mazzetta

Ce la possiamo fare...
sabato, 31 gennaio 2009

La maronata


Il ministro Roberto Maroni deve sostenere la costituzione della Banca Dati Nazionale del DNA, quindi di un discutibile archivio nel quale dovrebbero essere conservati i dati del DNA di ogni singolo cittadino, allo scopo di fornire un'utile base di dati nella repressione dei crimini. Un tipo di schedatura biometrica decisamente invadente, molto di più dell'archivio delle impronte digitali, che costituirà un archivio di dati capace di scatenare i peggiori appetiti.
maroni e impronteDati che i cittadini potrebbero ritenere prudente non mettere a disposizione, non solo e non certo per riservarsi maggiori possibilità di delinquere con successo in futuro, ma soprattutto per evitare che la schedatura della sequenza del DNA possa divenire strumento di sfruttamento o di discriminazione. Ma nessuno si sogna di chiedere il parere ai cittadini su una questione del genere e ancora meno di discutere nel merito della proposta.

Così succede che il ministro si inventa che in Italia esiste un traffico d'organi di minori e che per contrastarlo serve la banca dati del DNA. Se lo inventa di sana pianta, non ce n'è mai stata notizia nel nostro paese, non c'è alcun precedente giudiziario in merito, non sol nel nostro paese, ma in tutta l'Europa.

La sfacciataggine di Maroni è la cifra governo italiano, che ai cittadini italiani può offrire solo sciatte
bugie e arroganza.
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categoria: italia, diritti umani, diritti civili, decultura


venerdì, 30 gennaio 2009

La Somalia torna ai somali


Anche in Altrenotizie

Dopo l'uscita dal paese delle truppe etiopi e la presa di Baidoa da parte delle milizie Shabaab, la Somalia è ora liberata dalla presenza di truppe straniere, se si esclude la modesta forza di pace sotto le insegne di UNOSOM. La situazione politica, pur non ancora stabilizzata è abbastanza chiara, la convocazione di quel che rimane del Parlamento Federale Transitorio a Gibuti e la sua trasformazione tramite il raddoppio dei parlamentari e l'ingresso dei rappresentati dell'Alleanza per la Re-liberazione della Somalia (ARS), restituisce alla Somalia un governo più rappresentativo della scalcinata coalizione di signori della guerra patrocinata dai governi confinanti e dalle potenze occidentali, che in oltre quattro anni dalla sua costituzione non è mai riuscita a governare, nemmeno con la protezione dell'invasore etiope.

Si chiude così una parentesi sanguinaria che ha provocato oltre quindicimila vittime e centinaia di migliaia di sfollati, provocata dalla decisione della dittatura etiope di invadere il paese con il sostegno e l'assistenza dell'amministrazione Bush. Una parentesi durante la quale le truppe etiopi hanno sostenuto un governo-fantoccio animato da personaggi incapaci e avidi, più interessati alla rapina che al futuro del paese. Resta sul tavolo la questione rappresentata dalle milizie Shabaab, di ispirazione islamico-integralista, ma da quello che si può capire il problema è destinato a risolversi ora che alle milizie manca il supporto popolare contro l'invasione e l'alleanza di fatto con la società islamica più moderata.

A conferma giunge la notizia della liberazione della città di Dusamareb, strappata agli Shabaab dalle forze sunnite della Ahla Sunna Waljamaca, allineata al governo. Il prossimo passo dovrebbe essere l'elezione di Sharif Sheikh Ahmed a presidente della Somalia in sostituzione del dimissionario e discusso presidente Yusuf; precondizione necessaria alla costituzione di un governo finalmente libero da ingerenze straniere, in grado di riconquistare il controllo delle zone meridionali del paese ora controllate dagli Shabaab, alieni alla cultura locale nella loro intransigenza e nel loro fanatismo.

Niente di facile, ma ancora un impegno modesto se raffrontato alle sfide che il primo governo somalo dal 1991 si troverà ad affrontare, prima tra tutte la grave crisi umanitaria. Secondo l'ONU, in Somalia c'è la crisi alimentare ed umanitaria più grave del pianeta, molto peggiore di quelle in Darfur o in Congo, ma la comunità internazionale fa orecchie da mercante e sembra interessata solo alla lotta contro la “pirateria” nelle acque somale, ormai un palcoscenico per tutti quei governi che non vedono l'ora di schierare i militari per dimostrarsi interessati al mantenimento della “legalità internazionale” e alla protezione dei commerci.

Ovviamente questo interesse si è manifestato solo quando i somali hanno cominciato a sequestrare il naviglio di passaggio, mai nessun paese invece aveva manifestato interesse per contrastare i crimini commessi da quanti negli anni hanno approfittato dell'assenza di un governo e di una marina somala per scaricare tonnellate di rifiuti tossici nelle acque somale. Rifiuti provenienti da quegli stessi paesi che oggi si attivano indignati contro la pirateria.

Una sfida che sarà affrontata da quegli stessi politici “islamici” che erano riusciti a dare una parvenza di governo al paese per qualche mese, prima che l'invasione etiope e i bombardamenti americani a caccia di “terroristi” riportassero i signori della guerra a combattere per le strade di Mogadiscio mentre l'odiato vicino etiope copriva con la sua potenza militare il sacco della capitale.

Non resta che sperare che il paese riesca a darsi un nuovo equilibrio e un governo capace di governare e di assicurare sicurezza e sopravvivenza ai cittadini somali e che sia capace di farlo senza interferenze esterne, visto che la comunità internazionale non sembra avere alcun interesse ad aiutare il paese, che pure avrebbe bisogno d'aiuto più di ogni altro al mondo.

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31/1, Aggiornamento:

Lo sceicco Sheik Sharif Sheik Ahmed, già a capo delle Corti Islamiche prima dell'invasione etiope, è stato eletto nuovo presidente della Somalia. Si sono registrati festeggiamenti a Mogadiscio.
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giovedì, 29 gennaio 2009

I mercenari di Blackwater cacciati dall'Iraq


blackwater.jpgmidIl governo iracheno ha deciso di ritirare la licenza che permette ai mercenari della famigerata Blackwater di operare in armi in Iraq. Il motivo sarebbe l'uso eccessivo della forza, la decisione non è ancora stata ufficializzata anche se è già stata notificata ai diplomatici statunitensi. La decisione priverebbe così i "diplomatici" americani della scorta armata, visto che secondo i recenti accordi le truppe americane non potranno uscire dalle loro basi se non dietro richiesta irachena.

L'operato di Blackwater, più di quello di altre compagnie militari private, ha sollevato critiche fin dalle prime ore del suo dispiegamento nel paese invaso. Furono proprio mercenari di Blackwater a finire appesi ad un ponte alle porte di Falluja, scatenando quella che è considerata la peggiore rappresaglia americana in Iraq, un'operazione che ha demolito più della metà della cittadina sunnita e che ha visto le truppe americane violare estesamente le convenzioni di guerra, nell'uso di armi proibite come nel negare alla popolazione l'accesso ad ospedali e soccorsi.

Nel settembre del 2007 furono ancora i mercenari di Blackwater ad aprire il fuoco in mezzo al traffico in una piazza della della capitale irachena, provocando la morte di 17 persone senza aver subito alcun attacco. Fatti per i quali cinque dipendenti della compagnia sono andati a processo a Washington mentre un sesto,
Jeremy Ridgeway, si è dichiarato colpevole, ha testimoniato l'assenza di qualsiasi attacco e collaborato con gli inquirenti. Per ora sono stati condannati solo sette attivisti, che avevano protestato davanti alla sede di Blackwater. In seguito a questo evento e dopo aver ricevuto minacce esplicite da gruppi armati sunniti come dagli sciiti, Blackwater aveva ridotto il suo contingente alla chetichella.

Fatti che hanno sollevato l'ira degli iracheni e spinto il governo a notificare questa decisione all'ambasciatore statunitense, che ancora tarda ad ufficializzare la ricezione del provvedimento
.

