mazzetta

Ce la possiamo fare...
domenica, 30 novembre 2008

La crisi è un atto di Dio


Bob Rubin è stato Segretario del Tesoro di Clinton, insieme a Greenspan è considerato il padre della pazzesca deregulation dei mercati che ha permesso anni di malversazioni e magie contabili, che oggi esplodono con gli effetti ben noti.

Rubin and BernankeBob Rubin è stato anche (dopo) nel board di Citigroup, oggetto dell'ultima madre di tutti i salvataggi in attesa di peggio e come esperto ha spinto Citigroup ad aumentare il proprio commercio di CDO e altre diavolerie.

Bob Rubin è oggi uno dei tre consiglieri economici nominati dal nuovo presidente Obama, grazie alla sua enorme reputazione e competenza.

Intervistato dal WSJ sulla crisi e sul disastro di Citigroup, non è stato in grado di riconoscersi alcuna responsabilità e si è praticamente assolto da qualsiasi critica insieme ai suoi pari. Per farlo ha mentito, definendo la crisi "un atto di Dio", quindi un evento imprevedibile ed imprevisto, niente di diverso da un disastro naturale. Come succede spesso dopo un disastro naturale, Rubin dice che non c'è da pentirsi di niente, ma solo da imparare da quello che è successo.

Rubin mente, non solo perchè se Dio non gioca a dadi con l'universo è altamente improbabile che poi si metta a giocare dollari in borsa, ma soprattutto perchè dice che la crisi era imprevedibile ed imprevista. La crisi non solo era prevista da anni, vista l'insostenibilità matematica del giochino, ma erano ormai anni che c'era la fila per denuciarla e invocare un'inversione di tendenza prima del botto grosso, inversione che invece non c'è stata.

Non c'è stata perchè quelli come Rubin, comodi nelle loro retribuzioni stellari, hanno rifiutato di riconoscere il pericolo incombente e di criticare un sistema che stava facendo le loro fortune. Oggi Rubin deve mentire per non riconoscersi colpevole e così tira in ballo l'irrazionale, trasformando l'esito scontato della crisi come l'atto di un Dio dispettoso o un caso bizzarro.

Il fatto che la cura dei danni e dei difetti del sistema siano oggi affidati, ovunque nel mondo, agli stessi personaggi che hanno provocato il disastro e che questi, nemmeno oggi, non vogliano e non possano articolare qualsiasi mea culpa, è la spia più evidente dell'improbabilità dell'affermarsi di qualsiasi riforma sistemica reale. Cercheranno di cavarsela dando la colpa a Dio e continueranno esattamente come prima, accecati dall'ideologia e, soprattutto, da arricchimenti ingiustificati e fuori scala. Già c'è stato chi ha pure tirato in ballo il brutto capitalismo della Cina comunista, ma da Rubin ci sarebbe da attendersi qualcosa di più che da un cialtrone qualsiasi.

L'impiego di Dio è davvero un espediente da modesto. Rende evidente che l'unico modo di rimuovere responsabilità talmente evidenti è rovesciare il tavolo dicendo che i soldi e i conti economici sono in balia di una divinità imperscrutabile, negando in tal modo l'esistenza di un'elite di sacerdoti della finanza e della loro vera religione, che non sono per niente disposti ad abiurare. Una religione fatta di dogmi che sono rivelati irreali e dannosi, quasi malvagi. Un'ideologia ottusa ed irrazionale che, perseverando, nessuno degli adepti è disposto ad abbandonare, in questo per nulla diverso dagli altri fanatici di qualsiasi estrazione e genìa.

