Sembra proprio che alla fine i fondatori di Pirate bay abbiano preferito vendere fino a che c'era ancora qualcosa da vendere, qualche milione di euro e il sito è passato alla svedese Global Gaming Factory X AB.
Anche se i vecchi titolari, che recentemente avevano perso malamente una causa contro le major sui diritti di copyright, rassicurano gli utenti dicendo che nulla cambierà, la GGF sembra orientata a sfruttare il know how e la fama di Pirate Bay senza andare alla guerra con i proprietari dei diritti, in pratica cercando un sistema per retribuirli con i soldi degli utenti, il che significa che Pirate Bay presto non sarà più gratuita.
La notizia, che sarà accolta con dolore dai fan e dagli utenti del sito, non mancherà di stimolare altri sulla stessa via, fin da quando si è compiuta l'analoga parabola di Napster si è capito che non appena, per amore o per forza, il sito leader del file sharing pirata rientra nei ranghi dell'ortodossia commerciale, subito si avanzano nuovi pretendenti alla corona di nemico pubblico numero uno del copyright, una corona che comunque dà sempre grosse soddisfazioni.
Nonostante le preoccupazioni degli americani per la loro "sicurezza", gli iracheni sembrano contenti del fatto che da oggi gli americani potranno entrare nelle città solo dietro richiesta delle autorità irachene, anche se in realtà gli americani resteranno ancora a lungo (una base americana è per sempre) e anche se hanno dovuto cambiare i confini della capitale per dire che anche la base, che non si sposta, adesso è fuori città.

Alle scene di giubilo si è aggiunto il premier che ha dichiarato la giornata di oggi festa nazionale e istituito la "Festa della sovranità nazionale". Dagli USA nessun commento ufficiale, avrebbero preferito una cosa fatta in silenzio, non è bello rievocare la genesi di questa "guerra per sbaglio" che in Occidente sembra ormai dimenticata dai media e da tutti. Gli iracheni invece sono scesi in strada nonostante il pericolo di attentati (che non ci sono stati) e hanno ballato, danzato e sparato fuochi d'artificio, dimostrando esplicitamente quanto fossero contenti della "sicurezza" offerta loro dalla presenza americana. Sui nostri giornali solo piccoli riquadri nelle pagine interne.




Era annunciato dal 2006, ma è arrivata tutto sommato inatteso. Si tratta dell'effetto pratico di una legge contro il vizio varata da Putin nel 2006 che vieta radicalmente l'esistenza di casino e slot machines. Non ci avevano creduto troppo i proprietari delle centinaia di sale da gioco di Mosca, stancamente avevano proposto anche un'alternativa fondata sull'autoregolamentazione ed erano comunque convinti di poter dilazionare il termine.
Invece no, dal primo di luglio in Russia i casino saranno legali solo in quattro province siberiane e quindi da domani i russi rimarranno senza, visto che nessuno ha ancora raccolto davvero l'unica opportunità di sopravvivenza del business, offerta dal governo nella lontana Siberia. C'è da dire che il provvedimento appare sacrosanto e non solo perché il mondo del gioco d'azzardo in Russia è notoriamente dominato da organizzazioni criminali, ma soprattutto per i valori assoluti raggiunti dal fenomeno nel paese, dove ormai è una piaga che incide pesantemente sulla qualità della vita di milioni di adepti e appassionati.
Il presidente Napolitano chiede gentilmente una tregua: "Sarebbe giusto, di qui al G8, data la delicatezza di questo grosso appuntamento internazionale, avere una tregua nelle polemiche".
Ovviamente il riferimento è alle polemiche provocate dagli scandali che stanno travolgendo il presidente del consiglio Berlusconi, ma altrettanto ovviamente l'appello andrebbe rivolto proprio a lui e ai suoi fan, che non stanno certo dando esempio di continenza, neppure verbale.
La risposta a Napolitano non può quindi che essere negativa, se Berlusconi non perde l'occasione di strumentalizzare gli incontri internazionali per dare (dubbio) lustro alla sua immagine, non si vede davvero perché gli italiani dovrebbero dargli tregua ed assistere silenti al suo solito show ipocrita, tanto più che in questa occasione lo show sarà ai danni dei poveri terremotati abruzzesi, già presi in giro abbondantemente con le solite promesse da marinaio.
Al contrario, sarà bene approfittare della ribalta internazionale per legnare il più possibile l'indegno satiro mentitore, tanto l'immagine del paese non ne risentirà di sicuro, più in basso di così non può cadere.

Il governo vieta Internet ai terremotati nelle tendopoli dicendo che "non gli serve". Una posizione ridicola che copre chiaramente il desiderio di ridurre nei campi le possibilità di comunicazione e di organizzazione per i terremotati, visto che allo stesso modo sono vietate assemblee, volantinaggi, visite e ogni attività di comunicazione che non sia esercitata su impulso governativo.
È fin troppo evidente che invece la rete ai terremotati servirebbe eccome, sia per sbrigare incombenze quotidiane che per lo studio o per comunicare con amici e parenti lontani grazie a strumenti come la posta elettronica, Skype, e altri ormai usati quotidianamente dagli italiani, così come per ammazzare la noia di giornate sempre uguali evadendo dall'unica offerta governativa, quella televisiva.
L'occasionale inattività alla quale sono costretti potrebbe al contrario essere valorizzata attraverso corsi di alfabetizzazione informatica, offrendo così agli abruzzesi la possibilità di riemergere dalla tragedia con un numero maggiore di frecce al loro arco, ma il governo non vuole, preferendo esercitare un controllo militaresco sui corpi e sulle menti dei terremotati.
Questo appello è rivolto a privati, aziende ed associazioni con la sufficiente capacità operativa, affinchè adottino i campi dei terremotati e forniscano loro la connessione ad internet e macchine utili a sfruttarla. Per coprire un campo non serve molto, giusto qualche router e qualche stazione Wi-Fi, l'ostacolo non è quindi economico, ma politico. Per superarlo basta la volontà e una volta che ci sarà il segnale nessuno potrà impedire agli abitanti dei campi di connettersi o vietare il possesso di computer o altri dispositivi utili allo scopo.
Non lasciamo soli i terremotati, diamo loro l'accesso alla rete perché tornino ad essere cittadini come tutti gli altri e non ostaggi della censura e della politica governativa, diamo la linea ai terremotati.
