mazzetta

Ce la possiamo fare...
martedì, 07 ottobre 2008

La crisi è appena cominciata

anche in Altrenotizie

Le ragioni dell'attuale crisi dell'economia globale sono state enunciate fin dall'alba del nuovo secolo. La mancanza di controlli, regole e responsabilità, risultato delle grandi deregulation degli anni ottanta e novanta, era attesa a produrre i suoi effetti fin dagli inizi del secolo e non ha mancato l'appuntamento. Poco importa che sovrane macchiette come Gasparri o Tremonti ora si travestano da nemici della globalizzazione per opportunismo politico e che lo stesso facciano i loro colleghi repubblicani negli Stati Uniti, non erano loro a sfilare per le strade di Seattle, Praga e Genova a cavallo del secolo. Loro semmai erano chiusi nei palazzi ad ordire l’uno rappresaglie cilene e l’altro magie contabili. L'attesa crisi è arrivata ed ora ci sono solo due possibili esiti, comunque di segno negativo. Un crollo repentino della fiducia e l'incapacità dei governi possono portare ad uno schianto epocale, al contrario la collaborazione di tutte le forze in gioco e il mantenimento della calma, possono condurre ad un atterraggio più morbido, simile ad una lenta agonia.

economistohfuck


Quello che è certo è che la montagna di denaro virtuale costruita grazie alle magie finanziarie, è destinata a trasformarsi in una montagna di debiti che peserà sulle generazioni future; negli Stati Uniti, in Europa, ovunque. Già oggi nessuna economia nazionale può dirsi al riparo dalla tempesta, tanto che anche la remota e minuscola Islanda sembra correre sul filo del default in stile argentino. Non c'è niente di esoterico nella crisi di questi giorni, la natura della quale è allo stesso tempo ideologica e criminale. L'ideologia che ha dato ossigeno alla grande corsa all'oro di carta la conosciamo benissimo. Discende dalle sciagurate imprese di Thatcher e Reagan, passa per le grandi istituzioni come il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, per finire la sua parabola negli anni di governo di Bush, Blair, Berlusconi e Aznar.

In quegli anni l'astrattismo finanziario ha superato ogni record, il conflitto d'interessi è diventato la regola e ogni operatore economico ha coltivato aspettative di guadagni assolutamente irrealistiche. La finanziarizzazione dell'economia ha significato principalmente un brutale drenaggio di risorse verso i grandi casinò della finanza, fino a che molti business si sono trasformati in semplici fonti di finanziamento per operazioni sempre più complesse e volatili. Il lato criminale di queste attività risiede nelle diffuse complicità che hanno consentito di farsi beffe persino delle più elementari regole contabili.


A ruota delle parole d'ordine delle reaganomics, capaci definire l'istituzione della sanità pubblica come il primo passo verso il comunismo e la perdita della libertà, si è fatto largo il credo liberista, secondo il quale tutto doveva essere privatizzato ed affidato a mani capaci di farlo fruttare. Sono così stati privatizzati i servizi, le reti nazionali e i beni comuni che sono presto andati a costituire rendite di posizione nelle mani di pochi eletti. C'è voluto davvero poco perché dall'alto di posizioni dominanti l'elite economica decidesse di taglieggiare i cittadini di ogni continente per spremerne quanto più denaro possibile da investire poi nella grande giostra del turbocapitalismo. Coperti dal fragore della guerra all'Islam il governo americano, molti governi occidentali e asiatici hanno poi aperto le gabbie, favorendo il credito facile e su quello permettendo di costruire meccanismi simili a quello piramidale che bruciò l'Albania nel decennio precedente.

Ancora nel 2004 il Congresso americano, la borsa e le grandi banche premevano su Fannie Mae e Freddie Mac perché acquistassero e garantissero una massa sempre più ingente di mutui ad alto rischio. Una maniera di alimentare il sacro fuoco della finanza, ma anche di bruciare il proprio capitale, un keynesismo tutto nuovo (alla rovescia) che ha pompato risorse ai piani alti della finanza, prosciugando le tasche di tutti gli altri. Chiamarlo keynesismo potrebbe sembrare strano, ma è attraverso una lunga serie di provvedimenti legislativi che gli stati hanno dirottato risorse e ricchezze verso i mercati finanziari, legando le loro sorti a quelle delle borse. Mentre però la versione originaria prevedeva una ricaduta certa degli investimenti decisi dallo stato sulla società impedendo in ogni caso la perdita secca degli investimenti, gli investimenti stimolati dal keynesismo 2.0 di marca neo-liberista sono stati completamente bruciati nel tentativo di moltiplicarli all'infinito. E non poteva essere diversamente.


