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Ce la possiamo fare...
mercoledì, 25 novembre 2009

La biografia dei talebani e altre storie


taliban-backL'ultima infornata di documenti statunitensi declassificati grazie al FOIA (Freedom Of Information Act) ci regala nientemeno che la biografia del movimento talebano dal 1996 al 2002  (seguendo il link ne trovate una comoda ricostruzione schematizzata). Dati raccolti dalle agenzie americane nei quali si ritrovano le preoccupazioni per il volgersi di Omar verso il panislamismo e verso le idee di Bin Laden e altri inclini all'internazionalizzazione del conflitto. Niente di clamoroso, ma la conferma che agli americani non erano sfuggite le dichiarazioni di Omar ostili alla presenza Occidentale nel Golfo e altri interventi su temi che tradizionalmente non erano al centro dell'interesse afgano.

Oltre alla lista dei notabili talebani e dei loro curricula, c'è il racconto del sostegno ai talebani da parte dell'UNOCAL (anche in contrasto con contemporanee politiche statunitensi), ma anche una serie di rapporti e contatti tra il regime-pariah e Washington, anche mentre parti dell'amministrazione USA definivano il regime talebano con la parola "abominevole". Washington era perfettamente al corrente degli sviluppi afgani, dai documenti emerge che l'indirizzo e l'esistenza della base di Tora Bora erano noti dal 1997 e già allora si sapeva che era la base principale di Bin Laden, era stato lo stesso ministro degli esteri talebano a comunicarlo agli americani dicendo che il governo di Kabul covava preoccupanti sospetti sul suo conto.

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Niente di clamorosamente nuovo, solo la dimostrazione che la Casa Bianca aveva gli strumenti per capire cosa stava succedendo e per non farsi sorprendere, parecchi anni dopo, dagli attacchi del 9/11. Dai documenti emerge prepotente la sensazione che, nel corso degli anni, con i talebani siano state perseguite politiche diverse da rami diversi dell'amministrazione americana e di altri attori statali e commerciali.

Forse, nonostante le apparenze, non era facile prevedere e prevenire lo scenario-9/11, ma sicuramente si poteva concludere in anticipo che un tale modo di operare avrebbe provocato qualche disastro. Le responsabilità dell'amministrazione americana in questo caso sono evidenti e clamorose e l'immagine è quella di una politica estera interventista, ma gestita senza alcuna coordinazione e a volte fautrice di strategie in aperta contraddizione tra loro.
Responsabilità innegabili, perché non si tratta di critiche od opinioni di fonti ostili agli USA, ma dell'evidenza emergente da documenti originali delle amministrazioni americane.

Per gli appassionati, c'è anche una discreta offerta di documenti relativi alla storia del ritiro sovietico
dall'Afghanistan, evento che rappresenta allo stesso tempo l'origine del "problema" della nascita della guerriglia jihadista in Afghanistan e una lezione che a Washington non hanno voluto tenere in conto.

Wikileaks pubblica invece la raccolta degli sms scambiati il 9/11 tra ufficiali e personale operativo, pagina subito irraggiungibile, non è chiaro se a causa del successo o di un attacco informatico.

Da Londra intanto comunicano che è finalmente giunta al termine l'inchiesta ufficiale per verificare i rapporti tra Saddam Hussein e al Qaeda, la conclusione dell'inchiesta dice che tra Iraq e al Qaeda non c'erano legami prima dell'invasione statunitense. Nemmeno questa è una novità, ma ora ha il timbro dell'ufficialità britannica, Gran Bretagna che ci ha messo solo sei anni ad appurare quello che Blair sapeva benissimo, peccato solo che nel frattempo l'Iraq sia stato invaso e distrutto nonostante i presupposti che hanno spinto all'attacco fossero platealmente falsi.


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giovedì, 29 ottobre 2009

Cambio d'immmagine


Il presidente americano Obama ha deciso di presentarsi a salutare pubblicamente le salme dei soldati di ritorno dall'Afghanistan. L'amministrazione Bush aveva vietato la diffusione delle foto delle bare dei soldati e il presidente si era limitato alla partecipazione a cerimonie di commemorazione con i parenti successive ai funerali.

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Dopo aver annullato il divieto relativo alle foto (mantenuto invece per la diffusione delle immagini da Abu Ghraib), Obama ha deciso d'imprimere anche questo cambiamento d'immagine e si è presentato nel mezzo della notte a salutare l'arrivo della salme dei soldati, i parenti di uno di questi hanno dato il permesso per le riprese poi pervenute ai media.
L'amministrazione deve decidere nei prossimi mesi la nuova strategia per l'Afghanistan e Obama potrebbe decidere di inviare altre decine di migliaia di soldati sul teatro afgano, nonostante una stima recente ponga già a 12:1 il rapporto tra militari operativi americani e combattenti talebani, senza considerare l'apporto di un numero quasi equivalente di mercenari armati. La depressione degli alleati europei e lo scarso gradimento interno per la guerra in Afghanistan non lasciano spazio per le sfumature, la scelta è tra l'aumento delle truppe e un disimpegno significativo.
 

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mercoledì, 28 ottobre 2009

L'elastico afgano

 

Mentre le truppe pachistane attaccano i talebani nel Waziristan del Sud, continuando un'offensiva alla quale gli estremisti rispondono con sanguinosi attentati nelle grandi città pachistane, gli americani in Afghanistan si ritirano per l'inverno lasciando le province di frontiera nelle mani dei talebani. In Nuristan oggi è rimasta presidiata solo la capitale della provincia, mentre il resto del territorio è già tornato sotto il controllo talebano e vi resterà almeno fino alla prossima primavera.

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giovedì, 15 ottobre 2009

Afghanistan incerto, ma offesa certissima


Abdullah_Abdullah_2004-06-14-D-9880W-075L'Italia è stata accusata di aver pagato i talebani per stare tranquilla in Afghanistan, i partner nell'avventura non si sono scandalizzati per il fatto dei soldi, anche gli americani hanno pagato in Iraq come in Afghanistan e in Somalia e spesso fior di delinquenti. Il problema sarebbe nel fatto che non lo avremmo detto ai francesi, che ci hanno sostituito senza sapere che dovevano pagare per stare tranquilli e che
così si sono trovati in un posto per niente "pacificato", come sembrava che fosse durante la presenza italiana.

La questione, se il "difetto di comunicazione" fosse confermato, sarebbe in effetti spinosa, perché i francesi ci hanno perso dieci soldati in un attacco, prima di capire che la zona non era tranquilla.

Una negligenza imperdonabile da parte di qualcuno o una riservatezza troppo stupida per esser lecita, ma non sarebbe la prima volta che la lo smarrimento di un'informazione provoca vittime in guerra. Le accuse sono comunque pesanti e se fossero false vorrebbe dire che in Afghanistan non siamo più benvenuti, ma se sono vere è ugualmente un problema e si aprirebbero scenari simili a quelli che portarono alla cacciata del nostro contingente da Mogadiscio degli anni '90. In un caso o nell'altro, l'incidente sembra fornire un'occasione d'oro a quanti nel governo cercano da tempo una via d'uscita dal pantano afgano.

Intanto sembra che si siano messi d'accordo per dire finalmente che Karzai non ha ottenuto la maggioranza al primo turno elettorale (ormai lontano settimane) e che forse si andrà al ballottaggio con il principale concorrente, Abdullah Abdullah (nella foto), che si è detto contento. Anche se ci sono volute le dimissioni del rappresentante ONU Galbraith e la ribellione di numerose diplomazie per ottenere un secondo turno elettorale dopo che al primo avevano votato in pochi e i brogli erano stati tanto evidenti da suscitare lo scandalo internazionale.

Il problema è che se non fanno in fretta, entro i primi di novembre, il secondo turno si farà nella primavera prossima a causa del famoso e temibile inverno afgano. Intanto gli Stati Uniti procedono alla giornata, mandano 13.000 soldati che sono meno di quelli chiesti dai militari e si interrogano su opzioni spesso in contraddizione tra loro. Probabile che a Washington stiano meditando di svernare sulle attuali posizioni e di rimandare ogni decisione al nuovo anno, quando saranno più chiari anche gli sviluppi della situazione in Pakistan e magari si riuscirà a mettere insieme qualche piano sull'Afghanistan che riesca a trovare senso e consenso al prolungarsi
della missione internazionale.

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mercoledì, 30 settembre 2009

Galbraith via dall'ONU perché critica le elezioni afgane


Peter_W_GalbraithSembra che l'ONU sia d'accordo con gli Stati Uniti nel considerare Karzai il miglior (l'unico?) presidente possibile per l'Afghanistan. Le elezioni sono andate maluccio e ancora non se ne conoscono i risultati definitivi, a votare sono andati in pochi e i brogli sono stati troppi, lo hanno dichiarato anche i rappresentanti di alcuni paesi europei e anche la stessa ONU, per bocca del suo Rappresentante Speciale per L'Afghanistan, l'americano Peter W. Galbraith.

Proprio Galbraith è stato ieri messo alla porta, ufficialmente per contrasti con il suo superiore, il norvegese Kai Eide, che avrebbe preferito il silenzio sulle elezioni afgane, secondo lui materia esclusiva dell'Electoral Complaint Commission, pure sostenuta dall'ONU.

