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venerdì, 17 ottobre 2008

La dittatura della EXXON

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Il presidente della Guinea Equatoriale ha grossi problemi di salute, tanto che pare imminente la fine della sua lunga avventura a capo del paese. Nella Repubblica della Guinea Equatoriale il presidente non cambia dal 1979. Nonostante le cronache lo restituiscano come colui che liberò il paese dalla dittatura di Francis Macias Nguema, al potere dal 1964, quasi sempre dimenticano di sottolineare come di quella dittatura egli fosse il capo della spietata polizia segreta e come il dittatore fosse suo zio. Francis Macias era riuscito nella non trascurabile impresa di ridurre di un terzo la popolazione del paese, mentre in quegli anni nei restanti paesi dell'area era in corso un boom demografico. Pare che Teodoro non abbia rinunciato ad ereditare anche una collezione di teschi che faceva parte del feticcio del potere dello zio, che preferiva esercitare il controllo demografico uccidendo in massa gli adulti non abbastanza lesti a lasciare il paese.

equatorial-guineaIl paese è veramente piccolo, una parte continentale derelitta e una parte insulare che raccoglie la maggioranza della popolazione. Sull'isola maggiore c'è la capitale, all'interno della quale, in una zona cinta da barriere, vive la corte del “presidente”: Sua Eccellenza Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. Teodoro non è molto popolare in patria e così ha riservato una zona sicura della capitale ai suoi, all'interno della quale la sua sicurezza è garantita dai mercenari marocchini della Guardia Presidenziale. Secondo il britannico The Indipendent, Teodoro fa sembrare Robert Mugabe “stabile e benigno” al confronto. Mugabe è il dittatore dello Zimbabwe che da anni accoglie l'aperta ostilità britannica ed anglosassone, praticamente l'unico in tutta l'Africa.

I media appartengono alla famiglia del presidente e gli oppositori sono in esilio, visto che Sua Eccellenza ha minacciato di bollire e quindi mangiare i testicoli dei principali avversari politici e che qualcuno sostiene che lo faccia davvero. La feroce dittatura ha anche altre peculiarità che la rendono particolarmente degna d'attenzione, in particolare quella di essere seduta su un mare di petrolio. Con una popolazione inferiore al milione di abitanti e un reddito di oltre 20.000 dollari pro-capite l'isola è un piccolo Kuwait africano, ma curiosamente oltre il 90% della popolazione vive nella miseria più assoluta.

Un dato che stride con un reddito pro-capite che per l'Africa Sub-Sahariana risulta stratosferico. Nonostante sia tra i 60 paesi più ricchi del mondo, la sua popolazione risulta tra le più povere, non ci sono servizi sociali e la ricchezza derivante dal petrolio prende la via delle banche estere. In compenso ottiene un ottimo ottavo posto nella classifica dei paesi più corrotti scalando qualche posizione. Sarà per questo che Teodoro ha subito un calo elettorale, dal 99.5% al 97% dei consensi.

2245739919_74b4344176Per migliorare l'immagine del paese Teodoro non bada a spese e ha arruolato anche note agenzie di New York impegnate nel lobbying e nelle pubbliche relazioni; il regime versa da anni quasi mezzo milione di dollari al mese a tre o quattro di queste associazioni professionali, che però non é che possano far miracoli. Anche perché Teodoro deve avere davvero un brutto carattere, sull'isola di Malabo si accede con difficoltà da sempre, ma da quando qualche anno fa una banda di mercenari associati a Mark Thatcher (proprio il figlio dell'ex premier britannico) fu catturata nel bel mezzo di un tentativo di golpe, le cose sono peggiorate. Il fallito golpe se non altro è servito ad accendere una luce sulle carceri di Teodoro, la moglie del mercenario sudafricano Nick Du Toit , gradito ospite delle galere di Teodoro, ha messo in piedi un'apposita associazione per denunciare le torture che vi si praticano sul marito
(Nella foto insieme ad altri compagni ospiti di Teodoro).