Mutui promossi dall'alto per sostenere una piramide che già allora si rivelava insostenibile, ma che trovò scampo temporaneo proprio nell'esplosione del credito facile anche a livello individuale. Costruita una narrazione fascinosa quanto falsa, per la quale l'investimento immobiliare era destinato alla rivalutazione galoppante e perenne, s’instaurò un circuito relativamente virtuoso per il quale la grande domanda di immobili, spinta dal credito facile, alimentava i prezzi e l'illusione che il sistema fosse in grado di garantire felicità e profitti a chiunque. Anche nel nostro paese si è ballata questa musica e proprio durante il precedente governo Berlusconi abbiamo assistito alla grande orgia degli immobiliaristi e dei furbetti del quartierino, alla svendita dei servizi e alla privatizzazione di reti e beni comuni.

La finanza creativa di Tremonti era il perfetto equivalente del tentativo americano di raschiare il fondo del barile offrendo mutui a chiunque. Non a caso nel nostro paese la vendita di un ingente patrimonio immobiliare pubblico non ha minimamente calmierato il mercato immobiliare. Nonostante gli immobili pubblici siano stati immessi sul mercato a prezzi di saldo, il loro valore si è immediatamente moltiplicato a sostenere castelli di debiti molto più ingenti del valore di mercato degli immobili stessi. Il meccanismo adottato da Ricucci e compagnia è lo stesso che ha permesso, attraverso la costante sopravvalutazione dei valori immobiliari, di creare ricchezza virtuale destinata poi a dar vita alla grande bolla. Un dato evidentemente drogato, stante la massiccia perdita di potere d'acquisto da parte della grande maggioranza dei cittadini italiani negli ultimi. Drogato dall'operare l'uno accanto all'altro di politici e grandi dell'economia.


Ovviamente la responsabilità della crisi non si esaurisce in coloro che hanno promosso i diabolici meccanismi in nome dell'ideologia liberista, ma si diffonde a ogni livello dell'economia, coinvolgendo banche commerciali e banche d'affari, le società di revisione contabile e i grandi mercati finanziari mondiali, tutti soggetti che si sono resi complici della più grande rapina di risorse ai danni delle comunità. Il mantra liberista è stato accolto con favore dalle elite di ogni latitudine e non poteva essere diversamente: come resistere ad un'ideologia che afferma con forza che il progresso economico passa attraverso il maggior arricchimento dei ricchi?

Ora a pagare saranno figure di secondo piano, funzionari ed amministratori, mentre i grandi sono seduti ai tavoli dove si decide il salvataggio delle economie. Molti dei politici, banchieri e finanzieri che negli anni scorsi hanno sbandierato il liberismo, ora si travestono da populisti seguendo l'esempio del partito Repubblicano americano. La retorica di Sarah Palin, candidata alla vicepresidenza per il GOP esprime l'espediente in maniera cristallina: l'economia è stata rovinata da “loro”, i signori dell'economia e “noi”, i demagoghi che accorrono ad indicare la via alle plebi, siamo diversi. Un'abiura decisa e netta degli ultimi trenta anni di politiche repubblicane, sostenute senza troppe difficoltà anche dalla controparte democratica, da tempo spalla inseparabile di un governo oligarchico saldamente alla guida degli Stati Uniti. Oligarchia che non potrebbe essere più evidente anche in Italia, dove l'uomo più ricco del paese controlla tutta l'informazione, una parte importante dell'economia e ha riempito il parlamento di suoi dipendenti e soci in affari.