Se Eide invocava maggiore diplomazia e più tatto, il governo afgano lamentava l'eccessiva durezza di Galbraith. È appena il caso di ricordare che, oltre alle accuse di brogli diffusi, è un dato di fatto che a settimane dal voto afgano non ci siano ancora risultati ufficiali e i due principali contendenti non sanno ancora se si dovrà tenere un secondo turno e nemmeno se le elezioni siano da considerare valide o da rifare almeno in parte come sostenuto da molte cancellerie, anche occidentali.

In Afghanistan hanno letto la mossa come un sostegno a Karzai e subito il suo principale concorrente Abdullah Abdullah ha protestato. Nessuna protesta invece dagli Stati Uniti,
a sottolineare un sostanziale consenso, il Dipartimento di Stato ha detto che sono questioni dell'ONU.

Aggiornamento: Galbraith scrive una lettera al Washington Post nella quale spiega che le sue dimissioni non sono dovute al come l'ONU pensa di risolvere la questione dei brogli elettorali afgani, ma al se l'ONU intenda farlo. Nella lettera spiega anche le frodi elettorali di cui è stato testimone nel dettaglio.
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venerdì, 18 settembre 2009

Via dall'Afghanistan, La Russa resta con il cero in mano


lutto-larussaCon un occhio ai sondaggi, che per la guerra in Afghanistan registrano un gradimento bassissimo anche tra i loro sostenitori, i leader del centrodestra hanno reagito alla strage dei nostri soldati ribaltando la loro posizione nel giro di poche ore. Si sono però dimenticati di avvertire il Ministro della Difesa che in parlamento ha sparso retorica parlando degli italiani buoni e dei nemici vigliacchi e che si spinge a chiedere regole d'ingaggio più offensive e maggiore capacità di fuoco. Come se servissero a prevenire attacchi del genere.

La Russa sogna i nostri valorosi che danno la caccia agli afgani sulle montagne, il resto della sua coalizione non condivide questa libidine. Al suo discorso in Parlamento ha assistito solo un sesto dei parlamentari alla Camera, nemmeno quelli del suo partito. Per tenerlo buono da Vespa mandano un servizio sulla Folgore.

Berlusconi dice che ne ha già parlato con Obama (scoop) e Bossi che vuole tutti a casa per Natale. Anche Belpietro e una discreta teori di ceffi che fino a ieri si atteggiavano a guerrieri, dicono adesso che non ha più senso rimanere in Afghanistan.


Vespa schiera l'esperto (sempre lui) che dice i kamikaze giravano a caso e hanno trovato i nostri, dice di arrivare dall'Afghanistan. Poi tutti dicono che per sistemare l'Afghanistan ci vorranno anni e anni. Tutti sembrano ignorare le statistiche relative all'impegno in Afghanistan e fanno finta di cadere dal pero per l'improvvisa violenza contro i nostri ragazzi, ma tutti parlano e sostengono l'ipotesi del ritiro.

Falcidiata anche l'armata di quelli che parlavano di "missione di pace", quasi tutti questi se ne dimenticano o sostengono apertamente che sia una guerra, che non si può fare perché vietata dalla Costituzione.

Secchiate di cordoglio per i militari defunti, fino a ieri che morivano americani, canadesi ed inglesi nemmeno un cenno, figurarsi per gli afgani. Un'asimmetria che la dice lunga sulla sincerità di certe recite televisive.
Nessuno fa cenno al fatto che il Pentagono ha dichiarato che l'esplosivo usato negli agguati proviene dalle mine italiane, che sono state consegnate ai mujaheddin afgani dagli USA, per essere usate contro i russi, si parla di più di un milione di mine sparse nel paese o stoccate per il futuro dai guerrieri previdenti, ma son dettagli, in particolare per quelli che hanno accusato altri paesi "cattivi" di armare i talebani. Dimenticati anche i mercenari delle compagnie militari private occidentali, che sono più delle truppe regolari e che pur aumentati a dismisura nel numero, non hanno frenato la degenerazione dell'occupazione. Dettagli.

Anche negli Stati Uniti si parla ora di ritiro più di quanto non si parli di aumentare le truppe, sembra che Obama non riuscirà a schierare quanti ne ha annunciati e tutti si chiedono a cosa dovrebbero servire. Si pensa a un ritiro nelle basi come in Iraq e a controllare il paese dall'alto o in alternativa al disimpegno, niente La Russa in America. Qualcuno qui ha annusato l'aria, altri no.

La notizia è che tutti ormai danno per scontato il ritiro dall'Afghanistan, il fronte della menzogna è crollato, i grandi sostenitori della guerra hanno voltato gabbana, anche se non ammetteranno mai di aver avuto responsabilità in questo disastro, come non hanno ammesso alcuna responsabilità nemmeno per l'analoga avventura in Iraq.

Persino Vespa, che era pronto a prendersela con la cattiva "sinistra radicale" che si oppone alla missione, è sembrato spiazzato e ha giocato svogliatamente anche la carta della "minaccia islamica" che incomberebbe sul paese. La Russa vince a mani basse la palma dell'inadatto, nonostante il disperato tentativo di Rutelli che ha parlato
a vanvera di rafforzare la strategia e di rimanere per anni. La missione in Afghanistan sembra ormai sepolta. Qualcuno faccia un fischio ai ragazzi di Corriere e Repubblica e l'ultimo chiuda la porta.
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mercoledì, 02 settembre 2009

Ti ricordi dell'Iraq?


Nel nostro paese c'è ancora chi giustifica l'invasione dell'Iraq, negli Stati Uniti sono di meno e sono con le spalle al muro. Qui sotto un amico di Bush viene macellato da una serie di domande non addomesticate. Da noi la guerra in Iraq è già stata dimenticata e su quella in Afghanistan sembrano tutti d'accordo.




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Si parla anche delle falsità che hanno condotto alla guerra e si danno per acclarate, da noi non c'è stata traccia di dibattito o di pentimento, c'è anzi chi si è gloriato di aver ingannato i propri concittadini per facilitare l'impegno all'amministrazione Bush. Da noi siamo ancora alla TV occupata dai deficienti che annunciano l'invasione islamica e continuano a cercare d'impaurire gli italiani per poi offrire la loro interessata protezione. Come i mafiosi.

 



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giovedì, 02 luglio 2009

Bugie di guerra

Anche in Altrenotizie

Sembra impossibile, ma come d'incanto nel nostro paese le guerre non interessano più, nemmeno quelle nelle quali il nostro paese è coinvolto. Se la situazione in Afghanistan è tragica come non mai, nel nostro paese non c'è traccia di dibattito e Silvio Berlusconi ha potuto offrire all'alleato americano altri cinquecento uomini da mandare in zona di guerra senza che dal Parlamento, nemmeno dall'opposizione, si levasse una voce e senza alcun dibattito sui media. C'è da capirlo, Berlusconi, quando sacrifica i nostri militari per ottenere in cambio una foto con Obama che per mesi non l’ha ricevuto, ma è molto meno comprensibile che nel resto del paese l'Afghanistan sia caduto nell'oblio.

Stessa sorte per il Pakistan, dove ormai è guerra. Una guerra che ha già fatto più di duemila vittime tra i talebani e ha provocato la fuga di tre milioni di pakistani dalla valle dello Swat; profughi che non hanno ricevuto assistenza e si sono arrangiati grazie alla generosa ospitalità dei compatrioti, non hanno ricevuto assistenza dalle organizzazioni internazionali e nemmeno dal governo pakistano, che pure ha battuto cassa presso il Fondo Monetario Internazionale e a Washington, per pagarsi la guerra e spostare la scadenza dei debiti che rischiavano di trascinare il paese nel default. (Nella foto l'esodo di massa dalla valle dello Swat, evacuata e attaccata senza preavviso dall'esercito).

Pakistan-Swat-exodus-Peop-009L'unica notizia positiva dal Pakistan è che i pakistani sembrano aver finalmente deposto ogni simpatia per i “fratelli” talebani, che da quando hanno tradito gli accordi sulla valle dello Swat, cominciando la solita teoria di decapitazioni e proibizioni “islamiche”, sono entrati nell'immaginario pakistano come nemici e traditori con i quali é impossibile parlare e ai quali è meglio sparare. L'esercito ha capito l'antifona e non ci ha messo molto a ricacciarli verso il confine con l'Afghanistan e a provocare loro ingenti perdite, anche se il destino di questa ennesima guerra asimmetrica non è per nulla scontato, l'impegno dell'esercito pakistano, a lungo complice dei movimenti armati talebani, è la novità più rilevante dal 2001.

