mazzetta

Ce la possiamo fare...
martedì, 31 marzo 2009

la notizia del giorno è una truffa, il killer delle arance è a Roma


zumo_naranja_naranjitoImprecisi come al solito i nostri media hanno fatto scalpore annunciando che per colpa dell'Unione Europea sarà possibile vendere l'aranciata fatta senza arance. Subito si sono ribellati gli agricoltori e si sono scandalizzati i consumatori, ma le cose non stanno esattamente così.

Molte agenzie di stampa hanno assegnato alla UE la responsabilità per l'abolizione del limite del 12% di arancia nell'aranciata, alcune testate sono andate in confusione fin dal titolo, come il Corriere della Sera che ha scritto l'esatto contrario (Recepita dal Senato la direttiva che prevede il limite del 12% di succo), ben pochi (tra i quali il QN) hanno usato il condizionale avanzando l'ipotesi che la colpa sia di una manina italiana.

La verità è che la UE non c'entra e che l'abolizione del limite è spuntata da qualche parte in Senato grazie a una manina fatata, o forse gasata, che in commissione o con un emendamento ha fatto il danno.

A confermarlo è lo stesso ministro dell'agricoltura Zaia, che ha subito dichiarato: "Sono sicuro che alla Camera le arance saranno salvate". Salvate dagli alleati di Zaia che hanno votato il testo manomesso dalla manina, cercando pure di dare la colpa all'Unione Europea, che invece quel limite ha posto qualche anno fa proprio su sollecitazione italiana. Paradossalmente la modifica introdotta confligge proprio con il diritto comunitario, se si trattasse del recepimento di una normativa UE, non ci sarebbero margini per modificarlo alla Camera.

Schiere di giornalisti hanno "passato" la notizia senza fare una piega o una minima verifica, con l'aggravante della diffamazione gratuita dell'Unione Europea, che avrà le sue colpe, ma non questa.


La responsabilità è  quindi da ascrivere integralmente alla maggioranza governativa che ha votato il provvedimento, peccato che milioni di italiani siano ormai convinti che sia colpa dell'Europa cattiva... e per fortuna che ci difende il buon Zaia.
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lunedì, 30 marzo 2009

Franceschini confessa la truffa-Cofferati agli elettori del Partito Democratico


In una intervista al Corriere il segretario del PD Franceschini si esprime sullo scandalo-Cofferati, che dopo aver rinunciato al secondo mandato a sindaco di Bologna adducendo motivi familiari a mascherare un indice di sgradimento altissimo, ha poi svolto una durissima battaglia interna al partito riuscendo ad ottenere una candidatura a Bruxelles, al parlamento europeo.

Cofferati ha usato strumentalmente la lontananza dal figlio piccolo, che risiede a Genova con la madre, poi ha fatto la guerra all'attuale candidato a sindaco del PD fino a che, per frenarlo, non gli hanno concesso la candidatura. Il segretario regionale del PD è apparso finalmente sollevato ("Ora Cofferati è un problema ligure"), mentre Franceschini ha fatto una dichiarazione allucinante nel tentativo di minimizzare il problema della differenza tra idee ed azioni di Cofferati.

«La storia del ritiro per motivi famigliari- dice Franceschini da Santiago del Cile- la conoscono sì e no 500.000 persone. E non vedo dove sarebbe lo scandalo». Quindi gli elettori del PD che saranno chiamati a votare per il cinese truffaldino, secondo Franceschini possono essere presi in giro senza danno e il fatto che Cofferati abbia mentito platealmente dall'inizio alla fine della sua avventura bolognese, avvitandosi in un terribile fallimento, non rappresenta un problema. Tutto calcolato.

In fin dei conti quello che importa a Franceschini è che «Sergio gode ancora di una popolarità enorme», tra quelli che non lo conoscono e tra quelli ai quali il PD stesso si occupa di nascondere il vero volto del candidato. Chissà cosa dirà ora la povera Concita, che pure si era spesa in un'appassionata difesa del nobile gesto da padre moderno, adesso che diventa evidente quanto Cofferati abbia strumentalizzato anche L'Unità e la sua direttrice, per proseguire la sua carriera politica senza pagare il prezzo del fallimento bolognese.
Altro che:
"Lo sbalordimento, l’incredulità e l’ironia feroce di cui è bersaglio sono la misura esatta – millimetrica – dell’arretratezza culturale in cui siamo immersi fino a non accorgercene più, il segno preciso del pensiero dominante che ci istupidisce e che ci assorda." La finta ingenuità della direttrice de L'Unità è il segno preciso della slealtà verso il lettore e l'elettore.

Quelli che all'epoca descrissero Cofferati come un ipocrita che si nascondeva dietro il figlio neonato avevano ragione, così come avevano ragione fin da allora nel dire che Cofferati sarebbe stato riciclato al parlamento europeo, giusto premio per aver portato distruzione e scompiglio all'intenro del partito e a Bologna. il pietoso teatrino non ha ingannato nessuno, se non alcuni inconsapevoli elettori del PD.

Complimenti a Franceschini, che con una sola frase ha spiegato benissimo agli elettori quanto ci si possa fidare della nuova dirigenza e quale bellissimo "modo nuovo di fare politica" abbia abbracciato.
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lunedì, 30 marzo 2009

Sole 24ore, Riotta direttore...e al TG1?


Il direttore del TG1 Gianni Riotta andrà a rovinare la testata economica di Confindustria, lo annunciano i telegiornali della sera e le agenzie, ma non una riga sul futuro della poltrona di direttore del TG1. non una sola dichiarazione da parte politica, forse aspettano tutti le indicazioni del sire appena incoronato, nell'attesa si fa finta che non sia successo niente.

Gianni da ottimo tempista ha abbandonato la barca prima di esserne cacciato, lasciando dietro di se le rovine del TG1 più scialbo e servile di sempre, anche se non è per niente escluso che il successore possa superarlo in peggio. Se non altro ci sarà risparmiata la sua visione e la sua terrificante cantilena a pranzo e cena.
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lunedì, 30 marzo 2009

Rivolta della lingerie per le donne saudite.


Ha fatto rumore la "ribellione" delle donne saudite che  per chiedere che sia vietato agli uomini il lavoro di commesso nei negozi di lingerie. Sembrerà strano, ma in un paese sessuofobico come l'Arabia Saudita, dove le donne si possono muovere solo accompagnate da un "guardiano" maschio e di famiglia e dove è vietato loro persino il rimanere in un luogo pubblico in compagnia di un uomo, le donne sono costrette ad acquistare la lingerie dagli uomini. Gli uomini vendono la lingerie femminile che non è per niente vietata e anzi tira tantissimo, perché le donne trovano grandi difficoltà a lavorare con il pubblico rispettando le numerose prescrizioni a tutela del loro onore e delle prescrizioni divine.

2005-02-04 Bush wants democracy in Saudi Arabia 450
Facile immaginare quale imbarazzo la povera saudita, timorata o no di Dio, possa provare nel presentarsi coperta da capo a piedi ad acquistare gli indumenti intimi in un negozio animato da soli uomini. Oltre all'imbarazzo c'è poi l'evidente problema di comunicazione tra le clienti e i commessi, che oltre a mancare d'esperienza con il prodotto, non possono certo permettersi di addentrarsi in discorsi sconvenienti. Impossibile poi concepire di provare oggetti del genere in ambienti dove siano presenti degli uomini. Son frustate, proprio come in Iran, ma con i sauditi a far la voce grossa sui diritti umani sono molti di meno e il perché non è un mistero.

Così le saudite riunite su Facebook hanno pensato bene di chiedere il bando dei commessi maschi nei negozi che vendono intimo femminile, una richiesta che ha raccolto l'entusiasmo di altre "sorelle arabe" in altri paesi, dai quali è giunta solidarietà femminile, ma anche l'offerta molto pragmatica di formazione per il contingente di nuove commesse necessario. Poi la protesta è stata notata dal mainstream e ha fatto rumore anche all'estero.

Dalla rete le saudite hanno lanciato una petizione diretta alle grandi catene che vendono lingerie nel regno saudita, locali e internazionali, nella quale esprimono la richiesta di messa al bando dei commessi e nella quale fanno chiaramente capire che eviteranno i negozi che continueranno a impiegare commessi con i baffi.

Un'incongruenza tra le tante che nel paese colpiscono le donne su mandato di un clero sempre più oscurantista, un'altra protesta femminile si è levata ad esempio contro il ministero dell'istruzione, che impone alle studentesse che ricevono una borsa di studio per studiare all'estero, di essere accompagnate per tutto la durata degli studi dal solito "guardiano". Un problema grosso per le famiglie che non si possono permettere di distaccare all'estero un maschio valido per anni, che deve lasciare lavoro ed attività per permettere alla congiunta di studiare.

Un problema ancora più grande per le famiglie che non hanno maschi a disposizione, ma le autorità religiose sono inflessibili. Il termine maharam con il quale si indica il guardiano traduce "non sposabile", deve essere quindi nella cerchia di parentela entro la quale vige il divieto di rapporti incestuosi. Non potendo noleggiare o assumere un maharam tra gli estranei, chi proprio non ha alternative deve ricorrere a un matrimonio temporaneo tra  un volontario e la studentessa che poi se lo porterà dietro.

