mazzetta

Ce la possiamo fare...
sabato, 08 marzo 2008

Così tortura un italiano


Edificante servizio della trasmissione " Le Iene" che ieri sera hanno mostrato la ricostruzione di un interrogatorio secondo le procedure che il nostro esercito adotta (anche) in Afghanistan contro i terroristi.

Nel servizio (visibile qui) uno dei componenti della squadra del fortunato programma si sottoponeva ad una versione light di una seduta di interrogatorio da parte di un uomo presentato come "specialista" nel campo.

L'uomo ha raccontato di aver ricevuto un addestramento specifico alla tortura secondo manuali (peraltro ben noti da tempo) in uso agli eserciti atlantici, così come ha spiegato che la ricostruzione in studio era chiaramente meno violenta di quando non sia in realtà.

Spettacolo impressionante per violenza anche nella versione edulcorata ad uso dimostrativo, che dimostra la rinuncia da parte dell'esercito di un paese (sedicente) democratico ai propri stessi principi fondanti, ma che fino ad ora non ha suscitato troppo rumore pur integrando un'ammissione diretta dell'esercizio della tortura da parte dei nostri militari.

Allo stesso modo ha avuto poca diffusione un video (visibile qui) nel quale si vede un militare americano in Iraq uccidere crudelmente un cucciolo lanciandolo in un burrone, un'altra discreta dimostrazione di assoluta mancanza di senso etico e di sensibilità umana da parte dei militari che l'Occidente ha mandato ad insegnare come si sta al mondo ai feroci saladini.

Probabilmente nessuno tra il migliaio di parlamentari che cercano l'elezione, incorpora una sensibilità superiore a quella dell'ufficiale italiano "esecutore" di interrogatori o del marine "portatore" di democrazia o forse, più semplicemente, visto che tutti hanno votato per queste missioni così povere di senso, preferiscono evitare l'argomento per sfuggire alle loro responsabilità.


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sabato, 12 gennaio 2008

A Kabul niente di nuovo

Anche in Altrenotizie

Se in Italia esistessero cose simili alla libera stampa o se solo il personale politico non fosse in altre e personali faccende affaccendato, qualcuno avrebbe sicuramente chiesto al Presidente del Consiglio Prodi o al capo dell'opposizione quando finirà l'avventura militare italiana in Afghanistan. Probabilmente nessuno dei due poli avrebbe potuto fornire una risposta, neppure approssimativa, ma almeno il tema sarebbe stato posto. Può essere comprensibile che non ci sia un gran interesse a sollevare la questione della missione afgana, trattandosi di un fallimento epocale asseverato in maniera assolutamente bipartisan da una classe politica che spesso non sa dove sbattere la testa, ma che ha ben chiaro quanto le sia utile e vantaggioso attaccare i carri alla locomotiva di Washington. Del resto la domanda impertinente aprirebbe dibattiti che nessuno sembra veramente voler affrontare. Ci sarebbe da discutere sull'andamento dell'occupazione dell'Afghanistan, sulla partecipazione alla fallimentare “War on Terror” condotta dal presidente Bush, ma anche una discussione tutta italiana sul senso dell'interpretare uno schieramento con gli Usa, tanto acritico da apparire a tratti servile.

L'anno si è chiuso con pessime notizie dal fronte e con una richiesta da parte americana alla NATO per la fornitura di contingenti militari ancora più corposi, preferibilmente con regole d'ingaggio che renda loro possibile fare la guerra come fanno già altri contingenti e non solo presidiare in maniera passiva le zone di competenza come fanno alcuni contingenti europei, tra i quali il nostro. Richiesta che ha trovato sordi i paesi europei, ai quali ormai è chiaro che in terra afgana non potrà che consumarsi una sconfitta epocale, ma che allo stesso tempo non sanno come disimpegnare i propri uomini dal disastro provocato dalle tattiche dell'amministrazione Bush.

Sconfitta inevitabile, dal momento che tattiche e strategie sono state decise da un'amministrazione alla quale l'invasione afgana interessava solo come viatico a quella dell'Iraq. Divenuto presto un teatro di secondo piano l'Afghanistan è stato affidato ad un manipolo di affaristi e avventurieri, diventando ben presto un pozzo senza fondo nel quale venivano inghiottiti denari e vite umane senza alcun riscontro positivo. Con la consueta coazione a ripetere il masterplan americano per il 2008 in Afghanistan prevede ancora una volta un aumento dei contingenti e un bel po' d'ipocrisia.

L'amministrazione americana ha presentato al Congresso un progetto che, ipocritamente, si dice investirà più risorse nella “ricostruzione” che in armi: peccato che la “ricostruzione” in oggetto sia quella delle infrastrutture per lo scombinato esercito afgano e non a favore dei civili. Per parte del governo afgano, oltre a lamentare l'ingerenza pachistana, l'unica idea che è trapelata in Occidente è quella per la quale l'esercito afgano dovrebbe essere molto più dotato di quanto non previsto, in modo da assicurare la non-ingerenza dei paesi vicini negli affari afgani.

Tale e tanto sforzo di fantasia si riverserà su un teatro nel quale le forze occidentali sono sempre più impantanate e sgradite. Gran parte degli afgani che avevano salutato con favore la cacciata dei talebani comincia ora a chiedere che le forze d'occupazione se ne vadano. Intere province, conquistate facilmente con il gradimento delle popolazioni locali ai tempi dell'invasione, hanno ormai decretato la loro ostilità, più o meno palese, alle forze USA-NATO, rendendo loro di fatto impraticabile il territorio in metà del paese. Senza un orizzonte abbastanza chiaro le forze occidentali si trascinano così da una battaglia all'altra, mentre il governo locale controlla a malapena Kabul.

La resistenza afgana al contrario è in salute; salute che deriva dalla buon momento delle forze “islamiche” in Pakistan - sicura retrovia del conflitto - e dalla non-ostilità degli afgani ai guerriglieri di quella che ormai non è più e non è solo la guerra dei talebani all'Occidente. In Afghanistan nessuno ha vinto “i cuori e le menti” della popolazione, nella quale ora prevale un sentimento di sano scetticismo nei confronti degli uni e degli altri, pur in mancanza di qualsiasi speranza di affrancarsi dalle ingerenze e dalle interessate “tutele” straniere. Molto in salute è anche la coltivazione dell'oppio, inizialmente consentita dagli invasori e oggi molto difficile da riconvertire, almeno a sentire i portavoce della Nato. I talebani l'avevano vietata ed era scesa quasi a zero, dimostrazione ulteriore del consenso e del controllo del territorio del quale godevano e che gli occidentali hanno vanamente rincorso. La “War on drugs” è un'altra chimerica impresa che ha dissanguato inutilmente i contribuenti americani ed è stata persa da parecchio tempo; anche su questa sconfitta è calato un pietoso velo di silenzio.