Pare che la banda mercenaria fosse vicina ad un fratello del dittatore, a suo volta avvicinato da parte europea, ma sono dettagli. La figura d'insieme vede un intero paese ostaggio di un clan mafioso gestito da uno psicopatico. Quando recentemente l'Onu ha lamentato la presenza di una bidonville attorno a Malabo, Teodoro ha risolto spianandola e cacciando gli abitanti nella foresta. Ovviamente abbattere un regime del genere, privo di forza militare e sostegno popolare, sarebbe un gioco da ragazzi per molti paesi, vicini e lontani, ma questo non accade.

Non accade perché gli equato-guineani non hanno stampa, nessuno conosce i loro tormenti e nemmeno la grottesca dittatura che li governa sin dall'indipendenza, ma soprattutto perché a trarre enorme vantaggio dalla dittatura è la EXXON, che controlla il 70% delle estrazioni del paese e che paga a Teodoro royalties decisamente più basse della media di mercato. Il resto dei blocchi se lo dividono altre compagnie americane e una cinese.

Non è un caso che Bush abbia dichiarato qualche anno fa uno spostamento del baricentro delle forniture petrolifere dal Medioriente all'Africa e non è un caso che la Guinea Equatoriale sia considerata abbastanza “stabile” da assurgere a terzo fornitore dell'Africa Sub-sahariana. La zona ora copre una quota del 15% del fabbisogno statunitense, destinata nei piani a salire al 25%. Però a Washington riconoscono che le “elezioni” di Teodoro “sono state segnate da estese frodi ed intimidazioni” e che l'opposizione non si era neppure presentata. Condoleeza Rice alla fine lo presenta alla stampa americana come un “good friend”. Un amico al quale il Dipartimento di Stato ritiene opportuno fornire fondi e assistenza per l'addestramento militare.

I1812-2004Sep7Questo basta e avanza per far sparire dall'orizzonte qualsiasi sindacato di legittimità sul potere di Teodoro, ma rende anche evidente perché certi noti e fortissimi esportatori di democrazia ritengono che non ci sia affatto bisogno di democrazia in Guinea Equatoriale. Eppure basterebbe così poco, lo sbarco di un contingente modesto, la cattura degli Obiang e l'indizione di libere elezioni. Però c'è il rischio che qualcuno poi ridiscuta certi contratti e quindi Teodoro può dormire sogni tranquilli fino a quando non cambierà la sua politica commerciale.

Teodoro è ricevuto in Vaticano, perché è un fervente cattolico, anche se ha assurto lo zio alla divinità e dice che lui stesso è in contatto con Dio e che può, per questo, uccidere chiunque senza andare all'inferno. I suoi sudditi in maggioranza, non hanno mai goduto delle gioie dell'istruzione e sono governati con la violenza e la superstizione. Solo per un caso della vita non si è ancora incontrato con il nostro Berlusconi, il quale non avrebbe mancato di chiedergli il segreto del suo successo come già fatto con il dittatore egiziano Mubarak. Quando morirà, un'eventualità che sembra ormai prossima vista l'età e un avanzato tumore alla prostata, l'unica incertezza pare ridursi a quale dei due figli gli succederà. Lo scatenato sciupafemmine Teodorin (tutto suo padre) non sembra troppo simpatico ai petrolieri, che gli preferiscono il più raffinato Gabriel, che quindi appare favorito salvo riedizioni dell'antica storia di Caino e Abele.

Teodorin risiede abitualmente all'Hotel Crillon di Parigi e recentemente ha aggiunto alla sua collezione di bolidi una Bugatti Veyron, che passa per l'auto più costosa del mondo. Il solo valore dell'auto eccede il reddito complessivo del 90% degli equato-guineani. Il patrimonio della famiglia Obiang è enorme e comprende investimenti finanziari ed immobiliari negli USA come in Europa, ma nonostante numerose indagini criminali abbiano individuato numerose operazioni irregolari, sotto numerosi punti di vista, non un solo dollaro della famiglia Obiang è mai stato posto sotto sequestro. A nulla vale nemmeno che il regime sia indicato da tutte le ONG e gli studi ONU come uno dei peggiori del pianeta o che sia richiamato al Congresso americano e riconosciuto come peggiore di quello del defunto Saddam. Non se ne accorge nessuno, non ne parla nessuno. La dittatura della EXXON non esiste.
postato da mazzetta alle ore 13:03 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
categoria: stati uniti, africa, bush, truffe, diritti umani, economie, corporation, mercenari, bug di sistema, global risiko, elitarismo, guinea equatoriale, emergenze umanitarie, istituzioni globali