La situazione è tragica e pure seria. L'andamento dell'economia mondiale non promette niente di buono e arrivano i dati sulla salute dell'economia italiana, che sono molto peggiori degli ottimismi con i quali erano stati decorati dai noti furboni. Tremonti nega che esista un problema di disoccupazione, dicendo che il dato è falsato da come fanno i sondaggi e poi chiede il silenzio ("Non è una censura) fino a settembre. Troppe informazioni, dice, frastornano le famiglie e gli operatori, generano sconcerto, bisogna resistere alla crisi anche psicologicamente.
Notevole, ma inutile, se anche l'ometto riuscisse ad arrivare a settembre troverebbe la stessa situazione resa più urgente da due mesi di vacanza generale, i dati saranno peggiori, le entrate continueranno a diminuire e non si capisce proprio che beneficio potrebbe trarne il paese, nemmeno gli happy few si godrebbero comunque le vacanze, sapendo che li attende forse il primo vero autunno caldo da decenni.
La realtà e che alle grosse difficoltà politiche di Berlusconi si assomma il problema di un governo che ha fatto della concentrazione della ricchezza la sua bandiera e che ora resiste all'idea di allargare i cordoni della borsa per soccorrere le vittime della crisi. L'annuncio della terza volta della Legge Tremonti, la detassazione degli utili reinvestiti è la testimonianza di una coazione a ripetere davvero imbarazzante, niente come le due precedenti versioni ha spinto al proliferare di capannoni, che ora giacciono inutilizzati e svalutati proprio per l'inflazione costruttiva degli anni scorsi. Dare soldi per iinvestimenti produttivi in una fase recessiva e bonus per le scuole private non sembrano proprio dei gran provvedimenti anti-crisi, ancora di meno se a Settembre le scuole finiranno commissariate per i debiti e l'offerta formativa tracollerà per effetto dei tagli della riforma-massacro di Tremonti & Gelmini.
Silenzio anche sulla relazione della Corte dei Conti, che segnala 50 milirdi di danno dalla corruzione nella Pubblica Amministrazione e non solleva la minima dichiarazione da parte della politica, anche i 100 miliardi di evasione non ecciteranno nessuno. Un governo che agita il pugno di ferro contro i nomadi ladroni e contro i fannulloni, ma che tace su corrotti ed evasori, ci sarà un perché, ma non è un bel vedere, soprattutto notando che le opposizioni seguono compatte. A parte la figura da peracottari nell'essere ampiamente il paese più corrotto tra le grandi democrazie occidentali, il danno sociale eccede grandemente quello economico e la corruzione (soprattutto morale) si pone come la principale palla al piede di qualsiasi evoluzione positiva.
Silenzio... una curiosa richiesta da parte del governo del grande comunicatore, ormai impegnato allo spasimo in una vasta operazione di censura, dalle pressioni sui giornali esteri attraverso le nostre ambasciate (vergogna) fino a Tremonti è tutto una scagliarsi contro le critiche dicendo che sono illegittime e spesso criminali o che nel caso contrario fanno male a tutti.
C'è però una buona notizia, a settembre si potrà fare casino, sempre che ci sia ancora un governo contro il quale protestare.
5 marzo 2009, Franceschini: "Io sono a termine. A ottobre non mi candiderò".
24 giugno 2009: "Mi candido per portare il Pd nel futuro, per cambiare, per non tornare indietro"
Con tanti saluti al partito nuovo e diverso, si candidano tutti i vecchi big e buonanotte a chi si era illuso.
Ci voleva un programma satirico per vedere scorci d'intervista con rappresentanti del vasto fronte antigovernativo iraniano. Nessuno si è reso nemmeno la briga di tradurre qualche intervista ai media iraniani dei big della rivolta, si vede che costa troppo e fa meno audience di un paio di culi nudi famosi
Da Nettime giunge la notizia che il gruppo degli Anonymouse, già noto per una dura battaglia contro Scientology, ha dichiarato guerra ai Basiji. Il gruppo di hacker è stato largamente criticato in passato per i mezzi impiegati nella sua attività perché non ha alcuna remora nell'impiegare tattiche poco eleganti o illegali. Come nel caso citato, gli Anonymous cominciano con una minaccia di distruzione ai basiji iraniani, ormai identificati come gli assassini degli iraniani in piazza. Distruzione attraverso l'uso dell'arma della verità.
Come nel caso di Scientology, l'azione di Anonymous è volta alla diffusione di dati sensibili e di tutti i materiali e le "verità" sgradite ai nemici, senza limitarsi nel rimanere nell'ambito della "legalità" e colpendo duro, anche in maniera discutibile, come nel caso della pubblicazione dell'immagine qui sotto. Mentre i governi occidentali attendono di vedere che cosa succede e e si scopre che aziende occidentali aiutano tecnicamente l'Iran nel controllo della popolazione, l'azione degli Anonymous si inserisce in nella mobilitazione della rete a sostegno dei dimostranti iraniani.
Take your stand, gli iraniani in piazza hanno conquistato la solidarietà forse più preziosa, , perché disinteressata e animata unicamente dalla passione. Sono ormai migliaia le iniziative in rete contro la repressione iraniana.

In a statement released yesterday, Anonymous said, "Hello leaders of
Iran, we are Anonymous. As the eyes of the entire world hold you under
close scrutiny, the eyes of the Internet have taken similar notice of
your recent actions. While the governments of the world condemn you for
your violation of human rights Anonymous has taken a particular interest
Ricordate? Eravamo agli inizi di maggio e Berlusconi disse in televisione: "Veronica dovrà chiedermi scusa".
Nemmeno due mesi e molte Noemi dopo, il capo del governo è stretto tra l'ipotesi dell'autocastrazione (non chimica) e quella delle dimissioni, non si è presentato in parlamento a spiegare di Noemi e, nonostante le molteplici e contraddittorie spiegazioni a giustificare i suoi comportamenti. Ai suoi dipendenti non è rimasto che l'occultamento delle notizie e il definire "gossip" (ovvero pettegolezzo) le notizie scandalose che emergono di giorno in giorno sui giornali italiani come su quelli stranieri. Anche il lamento sul presunto complotto ai suoi danni è durato meno di una giornata e non ha convinto nessuno, come riassume bene il titolo di Europa: "Scontro titanico fra escort e premier. Ed è più forte lei".
Nel mezzo in parecchi hanno sacrificato la loro dignità per difendere il datore di lavoro. In particolare le parlamentari del PDL, mandate avanti a far da scudo alle critiche, sono riuscite solo a dimostrare di essere, pure loro, tante piccole Patrizia al soldo del sultano. Anche la nuova Patrizia assisa alla direzione del TG1 è stata immediatamente chiamata al sacrificio per il leader e si è ritrovata a parlare di "presunte accuse" (Così da non discuterle) in luogo della "presunta colpevolezza". Ma le accuse sono chiarissime e per nulla presunte, presunto è semmai il possesso della deontologia da parte di tanto professionista.
