidiata solo la capitale della provincia, mentre il resto del territorio è già tornato sotto il controllo talebano e vi resterà almeno fino alla prossima primavera.

L'Italia è stata accusata di aver pagato i talebani per stare tranquilla in Afghanistan, i partner nell'avventura non si sono scandalizzati per il fatto dei soldi, anche gli americani hanno pagato in Iraq come in Afghanistan e in Somalia e spesso fior di delinquenti. Il problema sarebbe nel fatto che non lo avremmo detto ai francesi, che ci hanno sostituito senza sapere che dovevano pagare per stare tranquilli e che così si sono trovati in un posto per niente "pacificato", come sembrava che fosse durante la presenza italiana.
Sembra che l'ONU sia d'accordo con gli Stati Uniti nel considerare Karzai il miglior (l'unico?) presidente possibile per l'Afghanistan. Le elezioni sono andate maluccio e ancora non se ne conoscono i risultati definitivi, a votare sono andati in pochi e i brogli sono stati troppi, lo hanno dichiarato anche i rappresentanti di alcuni paesi europei e anche la stessa ONU, per bocca del suo Rappresentante Speciale per L'Afghanistan, l'americano Peter W. Galbraith.
Con un occhio ai sondaggi, che per la guerra in Afghanistan registrano un gradimento bassissimo anche tra i loro sostenitori, i leader del centrodestra hanno reagito alla strage dei nostri soldati ribaltando la loro posizione nel giro di poche ore. Si sono però dimenticati di avvertire il Ministro della Difesa che in parlamento ha sparso retorica parlando degli italiani buoni e dei nemici vigliacchi e che si spinge a chiedere regole d'ingaggio più offensive e maggiore capacità di fuoco. Come se servissero a prevenire attacchi del genere.Visit msnbc.com for Breaking News, World News, and News about the Economy
Si parla anche delle falsità che hanno condotto alla guerra e si danno per acclarate, da noi non c'è stata traccia di dibattito o di pentimento, c'è anzi chi si è gloriato di aver ingannato i propri concittadini per facilitare l'impegno all'amministrazione Bush. Da noi siamo ancora alla TV occupata dai deficienti che annunciano l'invasione islamica e continuano a cercare d'impaurire gli italiani per poi offrire la loro interessata protezione. Come i mafiosi.
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Sembra impossibile, ma come d'incanto nel nostro paese le guerre non interessano più, nemmeno quelle nelle quali il nostro paese è coinvolto. Se la situazione in Afghanistan è tragica come non mai, nel nostro paese non c'è traccia di dibattito e Silvio Berlusconi ha potuto offrire all'alleato americano altri cinquecento uomini da mandare in zona di guerra senza che dal Parlamento, nemmeno dall'opposizione, si levasse una voce e senza alcun dibattito sui media. C'è da capirlo, Berlusconi, quando sacrifica i nostri militari per ottenere in cambio una foto con Obama che per mesi non l’ha ricevuto, ma è molto meno comprensibile che nel resto del paese l'Afghanistan sia caduto nell'oblio.
Stessa sorte per il Pakistan, dove ormai è guerra. Una guerra che ha già fatto più di duemila vittime tra i talebani e ha provocato la fuga di tre milioni di pakistani dalla valle dello Swat; profughi che non hanno ricevuto assistenza e si sono arrangiati grazie alla generosa ospitalità dei compatrioti, non hanno ricevuto assistenza dalle organizzazioni internazionali e nemmeno dal governo pakistano, che pure ha battuto cassa presso il Fondo Monetario Internazionale e a Washington, per pagarsi la guerra e spostare la scadenza dei debiti che rischiavano di trascinare il paese nel default. (Nella foto l'esodo di massa dalla valle dello Swat, evacuata e attaccata senza preavviso dall'esercito).