Curiosamente il divieto non vale per le studentesse che vanno all'estero senza borse di studio e alla fine sono comunque numerose le occasioni nelle quali la prescrizione del "guardiano" viene elusa. La donna saudita può infatti viaggiare con il "permesso" scritto del guardiano, in patria come all'estero e poi ci sono i casi di vedove e divorziate che reggono intere famiglie senza avere a disposizione il prescritto supporto all'osservanza della morale preteso dai preti. La borsa di studio condizionata all'osservanza religiosa, un ricatto bello e buono.

Naturalmente la rivolta della lingerie ha attirato molta più attenzione delle ultime evoluzioni che hanno interessato il potere saudita. Il re sembra spegnersi e la linea di successione è intasata di ottuagenari malati, l'ipotesi di saltare una generazione ha aperto un ventaglio di soluzioni in concorrenza tra loro. Così dopo un "rimpasto" che ha rivoluzionato mezzo governo, le gerarchie si stanno ridisegnando in maniera abbastanza criptica. Ad aggiungere mistero al mistero la sparizione del principe Bandar Bin Sultan, per anni ambasciatore negli Stati Uniti e ora latitante dalla scena pubblica da un paio di mesi.

Tra le incertezze della casa regnante per ora avanzano i religiosi più radicali, mentre l'approccio del paese alla minaccia del "terrorismo" si fa sempre più ondivago. Continuano ad "arrendersi" molti qaedisti, che in cambio ottengono denaro, un'auto e un periodo di "rieducazione" soft e lussuosa a spese del Re, ma altrettanti continuano a non mostrare alcun beneficio dal periodo di rieducazione, mentre il tramonto del grande amico Bush ha indubbiamente seminato una sottile inquietudine nella grande famiglia reale saudita.

Non resta che fare il tifo per questa modesta rivoluzione, augurandosi che a forza di piccole vittorie le donne sauidte acquistino sempre più forza e coraggio, che ne hanno bisogno.
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sabato, 28 marzo 2009

Parliamone


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sabato, 28 marzo 2009

Real Age è una trappola commerciale.


Real AgeC'è un sito che promette di rivelarvi la vostra "Età Reale" se rispondete a un questionario. Ventisette milioni di persone hanno già risposto alle circa 150 domande contenute nel test. Poi il New York Times scopre che il sito che dice di volervi aiutare a vivere meglio è in realtà uno schermo dietro il quale si nascondono case farmaceutiche che con i vostri dati riusciranno con grande successo a vendervi i loro medicinali.

Lo denuncia il new York Times in un dettagliato articolo nel quale svela il trucco grazie al quale le case farmaceutiche riescono a raccogliere dati che altrimenti non gli vorreste mai dare, come le malattie che avete sofferto, la frequenza dei vostri rapporti sessuali e molto altro.
Ma anche a vendervi con una pubblicità "mirata" medicine che altrimenti non avreste comperato. La community infatti non serve a fornire istruzioni per vivere meglio, ma a suggerire i prodotti "giusti" a giudizio di chi li produce ed è facile immaginare che anche i "temi" del sito siano sponsorizzati e utili a promuovere questo o quel consumo.

Resta valido il consiglio numero uno per questo genere di casi: NON cercate di curarvi esplorando la rete.
In rete potete trovare ogni genere di informazione, anche informazioni pericolose.
NON comprate o assumete farmaci senza il consiglio di un medico che vi abbia visitato di persona. Si è capito fin dagli esordi della rete che milioni di persone avrebbero cercato di rispondere ai propri malanni, veri o immaginari, interrogando la rete. Una procedura che nemmeno il più entusiasta apologeta di Internet si è mai sentito di raccomandare a causa della sua estrema ed evidente pericolosità.
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venerdì, 27 marzo 2009

Cofferati ricatta il partito Democratico e conquista la poltrona

 

Per sganciarsi dal suo scomodo e terrificante fallimento come sindaco di Bologna, Sergio Cofferati aveva annunciato che non si sarebbe ricandidato adducendo pietosi "motivi familiari". Secondo l'astuto, il fatto che la nuova compagna (che ha sostituito quella più anziana rottamata non appena eletto a sindaco) lavori e viva a Genova, gli impedirebbe di seguire la crescita del figlio. Troppo lontane le due città, così Cofferati avrebbe fatto il bel gesto di rinunciare alla carriera per non turbare quella della compagna e per stare più vicino al figlio.

Una pietosa menzogna alla quale non ha creduto nessuno.

Caduto da Bologna, Cofferati ha pensato bene di rimediare con una candidatura in Europa, ma ha trovato la fiera resistenza di quanti nel partito avevano in mente altri candidati per la stessa circoscrizione. Calibri pesanti del partito si sono espressi senza peli sulla lingua, negando che rappresenti qualcuno nel collegio e facendo presente che Bruxelles è molto più lontana di Bologna da Genova.

Il cinese non si è arreso e così ha cominciato a fare la guerra al candidato sindaco di Bologna per il PD, Flavio Delbono, con grande sollazzo della destra locale. Sono bastati pochi giorni di sgarbi e qualche attacco al nuovo candidato e ieri è scoppiata la pace. Cofferati sosterrà con entusiasmo Delbono, perché finalmente gli hanno assicurato la poltrona europea. Ovviamente Cofferati ha condito il tutto con un'altra menzogna, quella per la quale non è interessato alla candidatura europea e ha negato decisamente l'accordo, peraltro evidentissimo e riconosciuto da più fonti interne al partito.

L'azione cofferatiana è stata davvero disgustosa e la reazione del PD locale, che lo ha sempre subito fin dal suo sbarco a Bologna, non è stata tanto migliore. Insieme hanno offerto ancora una volta lo spettacolo di una politica interpretata da cooptati, tenuti insieme più dal potere reciproco di ricatto che da consonanze ideali.

Cofferati, sindaco fallito e uomo dalle scarse qualità, avrà la sua poltrona europea, Delbono potrà fare la sua campagna elettorale senza doversi proteggere dal fuoco amico del cinese e vivranno tutti felici e contenti, nonostante la terrificante figura di merda.

La cifra del Partito Democratico è questa: candidature blindate dalla dirigenza, decise a botte di minacce e ricatti tra falliti e insipidi funzionari di partito. Niente che possa interessare chi sia in cerca di una politica diversa dal sempiterno mercato delle vacche, niente di diverso dal solito conflitto di interessi personali e meschini.

cremona

 

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giovedì, 26 marzo 2009

Israele ha bombardato il Sudan

Anche in Altrenotizie

Sembrano confermate le voci di un gravissimo bombardamento israeliano in territorio sudanese. Secondo Haaretz e altre fonti, in gennaio l'aviazione israeliana avrebbe bombardato un convoglio di automezzi che secondo i servizi israeliani era impegnato nel trasporto di armi per Gaza.

L'attacco sarebbe avvenuto vicino a Port Sudan, provocando la morte di trentanove persone (sudanesi, etiopi ed eritrei) e la distruzione di diciassette veicoli e rappresenta un atto d'aggressione gravissimo nei confronti del Sudan e della sua sovranità. Port Sudan dista circa milletrecento chilometri dalla frontiera di Gaza e
non sarebbe la prima volta che Israele prende una cantonata, denunciando e cercando di colpire quelli che definisce trasporti di armi per i palestinesi. Vista la distanza c'è il sospetto che la squadra israeliana sia partita da Gibuti, sede di una grande base militare francese che ospita anche truppe americane.

Al di là della veridicità delle accuse israeliane, la questione ovviamente esula dal fatto che si trattasse veramente di un trasporto di armi. Resta evidente l'illegalità del bombardamento arbitrario di un paese con il quale Israele non è in guerra, una grave lesione del diritto internazionale e anche del buonsenso, visto che qualora si legittimasse l'azione israeliana, qualunque paese avrebbe diritto di bombardarne altri sulle stesse basi. Sono le stesse premesse alla base di quel diritto alla "guerra preventiva" che non esiste nel diritto internazionale, ma solo nella mente di Stati Uniti ed Israele quando hanno cercato di legittimare le aggressioni a paesi sovrani, che non hanno e non avevano alcuna possibilità reale di offendere le due potenze militari.

Altrettanto evidente risalta il grado di sudditanza del governo sudanese, spesso spacciato per feroce e pericolosa dittatura ostile all'Occidente dai media compiacenti, negli ultimi anni ha invece collaborato attivamente con gli Stati Uniti nella War on Terror e oggi si scopre riluttante nel denunciare il bombardamento del suo territorio per mano israeliana.

Dalle parole di un ministro sudanese, il governo sudanese sarebbe rimasto "imbarazzato" dal bombardamento e incapace di articolare una reazione diversa dal consultarsi con il governo egiziano. Solo oggi sono trapelati i fatti, che risalgono ai giorni nei quali era ancora in corso la spedizione punitiva su Gaza. L'imbarazzo deriva dall'avvicinamento che in questi anni c'è stato tra il governo di al Bashir e quello di Bush, una vicinanza qui tradita in favore di un altro alleato di Washington.