Questo è un buon punto da mettere sulla discussione intorno alla crisi: è del tutto scriteriato ed irrazionale affidare la regolazione dei conti della crisi a chi l'ha determinata. Altrettanto irrazionale è pensare che la comunità finanziaria abbia i mezzi e la cultura per autoriformarsi accettando una compressione del suo perimetro d'azione, del suo potere e dei suoi guadagni. Questo rende evidente che l'unica soluzione possibile sia una soluzione politica, nel senso più alto del termine, ma rende anche un'enorme frustrazione, quando ci si trova costretti a concludere che la politica, in tutta evidenza, non possiede volontà e cultura sufficienti per assolvere a questa responsabilità
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venerdì, 28 novembre 2008

Ferrari, Lamborghini, Bentley, anche in Iraq l'ignoranza ha un prezzo


Non è certo il peggior danno che le forze americane abbiano procurato all'Iraq, ma la storia del parco-auto della famiglia Hussein merita di essere raccontata ad esempio. Si narrava che le truppe americane avrebbero invaso l'Iraq per prevenire attacchi del feroce Saddam, ma poi si è saputo che si trattava di una scusa inventata. Tra gli altri "motivi" a supporto dell'invasione c'era anche quello della liberazione del popolo iracheno, che così avrebbe potuto partire di slancio verso un futuro migliore.

Purtroppo gli estesi massacri, le torture e "incidenti" a catena, suggeriscono che gli americani in Iraq non avessero proprio in cima ai loro pensieri il benessere degli iracheni. La storia della auto della famiglia di Saddam rappresenta perfettamente quanto gli invasori si siano preoccupati degli iracheni e del loro patrimoni. Fin da subito si era capito che accanto alle stragi si stava dando fondo ad estese devastazioni delle proprietà degli iracheni, che quando non sono state distrutte "in combattimento", sono state abbandonate ai saccheggiatori, come i musei di Baghdad o le sue banche, limitandosi gli americani a proteggere, unico tra tutti, il Ministero del Petrolio.

La storia delle auto di Saddam però si sviluppa quando il caos dell'invasione è già finito ed è paradigmatica, perchè anche il più ottuso dei marines trovandosi davanti a centinaia di auto da sogno dovrebbe essere in grado di capire che si tratti di un capitale non indifferente, un capitale da salvaguardare in nome e per conto degli iracheni.

Invece non è stato così, ma al contrario qundo i marines hanno scoperto i garage di Saddam, le auto presenti sono state vandalizzate, usate per giocare all'autoscontro o al tiro a segno e infine abbandonate ai saccheggiatori che le hanno spolpate per quanto possibile. Le foto che seguono vengono dal garage di Huday
, figlio di Saddam, se ne sconsiglia la visione agli appassionati.

Questa Ferrari Testarossa, imbarazzante nella sua livrea fucsia, giaceva tranquilla e sotto chiave.


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Poi un marine ha pensato bene di giocarci un po' ed è finita prima sforacchiata e poi cannibalizzata, più o meno come quest'altra Ferrari 550 Maranello, sempre di Uday.

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Un destino comune ad un parco-auto composto da centinaia di esemplari di auto costosissime, alcune d'epoca, ormai volatilizzato o disintegrato, come è successo a questa povera, quanto rara, Lamborghini LM002.

UdayHusseinsLM002iftheyonlyknewI baldi marines dovevano fare un test per vedere quanto avrebbe resistito una delle barriere di cemento che stavano disseminando a protezione degli attentati dei bombaroli e non hanno trovato di meglio che usare proprio la LM002 di Uday per il test. Hanno tolto i sedeli anteriori e al loro posto ci hanno messo della dinamite a simulare un'auto-bomba.

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Dopo l'esplosione non è rimasto niente della barriera, ma nemmeno della Lamborghini è rimasto troppo. L'intera sequenza è visibile su lamborghiniregistry.com.

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Un po' come usare i quadri degli Uffizi per vedere se funziona una scatola di pennarelli indelebili. La sequenza della Lamborghini è saltata fuori quando uno dei marines ha postato le foto in mezzo ai suoi ricordi d'azione.
Alla base di comportamenti del genere ci può essere solo un estremo disinteresse per i diritti (anche patrimoniali) degli iracheni, ma ancora prima deve esistere un deficit formativo che ha portato questi militari alla convinzione di potersi divertire vandalizzando proprietà che erroneamente hanno considerato come bottino di guerra. Un'ignoranza talmente estesa da non rimanere impressionata nemmeno dalla visione di marchi che hanno fatto la storia dell'automobile, nei garage degli Hussein c'era una parata del meglio del meglio della produzione automobilistica mondiale, ma nemmeno la presenza di marchi e vetture considerate sacre dagli automobilisti occidentali ha frenato il vandalismo dei militari americani, così come l'evidenza del valore delle vetture non ha suggerito loro di custodirle e consegnarle all'autorità irachena.