Un discreto problema per gli statunitensi, che probabilmente saranno costretti ad arruolare altri mercenari di altre compagnie, licenze del governo iracheno permettendo. Intanto Blackwater non ci sta e difende con le unghie e con i denti un business da miliardi di dollari, con questo processo rischia di perdere anche lucrosi contratti sul suolo americano, come ad esempio quello per "proteggere" gli impiegati della FEMA impiegati nei soccorsi in caso di disastri naturali. Se poi qualcuno si chiedesse che bisogno avrà mai l'equivalente della protezione civile di una scorta armata, non gli resterebbe che provare a chiedere lumi a George W. Bush.
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categoria: iraq, stati uniti, war on terror, mercenari


giovedì, 29 gennaio 2009

La Francia si ferma


Contro la politica di Sarkozy e contro le soluzioni con le quali vorrebbe affrontare la crisi, oggi la Francia si ferma.
Uno sciopero generale del pubblico e del privato dovrebbe paralizzare il paese.
A ruota scioperi categoriali nelle prossime settimane, tra i quali da segnalare la decisione del mondo della cultura di andare ad uno sciopero a oltranza nel caso Sarkozy non ritiri la prevista riforma dell'università e della scuola
.
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mercoledì, 28 gennaio 2009

Obama, la prima settimana


anche in Altrenotizie

obama_fullSe George W. Bush ha invaso l'Iraq usando la tattica dello shock and awe, a una settimana dal suo insediamento si può ben dire che il nuovo presidente Obama abbia usato la stessa tattica in casa, lasciando senza parole e senza resistenza i repubblicani che già non stavano troppo bene dopo la legnata elettorale. Così, senza colpo ferire, il mondo ha assistito alla rapida inversione ad U delle principali politiche americane e, tali e tante sono le novità, che ancora molti faticano ad afferrarle. A colpire l'immaginario è stata la decisione di chiudere la prigione di Guantanamo: ma non si è trattato di uno spot, visto che è stata accompagnata da un rumoroso rifiuto ufficiale delle pratiche di tortura e del ricorso ad attività come i rapimenti e la custodia affidata a paesi terzi, tutte decisioni accolte con favore anche dalle gerarchie militari.

Non a caso l'assurdità dell'operazione-Guantanamo si stava rivelando per quello che è sempre stata: uno show a beneficio degli americani senza nessuna efficacia reale nella War On Terror. Tanto che proprio nelle ultime settimane era stata messa la parola fine sulla possibilità di usare le confessioni dei prigionieri come prova, perché raccolte in maniera irrituale e sotto tortura. Non a caso prima della chiusura è stata decretata la sospensione dei processi ai detenuti in attesa di una decisione sulla revisione delle procedure.

Senza lasciare respiro, Obama ha poi messo i piedi nel piatto dell'aborto e con una decisione più che scontata ha riaperto i canali di finanziamento alle ONG che si occupano di pianificazione familiare nel terzo mondo. Decisione che ha irritato i fanatici cristiani, non ultimo il Papa, che l'hanno messa come se Obama volesse finanziare l'aborto come metodo per il controllo delle nascite. Niente di più falso, in realtà i cristiani rintronati ai quali faceva riferimento il presidente Bush vorrebbero negare quei fondi a chiunque fornisca educazione sessuale, promuova l'uso del preservativo e dei metodi anticoncezionali, tra i quali l'aborto non è peraltro omologato. Così, con Reagan e i Bush alla presidenza, queste non hanno visto un dollaro e hanno respirato solo con Clinton; un'alternanza di orientamento ormai tradizionale, che però non ha mancato di provocare milioni di morti quando le direttive sono state intitolate a promuovere l'astinenza sessuale come panacea di tutti i mali.

L'esempio perfetto dell'esito di una politica del genere è fornito dall'Uganda. Paese piagato dall'Aids riuscì con una massiccia opera d'informazione e di promozione del profilattico a far scendere repentinamente la percentuale di contagiati. Almeno fino all'avvento di Bush Jr e alla conversione della moglie del dittatore ugandese Museveni, diventata una cristiana rinata come George W. Bush. Il paese cambiò metodo e il governo si mise a promuovere l'astinenza sessuale, mentre i giornali governativi diffamavano i profilattici dicendoli pericolosissimi perché si bucano. Com'era prevedibile, in pochi anni i contagi si sono di nuovo impennati, senza però che nessuno tra i cristiani abbia levato un lamento contro la strage, perché in Uganda di AIDS si muore e si muore tanto, le costose cure che nei paesi del primo mondo salvano ormai gran parte degli infettati, lì non se le può permettere nessuno.

Il Papa non ha mancato di sollevare la rituale cagnara contro la decisione americana che promuoverebbe il massacro dei mai nati. Tutta gente che per i già nati non dimostra alcuna pietà e comprensione, preferendoli falciati dalla pandemia piuttosto che peccatori. Milioni di morti, persone già nate e cresciute, pesano sulla coscienza di quei cristiani che hanno sostenuto questa oscenità, milioni di persone, ben oltre i numeri dell'Olocausto, e sarebbe bene ricordare anche questi.

Poteva bastare per la prima settimana, ma le emergenze che assediano gli Stati Uniti sono tante ed enormi e sembra proprio che tutta la macchina del partito democratico abbia scelto di partire a tavoletta. Così è arrivata la prevista conversione “verde” a base d’incentivi per il risparmio energetico, investimenti in energie alternative e al salvataggio del settore auto condizionato alla produzione di modelli dal consumo inferiore. A completare il quadro l'intervento sulla legge federale e la liberazione dal blocco imposto da Bush di quegli stati, come la California, pronti ad imporre standard ancora più esigenti. L'attesa più grande è comunque per l'impatto che può avere sulla comunità internazionale la trasformazione degli Stati Uniti da blocco negazionista a motore dell'auspicata rivoluzione verde, già certificata dal repulisti presso le agenzie federali che si occupano di clima e di ambiente e dalla riabilitazione dell'approccio scientifico al problema.

Hanno fatto meno rumore, ma non sono stati meno densi, i provvedimenti in materia economica, anche se ancora devono ufficializzarsi. In gioco ci sono la seconda metà del bail out e lo stimulus pack, più di mille miliardi di dollari tra toppe ai buchi provocati dalla crisi e investimenti per tenere in moto l'economia. Fiera la resistenza dei repubblicani, con la sorpresa di McCain sulle barricate, dopo che in veste di candidato alla presidenza aveva dato il suo assenso al piano Paulson insieme ad Obama e a Bush. Tanto che i democratici hanno offerto pesanti tagli fiscali che sembrano privi di alcun senso in relazione al quadro generale, ma i repubblicani tirano ancora.

Anche in politica estera la nuova amministrazione ha tracciato una prima linea a distinguersi da quella di Bush. I democratici hanno sicuramente apprezzato la delicatezza israeliana nel terminare la strage di Gaza prima dell'insediamento di Obama, molto meno il senso generale dell'operazione e, ad oggi, non sembrano per nulla intenzionati a seguire la traccia che prevede la messa al bando di Hamas. Con Israele sembra si vada verso lo stand-by in attesa delle prossime elezioni dalle quali, nonostante la guerra, potrebbe uscire una maggioranza di estrema destra, visto che Olmert, Barak e Livni sembrano aver deluso gli israeliani fermando l'aggressione. In Pakistan ed Afghanistan non sembra cambiare molto, ma già il fatto che si parli di sostituire Karzai (ma non era una democrazia adesso?) indica la possibilità di soluzioni non scontate, così come l'annuncio dell'apertura di colloqui diretti con l'Iran è sicuramente una svolta notevole, con buona pace di Israele.

