Dati che i cittadini potrebbero ritenere prudente non mettere a disposizione, non solo e non certo per riservarsi maggiori possibilità di delinquere con successo in futuro, ma soprattutto per evitare che la schedatura della sequenza del DNA possa divenire strumento di sfruttamento o di discriminazione. Ma nessuno si sogna di chiedere il parere ai cittadini su una questione del genere e ancora meno di discutere nel merito della proposta.
Il governo iracheno ha deciso di ritirare la licenza che permette ai mercenari della famigerata Blackwater di operare in armi in Iraq. Il motivo sarebbe l'uso eccessivo della forza, la decisione non è ancora stata ufficializzata anche se è già stata notificata ai diplomatici statunitensi. La decisione priverebbe così i "diplomatici" americani della scorta armata, visto che secondo i recenti accordi le truppe americane non potranno uscire dalle loro basi se non dietro richiesta irachena.
Se George W. Bush ha invaso l'Iraq usando la tattica dello shock and awe, a una settimana dal suo insediamento si può ben dire che il nuovo presidente Obama abbia usato la stessa tattica in casa, lasciando senza parole e senza resistenza i repubblicani che già non stavano troppo bene dopo la legnata elettorale. Così, senza colpo ferire, il mondo ha assistito alla rapida inversione ad U delle principali politiche americane e, tali e tante sono le novità, che ancora molti faticano ad afferrarle. A colpire l'immaginario è stata la decisione di chiudere la prigione di Guantanamo: ma non si è trattato di uno spot, visto che è stata accompagnata da un rumoroso rifiuto ufficiale delle pratiche di tortura e del ricorso ad attività come i rapimenti e la custodia affidata a paesi terzi, tutte decisioni accolte con favore anche dalle gerarchie militari.
Decine di amministrazioni pubbliche hanno deciso di mettersi in mostra presso chi non esce mai la sera, bombardando di divieti chi voglia bersi qualcosa in pace nello spazio pubblico. Come tutti i proibizionismi si tratta di provvedimenti inutili e spesso assolutamente irrazionali, nascendo non già da esigenze pratiche, ma dalla ricerca di consensi politici presso le maggioranze ai danni di minoranze bollate negativamente.
Così dopo tre mesi di proteste e smaltiti i festeggiamenti natalizi, gli islandesi sono tornati alla carica assediando il parlamento ad oltranza, fino a che il governo non ha alzato bandiera bianca e il primo ministro si è dimesso annunciando elezioni anticipate per il prossimo maggio. Il primo ministro Geir Haarde si è dimesso e non si ripresenterà, dice lui perchè ha un tumore all'esofago, il ministro del commercio si è dimesso licenziando il pool di esperti che aveva radunato per affrontare al crisi e gli islandesi hanno raccolto la loro vittoria.
Sembra strano parlare di rivoluzione, ma è la prima volta che in Islanda si è visto il parlamento sotto assedio, l'auto del primo ministro bersagliata di uova e salvata dalle forze dell'ordine, così come è la prima volta che in una protesta del genere si sono visti confluire anziani e cittadini di ogni estrazione sociale per così tanto tempo, bloccando di fatto i deputati all'interno dell'edificio del parlamento, notte e giorno, fino a costringerli alle dimissioni.
Mentre Milano si mobilitava per la chiusura del centro sociale Cox 18, un altro storico centro sociale ha chiuso i battenti.
Venti anni di attività al quartiere Isola, oggi trasformato fino a diventare irriconoscibile anche ai non milanesi, durante i quali il centro sociale ha ospitato e fecondato il movimento milanese e nazionale.
L'esperienza si è chiusa con la restituzione dell'area alla proprietà, dopo l'inutile tentativo d'acquisto vanificato dalla triplicazione improvvisa della richiesta economica sull'onda del concretizzarsi dell'Expo milanese. Niente più isola sociale all'Isola, niente più Postello, niente più radio e laboratori informatici, niente più feste e sperimentazioni musicali.
Un pezzo della storia milanese di movimento se ne va e lascia un altro vuoto a Milano.
Come per Alitalia anche sull'immigrazione gli annunci del governo si rivelano una truffa. Dopo l'annunciato accordo con Gheddafi per impedire l'arrivo dei clandestini sull'isola di Lampedusa, gli sbarchi si sono moltiplicati. Dopo l'annuncio della decisione di istituire per questi il rimpatrio immediato, ne sono stati rimpatriati al volo una cinquantina e migliaia si stanno accumulando sull'isola dove non sono assistiti e dove non c'è modo di alloggiarli e tenerli a condizioni dignitose e infatti l'ONU non ha tardato a farlo notare, non fossero bastate le immagini televisivi che ci consegnano un'umanità dolente abbandonata sullo scoglio siciliano senza un tetto e senza un letto.