La vittoria del liberismo sulle socialdemocrazie ha segnato l'inizio della fine nel momento esatto del suo trionfo. Al cedere delle istanze sociali il mondo della finanza ha avuto campo libero, si diceva qualche anno fa che l'immagine di questo liberismo si potesse riassumere nella frase “libera volpe in libero pollaio”, essendo fin troppo chiaro che la demolizione di limiti e regole poteva andare a vantaggio solo dei soggetti economicamente più forti.

Oggi il giocattolo si è rotto, perché il dare e l'avere dei conti economici non s’incontrano più. La concentrazione dei capitali si è fatta sempre più decisa, fino a prosciugare la fonte che alimentava la giostra. Ovunque nel mondo la classe media si è trovata stretta tra prezzi in aumento e retribuzioni sempre più misere, come limoni spremuti i cittadini comuni non hanno più la possibilità di alimentare il circuito e il loro impoverimento è stato il segare il ramo sul quale stava seduta la finanza mondiale. L'avidità incontenibile delle elite smarrite nella rincorsa a profitti sempre più rapidi ed elevati, si è dispiegata senza limiti fino a prosciugare le fonti del loro stesso sostentamento, quello stesso circuito virtuoso ha invertito il suo senso e ora trascina inesorabilmente al ribasso le economie.


Niente di esoterico, nessun Big Complotto, ma solo gli effetti prevedibili e previsti di politiche irresponsabili. In queste ore sentiremo molte prediche, dal Papa che approfitta della disgrazia per raccattare qualche anima al cattolicesimo in crisi, ai soliti sciacalli neri per i quali invariabilmente “é colpa degli ebrei”, fino a quelli che dopo aver provocato il disastro ora si offrono di rimediarlo. Questi ultimi, decisamente meno folcloristici degli altri, sono quelli veramente pericolosi. In realtà, come dimostra anche il piano Paulson non ci sono grosse idee su come uscire dalla crisi, anche se è chiarissima la richiesta d'aiuto della finanza nei confronti dei governi e delle casse pubbliche.

Sembra che l'unico modo per evitare un collasso dell'economia globale sia quello di trasformare i debiti privati, frutto di anni di operazioni selvagge e spericolate quanto redditizie, in debiti pubblici a carico dei contribuenti. Con una singolare conversione oggi tutti i soggetti dell'economia globale chiedono di socializzare le loro perdite, dopo aver preteso per anni la privatizzazione dei profitti.


L'unica via d'uscita praticabile sembra quella di un lento riallineamento dei corsi alla realtà economica sottostante, anni e anni di depressione economica provocata dal drenaggio di capitali che saranno destinati a pagare il conto della grande sbornia liberista. A pagare il conto saranno, come sempre in questi casi, i soggetti più deboli, quelli che già oggi non arrivano alla fine del mese. Per loro è facile prevedere un periodo di disoccupazione diffusa e di retribuzioni miserabili, visto che nessuno dei padroni dell'economia sembra ancora disposto a ripartire dal cittadino come base per la ricostruzione di un altro mondo possibile.

Gli stessi soggetti che hanno provocato il disastro si sono offerti di rimediarlo, ma è abbastanza chiaro che non sono disposti a pagare nessun prezzo in prima persona. Il piano Paulson nella sua prima stesura è stato esemplare in questo senso. Allo Stato, rinnegato negli ultimi anni, si chiedeva solo una montagna di denaro a ripianare i debiti senza offrire nulla in cambio, nemmeno una revisione di quelle regole (o della loro assenza) che hanno portato al disastro. Sembra incredibile, ma può accadere grazie alla profonda sovversione delle democrazie e al grande controllo esercitato sulle opinioni pubbliche da parte delle elite, anche nelle “grandi democrazie”, grazie al controllo dell'infosfera globalizzata e dei finanziamenti elettorali.