Fatti che raccontano, oltre la propaganda, del potenziale intimidatorio che gli USA in particolare mantengono sul governo sudanese, troppo spesso presentato alle opinioni pubbliche come un mostro indomabile, ma che alla prova dei fatti si rivela servile e collaborativo fino all'omettere la denuncia di una violazione tanto grave della sua sovranità. Non è vero che in Darfur sia in corso un genocidio, ma non è nemmeno vero che l'Occidente si sia rifiutato di intervenire quando il massacro era in corso perché al Bashir minacciava sfracelli, dopo il 9/11 il regime sudanese è stato tra i più veloci e volenterosi nell'allinearsi alle pretese di Washington, che infatti non ha mai fatto pressioni ufficiali per attacchi o interventi contro il governo di al Bashir, limitandosi a lasciare la briglia sciolta a ONG, telepredicatori e starlette.

La notizia dimostra quindi che il Sudan è assolutamente sottomesso alle esigenze del Dipartimento di Stato, circostanza peraltro già dimostrata dal sostanziale sostegno che il governo sudanese ha ottenuto negli ultimi anni dal governo Bush. Regime al quale peraltro gli Stati Uniti hanno affidato l'interrogatorio e la tortura di decine di militanti “islamici” per conto della CIA. Nemmeno in questo caso si tratta di voci, visto che numerosi ufficiali governativi americani hanno ringraziato i servizi segreti sudanesi pubblicamente.

Accanto a questa considerazione c'è da registrare ancor una volta un'aggressione illegale e una strage compiuta da Israele nei confronti di paesi e persone che non sono in guerra con Israele. Un atto di guerra evitabile affidando la cattura del convoglio alle autorità egiziane, alle quali non poteva certo sfuggire, ma anche e ancora il rifiuto di ricorrere a una normale operazione di polizia per impedire la commissione del presunto crimine, preferendo ancora una volta il metodo dell'esecuzione arbitraria, senza alcun processo, senza alcun discernimento tra i criminali consapevolmente impegnati nel traffico e i lavoratori innocenti addetti al trasporto o ancora alle possibili “vittime collaterali” di un bombardamento aereo su una strada aperta al traffico.

Non resta che attendere per verificare quanti governi “democratici” si dimenticheranno di denunciare questo atto di guerra israeliano e la conseguente e grave violazione della sovranità sudanese, c'è da scommettere che all'appello si sottrarrà gran parte di quei sostenitori della “legalità internazionale” che hanno continuato ad esercitarsi nel -tiro al Sudan- fuori tempo massimo.

E inoltre...

è stato appena pubblicato un video di HRW che dimostra l'uso di fosforo bianco su Gaza e il bombardamento della scuola ONU a lungo smentito dal governo israeliano.

 

 

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mercoledì, 25 marzo 2009

EFF lancia un motore di ricerca per i documenti governativi USA


effLa Electronic Frontier Foundation ha presentato un motore di ricerca con il quale esplorare la massa di documenti che la stessa EFF ha ottenuto dal governo americano grazie a una lunga serie di interrogazioni fondate sul Freedom Of Information Act (FOIA). Un discreto archivio.

Programmi di sorveglianza, la condotta delle lobby e le iniziative sulla proprietà intellettuale costituiscono il baricentro dell'offerta documentale. Molti documenti non sono ancora stati esaminati da nessuno e EFF conta anche sul feedback della comunità dei curiosi per trarne il massimo possibile.

Un'iniziativa importante che apre un'altra miniera di informazioni che si va ad aggiungere al National Security Archive, un altro progetto che punta alla richiesta e alla pubblicazione dei documenti del governo e delle agenzie statunitensi, strappati loro uno ad uno seguendo le semplici procedure del FOIA,
così semplici che anche io sono riuscito a ottenere parecchia documentazione.

Procedura ora ancora più semplice grazie alla disponibilità del CREST, motore di ricerca messo a disposizione dalla CIA (malvolentieri) per esplorare i database dei documenti antecedenti al 1981 e farsi un'idea più precisa di cosa richiedere nei termini del FOIA.
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martedì, 24 marzo 2009

L'appello al mondo di Obama contro il capitalismo selvaggio. Editoriale globale.


obamaPubblicato su 31 testate internazionali ( sul Corriere, indicato come unica italiana, esce forse domani *), un vero e proprio editoriale nel quale il presidente degli Stati Uniti propone una traccia d'azione per il prossimo G20, piano che ha bisogno della collaborazione di tutti, dice. Perché tutti sono sull'orlo di un disastro.

Obama non è nuovo a ricavarsi spazio per comunicare in prima persona attraverso editoriali sui maggiori quotidiani, evidentemente si fida un sacco della traduzione del suo messaggio da parte dei media.

Stimolare l'economia, assicurare il credito, aiutare i paesi in difficoltà, ma anche e soprattutto nuove regole per la finanza, più stringenti, controllo sui bilanci e sulle responsabilità, trasparenza e controllo dei compensi. Ha scritto anche di crescita sostenibile, ma anche auspicato un ritorno alla crescita sostenuta. Obama dice che l'America riconosce le sue responsabilità e che farà la sua parte, ma che da sola non ce la può fare.

La sfida che propone Obama è tutta in quel cercare di mettere globalmente le briglie al capitalismo selvaggio (
"chaotic and unforgiving capitalism"), cominciando con il cancellare il riciclaggio e i paradisi fiscali, e finendo con la stesura di regole universali e più strette per la finanza globale. Auguri.

Vedremo cosa combineranno al G20, anche se l'esperienza induce ad un sereno pessimismo, gli altri 19 leader invitati sembrano prendersela con molta più calma e avere le idee ancora meno chiare. Sicuramente non hanno una posizione comune e difficilmente molti di loro si accoderanno alle proposte repressive di Obama, che anche nella comunità economica statunitense godono di scarsissima popolarità.

I buoni propositi di Obama stridono però al confronto con l'ultima mossa del tesoro statunitense, che pagherà con il debito pubblico una quantità impressionante di titoli "tossici", salvando così dal fallimento proprio i principali responsabili della crisi.

*nota: l'editoriale di Obama è stato pubblicato ieri, con scarsa evidenza, tradotto un pò così e un pò imboscato delle pagine dedicate all'economia. Non hanno speso una riga per sottolinearne l'eccezionalità, eppure non gli capita tutti i giorni di ricevere posta dalla Casa Bianca con queste modalità. Non è la prima volta che il Corriere dimostra di non gradire i discorsi di Obaa, già ai tempi del discorso di condanna di Guantanamo, a via Solferino si nascosero sotto le scrivanie.

Obama's Global Op-Ed: "A Time For Global Action"



A time for global action
By Barack Obama
Monday, March 23, 2009

WASHINGTON: We are living through a time of global economic challenges that cannot be met by half measures or the isolated efforts of any nation. Now, the leaders of the Group of 20 have a responsibility to take bold, comprehensive and coordinated action that not only jump-starts recovery, but also launches a new era of economic engagement to prevent a crisis like this from ever happening again.

No one can deny the urgency of action. A crisis in credit and confidence has swept across borders, with consequences for every corner of the world. For the first time in a generation, the global economy is contracting and trade is shrinking.

Trillions of dollars have been lost, banks have stopped lending, and tens of millions will lose their jobs across the globe. The prosperity of every nation has been endangered, along with the stability of governments and the survival of people in the most vulnerable parts of the world.

Once and for all, we have learned that the success of the American economy is inextricably linked to the global economy. There is no line between action that restores growth within our borders and action that supports it beyond.

If people in other countries cannot spend, markets dry up -- already we've seen the biggest drop in American exports in nearly four decades, which has led directly to American job losses. And if we continue to let financial institutions around the world act recklessly and irresponsibly, we will remain trapped in a cycle of bubble and bust. That is why the upcoming London Summit is directly relevant to our recovery at home.

My message is clear: The United States is ready to lead, and we call upon our partners to join us with a sense of urgency and common purpose. Much good work has been done, but much more remains.

Our leadership is grounded in a simple premise: We will act boldly to lift the American economy out of crisis and reform our regulatory structure, and these actions will be strengthened by complementary action abroad. Through our example, the United States can promote a global recovery and build confidence around the world; and if the London Summit helps galvanize collective action, we can forge a secure recovery, and future crises can be averted.

Our efforts must begin with swift action to stimulate growth. Already, the United States has passed the American Recovery and Reinvestment Act -- the most dramatic effort to jump-start job creation and lay a foundation for growth in a generation.

Other members of the G-20 have pursued fiscal stimulus as well, and these efforts should be robust and sustained until demand is restored. As we go forward, we should embrace a collective commitment to encourage open trade and investment, while resisting the protectionism that would deepen this crisis.

Second, we must restore the credit that businesses and consumers depend upon. At home, we are working aggressively to stabilize our financial system. This includes an honest assessment of the balance sheets of our major banks, and will lead directly to lending that can help Americans purchase goods, stay in their homes and grow their businesses.

This must continue to be amplified by the actions of our G-20 partners. Together, we can embrace a common framework that insists upon transparency, accountability and a focus on restoring the flow of credit that is the lifeblood of a growing global economy. And the G-20, together with multilateral institutions, can provide trade finance to help lift up exports and create jobs.

Third, we have an economic, security and moral obligation to extend a hand to countries and people who face the greatest risk. If we turn our backs on them, the suffering caused by this crisis will be enlarged, and our own recovery will be delayed because markets for our goods will shrink further and more American jobs will be lost.