Gli unici a parlare ormai, al di sopra del fragore delle armi e dell'annaspare di chi si trova sul campo, sono gli americani. I quali dicono chiaro e tondo che non cambieranno strategia e che la guerra in Afghanistan durerà ancora cinque o dieci anni, la stessa previsione di sei anni fa, quando nel 2001 Bush mosse guerra all'Afghanistan. Ad essere buoni significa che da allora non è stato fatto nulla, ma è vero il contrario: azioni politicamente sconsiderate hanno tragicamente peggiorato la situazione militare; il fideismo fintamente ideologico dei neo-conservatori ha bruciato ogni residua credibilità dell'amministrazione americana, ora preda di faide interne in attesa di vedere chi resterà con il cerino in mano.

Il 2008 comincia con pessime previsioni sulla missione militare italiana. Sarebbe cosa buona e giusta che si chiudesse con la certezza che il cerino afgano non rimarrà anche in mano italiana, bruciando inutilmente le vite dei nostri soldati e quel po' che rimane del rispetto per le istituzioni del nostro Paese.
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martedì, 11 dicembre 2007

Cosacce di guerra.


Negli Stati Uniti la Cia ha distrutto i video degli interrogatori con impiego della tortura. Dicono che si sentivano autorizzati da un parere legale, rilasciato da un team legale di una delle tante agenzie segrete ( il misterioso -Direttorato delle Operazioni- ) della stessa CIA. Dicono che se qualcuno gli avesse detto "non fatelo", i video esisterebbero ancora. Giustificazioni abbastanza deboli, ma si capisce che per la reputazione degli Stati Uniti i video delle torture a Guantanamo su Youtube non avrebbero aiutato, ma quei video sarebbero anche le "prove" a sostegno della detenzione di altri prigionieri. Distrutte quelle, come processare i "terroristi" che si dice di aver individuato grazie alle pratiche vietate?

La commissione d'inchiesta del Congresso dice che l'insieme delle giustificazioni formite nelle audizioni dalla CIA "non sembra essere vero".

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Anche in Israele è tempo di commissioni d'inchiesta. Un simpatico teatrino è la Commissione Winograd, che deve cercare di capire di chi è la colpa della rovinosa invasione del Libano l'anno scorso . L'ultima scenetta è la messa sotto accusa della censura militare, perchè la Commissione ha notato come  dai briefing tenuti da ufficiali dell'IDF, siano stati diffusi dati fin troppo dettagliati sulle operazioni in corso. Una spettacolarizzazione della guerra che non è piaciuta e che è potenzialmente rischiosissima. L'ufficio della censura militare, che dovrebbe visionare in anteprima i servizi giornalistici e controllare che non diffondano informazioni utili al nemico, però non ci sta. La giustificazione non fa una piega, "Nel corso degli anni il nostro organico è stato dimezzato, da 70 a 35 persone, solo 28 dei quali sono censori. Quando eravamo in 70 c'erano tre, forse quattro giornali. Oggigiorno c'è internet, ci sono le radio, le televisioni ed i giornali locali"..."era impossibile fare di più". Continuano intanto, come sempre, le incursioni violente a Gaza e l'espansione del muro e delle colonie in territorio palestinese, nello spirito che ha sostenuto il recente incontro di Annapolis.

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Nel vicino Egitto invece la commissione d'inchiesta sulle torture non la fanno proprio. Ci pensa allora Human Rigths Watch che denuncia una squallida operazione del governo Mubarak.
La dittatura egiziana avrebbe inventato dal nulla un gruppo terroristico cattivissimo, la Setta Vittoriosa, pronta a fare strage di turisti e a far saltare gli oleodotti. Per fermare la minaccia rappresentata dall'apparizione improvvisa di questa pericolosissima setta, Mubarak ha stracciato la costituzione a suo esclusivo favore e promulgato lo stato d'emergenza. Evidentemente i terribili "Fratelli Musulmani" in Egitto non fanno paura a nessuno, se il governo sente il bisogno di inventare la Setta Vittoriosa. Qualcuno lo dica a Magdi Allam e agli altri che da anni la menano con la pericolosità per l'Occidente di quelli che sono a tutti gli effetti dei perseguitati da uno sfacciato dittatore .

 HRW si è imbattuta nel caso perchè tutta la montatura si sarebbe basata su accuse false e su alcune "confessioni" estorte con la tortura. Banalmente tragica per casi come questi, la circostanza che vede 10 degli accusati, poi assolti dalla giustizia governativa, essere ancora detenuti non si sa dove. Per chi ha voglia c'è un bel dossier sul caso. Per la giustizia egiziana la misteriosa setta non è mai esistita, peccato invece che le leggi promulgate per "combattere " la setta invece continuino ad esistere eccome. I paesi occidentali sono sembrati poco interessati a questo genere di contrattempo locale.

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Dalla Somalia giunge la voce dell'ONU che chiede 406 milioni di dollari per il 2008, per coprire i costi degli aiuti nel paese. L'hanno scorso solo il 70% della somma richiesta è stata coperta. Secondo l'ONU la prima causa di morte tra i bambini nel paese è la diarrea, segutia dalla sottoalimentazione e dalla mancanza delle cure più elementari. Il nuovo premier che non governa ha detto che le agenzie umanitarie potranno soccorrere la popolazione; peccato che la "strategia" dell'esercito etiope in situazioni del genere preveda l'affamamento della popolazione civile. Fa lo stesso nella regione etiope dell'Ogaden contro cittadini etiopi, non è pensabile che si comporti più sportivamente con gli odiati somali. Negli ultimi giorni il mattatoio somalo ha lavorato a rilento, comincia a scarseggiare la materia prima, che preferisce disperdersi e rischiare la morte per fame che stare nelle zone sotto controllo etiope e subire violenze certissime.