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Milioni di euro in fumo, per non parlare del valore storico di alcuni pezzi, per far divertire qualche soldatino ignorante, una briciola tra le devastazioni americane in Iraq, ma forse una piccola storia che può avere il pregio di far capire qualcosa a quanti, in questi anni, non hanno mai avuto lo stomaco per aprire uno dei tanti siti che pubblicano le foto di migliaia di iracheni orrendamente feriti e mutilati, città distrutte e infrastrutture devastate.

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giovedì, 27 novembre 2008

Mumbai, la strage continua

Anche in Altrenotizie

Gli attacchi di ieri al cuore di Mumbai, capitale finanziaria dell'India, non sono che gli ultimi sviluppi di una catena di violenze che non ha mai smesso di percuotere il sub-continente indiano, dall'Afghanistan, al Pakistan fino all'India. Distratto dalla fallimentare War on Terror, il sistema dei media ha oscurato agli occhi delle opinioni pubbliche occidentali la cruda realtà di una lotta all'estremismo islamico, che negli ultimi anni ha alimentato terrorismo e violenze. Non sono nuovi gli obiettivi e non sono nuovi gli autori; già nei mesi scorsi con il bombardamento dell'Hotel Marriott e di alcuni locali e ristoranti in Pakistan, si era delineata la strategia dell'attacco indiscriminato alle metropoli. Bombe o attacchi portati da commandos di suicidi, hotel o stazioni, il terrorismo di matrice islamica cerca la strage indiscriminata, il bagno di sangue da mettere sul piatto per ridefinire equilibri e contrastare gli attacchi, convenzionali e non, che i nemici hanno sviluppato nel quadro della War on Terror.

mumbai_6L'India è bersaglio storicamente privilegiato dell'estremismo islamico e il nazionalismo indù, generoso nelle stragi dei musulmani come nella persecuzione degli indiani che abbraccino altre religioni, è motivo necessario e sufficiente a nutrire un'ostilità musulmana che dura dai tempi della colonizzazione britannica. Non a caso la bomba atomica pakistana è stata intitolata a difesa della comunità musulmana contro le atomiche “Cristiane, ebraiche ed indù”.

Se negli ultimi anni le ostilità a livello nazionale sono andate scemando, con l'avvento dei buoni rapporti tra l'India e i paesi del Golfo, con l'Iran e in una certa misura anche con il Pakistan, non si può certo dire lo stesso per le decine di organizzazioni islamiche che proliferano nell'area. Queste, al contrario, hanno dato vita ad una vera e propria escalation di attentati che prosegue ormai da anni.

Attentati sempre più sanguinosi e clamorosi che spesso hanno visto la collaborazione di parte dell'intelligence pachistana, che però negli ultimi due anni sembra aver perso il controllo e il polso di gran parte della galassia terrorista. Dallo smantellamento del fronte del Kashmir da parte del governo Musharraf c'è stato un “rompete le righe” che ha portato alla proliferazione di sigle e che ha aumentato esponenzialmente il numero di gruppi attivi negli attacchi ad obbiettivi civili e militari. Niente di assolutamente nuovo: già nel 2004 Condoleeza Rice faceva sparire dall'annuale rapporto americano sul terrorismo gli attentati in India, allora già più di un terzo del totale degli attentati “islamici” nel mondo.