Decisioni meno appariscenti, ma forse anche più pesanti, hanno interessato il cosiddetto complesso militar-industriale. Non sembra nelle intenzioni della nuova amministrazione una particolare riduzione degli effettivi o degli armamenti, ma la bonanza repubblicana sembra volgere al termine. Niente guerre stellari, non se ne parla nemmeno, perché Obama preferisce e propone un bando planetario alle armi nello spazio. Senza spazio, niente Scudo Stellare. Ma non c'è consenso nemmeno per il Reliable Replacement Warhead, che sarebbe l'espediente usato da Bush per lo studio e la produzione di armi nucleari di nuova generazione. Le testate invecchiano, gli esplosivi radioattivi decadono e l'idea dei repubblicani era quella di far passare per semplice manutenzione lo studio di atomiche più evolute in termini di dimensioni, pesi e potenze.

Obama sembra convenire che la supremazia militare statunitense non ha bisogno di niente del genere per mantenersi tale e che l'unico rischio sarebbe quello di scatenare una corsa agli armamenti e alla creazione di ordigni sempre più inquietanti. Il repubblicano Robert Gates, confermato Segretario della Difesa dopo essere stato nominato da Bush per rimpiazzare il fallimentare Rumsfeld è sembrato resistere, ma “fermiamo lo sviluppo di armi nucleari” senza postille o clausole, non lascia molto spazio di manovra.

C'è di che nutrire l'entusiasmo dei fan, ma c'è anche da dire che fin qui non ci sono state conseguenze con le quali misurarsi o resistenze diverse dalla tradizionale avidità di deputati e senatori e che molti dei provvedimenti erano ampiamente previsti o prevedibili. Restano comunque decisioni già prese e sicuramente impattanti e molto sembra cambiare nella politica estera, fin da subito e forse anche oltre il prevedibile. Una velocità che non mancherà di disorientare amici e nemici degli Stati Uniti, abituati a ben altro menage.

Se ne sono accorti i terribili qaedisti, che hanno lanciato una campagna di insulti per il neo-presidente e se ne sono accorti anche i tradizionali vassalli degli Usa, che siano autocrati come Mubarak o entusiasti dell'ideologia incarnata dall'America di Bush come Berlusconi, che già hanno avuto modo di trovarsi spiazzati dalla nuova amministrazione americana. Sicuramente a trovarsi spiazzati sono stati i repubblicani, che dopo anni al governo sembrano faticare ad afferrare l bandolo della matassa e ad articolare risposte coerenti. Il partito è letteralmente sfasciato e grosse idee sul suo futuro non se ne vedono, così come non si vedono leader capaci di coagulare consenso, alternativi a quelli espressi dalla classe dirigente appena affondata insieme all'economia e al paese più in generale.
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categoria: stati uniti, global risiko


martedì, 27 gennaio 2009

Fatta la legge, trovato l'inganno


busta aperta1Decine di amministrazioni pubbliche hanno deciso di mettersi in mostra presso chi non esce mai la sera, bombardando di divieti chi voglia bersi qualcosa in pace nello spazio pubblico. Come tutti i proibizionismi si tratta di provvedimenti inutili e spesso assolutamente irrazionali, nascendo non già da esigenze pratiche, ma dalla ricerca di consensi politici presso le maggioranze ai danni di minoranze bollate negativamente.

Come spesso accade le leggi fanno nascere nuove opportunità di mercato, così se in certe città d'Italia è diventato un incubo gestire un locale aperto alla sera, c'è chi ha pensato di approfittarne mettendo sul mercato bevande alcoliche in busta, ad aggirare i divieti riguardanti bottiglie e bicchieri. Buste da 25 ml di superalcolici che stanno già facendosi largo nell'uso attirando l'attenzione dei colossi del settore, ma anche buste personalizzabili che possono essere distribuite con il marchio del locale. Tecnicamente non si tratta certo di una clamorosa innovazione, ma dal punto di vista del marketing si tratta certamente di una novità, visto che fino ad ora questo genere di somministrazione non era giudicata adatta per i consumatori di alcolici, che sicuramente traggono più piacere dal bere da un bicchiere di vetro. Oggi invece la busta diventa appetibile per i consumatori da strada o da piazza, che grazie alla busta possono sfuggire ai divieti comunali rimandando la palla nel campo dei sindaci. Che fino ad ora hanno ottenuto solo di peggiorare la qualità della vita di chi anima le sere e le notti delle città italiane.
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categoria: repressione, economie, decultura, cronache dal retrofuturo


martedì, 27 gennaio 2009

Giornata della memoria?


Mentre il Papa rivaluta il vescovo negazionista e apre al tradizionalismo cattolico più bieco, mentre si ricorda l'Olocausto che molti vorrebbero dimenticare, è bene rendersi conto che c'è molto altro che si vorrebbe dimenticare e molto che non è nemmeno mai stato ricordato:


Ricordiamo i colpevoli nella giornata delle foibe.


Nel Giorno della Memoria non ci sarà ricordo per l'Olocausto Nero.


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By Mauro Biani
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categoria: diritti umani, religioni, razzismo, repressione, diritti civili, fascisti su marte, clerowatch


lunedì, 26 gennaio 2009

E gli islandesi vincono la rivoluzione


Non deve essere stato facile per gli islandesi passare dal sesto posto nella classifica mondiale dei paesi più ricchi alla bancarotta. Molto peggio però è stato assistere al balletto inconcludente inscenato dai politici e dagli affaristi, al termine del quale l'unica cosa che gli islandesi hanno potuto capire è che sono rovinati e che non è colpa di nessuno. Niente di originale, ovunque nel mondo assistiamo a questo strano fenomeno per il quale orde di falliti si auto-eleggono a salvatori della patria, senza fare parola o senza chiedere scusa delle loro mostruose responsabilità nell'aver portato l'economia al collasso. Alcuni di loro si possono ritrovare in una lista che sta compilando il britannico The Guardian, ma in ogni paese c'è un lungo elenco di persone che si sono arricchite alle spalle della massa dei cittadini e che non sembra avere alcuna intenzione di smettere, come accade in Italia dove governo e imprenditori stanno cercando di impoverire ulteriormente i lavoratori.

1211616.binCosì dopo tre mesi di proteste e smaltiti i festeggiamenti natalizi, gli islandesi sono tornati alla carica assediando il parlamento ad oltranza, fino a che il governo non ha alzato bandiera bianca e il primo ministro si è dimesso annunciando elezioni anticipate per il prossimo maggio. Il primo ministro Geir Haarde si è dimesso e non si ripresenterà, dice lui perchè ha un tumore all'esofago, il ministro del commercio si è dimesso licenziando il pool di esperti che aveva radunato per affrontare al crisi e gli islandesi hanno raccolto la loro vittoria.

icelandSembra strano parlare di rivoluzione, ma è la prima volta che in Islanda si è visto il parlamento sotto assedio, l'auto del primo ministro bersagliata di uova e salvata dalle forze dell'ordine, così come è la prima volta che in una protesta del genere si sono visti confluire anziani e cittadini di ogni estrazione sociale per così tanto tempo, bloccando di fatto i deputati all'interno dell'edificio del parlamento, notte e giorno, fino a costringerli alle dimissioni.

Grande favorito per le prossime elezioni è il partito rosso-verde di Steingrimur Sigfusson, che ha già annunciato di voler rinegoziare le condizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale per il salvataggio dell'economia islandese e la fine del liberismo economico.

P.s. Questi sotto invece sono i lettoni a Riga, che come molti altri loro omologhi dell'Est Europa stanno imitando gli islandesi. A Riga per ora non va troppo bene, tanto che le forze dell'ordine hanno disperso le folle sparando proiettili di gomma.

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domenica, 25 gennaio 2009

A Milano chiude il Pergola

 

004Mentre Milano si mobilitava per la chiusura del centro sociale Cox 18, un altro storico centro sociale ha chiuso i battenti.

 Venti anni di attività al quartiere Isola, oggi trasformato fino a diventare irriconoscibile anche ai non milanesi, durante i quali il centro sociale ha ospitato e fecondato il movimento milanese e nazionale.