Da quel che pare di capire Veronica non ha alcuna intenzione di chiedere scusa e gran parte del paese è sempre più convinto che avesse ragione, in particolare dicendo che il marito "sta male".
Dopo aver perso voti alle europee e alle amministrative, i leader dei due principali partiti italiani subiscono una vera e propria Caporetto ai referendum. Solo un elettore su cinque è andato ai seggi, di quelli che ci sono andati un parte ha lasciato in bianco proprio i primi due quesiti, quando non ha votato solo la terza scheda, a spanne e senza dati verificabili circa il 30% di quanti si sono presentati al seggio, ai quali ovviamente va aggiunto chi ha votato NO e non sono stati pochi
Morale della favola: solo il 20 percento degli elettori ha accolto le indicazioni dei due leader arrivando fino al seggio, e solo una percentuale ancora più bassa, poco più della metà, le ha seguite tanto bene da mettere la fatidica croce dove richiesto.
Un consenso che vale poco più del 10% degli elettori italiani, raccolto dai leader di due partiti che insieme hnno raccolto più del 60% dei voti alle ultime elezioni, un'umiliazione. E infatti all'apparizione in televisione, Franceschini ha detto che ai ballottaggi è stato un grande successo, mentre il portavoce di Berlusconi ha detto che al primo turno il PDL ha stravinto e ha proposto di abolire i ballottaggi. L'assenza di domande degne di tal nome da parte di chi porgeva il microfono ha, come al solito, reso possibile il miracolo. La sconfitta al referendum non esiste, non c'è da meravigliarsi.
Ma allora i referendum? I referendum hanno schiantato la voglia di bipolarismo dei due principali partiti e il tentativo appena mascherato di arrivare alla legge "Porcata 2 (la vendetta dei nani)" che avrebbe permesso a PD e PDL d'avvantaggiarsi enormemente sugli inseguitori politici, a tal punto da annichilirli e costringerli all'estinzione grazie alla "Porcata ("The beginning")" modificata dal referendum.
Si parla di disaffezione alle urne, ma l'afflusso all'elezioni locali ed europee non è stato affatto così deludente, segnalando al contrario che nel caso dell'astensione al referendum si è trattato di un precisa - scelta poltica - maturata dai singoli elettori al di là delle indicazioni di partito, o meglio: in precisa controtendenza con i due leader che pensavano di blindare il loro potere ex lege.
Se l'ipotesi delle dimissioni di Berlusconi per una sconfitta non si pone; è pur sempre il padrone del partito; per Franceschini dovrebbero invece essere d'obbligo. Durante la sua reggenza il PD ha perso qualche milione di voti e nemmeno una frazione di chi vota PD ha seguito le sue indicazioni. Berlusconi ha ben altri problemi ed è impegnato a difendersi da ben altri rovesci, ma la disfatta subita dal partito di Franceschini su ogni fronte dovrebbe suonare come una sentenza di morte politica per il segretario, almeno in un paese normale e in un partito che non voglia continuare ad affondare legato a simili palle al piede.
L'insipido Franceschini e il piccante Berlusconi si sono trovati insieme sulla stessa barca che gli elettori hanno preso a cannonate, nei prossimi mesi vedremo se la tranvata avrà prodotto qualche effetto sulla carriera dei due logori leader.
A rendere farsesca la situazione ci pensano in serata personaggi come D'Alema e Fini, che dal campo dei tranvati dicono che il problema è il referendum e che bisogna "fare un riforma", perché così com'è non sarebbe "democratico" permettendo agli elettori di affossarlo non votando. Loosers inside, perdenti dentro.
Evidentemente questo trucchetto bipartisan è quanto di meglio sono riusciti ad inventarsi per deviare l'attenzione da una sconfitta tanto pesante: hanno perso il referendum per colpa della legge sul referendum, come se in assenza di quorum (una delle idee buttate in pasto ai telespettatori) gli elettori non potessero bocciare lo stesso porcate del genere, andando a votare invece di stare a casa.
Anche in Altrenotizie
La rivolta iraniana non accenna a placarsi nonostante la repressione. Come in una partita a scacchi che non si concluderà sicuramente in pochi giorni, le pedine si muovono sullo scacchiere senza che agli spettatori sia dato capire le prossime mosse e le probabilità di vittoria dei giocatori e la partita risulta ancora più indecifrabile a chi non conosca la complessità della politica iraniana, spesso esemplificata oltre la realtà per esigenze di propaganda. A pochi giorni dall'eruzione della rivolta i rivali istituzionali rimangono sulle loro posizioni, ma alzano il livello dello scontro. Se da un lato Ahmadinejad iscrive il rivale Mousavi nell'elenco dei criminali e Khamenei appare ormai aver scelto il campo del presidente ufficialmente rieletto, sul fronte avverso Mousavi non desiste e si dichiara pronto al martirio, mentre tutto attorno a lui è un frenetico trattare sottobanco per minare gli equilibri esistenti nella repubblica teocratica iraniana.
Fino ad ora il regime in carica sembra aver retto l'urto della protesta, ma gli sviluppi delle ultime ore non implicano affatto che la situazione possa risolversi felicemente per la fazione al potere. La rivolta si sviluppa su diversi piani e non è detto che la piazza, fino ad ora illuminata dalla rete, sia il campo di battaglia decisivo. Uno scontro fondamentale è in corso all'interno del Consiglio degli Esperti, su impulso di Rafsanjani che lo presiede, l'unico organo che può rimuovere il supremo leader Khamenei. Di notevole interesse sono i colloqui in corso a Qom, il Vaticano sciita, ai quali parteciperebbero, oltre ai membri del consiglio, i principali leader religiosi, tra i quali al Sharistani e anche il “Papa” sciita, l'iracheno al Sistani. La sola esistenza di colloqui del genere segnala la possibilità di una soluzione “istituzionale”, tutta interna alla teocrazia.
Una soluzione del genere segnalerebbe che effettivamente la rivolta popolare rischia di travolgere lo stesso sistema teocratico e che esista un fondato timore del clero nei confronti dei possibili sviluppi in questo senso, tale da spingerlo, almeno, ad interrogarsi sulla necessità di una rapida autoriforma. Nello scontro tra le due fazioni la religione c'entra poco, c'entra invece moltissimo l'equilibrio fondato proprio sulla modesta figura di Khamenei, che negli anni si è trasformato da brutto anatroccolo nel perno di un sistema che degrada sempre di più verso l'estremismo religioso e il populismo.