The G-20 should quickly deploy resources to stabilize emerging markets, substantially boost the emergency capacity of the International Monetary Fund and help regional development banks accelerate lending. Meanwhile, America will support new and meaningful investments in food security that can help the poorest weather the difficult days that will come.

While these actions can help get us out of crisis, we cannot settle for a return to the status quo. We must put an end to the reckless speculation and spending beyond our means; to the bad credit, over-leveraged banks and absence of oversight that condemns us to bubbles that inevitably bust.

Only coordinated international action can prevent the irresponsible risk-taking that caused this crisis. That is why I am committed to seizing this opportunity to advance comprehensive reforms of our regulatory and supervisory framework.

All of our financial institutions -- on Wall Street and around the globe -- need strong oversight and common sense rules of the road. All markets should have standards for stability and a mechanism for disclosure. A strong framework of capital requirements should protect against future crises. We must crack down on offshore tax havens and money laundering.

Rigorous transparency and accountability must check abuse, and the days of out-of-control compensation must end. Instead of patchwork efforts that enable a race to the bottom, we must provide the clear incentives for good behavior that foster a race to the top.

I know that America bears our share of responsibility for the mess that we all face. But I also know that we need not choose between a chaotic and unforgiving capitalism and an oppressive government-run economy. That is a false choice that will not serve our people or any people.

This G-20 meeting provides a forum for a new kind of global economic cooperation. Now is the time to work together to restore the sustained growth that can only come from open and stable markets that harness innovation, support entrepreneurship and advance opportunity.

The nations of the world have a stake in one another. The United States is ready to join a global effort on behalf of new jobs and sustainable growth. Together, we can learn the lessons of this crisis, and forge a prosperity that is enduring and secure for the 21st century.

Barack Obama is president of the United States. A Global Viewpoint article distributed by Tribune Media Services.

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lunedì, 23 marzo 2009

Sono anche sfigati

jindall_t300

Dopo la sconfitta elettorale si è aperta la corsa a farsi notare nel partito repubblicano. Uno dei più attivi è stato Bobby Jindall, che dall'elezione di Obama ha inanellato una pessima figura dietro l'altra. L'ultima è stata la terrificante smentita di una sua uscita risalente a un mese e mezzo fa, nella quale aveva indicato i soldi stanziati per l'US Geological Survey e per la sorveglianza dei vulcani come soldi buttati dagli spendaccioni democratici.

I repubblicani sono tipicamente ostili alle spese per la prevenzione, ancora di più per quanto abbia un vago odore di scienza e cultura e non abbia ricadute militari. 

Giusta nemesi, oggi Anchorage è coperta di cenere proveniente dal vicino vulcano di Mount Redoubt, che ha eruttato dopo venti anni di tranquillità. I cittadini non sono stati colti impreparati grazie all'allarme dell'ente statale, che in virtù dei dati raccolti aveva previsto per tempo l'evento.

Casualmente la natura si è incaricata di mettere Jindall in collisione con la governatrice dell'Alaska Sarah Palin, che ovviamente ha confermato il suo sostegno a questo tipo di spesa.

Anche Palin è abbastanza sfigata, la giovanissima figlia ha lasciato il giovane che l'aveva ingravidata durante la campagna per le presidenziali, addio sogni di matrimonio riparitore e famigliola felice. Non bastasse, i suoi elettori non hanno gradito per niente che abbia dichiarato di non volere i soldi di Washington, che dovrebbero arrivare in Alaska come parte del famoso Stimulus. Manifestazioni arrabbiate in tutto lo stato. Si attende a momenti che la governatrice si rimangi pubblicamente l'intenzione con uno dei suoi ormai famosi voltafaccia.

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domenica, 22 marzo 2009

Un gradito ritorno

 

Torna online il sito di Giorgio Samorini  dedicato alla "scienza delle droghe". Giorgio è uno studioso che da anni indaga l'uso delle droghe attraverso il tempo e le culture, oltre a spendere parecchie energie a sostegno delle politiche di riduzione del danno.

Sul sito non troverete apologie delle sostanze psicoattive o racconti di strafatti, ma un serio excursus storico ed etnologico sulle droghe e sui loro impieghi. Un ottimo giacimento culturale al quale attingere per evadere la banalità dell'approccio mainstream alla questione dell'uso ed abuso di sostanze psicoattive.

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categoria: bologna, culture, antipro


sabato, 21 marzo 2009

Israele: a Gaza un esercito immorale


Dai racconti dei soldati emersi negli ultimi giorni, l'operazione israeliana a Gaza si configura sempre di più come una spedizione punitiva, così almeno la intendevano parecchi soldati istruiti dal rabbinato a uccidere i palestinesi senza pietà, ma anche spinti dal parossismo dei media pervasi dalla propaganda di guerra. Tanto che all'Onu è stata attivata la procedura per accusare Tel Aviv di crimini di guerra.

Qui le ultime trascrizioni apparse su Haaretz delle testimonianze che i soldati ritornati da Gaza hanno trasmesso agli allievi di un'accademia militare, che descrivono come i soldati israeliani siano stati autorizzati a sparare anche sui bambini, perché a Gaza sono tutti terroristi, un punto di vista che le convenzioni di guerra ritengono invece inammissibile. Diritto internazionale a parte, a ciascuno dovrebbe venir naturale una certa ritrosia nell'uccidere una madre e i suoi due figli, ancora di più a un cecchino dell'esercito "più morale del mondo", come ama definirlo la propaganda israeliana. Ai soldati israeliani invece questo non accade, perchè sono stati convinti che le vite dei palestinesi sono un ostacolo alla sacra missione israeliana e ritengono cool il fatto che nell'operazione a Gaza si potesse sparare a tutto quello che si muoveva.

Intanto, mentre le rivelazioni impegnano le prime pagine della stampa internazionale, in Italia ci dobbiamo accontentare di alcuni cenni sui giornali meno di destra usciti ieri e su un articolo de l'Unità oggi a pagina 24. Molte testate non si sono nemmeno accorte che Peres ha fatto un discorso all'Iran analogo a quello americano, il Corriere Sella Sera ospita addirittura un parere secondo il quale l'Iran dotato di atomiche poi le darebbe a Bin Laden.

La classica fuga nella fantasia di chi si trova a disagio nel gestire realtà sgradite. Gli iraniani dovrebbero essere i primi scemi nella storia a costruire bombe atomiche e a farle gestire ad altri e in questo caos proprio a un nemico e concorrente della leadership iraniana. Robaccia inguardabile, se questo è il massimo "esperto" che hanno trovato per menarla con la minaccia terrorista sono messi maluccio.

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Last update - 08:49 20/03/2009
'Shooting and crying'
By Amos Harel


Less than a month after the end of Operation Cast Lead in the Gaza Strip, dozens of graduates of the Yitzhak Rabin pre-military preparatory program convened at Oranim Academic College in Kiryat Tivon. Since 1998 the program has prepared participants for what is considered meaningful military service. Many assume command positions in combat and other elite units of the Israel Defense Forces. The program's founder, Danny Zamir, still heads it today and also serves as deputy battalion commander in a reserve unit.

The previous Friday, February 13, Zamir had invited combat soldiers and officers who graduated the program for a lengthy discussion of their experiences in Gaza. They spoke openly, but also with considerable frustration.

Following are extensive excerpts from the transcript of the meeting, as it appears in the program's bulletin, Briza, which was published on Wednesday. The names of the soldiers have been changed to preserve their anonymity. The editors have also left out some of the details concerning the identity of the units that operated in a problematic way in Gaza.


Danny Zamir: "I don't intend for us to evaluate the achievements and the diplomatic-political significance of Operation Cast Lead this evening, nor need we deal with the systemic military aspect [of it]. However, discussion is necessary because this was, all told, an exceptional war action in terms of the history of the IDF, which has set new limits for the army's ethical code and that of the State of Israel as a whole.

"This is an action that sowed massive destruction among civilians. It is not certain that it was possible do have done it differently, but ultimately we have emerged from this operation and are not facing real paralysis from the Qassams. It is very possible that we will repeat such an operation on a larger scale in the years to come, because the problem in the Gaza Strip is not simple and it is not at all certain that it has been solved. What we want this evening is to hear from the fighters."

Aviv: "I am squad commander of a company that is still in training, from the Givati Brigade. We went into a neighborhood in the southern part of Gaza City. Altogether, this is a special experience. In the course of the training, you wait for the day you will go into Gaza, and in the end it isn't really like they say it is. It's more like, you come, you take over a house, you kick the tenants out and you move in. We stayed in a house for something like a week.

"Toward the end of the operation there was a plan to go into a very densely populated area inside Gaza City itself. In the briefings they started to talk to us about orders for opening fire inside the city, because as you know they used a huge amount of firepower and killed a huge number of people along the way, so that we wouldn't get hurt and they wouldn't fire on us.

"At first the specified action was to go into a house. We were supposed to go in with an armored personnel carrier called an Achzarit [literally, Cruel] to burst through the lower door, to start shooting inside and then ... I call this murder ... in effect, we were supposed to go up floor by floor, and any person we identified - we were supposed to shoot. I initially asked myself: Where is the logic in this?