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Dall'Iraq la scoperta di un database qaedista ha fornito uno spaccato interessante dei combattenti stranieri in Iraq. La maggioranza è rappresentata da sauditi (48%), seguiti dai libici (18%), yemeniti, algerini, marocchini, tunisini e giordani. Con grande sorpresa non c'è segno di un collegamento con Siria e Libano; pochissimi siriani e nessun libanese; niente Hezbollah. Ai sauditi non piace la sottomissione dei sunniti iracheni, ma ai sunniti iracheni sono diventati insopportabili gli stragisti clericali in nome di Allah. Così i combattenti stranieri adesso hanno qualche difficoltà ad entrare in Iraq e devono fare un lungo giro fino ad entrare dalla Siria. Bin Laden non sbagliava parlando di "errori" commessi dai suoi in Iraq, tali e tanti sono stati che ora anche per i combattenti stranieri "islamici" è diventato difficile stare in Iraq. Su 25.000 detenuti (sottostimati) in Iraq, solo l'1,2% sono stranieri, difficile pensare che possano esserci quindi i 10.000 "terroristi stranieri" stimati dagli USA, difficile anche credere alle notizie che parlano di migliaia di iraniani in azione in Iraq; nelle prigioni irachene ci sono solo 11 iraniani detenuti e nessuno per "terrorismo". L'Arabia Saudita ha detto che sta facendo il possibile per limitare l'afflusso di volontari, ma c'è da credere che tutti gli autocrati dei paesi di provenienza dei "terroristi" siano più che contenti di vederli sfogare in Iraq.

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In Afghanistan il governo dice che ci vorrebbe un esercito afgano di 200.000 uomini, ma la Nato risponde che bastano 70.000, che quasi sono tutti addestrati, tutti armati di mitra americani M16; e che l'esercito afghano sarà dotato di elicotteri e carri armati "world class", hanno proprio detto così. Intanto continua il gioco dell'elastico a Musa Qala, un'operazione congiunta tra americani e afgani ha cacciato gli occupanti talebani (qui sotto trovate la celebrazione grafica della vittoria) dalla cittadina. Il prossimo round a primavera. Nessun progresso invece  sul fronte delle infrastrutture.

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In Pakistan i piani americani per la sostituzione di Musharraf sono ancora dall'esito incerto, quanto è certo che le alternative non sono molto meglio del dittatore in carica. Dopo Benazir Bhutto è stato permesso il ritorno anche dell'esule Sharif. Si giocherà tutto sulla fedeltà del nuovo capo dell'esercito a Musharraf, se saprà resistere alle lusinghe e minacce che non saranno mancate nel lungo incontro con John Negroponte subito dopo la sua nomina, l'influenza dell'esercito sul paese durerà a lungo. L'ex capo dell'ISI, un fedelissimo, diventa la pedina più importante nel risiko pachistano. Il paese resta pervaso dalla violenza e molte aree del paese sono fuori dal controllo del governo centrale, situazione che ha portato il Pakistan a superare l'Afghanistan nella classifica dei "paesi falliti". A raffreddare gli animi, il generale Ashfaq Parvez Kayani, nuovo capo dell'esercito, ha dichiarato che il 2008 sarà "l'anno del soldato"; viatico perfetto per il ritorno ad una parvenza di democrazia

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A mettere la ciliegina sulla torta è arrivato stasera il Presidente della Repubblica, Giorgo Napolitano, il quale in visita a Bush ha affermato che gli Stati Uniti non possono essere lasciati soli nel "portare la pace"" "L'Italia e l'Europa vogliono assumersi le loro responsabilita' per mantenere la pace e la stabilita', come per promuovere la democrazia, noi non possiamo chiedere agli Usa di assumersi l'incarico di preoccuparsi della sicurezza internazionale, perche' questa e' un dovere di tutti e l'Unione europea deve essere all'altezza di questo compito". Tutto ciò dopo che Bush aveva appena finito di dire che anche se l'Iran non ha un programma nucleare militare: "Basta la conoscenza della tecnica di costruzione delle atomiche" per rendere pericoloso l'Iran." Cheney ha aggiunto:" Non tutti capiscono la minaccia della proliferazione nucleare in Iran o altrove, ma noi e i nostri alleati la comprendiamo bene e abbiamo il dovere di prevenirla.
Parole che suonano bizzarre e pretestuose, mera propaganda.

Oltre a Napolitano c'è rimasto ancora qualcuno là fuori, convinto che Bush e soci stiano promuovendo pace, stabilità e democrazia?
mercoledì, 28 novembre 2007

L'attentato peggiore in Afghanistan - negligenza


Il ministro dell'interno, Zarar Ahmad Moqbel, aveva confermato che almeno tre delle vittime dell'attentato nel Nord della provincia di Baghlan, il più sanguinoso fino ad ora, erano state medicate per ferite da armi da fuoco.

L'attentato esplosivo ad alcuni parlamentari si era risolto con la morte di 77 persone, tra le quali 60 bambini radunati per dare il benvenuto ai personaggi in visita ufficiale ( i numeri variano leggermente a seconda delle fonti). Anche sei parlamentari sono rimasti uccisi.

Ora una inchiesta ha rivelato che la verità è ancora più amara della versione fornita dal ministro, e sono volate accuse ben al d là della "negligenza" indicata dagli inquirenti.

La maggioranza delle vittime sono risultate uccise dalla reazione delle forze di sicurezza quel giorno. Non è la prima volta che dopo un'esplosione i militari presenti sparino su tutto quello che c'è; è capitato anche ai soldati americani in Iraq. Per ora non si capisce bene se la sicurezza fosse affidata a forze locali o appartenenti al contingente multinazionale, ma la prima ipotesi sembra la più plausibile.

Yunus Qanuni, speaker della camera bassa, ha denunciato come il governo afgano abbia ignorato le richieste di molti parlamentari in merito alla destituzione dei responsabili della sicurezza nella provincia, mentre davanti la Parlamento c'è stata una protesta in massa da parte dei parlamentari.

L'attentato non è stato rivendicato da alcun gruppo, la parte talebana ha smentito ogni paternità (nel corso dell'anno ha rivendicato 140 attentati con kamikaze). Circostanza che ha dato vita ad una serie di teorie cospirazioniste molto colorate.

A guidare la protesta sono stati gli ex signori della guerra dell'Alleanza del Nord, che da tempo protestano il fallimento del governo Karzai.