Due milioni di disoccupati, la sterlina che ha raggiunto la parità con l'Euro, la borsa sdraiata, le banche inghiottite da voragini finanziarie, la curva del PIL che inclina sempre di più verso il basso e le previsioni che riguardano la durata della recessione oltre i due anni
Non è un bello spettacolo e pur scontando la difficoltà dell'essere belli nel mezzo di una crisi tanto grave, si resta basiti nel vedere che una volta raggiunto il fondo, questo pezzo della sinistra italiana sembri intenzionata a scavare per arrivare ancora più in basso.
Siete timorati cattolici e non volete incorrere il rischio di peccare accoppiandovi con un motore di ricerca promiscuo?
Cathoogle è quello che fa per voi! Cathoogle è la versione rinnovata di Catholic Google, il motore di ricerca che si appoggia alle macchine di Google e ne trasforma i dati un una ricerca cattolicamente corretta. Cathoogle nel disclaimer ci tiene a far sapere di non essere affiliata o associata a Google.com, limitandosi a sfruttarne i servizi come base per il suo originale prodotto.
Cathoogle è interessante per due motivi, il primo dei quali attiene alla constatazione che gli ottusi dalla religione, nel loro zelo partoriscono di continuo stupidaggini che fanno a pugni con la ragione, come nel caso di questo ridicolo tentativo di filtraggio "cattolico" del web. Il bello è che ci sono anche personaggi per i quali non è abbastanza e che chiedono ancora di più.
Il secondo motivo, che forse è anche più interessante, è la dimostrazione che l'orrido Cathoogle è perfetto per dimostrare a chiunque come un motore di ricerca non sia mai neutro nella realtà. Pochi tocchi agli algoritmi giusti, qualche paletto qua e là ed ecco che la potenza di Google può dare vita a un mostriciattolo oscurantista, ci vuole davvero poco.
Vediamo di fare alcuni esempi usando parole-chiave appropriate, grazie alle quali possiamo valutare la differenza.
Aborto: Abortion su Cathoogle Abortion su Google.com
Ru486 Ru486 su Cathoogle Ru486 su Google.com
Evoluzione Evolution su Cathoogle Evolution su Google.com
Sesso Sex su Cathoogle Sex su Google.com
Anche ad un'analisi superficiale si nota subito che nei primi risultati delle ricerche spariscono come per incanto i riferimenti alle fonti scientifiche e fattuali, sostituiti da riferimenti che suggeriscono risultati cattolicamente corretti, preferibilmente tratti da fonti clericali.
Che poi questi abbiano ben poco a che fare con la realtà non ha nessuna importanza, i fedeli che consulteranno Cathoogle devono credere, possibilmente obbedire e, nel caso, combattere per fortificare la propria fede. Per loro non è quindi di alcuna utilità accedere al pensiero scientifico e ai risultati della scienza, in particolare quando facciano a pugni con la parola del Papa.
Per gli altri invece l'sperienza dovrebbe insegnare come sia molto importante tenere d'occhio la gestione dei motori di ricerca e come sia fondamentale abbandonare l'idea che possa esistere un motore -neutro- o che i più grandi motori di ricerca possano in qualche modo anteporre la neutralità all'interesse economico. I casi di genuflessione di Google e Yahoo ai piedi di governi come quello cinese o americano, dimostrano l'irrealtà di una pretesa del genera nei confronti di soggetti economici devoti al profitto non meno di quanto gli utenti di Cathoogle lo siano al loro Dio.
Anche in Altrenotizie
George W. Bush è il presidente americano che ha protetto il maggior numero di miglia quadrate dallo sfruttamento umano, trasformandole in parchi o monumenti nazionali. Sembrerà strano a chi ha memoria di quel George che ha fatto falsificare i rapporti delle agenzie nazionali americane sul clima e sullo stato dell'ambiente, o a chi lo ricorda come il presidente di una “olio-garchia” che si è spesa alla morte per trivellare nei parchi e nelle riserve o, ancora, a chi lo rivede impegnato a decretare lo spostamento dei SUV nella categoria dei furgoni, per esentarli dall'obbligo di ridurre i consumi, o nel ridurre i limiti alle emissioni inquinanti per l'industria. Eppure è vero. La storia di George come recordman della protezione ambientale è paradigmatica di tutta la sua presidenza perché, pur essendo vera, è una truffa.