Un controllo ed una sovversione che però da soli non saranno in grado di arginare il panico e ammortizzare lo scoppio della crisi. Nessun discorso potrà mai oscurare la chiarezza di numeri che raccontano di come i settecento miliardi di dollari messi sul piatto del
bailout statunitense siano una cifra insufficiente. Quando si voglia misurare l'abisso che si è spalancato salta immediatamente agli occhi che somma copre appena i buchi di Fannie Mae e della tedesca Hypo RE, una cifra che è l'equivalente a sua volta della somme dei deficit di Freddie Mac e del colosso assicurativo AIG. Tutti insieme non rappresentano che una parte del dissesto americano e una frazione modesta degli sbilanci che oggi animano le riunioni di decine di banche ed istituzioni finanziarie in giro per il mondo, in attesa di un “salvataggio” che eviti il loro fallimento e quello a catena di interi sistemi-paese.

Non è una situazione che possa essere affrontata fidando in chi ha già dimostrato di poter mandare in rovina compagnie centenarie per lucrare qualche milione di dollari, ma è esattamente quello che sta accadendo in queste ore ed è esattamente il motivo per il quale il panico monta attraverso i mercati internazionali. Servono soldi, serve liquidità, serve onorare i debiti, ma servirebbe più di tutto un piano d'azione serio, verosimile e sostenibile per ridare respiro ai mercati e guidare con mano salda la discesa agli inferi, in modo da renderla meno impattante sulle vite di miliardi di persone.

Un piano del genere è plausibile e praticabile, ma non vedrà la luce perché implicherebbe sostanziose transizioni di potere dall'economia alla politica, l'introduzione di limiti e controlli e il ritorno della mano pubblica in interi settori dell'economia. Una necessità imposta dal carattere sistemico di questa crisi, destinata a deflagrare proprio perché il sistema liberista, esclusivamente orientato al profitto, non può sopportare alcuna incrinatura del quadro ideologico che non consista nel versare nuovamente risorse pubbliche verso l'elite.


Questa è la grande sfida che pone questa crisi, un bivio di fronte al quale la scelta sarà tra un futuro nel quale le collettività dipenderanno più di prima dalle corporation finanziarie che hanno scatenato la crisi e un altro nel quale l'imprenditorialità e il gioco finanziario potranno esercitarsi solo all'interno di confini ben definiti, attraverso regole certe e procedure contabili trasparenti. Questo è uno di quei momenti della storia nei quali gli uomini dovrebbero sedersi insieme e disegnare il loro futuro: se il progetto sarà affidato ancora una volta a chi ha così clamorosamente fallito, possiamo scommettere amaramente che le regole del gioco cambieranno in peggio e che i disastri e la regressione sociale e civile siano solo all'inizio.
postato da mazzetta alle ore 23:41 | Permalink | commenti (12) / commenti (12) (pop-up)
categoria: movimenti, bush, truffe, economie, corporation, bug di sistema, mondo precario, elitarismo, infowatch



Commenti
#1   08 Ottobre 2008 - 09:40
 
Ma chi doveva controllare, dov'era?
Questo la dice lunga sulla reale efficacia degli organismi di controllo e sulla consegna del silenzio imposta ai media, che non contano uno stra-beato cazzo, in quanto spesso proprietà di chi dovrebbero invece controllare (vedi p.e. Berluschino)
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#2   08 Ottobre 2008 - 11:02
 

aggiornamento:

mentre Tokyo perde il 9.4% anche oggi, la Gran Bretagna getta sul piatto 350 miliardi di sterline, che al cambio sono quasi l'equivalente del piano Paulson

@ chico
chi doveva controllare era a libro paga dei controllati
anche i controlli sono stati privatizzati menandola che così sarebbero stati più efficienti

stesso destino per la previdenza "privata", che ha perso 2000 miliardi di dollari negli ultimi 15 mesi, il che equivale a una riduzione del 20% dei risparmi pensionistici degli americani

la realtà è che la finanza vuole avere mano libera, ma che ha dimostrato che la mano libera gli serve solo a rubare e poi suicidarsi vittima della sua stessa, intrinseca, avidità
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#3   08 Ottobre 2008 - 13:33
 
appena qualche giorno fa Berlusconi ha detto che "va tutto bene"
...e ora è l'ì che rincorre gli europei senza avere la più pallida idea di come affrontare i problemi

poi ha detto "nessun italiano perderà nemmeno un euro"
...e sono saltati fuori i casini di Unicredit, Mediolanum, Enasarco, i licenziamenti e il crollo dei consumi