L'apertura di un secondo fronte al di là del passo del Khyber non ha però giovato all'Afghanistan, dove i talebani sono più attivi che mai e dove il governo è sempre più assediato a Kabul. Non giova nemmeno il periodo elettorale, così come non giova l'ormai scontata riconferma dell'inutile Karzai, che sembrava in disgrazia presso gli americani, ma che ha saputo muoversi bene, cooptando i possibili avversari ed emarginando chi osa sfidarlo alle urne. Gli americani hanno però in serbo un piano di riserva e anche se Karzai sarà eletto al suo terzo mandato, sembra ormai certo che comanderà meno di quanto non comandi ora, visto il probabile sbarco a Kabul dell'americano Khalilzad, già ambasciatore a Kabul e Baghdad, nella veste di super-ministro emanazione diretta dell'amministrazione Obama.

In attesa delle elezioni si susseguono le solite pessime notizie. Dal punto di vista militare i talebani sono attivi come non mai e se in Pakistan subiscono, rispondendo con attentati e omicidi dimostrativi, in Afghanistan controllano gran parte del paese e conducono operazioni militari in numero e intensità mai vista dal 2001, anno dell'attacco americano. Quasi otto anni di permanenza degli eserciti occidentali non hanno dato molto agli afgani, che ancora oggi non hanno un governo nel quale riconoscersi, non hanno visto traccia di sviluppo economico, sono ancora del tutto privi d’infrastrutture e sostanzialmente in balia di signori della guerra e comandanti talebani.

La decisione dell'amministrazione Obama di aprire un secondo fronte in Pakistan, assecondata obtorto collo dal debolissimo presidente Zardari, ha di fatto inaugurato una nuova guerra senza che l'iniziativa abbia per ora avuto riflessi positivi nel più ampio scacchiere che vede il confronto tra gli USA e gli alleati occidentali da una parte e la galassia dell'estremismo islamico dall'altra. Se in Afghanistan va male come non mai, anche in Iraq e in Somalia le sorti dei governi sostenuti da Washington sono incerte e i resoconti dal campo sono preoccupanti, nemmeno il finto ritiro dall'Iraq e l'ennesimo restyling del governo somalo sembrano aver migliorato la situazione, che registra invece una pericolosa deriva islamista anche in Yemen dove, nonostante l'aiuto delle vicine autocrazie della Penisola Arabica, il governo fatica sempre di più nel tenere a bada l'insorgenza islamica.

Otto anni dopo l'attacco all'Afghanistan si può ben dire che la situazione non è cambiata di una virgola e che la “war on terror” è sostanzialmente persa, visto che sul terreno la guerra è risultata invincibile, per i talebani come per gli Stati Uniti e gli alleati. Una situazione di stallo per la quale la prima potenza militare del mondo non riesce ad aver ragione della guerriglia talebana, che a sua volta non è in grado di sloggiare gli occupanti. Una situazione che si ripete identica sugli altri fronti, lasciando milioni di persone in balia di conflitti armati confusi quanto sanguinosi, senza che nessuno al mondo sembri avere le forza o l'interesse per tirare le fila delle questioni e andare verso una ricomposizione che permetta a quei paesi di riprendere un cammino di pace e sviluppo.

Otto anni dopo, la “democrazia” non è stata recapitata a destinazione e ormai non se ne parla più. Forse l'offesa più grande ai milioni di profughi e di morti che ha provocato l'azione americana successiva al 9/11, quando l'amministrazione Usa prese la palla al balzo per esercitarsi tragicamente nel ruolo di unica superpotenza mondiale, perdendo allo stesso tempo tre guerre, la reputazione internazionale, molte vite e una quantità impressionante di dollari. Un sacrificio enorme in nome dell'enorme ipocrisia con la quale l'amministrazione Bush ha travestito tragici interventi armati con la maschera dell'altruismo, rafforzando le autocrazie amiche e arricchendo in maniera oscena le corporation vicine all'amministrazione.

Un'ipocrisia dalla quale purtroppo nemmeno l'amministrazione Obama sembra volersi smarcare, perché al di là delle differenze retoriche la politica del nuovo presidente segue le orme della precedente, ricorrendo alla menzogna esattamente come chi l'ha preceduta. È andata così con Guantanamo, che rimane aperta, e va così in Iraq, dove tra poco gli americani dovrebbero ritirarsi dalle città irachene, ma dalle quali invece non si ritireranno affatto, prova ne sia che la base americana a Baghdad non si sposterà di un metro e l'impegno formale a ritiro sarà rispettato con un semplice tratto di penna:l'area della base di Baghdad infatti non farà più parte di Baghdad, è bastata una decisione amministrativa che ha sottratto l'area ai confini amministrativi della capitale irachena, non hanno spostato la base, hanno cambiato i confini della città. Capitale che continuerà così ad essere pesantemente presidiata dagli americani a dispetto dei proclami ufficiali, grazie alla base che non è più a Baghdad e grazie all'enorme ambasciata americana, che grazie all'extraterritorialità non è nemmeno su suolo iracheno.

Le guerre fondate sulla menzogna non possono certo risolversi grazie ad altre menzogne o perché la presidenza americana ha cambiato registro retorico, servirebbero piuttosto decisioni coraggiose e un disimpegno militare che per ora non sembra davvero in agenda, quali che fossero i motivi meno palesi (e reali) che hanno spinto gli USA in queste guerre, devono essere ancora straordinariamente attuali nei corridoi di Washington.

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mercoledì, 22 aprile 2009

In Pakistan va peggio che in Afghanistan, l'orrore avanza.

Se ne parla poco, non interessa a nessuno. Il fallimento afgano tracima in Pakistan, paese con più di cento milioni di abitanti e un robusto arsenale nucleare.

L'inetto Zardari, asceso al potere a ruota dell'assassinio della moglie ha perso completamente il controllo del paese, dell'economia e del territorio. Il radicalismo islamico conquista terreno ogni giorno, la valle di Swat, a poche decine di chilometri dalla capitale è nelle mani dei talebanni locali, il Balochistan è in rivolta e i due principali partiti politici si esibiscono in inutili balletti e giravolte.

In Pakistan, se possibile, va peggio che in Afghanistan e i fanatici islamici agiscono ormai incontrastati, resta solo da vedere quanto ancora tarderà lesercito a reagire e a riprendere il potere, dichiarando per l'ennesima volta che la classe politica non è in grado di fronteggiare la minaccia islamica.

Il video qui sotto è relativo allo sgozzamento di "spie" pakistane, sul sito dal quale proviene ce ne sono altri. In tutti, i fanatici decapitano militari e civili con un coltellaccio e alla fine sistemano le teste sui corpi delle vittime, in quella che sembra la ripetizione di una ritualità precisa. Consiglio vivamente di non guardare i video, decisamente crudi e impressionanti, l'elemento più rilevante contenuto nei video è comunque la giovane età dei carnefici, adolescenti o poco più, il resto è inutile orrore.




Un elemento, quello della giovane età dei carnefici, che testimonia quanto sia penetrabile il corpo sociale in un paese privo di scuole (mancano al 70% dei bambini pakistani), servizi sociali e, soprattutto, di una alternativa praticabile alla predicazione integralista. Una considerazione che anche l'Occidente dimentica troppo spesso, perseverando nella perversa convinzione che fenomeni del genere possano esser sconfitti in punta di fucile

credits:
orientalia4all.net

P.s.
Per restare in tema di torture, mentre negli Stati Uniti si discute animatamente se punire chi le ha autorizzate,  ecco che da un altro paese alleato giunge un  video nel quale uno sceicco della famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti tortura un uomo in presenza della polizia, che collabora alle torture. Secondo una nota ufficiale dell'EAU: "Tutte le regole, politiche e procedure sono state seguite correttamente dal Dipartimento di Polizia". Lo sceicco si chiama Issa bin Zayed al Nahyan, se non gli andate a genio sappiate che vi può frustare, buttare il sale sulle ferite, usare su di voi degli elettrodi e anche passarvi sopra con il suo SUV.



Un tipetto che sicuramente è accolto ovunque con tutti gli onori, le sue gesta le potete trovare sul sito dell'ABC a questo link, se youtube lo censura di nuovo:

Update: è stato messo in piedi un sito per attiirare l'attenzione sul caso: www.uaetorture.com, subito bannato dalla rete degli Emirati, mentre su Yahoo Video e su Youtube è in corso una sfida tra chi posta il video e gli amministratori dei due siti che lo rimuovono.

Ancora non si ha notizia sulle motivazioni della censura, ma sembra chiaro che ci siano pressioni, altrimenti non si capirebbe la censura di materiale tratto da una trasmissione informativa dell'ABC. In ogni caso i video sono ora tranquillamente raggiungibili qui.

http://www.abcnews.go.com/Blotter/story?id=7402099&page=1
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domenica, 01 marzo 2009

La situazione in Afghanistan


Nel 2001 gli americani hanno cacciato i talebani dall'Afghanistan, dietro di loro sono arrivati i militari di una quarantina di paesi, l'Onu e una pletora di ONG. Oggi nel 2009 sono messi così, con il talebano che nell'intervista qui sotto che prende in giro gli americani e con il presidente Karzai che cerca di anticipare le elezioni per non dare tempo agli americani di presentare un suo possibile sostituto.