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sabato, 24 novembre 2007

L'investimento in Afghanistan chiede ancora sangue

anche in Altrenotizie


Una guerra non è una faccenda che si possa pianificare tanto facilmente, ancora meno è qualcosa che si possa analizzare con ottiche economiste. Le ultime guerre occidentali hanno dimostrato ancora una volta la considerazione che Bismark pose a premessa delle sue teorie belliche: di nessuna guerra, si può sapere prima come finirà. Si era capito fin da subito che in Afghanistan sarebbe finita male, ma gli ultimi eventi, tra i quali la morte di Daniele Paladini, caduto ieri in un agguato kamikaze ci dimostrano che potrebbe anche finire peggio.

 Militarmente semplicissima, la cacciata del governo talebano fu festeggiata con l’assassinio di qualche migliaio di prigionieri, abbandonati a morire chiusi dentro i container. A prendere l’amministrazione del paese fu un ex-dipendente di una compagnia petrolifera americana, alcuni ministeri furono affidati a signorotti feudali, tutti i ministeri furono sottomessi ad un imbarazzante controllo da parte americana e pachistana. Il povero Karzai si è ridotto a piangere in pubblico nel denunciare i danni che il Pakistan infligge al paese “fratello”, ma resta il sindaco di Kabul; una figura onoraria.

L’aver fondato l’invasione dell’Afghanistan sulla presunta alleanza con il Pakistan e sulla pretesa di escluderne dal governo l’etnia Pashtun, maggioritaria nel paese, sono state fin dall’inizio condizioni necessarie e sufficienti a garantire il fallimento; esattamente come lo è stata in Iraq la pretesa di impedire alla maggioranza sciita la presa del potere, imponendo governi minati dalla presenza di personaggi poco raccomandabili e che non rappresentano nessuno.

A pagare il prezzo del fallimento saranno gli afgani per primi e in grande numero, ma saranno anche i molti occidentali, decine di migliaia, che a vario titolo sono stati catapultati nel bel mezzo di un paese in guerra. Militari, giornalisti, operatori umanitari possono proteggersi relativamente nella quotidianità afgana, il problema è che le loro morti pesano nella gestione dell’economia di guerra. Uno dei presupposti del nuovo modello di guerra occidentale è che l’operatività bellica non sia palese. Per questo il governo Bush aveva proibito di fotografare le bare dei caduti. Un morto in casa è un brusco strappo a questa omertà accuratamente costruita e difesa.

Questi strappi cominciano a farsi troppo frequenti nel nostro Paese, ma è difficile pensare di essere vicini ad una frequenza critica che spinga in qualche modo a rompere l’unanimismo sul consenso alla missione ISAF. Ancora di più ora che il nostro Paese sta per assumerne il comando. L’unico dato positivo è che non c’è alcuna evidenza che gli italiani siano oggetto di particolare ostilità o che sia in atto una strategia mirata nei confronti del nostro contingente.Nell’occasione dell’attentato della settimana scorsa a una nostra pattuglia, fortunatamente senza gravi conseguenze, il portavoce talebano ha rivendicato l’attacco “agli americani”. Sembra lecito ritenere che ai montanari guerriglieri risulti difficile distinguere i vari contingenti, come peraltro è facile che non siano per nulla interessati a distinguere. Nel caso che ha portato alla morte di Daniele Paladini, l’attaccante sembra essere un pachistano interessato a colpire nel mucchio senza particolari preferenze.

“Molte delle vittime erano bambini, il piu' innocente e indifeso dei bersagli. Nulla può giustificare questo cosi' infido atto di vigliaccheria”, ha detto per l’ISAF il generale Branco. Posizione condivisibile e purtroppo applicabile anche a numerosi bombardamenti aerei di villaggi sospettati di nascondere i “terroristi”. La situazione è pessima anche perché i governi occidentali ed i loro alleati locali si sono mostrati all’altezza dei talebani quanto a crudeltà e insensibilità nei confronti delle vite dei civili e dei prigionieri.

Resta il fatto che il nostro contingente è in mezzo ad una guerra, una guerra che va maluccio nonostante le tattiche aggressive dispiegate nell’ultimo anno e nonostante sei lunghi anni di presenza nel paese. Non abbiamo vinto “i cuori e le menti” degli afgani, controlliamo una porzione sempre più piccola di territorio e l’Afghanistan è diventato ormai il teatro di una guerra di logoramento che non si potrà risolvere senza cambiamenti radicali nelle politiche occidentali. In questo scenario c’è poco da stupirsi se della cara vecchia “war on drugs” non se ne parla più, l’unica cosa che funziona in Afghanistan è la coltivazione dell’oppio; anche quest’anno se il tempo non si metterà di traverso, sarà battuto il record di sempre. Probabilmente non ci sono molte persone al mondo che sappiano quanti soldi sono stati spesi per la guerra alle droghe, cifre spaventose, multipli di quelli spesi per l’assistenza umanitaria, ma quasi tutti si sono ormai resi conto che la disponibilità ed il consumo delle “droghe” più disparate sono in aumento costante e ormai ubiqui; globalizzati.

Anche la war on terror volge ovunque al peggio, ma la fanfara suona ancora, qualcuno ha addirittura ventilato l’ipotesi che il “successo” in Iraq sia tenuto nascosto dalla sinistra che controlla i media. Nel mezzo di questo maestoso stravolgimento della realtà, utile almeno a farci concentrare sugli imminenti acquisti natalizi e a far gonfiare il PIL, le morti come quella di Paladini suonano come funebri rintocchi. Stravolgono le famiglie e le comunità di provenienza, offrono ai politici la possibilità di qualche dichiarazione educata e contrita che sarà dimenticata il giorno dopo; quando i media caleranno a succhiare avidamente qualsiasi “colore” dalla figura dell’eroe pianto dai suoi cari.

Ricordo le parole che Franco Frattini, all’epoca ministro del governo Berlusconi, pronunciò davanti al Parlamento, quindi non voce dal sen fuggita o equivocabile: “L’impegno italiano per la sicurezza internazionale è determinato da un calcolo razionale del nostro interesse; e ancora il nostro impegno nelle missioni di pace rappresenta un saldo investimento economico". Il sangue di Paladini e di quanti moriranno in Afghanistan è quello che ci siamo impiegati ad “investire” insieme al denaro ricavato dalla fiscalità generale. Molti continuano a considerare amorale questo investimento, soprattutto perché la gestione del post-medioevo talebano è stata fondata sull’inganno e sulla violenza; “valori” che ben difficilmente possono essere sposati da un Paese civile.