Forse Berlusconi non è proprio la persona adatta per palazzo Chigi in un momento come questo
utente anonimo

#4   08 Ottobre 2008 - 20:41
 
sicuramente gli ebrei hanno grande responsabilita' in questa crisi ed e' inutile che ogni volta che li si cita ci si nasconda dietro un razzismo che ormai ha piu di mezzo secolo. Dietro le banche americane ci sono loro. Tutti i membri del consiglio di amministrazione della merrill linch sono ebrei. D'altronde questo sistema schifoso di prestare e guadagnare lo hanno inventato loro. Nell ' antichita' i cristiani prestavano soldi alla pari perche' contro la religione, ebraismo invece permette questo.Infatti questa gente a usurato le persone per migliaia di anni ed e' per questo che sono ricche oggi.
utente anonimo

#5   08 Ottobre 2008 - 22:02
 
non cancello il commento sopra, solo perchè giunge a dimostrazione della sopravvivenza inquietante dell'ignoranza razzista

basta attendere un attimo e il troglodita che indica l'ebreo, lo zingaro o il negro si materializza come per incanto

non è un incanto, è l'amara realtà con la quale siamo chiamati a confrontarci, quella delle puttanate che qualcuno ha messo nella testa del povero commentatore che sembra uscito dal medioevo

ci sono un sacco di siti, da quello orrendo di Blondet in giù, che non hanno nessun ritegno nel sostenere cose del genere e anche molte altre molto più buffe, se non evocassero tragedie

cialtroni integralisti di un cattolicesimo puzzolente, più papisti dei papi e più razzisti di Borghezio

font inesauribili di razzismo e di storie mai plausibili che puntano sempre nelle stesse direzioni

come le mosche contro il vetro...

....tunk...tunk...tunk...tunk


ci sarebbe da chiedere che ne pensano gli eredi istituzionalizzati del fascismo, di tutta questa merda, chissà come la spiegherebbero



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#6   08 Ottobre 2008 - 22:20
 
il problema è che il troglodita è dentro la maggioranza di qualsiasi popolo nel momento in cui scopre di poter fare la fame esattamente come quei popoli che fino a ieri guardava dall'alto in basso. E la storia insegna che di fronte alla crisi economica aumenta il potere del demagogo che sa offrire al troglodita il capro espiatorio su cui rifarsi della propria miseria, se non c'è già un movimento rivoluzionario pronto a cogliere l'occasione. Purtroppo l'occidente di oggi assomiglia molto più alla Germania del post '29 che alla Russia del 1917 o alla Cina del 1949
utente anonimo

#7   08 Ottobre 2008 - 23:16
 
Hanno davvero sganciato una cifra da paura per la sanità

Ignoring Reality Has a Price

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By DAVID LEONHARDT
Published: October 7, 2008


Ben Bernanke, Federal Reserve chairman, called the financial crisis “a problem of historic dimensions” and indicated that the Fed would cut its interest rate again.

Thirty billion dollars to keep Bear Stearns from collapsing. Another $85 billion for A.I.G. Hundreds of billions, here and there, lent to banks.

All told, the Federal Reserve has pumped $800 billion into the financial system, Ben Bernanke, its chairman, estimated on Tuesday. That figure doesn’t include the untold sum that the Fed now plans to spend buying short-term debt so that companies can continue to pay for their daily operations. And it doesn’t include any of the money the Treasury Department is laying out, like the $700 billion bailout fund or the $200 billion that could be spent propping up Fannie Mae and Freddie Mac.

After 14 months of crisis, the federal government — meaning you and me — has put serious money on the line. As a point of comparison, the entire annual federal budget is about $3 trillion.

Just how are we going to pay for all this?

The short answer is that the budget problems the country seemed to have a year ago are now even worse. Next year’s deficit (relative to the economy’s size) will probably be the biggest since 1992, and maybe since 1983. Taxes will have to rise or government spending will have to fall, if not both. Trying to contain the mess created by a bubble no doubt costs serious money.

Yet this is also a case in which the short answer isn’t the full answer, or even the best answer.