267564-Dharavi-Slum-Mumbai-0L'India sconta un quadro politico confuso e la presenza di centinaia di milioni di cittadini musulmani, spesso oggetto di disprezzo da parte di politici estremisti e di repressione da parte delle autorità, che anche qui come altrove hanno sostanziale carta bianca proprio in virtù della War On Terror. Non stupisce che si possa trovare qualche decina di giovanissimi musulmani (come i terroristi all'opera a Mumbai) disposti ad immolarsi seminando il panico, sparando sulla folla di una metropoli indù, mentre cercano di rintracciare qualche americano o britannico da eliminare come ulteriore bonus.

Le città indiane non sono sotto assedio come quelle pachistane e operazioni del genere trovano ancora meno resistenza, ma non si può certo pensare di blindare una metropoli, i punti di ritrovo, le stazioni, gli ospedali, alberghi e ristoranti; è fin troppo ovvio che questa non può essere una risposta risolutiva alla minaccia costituita da questo genere di azioni. Per quanto sia ovvio ad oggi non si vedono all'orizzonte altre risposte, nonostante l'estremismo islamico di stampo qaedista raccolga consensi veramente minimi tra le opinioni pubbliche islamiche, dove la politica di prepotente aggressione dell'amministrazione Bush ha garantito la fabbricazione costante di martiri e buoni motivi per spingere sempre più persone verso le opzioni di chi non ha più nulla da perdere o di chi ha solo la vendetta da coltivare.

Agli occhi dei musulmani in guerra, il governo indiano non è meno ostile di quello americano o di quello pachistano di Zardari; per i musulmani indiani, invece, è il principale nemico e non è un caso che l'unica voce degli attentatori di Mumbai abbia chiesto la liberazione dei prigionieri musulmani nelle carceri indiane, così come non è un caso che le autorità indiane abbiano escluso fin da subito la trattativa e abbiano dato l'assalto con le forze speciali ai due hotel nei quali alcuni membri del commando suicida si sono asserragliati con alcuni ostaggi. La cattura di una decina di loro, già annunciata nelle prime ore degli attacchi, fornirà sicuramente una paternità più chiara agli attacchi, anche se la loro esatta comprensione non sposterà di un centimetro le carte in tavola. Ma non sarà che uno dei tanti attentati. La guerra al terrore continuerà ad auto-alimentarsi fino a che la ragione non tornerà a far premio sulla violenza.
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mercoledì, 26 novembre 2008

Un piccolo errore di sbaglio

 

La settimana scorsa c'era stata un'impennata dell'orgoglio indiano. Per la prima volta dagli anni '70, dai tempi dell'invasione del Bangladesh (allora East Pakistan) per bloccare il genocidio dei pakistani sui bengalesi, l'India aveva partecipato con successo ad un'operazione militare benvenuta da tutta la comunità internazionale.

talwar_tabar_india-navy01Una nave modernissima, una fregata indiana dotata di tecnologia stealth (quella che offre minore visibilità ai radar) è riuscita a sorprendere e ad affondare nientemeno che una nave-madre dei pirati somali nel Golfo di Aden.

Dopo qualche giorno di pacche sulle spalle è arrivata però la doccia fredda. L'armatore thailandese della nave affondata ha riferito tutta un'altra storia. Secondo un suo dipendente cambogiano, salvatosi per miracolo finendo in mare, la motonave thailandese non era affatto in mano ai pirati, ma stava cercando di resistere all'assalto da parte dei pirati giunti sotto bordo con i barchini.

Nemmeno il tempo di gioire per l'avvicinarsi della nave indiana, che il cargo è esploso colpito e affondato. Niente nave-madre quindi, piuttosto un massacro di innocenti presi in mezzo insieme ai pirati invece di essere tratti in salvo. Una situazione imbarazzante per l'India e per la sua marina, che dal trionfalismo sono passate immediatamente alla prudenza. Finite le congratulazioni e sparito l'orgoglio, le dichiarazioni ufficiali indiane ora parlano di fatti "under investigation". Investigazione che, se avesse preceduto i festeggiamenti, avrebbe almeno evitato la figuraccia internazionale al traino di un mezzo massacro compiuto per errore.

Secondo ulteriori testimonianze e precisazioni, i pirati avevano già preso il controllo del vascello quando gli indiani lo hanno affondato. Tra Thailandia e India si è aperta una discreta polemica diplomatica.