 
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domenica, 28 dicembre 2008

Un'altra ideona per l'Afghanistan


Si chiama ASOP, acronimo che sta per Afghan Social Outreach Program, l'ultima idea del Pentagono per l'Afghanistan.

kabul_express_gallery_470x320Non si sa cosa ci sia di sociale, visto che il piano consiste nel fornire telefoni, radio e un fiume di denaro ai vari capi tribali in modo che formino milizie da schierare contro i talebani. Una tattica già vista in iraq, dove però è stata impiegata in un paio di province nelle quali i leader locali erano già stanchi dei qaedisti.

In Afghanistan, dove invece i talebani controllano la gran parte del territorio, le condizioni sono diverse e non si capisce su quali basi il Pentagono fondi la sua fiducia. Formare nuove milizie e nuovi signori della guerra non sembra un'idea risolutiva, ancora di più se il legame con il governo centrale sarà costruito esclusivamente sulla corruzione dei capi tribali, ma secondo il Pentagono la genialata dovrebbe addirittura convincere alcuni comandanti talebani a passare dalla parte del governo Karzai.

Un piano che pone molti dubbi, primo fra tutti quello fondato sull'esperienza che dice che in passato è sempre finita che le risorse distribuite in questo modo e a questi fini sono poi state impiegate proprio contro il governo Karzai e gli occidentali, come è successo per le migliaia di soldati formati ed armati e poi passati alla guerriglia con armi e bagagli.
Una preoccupante coazione a ripetere gli stessi errori, che segnala quanto le opzioni su come uscire dal pantano afgano siano ormai esaurite.
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lunedì, 17 novembre 2008

Afghanistan: Karzai vuol far la pace con il Mullah Omar

mullahOmarSmIl presidente afgano Karzai ha offerto l'immunità al famigerato Mullah Omar se questi vorrà partecipare ai colloqui di pace al quale lo stesso presidente lo ha invitato.

Karzai ha anche aggiunto che se Gli Stati Uniti o altri paesi occidentali sono in disaccordo, possono sempre lasciare il paese o rimuovere lui stesso dalla carica: "Se sento da lui che vuole venire in Afghanistan per negoziare la pace...io, come presidente dell'Afghanistan, farò qualsiasi cosa per garantire la sua protezione. Se dico che voglio protezione per il Mullah Omar,  allora la comunità internazionale ha due scelte: rimuovermi o lasciare il paese se non sono d'accordo. E sono buone entrambi. Se sarò rimosso per la pace in Afghanistan, sarò molto felice. Ma se non sono d'accordo possono andarsene. Ma non siamo ancora a qusto punto."


0806bush_karzaiSulla testa del Mullah Omar, un tempo massima autorità afgana sotto il dominio talebano e ancora oggi riconosciuto leader, pende ancora una taglia di decine di milioni di dollari e ancora oggi dovrebbe essere il principale obiettivo della caccia americana, il fatto che se ne parli poco dipende esclusivamente dal prolungato insuccesso nel perseguire la sua cattura.
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venerdì, 22 agosto 2008

Il Pakistan da Musharraf alla brace


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Con le dimissioni di Pervez Musharraf da presidente, si apre una nuova era per il Pakistan, non necessariamente migliore di quella conclusa con l'abbandono del potere conquistato nel 1999 con un colpo di stato. Musharraf non è stato il populista che ha incantato le folle e nemmeno è stato latore di particolari innovazioni ideologiche, ma piuttosto il rappresentante di una casta militare che si ritiene custode della repubblica pachistana, non diversamente che in Turchia. Buon amico degli USA, Musharraf emerge come capo dei temibili servizi pachistani (ISI) e prima ancora come loro comandante sul terreno afgano, durante la guerra per procura all'occupante sovietico. Sono gli anni nei quali al suo comando c'è un saudita destinato a diventare famoso: Osama Bin Laden. L'esercito pachistano è uno Stato nello Stato. Fin dalla fondazione del paese, allora diviso in East e West Pakistan dopo lo smembramento dell'impero coloniale britannico in Asia, ha assunto la tutela del paese contando su due fondamentali sostegni esterni, quello militare fornito dagli Stati Uniti e in misura minore dalla Cina, e quello economico assicurato dall'Arabia Saudita.

Il legame con gli americani risale ai tempi dell'indipendenza, quando cercando di affrancarsi dall'influenza coloniale i generali saltarono dalla pentola britannica alla rovente brace americana. Perno dell'anticomunismo in Asia meridionale, insieme all'Iran della monarchia Pahlevi, l'esercito pachistano ebbe licenza di uccidere dai governi statunitensi. Lo testimoniano le minute dei discorsi tra Nixon e Kissinger, recentemente pubblicate. Il dinamico duo riteneva pericolosi gli infidi indiani e per questo non esitò ad autorizzare il generale Yaya ad invadere l'East Pakistan (ora Bangleadesh) e a uccidere tre milioni di pachistani. Non deve quindi meravigliare che il tramonto di Bush coincida con la temporanea eclissi dei generali. Da allora le fortune dell'esercito pachistano sono state legate ai governi americani di segno repubblicano. Grandi fortune durante gli anni di Reagan e Bush I, periodi in ribasso durante le amministrazioni Carter e Clinton. Proprio durante il periodo di distanza precedente alla presidenza di Bush II, i militari pachistani hanno ballato da soli, ponendo le basi di quella che sarà la grande War on terror. Nel 1998, di fronte ad una amministrazione Clinton che spinge Benhazir Bhutto a prendere controllo del programma nucleare, i generali prendono il potere e rispondono palesando il segreto di Pulcinella: il Pakistan è una potenza atomica.

Con i finanziamenti di Iran, Libia ed Arabia Saudita e la collaborazione tecnica di molti paesi, anche occidentali, il programma per la “bomba atomica islamica” è giunto a completamento senza essere mai ostacolato dalle amministrazioni repubblicane, convinte che le atomiche degli amici islamici, come quelle degli amici ebraici, sarebbero state di grande giovamento nel bilanciare quelle “comuniste” o quelle indù. Quando nel 2003 si “scoprirà” che il Pakistan ha fornito materiali e ordigni nucleari proprio a Libia, Iran ed Arabia Saudita, la circostanza sarà passata in silenzio, visti gli (allora) ottimi rapporti con i tre paesi in questione. In quell’occasione Musharraf darà il meglio alla televisione, indicando lo scienziato A. Q. Kahn, padre della bomba atomica pachistana, come responsabile del traffico nucleare e, durante la stessa seguitissima trasmissione, annunciando di averlo “perdonato perché così chiedeva il popolo. Consequenziale la decisione di impedire qualsiasi interrogatorio di ufficiali o scienziati pachistani, con gli Stati Uniti che hanno dovuto ingoiare questa farsa, presto passata nel dimenticatoio. Dalla cacciata dei sovietici le istanze dei radicali accorsi alla liberazione dell'Afghanistan si materializzano nel governo dei Talebani prima e nelle minacce alle corrotte monarchie del Golfo poi. L'occidente e gli Stati Uniti in particolare diventano il nemico da sconfiggere dopo l'ateismo sovietico. L'accusa è la stessa: colonialismo. Di questo gli Usa non si curarono per lungo tempo, troppo assorti nell'ordire intrighi per influenzare lo scacchiere europeo.

Quando un gruppo di pakistani e sauditi mise a segno gli attentati dell'undici settembre 2001, il leader pachistano si trovò forse sulla più scomoda poltrona del pianeta. Quasi la metà dell'esercito pachistano era ed è vicino all'islamismo più radicale e, quando l'amministrazione americana gli ingiunse di collaborare pena “riportare il paese all'età della pietra”, seppe fare la cosa giusta ed assentire. Come lui fecero molti altri autocrati: tutti collaborarono con Washington contro i sovversivi qaedisti, dalla Siria, alla Libia, fino all'Iran, che giunse a supportare materialmente le invasioni di Iraq ed Afghanistan; non esistevano alternative e nemmeno gli “islamici” se ne scandalizzarono. Otto anni di equilibrismi che hanno dimostrano l'acume e l'applicazione di un uomo che è riuscito a rimanere al potere a cavallo di Bin Laden e Bush mentre sfuggiva a più di un attentato all'anno.

pakistan-fata-14C'è riuscito fino all'anno scorso, quando di fronte al fallimento del sesto anno d’occupazione dell'Afghanistan, Washington pensò di cercare un capro espiatorio diverso da Bush. Musharraf era accusato di fare il doppio gioco, accusa alimentata da una pantomima destinata a ripetersi ogni anno. Puntualmente, a primavera l'esercito pachistano assale le zone ad amministrazione tribale del Waziristan. Gli scontri finiscono regolarmente male per l'esercito, che “però” tornò a casa con un accordo secondo il quale i waziri si impegnavano a cacciare e non assistere i “terroristi” e i talebani. Formalmente buono per Washington e in realtà ottimo per i talebani, che si assicurarono la tranquillità in Pakistan e anche il denaro concesso ai capi tribali per fare loro siglare l'accordo.