L'unica notizia positiva dal Pakistan è che i pakistani sembrano aver finalmente deposto ogni simpatia per i “fratelli” talebani, che da quando hanno tradito gli accordi sulla valle dello Swat, cominciando la solita teoria di decapitazioni e proibizioni “islamiche”, sono entrati nell'immaginario pakistano come nemici e traditori con i quali é impossibile parlare e ai quali è meglio sparare. L'esercito ha capito l'antifona e non ci ha messo molto a ricacciarli verso il confine con l'Afghanistan e a provocare loro ingenti perdite, anche se il destino di questa ennesima guerra asimmetrica non è per nulla scontato, l'impegno dell'esercito pakistano, a lungo complice dei movimenti armati talebani, è la novità più rilevante dal 2001.
L'apertura di un secondo fronte al di là del passo del Khyber non ha però giovato all'Afghanistan, dove i talebani sono più attivi che mai e dove il governo è sempre più assediato a Kabul. Non giova nemmeno il periodo elettorale, così come non giova l'ormai scontata riconferma dell'inutile Karzai, che sembrava in disgrazia presso gli americani, ma che ha saputo muoversi bene, cooptando i possibili avversari ed emarginando chi osa sfidarlo alle urne. Gli americani hanno però in serbo un piano di riserva e anche se Karzai sarà eletto al suo terzo mandato, sembra ormai certo che comanderà meno di quanto non comandi ora, visto il probabile sbarco a Kabul dell'americano Khalilzad, già ambasciatore a Kabul e Baghdad, nella veste di super-ministro emanazione diretta dell'amministrazione Obama.
In attesa delle elezioni si susseguono le solite pessime notizie. Dal punto di vista militare i talebani sono attivi come non mai e se in Pakistan subiscono, rispondendo con attentati e omicidi dimostrativi, in Afghanistan controllano gran parte del paese e conducono operazioni militari in numero e intensità mai vista dal 2001, anno dell'attacco americano. Quasi otto anni di permanenza degli eserciti occidentali non hanno dato molto agli afgani, che ancora oggi non hanno un governo nel quale riconoscersi, non hanno visto traccia di sviluppo economico, sono ancora del tutto privi d’infrastrutture e sostanzialmente in balia di signori della guerra e comandanti talebani.
La decisione dell'amministrazione Obama di aprire un secondo fronte in Pakistan, assecondata obtorto collo dal debolissimo presidente Zardari, ha di fatto inaugurato una nuova guerra senza che l'iniziativa abbia per ora avuto riflessi positivi nel più ampio scacchiere che vede il confronto tra gli USA e gli alleati occidentali da una parte e la galassia dell'estremismo islamico dall'altra. Se in Afghanistan va male come non mai, anche in Iraq e in Somalia le sorti dei governi sostenuti da Washington sono incerte e i resoconti dal campo sono preoccupanti, nemmeno il finto ritiro dall'Iraq e l'ennesimo restyling del governo somalo sembrano aver migliorato la situazione, che registra invece una pericolosa deriva islamista anche in Yemen dove, nonostante l'aiuto delle vicine autocrazie della Penisola Arabica, il governo fatica sempre di più nel tenere a bada l'insorgenza islamica.
Otto anni dopo l'attacco all'Afghanistan si può ben dire che la situazione non è cambiata di una virgola e che la “war on terror” è sostanzialmente persa, visto che sul terreno la guerra è risultata invincibile, per i talebani come per gli Stati Uniti e gli alleati. Una situazione di stallo per la quale la prima potenza militare del mondo non riesce ad aver ragione della guerriglia talebana, che a sua volta non è in grado di sloggiare gli occupanti. Una situazione che si ripete identica sugli altri fronti, lasciando milioni di persone in balia di conflitti armati confusi quanto sanguinosi, senza che nessuno al mondo sembri avere le forza o l'interesse per tirare le fila delle questioni e andare verso una ricomposizione che permetta a quei paesi di riprendere un cammino di pace e sviluppo.