As expensive as the damage control may be, it isn’t likely to cost near as much as the headline numbers suggest. More to the point, the alternative — not spending some serious money to deal with the crisis — would probably end up costing a lot more. As it is, the various bailouts are not the main reason next year’s deficit is growing. The deteriorating state of the economy is.

So if you want to conjure up some doomsday stories about the federal budget, I’m happy to play along (and will do so momentarily). But those stories aren’t mainly about the credit crisis. They’re about the dangers of ignoring economic realities — which, when you think about it, is how we ended up in this credit crisis in the first place.



The most newsworthy part of Mr. Bernanke’s lunchtime speech on Tuesday was his sober overview of the economy. He called the financial crisis “a problem of historic dimensions” and indicated that the Fed would soon cut its benchmark interest rate once again.

But the bulk of the speech was a catalog of the extraordinary steps that the Fed and Treasury had taken since August and the delicate line they had tried to walk along the way. They have lent enormous amounts of money to banks and trumpeted those efforts to try to restore some confidence to the credit markets. Fed officials have pointed out that they are nowhere close to being out of bullets either. They work for the central bank, after all. They can always print money.

But Mr. Bernanke and the Treasury secretary, Henry Paulson, have also emphasized that they’re not being too generous. They are mainly making loans and investments, and they expect to recoup much of the money they’re spreading around.

Outside the government, economists differ about whether Mr. Bernanke and Mr. Paulson have been too aggressive or not aggressive enough and whether they have been aggressive in the right ways. But there is not much concern that they are taking on additional debt — or even about the amount of it.

“The policy actions are not likely to have a large effect on the budget over the next five or 10 years,” Douglas Elmendorf, who has become a go-to Democratic economist during the crisis, told me. John Makin, of the conservative American Enterprise Institute, added: “The last thing I’m worried about right now is additional government indebtedness. There really isn’t an alternative.”

Mr. Makin pointed out that during Japan’s long malaise, the government passed a stimulus package almost every year that was equal to more than 2 percent of the country’s gross domestic product (equivalent to about $400 billion in this country today). But interest rates in Japan remained low, a sign that economic weakness, not deficits, was still the problem.

That being said, today’s ever-expanding bailouts do create some dangers. You’ve probably heard the term moral hazard, which is shorthand for the idea that government rescues may lead investors to take new, unwise risks — and ultimately require yet more rescues.

The Fed is also setting itself up for tough decisions about when to end its various emergency programs. If it waits too long, it could leave so much money sloshing around the economy that inflation will take off. Fed officials have suggested they understand that they made precisely this mistake after the 2001 recession, when they kept interest rates low and added to the mania in the housing market.

Finally, there is the net cost of the bailouts, which may well be bigger than Mr. Bernanke has acknowledged. Under the new program announced Tuesday, the Fed will own the commercial paper that serves as short-term loans for companies. If some of those companies go bankrupt, the Fed could suffer some losses.

The Treasury’s $700 billion bailout fund, meanwhile, is based on the premise that investors are collectively undervaluing assets and that the government can pay above current market prices without losing much money. “One has to be at least a bit skeptical,” the economist Greg Mankiw says, “about the idea that government policy makers gambling with other people’s money are better at judging the value of complex financial instruments than are private investors gambling with their own.”

After talking with budget analysts, I think it’s reasonable to assume that the bailouts will end up costing several hundred billion dollars, spread over several years. Perhaps $100 billion of that cost may come next year. Add in another $100 billion or so for the weakening economy — specifically the fall in tax revenue, increases in spending on social programs and the possibility of another stimulus package.

Even before the crisis, the Bush administration was set to bequeath a $550 billion deficit to its successor. Now, a better estimate appears to be $750 billion — or 5 percent of gross domestic product. The only years since the 1960s that the deficit has been nearly so large were the early 1990s (almost 4.5 percent of G.D.P.) and the mid-1980s (with a peak of 6 percent in 1983).

Obviously, next year’s deficit is a problem. And if you assume the credit crisis isn’t about to lift — which seems smart at this point — the ultimate cost of the bailouts could conceivably go higher. Whatever the final figure, it should still be put in some context.