L'enorme area che Bush ha “protetto” con uno degli ultimi decreti, pochi giorni prima del suo addio al potere, si trova compresa tra le Isole Hawaii, Guam e le Isole Marshall, si tratta di un parco oceanico. Ovviamente Bush si è guardato bene dall'estendere la protezione alle zone troppo vicine alle coste e dal tutelare un'area più ampia come proposto dagli ambientalisti, giusto l'area più lontana da ipotesi di sfruttamento. Altrettanto ovviamente Bush non ha decretato altro in tema di protezione ambientale durante il suo mandato, ma tanto gli è bastato per inserire nella sua biografia questa benemerenza da ambientalista. C'è chi in questa occasione lo ha descritto come uno che ha trovato una medaglia per terra e se l'è appuntata in petto.
Per un campione delle energie fossili, grande nemico di tutte le ipotesi di limitazione di qualsiasi inquinante, basta è avanza. A George interessa cosa penseranno di lui le generazioni future e sembra tenerci davvero, tanto che i suoi amici si sono messi di buona lena e si sono pure inventati che leggerebbe oltre cento libri all'anno, libri tosti tra l'altro.
La fuga di George nel futuro è comprensibile, visto che il presente gli riserva il titolo di worst president ever, un presidente anche peggiore di Nixon, per stare al dopoguerra americano. Proprio da Nixon discende l'ispirazione politica della dirigenza repubblicana che ha portato alla presidenza George, come già vi aveva portato prima Reagan e poi lo stesso padre di George. Un gruppo di potere unitissimo e saldamente collegato alle grandi corporation americane, prime tra tutte quelle petrolifere. Un gruppo che ha messo le sue radici nel partito repubblicano tra la prima e la seconda guerra mondiale e che ancora oggi è in splendida forma: nonostante McCain e nonostante Sarah Palin, non sono poi arrivati troppo distanti da Obama.
George W. Bush è il figlio di un intreccio di amicizie e d’interessi che domina completamente il partito repubblicano, nel quale confluisce l'elite militare economica e religiosa wasp e dal quale si diparte un'organizzazione del consenso che permette di blindare il partito repubblicano. Un blocco di consenso che si perpetua grazie al controllo e all'uso professionale dei media, ma anche grazie al sistema elettorale americano che esclude gran parte dei cittadini dal voto, permettendo di governare rappresentando una minoranza.
Così una mattina di novembre del 2000, George W. Bush, rampollo di una famiglia dell'elite americana, si è svegliato presidente, anche se non ne era del tutto sicuro perché nella Florida, governata da suo fratello Jeb, c'erano contestazioni. Poi Al Gore, il suo sfidante, riconobbe magnanimo la sconfitta e delle irregolarità non si parlò più. Queste vennero poi dimostrate e la signora repubblicana che in California comandava il processo elettorale, venne promossa. George si fece subito notare per le sue assenze, che avrebbero fatto di lui il presidente più assenteista della storia americana, nonostante i suoi due mandati siano stati densi di eventi importanti. Stranamente anche il suo secondo mandato risulterà poi inquinato da brogli elettorali, questa volta in Ohio perché in Florida erano tutti lì a controllare.
Poi una mattina del settembre del 2001, mentre leggeva un libro insieme ai bambini di una scuola, qualcuno disse a George che l'America era under attack. Una seccatura terribile, ma anche una splendida opportunità per chi avesse i mezzi per coglierla e quelli erano tutti attorno a George, che si fida molto del gruppo che lavorò accanto a suo padre. Se ne fida forse troppo, se è pur vero che proprio suo padre fu molto più avaro di consensi verso certe loro idee originali. George allora non trovò nulla di male nel dichiarare che l'America era in guerra, c'è da star sicuri che l'idea di assumere i poteri pressoché illimitati che gli Stati Uniti concedono al comandante in capo gli sia piaciuta fin da subito. Così come gli piaceva sicuramente l'enorme solidarietà che il suo paese riscuoteva all'indomani dell'attacco; peccato poi che abbia fatto tutto il possibile per alienarsela attaccando il buon senso prima ancora che l'Iraq.