L'esperienza si è chiusa con la restituzione dell'area alla proprietà, dopo l'inutile tentativo d'acquisto vanificato dalla triplicazione improvvisa della richiesta economica sull'onda del concretizzarsi dell'Expo milanese. Niente più isola sociale all'Isola, niente più Postello, niente più radio e laboratori informatici, niente più feste e sperimentazioni musicali.

Un pezzo della storia milanese di movimento se ne va e lascia un altro vuoto a Milano.

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categoria: italia, movimenti, mondo precario


sabato, 24 gennaio 2009

Berlusconi, un bluff infinito


Parole al vento quelle di Berlusconi, quando non sono menzogne sono cazzate o bluff destinati ad infrangersi contro la realtà, quando a non scivolare nel ridicolo.

berlusconi_mittelfinger_200505012Come per Alitalia anche sull'immigrazione gli annunci del governo si rivelano una truffa. Dopo l'annunciato accordo con Gheddafi per impedire l'arrivo dei clandestini sull'isola di  Lampedusa, gli sbarchi si sono moltiplicati. Dopo l'annuncio della decisione di istituire per questi il rimpatrio immediato, ne sono stati rimpatriati al volo una cinquantina e migliaia si stanno accumulando sull'isola dove non sono assistiti e dove non c'è modo di alloggiarli e tenerli a condizioni dignitose e infatti l'ONU non ha tardato a farlo notare, non fossero bastate le immagini televisivi che ci consegnano un'umanità dolente abbandonata sullo scoglio siciliano senza un tetto e senza un letto.

Oltre la truffa, nel reame dell'allucinazione è anche l'annuncio di oggi, con il quale Berlusconi dice di voler schierare 30.000 militari nelle città italiane per contrastare il crimine. Assurdo prima di tutto perchè gli effettivi dell'esercito italiano ammontano a 114.000 unità e non si capisce come si potrebbe schierarne un terzo senza minare la stessa disponibilità della forza armata, per non parlare poi di quanto possa essere accolta con entusiasmo una decisione del genere dagli stessi militari. Questo ovviamente senza considerare l'assurdità intrinseca e la dubbia legalità costituzionale di una decisione del genere, che sicuramente non è un passo verso il golpe militare, ma altrettanto sicuramente è un provvedimento di facciata, inutile, costoso e anche pericoloso.

Come si ricava dalla vicenda  Alitalia, al premier non interessa assolutamente accollare costi enormi alla collettività pur di poter girare uno spot nel quale pensa di fare bella figura e così ci ritroviamo periodicamente a spendere soldi nostri perchè il piccolo premier si possa vedere bello, riflesso dalle televisioni che controlla e in cambio riceviamo il nulla, ritrovandoci con i debiti di Alitalia mentre i francesi ridono di noi, con centinaia di migliaia di italiani che dopo avergli creduto si trovano con le Social Card vuote (ma pagate a Mastercard) in tasca e con Lampedusa traboccante di migranti che manifestano insieme agli abitanti dell'isola, mentre il governo pensa solo a rastrellare risorse dai bilanci per le spese sociali e dai redditi dei lavoratori dipendenti per ingrassare le iniziative più assurde proposte da amici e clientes.

Dal Ponte di Messina fino agli allucinanti sprechi di decine di milioni di euro in altri progetti-fantasma come il mitico portale web Italia.it. Che è inutile cercare perché nonostante la spesa incredibile e gli anni trascorsi non sono nemmeno riusciti a metterne online una versione in grado di funzionare decentemente. E in questo caso parliamo "solo" di un sito internet.


I governi Berlusconi saranno ricordati come il più costoso esempio di pessimo cabaret della storia italiana.
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categoria: italia, trash, politica interna, truffe, bug di sistema


venerdì, 23 gennaio 2009

Per la Gran Bretagna un lungo e freddo inverno


La Gran Bretagna, che in teoria aveva preso per prima i giusti provvedimenti contro la crisi ispirando anche l'azione degli Stati Uniti, è in ginocchio.


Great BritainDue milioni di disoccupati, la sterlina che ha raggiunto la parità con l'Euro, la borsa sdraiata, le banche inghiottite da voragini finanziarie, la curva del PIL che inclina sempre di più verso il basso e le previsioni che riguardano la durata della recessione oltre i due anni
Il doppio di quanto auspicato dai più ottimisti fino ad oggi e probabilmente è pure questa una previsione animata dall'ottimismo. Alcuni autorevoli esperti dell'economia britannica hanno infatti riconosciuto che non esiste alcun segnale di ripresa, nessuna luce in fondo al tunnel. Anche il Financial Times piange miseria e vede nero.

Da quello che si capisce l'intervento in stile bail out non è servito a niente, forse solo a guadagnare qualche settimana di tempo, il buco è più grande di quello che ci possono buttare dentro. Se esiste una soluzione non è quella di sottoscrivere debito pubblico e buttare denaro cercando di evitare fallimenti inevitabili e salvare, al più, qualche favorito.

La cosa interessante da notare è come la creazione e detonazione della bolla finanziaria siano progredite nella Gran Bretagna del decennio laburista come negli Stati Uniti dominati dai conservatori,  a sottolineare l'assoluta mancanza di differenze rilevanti in tema di politiche economiche tra la presunta destra e la presunta sinistra.

Probabilmente è proprio questo unanimismo trasversale e si può dire mondiale, che ha permesso la creazione della bolla più grande di sempre, perchè se è vero che il '29 fu soprattutto una crisi anglosassone, è altrettanto vero che nell'ultimo ventennio questa maniera malata di intendere l'economia e la finanza è diventata patrimonio mondiale, ponendo il presupposto imprescindibile perchè la crisi si gonfiasse fino a diventare  planetaria per dimensione ed estensione.

God save the Queen e gli inglesi.



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categoria: crisi, economie, corporation, bug di sistema


giovedì, 22 gennaio 2009

La sinistra deficiente gioca con Allah


Le evoluzioni di quel che resta della sinistra (un tempo) parlamentare sono poco comprensibili e per nulla avvincenti. Liti bagatellari, scissioni a catena, personalismi non attirano certo l'attenzione, il copione è stravisto e logoro, gli esiti scontati e sconfortanti.

Paolo Ferrero con sigaroNon è un bello spettacolo e pur scontando la difficoltà dell'essere belli nel mezzo di una crisi tanto grave, si resta basiti nel vedere che una volta raggiunto il fondo, questo pezzo della sinistra italiana sembri intenzionata a scavare per arrivare ancora più in basso.

La qualità della classe dirigente non aiuta e mentre continua a calare con essa cala anche la forza di attrazione verso il "popolo di sinistra", che comunque esiste e comprende una buona frazione degli italiani, per nulla modesta anche se lontana dell'essere maggioritaria.

L'evoluzione del Partito Democratico ha dato il colpo di grazia e ingigantito gli equivoci. Da un lato molti italiani credono genuinamente che si tratti di una formazione di sinistra, dall'altro c'è una dirigenza che ha già detto a chiare lettere di non aver dato vita a un partito di sinistra, tanto che all'interno del PD non c'è consenso nemmeno per l'iscrizione al gruppe europeo del PSE.
Però l'hanno detto piano e milioni di italiani sono ancora convinti di votare una formazione di (centro) sinistra idealmente contrapposta all'ammucchiata di destra, con la quale invece trova fin troppi punti in comune, riducendo la lotta politica ad un mero confronto tra due gruppi comunicanti che sembrano interessati solo al potere per il potere.

Sembrerebbe la condizione ideale per il coagularsi di una formazione di sinistra come ce ne sono tante in Europa e forse anche migliore, se non fosse che anche qui la qualità della classe dirigente è imbarazzante, l'ottusità impera e il vuoto ideale toglie il respiro.

La conferma arriva dalle reazioni dei resti (avanzi?) della sinistra parlamentare alle manifestazioni contro il massacro di Gaza. Invece di prendere la parola per mettere un punto di fatto e di diritto al quale fissare le responsabilità dell'aggressore, si è preferito devclamare veri e propri spropositi campati sul nulla.