Otto anni dopo, la “democrazia” non è stata recapitata a destinazione e ormai non se ne parla più. Forse l'offesa più grande ai milioni di profughi e di morti che ha provocato l'azione americana successiva al 9/11, quando l'amministrazione Usa prese la palla al balzo per esercitarsi tragicamente nel ruolo di unica superpotenza mondiale, perdendo allo stesso tempo tre guerre, la reputazione internazionale, molte vite e una quantità impressionante di dollari. Un sacrificio enorme in nome dell'enorme ipocrisia con la quale l'amministrazione Bush ha travestito tragici interventi armati con la maschera dell'altruismo, rafforzando le autocrazie amiche e arricchendo in maniera oscena le corporation vicine all'amministrazione.
Un'ipocrisia dalla quale purtroppo nemmeno l'amministrazione Obama sembra volersi smarcare, perché al di là delle differenze retoriche la politica del nuovo presidente segue le orme della precedente, ricorrendo alla menzogna esattamente come chi l'ha preceduta. È andata così con Guantanamo, che rimane aperta, e va così in Iraq, dove tra poco gli americani dovrebbero ritirarsi dalle città irachene, ma dalle quali invece non si ritireranno affatto, prova ne sia che la base americana a Baghdad non si sposterà di un metro e l'impegno formale a ritiro sarà rispettato con un semplice tratto di penna:l'area della base di Baghdad infatti non farà più parte di Baghdad, è bastata una decisione amministrativa che ha sottratto l'area ai confini amministrativi della capitale irachena, non hanno spostato la base, hanno cambiato i confini della città. Capitale che continuerà così ad essere pesantemente presidiata dagli americani a dispetto dei proclami ufficiali, grazie alla base che non è più a Baghdad e grazie all'enorme ambasciata americana, che grazie all'extraterritorialità non è nemmeno su suolo iracheno.
Le guerre fondate sulla menzogna non possono certo risolversi grazie ad altre menzogne o perché la presidenza americana ha cambiato registro retorico, servirebbero piuttosto decisioni coraggiose e un disimpegno militare che per ora non sembra davvero in agenda, quali che fossero i motivi meno palesi (e reali) che hanno spinto gli USA in queste guerre, devono essere ancora straordinariamente attuali nei corridoi di Washington.
Se ne parla poco, non interessa a nessuno. Il fallimento afgano tracima in Pakistan, paese con più di cento milioni di abitanti e un robusto arsenale nucleare.
L'inetto Zardari, asceso al potere a ruota dell'assassinio della moglie ha perso completamente il controllo del paese, dell'economia e del territorio. Il radicalismo islamico conquista terreno ogni giorno, la valle di Swat, a poche decine di chilometri dalla capitale è nelle mani dei talebanni locali, il Balochistan è in rivolta e i due principali partiti politici si esibiscono in inutili balletti e giravolte.
In Pakistan, se possibile, va peggio che in Afghanistan e i fanatici islamici agiscono ormai incontrastati, resta solo da vedere quanto ancora tarderà lesercito a reagire e a riprendere il potere, dichiarando per l'ennesima volta che la classe politica non è in grado di fronteggiare la minaccia islamica.
Il video qui sotto è relativo allo sgozzamento di "spie" pakistane, sul sito dal quale proviene ce ne sono altri. In tutti, i fanatici decapitano militari e civili con un coltellaccio e alla fine sistemano le teste sui corpi delle vittime, in quella che sembra la ripetizione di una ritualità precisa. Consiglio vivamente di non guardare i video, decisamente crudi e impressionanti, l'elemento più rilevante contenuto nei video è comunque la giovane età dei carnefici, adolescenti o poco più, il resto è inutile orrore.