L'esercito pachistano non ha mancato di fornire il suo contributo alla destabilizzazione dell'Afghanistan, che secondo la dottrina militare che si è dato, dovrebbe essere zona d'influenza esclusiva. Tanto hanno fatto che hanno fatto piangere il presidente afgano Karzai, apparso in lacrime alla televisione ad accusare i bruti. Umiliante è vedere oggi l'India entrare nelle grazie di Washington, ma ancora di più lo è vedere l'India preferita dai “fratelli” afgani. Purtroppo per tutti, il Pakistan non ha resistito al divenire a sua volta terreno quotidiano di scontro armato. Alla lunga i continui cambiamenti di fronte sono valsi a Musharraf l'ostilità degli antichi amici, che lo accusano di essere al soldo degli americani e di aver tradito gli interessi e l'onore dei pachistani, facendo la guerra ai fratelli di fede e la pace con cristiani ed indù, ancora accuse di doppio gioco. Dalle province di frontiera fino al Balochistan è montata un'avversione generale contro il governo.

Lo scontro con i radicali islamici ha raggiunto il punto di non ritorno con il massacro della Moschea Rossa dell'anno scorso, moltiplicando la violenza e le occasioni per la sua esplosione. I guerriglieri che per anni hanno presidiato il Kashmir contro gli odiati indù, sono schierati ora sul fronte contro i cristiani e i “nemici interni”. In Afghanistan se ne sono accorti perché sono apparsi sul teatro di guerra quegli stessi mortai che i kashmiri hanno usato per anni contro gli indiani. Gli effetti della globalizzazione imposta al paese hanno poi aggiunto benzina a quella che già era una polveriera. A fronte della tradizionale “crescita” dei corsi azionari che segue le liberalizzazioni, il Paese è sprofondato nella miseria e ha fatto passi da gigante nella classifica degli “stati falliti”. Oggi il Pakistan riesce ad assicurare l'istruzione inferiore solo al 30% dei suoi giovani, non c'è quindi da stupirsi del successo delle scuole coraniche, le uniche in grado di insegnare almeno a leggere e scrivere. Di fronte al rumoreggiare delle plebi affamate e alle critiche domestiche, gli astuti king-maker americani, provati dai giochetti di Musharraf, hanno pensato di offrire ai popoli l'immagine salvifica di Benhazir Bhutto, novella Madonna salvatrice. “Raise the dead” è il nome di questo genere di espediente.

Anche qui per i pachistani si è ripresentata la solita scelta calata dall'alto, tra la padella (Musharraf) e la brace (il partito della Bhutto). Non è chiaro se Musharraf abbia avuto un ruolo nei due attentati contemporanei che uccisero la Bhutto e risparmiarono il rivale Sharif appena rientrati dall'esilio, anche perché erano in troppi ad avere mezzi e motivi per uccidere i due ritornanti. Musharraf sembrò accettare il ritorno dei due ex leader falliti e notoriamente corrotti, preoccupandosi solo di ritagliare per sé il ruolo di presidente una volta smessa la divisa. Per fare questo non esitò a liberarsi dei giudici della Corte Suprema. C'era da graziare e riabilitare i leader rientranti dall'esilio da rendere eleggibile la Bhutto, nonostante la Costituzione ponesse il limite dei due mandati. C'era anche da rendere impunibile l'esercito e lo stesso Musharraf, operazione poco riuscita, dato che alla fine è rimasta aperta la strada per il suo impeachment.

Musharraf ha pesato i voti in Parlamento e di fronte all'inevitabilità della sconfitta ha accettato i “ponti d'oro” che gli erano stati offerti per favorirne la decisione. La sua uscita di scena consegna il Paese a previsioni più che pessimistiche. Al governo c'è il Partito Popolare retto dal marito di Benhazir Bhutto, Alì Zardari, detto “mister 10%” perché quella era la quota che esigeva su ogni contratto pubblico quando la moglie dirigeva il paese. A fornire sostegno esterno è Sharif, il rivale di sempre, con il suo partito-famiglia intitolato all'Islam. A dividere i due c'è tutto, dalla stima reciproca fino a temi caldi come se combattere o meno la guerra dell'Occidente. Nemmeno sulla restaurazione della Corte Costituzionale e del suo presidente Chaudry, fiore all'occhiello delle rispettive campagne elettorali, i due trovano ora un accordo, troppo è il timore che il ritorno dei giudici comporti anche il loro ritorno all'esilio o alla galera. Facile immaginare che i due nomineranno alla presidenza una figura di terza fila e che cercheranno di spartirsi la cosa pubblica senza farsi troppo male. Nessuno dei due sembra intenzionato a guerreggiare con talebani e compatrioti islamisti, nessuno dei due sembra in grado di soddisfare le aspettative statunitensi e ancora meno quelle dei pachistani. Probabilmente si apre ora per il Pakistan un periodo di lunghe negoziazioni attorno al nulla.

Se la storia insegna qualcosa e se la realtà è così deprimente, non diventa troppo difficile indicare il futuro leader pachistano nell'attuale capo dell'esercito, Parvez Kayani succeduto a Musharraf. Si tratta del suo delfino, già a capo dell'ISI e ben educato nelle scuole militari occidentali. Musharraf e gli altri generali hanno affidato a lui il comando militare e con esso il compito di vigilare sul ritorno ad un governo civile. Un'operazione che prelude alla relativa ripulitura dell'immagine dell'esercito, pronto tra pochi anni, se non mesi, a raccogliere i resti di un paese dilaniato da conflitti asprissimi, che ora viene affidato a un debole governo di corrotto, privo di qualsiasi progetto oltre la propria stessa permanenza al potere e l'arricchimento personale. La casta militare resta intoccabile, guardiana della Repubblica, ma soprattutto del dispositivo nucleare.

Numerosi studi statunitensi hanno concluso che gli USA non potrebbero prendere il controllo degli armamenti nucleari pachistani con la forza. La circostanza che tali studi circolino pubblicamente, suggerisce che i militari riceveranno da Musharraf le “chiavi” del nucleare, ora prerogativa presidenziale, che però non sarà certo trasferita al suo successore, essendo gli unici a poter garantire il controllo sull'intero sistema nucleare pachistano. L'arsenale nucleare si rivela così la principale garanzia per l'integrità del potere dell'esercito, dimostrandosi sulla distanza un investimento fruttuoso ben oltre i limiti suggeriti dalla propaganda.

Aggiornamento:

Con una mossa abbastanza a sorpresa il PPP sembra aver candidato Zardari a presidente. A rispondere alla candidatura una notizia dalla Svizzera, dove Zardari è sotto processo per alcune tangenti prese da ditte svizzere. Il portavoce di Zardari dice che il caso, motivato politicamente a suo avviso, è già stato chiuso, curiosamente i giudici svizzeri invece sono convinti di no.

NEW YORK, Aug 21: Asif Ali Zardari, co-chairman of Pakistan People’s Party, continues to remain under criminal investigation in Switzerland over allegations that he received kickbacks from two Swiss-based companies, the Newsweek reported on its website on Thursday, quoting a Swiss judge and two Swiss lawyers close to the case.

According to the report, Swiss legal sources, who requested anonymity, said that Mr Zardari, who always claimed that corruption allegations against him were politically motivated, might be using his growing political clout in Islamabad to pressurise Swiss authorities to curtail, or even close, their long-running investigation into his affairs.

The magazine says that Mr Zardari, through a spokeswoman, maintains that the probe is already closed. “Mr Zardari feels that you have been misinformed and that the case that you are referring to is closed,” wrote Farah Ispahani, in response to an email from Newsweek. “Please be careful about reporting something that may have been planted.”
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sabato, 08 marzo 2008

Così tortura un italiano


Edificante servizio della trasmissione " Le Iene" che ieri sera hanno mostrato la ricostruzione di un interrogatorio secondo le procedure che il nostro esercito adotta (anche) in Afghanistan contro i terroristi.

Nel servizio (visibile qui) uno dei componenti della squadra del fortunato programma si sottoponeva ad una versione light di una seduta di interrogatorio da parte di un uomo presentato come "specialista" nel campo.

L'uomo ha raccontato di aver ricevuto un addestramento specifico alla tortura secondo manuali (peraltro ben noti da tempo) in uso agli eserciti atlantici, così come ha spiegato che la ricostruzione in studio era chiaramente meno violenta di quando non sia in realtà.

Spettacolo impressionante per violenza anche nella versione edulcorata ad uso dimostrativo, che dimostra la rinuncia da parte dell'esercito di un paese (sedicente) democratico ai propri stessi principi fondanti, ma che fino ad ora non ha suscitato troppo rumore pur integrando un'ammissione diretta dell'esercizio della tortura da parte dei nostri militari.

Allo stesso modo ha avuto poca diffusione un video (visibile qui) nel quale si vede un militare americano in Iraq uccidere crudelmente un cucciolo lanciandolo in un burrone, un'altra discreta dimostrazione di assoluta mancanza di senso etico e di sensibilità umana da parte dei militari che l'Occidente ha mandato ad insegnare come si sta al mondo ai feroci saladini.

Probabilmente nessuno tra il migliaio di parlamentari che cercano l'elezione, incorpora una sensibilità superiore a quella dell'ufficiale italiano "esecutore" di interrogatori o del marine "portatore" di democrazia o forse, più semplicemente, visto che tutti hanno votato per queste missioni così povere di senso, preferiscono evitare l'argomento per sfuggire alle loro responsabilità.