Commenti
#1   17 Ottobre 2008 - 15:03
 
Bella storia, un vero scandalo del quale non si sa niente
utente anonimo

#2   17 Ottobre 2008 - 23:22
 
anche se purtroppo molte storie di paesi africani si assomigliano, nulla invece sapevo di questa.
certo "good friend": bastano due parole per far immaginare scenari arcinoti che fanno rabbrividire.
e il colonialismo del profitto non si arresta.
poi c'è pure il papa ad accogliere sto "bbuono guaglione" a casa sua, quindi siamo proprio a posto...
utente anonimo

#3   18 Ottobre 2008 - 21:42
 
si diceva nel lontano 2003...



Ma che bella famiglia
Max Liniger-Goumaz

Il 12 ottobre la Guinea Equatoriale celebra i 35 anni di indipendenza. Cioè di gestione nepotistica di un piccolo paese che poteva essere felice. Ricchezza sfondata di pochi e diritti umani profanati di tutti gli altri fanno il paio. Lo sanno tutti, anche a Washington. Ma il petrolio vale di più. Vi proponiamo l'articolo di Max Liniger-Goumaz .


Marzo 2003. Un deputato repubblicano alla testa di una sottocommissione sull'Africa della Camera dei rappresentanti dichiara al Forbes Magazine di New York: «È molto, molto difficile immaginare un Saddam Hussein in Africa». Il californiano Ed Royce mostrava così di conoscere ben poco quel continente.

Prendiamo la Guinea Equatoriale. Il dittatore di Malabo celebra volentieri il proprio talento di capo di stato. «Noi siamo un paese che si può definire democratico - ha rivelato al World Investment News (ottobre 2002) -. La democrazia da noi è interpretata come libera espressione del popolo, e il popolo non si sente frenato in materia di libertà di movimento, di espressione, di voto, di opinione». Alla domanda di Jeune Afrique L'intelligent di Parigi «chi è uno straniero?», Teodoro Obiang Nguema Mbasogo risponde: «Colui che non appartiene alla mia famiglia», e, sui rapporti con il Fondo Monetario Internazionale: «Ci ha chiesto di dichiarare l'ammontare dei proventi del petrolio depositati nelle banche internazionali.

Ho risposto che è un segreto di stato». Secondo il Los Angeles Times, all'inizio del 2003 Obiang Nguema possedeva nella Riggs Bank di Washington fra i 300 e i 500 milioni di dollari. Ai quali erano da aggiungere due residenze private da 4 milioni di dollari nei dintorni di Washington e altre ville in Francia, alle Canarie, in Gabon, per non parlare di altri conti bancari in Europa, che gestisce personalmente.

A Londra, la ong Global Witness si domanda perché le compagnie petrolifere versino gli accrediti sulla Riggs Bank e non al ministero del tesoro. Obiang e il suo clan, inoltre, si fanno abitualmente pagare degli anticipi sulla produzione futura, ipotecando così anche un eventuale nuovo regime democratico.

E lo chiamano governo

Dei 103 figli attribuiti a Obiang, il primo avuto dalla prima moglie, Teodorin, è il più conosciuto. Ministro dal 1999, si fa chiamare patrón. A Los Angeles possiede una villa da 5,8 milioni di dollari. Ma ha anche un alloggio sulla 5th Avenue di New York. A Malabo ha da pochi mesi una Rolls Royce, la prima entrata nel paese. Preferisce lasciare parcheggiate in Europa le sue Bentley, Ferrari Testarossa, Lamborghini, Mercedes… Nel 1995, la Depêche internationale des drogues aveva rivelato i suoi problemi con dogane e polizie di Parigi e New York…

Intanto il Mao - Movimento degli amici di Obiang – nel 2002 si è rallegrato per la «brillante gestione del settore petrolifero» da parte del presidente, a vantaggio dell'intera popolazione. Diverse risoluzioni del Mao condannano l'illegalità, raccomandano il consolidamento di un clima di pace, lo sviluppo della tolleranza e del dialogo, e anche di innalzare due basiliche in onore della Madonna.