 

Aggiornamento

Gli indiani imparano e a distanza di qualche giorno sono riusciti a catturare un gruppo di verosimili pirati e, relativa sorpresa, ci sono anche degli yemeniti. La precedente figuraccia tuttvia è passata abbastanza sotto silenzio, comprensibilmente.

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martedì, 25 novembre 2008

Italia a fari spenti nella crisi

Anche in Altrenotizie

Quando Silvio Berlusconi invita gli italiani all'ottimismo e a spendere i soldi che non hanno, diventa chiaro che non ci sia da attendersi molto dal governo. Il governo italiano è l'unico a non aver ancora messo sul piatto della crisi denaro reale, i suoi interventi fino ad oggi si sono limitati alla proclamazione della garanzia statale sui depositi di conto corrente, un intervento virtuale per il quale non è stata indicata alcuna copertura reale, tanto da far supporre che se il governo dovesse veramente coprire i depositi bancari non avrebbe i soldi da consegnare ai correntisti. L'incombere di migliaia - se non di milioni - di prossimi disoccupati, la perdita del potere d'acquisto di quanti conservano l'impiego e la stretta del credito, non sembrano avere spazio nelle fantasie del premier, che lamenta il disfattismo dei media come responsabile dei disastri a venire. Dall'epicentro della crisi non giungono quindi buone notizie. Nonostante una montagna di soldi veri trasfusi nei bilanci di banche ed istituzioni finanziarie, il rischio di un collasso del sistema non è per niente scongiurato.

Cifre che fanno impressione, il famoso bailout da 700 miliardi di dollari è in realtà la frazione di una cifra ben maggiore che è già stata trasfusa nel sistema finanziario americano, che secondo Bloomberg ha raggiunto il totale siderale di 7.400 miliardi di dollari (al vecchio cambio in lire una cifra espressa in milioni di miliardi, in euro qualcosa come 5.000 miliardi. Per avere un termine di paragone, una finanziaria italiana medio-pesante vale 30 miliardi di euro). Una montagna di denaro che equivale ad un aumento del debito di 24.000$ per ogni americano vivente e che al momento non sembra essere servita a molto. Se oggi Citygroup chiama qualche altro centinaio di miliardi di Euro, quelli erogati ad AIG sono già quasi del tutto evaporati alla fine di ottobre e la prima azienda assicurativa americana non può dirsi ancora in salvo.

La lista dei buchi da coprire si allunga ogni giorno, ancora non si è giunti in fondo al baratro dei subprime che tutta una serie di nuove voragini si aprono davanti agli addetti al salvataggio dell'economia statunitense. Se la nuova amministrazione Obama ha preannunciato un pacchetto di investimenti per stimolare l'economia di (altri) 700 miliardi di dollari e se Bush in persona si è affacciato ad annunciare altri salvataggi dopo quello di Citigroup, è facile intuire che la battaglia sia ancora in corso e che l'esito non sia per nulla certo. Il resto del mondo non sta meglio, numerosi paesi sono in ginocchio alla porta del Fondo Monetario Internazionale per salvarsi dal default in stile argentino. L'Europa nel suo complesso ha già buttato nel calderone più di mille miliardi di Euro e altri ne butterà; lo stesso hanno fatto il Giappone, la Corea e le altre economie avanzate, con la Cina che ha messo sul piatto anche uno stimolo per l'economia da 500 miliardi di dollari. La Cina che cresce “solo” del 9% nel 2008 manda a casa migliaia di lavoratori, nel resto del mondo è notte.

Non c'è un solo paese al mondo che stia sorridendo ed è evidente che anche i timori sull'invasione da parte dei terribili fondi sovrani dei paesi emergenti facciano parte di una maldestra propaganda. Con il prezzo del petrolio a picco i fondi sovrani dei paesi mediorientali non hanno nemmeno di che coprire le perdite dei loro investimenti a Wall Street, mentre la parallela compressione del mercato globalizzato spinge i fondi asiatici alla prudenza e al limite a dare ossigeno alle economie di riferimento. Per rendersi conto della misura del disastro basta pensare che oggi, dopo un crollo di quasi il 40% del valore delle borse mondiali, si attendono altri scossoni al ribasso e negli Stati Uniti ci si chiede se il prossimo anno la percentuale dei disoccupati americani sarà inferiore al 15 piuttosto che al 20%.