Certe dichiarazioni mi erano sfuggite, trovo poco interesse nel pensiero della leadership attuale di Rifondazione Comunista e i media allineati evidentemente ritengono del tutto inutile infierire sui cadaveri, meglio riempire il possibile con propaganda più utile e fare audience con temi più interessanti. A parlarne si rischia solo di ricordare agli italiani che esiste ancora un partito che si dichiara di sinistra quando ormai il risultato della sua sparizione sembra conseguito.

Così solo sul sito de Il Manifesto ho trovato un articolo di Angelo Mastrandrea che parte da due dichiarazioni di Ferrero e Bernocchi, per chiedere quale senso possa avere il puntare alla convergenza con formazioni politiche "islamiche", come sembrano ipotizzare i due leader.

Dice Paolo Ferrero che la gente scesa in piazza per la Palestina rappresenta: "una “massa critica” dalla quale ripartire per l’unità della sinistra, erede del movimento di Genova e di quello pacifista".
Dice Piero Bernocchi che: " l’ “alleanza” con un mondo che forse per la prima volta prende la parola in maniera così imponente in Italia sia di “grosse prospettive”.

Il problemino è che si stanno tutti e due riferendo alla parte di manifestanti che ha preso parte alle manifestazioni in un'ottica assolutamente allineata con l'agenda dell'Islam politico.

Sorvolando per pietà sul collegamento con chi ha sfilato a Genova nel 2001, alcune considrazioni si impongono di fronte ad assurdità del genere.

Prima di tutto sconcerta il fatto che Ferrero e Bernocchi non si rendano conto che le organizzazioni più propriamente "islamiche" sono in grado mobilitarsi e rimpolpare discretamente una manifestazione, ma che la loro rilevanza e rappresentatività finisce lì, in Italia come oltre i confini. Nemmeno la circostanza per la quale l'Islam politico in Italia sia per lo più incarnato da italiani convertiti, per lo più pittoreschi, sembra aver posto alcun dubbio.
Di quale "massa" parlino non è dato di saperlo, se è vero come è vero che l'immigrazione musulmana è minoritaria all'interno dell'immigrazione italiana e che nemmeno Magdi Allam è riuscito a dichiarare più di un 5% di frequentanti le moschee al suo interno. Il fatto che un massacro come quello di Gaza possa mobilitare molti musulmani (e anche no) non dimostra per niente che questi siano legati all'Islam politico nel nostro paese.

Al di là di questi leggeri svarioni nella fase di valutazione, il peggio è chiaramente nell'idea di proporre un'alleanza, fosse pure tattica, con gruppi di bigotti che la senatrice Binetti sembra un moderno Voltaire al confronto.
Sembra quasi che l'idea di una politica laica, materialista e progressista sia stata del tutto sepolta in un luogo segreto e che nessuno sia in grado di restituirla al dibattito pubblico.
Molte altre considerazioni di buon senso sfumano necessariamente sullo sfondo quando il leader del maggior partito italiano di sinistra arriva a conclusioni tanto assurde. C'è da immaginare che se non ci fosse già la fila, Ferrero sarebbe da tempo impegnato a corteggiare la ben più imponente "massa critica" rappresentata dal cattolicesimo italiano, chino sulla gara a compiace di più Ratzinger e la Conferenza Episcopale Italiana.

Imbarazzante a dir poco, un deficit di qualità e di conoscenza evidente che nutre tatticismi ridicoli, ben oltre l'autolesionismo, con il quale quel che resta di Rifondazione Comunista e della sinistra italiana in senso più ampio, farebbe bene a chiudere i conti al più presto cercando un rinnovo della classe dirigente che possa offrire qualcosa di meglio. Se lo aspettano da tempo tutti gli italiani che invocano una formazione di sinistra che li rappresenti, lo merita la memoria di una sinistra italiana che ha dimostrato di essere e poter fare molto di meglio.
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categoria: trash, politica interna, clerowatch


mercoledì, 21 gennaio 2009

E l'uomo nero comincia legnando Bush


Sul sito della Casa Bianca qualcosa è cambiato. Nella pagina dedicata all'agenda del nuovo governo, nel capoverso dedicato a Katrina si può leggere: "President Obama will keep the broken promises made by President Bush to rebuild New Orleans and the Gulf Coast." Tradotto: "Il Presidente Obama manterrà le promesse di ricostruire New Orleans e la Costa del Golfo, infrante dal presidente Bush".

Già durante il discorso inaugurale Obama aveva annunciato di non voler rinunciare agli ideali americani per inseguire dubbi vanaggi, di voler scegliere la speranza in luogo della paure, l'unità invece della discordia, mettendo da pare "false promesse" e "giusificazioni infanili", ma probabilmente Bush lì accanto non ha capito che si sava parlando di lui e ha continuato a sorridere come uno stupido.

Adesso dovrebbe cominciare a capire che quando Obama ha detto di lui: "He's a good man", si trattava solo di buona educazione e non di stima.
Intanto il nuovo giorno ha già portato alla sospensione per sei mesi dei processi a Guantanamo.
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categoria: stati uniti


martedì, 20 gennaio 2009

Il papamotore di ricerca

 

Siete timorati cattolici e non volete incorrere il rischio di peccare accoppiandovi con un motore di ricerca promiscuo?

 

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Cathoogle è quello che fa per voi! Cathoogle è la versione rinnovata di Catholic Google, il motore di ricerca che si appoggia alle macchine di Google e ne trasforma i dati un una ricerca cattolicamente corretta. Cathoogle nel disclaimer ci tiene a far sapere di non essere affiliata o associata a Google.com, limitandosi a sfruttarne i servizi come base per il suo originale prodotto.

Cathoogle è interessante per due motivi, il primo dei quali attiene alla constatazione che gli ottusi dalla religione, nel loro zelo partoriscono di continuo stupidaggini che fanno a pugni con la ragione, come nel caso di questo ridicolo tentativo di filtraggio "cattolico" del web. Il bello è che ci sono anche personaggi per i quali non è abbastanza e che chiedono ancora di più.

Il secondo motivo, che forse è anche più interessante, è la dimostrazione che l'orrido Cathoogle è perfetto per dimostrare a chiunque come un motore di ricerca non sia mai neutro nella realtà. Pochi tocchi agli algoritmi giusti, qualche paletto qua e là ed ecco che la potenza di Google può dare vita a un mostriciattolo oscurantista, ci vuole davvero poco.

Vediamo di fare alcuni esempi usando parole-chiave appropriate, grazie alle quali possiamo valutare la differenza.

Aborto:         Abortion su Cathoogle                     Abortion su Google.com

Ru486           Ru486 su Cathoogle                        Ru486 su Google.com

Evoluzione     Evolution su Cathoogle                  Evolution su Google.com

Sesso           Sex su Cathoogle                            Sex su Google.com

Anche ad un'analisi superficiale si nota subito che nei primi risultati delle ricerche spariscono come per incanto i riferimenti alle fonti scientifiche e fattuali, sostituiti da riferimenti che suggeriscono risultati cattolicamente corretti, preferibilmente tratti da fonti clericali. 

Che poi questi abbiano ben poco a che fare con la realtà non ha nessuna importanza, i fedeli che consulteranno Cathoogle devono credere, possibilmente obbedire e, nel caso, combattere per fortificare la propria fede. Per loro non è quindi di alcuna utilità accedere al pensiero scientifico e ai risultati della scienza, in particolare quando facciano a pugni con la parola del Papa.

Per gli altri invece l'sperienza dovrebbe insegnare come sia molto importante tenere d'occhio la gestione dei motori di ricerca e come sia fondamentale abbandonare l'idea che possa esistere un motore -neutro- o che i più grandi motori di ricerca possano in qualche modo anteporre la neutralità all'interesse economico. I casi di genuflessione di Google e Yahoo ai piedi di governi come quello cinese o americano, dimostrano l'irrealtà di una pretesa del genera nei confronti di soggetti economici devoti al profitto non meno di quanto gli utenti di Cathoogle lo siano al loro Dio.