Oltre ai mercenari marocchini che lo proteggono dal suo popolo, Obiang Nguema fa ricorso a consiglieri stranieri. Lo sciita libanese Hassan Hachem ha il monopolio dell'importazione di cemento ed è complice dell'immatricolazione di velivoli stranieri (tra cui quelli del trafficante russo d'armi Viktor Bout - Nigrizia, 5/02, 11) con bandiera guineana. Stipendiato da Obiang, Bruce McColm, pubblicista legato al gruppo di pressione americano African Global Partners, è suo consigliere in democrazia e diritti umani, e garantisce servilmente la "regolarità" delle farse elettorali e giudiziarie.

La realtà è che il popolo è ostaggio di un regime nepotista. Quando era presidente suo zio Francisco Macías Nguema, che avrebbe poi detronizzato nel 1979, Obiang Nguema era al vertice dell'esercito, governatore dell'isola di Fernando Poo e direttore delle prigioni. Il governo da lui costituito nel febbraio scorso è esemplare: per un paese di 500mila anime, ci sono 50 ministri, per metà provenienti dal feudo del dittatore - Mongomo e provincia -, buona parte dei quali amici personali o parenti.

Ne fanno parte otto baroni dell'opposizione addomesticata, ma nessun rappresentante dell'opposizione democratica. Teodorin è proprietario di tre aziende di legname, presidente di TotalFinaElf Guinée Équatoriale e segretario del Partito democratico della Guinea Equatoriale (Pdge), di cui il papà è presidente e la mamma dirigente della sezione femminile.

Mentre il suo fratellastro Gabriel Obiang Lima – figlio della moglie santomense del padre – è coordinatore della gioventù del partito, nonché segretario di stato agli idrocarburi. Il figlio Ruslan Obiang Nsue è direttore del ministero della gioventù e dello sport, mentre lo zio Manuel Nguema Mba è ministro delegato dell'interno. Il nipote Baltasar Engonga Edjo è ministro dell'economia. Il cugino Marcelino Owono Edu è ministro delle finanze.

Il nipote Melchor Esono Edjo, segretario di stato e tesoriere generale dello stato – personaggio chiave per la fuga delle rendite del petrolio -, è vicesegretario del Pdge. Il genero Marcelino Oyono Ntutumu è responsabile del ministero delle comunicazioni. Un altro genero, Secundino Ayono Aguong, è alla giustizia e culto. Agli esteri c'è un cognato, Pastor Micha Ondo Bile, già ambasciatore a Washington e a Madrid, e a suo fianco lavora Victoriana Nchama Nsue Okomo, sorella maggiore della prima moglie del generale-presidente.

Sempre da Mongomo viene il ministro delegato al commercio, Mariano Esono Ondo (moglie e figlie hanno conosciuto le galere di Brasile e Spagna per traffici di droga). Dopo la formazione di questo governo che è detto di unità nazionale, Obiang Nguema ha concluso: «La democrazia è oggi una realtà». Gli fa eco l’ambasciatore americano George McDade Staples: «Le relazioni tra i nostri paesi sono eccellenti, come sempre». Apoteosi: un curioso "Parlamento mondiale per la sicurezza e la pace" di Palermo, di cui Obiang è vicepresidente, gli ha conferito la "Medaglia d’oro della libertà dei popoli".

Le chiese alzano la voce

L’indiana Human Rights Features segnala che una coalizione di stati africani poco democratici e di paesi occidentali, anestetizzati dal petrolio o ansiosi di mettere l’Onu alle corde, ha abolito nel 2002 il mandato di rapporteur sulla Guinea Equatoriale, benché la repressione continui. Al momenti di ritirarsi, il rapporteur Gustavo Gallón ha elencato i principali mali del regime nguemista: diritti umani violati, insicurezza giuridica assoluta, intolleranza dell’opposizione politica, sistema a partito quasi unico e su base militare, arresti di massa e altro ancora.

Mentre il Pnud, il Programma Onu per lo sviluppo, catalogava la Guinea Equatoriale tra i paesi «non liberi». Prima ancora che l'anno sia terminato, il 2003 già tracima di denunce. L’assemblea parlamentare Acp/Ue esige la liberazione dei detenuti politici e l’avvio di un processo di democratizzazione «reale e verificabile». Il parlamento europeo chiede che cessino le «persecuzioni dei membri dell’opposizione e delle loro famiglie, nonché l’instaurazione di un vero ordinamento democratico e il consolidamento dello stato di diritto».