Despite everything, the biggest fiscal problem remains, far and away, health care. Based on the rate that medical spending has been rising, the Congressional Budget Office forecasts that Medicare and Medicaid will take up 10 percent of G.D.P. within two decades, up from about 4 percent now. In today’s terms, that would be the equivalent of adding at least $900 billion to the deficit every single year, in perpetuity. It makes the cost of the bailouts look like a rounding error.

When it comes to health care, we have a situation that is blatantly unsustainable. With the right choices, we can prevent that. But so far, we instead seem to be hoping that the situation will magically resolve itself, which is a recipe for big problems and perhaps even a crisis.

Let’s see. That doesn’t sound familiar, does it?
utente anonimo

#8   09 Ottobre 2008 - 00:04
 
x il fascio rincoglionito

se non sai l'inglese fattelo tradurre e poi dì a quello che spara queste cazzate, che Merrill Lynch è alla canna del gas
pirla


Merrill Lynch: Still Screwed After All This Time
John Carney | Oct 8, 08 12:47 PM

DavidTroneSaysMerrillIsScrewed.jpgMerrill Lynch will go down in a blaze of gory write downs, according to Fox-Pitt Kelton analyst David Trone. He expects the troubled brokerage, which is set to be acquired by Bank of America, to write down $8.5 billion for the third quarter quarter.

Keep in mind that any new write downs come on top of last quarter’s mammoth $5.7 billion write down. That write down was supposed to be a “watershed moment” and “the final round” of write downs. CNBC described it as a "kitchen sink moment."

It was, well, achieved in part by Merrill selling its collateralized debt obligations one fifth of their value. Following that quarter and assurances that the worst of times were past, Merrill managed to raise another $8 billion. Are investors supposed to be underwater after a watershed? Does a "kitchen sink" moment mean you are still going down the drain? If so, we guess that totally worked out.

Reuters describes Trone’s write down breakdown.

“The $8.5 billion writedowns will include $4.4 billion loss on sale of asset-backed securities collateralized debt obligations and $1.3 billion loss on termination of hedges with monolines, Trone said.

He also expects writedowns of $1.3 billion for "Alt-A" mortgages, $600 million for prime mortgages and $450 million for sub-prime mortgages.

Expenses for the quarter may include $2.5 billion in reset payment to Temasek, $2.4 billion in dividend payments resulting from conversion of $4.9 billion in preferred to common shares, and $125 million in fines related to auction rate securities, he said.”

If that sounds awful, keep in mind that in the past Trone has underestimated Merrill's write downs. Reality might be even worse than this prediction. Merrill ranks at number 2 in the Biggest Losers League Table of Writedowns, with $51.8 billion reported already.

Trone expects a loss of $5.07 a share in the third quarter, which a downward revision from his prior view of a loss of $2.86 a share. The average analyst estimate is a loss of $4.92. He rates Merrill "in line," but which line is he talking about? We're guessing it is the line to the men's room. Trone's still estimating a fourth-quarter profit for Merrill because hope lives eternal. He think Merrill will make 23 cents a share, which is a cut from his previous estimate of 35 cents a share. That cut reflect a loss of $325 million from Merrill's agreement to buy back $3.25 billion in auction rate securities.

Merrill is scheduled to report earnings on October 16. When the write downs come, how much do you want to be we’ll hear that this, finally, is the end?
utente anonimo

#9   09 Ottobre 2008 - 08:04
 
I thought this from another forum was great:
"My government is my worst enemy. I'm going to fight them with any means at hand."

This was former revolutionary terrorist Bill Ayers back in his old Weather Underground days, right? Imagine what Sarah Palin is going to do with this incendiary quote as she tears into Barack Obama this week.

Only one problem. The quote is from Joe Vogler, the raging anti-American who founded the Alaska Independence Party. Inconveniently for Palin, that's the very same secessionist party that her husband, Todd, belonged to for seven years and that she sent a shout-out to as Alaska governor earlier this year. ("Keep up the good work," Palin told AIP members. "And God bless you.")

AIP chairwoman Lynette Clark told me recently that Sarah Palin is her kind of gal. "She's Alaskan to the bone ... she sounds just like Joe Vogler."

So who are these America-haters that the Palins are pallin' around with?