A questo proposito c'è da segnalare in queste ore proprio l'arresto della figlia di Rafsanjani, avvenuto proprio a ridosso della richiesta dell'ex-presidente Khatami per la liberazione di tutti gli arrestati. Se dalla repressione in corso si può trarre l'impressione che il regime intenda giocare la partita fino in fondo, l'arresto della figlia di Rafsanjani e di molte personalità a lui vicine, rischia di segnare veramente il punto di non ritorno di un conflitto che molto difficilmente potrà vedere le due fazioni trovare punti d'accordo o d'equilibrio. Oltre ad essere indubbiamente provocatorio e offensivo per il padre, l'arresto rischia di mobilitare davvero la potenza economica della sua fazione che di fronte ad un attacco diretto e brutale potrebbe considerare venuta la necessità di giocarsi il tutto per tutto.
Se lo scontro istituzionale dovesse finire ai coltelli non è facile prevedere chi ne uscirà vincitore, anche perché all'interno del sistema teocratico iraniano esistono comunque molti centri di potere e molte differenze e divisioni che seguono intersecandoli i conflitti di classe, d'interesse, quelli religiosi e quelli etnici. Una polifonia molto più complessa del riassunto bipolare offerto dall'immagine del confronto tra due campi omogenei e una molteplicità di livelli molto più complessa del conflitto bidimensionale offerto dallo scontro di piazza.
Dalla parte di Ahmadinejad e Khamenei ci sono gli apparati di sicurezza, anche se non è chiaro con quale compattezza, visto che sono state già annunciate parecchie defezioni morali. Apparato che però di fronte a una decisa compattezza delle gerarchie clericali contro il leader supremo potrebbe anche cambiare di campo in misura significativa. Il presidente e il leader supremo possono anche contare su un vasto sostegno popolare, che però non sembra in grado di portare le masse amiche nelle strade contro gli avversari. Una cosa che non sembra potersi il regime è la repressione incontrollata, lo dimostra la reazione fino ad oggi, che nonostante la brutalità sembra molto al di sotto del “necessario”, segno della volontà e dell'impossibilità della repressione militare e radicale.
Accanto ai loro oppositori sembra che ci sia un numero sempre maggiore di iraniani, la repressione e i lutti non hanno sicuramente migliorato l'immagine del potere e già ora la protesta sembra aver raggiunto dimensioni con la quale il potere fatica a confrontarsi. L'Ayatollah Montazeri (figlioccio di Khomeini) ha chiesto agli iraniani una veglia funebre per i prossimi mercoledì e venerdì, un'iniziativa che ricorda i tempi della rivoluzione. Furono proprio gli scioperi e le veglie funebri a fiaccare il regime e a costringere il sovrano iraniano alla fuga dal paese, se queste proteste riuscissero a toccare l'animo della minoranza silenziosa, quella che non è ancora scesa in piazza, il regime non potrebbe che rinunciare alla repressione o andare allo scontro totale in drastica minoranza.
Attorno alla partita iraniana, che sembra proprio essere iniziata del tutto inattesa oltre le frontiere del paese, gli spettatori trattengono il fiato. Non è chiaro l'esito dell'incontro e non è chiaro nemmeno se sia nell'interesse di altri paesi disturbare lo scontro in corso, gli stessi Stati Uniti hanno scelto un profilo molto basso, presto emulati da molti altri paesi che per giorni hanno ufficialmente ignorato le vicende iraniane. Gli Stati Uniti avevano appena inaugurato la politica dell'approccio pragmatico nei rapporti con l'Iran e teso la mano al regime e sicuramente Obama è sincero quando dice che a lui e al Dipartimento di Stato “non è chiaro” se abbia senso sostenere Mousavi nelle sue rivendicazioni, anche le reazioni negative alla repressione hanno avuto un tono assolutamente temperato. Anche il governo israeliano, al quale faceva gioco la vittoria dell'estremista Ahmadinejad, ha lanciato la palla rovente nel campo di Obama, dichiarando che ne asseconderà le iniziative nei confronti dell'Iran. Una maniera come un altra di porsi, con poca spesa, come fedele alleato dopo i recenti attriti sul congelamento delle colonie israeliane nella West Bank e magari sperare che l'infuocarsi dell'Iran distragga gli USA dall'idea sgradita di dettare le mosse d'Israele.
Sembra che accanto alle persone comuni che scendono in piazza esponendosi, ci siano solo i loro omologhi in tutto il mondo, che solidarizzano per la lotta contro il regime, ma che simpatizzano per i rivoltosi soprattutto perché li identificano come vittime del potere, poco importa che sia quello della parte di Ahmadinejad o di quella di Mousavi. I dimostranti iraniani sembrano gli unici genuinamente, e forse ingenuamente, a difendere qualcosa di condivisibile e di fondamentale: la loro libertà. In tutto il mondo, dove ci sia o non ci sia libertà, uomini e donne non possono che sostenere il diritto alla parola e all'integrità fisica dei dimostranti iraniani, augurandosi che prima o poi riescano a liberarsi dalla morsa clericale e a sviluppare nuovi equilibri fondati sul confronto tra gli uguali piuttosto che sulle parole incerte di deità improbabili.
La questione è che Cheney tempo fa fu interrogato dall'FBI sulla fuga di notizie dalla CIA che aveva "bruciato" un'agente sgradita all'amministrazione. Di quella chiacchierata con l'FBI non si è mai potuto sapere niente e oggi c'è ancora una grande curiosità. Sono in parecchi che vorrebbero vedere Cheney sotto inchiesta e poi condannato per le evidenti illegalità e falsità prodotte negli anni dell'amministrazione Bush.
L'associazione Citizens for Responsibility and Ethics in Washington ha fatto richiesta secondo il Freedom Of Information Act per ottenere i testi di quegli interrogatori. L'amministrazione può rifiutarsi di consegnare i documenti richiesti, ma deve motivare il rifiuto. Da quello che si capisce Cheney ha ancora molti amici al Dipartimento di Giustizia, che ha detto di no perchè: "Gli avvocati del Dipartimento di Giustizia hanno detto al giudice che i futuri presidenti o vice-presidenti potrebbero rifiutarsi di cooperare nelle investigazioni criminali se sapessero che quello che dicono potrà in seguito diventare accessibile ai loro oppositori politici e agli show satirici che li ridicolizzerebbero".