"From above they said it was permissible, because anyone who remained in the sector and inside Gaza City was in effect condemned, a terrorist, because they hadn't fled. I didn't really understand: On the one hand they don't really have anywhere to flee to, but on the other hand they're telling us they hadn't fled so it's their fault ... This also scared me a bit. I tried to exert some influence, insofar as is possible from within my subordinate position, to change this. In the end the specification involved going into a house, operating megaphones and telling [the tenants]: 'Come on, everyone get out, you have five minutes, leave the house, anyone who doesn't get out gets killed.'

"I went to our soldiers and said, 'The order has changed. We go into the house, they have five minutes to escape, we check each person who goes out individually to see that he has no weapons, and then we start going into the house floor by floor to clean it out ... This means going into the house, opening fire at everything that moves , throwing a grenade, all those things. And then there was a very annoying moment. One of my soldiers came to me and asked, 'Why?' I said, 'What isn't clear? We don't want to kill innocent civilians.' He goes, 'Yeah? Anyone who's in there is a terrorist, that's a known fact.' I said, 'Do you think the people there will really run away? No one will run away.' He says, 'That's clear,' and then his buddies join in: 'We need to murder any person who's in there. Yeah, any person who's in Gaza is a terrorist,' and all the other things that they stuff our heads with, in the media.

"And then I try to explain to the guy that not everyone who is in there is a terrorist, and that after he kills, say, three children and four mothers, we'll go upstairs and kill another 20 or so people. And in the end it turns out that [there are] eight floors times five apartments on a floor - something like a minimum of 40 or 50 families that you murder. I tried to explain why we had to let them leave, and only then go into the houses. It didn't really help. This is really frustrating, to see that they understand that inside Gaza you are allowed to do anything you want, to break down doors of houses for no reason other than it's cool.

"You do not get the impression from the officers that there is any logic to it, but they won't say anything. To write 'death to the Arabs' on the walls, to take family pictures and spit on them, just because you can. I think this is the main thing in understanding how much the IDF has fallen in the realm of ethics, really. It's what I'll remember the most."

"One of our officers, a company commander, saw someone coming on some road, a woman, an old woman. She was walking along pretty far away, but close enough so you could take out someone you saw there. If she were suspicious, not suspicious - I don't know. In the end, he sent people up to the roof, to take her out with their weapons. From the description of this story, I simply felt it was murder in cold blood."

Zamir: "I don't understand. Why did he shoot her?"

Aviv: "That's what is so nice, supposedly, about Gaza: You see a person on a road, walking along a path. He doesn't have to be with a weapon, you don't have to identify him with anything and you can just shoot him. With us it was an old woman, on whom I didn't see any weapon. The order was to take the person out, that woman, the moment you see her."

Zvi: "Aviv's descriptions are accurate, but it's possible to understand where this is coming from. And that woman, you don't know whether she's ... She wasn't supposed to be there, because there were announcements and there were bombings. Logic says she shouldn't be there. The way you describe it, as murder in cold blood, that isn't right. It's known that they have lookouts and that sort of thing."

Gilad: "Even before we went in, the battalion commander made it clear to everyone that a very important lesson from the Second Lebanon War was the way the IDF goes in - with a lot of fire. The intention was to protect soldiers' lives by means of firepower. In the operation the IDF's losses really were light and the price was that a lot of Palestinians got killed."

Ram: "I serve in an operations company in the Givati Brigade. After we'd gone into the first houses, there was a house with a family inside. Entry was relatively calm. We didn't open fire, we just yelled at everyone to come down. We put them in a room and then left the house and entered it from a different lot. A few days after we went in, there was an order to release the family. They had set up positions upstairs. There was a sharpshooters' position on the roof. The platoon commander let the family go and told them to go to the right. One mother and her two children didn't understand and went to the left, but they forgot to tell the sharpshooter on the roof they had let them go, and it was was okay and he should hold his fire and he ... he did what he was supposed to, like he was following his orders."

Question from the audience: "At what range was this?"

Ram: "Between 100 and 200 meters, something like that. They had also came out of the house that he was on the roof of, they had advanced a bit and suddenly he saw then, people moving around in an area where they were forbidden to move around. I don't think he felt too bad about it, because after all, as far as he was concerned, he did his job according to the orders he was given. And the atmosphere in general, from what I understood from most of my men who I talked to ... I don't know how to describe it .... The lives of Palestinians, let's say, is something very, very less important than the lives of our soldiers. So as far as they are concerned they can justify it that way."

Yuval Friedman (chief instructor at the Rabin program): "Wasn't there a standing order to request permission to open fire?"

Ram: "No. It exists, beyond a certain line. The idea is that you are afraid that they are going to escape from you. If a terrorist is approaching and he is too close, he could blow up the house or something like that."

Zamir: "After a killing like that, by mistake, do they do some sort of investigation in the IDF? Do they look into how they could have corrected it?"

Ram: "They haven't come from the Military Police's investigative unit yet. There hasn't been any ... For all incidents, there are individual investigations and general examinations, of all of the conduct of the war. But they haven't focused on this specifically."

Moshe: "The attitude is very simple: It isn't pleasant to say so, but no one cares at all. We aren't investigating this. This is what happens during fighting and this is what happens during routine security."

Ram: "What I do remember in particular at the beginning is the feeling of almost a religious mission. My sergeant is a student at a hesder yeshiva [a program that combines religious study and military service]. Before we went in, he assembled the whole platoon and led the prayer for those going into battle. A brigade rabbi was there, who afterward came into Gaza and went around patting us on the shoulder and encouraging us, and praying with people. And also when we were inside they sent in those booklets, full of Psalms, a ton of Psalms. I think that at least in the house I was in for a week, we could have filled a room with the Psalms they sent us, and other booklets like that.

"There was a huge gap between what the Education Corps sent out and what the IDF rabbinate sent out. The Education Corps published a pamphlet for commanders - something about the history of Israel's fighting in Gaza from 1948 to the present. The rabbinate brought in a lot of booklets and articles, and ... their message was very clear: We are the Jewish people, we came to this land by a miracle, God brought us back to this land and now we need to fight to expel the gentiles who are interfering with our conquest of this holy land. This was the main message, and the whole sense many soldiers had in this operation was of a religious war. From my position as a commander and 'explainer,' I attempted to talk about the politics - the streams in Palestinian society, about how not everyone who is in Gaza is Hamas, and not every inhabitant wants to vanquish us. I wanted to explain to the soldiers that this war is not a war for the sanctification of the holy name, but rather one to stop the Qassams."

Zamir: "I would like to ask the pilots who are here, Gideon and Yonatan, to tell us a little about their perspective. As an infantryman, this has always interested me. How does it feel when you bomb a city like that?"

Gideon: "First of all, about what you have said concerning the crazy amounts of firepower: Right in the first foray in the fighting, the quantities were very impressive, very large, and this is mainly what sent all the Hamasniks into hiding in the deepest shelters and kept them from showing their faces until some two weeks after the fighting.

"In general the way that it works for us, just so you will understand the differences a bit, is that at night I would come to the squadron, do one foray in Gaza and go home to sleep. I go home to sleep in Tel Aviv, in my warm bed. I'm not stuck in a bed in the home of a Palestinian family, so life is a little better.

"When I'm with the squadron, I don't see a terrorist who is launching a Qassam and then decide to fly out to get him. There is a whole system that supports us, that serves as eyes, ears and intelligence for every plane that takes off, and creates more and more targets in real-time, of one level of legitimacy or another. In any case, I try to believe that these are targets [determined according to] the highest possible level of legitimacy.

"They dropped leaflets over Gaza and would sometimes fire a missile from a helicopter into the corner of some house, just to shake up the house a bit so everyone inside would flee. These things worked. The families came out, and really people [i.e., soldiers] did enter houses that were pretty empty, at least of innocent civilians. From this perspective it works.

"In any case, I arrive at the squadron, I get a target with a description and coordinates, and basically just make sure it isn't within the line of our forces. I look at the picture of the house I am suppose to attack, I see that it matches reality, I take off, I push the button and the bomb takes itself exactly to within one meter of the target itself."

Zamir: "Among the pilots, is there also talk or thoughts of remorse? For example, I was terribly surprised by the enthusiasm surrounding the killing of the Gaza traffic police on the first day of the operation: They took out 180 traffic cops. As a pilot, I would have questioned that."

Gideon: "There are two parts to this. Tactically speaking, you call them 'police.' In any case, they are armed and belong to Hamas ... During better times, they take Fatah people and throw them off the roofs and see what happens.

"With regard to the thoughts, you sit with the squadron and there are lots of discussions about the value-related significance of the fighting, about what we are doing; there is a lot to talk about. From the moment you start the plane's engine until the moment you turn it off, all of your thoughts, all of your concentration and all of your attention are on the mission you have to carry out. If you have an unjustified doubt, you're liable to cause a far greater screw-up and knock down a school with 40 children. If the building I hit isn't the one I am supposed to hit, but rather a house with our guys inside - the price of the mistake is very, very high."

Question from the audience: "Was there anyone in the squadron who didn't push the button, who thought twice?"