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martedì, 20 gennaio 2009

il mesto addio del peggiore

Anche in Altrenotizie

bushGeorge W. Bush è il presidente americano che ha protetto il maggior numero di miglia quadrate dallo sfruttamento umano, trasformandole in parchi o monumenti nazionali. Sembrerà strano a chi ha memoria di quel George che ha fatto falsificare i rapporti delle agenzie nazionali americane sul clima e sullo stato dell'ambiente, o a chi lo ricorda come il presidente di una “olio-garchia” che si è spesa alla morte per trivellare nei parchi e nelle riserve o, ancora, a chi lo rivede impegnato a decretare lo spostamento dei SUV nella categoria dei furgoni, per esentarli dall'obbligo di ridurre i consumi, o nel ridurre i limiti alle emissioni inquinanti per l'industria. Eppure è vero. La storia di George come recordman della protezione ambientale è paradigmatica di tutta la sua presidenza perché, pur essendo vera, è una truffa.

20080528__BushChestBump~p1L'enorme area che Bush ha “protetto” con uno degli ultimi decreti, pochi giorni prima del suo addio al potere, si trova compresa tra le Isole Hawaii, Guam e le Isole Marshall, si tratta di un parco oceanico. Ovviamente Bush si è guardato bene dall'estendere la protezione alle zone troppo vicine alle coste e dal tutelare un'area più ampia come proposto dagli ambientalisti, giusto l'area più lontana da ipotesi di sfruttamento. Altrettanto ovviamente Bush non ha decretato altro in tema di protezione ambientale durante il suo mandato, ma tanto gli è bastato per inserire nella sua biografia questa benemerenza da ambientalista. C'è chi in questa occasione lo ha descritto come uno che ha trovato una medaglia per terra e se l'è appuntata in petto.

Per un campione delle energie fossili, grande nemico di tutte le ipotesi di limitazione di qualsiasi inquinante, basta è avanza. A George interessa cosa penseranno di lui le generazioni future e sembra tenerci davvero, tanto che i suoi amici si sono messi di buona lena e si sono pure inventati che leggerebbe oltre cento libri all'anno, libri tosti tra l'altro.

george-bushLa fuga di George nel futuro è comprensibile, visto che il presente gli riserva il titolo di worst president ever, un presidente anche peggiore di Nixon, per stare al dopoguerra americano. Proprio da Nixon discende l'ispirazione politica della dirigenza repubblicana che ha portato alla presidenza George, come già vi aveva portato prima Reagan e poi lo stesso padre di George. Un gruppo di potere unitissimo e saldamente collegato alle grandi corporation americane, prime tra tutte quelle petrolifere. Un gruppo che ha messo le sue radici nel partito repubblicano tra la prima e la seconda guerra mondiale e che ancora oggi è in splendida forma: nonostante McCain e nonostante Sarah Palin, non sono poi arrivati troppo distanti da Obama.

George W. Bush è il figlio di un intreccio di amicizie e d’interessi che domina completamente il partito repubblicano, nel quale confluisce l'elite militare economica e religiosa wasp e dal quale si diparte un'organizzazione del consenso che permette di blindare il partito repubblicano. Un blocco di consenso che si perpetua grazie al controllo e all'uso professionale dei media, ma anche grazie al sistema elettorale americano che esclude gran parte dei cittadini dal voto, permettendo di governare rappresentando una minoranza.

bush_kissCosì una mattina di novembre del 2000, George W. Bush, rampollo di una famiglia dell'elite americana, si è svegliato presidente, anche se non ne era del tutto sicuro perché nella Florida, governata da suo fratello Jeb, c'erano contestazioni. Poi Al Gore, il suo sfidante, riconobbe magnanimo la sconfitta e delle irregolarità non si parlò più. Queste vennero poi dimostrate e la signora repubblicana che in California comandava il processo elettorale, venne promossa. George si fece subito notare per le sue assenze, che avrebbero fatto di lui il presidente più assenteista della storia americana, nonostante i suoi due mandati siano stati densi di eventi importanti. Stranamente anche il suo secondo mandato risulterà poi inquinato da brogli elettorali, questa volta in Ohio perché in Florida erano tutti lì a controllare.

bush_saudi7Poi una mattina del settembre del 2001, mentre leggeva un libro insieme ai bambini di una scuola, qualcuno disse a George che l'America era under attack. Una seccatura terribile, ma anche una splendida opportunità per chi avesse i mezzi per coglierla e quelli erano tutti attorno a George, che si fida molto del gruppo che lavorò accanto a suo padre. Se ne fida forse troppo, se è pur vero che proprio suo padre fu molto più avaro di consensi verso certe loro idee originali. George allora non trovò nulla di male nel dichiarare che l'America era in guerra, c'è da star sicuri che l'idea di assumere i poteri pressoché illimitati che gli Stati Uniti concedono al comandante in capo gli sia piaciuta fin da subito. Così come gli piaceva sicuramente l'enorme solidarietà che il suo paese riscuoteva all'indomani dell'attacco; peccato poi che abbia fatto tutto il possibile per alienarsela attaccando il buon senso prima ancora che l'Iraq.

Con poteri eccezionali si presentò l'occasione di compiere abusi eccezionali e così l'elite statunitense si fece un po' prendere la mano. Mentre il complesso militar-industriale invadeva l'Afghanistan e fabbricava pretesti per l'invasione dell'Iraq, le grandi corporation stendevano le loro ali sui mercati e sulle istituzioni internazionali: Fondo Monetario Internazionale, World Bank e, qualche anno dopo, anche l'ONU, dove il docile Ban Ki Moon non attirerà nemmeno una delle critiche con le quali la Casa Bianca ha bombardato per anni Kofi Annan. L'unilateralismo dell'unica potenza mondiale divenne ben presto prepotenza e sopraffazione, la persecuzione nei confronti del capo dell'AIEA (Agenzia Atomica Internazionale) El Baradei è stato il punto oltre il quale gli Stati Uniti sono entrati in guerra con le leggi e le istituzioni internazionali.

Tutto doveva cedere di fronte ai poteri eccezionali, tanto che lo stato dell'eccezione diventò la regola. Enumerare i momenti nei quali l'amministrazione di George ha fatto stracci delle leggi americane ed internazionali sarebbe esercizio non meno lungo e tedioso di quello di fare l'elenco dei suoi misfatti contro l'ambiente o contro l'economia; molto più interessante è invece cercare di ricostruirne la ragione fondante. Esercizio non difficile, perché se c'è in filo rosso che lega tutte le decisioni di George è quello di far guadagnare i propri amici. Nessun'altra amministrazione americana è mai stata tanto lassista nel tenere i conti, mai nessuna è stata tanto arrogante, mai nessuna amministrazione americana ha mai promosso una tale massa d’incompetenti a funzioni pubbliche sulla sola base della fedeltà alla stessa.

abu2Nei fatti l'amministrazione Bush si è mossa come si muoverebbe una cosca mafiosa che avesse la ventura di prendere il potere in un qualsiasi paese. Come una mafia ha parassitato l'apparato statale, si è alleata con tutti i poteri costituiti e ha fatto della violenza e dell'inganno le chiavi per arricchirsi e per esercitare il comando. Di tutto questo George non deve aver capito molto, ma abbastanza per sapere che certe cose non si dovevano fare. Sapeva che la tortura non è legale, sapeva che l'Iraq non era una minaccia, sapeva che l'astinenza sessuale non è una strategia vincente contro il contagio da AIDS o la piaga delle minorenni incinte.

abu_ghraib_prison19Ma George è un uomo che questi pensieri li trattiene malvolentieri e alla fine il suo momento di autocritica non è stata una gran cosa, gli è venuta in mente solo l'esibizione sulla portaerei con lo striscione “Mission Accomplished” da mettere tra le cose che non rifarebbe. A quelli che gli hanno ricordato cosucce come l'Iraq, l'uragano Katrina o il disastro economico, la sua risposta è stata sfacciatamente lunare. Ha detto che la guerra in Iraq è stata vinta con il “surge”, che ha risposto bene a sette uragani e mezzo su otto e che l'economia è andata benissimo per due anni e male solo per un quadrimestre.