Un elemento, quello della giovane età dei carnefici, che testimonia quanto sia penetrabile il corpo sociale in un paese privo di scuole (mancano al 70% dei bambini pakistani), servizi sociali e, soprattutto, di una alternativa praticabile alla predicazione integralista. Una considerazione che anche l'Occidente dimentica troppo spesso, perseverando nella perversa convinzione che fenomeni del genere possano esser sconfitti in punta di fucile
credits: orientalia4all.net
P.s.
Per restare in tema di torture, mentre negli Stati Uniti si discute animatamente se punire chi le ha autorizzate, ecco che da un altro paese alleato giunge un video nel quale uno sceicco della famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti tortura un uomo in presenza della polizia, che collabora alle torture. Secondo una nota ufficiale dell'EAU: "Tutte le regole, politiche e procedure sono state seguite correttamente dal Dipartimento di Polizia". Lo sceicco si chiama Issa bin Zayed al Nahyan, se non gli andate a genio sappiate che vi può frustare, buttare il sale sulle ferite, usare su di voi degli elettrodi e anche passarvi sopra con il suo SUV.
Un tipetto che sicuramente è accolto ovunque con tutti gli onori, le sue gesta le potete trovare sul sito dell'ABC a questo link, se youtube lo censura di nuovo:
Update: è stato messo in piedi un sito per attiirare l'attenzione sul caso: www.uaetorture.com, subito bannato dalla rete degli Emirati, mentre su Yahoo Video e su Youtube è in corso una sfida tra chi posta il video e gli amministratori dei due siti che lo rimuovono.
Ancora non si ha notizia sulle motivazioni della censura, ma sembra chiaro che ci siano pressioni, altrimenti non si capirebbe la censura di materiale tratto da una trasmissione informativa dell'ABC. In ogni caso i video sono ora tranquillamente raggiungibili qui.
Non si sa cosa ci sia di sociale, visto che il piano consiste nel fornire telefoni, radio e un fiume di denaro ai vari capi tribali in modo che formino milizie da schierare contro i talebani. Una tattica già vista in iraq, dove però è stata impiegata in un paio di province nelle quali i leader locali erano già stanchi dei qaedisti.
Il presidente afgano Karzai ha offerto l'immunità al famigerato Mullah Omar se questi vorrà partecipare ai colloqui di pace al quale lo stesso presidente lo ha invitato.
Sulla testa del Mullah Omar, un tempo massima autorità afgana sotto il dominio talebano e ancora oggi riconosciuto leader, pende ancora una taglia di decine di milioni di dollari e ancora oggi dovrebbe essere il principale obiettivo della caccia americana, il fatto che se ne parli poco dipende esclusivamente dal prolungato insuccesso nel perseguire la sua cattura.
C'è riuscito fino all'anno scorso, quando di fronte al fallimento del sesto anno d’occupazione dell'Afghanistan, Washington pensò di cercare un capro espiatorio diverso da Bush. Musharraf era accusato di fare il doppio gioco, accusa alimentata da una pantomima destinata a ripetersi ogni anno. Puntualmente, a primavera l'esercito pachistano assale le zone ad amministrazione tribale del Waziristan. Gli scontri finiscono regolarmente male per l'esercito, che “però” tornò a casa con un accordo secondo il quale i waziri si impegnavano a cacciare e non assistere i “terroristi” e i talebani. Formalmente buono per Washington e in realtà ottimo per i talebani, che si assicurarono la tranquillità in Pakistan e anche il denaro concesso ai capi tribali per fare loro siglare l'accordo.
o
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Una guerra non è una faccenda che si possa pianificare tanto facilmente, ancora meno è qualcosa che si possa analizzare con ottiche economiste. Le ultime guerre occidentali hanno dimostrato ancora una volta la considerazione che Bismark pose a premessa delle sue teorie belliche: di nessuna guerra, si può sapere prima come finirà. Si era capito fin da subito che in Afghanistan sarebbe finita male, ma gli ultimi eventi, tra i quali la morte di Daniele Paladini, caduto ieri in un agguato kamikaze ci dimostrano che potrebbe anche finire peggio.