Gideon: "That question should be addressed to those involved in the helicopter operation, or to the guys who see what they do. With the weapons I used, my ability to make a decision that contradicts what they told me up to that point is zero. I dispatch the bomb from a range within which I can see the entire Gaza Strip. I also see Haifa, I also see Sinai, but it's more or less the same. It's from really far away."

Yossi: "I am a platoon sergeant in an operations company of the Paratroops Brigade. We were in a house and discovered a family inside that wasn't supposed to be there. We assembled them all in the basement, posted two guards at all times and made sure they didn't make any trouble. Gradually, the emotional distance between us broke down - we had cigarettes with them, we drank coffee with them, we talked about the meaning of life and the fighting in Gaza. After very many conversations the owner of the house, a man of 70-plus, was saying it's good we are in Gaza and it's good that the IDF is doing what it is doing.

"The next day we sent the owner of the house and his son, a man of 40 or 50, for questioning. The day after that, we received an answer: We found out that both are political activists in Hamas. That was a little annoying - that they tell you how fine it is that you're here and good for you and blah-blah-blah, and then you find out that they were lying to your face the whole time.

"What annoyed me was that in the end, after we understood that the members of this family weren't exactly our good friends and they pretty much deserved to be forcibly ejected from there, my platoon commander suggested that when we left the house, we should clean up all the stuff, pick up and collect all the garbage in bags, sweep and wash the floor, fold up the blankets we used, make a pile of the mattresses and put them back on the beds."

Zamir: "What do you mean? Didn't every IDF unit that left a house do that?"

Yossi: "No. Not at all. On the contrary: In most of the houses graffiti was left behind and things like that."

Zamir: "That's simply behaving like animals."

Yossi: "You aren't supposed to be concentrating on folding blankets when you're being shot at."

Zamir: "I haven't heard all that much about you being shot at. It's not that I'm complaining, but if you've spent a week in a home, clean up your filth."

Aviv: "We got an order one day: All of the equipment, all of the furniture - just clean out the whole house. We threw everything, everything, out of the windows to make room. The entire contents of the house went flying out the windows."

Yossi: "There was one day when a Katyusha, a Grad, landed in Be'er Sheva and a mother and her baby were moderately to seriously injured. They were neighbors of one of my soldiers. We heard the whole story on the radio, and he didn't take it lightly - that his neighbors were seriously hurt. So the guy was a bit antsy, and you can understand him. To tell a person like that, 'Come on, let's wash the floor of the house of a political activist in Hamas, who has just fired a Katyusha at your neighbors that has amputated one of their legs' - this isn't easy to do, especially if you don't agree with it at all. When my platoon commander said, 'Okay, tell everyone to fold up blankets and pile up mattresses,' it wasn't easy for me to take. There was lot of shouting. In the end I was convinced and realized it really was the right thing to do. Today I appreciate and even admire him, the platoon commander, for what happened there. In the end I don't think that any army, the Syrian army, the Afghani army, would wash the floor of its enemy's houses, and it certainly wouldn't fold blankets and put them back in the closets."

Zamir: "I think it would be important for parents to sit here and hear this discussion. I think it would be an instructive discussion, and also very dismaying and depressing. You are describing an army with very low value norms, that's the truth ... I am not judging you and I am not complaining about you. I'm just reflecting what I'm feeling after hearing your stories. I wasn't in Gaza, and I assume that among reserve soldiers the level of restraint and control is higher, but I think that all in all, you are reflecting and describing the kind of situation we were in.

"After the Six-Day War, when people came back from the fighting, they sat in circles and described what they had been through. For many years the people who did this were said to be 'shooting and crying.' In 1983, when we came back from the Lebanon War, the same things were said about us. We need to think about the events we have been through. We need to grapple with them also, in terms of establishing a standard or different norms.

"It is quite possible that Hamas and the Syrian army would behave differently from me. The point is that we aren't Hamas and we aren't the Syrian army or the Egyptian army, and if clerics are anointing us with oil and sticking holy books in our hands, and if the soldiers in these units aren't representative of the whole spectrum in the Jewish people, but rather of certain segments of the population - what are we expecting? To whom are we complaining?

"As reservists we don't take relate seriously to the orders of the regional brigades. We let the old people go through and we let families go through. Why kill people when it's clear to you that they are civilians? Which aspect of Israel's security will be harmed, who will be harmed? Exercise judgment, be human."



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giovedì, 19 marzo 2009

Chi sbaglia paga


... e in questo caso non si tiene nemmeno i cocci.
A pagare saranno probabilmente gli esagitati neofascisti che hanno stampato e diffuso questo manifesto qui


manifesto
Un noto avvocato che li ha in antipatia cercherà di convincere i due rumeni ritratti nel manifesto a presentare una robusta richiesta per gli evidenti danni procurati loro dal manifesto e per le offese e diffamazioni in esso contenuto.

Astuti come al solito, questi emuli geniali di Galeazzo Musolesi, finiranno per retribuire i due rumeni oggettio del loro indegno sbocco razzista. Difficilmente servirà da deterrente al ripetersi di episodi del genere, ma se non altro rimane utile ad illuminare la stupidità intrinseca di chi incita alla caccia allo straniero. Sarebbe interessante vedere come reagirebbero ad un manifesto analogo con le loro foto pubblicato per le strade di Bucarest (comprensibile dal punto di vista di un cittadino della Romaniia) , ma ancora di più è interessante osservare che un manifesto del genere con le foto di cittadini italiani non lo avrebbero fatto mai. Nemmeno per il Mostro del Circeo.
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mercoledì, 18 marzo 2009

Il segreto della crisi

 Anche in Altrenotizie

C'è un particolare aspetto della crisi che si continua ad ignorare in maniera sospetta, quasi a sollevare il sospetto che insieme a un sacco di gente che non ci ha capito niente, a molti che preferiscono nascondere la testa sotto la sabbia, ci siano anche molti furboni determinati ad attraversare la crisi senza mettere mano ad un sistema che garantisce loro enormi privilegi e la ricchezza. L'immagine globale ci restituisce quella che si chiama una crisi di capitali. Anche le persone meno preparate in tema sanno che la produzione in un sistema capitalista si fonda sulla disponibilità di capitale, che permette di investire e quindi produrre e vendere e di conseguenza retribuire il capitale e ripartire di slancio. Per anni la creazione di capitale virtuale, attraverso una sequenza impressionante di bolle da parte del migrare dei capitali in cerca di una retribuzione sempre maggiore, ha finanziato livelli d'investimento mai visti prima.

Il furioso sviluppo della Cina lo testimonia, in poco più di due decenni il paese ha compiuto la transizione dalla miseria per oltre trecento milioni dei suoi abitanti, che ora si possono permettere livelli di consumo pari a quello dei cittadini dell'Occidente e migliorato nettamente le condizioni di vita di un altro miliardo di cinesi. In Cina inoltre è stata costruita dal nulla una capacità produttiva tale da trasformare il paese nella principale fabbrica del mondo. A questa si è affiancata, nello stesso tempo, la costruzione di un patrimonio immobiliare senza uguali al mondo in un tempo così modesto.

Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l'iniezione di una massa enorme di capitali, affluiti dalla provincia taiwanese, dalle vicine tigri asiatiche, dal Giappone, dall'Europa e dagli USA, i capitali hanno fatto a gara per nutrire il boom cinese ed è noto perché: gli elevati livello dello sviluppo cinese e la modesta retribuzione della manodopera hanno garantito retribuzioni impossibili nelle mature economie occidentali. La caduta del muro di Berlino è stato il segnale d'inizio della grande corsa all'oro, fatta di nuovi paesi che si aprivano vergini al capitalismo. Il trionfo del sistema capitalistico è stato subito preso a pretesto per reclamare a gran voce la demolizione degli ostacoli legislativi e contabili alla fantasia creativa della finanza.

Mentre il dominio della finanza si perfezionava, si creavano in realtà le condizioni che ci avrebbero condotto alla crisi che oggi ci preoccupa tanto. L'aumento della produzione (e del consumo) globale ha portato molte delle riserve naturali di materie prime al limite, prima tutto quella del petrolio che ha raggiunto il primo Peak Point della sua storia, cioè l'incapacità della produzione nello stare dietro alla domanda. Non è stato l'effetto della speculazione, l'Opec ha già detto a chiare lettere che il petrolio a 40 dollari non giustifica investimenti per nuovi pozzi, solo con il petrolio oltre gli 80 dollari il capitale investito trova retribuzione, a 40 ci si perde. Molte materie prime sono andate alle stelle, dai minerali fino agli alimentari i prezzi sono schizzati verso l'alto senza incertezze e la grande fabbrica cinese ha dovuto preoccuparsi di fare shopping in giro per il mondo per nutrire le sue fabbriche, senza peraltro incontrare particolari resistenze politiche, visto che i capitali investiti nell'avventura non erano certo quelli cinesi.

In quegli anni i capitali sono stati strappati anche ai bilanci pubblici attraverso le estese privatizzazioni, c'è stata la corsa a liberare “risorse” utili ad alimentare la grande giostra, fino a che il raggiungimento dei limiti di sfruttamento di molte risorse ha determinato la richiesta di una quantità di capitale sempre maggiore per unità di prodotto. Un banale e scontato aumento dei prezzi, che si è incrociato con maggiori richieste salariali nei paesi produttori che hanno visto crescere la loro economia e con l'impoverimento progressivo delle masse di consumatori nei paesi nei quali l'economia era già matura, che per capacità di spesa e numero rappresentano ancora un multiplo dei nuovi consumatori cinesi. Per continuare a far girare la giostra si è dato il via libera all'indebitamento irragionevole e si sono trascurati anche i dubbi “fondamentali” della scienza economica.