Che sia uno sciocco in buona fede non lo crede nessuno, ma sono ancora meno quelli che lo ritengono meno di un disastro, una piaga biblica che si è abbattuta sull'inizio del secolo. Tra questi c'è il nostro Silvio Berlusconi, che ha sempre desiderato comparirgli accanto in fiera lotta con lo staff americano che non lo voleva vicino a George perché ne avrebbe indebolito l'immagine. Berlusconi è stato l'unico leader che negli ultimi tempi ha ritenuto opportuno coprire servilmente Bush di complimenti e il governo italiano è uno dei pochi che non manderà un rappresentante all'insediamento di Obama.

bush-wantedOra per George si apre un capitolo denso d’interrogativi; anche se nessun presidente americano è mai finito in prigione, lui e i suoi hanno fatto troppi danni agli Stati Uniti per pensare che non ci possano essere strascichi. Mentre Obama seguirà a ritroso le sue orme per ottenere consensi, negli Stati Uniti c'è un sacco di gente che coltiva l'idea di disturbare il futuro di George e dei suoi amici. E sono tanti, perché alla fine della giostra sono molti di più quelli che nei due mandati della banda di Bush ci hanno rimesso di quelli che ci hanno guadagnato. Purtroppo per George sono la maggioranza anche al Congresso degli Stati Uniti e sarebbe davvero curioso che decidessero di “forgive and forget”, perdonare e dimenticare in nome della solidarietà di classe.

bush frustratedA dispetto di quello che sostiene il Wall Street Journal di Murdoch, che ha addirittura chiesto il perdono di Lewis “Scooter” Libby, dipingendolo come “un martire della guerra all'Iraq" e sostenendo che la questione del suo perdono sia più importante della crisi economica, ci sono molti americani che credono che non perseguire l'amministrazione Bush equivarrebbe a costituire un precedente che impedirebbe in futuro di punire qualsiasi malversazione e delitto da parte del governo.

George Walker Bush se ne va. Dietro di lui restano macerie in ogni parte del mondo e il risentimento di quasi tutti gli abitanti del pianeta, che l’ha reso l'uomo più disprezzato del secolo appena cominciato. Chi l’ha incensato e sostenuto, tace da tempo il silenzio della colpa e della vergogna.

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martedì, 20 gennaio 2009

Lo standard morale dei soldati di Israele


Da un articolo di Lorenzo Cremonesi sul Corriere, che dopo giorni di cronache da Israele che ripetevano la propaganda dell'IDF, è entrato a Gaza. Prima è sfuggito per un pelo ad un tentativo di omicidio da parte dei soldati israeliani e poi ha potuto vedere quello che fino ad allora gli era stato vietato.
Così, in un qualche riga, ecco andare in fumo tutte le balle sulla presunta superiorità morale dell'esercito israeliano e quelle che descrivevano l'operazione come una caccia ai pericolosi terroristi che "minacciano di distruggere Isreale", facendo tanta attenzione a non provocare vittime e sofferenze inutili.

Tutte le loro sei villette di due o tre piani sono state colpite in modo irreparabile. «Dovremo abbatterle e ricostruirle », spiega Kamal Dardona, il figlio quarantenne, impegnato a rimuovere dalle abitazioni ciò che ancora funziona: un vecchio frigorifero, un tavolo, qualche coperta, piatti, secchi di plastica. Le truppe scelte israeliane hanno bivaccato in una delle abitazioni, prima di evacuarla hanno distrutto a mazzate gabinetti, lavandini, infissi, poi si sono accanite sui mobili accatastandoli in mezzo alle stanze e appiccando il fuoco. I soffitti sono tutti anneriti. In giardino hanno preso a fucilate il cane, galline, oche e tre capre. I resti di alcuni degli animali sono stati gettati nel pozzo a inquinare l’acqua. La lista delle devastazioni potrebbe continuare all’infinito. Tra le rovine delle zone nord-orientali di Jabalya, migliaia di abitazioni abbattute o da abbattere, la distruzione metodica eletta a sistema, un deserto di macerie.


Un esercito che uccide anche gli animali da cortile e inquina i pozzi non sta dando la caccia ai terroristi. I cecchini che sparano ai bambini e agli animali non stanno dando la caccia ai terroristi, Un esercito che spiana migliaia di edifici non lo fa per dare la caccia ai terroristi.
Un paese che commetta crimini del genere non può certo invocare la legittima difesa, si tratta di un'ipocrisia insostenibile.
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categoria: palestina, israele


lunedì, 19 gennaio 2009

Israele perde la guerra dell'acqua

anche in Altrenotizie

IsraelWaterMapMentre i politici israeliani giocano alla guerra-lampo prima dell'arrivo dell'Uomo Nero alla Casa Bianca, il tempo scorre indifferente ai piani dei grandi leader e la vita continua a proporsi una strada piena di minacce e di imprevisti. Così può capitare che mentre le energie del paese sono assorbite dalla guerra, gli esperti alzino la mano per annunciare che è finita l'acqua. L'inverno poco piovoso, se non secco, ha dato una mano, il più avaro di pioggia da ottanta anni, ma il problema per Israele è serio e sistemico ben oltre una pur severa siccità incombente. Il consumo di acqua pro-capite è cresciuto esponenzialmente dalla fondazione del paese e sebbene rappresenti un indicatore di benessere, per un paese con scarse risorse idriche è il sistema più semplice e sicuro per prosciugare ogni riserva in fretta. Secondo gli esperti Israele è più o meno a questo punto.

Ci sono alcuni margini di risparmio possibile, ma il problema rischia di essere già prossimo al momento nel quale la disponibilità di acqua crollerà precipitosamente. La situazione in sintesi è che Israele trae acqua da due bacini acquiferi, uno lungo la fascia la costiera che fornisce un terzo dell'acqua e uno in West Bank che provvede agli altri due terzi. Occasionalmente quello della West Bank è al di fuori dei confini riconosciuti di Israele, ma casualmente nella Palestina occupata, mentre Gaza preleva da quello costiero.

Dei due bacini quello costiero è quello messo peggio, c'è rimasta poca acqua, tanto poca che già il mare ha invaso le cavità che un tempo custodivano l'acqua dolce. Il bacino in West Bank non è ancora a secco, ma non riesce a ricaricare i livelli nemmeno negli anni piovosi, oltre ad essere inquinato dagli scarichi e dai prodotti chimici usati nell'agricoltura. Proprio l'agricoltura è sotto accusa, come in molti paesi avanzati opera in un mercato falsato dalle sovvenzioni, tanto che esistono sovvenzioni anche per la produzione del cotone e altre colture che richiedono molta irrigazione.

La questione è abbastanza semplice e già vista altrove, Israele e i palestinesi si riforniscono dai due bacini e consumano troppa acqua. Ovviamente Israele fa la parte del leone e anche il taglio delle forniture idriche a Gaza ha sicuramente aumentato lo sbilancio nella disponibilità. Da qualunque parte si voglia guardare la questione è chiaro che Israele deve ridurre il consumo idrico, visto che quello dei palestinesi difficilmente potrebbe essere compresso ulteriormente e visto che Israele non ha modo di procurarsi acqua dai paesi vicini come la Siria o la Turchia stante la situazione politica.

Per strappare la terra al deserto occorre acqua, ma occorre acqua anche per le piscine e per consumi relativamente voluttuari poco consoni ad una terra che non ha acqua sufficiente per una tale consumo da parte di un numero tanto alto di persone. Un'evidenza che precede anche le questioni etiche e le opportunità politiche, per le quali sembra comunque ingiusto che i legittimi proprietari delle risorse siano quelli che ne hanno goduto di meno, per non parlare di quanto possa essere simpatico vivere con la tua acqua razionata, mentre il tuo vicino-invasore ci riempie le piscine sotto i tuoi occhi.