Militarmente semplicissima, la cacciata del governo talebano fu festeggiata con l’assassinio di qualche migliaio di prigionieri, abbandonati a morire chiusi dentro i container. A prendere l’amministrazione del paese fu un ex-dipendente di una compagnia petrolifera americana, alcuni ministeri furono affidati a signorotti feudali, tutti i ministeri furono sottomessi ad un imbarazzante controllo da parte americana e pachistana. Il povero Karzai si è ridotto a piangere in pubblico nel denunciare i danni che il Pakistan infligge al paese “fratello”, ma resta il sindaco di Kabul; una figura onoraria.
L’aver fondato l’invasione dell’Afghanistan sulla presunta alleanza con il Pakistan e sulla pretesa di escluderne dal governo l’etnia Pashtun, maggioritaria nel paese, sono state fin dall’inizio condizioni necessarie e sufficienti a garantire il fallimento; esattamente come lo è stata in Iraq la pretesa di impedire alla maggioranza sciita la presa del potere, imponendo governi minati dalla presenza di personaggi poco raccomandabili e che non rappresentano nessuno.
A pagare il prezzo del fallimento saranno gli afgani per primi e in grande numero, ma saranno anche i molti occidentali, decine di migliaia, che a vario titolo sono stati catapultati nel bel mezzo di un paese in guerra. Militari, giornalisti, operatori umanitari possono proteggersi relativamente nella quotidianità afgana, il problema è che le loro morti pesano nella gestione dell’economia di guerra. Uno dei presupposti del nuovo modello di guerra occidentale è che l’operatività bellica non sia palese. Per questo il governo Bush aveva proibito di fotografare le bare dei caduti. Un morto in casa è un brusco strappo a questa omertà accuratamente costruita e difesa.
Questi strappi cominciano a farsi troppo frequenti nel nostro Paese, ma è difficile pensare di essere vicini ad una frequenza critica che spinga in qualche modo a rompere l’unanimismo sul consenso alla missione ISAF. Ancora di più ora che il nostro Paese sta per assumerne il comando. L’unico dato positivo è che non c’è alcuna evidenza che gli italiani siano oggetto di particolare ostilità o che sia in atto una strategia mirata nei confronti del nostro contingente.Nell’occasione dell’attentato della settimana scorsa a una nostra pattuglia, fortunatamente senza gravi conseguenze, il portavoce talebano ha rivendicato l’attacco “agli americani”. Sembra lecito ritenere che ai montanari guerriglieri risulti difficile distinguere i vari contingenti, come peraltro è facile che non siano per nulla interessati a distinguere. Nel caso che ha portato alla morte di Daniele Paladini, l’attaccante sembra essere un pachistano interessato a colpire nel mucchio senza particolari preferenze.
“Molte delle vittime erano bambini, il piu' innocente e indifeso dei bersagli. Nulla può giustificare questo cosi' infido atto di vigliaccheria”, ha detto per l’ISAF il generale Branco. Posizione condivisibile e purtroppo applicabile anche a numerosi bombardamenti aerei di villaggi sospettati di nascondere i “terroristi”. La situazione è pessima anche perché i governi occidentali ed i loro alleati locali si sono mostrati all’altezza dei talebani quanto a crudeltà e insensibilità nei confronti delle vite dei civili e dei prigionieri.
Resta il fatto che il nostro contingente è in mezzo ad una guerra, una guerra che va maluccio nonostante le tattiche aggressive dispiegate nell’ultimo anno e nonostante sei lunghi anni di presenza nel paese. Non abbiamo vinto “i cuori e le menti” degli afgani, controlliamo una porzione sempre più piccola di territorio e l’Afghanistan è diventato ormai il teatro di una guerra di logoramento che non si potrà risolvere senza cambiamenti radicali nelle politiche occidentali. In questo scenario c’è poco da stupirsi se della cara vecchia “war on drugs” non se ne parla più, l’unica cosa che funziona in Afghanistan è la coltivazione dell’oppio; anche quest’anno se il tempo non si metterà di traverso, sarà battuto il record di sempre. Probabilmente non ci sono molte persone al mondo che sappiano quanti soldi sono stati spesi per la guerra alle droghe, cifre spaventose, multipli di quelli spesi per l’assistenza umanitaria, ma quasi tutti si sono ormai resi conto che la disponibilità ed il consumo delle “droghe” più disparate sono in aumento costante e ormai ubiqui; globalizzati.