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sabato, 12 gennaio 2008

A Kabul niente di nuovo

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Se in Italia esistessero cose simili alla libera stampa o se solo il personale politico non fosse in altre e personali faccende affaccendato, qualcuno avrebbe sicuramente chiesto al Presidente del Consiglio Prodi o al capo dell'opposizione quando finirà l'avventura militare italiana in Afghanistan. Probabilmente nessuno dei due poli avrebbe potuto fornire una risposta, neppure approssimativa, ma almeno il tema sarebbe stato posto. Può essere comprensibile che non ci sia un gran interesse a sollevare la questione della missione afgana, trattandosi di un fallimento epocale asseverato in maniera assolutamente bipartisan da una classe politica che spesso non sa dove sbattere la testa, ma che ha ben chiaro quanto le sia utile e vantaggioso attaccare i carri alla locomotiva di Washington. Del resto la domanda impertinente aprirebbe dibattiti che nessuno sembra veramente voler affrontare. Ci sarebbe da discutere sull'andamento dell'occupazione dell'Afghanistan, sulla partecipazione alla fallimentare “War on Terror” condotta dal presidente Bush, ma anche una discussione tutta italiana sul senso dell'interpretare uno schieramento con gli Usa, tanto acritico da apparire a tratti servile.

L'anno si è chiuso con pessime notizie dal fronte e con una richiesta da parte americana alla NATO per la fornitura di contingenti militari ancora più corposi, preferibilmente con regole d'ingaggio che renda loro possibile fare la guerra come fanno già altri contingenti e non solo presidiare in maniera passiva le zone di competenza come fanno alcuni contingenti europei, tra i quali il nostro. Richiesta che ha trovato sordi i paesi europei, ai quali ormai è chiaro che in terra afgana non potrà che consumarsi una sconfitta epocale, ma che allo stesso tempo non sanno come disimpegnare i propri uomini dal disastro provocato dalle tattiche dell'amministrazione Bush.

Sconfitta inevitabile, dal momento che tattiche e strategie sono state decise da un'amministrazione alla quale l'invasione afgana interessava solo come viatico a quella dell'Iraq. Divenuto presto un teatro di secondo piano l'Afghanistan è stato affidato ad un manipolo di affaristi e avventurieri, diventando ben presto un pozzo senza fondo nel quale venivano inghiottiti denari e vite umane senza alcun riscontro positivo. Con la consueta coazione a ripetere il masterplan americano per il 2008 in Afghanistan prevede ancora una volta un aumento dei contingenti e un bel po' d'ipocrisia.

L'amministrazione americana ha presentato al Congresso un progetto che, ipocritamente, si dice investirà più risorse nella “ricostruzione” che in armi: peccato che la “ricostruzione” in oggetto sia quella delle infrastrutture per lo scombinato esercito afgano e non a favore dei civili. Per parte del governo afgano, oltre a lamentare l'ingerenza pachistana, l'unica idea che è trapelata in Occidente è quella per la quale l'esercito afgano dovrebbe essere molto più dotato di quanto non previsto, in modo da assicurare la non-ingerenza dei paesi vicini negli affari afgani.

Tale e tanto sforzo di fantasia si riverserà su un teatro nel quale le forze occidentali sono sempre più impantanate e sgradite. Gran parte degli afgani che avevano salutato con favore la cacciata dei talebani comincia ora a chiedere che le forze d'occupazione se ne vadano. Intere province, conquistate facilmente con il gradimento delle popolazioni locali ai tempi dell'invasione, hanno ormai decretato la loro ostilità, più o meno palese, alle forze USA-NATO, rendendo loro di fatto impraticabile il territorio in metà del paese. Senza un orizzonte abbastanza chiaro le forze occidentali si trascinano così da una battaglia all'altra, mentre il governo locale controlla a malapena Kabul.

La resistenza afgana al contrario è in salute; salute che deriva dalla buon momento delle forze “islamiche” in Pakistan - sicura retrovia del conflitto - e dalla non-ostilità degli afgani ai guerriglieri di quella che ormai non è più e non è solo la guerra dei talebani all'Occidente. In Afghanistan nessuno ha vinto “i cuori e le menti” della popolazione, nella quale ora prevale un sentimento di sano scetticismo nei confronti degli uni e degli altri, pur in mancanza di qualsiasi speranza di affrancarsi dalle ingerenze e dalle interessate “tutele” straniere. Molto in salute è anche la coltivazione dell'oppio, inizialmente consentita dagli invasori e oggi molto difficile da riconvertire, almeno a sentire i portavoce della Nato. I talebani l'avevano vietata ed era scesa quasi a zero, dimostrazione ulteriore del consenso e del controllo del territorio del quale godevano e che gli occidentali hanno vanamente rincorso. La “War on drugs” è un'altra chimerica impresa che ha dissanguato inutilmente i contribuenti americani ed è stata persa da parecchio tempo; anche su questa sconfitta è calato un pietoso velo di silenzio.

Gli unici a parlare ormai, al di sopra del fragore delle armi e dell'annaspare di chi si trova sul campo, sono gli americani. I quali dicono chiaro e tondo che non cambieranno strategia e che la guerra in Afghanistan durerà ancora cinque o dieci anni, la stessa previsione di sei anni fa, quando nel 2001 Bush mosse guerra all'Afghanistan. Ad essere buoni significa che da allora non è stato fatto nulla, ma è vero il contrario: azioni politicamente sconsiderate hanno tragicamente peggiorato la situazione militare; il fideismo fintamente ideologico dei neo-conservatori ha bruciato ogni residua credibilità dell'amministrazione americana, ora preda di faide interne in attesa di vedere chi resterà con il cerino in mano.

Il 2008 comincia con pessime previsioni sulla missione militare italiana. Sarebbe cosa buona e giusta che si chiudesse con la certezza che il cerino afgano non rimarrà anche in mano italiana, bruciando inutilmente le vite dei nostri soldati e quel po' che rimane del rispetto per le istituzioni del nostro Paese.
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martedì, 11 dicembre 2007

Cosacce di guerra.


Negli Stati Uniti la Cia ha distrutto i video degli interrogatori con impiego della tortura. Dicono che si sentivano autorizzati da un parere legale, rilasciato da un team legale di una delle tante agenzie segrete ( il misterioso -Direttorato delle Operazioni- ) della stessa CIA. Dicono che se qualcuno gli avesse detto "non fatelo", i video esisterebbero ancora. Giustificazioni abbastanza deboli, ma si capisce che per la reputazione degli Stati Uniti i video delle torture a Guantanamo su Youtube non avrebbero aiutato, ma quei video sarebbero anche le "prove" a sostegno della detenzione di altri prigionieri. Distrutte quelle, come processare i "terroristi" che si dice di aver individuato grazie alle pratiche vietate?

La commissione d'inchiesta del Congresso dice che l'insieme delle giustificazioni formite nelle audizioni dalla CIA "non sembra essere vero".

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Anche in Israele è tempo di commissioni d'inchiesta. Un simpatico teatrino è la Commissione Winograd, che deve cercare di capire di chi è la colpa della rovinosa invasione del Libano l'anno scorso . L'ultima scenetta è la messa sotto accusa della censura militare, perchè la Commissione ha notato come  dai briefing tenuti da ufficiali dell'IDF, siano stati diffusi dati fin troppo dettagliati sulle operazioni in corso. Una spettacolarizzazione della guerra che non è piaciuta e che è potenzialmente rischiosissima. L'ufficio della censura militare, che dovrebbe visionare in anteprima i servizi giornalistici e controllare che non diffondano informazioni utili al nemico, però non ci sta. La giustificazione non fa una piega, "Nel corso degli anni il nostro organico è stato dimezzato, da 70 a 35 persone, solo 28 dei quali sono censori. Quando eravamo in 70 c'erano tre, forse quattro giornali. Oggigiorno c'è internet, ci sono le radio, le televisioni ed i giornali locali"..."era impossibile fare di più". Continuano intanto, come sempre, le incursioni violente a Gaza e l'espansione del muro e delle colonie in territorio palestinese, nello spirito che ha sostenuto il recente incontro di Annapolis.

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Nel vicino Egitto invece la commissione d'inchiesta sulle torture non la fanno proprio. Ci pensa allora Human Rigths Watch che denuncia una squallida operazione del governo Mubarak.
La dittatura egiziana avrebbe inventato dal nulla un gruppo terroristico cattivissimo, la Setta Vittoriosa, pronta a fare strage di turisti e a far saltare gli oleodotti. Per fermare la minaccia rappresentata dall'apparizione improvvisa di questa pericolosissima setta, Mubarak ha stracciato la costituzione a suo esclusivo favore e promulgato lo stato d'emergenza. Evidentemente i terribili "Fratelli Musulmani" in Egitto non fanno paura a nessuno, se il governo sente il bisogno di inventare la Setta Vittoriosa. Qualcuno lo dica a Magdi Allam e agli altri che da anni la menano con la pericolosità per l'Occidente di quelli che sono a tutti gli effetti dei perseguitati da uno sfacciato dittatore .