" Se diventeremo investigatori per i loro avversari politici, non coopereranno", ha detto Jeffrey Smith durante l'ora e mezza di audizione. "Non voglio che un futuro vice-presidente dica - Non collaborerò con voi perchè non voglio diventare carne da cannone per gli show televisivi" (fonte AP)
Geniale anzichenò. Rivelare quello che ha detto Cheney agli investigatori, potrebbe spingere i suoi successori a non collaborare alle future inchieste per paura del ridicolo. Quantomeno se ne deduce che la deposizione di Cheney sia incredibilmente ridicola o lunare, tanto da attirargli lo scherno diffuso o da favorire l'opposizione.
Secondo gli avvocati del DOJ quindi, tutte le dichiarazioni compromettenti dovrebbero restare segrete perché altrimenti nessuno dichiarerebbe più. Una discreta arrampicata sugli specchi
Forse Berlusconi dovrebbe pescare una difesa più valida oltreoceano, ma di questi tempi i fili che lo legano a Ghedini sono troppo forti e le segretezze condivise tra i due troppo numerose, come testimoniano le goffe scuse e giustificazioni che il premier è stato colto a fornire al suo avvocato (in un video registrao al Parlamento Europeo)dopo avergli dato del matto per le orribili frasi sull'ormai famoso "utilizzatore finale" e sulla sua capacità di attirare un sacco di belle figliolre "gratis", senza neppure bisogno di pagarle.
Due discrete sciocchezze che sono suonate come le unghie sulla lavagna a parecchi. Proprio oggi che Libero allerta contro i traditori in prima pagina, non si può certo permettere a Ghedini di scendere dal carro di Berlusconi.
Dopo che il leader Khamenei ha tenuto un discorso nel quale chiudeva ogni porta all'opposizione e minacciava rappresaglie, si teme il peggio per domani, quando l'opposizione tornerà comunque in piazza sfidando i divieti delle autorità.
Intanto sono stati sospesi i giocatori della nazionale iraniana che avevano giocato con un nastro verde al braccio in solidarietà con la protesta e per la prima volta il leader supremo è stato costretto a portare a Teheran migliaia di persone con i pulman (nella foto) per farli presenziare alla preghiera del venerdì. Sembra una sciocchezza, ma in Iran l'affollamento delle moschee in situazioni del genere è considerato un termometro del consenso, che a questo punto il governo ha deciso di taroccare.
Intanto Google ha messo online un traduttore dal farsi, subito integrato dagli utentii, che dovrebbe permettere di capire qualcosa dalle fonti originali anche a chi non conosce la lingua. Intanto sembra che i voltosi si siano organizzati per la caccia notturna ai basiji, i membri della milizia che si occupa della repressione. I cacciatori non sono studenti, ma da quello che si dice sono adulti di varia estrazione e giovani di strada, (pare partecipino anche molte donne e ragazze), che colpiscono i Basiji coordinandosi con i telefonini e poi fuggono comparendo subito grazie alla complicità della popolazione.
Un'attività che non distende certo gli animi, ma dopo giorni di raid punitivi dei basiji portati con il favore delle tenebre ai danni di universitari e oppositori politici, rappresenta la prima reazione mirata e ragionata contro la repressione
Soprattutto è la spia più evidente di come il regime non riesca ad intimorire i rivoltosi. Non ha intimorito i calciatori, non ha intimorito i professori che si sono dimessi in massa dopo gli attacchi agli studenti e nemmeno i medici, che ricevendo feriti a ondate nei giorni scorsi , sono scesi in sciopero per impedire agli sgherri del regime di entrare negli ospedali e portarsi via i feriti, così come non sembra aver intimorito del tutto i media.
Intanto le notti di Teheran trascorrono nel frastuono di quelli che urlano "Allah è grande" come protesta contro il regime. una performance collettiva decisamente impressionante e sicuramente capace di grande impatto emotivo, che disturba il sonno dei giusti e anche quello degli ingiusti.
Domenica e lunedì si vota per tre referendum. I tre referendum si propongono di modificare la legge elettorale, la famosa "porcata" di Calderoli.
Il problema è che la porcata di Calderoli combinata al successo dei quesiti referendari introdurrebbe il premio di maggioranza per il partito che raccoglie la maggioranza relativa, con il bel risultato di consegnare il paese nelle mani dei due partiti maggiori, PDL e PD, che infatti hanno espresso favore per il referendum. Un sogno condiviso che cerca appoggio nel "voto utile" a compensare l'inesistenza di proposte politiche capaci di esercitare attrazione sull'elettorato. Una condanna a morte per tutti quei partiti che non sono in grado di aspirare alla maggioranza relativa e che pure raccogliendo un gran numero di voti finirebbero sotto-rappresentati in Parlamento per consentire il raggiungimento della maggioranza al partito che riesce a prendere un voto in più del secondo classificato.
Per il PDL il discorso la situazione è paradossale, il partito che ha votato la "porcata" per favorire il successo elettorale di Berlusconi, oggi sostiene i referendum che la modificano in polemica con la Lega. I due partiti però hanno una salda maggioranza parlamentare, se davvero avessero voluto eliminare la "porcata" avrebbero potuto farlo in Parlamento, dove ora hanno molti più seggi di quanti non avessero al momento della promulgazione di questa ennesima legge-truffa. Una modifica legislativa che avrebbe avuto anche l'effetto di far svanire il referendum.
Il motivo del sostegno berlusconiano è quindi quello evidentissimo di pervenire a una seconda legge-porcata che metta il suo partito nella condizione di poter fare a meno dell'alleanza con la Lega o altri, comprensibile che la Lega abbia minacciato la crisi di governo in caso di sostegno al referendum, costringendo il PDL a sostenerlo comunque, ma senza fanfare. Imbarazzante in questi giorni è assistere al triste spettacolo dei deputati del PDL che sostengono il SI ai referendum a mezza voce per non irritare gli alleati leghisti.
Fortunatamente l'insipienza all'interno del PDL ha fatto in modo che Berlusconi si accorgesse solo all'ultimo momento della storica opportunità offfertagli da questi referendum, dopo che aveva in ogni modo cercato fissare la data per il loro svolgimento in un giorno quanto più possibile favorevole all'astensione dalle urne.
L'unica opzione sul tappeto per chi pensa che una diarchia PD-PDL sia quanto di meno auspicabile per il paese è quindi quella di unirsi a quanti chiedono di astenersi per evitare di cadere dalla padella della porcata originale alla brace della porcata made in PDL e PD.