Con poteri eccezionali si presentò l'occasione di compiere abusi eccezionali e così l'elite statunitense si fece un po' prendere la mano. Mentre il complesso militar-industriale invadeva l'Afghanistan e fabbricava pretesti per l'invasione dell'Iraq, le grandi corporation stendevano le loro ali sui mercati e sulle istituzioni internazionali: Fondo Monetario Internazionale, World Bank e, qualche anno dopo, anche l'ONU, dove il docile Ban Ki Moon non attirerà nemmeno una delle critiche con le quali la Casa Bianca ha bombardato per anni Kofi Annan. L'unilateralismo dell'unica potenza mondiale divenne ben presto prepotenza e sopraffazione, la persecuzione nei confronti del capo dell'AIEA (Agenzia Atomica Internazionale) El Baradei è stato il punto oltre il quale gli Stati Uniti sono entrati in guerra con le leggi e le istituzioni internazionali.
Tutto doveva cedere di fronte ai poteri eccezionali, tanto che lo stato dell'eccezione diventò la regola. Enumerare i momenti nei quali l'amministrazione di George ha fatto stracci delle leggi americane ed internazionali sarebbe esercizio non meno lungo e tedioso di quello di fare l'elenco dei suoi misfatti contro l'ambiente o contro l'economia; molto più interessante è invece cercare di ricostruirne la ragione fondante. Esercizio non difficile, perché se c'è in filo rosso che lega tutte le decisioni di George è quello di far guadagnare i propri amici. Nessun'altra amministrazione americana è mai stata tanto lassista nel tenere i conti, mai nessuna è stata tanto arrogante, mai nessuna amministrazione americana ha mai promosso una tale massa d’incompetenti a funzioni pubbliche sulla sola base della fedeltà alla stessa.
Nei fatti l'amministrazione Bush si è mossa come si muoverebbe una cosca mafiosa che avesse la ventura di prendere il potere in un qualsiasi paese. Come una mafia ha parassitato l'apparato statale, si è alleata con tutti i poteri costituiti e ha fatto della violenza e dell'inganno le chiavi per arricchirsi e per esercitare il comando. Di tutto questo George non deve aver capito molto, ma abbastanza per sapere che certe cose non si dovevano fare. Sapeva che la tortura non è legale, sapeva che l'Iraq non era una minaccia, sapeva che l'astinenza sessuale non è una strategia vincente contro il contagio da AIDS o la piaga delle minorenni incinte.
Ma George è un uomo che questi pensieri li trattiene malvolentieri e alla fine il suo momento di autocritica non è stata una gran cosa, gli è venuta in mente solo l'esibizione sulla portaerei con lo striscione “Mission Accomplished” da mettere tra le cose che non rifarebbe. A quelli che gli hanno ricordato cosucce come l'Iraq, l'uragano Katrina o il disastro economico, la sua risposta è stata sfacciatamente lunare. Ha detto che la guerra in Iraq è stata vinta con il “surge”, che ha risposto bene a sette uragani e mezzo su otto e che l'economia è andata benissimo per due anni e male solo per un quadrimestre.
Che sia uno sciocco in buona fede non lo crede nessuno, ma sono ancora meno quelli che lo ritengono meno di un disastro, una piaga biblica che si è abbattuta sull'inizio del secolo. Tra questi c'è il nostro Silvio Berlusconi, che ha sempre desiderato comparirgli accanto in fiera lotta con lo staff americano che non lo voleva vicino a George perché ne avrebbe indebolito l'immagine. Berlusconi è stato l'unico leader che negli ultimi tempi ha ritenuto opportuno coprire servilmente Bush di complimenti e il governo italiano è uno dei pochi che non manderà un rappresentante all'insediamento di Obama.
Ora per George si apre un capitolo denso d’interrogativi; anche se nessun presidente americano è mai finito in prigione, lui e i suoi hanno fatto troppi danni agli Stati Uniti per pensare che non ci possano essere strascichi. Mentre Obama seguirà a ritroso le sue orme per ottenere consensi, negli Stati Uniti c'è un sacco di gente che coltiva l'idea di disturbare il futuro di George e dei suoi amici. E sono tanti, perché alla fine della giostra sono molti di più quelli che nei due mandati della banda di Bush ci hanno rimesso di quelli che ci hanno guadagnato. Purtroppo per George sono la maggioranza anche al Congresso degli Stati Uniti e sarebbe davvero curioso che decidessero di “forgive and forget”, perdonare e dimenticare in nome della solidarietà di classe.