Qualcuno ha deciso che il prezzo della vita di Paladini e di molti altri è giusto. La necessità di pretendere che si mostrino i conti a supporto di questa affermazione molto approssimativa, dovrebbe essere evidente, ma difficilmente si troverà qualcuno a discutere di questa materia.

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domenica, 04 novembre 2007

in Afghanistan spunta la cannabis

 

Per una delle tante licenze ironiche che la storia si è presa nei riguardi delle sciocche aspirazioni umane, l’ultimo anno di governo talebano dell’Afghanistan ha coinciso con la quasi completa cancellazione della coltivazione dell’oppio in Afghanistan, mentre l’ultimo anno di governo dell’Afghanistan da parte del presidente Karzai e dei suoi alleati ha coinciso con il raggiungimento di un record di produzione mai toccato prima.

Con la coltivazione del papavero da oppio gli afgani sostanzialmente si mantengono in vita, visto che altre alternative economiche non ne hanno e che dopo oltre cinque anni di “aiuti” occidentali sono forse più poveri di prima. Con il commercio dell’oppio si arricchiscono invece i trafficanti ad ogni latitudine e con il suo controllo l’opposizione a Karzai ci paga la guerra.

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Per risolvere questa incresciosa situazione fino ad ora era stata proposta una sola alternativa, cioè la coltivazione di oppio da conferire alle industrie farmaceutiche per la produzione di farmaci. Proposta inconsistente, prima di tutto perché non assicurerebbe un reddito equivalente ai contadini afgani e secondariamente perché non esiste al mondo una domanda sufficiente ad assorbire una produzione come quella afgana. Come al solito però la proposta più stupida è quella che viene accolta con maggior favore dai media e fino ad oggi è l’unica rimasta sul terreno.

In Afghanistan, nei dintorni di Mazar-i-Sharif, nella zona di Balkh, non si coltiva più oppio. Le coltivazioni di oppio sono state proibite, ma il governatore locale ha tollerato la coltivazione della cannabis. La cannabis è una coltura storicamente afgana e sembra essere l’unica veramente alternativa a quella del papavero da oppio. La cannabis assicura una resa economica doppia rispetto al cotone, una delle colture proposte ufficialmente in alternativa ai contadini afgani, e richiede meno acqua e meno spese.

mini.phpLe coltivazioni non sono certo un segreto, tanto che i soldati canadesi si sono detti in difficoltà perché i “talebani” ora si nasconderebbero nelle “foreste di marijuana”. Il generale canadese Rick Hillier ha detto che dopo alcuni tentativi di bruciare i campi, tentativi che hanno presentato controindicazioni operative, i soldati canadesi si sono adeguati e ora hanno imparato ad usare le piantagioni di cannabis per nascondersi e per camuffare i loro tank.

Il governatore della provincia è soddisfatto e dice che quando l’anno prossimo arriveranno i soldi promessi dalla comunità internazionale e dal governo, sarà molto facile distruggere le piantagioni di cannabis, più facile che eradicare quelle di papavero da oppio.

I contadini locali restano diffidenti e dicono che se non arriveranno soldi ripianteranno cannabis; o oppio.

La coltura della cannabis ha una tradizione di oltre 70 anni nella zona e si calcola che il 50% dei locali ne faccia uso. Famoso è lo Shirak-i-Mazar, il “latte di Mazar”, una varietà di hashish prodotta localmente e rinomata anche all’estero.

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domenica, 23 settembre 2007

L'Afghanistan va così.


Da oggi, grazie alla sparizione di due soldati italiani, rivamperà l'attenzione per l'Afghanistan e se ne sentiranno di tutti i colori. Per capire come sia messo il paese dopo sei anni di permanenza del "mondo libero", basta molto poco. Ad esempio un articolo apparso sul sito della BBC, che racconta come l'oppio si venda in grandi quantità nei bazar afgani.

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venerdì, 24 agosto 2007

9/11 e Pakistan: Una domanda senza risposta.

L'amministrazione USA sapeva da anni che senza l'aiuto del Pakistan i Talebani non avrebbero potuto conquistare e tenere l'Afghanistan, perchè allora dopo il 9/11 gli USA hanno attaccato l'Afghanistan e si sono alleati proprio con quel Musharraf che ha finanziato gli attentati del 9/11?

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Questo rapporto è del 1996 ed è reperibile insieme ad altri (successivi) sul sito dei National Security Archives in una pagina che chiede retoricamente se il Pakistan sia il Padrino dei Talebani. La pagina qui sopra ed altri documenti sono stati resi pubblici a metà Agosto grazie ad una richiesta a norma del Freedom Of Information Act (trovate altri riferimenti al FOIA in un articolo più sotto o usando il tag Stati Uniti, oppure qui)

Da questo ed altri documenti risulta chiaro che dopo l'abbandono dei sovietici dell'Afghanistan, il Pakistan ha allevato e nutrito la milizia talebana e protetto Osama Bin Laden dagli stessi americani. In un documento si dice a chiare lettere che i Talebani combattevano le forze di Massoud (sostenuto da Russia  e Iran, che ora è accusato falsamente dagli USA di sostenere i Talebani) potendo contare su armi, soldi e uomini (dal 20 al 40% dei combattenti) provenienti dal Pakistan. Una verità di pubblico dominio, che ora si scopre ufficialmente riconosciuta anche dal governo americano.

Posto quindi che la natura del fenomeno talebano è quella di una creatura artificiale pachistana ( e in parte saudita), posto che gli attentatori del 9/11 erano per la maggior parte sauditi e pachistani, l'amministrazione USA non ha mai spiegato (e nessuno le ha mai chiesto conto) perchè abbia invaso l'Afghanistan e si sia alleata con il paese che ha finanziato e preparato gli attentatori del 9/11e più in generale il movimento jihadista anti-occidentale.

Da tempo è nota l'esistenza di un finanziamento bancario diretto a Mohamed Atta da parte del capo dei servizi segreti pachistani (ISI), ma nessuna voce si è levata a chiederne la punizione.

La sensazione è che l'invasione dell'Afghanistan (come quella dell'Iraq) abbia ben poco a che fare con la difesa dell'Occidente dai "terroristi" e molto a che fare con l'agenda politico-economica di influenti membri dell'amministrazione Bush.

Membri che insieme al già ricordato capo dei servizi pachistani risultarono coinvolti nello scandalo della BCCI, una banca fondata dagli emirati arabi e dalla Bank of America, usata dalla CIA per finanziare operazioni coperte e dedita al finanziamento dei traffici nucleari "islamici", della droga e al riciclaggio su scala internazionale; oltre a queste e a molte altre discutibili attività criminali, la BBCI è nota per il finanziamento e il salvataggio della Arbusto Inc.