Una scelta abbracciata ecumenicamente, senza timori nemmeno quando la bilancia commerciale degli Stati Uniti ha cominciato a segnalare la corsa del paese intero verso il fallimento. Una scelta consapevole, perché senza la complicità della finanza statunitense non sarebbe stato possibile mantenere la famigerata “crescita”, venendo a mancare il contributo dei migliori consumatori al mondo, senza il quale tutto il castello era destinato a crollare. Come è poi divenuto evidente, la creazione di capitale virtuale non sarebbe stata possibile senza l'entusiastica partecipazione delle istituzioni finanziarie globali e senza la complicità di grandi istituzioni bancarie e di revisione contabile. Quando la finanza globale ha visto la curva in fondo al rettilineo dell'impossibile “crescita” infinita, non ha potuto che continuare a tenere il piede sull'acceleratore, nessuno a bordo era mai stato istruito a frenare e quei pochi che avevano il compito di vigilare sull'eccesso di velocità erano da tempo stati convertiti al verbo del lasciar fare.

Lo scontro con la realtà ha determinato prima di tutto la distruzione di una quantità mostruosa di capitali. Qualunque somma i governi possano riversare nel sistema, lo stock di capitale ante-crisi non sarà ricostituito a breve, ci vorranno anni, se non decenni di ripresa prima che sia possibile. Anche perché se i valori di borsa di sono dimezzati, è abbastanza intuitivo che la loro capacità di produrre utili e quindi capitale aggiuntivo sia ugualmente ridotta. Questo significa fuor di ogni dubbio che gli investimenti su scala globale caleranno necessariamente e con essi la produzione, gli occupati e i consumi e per diversi anni non recupereranno i livelli raggiunti prima della crisi. Le imponenti ondate migratorie di ritorno che in questi giorni riportano a casa le braccia migranti, l'aumento della disoccupazione in tutti i paesi del mondo alimentano il problema, depennando legioni di consumatori e possibili clienti che in teoria dovrebbero alimentare al mitica “ripresa”.

Cancellare gli effetti della crisi non sarà possibile senza aver ricostituito la stessa base di capitale, la stessa base di consumo e la stessa capacità produttiva. Queste condizioni però si sono dimostrate materialmente insostenibili, così come si è dimostrato insostenibile il livello di consumo pazzesco degli americani, che nei prossimi anni saranno caricati di un debito imponente e che avranno le loro belle difficoltà a interpretare il ruolo di locomotiva del treno dei consumi. Ultima, ma non meno importante nel remare contro, c'è anche il fatto indiscutibile per il quale in un momento del genere la migliore retribuzione del capitale (per chi ce l'ha) si trova nell'acquisto a prezzo di fallimento, non certo nell'investimento produttivo senza sbocchi per mancanza di clientela.

Il segreto della crisi è quindi che non c'è abbastanza capitale per risolverla alla svelta come auspica la maggioranza dei commentatori. Una parte del segreto dice poi che anche quando si riuscisse a “risolverla” si sarebbe solamente sull'orlo di un'altra identica crisi. Un destino inevitabile senza l'adozione di robusti cambiamenti, prima di tutto ideologici, che avrebbero ovviamente la conseguenza di ritardare la ripresa impossibile, risultando così inaccettabili ai grandi attori dell'economia e dai governi che negli ultimi anni sono andati al loro traino. Non potendo discutere il segreto della crisi (è segreto e quindi sconosciuto ai più) il dibattito pubblico si orienterà prevedibilmente su altro, perseverando nel costruire una macchina economica votata a velocità insostenibili, priva di limiti e dei più elementari sistemi di governo che impediscano o limitino lo schianto inevitabile e ciclico del sistema, che storicamente avviene sempre con grande spargimento di sangue e di dolore.

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categoria: stati uniti, crisi, economie, corporation, elitarismo, istituzioni globali


martedì, 17 marzo 2009

Benedetto XVI in Africa uccide ancora


Pope+Benedict+XVINon ha ancora toccato il suolo africano, ma il Papa Benedetto XVI ha già ucciso un sacco di africani prima ancora di arrivare.

Lungi dal preoccuparsi per le grandi piaghe  del continente, il Papa sembra alla ricerca di nuova linfa cattolica, lontano dai paesi avanzati dove la sua predicazione reazionaria allontana i fedeli dalle chiese. Così ha ribadito ancora una volta che il cattolicesimo non ammette l'uso del preservativo contro la diffusione dell'AIDS e di altri malattie a trasmissione sessuale, ma solo astinenza. Dura e pura.

Tanta è l'ostilità ai profilattici che il Papa si è spinto addirittura a dichiarare che il loro uso: "aumenta il problema". Una falsità clamorosa sganciata sull'Africa con la presunzione tipica di chi finge di parlare in nome di Dio e per questo non si può permettere alcun dubbio o forma dubitativa. Il Papa mente su una questione scientifica, falsa la realtà certificata dall'OMS perché questa è sgradita alla sua predicazione, un tragico deja-vu: la mano che benedice è sporca di sangue.

La realtà ci dice che è proprio la politica fondata sull'astinenza che in Africa fa strage. Non c'è bisogno di nessun test, visto che da anni gli effetti della stessa politica proposta dal presidente Bush si è dimostrata assassina. Basti per tutto l'esempio dell'Uganda, che nell'epoca pre-Bush era riuscita ad abbattere come nessun altro paese il livello di contagi grazie ad una politica di prevenzione fondata sull'informazione e la distribuzione di profillattici. Poi il dittatore locale ha cambiato idea, la moglie è diventata "cristiana rinata" come Bush e il paese ha virato verso la promozione dell'astinenza e la diffamazione del profilattico, con tanto di campagne sulla sua pericolosità perché "si buca". Oggi in Uganda il tasso dei nuovi contagi è tornato a crescere come prima. Le stesse politiche negli Stati Uniti non hanno frenato l'AIDS e nemmeno le gravidanze tra le minori, esiste quindi la certezza scientifica della loro inutilità e conseguente pericolosità.

Evidentemente Benedetto XVI non coltiva grandi scrupoli morali, se con una frase che si poteva risparmiare manda a morte migliaia se non milioni di persone che non sapranno mai neppure come proteggersi, visto che la propaganda a favore dell'astinenza si articola in un'unica mossa: proibire l'attività sessuale al di fuori del matrimonio. Una missione impossibile, così ai cattolici e ai non cattolici sarà negata la possibilità di salvarsi dall'epidemia, perché è chiaro che quando un governo abbraccia il punto di vista papale, uccide indistintamente i suoi cittadini, siano essi cattolici o meno, per tutti c'è solo l'astinenza contro il contagio dell'AIDS, perché proporre l'uso del profilattico, secondo il Papa, "aumenta il pericolo" e quindi nessun timorato capo di governo oserà mai proporlo e rischiare di farsi così mancare l'appoggio papale.

Non alle guerre, non alla miseria e non allo sfruttamento coloniale ha pensato il Papa diretto in Africa, ma al preservativo. Sarà che la chiesa cattolica deve ancora farsi perdonare il sostegno a certe cosucce, dalla complicità nell'Olocausto congolese per mano di Leopoldo I,  a quella con lo schiavismo, fino a quella con molte delle dittature africane contemporanee. Per questo è molto meglio parlare d'altro, molto meglio interessarsi ad imporre ancora una volta la propria morale gli africani, poco importa che questo significhi condannarne parecchi a morte certa, non sono feti, possono morire per la maggior gloria di Santa Romana Chiesa e del suo magistero. Con tanti saluti all'ipocrita "sacralità della vita" sbandierata dal vecchio pastore tedesco e dai suoi complici.
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lunedì, 16 marzo 2009

C'è anche il creazionismo islamico


Cigdem Atakuman,  direttrice della rivista scientifica turca Bilim ve Teknik (Scienza e Tecnica) e' stata licenziata per aver messo Darwin in copertina e per avergli dedicato un articolo di di quindici pagine per celebrarne il duecentesimo anniversario della nascita. La decisione è stata presa dal professor Omar Cebeci, vice-presidente del Consiglio di Scienza e Ricerca turco (Tubitak), editore della rivista.

Il Consiglio è un'istituzione laica, ma negli ultimi anni è stata riempita di uomini dell'AKP,  partito moderato d'ispirazione islmica che alle ultime elezioni ha ottenuto robusti consensi. Il curriculum del censore riporta l'insegnamento di tecnica del cemento e dei materiali in Arabia Saudita, non si tratta quindi di un chierico, ma di un tecnico. Ancora più sconcertante che la presidentessa del Consiglio, la signora Nuket Yetis, non abbia ancora espresso la sua opinione a qualche giorno dall'avvenimento. Circostanza che conferma l'impressione che il Consiglio sia ormai tanto pieno uomini islamicamente dominanti e che la signora interpreti un ruolo puramente decorativo, uno schermo alle critiche dei laici.