 HRW si è imbattuta nel caso perchè tutta la montatura si sarebbe basata su accuse false e su alcune "confessioni" estorte con la tortura. Banalmente tragica per casi come questi, la circostanza che vede 10 degli accusati, poi assolti dalla giustizia governativa, essere ancora detenuti non si sa dove. Per chi ha voglia c'è un bel dossier sul caso. Per la giustizia egiziana la misteriosa setta non è mai esistita, peccato invece che le leggi promulgate per "combattere " la setta invece continuino ad esistere eccome. I paesi occidentali sono sembrati poco interessati a questo genere di contrattempo locale.

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Dalla Somalia giunge la voce dell'ONU che chiede 406 milioni di dollari per il 2008, per coprire i costi degli aiuti nel paese. L'hanno scorso solo il 70% della somma richiesta è stata coperta. Secondo l'ONU la prima causa di morte tra i bambini nel paese è la diarrea, segutia dalla sottoalimentazione e dalla mancanza delle cure più elementari. Il nuovo premier che non governa ha detto che le agenzie umanitarie potranno soccorrere la popolazione; peccato che la "strategia" dell'esercito etiope in situazioni del genere preveda l'affamamento della popolazione civile. Fa lo stesso nella regione etiope dell'Ogaden contro cittadini etiopi, non è pensabile che si comporti più sportivamente con gli odiati somali. Negli ultimi giorni il mattatoio somalo ha lavorato a rilento, comincia a scarseggiare la materia prima, che preferisce disperdersi e rischiare la morte per fame che stare nelle zone sotto controllo etiope e subire violenze certissime.

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Dall'Iraq la scoperta di un database qaedista ha fornito uno spaccato interessante dei combattenti stranieri in Iraq. La maggioranza è rappresentata da sauditi (48%), seguiti dai libici (18%), yemeniti, algerini, marocchini, tunisini e giordani. Con grande sorpresa non c'è segno di un collegamento con Siria e Libano; pochissimi siriani e nessun libanese; niente Hezbollah. Ai sauditi non piace la sottomissione dei sunniti iracheni, ma ai sunniti iracheni sono diventati insopportabili gli stragisti clericali in nome di Allah. Così i combattenti stranieri adesso hanno qualche difficoltà ad entrare in Iraq e devono fare un lungo giro fino ad entrare dalla Siria. Bin Laden non sbagliava parlando di "errori" commessi dai suoi in Iraq, tali e tanti sono stati che ora anche per i combattenti stranieri "islamici" è diventato difficile stare in Iraq. Su 25.000 detenuti (sottostimati) in Iraq, solo l'1,2% sono stranieri, difficile pensare che possano esserci quindi i 10.000 "terroristi stranieri" stimati dagli USA, difficile anche credere alle notizie che parlano di migliaia di iraniani in azione in Iraq; nelle prigioni irachene ci sono solo 11 iraniani detenuti e nessuno per "terrorismo". L'Arabia Saudita ha detto che sta facendo il possibile per limitare l'afflusso di volontari, ma c'è da credere che tutti gli autocrati dei paesi di provenienza dei "terroristi" siano più che contenti di vederli sfogare in Iraq.

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In Afghanistan il governo dice che ci vorrebbe un esercito afgano di 200.000 uomini, ma la Nato risponde che bastano 70.000, che quasi sono tutti addestrati, tutti armati di mitra americani M16; e che l'esercito afghano sarà dotato di elicotteri e carri armati "world class", hanno proprio detto così. Intanto continua il gioco dell'elastico a Musa Qala, un'operazione congiunta tra americani e afgani ha cacciato gli occupanti talebani (qui sotto trovate la celebrazione grafica della vittoria) dalla cittadina. Il prossimo round a primavera. Nessun progresso invece  sul fronte delle infrastrutture.

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In Pakistan i piani americani per la sostituzione di Musharraf sono ancora dall'esito incerto, quanto è certo che le alternative non sono molto meglio del dittatore in carica. Dopo Benazir Bhutto è stato permesso il ritorno anche dell'esule Sharif. Si giocherà tutto sulla fedeltà del nuovo capo dell'esercito a Musharraf, se saprà resistere alle lusinghe e minacce che non saranno mancate nel lungo incontro con John Negroponte subito dopo la sua nomina, l'influenza dell'esercito sul paese durerà a lungo. L'ex capo dell'ISI, un fedelissimo, diventa la pedina più importante nel risiko pachistano. Il paese resta pervaso dalla violenza e molte aree del paese sono fuori dal controllo del governo centrale, situazione che ha portato il Pakistan a superare l'Afghanistan nella classifica dei "paesi falliti". A raffreddare gli animi, il generale Ashfaq Parvez Kayani, nuovo capo dell'esercito, ha dichiarato che il 2008 sarà "l'anno del soldato"; viatico perfetto per il ritorno ad una parvenza di democrazia

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A mettere la ciliegina sulla torta è arrivato stasera il Presidente della Repubblica, Giorgo Napolitano, il quale in visita a Bush ha affermato che gli Stati Uniti non possono essere lasciati soli nel "portare la pace"" "L'Italia e l'Europa vogliono assumersi le loro responsabilita' per mantenere la pace e la stabilita', come per promuovere la democrazia, noi non possiamo chiedere agli Usa di assumersi l'incarico di preoccuparsi della sicurezza internazionale, perche' questa e' un dovere di tutti e l'Unione europea deve essere all'altezza di questo compito". Tutto ciò dopo che Bush aveva appena finito di dire che anche se l'Iran non ha un programma nucleare militare: "Basta la conoscenza della tecnica di costruzione delle atomiche" per rendere pericoloso l'Iran." Cheney ha aggiunto:" Non tutti capiscono la minaccia della proliferazione nucleare in Iran o altrove, ma noi e i nostri alleati la comprendiamo bene e abbiamo il dovere di prevenirla.
Parole che suonano bizzarre e pretestuose, mera propaganda.

Oltre a Napolitano c'è rimasto ancora qualcuno là fuori, convinto che Bush e soci stiano promuovendo pace, stabilità e democrazia?
mercoledì, 28 novembre 2007

L'attentato peggiore in Afghanistan - negligenza


Il ministro dell'interno, Zarar Ahmad Moqbel, aveva confermato che almeno tre delle vittime dell'attentato nel Nord della provincia di Baghlan, il più sanguinoso fino ad ora, erano state medicate per ferite da armi da fuoco.

L'attentato esplosivo ad alcuni parlamentari si era risolto con la morte di 77 persone, tra le quali 60 bambini radunati per dare il benvenuto ai personaggi in visita ufficiale ( i numeri variano leggermente a seconda delle fonti). Anche sei parlamentari sono rimasti uccisi.

Ora una inchiesta ha rivelato che la verità è ancora più amara della versione fornita dal ministro, e sono volate accuse ben al d là della "negligenza" indicata dagli inquirenti.

La maggioranza delle vittime sono risultate uccise dalla reazione delle forze di sicurezza quel giorno. Non è la prima volta che dopo un'esplosione i militari presenti sparino su tutto quello che c'è; è capitato anche ai soldati americani in Iraq. Per ora non si capisce bene se la sicurezza fosse affidata a forze locali o appartenenti al contingente multinazionale, ma la prima ipotesi sembra la più plausibile.

Yunus Qanuni, speaker della camera bassa, ha denunciato come il governo afgano abbia ignorato le richieste di molti parlamentari in merito alla destituzione dei responsabili della sicurezza nella provincia, mentre davanti la Parlamento c'è stata una protesta in massa da parte dei parlamentari.

L'attentato non è stato rivendicato da alcun gruppo, la parte talebana ha smentito ogni paternità (nel corso dell'anno ha rivendicato 140 attentati con kamikaze). Circostanza che ha dato vita ad una serie di teorie cospirazioniste molto colorate.

A guidare la protesta sono stati gli ex signori della guerra dell'Alleanza del Nord, che da tempo protestano il fallimento del governo Karzai.

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sabato, 24 novembre 2007

L'investimento in Afghanistan chiede ancora sangue

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Una guerra non è una faccenda che si possa pianificare tanto facilmente, ancora meno è qualcosa che si possa analizzare con ottiche economiste. Le ultime guerre occidentali hanno dimostrato ancora una volta la considerazione che Bismark pose a premessa delle sue teorie belliche: di nessuna guerra, si può sapere prima come finirà. Si era capito fin da subito che in Afghanistan sarebbe finita male, ma gli ultimi eventi, tra i quali la morte di Daniele Paladini, caduto ieri in un agguato kamikaze ci dimostrano che potrebbe anche finire peggio.

 Militarmente semplicissima, la cacciata del governo talebano fu festeggiata con l’assassinio di qualche migliaio di prigionieri, abbandonati a morire chiusi dentro i container. A prendere l’amministrazione del paese fu un ex-dipendente di una compagnia petrolifera americana, alcuni ministeri furono affidati a signorotti feudali, tutti i ministeri furono sottomessi ad un imbarazzante controllo da parte americana e pachistana. Il povero Karzai si è ridotto a piangere in pubblico nel denunciare i danni che il Pakistan infligge al paese “fratello”, ma resta il sindaco di Kabul; una figura onoraria.