Arbusto in inglese si traduce bush e si tratta proprio di una sfortunata iniziativa imprenditoriale dell'attuale presidente degli Stati Uniti.

Un clamoroso "conflitto d'interessi", che probabilmente ha deviato la rappresaglia americana per il 9/11 dagli obiettivi più coerenti, per proteggere amici, complici e finanziatori della famiglia Bush da lunga data.

Questa sembra essere la risposta più giusta alla domanda che apre questo post.
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categoria: stati uniti, afghanistan, guerra, bush, pakistan, arabia saudita, war on terror, bug di sistema, global risiko


sabato, 21 luglio 2007

Diciotto volontari cristiani rapiti in Afghanistan, prigioni irachene...

E' successo ieri, diciotto volontari cristiani coreani; i loro rapitori hanno già chiesto il ritiro del contingente coreano dal paese, composto da circa duecento tra medici e genieri militari.

I rapiti sono evangelizzatori dell'organizzazione del reverendo Sun Myung Moon, sedicente messia, capo della Lega Mondiale Anticomunista (WACL)  e grande amico della famiglia Bush. Amicizia in virtù della quale i suoi evangelici hanno colonizzato l'esercito statunitense e provato a convertire gli infedeli in Iraq e Afghanistan. Già dilaganti in Africa e Sudamerica, con grande scorno del Vaticano, i moonies sono addirittura riusciti a piazzare una dei loro alla guida del Programma Alimentare Mondiale (PAM o WFP), ormai prossimo a diventare uno strumento di conversione alla loro dottrina. Lo stile dei moonies è pessimo, in Iraq si sono fatti notare per distribuire l'acqua solo a chi si prendeva anche una Bibbia di Moon.
L'anno scorso le autorità afgane hanno espulso oltre duemila (2000) missionari cristiani coreani, ma questi continuano ad arrivare a centinaia; ovviamente muovendosi in gruppi ed essendo somaticamente molto diversi dagli afgani,  la loro presenza è molto evidente ai locali. Un po' di storia qui: eventi cancellati, ostilità manifeste, loro parlano di deportazioni di cristiani.

Saranno questi i famosi "cristiani perseguitati" per i quali hanno sfilato a Roma?

In Vaticano dicono di no.

Annunciato intanto il nuovo titolo del prossimo libro dell'eroe del post qui sotto:  "Io amo i cristiani, ma i preti li amano?" Successo assicurato.


Aggiornamento

Il Los Angeles Times pubblica un reportage sulle carceri irachene.
Il famoso "surge" di Bush consiste anche e soprattutto in un gran numero di retate. Così le prigioni sono affollatissime e le condizioni di detenzione sono inumane. Senza neanche bisogno di torturarli. Forse il reportage farà rumore, forse no.

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Oggi il Nytimes pubblica qualche foto che illustra come siano comodamente alloggiati, generosamente nutriti e curati con attenzione i detenuti iracheni oggi, queste qui.


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lunedì, 25 giugno 2007

No del Congresso all'Arabia Saudita, no dell'Africa a Bush e l'Afghanistan secondo CNN.

Hanno mandato in onda questa mappa qui
 
 

syriaasafghanistan

Altro record nella produzione dell'oppio

Nell'anno in corso la produzione afgana di oppio crescerà del 49% rispetto a quella dell'anno passato, che aveva segnato il record di sempre per l'Afghanistan. La sola provincia di Helmanda produrrà più droga di interi paesi come il Marocco, Burma o la Colombia. Cinque anni fa Tony Blair si assunse la responsabilità delle politiche antidroga in Afghanistan, la provincia di Helmand è controllata (insomma...) dalle truppe britanniche.

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Intanto si viene a sapere che nessun paese africano ha accettato di ospitare AFRICOM, che nelle intenzioni del Pentagono doveva essere una mega-base dalla quale gli Stati Uniti potranno organizzare il controllo del continente. Dal Marocco, il più fedele alleato USA nel continente, fino ad esaurire l'elenco, tutti hanno detto NO alla Casa Bianca, augurandosi che gli altri paesi rifiutino. Secondo il Dipartimento di Stato gli USA "Hanno un problema d'immagine" poichè le pubbliche opinioni africane non si fidano degli Stati Uniti. Come dire che alle parole di Bush che presentò l'AFRICOM come uno strumento utile alla "sicurezza comune", non ha creduto proprio nessuno.
 
Un altro no ha invece colpito l'Arabia Saudita ed è stato pronunciato dal Congresso, dove un emendamento bipartisan ha negato, per la prima volta, la concessione di aiuti all'Arabia Saudita. Un provvedimento più importante per la forma che nella sostanza, i sauditi non hanno mai ricevuto somme ingenti e nemmeno ne hanno bisogno. A colpire sono le motivazioni addotte al divieto di finanziare Ryad, deciso poichè il regno saudita è stato accusato di non fare alcuno sforzo ufficiale per arrestare i circa 3000 sauditi mediamente impiegati in Iraq contro le truppe USA (circa il 60% degli attentatori suicidi in Iraq sono di nazionalità saudita).
 
A questo si aggiunga la vicenda di Saleh al-Liuhaidan, capo della giustizia saudita che avrebbe approvato il trasferimento di uomini e denaro ad al Zarqawi e il fatto che il 50% delle entrate di Hamas sia garantito loro dalla famiglia Saud e si capirà  che la pattuglia di lobbysti vicini ad Israele non ha dovuto faticare troppo per ottenere un provvedimento che è un vero e proprio segnale politico rivolto ai reali sauditi.
Nota: per rendersi conto della conoscenza della geografia da quelle parti, basta leggere questa indagine
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venerdì, 22 giugno 2007

Altri civili uccisi dagli Usa, ma è colpa dei talebani...

Venticinque civili, tra i quali nove donne, tre bambini e l'anziano mullah di Kunjakak, nella provincia afgana di Helmand, sono rimasti uccisi a seguito di un bombardamento NATO.

Gli aerei della coalizione sono intervenuti dopo che una pattuglia di talebani, reduce da un attacco nei dintorni, si è rifugiata tra le case del piccolo villaggio. A quel punto sono intervenuti gli aerei e, come accade di norma, il bombardamento indiscriminato ha provocato più vittime tra i civili che tra i combattenti.