A dispetto di quello che sostiene il Wall Street Journal di Murdoch, che ha addirittura chiesto il perdono di Lewis “Scooter” Libby, dipingendolo come “un martire della guerra all'Iraq" e sostenendo che la questione del suo perdono sia più importante della crisi economica, ci sono molti americani che credono che non perseguire l'amministrazione Bush equivarrebbe a costituire un precedente che impedirebbe in futuro di punire qualsiasi malversazione e delitto da parte del governo.
George Walker Bush se ne va. Dietro di lui restano macerie in ogni parte del mondo e il risentimento di quasi tutti gli abitanti del pianeta, che l’ha reso l'uomo più disprezzato del secolo appena cominciato. Chi l’ha incensato e sostenuto, tace da tempo il silenzio della colpa e della vergogna.
Da un articolo di Lorenzo Cremonesi sul Corriere, che dopo giorni di cronache da Israele che ripetevano la propaganda dell'IDF, è entrato a Gaza. Prima è sfuggito per un pelo ad un tentativo di omicidio da parte dei soldati israeliani e poi ha potuto vedere quello che fino ad allora gli era stato vietato.
Così, in un qualche riga, ecco andare in fumo tutte le balle sulla presunta superiorità morale dell'esercito israeliano e quelle che descrivevano l'operazione come una caccia ai pericolosi terroristi che "minacciano di distruggere Isreale", facendo tanta attenzione a non provocare vittime e sofferenze inutili.
Tutte le loro sei villette di due o tre piani sono state colpite in modo irreparabile. «Dovremo abbatterle e ricostruirle », spiega Kamal Dardona, il figlio quarantenne, impegnato a rimuovere dalle abitazioni ciò che ancora funziona: un vecchio frigorifero, un tavolo, qualche coperta, piatti, secchi di plastica. Le truppe scelte israeliane hanno bivaccato in una delle abitazioni, prima di evacuarla hanno distrutto a mazzate gabinetti, lavandini, infissi, poi si sono accanite sui mobili accatastandoli in mezzo alle stanze e appiccando il fuoco. I soffitti sono tutti anneriti. In giardino hanno preso a fucilate il cane, galline, oche e tre capre. I resti di alcuni degli animali sono stati gettati nel pozzo a inquinare l’acqua. La lista delle devastazioni potrebbe continuare all’infinito. Tra le rovine delle zone nord-orientali di Jabalya, migliaia di abitazioni abbattute o da abbattere, la distruzione metodica eletta a sistema, un deserto di macerie.
Mentre i politici israeliani giocano alla guerra-lampo prima dell'arrivo dell'Uomo Nero alla Casa Bianca, il tempo scorre indifferente ai piani dei grandi leader e la vita continua a proporsi una strada piena di minacce e di imprevisti. Così può capitare che mentre le energie del paese sono assorbite dalla guerra, gli esperti alzino la mano per annunciare che è finita l'acqua. L'inverno poco piovoso, se non secco, ha dato una mano, il più avaro di pioggia da ottanta anni, ma il problema per Israele è serio e sistemico ben oltre una pur severa siccità incombente. Il consumo di acqua pro-capite è cresciuto esponenzialmente dalla fondazione del paese e sebbene rappresenti un indicatore di benessere, per un paese con scarse risorse idriche è il sistema più semplice e sicuro per prosciugare ogni riserva in fretta. Secondo gli esperti Israele è più o meno a questo punto.
I politici israeliani come molti altri colleghi di altri paesi non amano investire nelle fogne, i loro omologhi palestinesi non sono certo incentivati a farlo, senza considerare che anche se volessero avrebbero comunque bisogno del consenso dell'occupante distratto e forse sospettoso che diventino depositi di armi pericolosissime. Milioni di abitanti in più nell'arco di qualche decennio, che gravitano sulle stesse fonti e consumano acqua in misura molto maggiore di quanto non facessero gli antenati, hanno finito i giacimenti d'acqua, dopo aver succhiato a lungo molta più acqua di quanta non ritornasse ai bacini sotterranei attraverso le piogge. Senza considerare che ogni anno le precipitazioni calano, sia o non sia a causa del global warming.
Fermate le armi si fanno due conti e quello che si capisce è che la distruzione portata da Israele a Gaza non aveva affatto Hamas come obbiettivo. Sembra piuttosto che ad Israele interessasse di più distruggere Gaza e "dare una lezione" ai palestinesi, quella che nelle convezioni internazionali si chiama "punizione collettiva" ed è severamente proibita.