Human Rights Watch di New York denuncia l’«ordine del bavaglio». L’agenzia di stampa Afrol fa un bel quadretto della «peggiore dittatura d’Africa». Da Parigi, Reporter senza frontiere presenta Obiang Nguema come «predatore» della libertà d’informazione, e da Washington la Freedom House etichetta questo paradiso tropicale come uno degli undici peggiori regimi al mondo. L’Africa Research Bulletin di Londra richiama l’attenzione sulla corruzione, che non è cosa nuova ma si muove ora su cifre di gran lunga più consistenti.

E non a caso: l’estrazione di petrolio pro capite è più cospicua che in Arabia Saudita. La Guida dei rischi della Compagnia francese di assicurazione del commercio estero dà la Guinea Equatoriale come uno dei paesi meno sicuri per gli investitori. Forbes Magazine aggiungeva che «l’Iraq non è l’unico paese dove un despota abbia il trono su una riserva di petrolio», domandandosi «come faccia Exxon Mobil a mantenere piene le sue pipeline senza sporcarsi le mani».

«Incapace di democratizzarsi», è il giudizio dell’Internazionale liberale sul regime nguemista. Ed è l’opinione delle chiese. Per il Catholic Relief Services, la maggioranza dei guineani non ha accesso alla sanità di base. A Madrid, Antena Misionera parla di una ex colonia spagnola controllata da società straniere che non s'importano dell’autoritarismo politico e della crescita della povertà.

La rivista spiritana Nouvelles du Monde così stigmatizza il regime: «L’Internazionale socialista e l’Internazionale democristiana lo accusano da anni e anni di proibire ogni attività sindacale... senza che ciò impedisca al Corporate Council for Africa, dal quale esce l’85% dell’investimento privato nel continente, di sostenere che la Guinea Equatoriale rappresenta una enorme opportunità per le compagnie americane. La texana Halliburton, specializzata in perforazioni petrolifere, fa affari d'oro con la benedizione del regime guineano».

L’Alleanza mondiale delle chiese riformate, con sede a Ginevra, ha informato i suoi membri negli Stati Uniti delle relazioni commerciali che alcune compagnie petrolifere americane hanno avviato con Malabo, chiedendo loro di esaminare i contratti siglati e le loro probabili...
utente anonimo

#4   21 Ottobre 2008 - 12:07
 
mi par di capire che fosse troppo lungo, ecco il seguito

...conseguenze sui diritti umani.
L’appello lanciato nel marzo 2000 dall'Aceac, l’Associazione delle conferenze episcopali dell’Africa centrale, andava nello stesso senso: «Nei nostri paesi, il tribalismo politicizzato, la non trasparenza nella gestione della cosa pubblica, l’egoismo dei nostri responsabili politici, la corruzione generalizzata mandano in cancrena le strutture dei nostri stati… Ma anche le potenze esterne hanno la loro parte di responsabilità.

La ricerca sfrenata dei loro profitti, spesso a scapito dei profitti dei nostri paesi, le spinge a corrompere i decisori. Non indietreggiano davanti a niente, per difendere i loro interessi. Lo sfruttamento delle risorse naturali è così divenuto paradossalmente la fonte delle nostre disgrazie. Sono state messe a ferro e fuoco nazioni intere al solo scopo di preservare gli interessi di questa o quella nazione straniera, dell’una o dell’altra società internazionale.

In nome della solidarietà cristiana e umana vi supplichiamo, intervenite presso i vostri governi, i vostri leader politici ed economici, le vostre imprese internazionali, affinché ascoltino il grido angosciato dei nostri popoli, vittime di questa ricerca sfrenata del profitto».

Diritti ignoti

Se il professor Victor-Yves Ghebali dell’Istituto universitario di studi internazionali (Iued) ha parlato, su Le Temps di Ginevra, di «un’amministrazione americana fascistoide», dalle colonne del Monde diplomatique Jean-Christophe Servant e Ignacio Ramonet hanno denunciato la cieca diplomazia del dollaro, che fa sì che «certuni fra i tiranni più sanguinari continuino ad essere sostenuti dagli Stati Uniti, come il delirante Teodoro Obiang, ricevuto con tutti gli onori alla Casa Bianca nel settembre 2002 da George Bush… Gli Usa si accingono a cancellare questo stato dalla lista dei 14 paesi africani cattivi in materia di diritti umani».