Anche la war on terror volge ovunque al peggio, ma la fanfara suona ancora, qualcuno ha addirittura ventilato l’ipotesi che il “successo” in Iraq sia tenuto nascosto dalla sinistra che controlla i media. Nel mezzo di questo maestoso stravolgimento della realtà, utile almeno a farci concentrare sugli imminenti acquisti natalizi e a far gonfiare il PIL, le morti come quella di Paladini suonano come funebri rintocchi. Stravolgono le famiglie e le comunità di provenienza, offrono ai politici la possibilità di qualche dichiarazione educata e contrita che sarà dimenticata il giorno dopo; quando i media caleranno a succhiare avidamente qualsiasi “colore” dalla figura dell’eroe pianto dai suoi cari.
Ricordo le parole che Franco Frattini, all’epoca ministro del governo Berlusconi, pronunciò davanti al Parlamento, quindi non voce dal sen fuggita o equivocabile: “L’impegno italiano per la sicurezza internazionale è determinato da un calcolo razionale del nostro interesse; e ancora il nostro impegno nelle missioni di pace rappresenta un saldo investimento economico". Il sangue di Paladini e di quanti moriranno in Afghanistan è quello che ci siamo impiegati ad “investire” insieme al denaro ricavato dalla fiscalità generale. Molti continuano a considerare amorale questo investimento, soprattutto perché la gestione del post-medioevo talebano è stata fondata sull’inganno e sulla violenza; “valori” che ben difficilmente possono essere sposati da un Paese civile.
Qualcuno ha deciso che il prezzo della vita di Paladini e di molti altri è giusto. La necessità di pretendere che si mostrino i conti a supporto di questa affermazione molto approssimativa, dovrebbe essere evidente, ma difficilmente si troverà qualcuno a discutere di questa materia.
Per una delle tante licenze ironiche che la storia si è presa nei riguardi delle sciocche aspirazioni umane, l’ultimo anno di governo talebano dell’Afghanistan ha coinciso con la quasi completa cancellazione della coltivazione dell’oppio in Afghanistan, mentre l’ultimo anno di governo dell’Afghanistan da parte del presidente Karzai e dei suoi alleati ha coinciso con il raggiungimento di un record di produzione mai toccato prima.

Le coltivazioni non sono certo un segreto, tanto che i soldati canadesi si sono detti in difficoltà perché i “talebani” ora si nasconderebbero nelle “foreste di marijuana”. Il generale canadese Rick Hillier ha detto che dopo alcuni tentativi di bruciare i campi, tentativi che hanno presentato controindicazioni operative, i soldati canadesi si sono adeguati e ora hanno imparato ad usare le piantagioni di cannabis per nascondersi e per camuffare i loro tank.
Il governatore della provincia è soddisfatto e dice che quando l’anno prossimo arriveranno i soldi promessi dalla comunità internazionale e dal governo, sarà molto facile distruggere le piantagioni di cannabis, più facile che eradicare quelle di papavero da oppio.
I contadini locali restano diffidenti e dicono che se non arriveranno soldi ripianteranno cannabis; o oppio.
La coltura della cannabis ha una tradizione di oltre 70 anni nella zona e si calcola che il 50% dei locali ne faccia uso. Famoso è lo Shirak-i-Mazar, il “latte di Mazar”, una varietà di hashish prodotta localmente e rinomata anche all’estero.