Come in molti altri paesi, quando si viene ai temi dell'acqua la classe politica ed economica faticano a comprendere la minaccia dello sfruttamento eccessivo delle risorse, così succede che in Israele per lunghi anni la questione è stata posta e spostata più volte senza esiti apprezzabili . Anche oggi la situazione non è tanto diversa, visto che la proposta più “attiva” è stata quella di costruire enormi dissalatori per coprire il buco tra domanda e offerta, senza nemmeno fare la fatica di spiegare con quale energia e quali soldi farli funzionare. Ma soprattutto senza considerare che una volta che i bacini acquiferi saranno pieni di inquinanti e di acque nere, per trarne acqua utile bisognerà separare l'acqua da tutto quello che è stato buttato dentro queste enormi vasche geologiche negli ultimi decenni.

Per il momento le uniche iniziative concrete sono state nel segno del già visto, da quella di porre limiti al prelievo per l'irrigazione a quella di aumentare le trivellazioni in West Bank, sul Golan e ovunque sia plausibile trovare acqua, compresi i parchi e le riserve naturali che poi moriranno perché resteranno senza acqua, nulla più che perdere tempo perpetuando comportamenti autolesionisti e logicamente sbagliati. Il liberismo sregolato in Israele ha da tempo soppiantato il sobrio collettivismo da Kibbutz del tempo dei pionieri e così sembrano essersi dimenticati dell'importanza e la preziosità dell'acqua, per non parlare della pianificazione nell'interesse pubblico, tanto che se per un accidente del caso Israele riuscisse ad escludere i palestinesi dall'accesso all'acqua, il problema sarebbe esattamente della stessa gravità, perché non basterebbe e perché l'acqua sarà sempre di meno e sempre più costosa da sfruttare se non si ridurranno drasticamente e velocemente i prelievi e gli sversamenti inquinanti.

image002I politici israeliani come molti altri colleghi di altri paesi non amano investire nelle fogne, i loro omologhi palestinesi non sono certo incentivati a farlo, senza considerare che anche se volessero avrebbero comunque bisogno del consenso dell'occupante distratto e forse sospettoso che diventino depositi di armi pericolosissime. Milioni di abitanti in più nell'arco di qualche decennio, che gravitano sulle stesse fonti e consumano acqua in misura molto maggiore di quanto non facessero gli antenati, hanno finito i giacimenti d'acqua, dopo aver succhiato a lungo molta più acqua di quanta non ritornasse ai bacini sotterranei attraverso le piogge. Senza considerare che ogni anno le precipitazioni calano, sia o non sia a causa del global warming.

Una banalità scontata, una realtà inevitabile, che però è rimasta per anni ignorata anche in Israele per dare fondo allo sfruttamento accelerato, non sostenibile oltre la velocità di rigenerazione della fonte naturale. Fa riflettere vedere governi dopo governi che hanno sempre qualche problema più importante di quelli che realmente minacciano la vita dei loro amministrati, Israele in questo senso non è un'eccezione, basta pensare alla sorte dei provvedimenti contro l'inquinamento ambientale o proprio alla privatizzazione delle acque in tanti paesi per concludere che segare il ramo sul quale si sta seduti è un comportamento tipicamente umano.

Se il controllo delle falde è stato uno dei pilastri della politica d'Israele, viene da chiedersi perché i governi che si sono succeduti non ne abbiano curato la salute, ma viene anche da considerare l'amara ironia di vecchi generali che combattono per decenni per ritrovarsi alla fine con un pugno di sabbia, perché l'acqua se la sono già bevuta tutta, senza che nessuno facesse niente per impedirlo.
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categoria: palestina, israele, ecologie, bug di sistema


lunedì, 19 gennaio 2009

Il conto del massacro israeliano prova il crimine


GazaRuins1Fermate le armi si fanno due conti e quello che si capisce è che la distruzione portata da Israele a Gaza non aveva affatto Hamas come obbiettivo. Sembra piuttosto che ad Israele interessasse di più distruggere Gaza e "dare una lezione" ai palestinesi, quella che nelle convezioni internazionali si chiama "punizione collettiva" ed è severamente proibita.

Non si spiegherebbe altrimenti la portata della distruzione a Gaza, dove nel corso della presunta caccia ai militanti di Hamas, Israele ha distrutto oltre 4.000 edifici. Se oltre la metà delle circa 1.300 vittime sono civili (donne e bambini perchè gli uomini sono tutti "terroristi" per la propaganda israeliana), se sono stati uccisi e feriti quasi 2.000 bambini, il dato che più colpisce e che meno è sottolineato in queste ore è che per colpire circa 600 "terroristi" sono stati rasi al suolo circa 4.000 edifici, cioè sei o sette per ogni ""terrorista" ucciso.

Sembra ovvio che 600 "terroristi" non possano servirsi di 4000 edifici (e di chissà quanti appartamenti in quelli) e che quindi le pretese della propaganda israliana fossero e si confermino false. Ugualmente falsa la pretesa che Hamas usi "scudi umani" per proteggersi, visto che è chiaro che in almeno 3.500 dei 4000 edifici rasi al suolo non ci poteva essere alcun militante di Hamas individuato come bersaglio dagli israeliani.

L'obbiettivo di Israele era quindi quello di infliggere una tremenda punizione collettiva a Gaza, demolire migliaia di edifici per ricacciare ancora di più nella miseria e nella disperazione il milione e mezzo di palestinesi detenuti a Gaza. Detenuti che ora sono senza un tetto e che ricevono, in virtù della "tregua", aiuti alimentari razionati secondo la volontà del carceriere israeliano.

I padroni della prigione di Gaza hanno così conseguito il loro fine, un massacro allo scadere della presidenza Bush che aiuterà la rielezione dei criminali al potere, criminali che non hanno esitato a fare campagna elettorale spargendo il sangue di migliaia di abitanti di Gaza.
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domenica, 18 gennaio 2009

Bologna bigotta censura


Triste contrappasso per una città che si credeva leader nell'apertura mentale tanto da porsi come laboratorio e campione della libertà d'espressione.
Una concessionaria pubblicitaria e l'ATC (l'azienda tramviaria) hanno rifiutato di esporre il manifesto (questo sotto) di uno spettacolo di Daniele Luttazzi Singolare censura, casualmente coordinata con l'azione di Forza Nuova che si occupa di seguire la tournè del comico coprendone la pubblicità.

Chissà quale sconvolgente mistero si cela all'interno della rappresentazione per produrre un tale accanimento. Ma forse è solo normale (per i tempi) persecuzione verso un personaggio scomodo a troppi.
Resta il fatto che la deriva bigotta della città felsinea non è certo una novità, dato che nel recente passato si è vista perfino la guerra ai cazzetti di cioccolata.


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categoria: trash, bologna, media, politica interna, repressione, decultura, infowatch


sabato, 17 gennaio 2009

Manifestazione? Quale manifestazione?


Chi non c'era non saprà mai se i partecipanti alla manifestazione per Gaza di Roma sono stati 15.000 come dice la questura o 150.000 come affermato dagli organizzatori.
Chi era a casa ha però avuto modo di notare che la prima cronaca di Repubblica, che parlava di "un migliaio" di partecipanti, non combaciava affatto con le immagini viste al telegiornale e si è risentito commentando sgarbatamente.

I media in generale hanno dato più o meno la stessa visibilità alla contro-manifestazione organizzata dalla comunità ebraica, alla quale erano presenti qualche centinaio di persone.

Intanto il blog di Vittorio Arrigoni è diventato il più letto d'Italia, superando anche quello di Beppe Grillo, mentre il sito estremista che incitava ad uccidere Vittorio insieme ad altri volontari dell'ISM è stato oscurato.
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