Ovviamente il portavoce americano incaricato di commentare la notizia, ha detto che è colpa dei talebani e in fondo è anche vero; i talebani sanno benissimo che se si rifugiano in un villaggio gli americani poi lo bombardano a tappeto.

Fuor dalle fantasie dei comandi americani tuttavia è altrettanto noto che condurre bombardamenti indiscriminati sulle abitazioni è un crimine di guerra, che ci siano i talebani o no, resta un crimine di guerra. 

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venerdì, 25 maggio 2007

PAKISTAN: UNA POLVERIERA NUCLEARE IN FIAMME

in Altrenotizie

Quasi centosettanta milioni di abitanti, attualmente considerato al nono posto nella classifica degli “stati falliti” (al decimo c’è l’Afghanistan), il Pakistan è un fondamentale alleato della “War on terror” di George W. Bush, il quale si è assicurato la collaborazione del dittatore Musharraf minacciando, nei giorni successivi all’undici settembre 2001, di “riportare il Pakistan all’età della pietra”. Nonostante le minacce e le pressioni il Pakistan ha una propria agenda politica e cerca di perseguirla pur tra mille difficoltà. La capacità di praticare il doppio e triplo gioco di Musharraf meriterebbe un posto nella leggenda, se non altro per il complesso quadro geopolitico all’interno del quale il dittatore riesce a mantenere il potere nonostante il suo paese continui ad essere la principale sorgente del terrorismo qaedista o “islamico” che dir si voglia. Musharraf era, ai tempi dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan, il comandante sul campo dell’ISI (i servizi pachistani) e operava fianco a fianco con Bin Laden.

Del Pakistan sappiamo che ha fornito la gran parte degli attentatori all’opera il 9/11, attentatori finanziati direttamente dal’ex capo (ora rimosso) dei servizi pachistani; ma anche che erano di origine e addestramento pachistani gli autori degli attentati alla metropolitana di Londra. Del Pakistan sappiamo inoltre che è impegnato sul fronte della proliferazione nucleare clandestina e che, nel quadro di un accordo ormai trentennale, ha fornito tecnologia nucleare a doppio uso bellico/civile a Libia, Iran, Arabia Saudita e Corea del Nord. Lo scandalo della proliferazione nucleare made in Pakistan scoppiò ufficialmente sul finire del 2003, ma sembra non abbia preoccupato nessuno. Secondo l’ex direttore della Cia, George Tenet, i traffici dei pachistani sarebbero stati scoperti grazie alle informazioni fornite dagli USA, ma questo non corrisponde al vero. Lo scandalo venne alla luce perché Gheddafi indicò all’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) il Pakistan come fornitore del programma nucleare libico. Gheddafi aveva appena raggiunto un accordo (sotto minaccia) con gli USA per rinunciarvi e probabilmente colse l’occasione per mettere i bastoni tra le ruote all’idillio USA-Pakistan; Gheddafi non ha alcuna simpatia per qaedisti e simili, che sente come una minaccia al suo potere.

Non serviva però Gheddafi per sapere quello che sapevano in molti, visto che fin dagli anni ’90 l’AIEA aveva accusato A. Q. Kahn, il padre dell’atomica pachistana, di essere il perno di un network clandestino dedito ai commerci di materiale nucleare. Denunce che non avevano trovato eco sulla stampa internazionale e ancora meno attenzione da parte della Casa Bianca, tradizionalmente vicina ai governi pachistani a prescindere dalla loro composizione. Una tradizione che risale a Nixon, che vedeva nel Pakistan un contrappeso naturale al potenziale crescere dell’India come potenza regionale, una vicinanza che sembra essersi recentemente affievolita insieme al crescere del favore americano verso l’India, con la quale gli USA hanno firmato un accordo che permetterà agli indiani di acquisire tecnologia nucleare in abbondanza proprio da Washington.

Allo scoppio dello scandalo seguì una farsa; Musharraf cercò di accusare lo scienziato e di chiamare fuori il governo da ogni responsabilità. A seguito di massicce manifestazioni popolari e a seguito delle dichiarazioni di Kahn in merito a documenti che la figlia aveva provveduto a mettere al sicuro all’estero, dai quali emergerebbero evidenti le responsabilità governative, Musharraf optò con grande fantasia per una soluzione diversa. Lui e Kahn apparverò in diretta televisiva nell’ora di massimo ascolto, lo scienziato si dichiarò colpevole e Musharraf lo perdonò davanti alla nazione. Il Dipartimento di Stato dichiarò che Musharraf aveva dimostrato di voler impedire i traffici nucleari. Fine dello scandalo.

Alla fine dello scandalo non è seguito però lo smantellamento della rete clandestina attraverso la quale il Pakistan ed altri paesi si procurano hardware e software nucleare. Una rete estesa dalla Malaysia a Dubai fino a diversi paesi europei, che può contare su decine di nodi e centinaia di persone. Di queste ne sono state arrestate e condannate solo tre, due tedeschi e un olandese. Musharraf non ha concesso a nessuno di poter interrogare Kahn, che formalmente sarebbe stato allontanato dal programma nucleare e non ha arrestato nessuno. Una circostanza abbastanza incredibile se si pensa che dal paese con la più alta concentrazione di servizi segreti al mondo si trasportavano addirittura le centrifughe nucleari usando aerei militari; pensare che nessuno abbia commesso reati o che nessuno sia imputabile di nulla conduce solo a confermare la certezza di un traffico gestito con l’assenso del governo e dei militari.

Un traffico che ancora continua e ancora po’ contare sulla stessa rete di un tempo. La responsabilità di questo stato di cose è evidentemente della Casa Bianca, basta pensare alle minacce contro Iran e Corea del Nord e confrontarle con il comportamento tenuto verso il Pakistan per vedere il doppio standard all’opera. L’anno scorso un gruppo di studio annunciò che il Pakistan stava costruendo un reattore al plutonio da 1000 megawatt, il meglio che c’è per procurarsi combustile nucleare. La scoperta avvenne osservando le foto di un satellite commerciale. Gli USA dapprima negarono, poi ammisero di esserne a conoscenza fin dall’inizio della sua costruzione (nel 2001), ma di aver ottenuto garanzie dai pachistani che il plutonio non sarebbe stato impiegato per la costruzione di ordigni bellici. Ridicolo se non fosse tragico.