Dicono che: La candidata alle comunali ha depositato nella segreteria del pubblico ministero cinque o sei cassette audio e un video che la ritrae davanti a uno specchio e poi mostra una camera da letto. In un fotogramma c’è una cornice con una foto di Veronica Lario.
Si scopre che la signora (nella foto vicino a Berlusconi) è una escort professionista con la fissa dei diari, annota tutto, registra tutto, tanto che due anni fa consegnò agli inquirenti quattro pagine fitte di diario sugli ultimi giorni di una sua collega, da poco trovata cadavere. Un'abitudine che la signora coltiva da sempre, ancora di più da quando avrebbe intrapreso la professione più antica del mondo. Sembra quindi che anche dei suoi incontri con il premier, per i quali è stata pagata, pare, da "imprenditori" che se lo volevano accattivare, la signora li confermi con ampia e chiarissima documentazione, ora in possesso della Procura. Probabilmente proprio il genere di materiale che cercava chi, tempo addietro, invase la sua abitazione mettendola a soqquadro.
Ora i magistrati hanno registrazioni audio e video delle visite della signora agli appartamenti del premier, decisamente il film più atteso e desiderato del momento, anche le due righe che lo riassumono sembrano sufficienti a mettere una pietra sopra alle ridicole ipotesi di complotto sollevate a difesa del premier. Per non parlare del pietrone sopra all'immagine residua del premier in patria e all'estero.
Premier che ora avrà le sue belle difficoltà, perché se la morale italiota non considera troppo grave che un maschio di successo si prenda licenze sessuali con professioniste, tutt'altra considerazione rivolge ipocritamente alla sacralità del letto della coppia. Se si può trovare qualche donna disposta a perdonare una "scappatella" extra-coniugale a pagamento, non ce n'è una che non provi ribrezzo all'idea del compagno che si giaccia in queste attività nella comune camera da letto, vero e proprio tempio dell'intimità e della sacralità della coppia.
La profanazione del talamo è quindi un'aggravante con la quale Berlusconi si troverà a dover fare i conti, di fronte alla quale poco varranno le eccezioni legali dell'avvocato Ghedini, che ieri era stato svelto ad escludere responsabilità penali del suo cliente, in quanto sarebbe solo "utilizzatore finale" dei servigi della signora Patrizia e delle sue colleghe. Utilizzo finale che però preclude alla corruzione o alla tentata corruzione del premier per carpirgli vantaggi sicuramente illeciti.
È fin troppo evidente che questo genere di cavillose precisazioni non ridurrà il clamore della vicenda e non placherà il fastidio della signora Veronica, che è facile immaginare a disagio pensando al premier che saltella con altre sul lettone nel quale ha dormito insieme a lei. Per di più proprio sotto il suo sguardo, ritratto in una di quelle foto che dovrebbero rappresentare l'icona della santa donna a guardia della stanza più sacra della casa.
Una realtà che si può anche dimostrare empiricamente, chiedendo a uomini e donne se c'è qualcosa di più fastidioso del tradimento consumato nella camera da letto comune.
Un'offesa del genere alla residua morale della sacra famiglia italica, non è cosa contro la quale le precisazioni dei Ghedini o gli starnazzi dei Gasparri possano molto. Facile immaginare che ora si assisterà ad un vero e proprio fuoco d'artificio di diversivi, difficile però immaginarne uno in grado di riabilitare la figura del premier.
Lo ha capito anche Cicciopotamo, che sul giornale Il Foglio, di lui, ma intestato alla di lui moglie Veronica, ha scritto:
Il presidente del Consiglio dei ministri, per quanto sfolgoranti siano le sue doti anomale di leader di un’Italia politica sburocratizzata, inventiva, orgogliosa, liberale, giocosa e un po’ pazza, non può comportarsi come un deputato di provincia preso con le mani nel vasetto della marmellata. Se non vuole stendere un velo di penosa incompetenza sull’insieme del suo lavoro di uomo di stato, per molti aspetti ottimo, Berlusconi deve liberarsi della molta stupidità e inesperienza politico-istituzionale che lo circonda, e deve decidersi: o accetta di naufragare in un lieto fine fatto di feste e belle ragazze oppure si mette in testa di ridare, senza perdere più un solo colpo, il senso e la dignità di una grande avventura politica all’insieme della sua opera e delle sue funzioni. Il premier non si fa rappresentare da dichiarazioni slabbrate, non naviga per settimane tra mezze bugie che alimentano sospetti anche e soprattutto sugli aspetti più candidi del suo comportamento, non si dà per accessibile al primo che passa: un capo di governo parla al paese, agisce sulle cose che contano, evita di farsi intrappolare nello scandalismo, parla un linguaggio di verità capace di indurre il grosso della nazione, o quella parte di essa che non ha portato il cervello all’ammasso dell’antiberlusconismo più fazioso, a voltare pagina e stroncare le provocazioni.
Anche in Altrenotizie
L'abbozzo di rivoluzione iraniana sembra aver preso di sorpresa tutti. Sicuramente sorpreso è stato il gruppo al potere nel paese, che si è ritrovato chiaramente di fronte a qualcosa d'inatteso; ancora più sorprese sono apparse le agenzie d'informazione e le cancellerie occidentali. Anche in Israele ci sono rimasti male e sono passati da un iniziale entusiasmo per la vittoria di Ahmadinejad all'afasia di fronte al mutare dello scenario. La sorpresa denuncia l'inerzia dell'Occidente, che si era appena convinto a mutare rotta nei confronti dell'Iran di Ahmadinejad, anche sotto l'impulso dell'amministrazione Obama e che si è trovato all'improvviso superato dalla cronaca. Estremamente prudente è stata quindi la reazione delle cancellerie e dei media occidentali ( CNN e altri network hanno raccolto proteste per la loro latitanza), tanto che proprio i media più vicini alle fazioni neo-conservatrici sono state le più svelte a sostenere la legittimità dell'affermazione del presidente uscente e a sorvolare sulle manifestazioni, inizialmente liquidiate come fisiologiche. Non per niente tra i primi a congratularsi con Ahmadinejad sono stati proprio il leader pachistano Zardari e quello afgano Karzai, segno che avevano chiaro come questo non costituisse uno sgarbo a Washington.