Il fatto, oltre a risultare offensivo presso la comunità scientifica europea, ha dato nuova voce ai sostenitori della laicità in Turchia, ultimamente in ritirata a causa della compromissione con l'estrema destra turca a sua volta in grandi difficoltà, sia sul fronte elettorale che su quello giudiziario.

la questione non ha mancato di gettare nel caos la rivista, che ha una tiratura di 600.000 copie e rivaleggia con l'edizione locale di National Geographic per il primato nazionale nel settore. La rivista è uscita con una settimana di ritardo e con un articolo sul global warming al posto di quello su Darwin, ma la licenziata non sembra per niente disposta ad accettare un altro incarico, ha già annunciato che darà battaglia con gli avvocati, pare che il Cosiglio non abbia formalmente l'autorità per un provvedimento del genere e ancora meno ce l'abbia il solo vice-presidente.

la vicenda dimostra il pericolo rappresentato dai reazionari ispirati dalle religioni e dai rispettivi cleri. il feonomeno è evidente nei paesi dove la reazione è di marca cristiana, siano i cattolici italiani o i variopinti americani e si manifesta anche dove è il clero islamico ad ingerire nel lavoro della scienza e degli scienziati.

Lo scandalo turco serva da severo monito anche a quanti pensano che sia possibile imbottire i comitati scientifici con esemplari  bigotti sullo stile Binetti & co.

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Il rischio è quello di vedere boicottate intere branche della scienza perchè hanno la sventura di essere incompatibili con la parola di Dio riportata nei libri sacri. Il problema in fondo è tutto lì: se la Bibbia o il Corano dicono che l'uomo è creatura di Dio, il clero si adopera per fare opera di negazionismo scientifico e combattere più o meno apertamente  la presenza delle scoperte scientifiche che incidentalmente dimostrino la natura fantastica e fantasiosa dei libri sui quali si fondano le religioni. Ieri con Galileo, oggi con Darwin. tanto che oggi bisognerebbe correggere la vecchia didascalia allo schema nell'immagine, avvertendo che la religione andrebbe rappresentata molto più in grande.

All'alba dl ventunesimo secolo il fondamentalismo eversivo è di matrice religiosa e non è solo islamico. un fondamentalismo molto pericoloso, come si è visto negli ultimi anni, dal quale l'Italia non è al riparo, minacciata non già dall'impossibile invasione islamica, ma dalla svolta reazionaria di un cattolicesimo sempre più ignorante e ostile a scienza e modernità.


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domenica, 15 marzo 2009

La crisi non è colpa dei poveri


berlusconi - prodiL'ultimo a dire che la crisi è stata scatenata dalla "buona intenzione" di dare la casa a chi non ce l'aveva, è stato Romano Prodi, ospite del programma di Fabio fazio.

L'idea in origine è dei repubblicani americani e c'è anche da capire che non gli venga da dare la colpa ai ricchi. Ovviamente la tesi è fatta propria anche da numerosi esponenti della finanza e delle istituzioni, che amerebbero risolvere la crisi a spese delle casse pubbliche, senza subire conseguenze.

Peccato che proprio questa settimana l'ipotesi sia stata sonoramente smentita dalla Federal Reserve, che ha dichiarato per bocca di Sandra Braunstein che: I can state very definitively that, from the research we have done, that the Community Reinvestment Act is not one of the causes of the current crisis, che tradotto significa che la FED esclude che i mutui agevolati per la prima casa c'entrino con la crisi.
Se così non è negli Stati Uniti, è ancora più incredibile che sia accaduto in altri paesi dove la concessione del credito era più severa.

Nel dettaglio si scopre che negli Stati Uniti solo il 6% dei famigerati mutui subprime sono stati sottoscritti a queste condizioni e che (surprise!), tra questi contratti di mutuo non si sono registrati mancati pagamenti: i poveri hanno onorato i loro debiti. I mutui subprime sono stati sottoscritti al 94% per finanziare altri investimenti immobiliari o, per i meno abbienti, coprire le spese sanitarie e per l'istruzione dei figli. Hanno finanziato il consumo, proprio come suggeriva Tremonti qualche anno fa per "ridare fiato all'economia".

Tanto più che è noto che in molti paesi, come il nostro, le difficoltà con i mutui immobiliari sono derivati dalla politica delle banche, che in tempi di tassi convenienti hanno variamente costretto la clientela a mutui a tasso variabile, quando la logica avrebbe consigliato altrimenti nell'interesse del cliente. Non si può nemmeno dimenticare il ruolo fondamentale nella grassazione degli immobili pubblici svenduti da Tremonti che ha svolto la grande finanza, i famosi immobiliaristi che hanno fatto affari più o meno garantiti con la complicità delle banche a gran danno dei piccoli risparmiatori e della loro possibilità di accedere alla proprietà immobiliari. Negli ultimi anni in Italia non è stato così facile comprare la casa per chi non ce l'aveva e non si sono viste politiche in grado d'incidere significativamente su questo dato.

Nessuno dei protagonisti della politica e dell'economia ha il minimo  interesse a mettere sotto accusa il collasso di un sistema che finanziava il paradosso costituito da uno stato sociale privatizzato, inefficiente e costoso attraverso l'indebitamento privato e allo stesso tempo quello di livelli di consumo finanziati con la truffa e le fantasie contabili.

Ma ancora meno ha interesse a citare il ruolo del non meno famigerato leverage, cioè la possibilità offerta agli operatori finanziari di costruire, più o meno legalmente, quei complicati moltiplicatori del valore finanziario che hanno permesso sostenere un sistema diversamente insostenibile. La lista delle gravi colpe e dei grandi colpevoli è lunga e può essere dettagliata molto oltre, basta qualche esempio per capire chi e perché abbia interesse nel "dare la colpa ai poveri" o alle buone intenzioni verso i poveri.

Se la FED mette il sigillo sul fatto che -la crisi non è colpa dei poveri- c'è da prenderne atto e da ricordarlo, così come c'è da ricordare sempre che c'è un sacco di gente alla quale farebbe molto comodo, che si credesse davvero che l'immane disastro dell'economia ha avuto origine dal pio desiderio di dare un tetto a chi non ce l'aveva. Logica e necessaria, ne deriverebbe anche l'esigenza di diffidare immediatamente delle oneste intenzioni di chiunque provi a rifilare ancora una bufala del genere.

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domenica, 15 marzo 2009

Altra informazione economica


Ho scoperto con piacere che parti di un incontro con Sbancor a Bologna sono state messe online.
Chi non abbia avuto l'occasione può approfondire, questi 3 minuti dovrebbero incuriosire gli amanti del genere.



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categoria: movimenti, crisi


venerdì, 13 marzo 2009

Il giornalismo economico alla sbarra





Annunciato da più di una settimana negli USA è andato in onda lo scontro tra Stewart & Cramer. Il primo è il titolare di "The Daily Show", programma quotidiano improntato alla satira e all'ironia, mentre il secondo conduce "Mad Money", un programma d'informazione sull'economia. Lo scontro è stato stravinto da Stewart, che ha avuto gioco facile a dimostrare che il programma di Cramer non ha reso un gran servizio e che ha mancato alla grande nell'esercitare qualsiasi curiosità potesse risultare sgradita ai suoi ospiti, abbracciando spesso ricostruzioni false o suggerite direttamente dagli interessi delle grandi corporation. Alla fine Stewart ha ammesso di essere in colpa e promesso di fare meglio. L'intero show sarà pubblicato sul sito di Comedy Central, in versione integrale senza beep, tra qualche ora.

Al di là dello spettacolo, è curioso notare come negli Stati Uniti si discuta apertamente della crisi e si cerchi di evidenziare le principali responsabilità, arrivando anche a mettere sotto processo i media troppo compiacenti. un gioco facile anche in Italia, basterebbe prendere qualche annata delle sezioni economiche dei principali quotidiani, soprattutto quelli dedicati  economia & finanza per fare una strage tra i Cramer nostrani. Che però il coraggio di Cramer non ce l'hanno e che non si presterebbero mai a farsi massacrare pubblicamente in una maniera del genere. Ovunque, non solo nel nostro paese, l'informazione ha nascosto la crisi fino a che ha potuto e nel nostro paese ci sono ancora fior di testate che sono impegnate, in tutta evidenza, a minimizzarla e a nasconderne l'evoluzione. Non c'è stata una sola testata giornalistica specializzata che abbia martellato o allertato sull'avvento della crisi, eppure la "notizia" è di quelle epocali. Il caso-Parmalat aveva già evidenziato i peculiari attacchi d'omertà che colgono la categoria quando si tratta di brutte notizie per i grandi operatori economici.

Un vero peccato, correggere la diffusa corruzione intellettuale che pervade il giornalismo economico dovrebbe essere interesse comune, anche degli stessi operatori economici, ma evidentemente ci sono forze e interessi che si trovano molto meglio con questo tipo di giornalismo addomesticato, che consente al business di operare con le spalle coperte. l'importante è rendersi conto che
nel nostro paese l'informazione economica è nel suo complesso poco o niente attendibile e regolarsi di conseguenza.
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categoria: stati uniti, media, crisi, corporation, infowatch


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