Lo stesso doppio standard impedisce agli USA di focalizzare la situazione in Pakistan; una situazione sull’orlo del collasso che l’Occidente non riesce a gestire e spesso nemmeno a comprendere. Negli ultimi anni il potere di Musharraf, che si era rinvigorito proprio grazie alla rimozione dell’embargo americano e alla dazione di oltre dieci miliardi di dollari in aiuti militari, è andato scemando. Dovendo accontentare tutti, dalla borghesia laica, agli estremisti islamici fino all’alleato americano, Musharraf non si è risparmiato equilibrismi e fantasia, ma la fune sulla quale cammina si è fatta ogni giorno più sottile ed instabile. Il governo pachistano si è trovato impegnato su più fronti, mentre periodicamente se ne aprivano di nuovi. A Est c’erano da cogliere le grandi opportunità offerte dal nuovo Afghanistan (molti ministeri afgani sono stati “affidati” a “tutor” pachistani), mentre a Sud c’è il Baluchistan, con i progetti per l’oleodotto IPI ( Iran-Pakistan-India) e per l’hub portuale di Gwadar (costruito dai cinesi), destinato a divenire una “porta” commerciale asiatica verso il mondo. I due obbiettivi hanno sottratto risorse ed attenzione ad altre zone del paese, in particolare al Kashmir, da decenni conteso agli indiani. Quando il governo pachistano ha mancato di soccorrere i kashmiri vittime di un rovinoso terremoto, gran parte dei combattenti impegnati alla frontiera orientale contro la “minaccia indù”, si sono trasferiti ad Ovest a dar manforte contro i “cristiani”.

Proprio sul finire dell’anno scorso nelle province occidentali del Waziristan (del Sud e del Nord) i combattenti islamici hanno proclamato un emirato indipendente. Negli stessi mesi salivano di tono le accuse del presidente afgano Karzai contro i vicini, accusati di voler dissanguare e ridurre in schiavitù il popolo afgano. Negli ultimi giorni truppe afgane e pachistane si sono combattute alla frontiera, uccidendo anche un ufficiale americano intervenuto per far terminare gli scontri. I problemi del Pakistan sono principalmente all’interno dei suoi stessi confini. Alla rivolta dei waziri si è aggiunta quella dei baloci, per nulla disposti a farsi sfruttare senza vedere un dollaro, rivolta che ha portato alla paralisi completa sia dell’oleodotto IPI che del porto di Gwadar, praticamente isolato dal resto del paese. A queste si è aggiunto il generale malcontento per un’economia in calo costante, per le riforme promesse e mai realizzate (solo il 30% dei bambini pachistani può contare su scuole pubbliche), che hanno poi trovato nella rimozione di un giudice della Corte Suprema la scintilla che ha incendiato la prateria. Ne sono seguite imponenti manifestazioni, subito assalite dall’esercito e dai militanti di partiti vicini o complici di Musharraf; un bilancio finale fatto di numerose morti e devastazioni.

Purtroppo per il Pakistan la situazione politica è bloccata e non facilmente risolvibile. I due maggiori partiti opposti a quello di Musharraf (che ha promesso libere elezioni e di abbandonare l’esercito, ma che non mantiene) sono diretti da due ex premier corrotti, nella migliore tradizione del familismo politico asiatico. L’unica formazione politica non compromessa è capitanata da Imra Kahn, un ex campione di polo che però non ha il sostegno dell’elite pachistana, mentre il giudice della corte suprema che ha trascinato le folle in piazza, pur godendo di una favore diffuso, non sembra avere alcuna speranza elettorale. Il paese vive dell’iniezione di denaro da parte di USA ed Arabia Saudita ed è tenuto insieme con la forza dalla casta militare, che però sembra aver esaurito le opzioni alternative alla repressione sanguinaria; un segnale in questo senso è dato dalla istruzione delle redazioni di alcuni media che sostenevano le proteste contro la rimozione del giudice costituzionale. Musharraf si è scusato pubblicamente per le aggressioni ai media, che in Pakistan nonostante la dittatura godono di una libertà sconosciuta anche in paesi più “democratici”, ma il fatto è un altro segnale del crollo delle ultime convenzioni a tutela della convivenza più o meno civile nel paese.

Se cade Musharraf il Pakistan rischia qualcosa di molto simile ad una guerra civile o una sanguinosa dittatura militare, ma se Musharraf resiste il menu non sarà molto diverso. Nell’attesa di assistere alle evoluzioni della storia, non resta che rilevare la straordinaria riservatezza che i media concedono al turbolento “alleato” pachistano e chiedersi da quali fattori misteriosi possa dipendere, pensando che forse l’origine di tanta compiacenza è da far risalire ai tempi di Nixon e Kissinger e che sicuramente è stata rafforzata dal coinvolgimento dei vertici dell’amministrazione americana nello scandalo della BCCI, il più grande scandalo narco-finanziario della storia. Purtroppo le vicende che riguardano il Pakistan sembrano interessare molto meno del delitto di Cogne, non resta che sperare che questa distrazione generale non venga scossa dall’improvviso apparire di un fungo atomico su qualche città, una eventualità che coglierebbe di sorpresa le opinioni pubbliche  non meno di quanto sia successo in occasione degli annunciatissimi attentati del 9/11.


Missing in Pakistan
martedì, 22 maggio 2007
In attesa dell'uscita dell'aggiornamento sul Pakistan per Altrenotizie, cade a fagiolo un articolo che denuncia lo strano fenomeno che in Pakistan ha portato alla sparizione di diverse persone.

Uno di questi Saud Memon, coinvolto nel rapimento ed omicidio di Daniel Pearl, sarebbe stato catturato in Sudafrica dagli americani, per poi riapparire sulla soglia di casa in pessime condizioni.

Aveva perso la memoria, non riusciva più a parlare, non ha saputo comunicare da chi fosse stato catturato e dove fosse stato detenuto, niente di niente. Dopo poco tempo è morto, secondo i sanitari pachistani di tubercolosi e meningite assieme.

Ad interessarsi di casi simili, molto numerosi in Pakistan, è stato proprio il giudice Iftikhar Chaudhry, quello cacciato da Musharraf con un provvedimento che ha scatenato la rivolta nelle strade e la conseguente repressione governativa.

Ovviamente Musharraf nega che la rimozione del giudice sia legata all'aver convocato in udienza alcuni generali in servizio per interrogarli a proposito delle sparizioni. Per Musharraf la rimozione del giudice è legata a non meglio specificati abusi.
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