Before his strange murder in 1993, party founder Vogler preached armed insurrection against the United States of America. Vogler, who always carried a Magnum with him, was fond of saying, "When the [federal] bureaucrats come after me, I suggest they wear red coats. They make better targets. In the federal government are the biggest liars in the United States, and I hate them with a passion. They think they own [Alaska]. There comes a time when people will choose to die with honor rather than live with dishonor. That time may be coming here. Our goal is ultimate independence by peaceful means under a minimal government fully responsive to the people. I hope we don't have to take human life, but if they go on tramping on our property rights, look out, we're ready to die."

This quote is from "Coming Into the Country," by John McPhee, who traipsed around Alaska's remote gold mining country with Vogler for his 1991 book. The violent-tempered secessionist vowed to McPhee that if any federal official tried to stop him from polluting Alaska's rivers with his earth-moving equipment, he would "run over him with a Cat and turn mosquitoes loose on him while he dies."

Vogler wasn't just a blowhard either. He put his secessionist ideas into action, working to build AIP membership to 20,000 -- an impressive figure by Alaska standards -- and to elect party member Walter Hickel as governor in 1990.

Vogler's greatest moment of glory was to be his 1993 appearance before the United Nations to denounce United States "tyranny" before the entire world and to demand Alaska's freedom. The Alaska secessionist had persuaded the government of Iran to sponsor his anti-American harangue.

That's right ... Iran. The Islamic dictatorship. The taker of American hostages. The rogue nation that McCain and Palin have excoriated Obama for suggesting we diplomatically engage. That Iran.

AIP leaders allege that Vogler, who was murdered that year by a fellow secessionist, was taken out by powerful forces in the U.S. before he could reach his U.N. platform. "The United States government would have been deeply embarrassed," by Vogler's U.N. speech, darkly suggests Clark. "And we can't have that, can we?"

The Republican ticket is working hard this week to make Barack Obama's tenuous connection to graying, '60s revolutionary Bill Ayers a major campaign issue. But the Palins' connection to anti-American extremism is much more central to their political biographies.

Imagine the uproar if Michelle Obama was revealed to have joined a black nationalist party whose founder preached armed secession from the United States and who enlisted the government of Iran in his cause? The Obama campaign would probably not have survived such an explosive revelation. Particularly if Barack Obama himself was videotaped giving the anti-American secessionists his wholehearted support just months ago.

Where's the outrage, Sarah Palin has been asking this week, in her attacks on Obama's fuzzy ties to Ayers? The question is more appropriate when applied to her own disturbing associations.
utente anonimo

#10   09 Ottobre 2008 - 14:30
 
per farsi un'idea del genere

http://musicasacra.forumfree.net/?t=9523574
"LA QUERELA CONTRO I GIUDEI .
Una nuova ripubblicazione sul web del testo della mia querela contro i giudei, per i riti di odio e maledizione da essi praticati quotidianamente nelle sinagoghe"

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#11   09 Ottobre 2008 - 17:32
 
gli ignoranti siete voi, io razzista non sono perche' sono sposato con una africana, quindi sei fuori strada, cattolico neanche' perche' convertito all 'islam da 3 anni, quindi alla fine i trogloditi siete voi che non conoscete la storia, e come e' nato questo sistema. Buttarla sempre il razzismo e' comodo, il fatto che siano stati perseguitati e' un grande dolore per tutta l'umanita', e lo restera' per sempre, cio non significa che per l'eternita' loro devono essere esantati da ogni responsabilita'. Siamo nel 2008, il problema e' una crisi finanziaria e non altro, e ti assicuro che loro hanno grande responsabilita' perche' a capo della finanza ci sono loro da sempre.
utente anonimo

#12   09 Ottobre 2008 - 21:03
 
"ti assicuro che loro hanno grande responsabilita'"

dimostralo

intanto hai capito che quella su Merril Lynch è una balla?
dove l'hai raccattata?

capirei uno che ce l'avesse con "gli americani" e lo capirei relativamente, ma per sostenere che la colpa sia degli ebrei piuttosto che dei sauditi lo devi dimostrare, altrimenti è razzismo fondato sul pregiudizio o su propaganda dei nazi
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