La rivolta iraniana non era scritta in alcun copione, lo dimostra anche la ridicola uscita della “resistenza iraniana” al soldo degli Stati Uniti, quei mujahedin del popolo iraniano- (PMOI – che si manifestano con molte sigle, ma sono sempre loro) che alla chiusura dei seggi hanno denunciato come gli iraniani avessero boicottato le urne in massa. L'alta affluenza alle urne è invece una delle poche certezze, documentata sia dai media occidentali che dal governo e dall'opposizione iraniana. Evidentemente un proclama scritto sull'esperienza delle elezioni precedenti da soggetti che in Iran non ci mettono piede da un pezzo. Ancora più allucinate le reazioni di alcuni noti “antimperialisti”, da Chavez fino ai suoi adoratori italiani, che sono corsi immediatamente a denunciare il complotto della CIA e la rivoluzione “colorata” quanto eterodiretta dai cattivi imperialisti contro Ahmadinejad paladino popolare. Poco importa che rimanerci male e spiazzati per primi siano stati proprio i presunti burattinai americani ed israeliani, sono dettagli insignificanti per chi deve costringere la storia ad adattarsi a una narrazione preconfezionata.

La cosa non ha mancato di turbare i rivoltosi iraniani, stupiti di come quella stessa stampa che per anni ha costruito calunnie nei confronti del regime iraniano, sia rimasta in un silenzio imbarazzato proprio quando in Iran si emergeva una forza sicuramente più progressista della grigia dittatura clericale al comando ormai da 30 anni. Dittatura che in quest’occasione è parsa debole e incapace di portare a termine il passaggio elettorale in termini convincenti. Se alle elezioni precedenti Ahmadinejad non aveva avuto bisogno di aiuto perché l'opposizione aveva boicottato le elezioni, questa volta lo sfidante si presentava con un pesante sostegno alle spalle, mentre il presidente uscente portava il peso della crisi economica e d'immagine del paese. Qualcosa è andato storto, l'annuncio dei risultati è stato dato troppo presto e il risultato è sembrato esagerato e incredibile ai più, scatenando la rivolta. Un grossolano errore di valutazione, probabilmente dettato dalla presunzione tipica di chi è abituato ad esercitare il potere senza incontrare resistenza.
La novità di oggi non è nella rivolta, quanto nella sua natura. Se le precedenti rivolte in Iran sono emerse in virtù dell'impulso studentesco, quest'ultima ha invece un carattere decisamente più universale, tanto che la repressione violenta pur messa immediatamente in campo dal potere, non sembra in grado di fiaccarla. Per la prima volta dalla parte dei rivoltosi ci sono pezzi grossi dell'apparato statale e del clero; per non parlare delle elite economiche; per la prima volta c'è un rifiuto pubblico delle decisioni del Leader Supremo, per la prima volta si va al controllo dei risultati elettorali e per la prima volta si parla della possibile sostituzione dello stesso Khamenei. Per la prima volta, dalla cacciata della dittatura Pahlevi, si parla pubblicamente del capo del governo come di un dittatore.

Per questo si sono rivelati inutili gli arresti, così come la pesante censura dei media e il blocco di Internet e servizi SMS e per questo nemmeno i primi morti sembrano intimidire o placare la protesta; semmai sono tutte iniziative lette come dimostrazione della cattiva fede del governo. Gli iraniani in piazza possono essere fermati solo con un bagno di sangue, ma non è detto che il potere abbia la forza e la convenienza di andare ad un confronto brutale su larga scala, così come non è detto che l'aver scelto al momento una tattica dilatoria possa pagare.
Una frattura all'interno del potere iraniano, tentativi di golpe e contro-golpe istituzionali sull'onda della spinta offerta dalla protesta delle folle stanche di un trentennio di dittatura clericale, che sembrano aver colto queste elezioni come l'ultima occasione possibile per un rivolgimento troppo lungo rimandato. Trent'anni sono lunghi e forse a questo esito si sarebbe arrivati molto prima senza la guerra d'aggressione scatenata da Saddam e la conseguente impennata nazionalista, alimentata poi dalla plateale ostilità dell'Occidente negli anni successivi. Non è chiaro se il recente ammorbidimento delle posizioni occidentali possa aver influito sulle dinamiche interne al paese persiano, ma è abbastanza chiaro che è proprio a causa di questo cambiamento di linea che l'Occidente appare timoroso di schierarsi dalla parte dei rivoltosi e non solo per l'opinione di quanti non saprebbero fare senza un nemico come l'attuale governo iraniano.
Un timore peraltro sacrosanto: il rispetto per l'autodeterminazione iraniana espresso da Obama, insieme all'invito ad evitare il bagno di sangue, è sicuramente apprezzabile, ma è anche la spia di una prudenza volta ad evitare i tanti passi falsi a cui ha condotto la presunzione occidentale negli ultimi decenni. Presunzione peraltro testimoniata dal qualche neo-conservatore non ancora aggiornato, che invece ha suggerito subito un pesante intervento “in soccorso” dell'opposizione iraniana.

Se è vero che la protesta segna una spaccatura dell'elite iraniana, la cosa dovrebbe essere salutata con favore, pur sapendo che le istanze dei rivoltosi non sono “abbastanza” avanzate per il gusto occidentale. Non può essere diversamente: lo stesso sfidante Mousavi non è certo un giacobino, ma uno dei quattro candidati, su oltre quattrocento, ai quali gli Ayatollah hanno permesso di presentare la sua candidatura, ed è stato per otto anni primo ministro di Khomeini durante la guerra con l'Iraq. Come Khatami e Rasfanjani, che lo stanno spingendo (pure loro ai vertici delle gerarchie clericali), non è certo un rivoluzionario o un estraneo al sistema, anche se il gruppo appare indubbiamente “liberale & progressista” se paragonato agli attuali vertici del potere iraniano, che all'ottusità clericale sposa il liberismo e l'iper-corruzione in economia.
Resta una situazione fluida, con Khamenei che, in evidente difficoltà, ha dovuto concedere il controllo dei voti dopo aver salutato pubblicamente la vittoria di Ahmadinejad come una benedizione, ma soprattutto per la prima volta contestato nella sua autorità sia nelle piazze (dove gira un invito a una sua sostituzione d'emergenza con l'Ayatollah Montazeri) che all'interno delle stesse istituzioni clericali, nelle quali sembra scattata la conta tra i suoi fedeli e quanti lo vedrebbero volentieri in pensione.

Confronti analoghi stanno prendendo corpo trasversalmente all'interno della polizia e dell'esercito, mentre le enormi folle che hanno preso le strade di Teheran non sembrano denunciare stanchezza, piuttosto sembrano acquisire fiducia di ora in ora e non sempre rispondono alle indicazioni di Mousavi. Folle che, clamorosamente, non hanno ancora ricevuto le solite accuse feroci da Ahmadinejad o da Khamenei, di solito lesti ad etichettare i protestatari come delinquenti o traditori della Repubblica al soldo degli stranieri. E anche questo è il segno di quanto quelle folle siano realmente rappresentative di una massa con la quale il potere non vuole andare allo scontro aperto, giacché non sono sembrate intimorite dalla tradizionale risposta repressiva.