Eppure è la Cia che nel suo rapporto annuale lo descrive come un paese gestito da «dirigenti fuorilegge che hanno saccheggiato l’economia nazionale… Due terzi delle concessioni petrolifere sono stati assegnati ad operatori americani aventi stretti legami con l’amministrazione Bush». Malabo è adesso collegata direttamente a Houston dalla compagnia aerea Jarvis International Freight, che lavora prioritariamente con la Halliburton (guidata fino al 1999 dal vicepresidente Dick Cheney).

La Commissione dei diritti umani ha reagito alla fine del 2002, inviando a Malabo il suo rapporteur speciale sulla libertà di opinione e di espressione, il keniano Ambeyi Ligabo. La visita è stata bollata dagli nguemisti come «fuori luogo e priva di senso». Il rapporto di Ligabo, pubblicato a febbraio, parla dell’assenza di organi di informazione liberi, del divieto di esistere per un’associazione di stampa e il collegio degli avvocati, di un sistema giudiziario nepotista e incompetente. Ricorda altresì le frodi elettorali croniche, la gravità della corruzione, lo sconfortante vuoto di moralità della funzione pubblica e l’impunità dei funzionari.

Il rapporto sentenzia: «Il governo non può dare ciò che non gli appartiene; la libertà di espressione e di opposizione non si danno, sono un diritto innato».
Perfino Washington finisce per allarmarsi: alla fine del 2002, la Voice of America segnalava che «i funzionari americani manifestano inquietudine per il ciclopico dossier riguardante i diritti umani in Guinea Equatoriale». Il Centro americano per l’integrità pubblica è preoccupato delle «curiose connessioni della diplomazia del petrolio».

E aggiunge che il governo Bush concede carta bianca alle compagnie, che utilizzano per la loro sicurezza ex militari statunitensi forniti da una compagnia privata, la Mpri. L’ufficiale Us Equatorial Guinea Commercial Guide constata che «corruzione e disfunzione del sistema giudiziario pesano sullo sviluppo dell’economia e della società». Quanto al dipartimento di stato, ha confermato a marzo le numerosi violazioni gravi dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza; le detenzioni arbitrarie, moneta corrente, e la tortura nelle prigioni; la mancanza di trasparenza finanziaria», eccetera.

Agli inizi del boom del petrolio, il quotidiano svizzero Neue Zürcherzeitung aveva definito gli nguemisti - era il 1994 - una «impresa statale familiare criminale». Lo scorso maggio, New People di Nairobi sottolineava come, a dispetto del petrolio, «il popolo della Guinea Equatoriale resta tra i più poveri dell’Africa».

Cervelli in fuga

Il 20 marzo 2003, è stata scoperta davanti al palazzo presidenziale una statua di Obiang Nguema. Un comunicato ufficiale ha allora celebrato il «leader indiscutibile e promotore dell’azione sempre proiettata in avanti della costruzione della Guinea Equatoriale, nel quadro del programma di restaurazione politica, economica e sociale intrapresa dal Pdge…».

Il corrispondente dell’agenzia Afp da Malabo comunicava, qualche tempo dopo, che «la ripartizione della manna petrolifera e la lotta contro la povertà costituiscono le sfide più importanti dei prossimi anni, per questo paese che manca crudelmente di quadri e la cui élite si è in gran parte esiliata all’estero per sfuggire a un regime repressivo che fatica ad aprirsi al mondo».

Su 125mila guineani che hanno lasciato il paese – secondo dati forniti da Luis Ondo Ayang, segretario generale del più antico partito d’opposizione, la Alianza nacional para la restauración democratica (Anrd) – diecimila sono quadri superiori (avvocati, ingegneri, giudici, medici, professori…) e trentamila quadri intermedi (infermieri, maestri, meccanici…).

Non stupisce allora la domanda del deputato spagnolo Iñaki Anasagasti rivolta, a fine aprile (era appena finita la guerra in Iraq), al presidente Aznar: «E adesso, quando appoggerete una guerra contro la "sanguinosa dittatura" della Guinea Equatoriale?».
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