L’aver fondato l’invasione dell’Afghanistan sulla presunta alleanza con il Pakistan e sulla pretesa di escluderne dal governo l’etnia Pashtun, maggioritaria nel paese, sono state fin dall’inizio condizioni necessarie e sufficienti a garantire il fallimento; esattamente come lo è stata in Iraq la pretesa di impedire alla maggioranza sciita la presa del potere, imponendo governi minati dalla presenza di personaggi poco raccomandabili e che non rappresentano nessuno.

A pagare il prezzo del fallimento saranno gli afgani per primi e in grande numero, ma saranno anche i molti occidentali, decine di migliaia, che a vario titolo sono stati catapultati nel bel mezzo di un paese in guerra. Militari, giornalisti, operatori umanitari possono proteggersi relativamente nella quotidianità afgana, il problema è che le loro morti pesano nella gestione dell’economia di guerra. Uno dei presupposti del nuovo modello di guerra occidentale è che l’operatività bellica non sia palese. Per questo il governo Bush aveva proibito di fotografare le bare dei caduti. Un morto in casa è un brusco strappo a questa omertà accuratamente costruita e difesa.

Questi strappi cominciano a farsi troppo frequenti nel nostro Paese, ma è difficile pensare di essere vicini ad una frequenza critica che spinga in qualche modo a rompere l’unanimismo sul consenso alla missione ISAF. Ancora di più ora che il nostro Paese sta per assumerne il comando. L’unico dato positivo è che non c’è alcuna evidenza che gli italiani siano oggetto di particolare ostilità o che sia in atto una strategia mirata nei confronti del nostro contingente.Nell’occasione dell’attentato della settimana scorsa a una nostra pattuglia, fortunatamente senza gravi conseguenze, il portavoce talebano ha rivendicato l’attacco “agli americani”. Sembra lecito ritenere che ai montanari guerriglieri risulti difficile distinguere i vari contingenti, come peraltro è facile che non siano per nulla interessati a distinguere. Nel caso che ha portato alla morte di Daniele Paladini, l’attaccante sembra essere un pachistano interessato a colpire nel mucchio senza particolari preferenze.

“Molte delle vittime erano bambini, il piu' innocente e indifeso dei bersagli. Nulla può giustificare questo cosi' infido atto di vigliaccheria”, ha detto per l’ISAF il generale Branco. Posizione condivisibile e purtroppo applicabile anche a numerosi bombardamenti aerei di villaggi sospettati di nascondere i “terroristi”. La situazione è pessima anche perché i governi occidentali ed i loro alleati locali si sono mostrati all’altezza dei talebani quanto a crudeltà e insensibilità nei confronti delle vite dei civili e dei prigionieri.

Resta il fatto che il nostro contingente è in mezzo ad una guerra, una guerra che va maluccio nonostante le tattiche aggressive dispiegate nell’ultimo anno e nonostante sei lunghi anni di presenza nel paese. Non abbiamo vinto “i cuori e le menti” degli afgani, controlliamo una porzione sempre più piccola di territorio e l’Afghanistan è diventato ormai il teatro di una guerra di logoramento che non si potrà risolvere senza cambiamenti radicali nelle politiche occidentali. In questo scenario c’è poco da stupirsi se della cara vecchia “war on drugs” non se ne parla più, l’unica cosa che funziona in Afghanistan è la coltivazione dell’oppio; anche quest’anno se il tempo non si metterà di traverso, sarà battuto il record di sempre. Probabilmente non ci sono molte persone al mondo che sappiano quanti soldi sono stati spesi per la guerra alle droghe, cifre spaventose, multipli di quelli spesi per l’assistenza umanitaria, ma quasi tutti si sono ormai resi conto che la disponibilità ed il consumo delle “droghe” più disparate sono in aumento costante e ormai ubiqui; globalizzati.

Anche la war on terror volge ovunque al peggio, ma la fanfara suona ancora, qualcuno ha addirittura ventilato l’ipotesi che il “successo” in Iraq sia tenuto nascosto dalla sinistra che controlla i media. Nel mezzo di questo maestoso stravolgimento della realtà, utile almeno a farci concentrare sugli imminenti acquisti natalizi e a far gonfiare il PIL, le morti come quella di Paladini suonano come funebri rintocchi. Stravolgono le famiglie e le comunità di provenienza, offrono ai politici la possibilità di qualche dichiarazione educata e contrita che sarà dimenticata il giorno dopo; quando i media caleranno a succhiare avidamente qualsiasi “colore” dalla figura dell’eroe pianto dai suoi cari.

Ricordo le parole che Franco Frattini, all’epoca ministro del governo Berlusconi, pronunciò davanti al Parlamento, quindi non voce dal sen fuggita o equivocabile: “L’impegno italiano per la sicurezza internazionale è determinato da un calcolo razionale del nostro interesse; e ancora il nostro impegno nelle missioni di pace rappresenta un saldo investimento economico". Il sangue di Paladini e di quanti moriranno in Afghanistan è quello che ci siamo impiegati ad “investire” insieme al denaro ricavato dalla fiscalità generale. Molti continuano a considerare amorale questo investimento, soprattutto perché la gestione del post-medioevo talebano è stata fondata sull’inganno e sulla violenza; “valori” che ben difficilmente possono essere sposati da un Paese civile.

Qualcuno ha deciso che il prezzo della vita di Paladini e di molti altri è giusto. La necessità di pretendere che si mostrino i conti a supporto di questa affermazione molto approssimativa, dovrebbe essere evidente, ma difficilmente si troverà qualcuno a discutere di questa materia.

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categoria: afghanistan, war on terror


domenica, 04 novembre 2007

in Afghanistan spunta la cannabis

 

Per una delle tante licenze ironiche che la storia si è presa nei riguardi delle sciocche aspirazioni umane, l’ultimo anno di governo talebano dell’Afghanistan ha coinciso con la quasi completa cancellazione della coltivazione dell’oppio in Afghanistan, mentre l’ultimo anno di governo dell’Afghanistan da parte del presidente Karzai e dei suoi alleati ha coinciso con il raggiungimento di un record di produzione mai toccato prima.

Con la coltivazione del papavero da oppio gli afgani sostanzialmente si mantengono in vita, visto che altre alternative economiche non ne hanno e che dopo oltre cinque anni di “aiuti” occidentali sono forse più poveri di prima. Con il commercio dell’oppio si arricchiscono invece i trafficanti ad ogni latitudine e con il suo controllo l’opposizione a Karzai ci paga la guerra.

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Per risolvere questa incresciosa situazione fino ad ora era stata proposta una sola alternativa, cioè la coltivazione di oppio da conferire alle industrie farmaceutiche per la produzione di farmaci. Proposta inconsistente, prima di tutto perché non assicurerebbe un reddito equivalente ai contadini afgani e secondariamente perché non esiste al mondo una domanda sufficiente ad assorbire una produzione come quella afgana. Come al solito però la proposta più stupida è quella che viene accolta con maggior favore dai media e fino ad oggi è l’unica rimasta sul terreno.

In Afghanistan, nei dintorni di Mazar-i-Sharif, nella zona di Balkh, non si coltiva più oppio. Le coltivazioni di oppio sono state proibite, ma il governatore locale ha tollerato la coltivazione della cannabis. La cannabis è una coltura storicamente afgana e sembra essere l’unica veramente alternativa a quella del papavero da oppio. La cannabis assicura una resa economica doppia rispetto al cotone, una delle colture proposte ufficialmente in alternativa ai contadini afgani, e richiede meno acqua e meno spese.

mini.phpLe coltivazioni non sono certo un segreto, tanto che i soldati canadesi si sono detti in difficoltà perché i “talebani” ora si nasconderebbero nelle “foreste di marijuana”. Il generale canadese Rick Hillier ha detto che dopo alcuni tentativi di bruciare i campi, tentativi che hanno presentato controindicazioni operative, i soldati canadesi si sono adeguati e ora hanno imparato ad usare le piantagioni di cannabis per nascondersi e per camuffare i loro tank.

Il governatore della provincia è soddisfatto e dice che quando l’anno prossimo arriveranno i soldi promessi dalla comunità internazionale e dal governo, sarà molto facile distruggere le piantagioni di cannabis, più facile che eradicare quelle di papavero da oppio.

I contadini locali restano diffidenti e dicono che se non arriveranno soldi ripianteranno cannabis; o oppio.

La coltura della cannabis ha una tradizione di oltre 70 anni nella zona e si calcola che il 50% dei locali ne faccia uso. Famoso è lo Shirak-i-Mazar, il “latte di Mazar”, una varietà di hashish prodotta localmente e rinomata anche all’estero.

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categoria: afghanistan, war on terror, antipro, drug economy


domenica, 23 settembre 2007

L'Afghanistan va così.


Da oggi, grazie alla sparizione di due soldati italiani, rivamperà l'attenzione per l'Afghanistan e se ne sentiranno di tutti i colori. Per capire come sia messo il paese dopo sei anni di permanenza del "mondo libero", basta molto poco. Ad esempio un articolo apparso sul sito della BBC, che racconta come l'oppio si venda in grandi quantità nei bazar afgani.

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