Al di là delle letture stereotipate e convenienti, è evidente che in Iran sia in corso una rivolta contro un potere opprimente; e dal carattere tipicamente clerico-fascista; da parte di una popolazione molto giovane, che soffre prima di tutto il gap culturale che separa le generazioni al potere da quelle che demograficamente rappresentano la maggioranza ed il futuro dello stesso paese persiano, troppo spesso e colpevolmente associato ai vicini arabi dalle narrazioni interessate. Con le speranze degli iraniani in piazza non si può essere che solidali; anche se la protesta sembra incarnata a livello istituzionale da persone che non sono giovani e nemmeno estranee a quello stesso sistema di potere. Le speranze di tutti non possono che orientarsi verso una transizione del potere, che evitando il confronto fisico conduca sulla strada della democrazia, piuttosto che ad una rivoluzione cruenta che sostituisca un autoritarismo con un altro, di segno solo formalmente diverso.
| The Daily Show With Jon Stewart | Mon - Thurs 11p / 10c | |||
| Irandecision 2009 - Election Results | ||||
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Khamenei è apparso per la prima volta in pubblico invitando alla calma. Minacce ai rivoltosi invece dalle milizie e da un procuratore, che ha ventilato la pena di morte per chi protesta. Anche per oggi prevista una manifestazione dell'opposizione. Più di metà della nazionale di calcio dell'Iran (capitano compreso) si è presentata in campo a Seoul, in una gara valida per la qualificazione ai mondiali, con un nastro verde al braccio, simbolo della rivolta.
Dopo essersi congratulato ieri con Ahmadinejad per la vittoria, il leader supremo Khamenei ha ordinato di effettuare controlli sulla conta dei voti.
La notizia è stata accolta con favore dallo sfidante Mousavi che ha annullato una manifestazione prevista per oggi e che era stata vietata del Ministero dell'Interno. Intanto Ahmadinejad ha annullato la prevista visita in Russia, segno dell'esistenza di tensioni e problemi reali, peraltro sottolineati dal robusto ricorso alla censura nei giorni scorsi, quando numerosi giornali erano stati selvaggiamente amputati andando in stampa con grandi spazi bianchi e quando sono stati oscurati canali telivisivi, il servizio SMS e numerosi siti e blog che potevano esprimere la voce dell'opposizione.
Aggiornamento
Centinaia di migliaia di persone hanno manifestato lo stesso, sembra che il governo abbia autorizzato l'uso di proiettili veri per reprimere la rivolta, ma le voci che si rincorrono sono difficili da verificare. L'università è stata invasa e i computer sono stati fracassati, intanto anche Mehdi Karrobi, un altro candidato alle presidenziali, ha raggiunto la protesta e ci sono segnali di un fitto dialogo tra il campo di Moussavi e il leader Khamenei. È opinione comune che proteste del genere non si sono mai viste in Iran dai tempi della rivoluzione Khomeinista. Anche l'Ayatollah Ali Akbar Mohtashamipour, capo del servizio elettorale ha chiesto di dichiarare nulle le elezioni. Intanto Rasfanjani è segnalato a Qom, il Vaticano dell'Iran, impegnato in manovre dirette alla rimozione di Khamenei, una voce che se confermata indicherebbe un vero e proprio tentativo di golpe costituzionale in corso.
Da notare anche che almeno un canale TV avrebbe dato notizia della manifestazione di Mousavi, manifestando la prima disobbedienza agli ordini del governo da parte dei media. La televisione statale ha dato la notizia di spari alla manifestazione, ma non ci sono conferme.
Intanto colpisce uno strano articolo sul Washington Post, che sostiene che Ahmadinejad ha vinto con ogni probabilità, fondando l'affermazione su un sondaggio del mese scorso, che peraltro suggerisce dati molto diversi. In generale tutto l'Occidente si mantiene molto composto, in Israele e Stati Uniti sembravano a loro agio con la vittoria di Ahmadinejad e sembrano decisamente spiazzati dalla piega degli eventi.

A sera giunge la conferma del primo morto e dei primi feriti, ma le folle sembrano troppo grandi per essere affrontate senza essere disposti a una carneficina.

Feed foto da Teheran24, Tweeter, canale YouTube di Mousavi, Blog e Facebook.

Aggiornamento 16/6:
Un documento di 7 punti, circolato alle manifestazioni, costituisce il primo pronunciamento apertamente ostile all'attuale leadership nella sua interezza di cui si abbia notizia
1. Dimissioni di Khamenei in quanto leader non onesto
2. Dimissioni di Ahmadinejad per i suoi comportamenti illegali
3. Nomina temporanea dell'Ayatollah Montazeri come Leader Supremo
4. Riconoscimento di Mousavi come presidente
5. Formazione del gabinetto Mousavi al quale affidare la revisione della costituzione
6. Immediato rilascio dei prigionieri politici
7. Dissoluzione delle organizzazioni dedicate alla repressione, pubbliche o segrete
Con Bush erano incontri cordiali, riunioni e "colazioni di lavoro". Con Obama solo un "caffè", un attimo via, un volo transoceanico per scattare qualche foto da pubblicare sui giornali di famiglia e tornarsene di fretta a casa. Berlusconi ha un bel da fare notare l'essere il secondoo premier europeo ricevuto da Obama, ma a Brown che lo ha preceduto è toccata la "colazione di lavoro" e altri leader europei (da Merkel a Sarkozy fino agli stessi britannici) hanno già avuto l'onore di visite di Obama a domicilio. Sono differenze rilevanti in diplomazia, ciascuna con il suo preciso significato.
Obama non può ovviamente permettersi molto di più, ultimamente i media americani hanno identificato Berlusconi come un clown, niente di più e niente di meno, è fin troppo ovvio che Obama non abbia alcun interesse ad apparire a lungo in compagnia di un personaggio tanto screditato.
Intanto pare che ci prenderemo tre uiguri da Guantanamo, pur se ancora non si sa quanto ci pagheranno per il favore. Un po' di titoli:
Italian Premier Silvio Berlusconi's meeting Monday with President Barack Obama offers the Italian leader a chance to rehabilitate his international reputation after a scandal over his link to an 18-year-old model and ahead of a major summit he is hosting next month.