Una mostruosa compressione dell'economia che si avvita su se stessa in un gorgo che nessuna forza al mondo sembra in grado di arrestare, perché insieme ai mercati vanno a fondo tutti gli indicatori fondamentali, falcidiando il tenore di vita di milioni di persone, benestanti compresi. A titolo di esempio, un pensionato americano benestante, con un milione di dollari investito in una configurazione difensiva, nel 2007 incassava in media 50.000 dollari in rendimenti, oggi il suo capitale è sceso a 700.000$ e il rendimento a 21.000.

Che la crisi sia sistemica è evidente, ma ancora nessuno accenna a correzioni sistemiche. Gli unici accenni a riforme sistemiche indicano che a decidere delle riforme saranno gli stessi che hanno fatto il danno, così come oggi quelli che decidono come spendere il denaro pubblico, per salvare cosa e chi si può immaginare, sono ancora una volta gli stessi. Non stupisce quindi che il denaro pubblico stia affluendo principalmente verso gli epicentri della bolla finanziaria. Ci hanno raccontato che occorre “coprire” debiti gonfiati e castelli finanziari costruiti ad arte, dare denaro pubblico in cambio di cartaccia e salvare un'elite finanziaria completamente astratta dalla realtà, in modo che le sue imprese e i suoi equilibri non siano compromessi, per il bene di tutti.

Decisioni politiche che sono state prese a seguito di riunioni convocate d'urgenza sull'orlo dell'abisso, con i legislatori costretti a decidere con il coltello alla gola e senza alcuna informazione fondata e verificabile sullo situazione. Sembra incredibile, ma a deputati e senatori americani non è dato sapere nemmeno a chi stiano finendo i soldi, è passato il principio proposto dall'amministrazione Bush, secondo il quale la trasparenza in questi interventi sarebbe sfruttata da speculatori e finanzieri d'assalto per aggredire le istituzioni finanziarie più deboli. Non va meglio negli altri paesi, dove i “salvataggi” sono comunque definiti nelle segrete stanze.

In nome dell'urgenza e della crisi si permette a chi ha mandato al disastro le economie mondiali di attingere a piene mani dai bilanci pubblici senza pretendere nulla in cambio. I debiti di un ristretto numero di privati diventano debito pubblico al fine di perpetrare un sistema che si è dimostrato insostenibile logicamente e materialmente, dato che la pretesa della crescita infinita posto alla base della costruzione teorica è insostenibile matematicamente prima ancora che logicamente. Il fatto stesso che si sia atteso fino all'esplosione del disastro previsto da tempo per pensare a qualche intervento, dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che tutti gli attori del sistema hanno continuato a recitare la parte fino a quando è stato possibile, perché non conoscono, non vogliono e non possono recitare nessun'altra parte. Il fatto che gran parte dei soldi e del soccorso pubblico stia finendo ad una platea molto ristretta di sconsiderati adepti della crescita infinita, e che a milioni di persone gettate nella miseria dagli effetti della loro crisi finiscano gli spiccioli, è la spia più evidente dell'assoluta mancanza di volontà nel correggere gli evidenti difetti sistemici del liberismo selvaggio al quale è intitolato il sistema economico corrente.

tremontiNel nostro paese la situazione è ancora peggiore, il governo non si muove e non sembra avere la minima idea sul che fare. La scena è presidiata dal Presidente del Consiglio che invoca ottimismo e dispensa consigli ridicoli quando non offensivi verso chi sta subendo la crisi e dal ministro dell'economia, che si veste ora da Robin Hood e ora da no-global spargendo facezie su una platea attonita. La presunta solidità delle banche italiane non risparmierà agli italiani gli effetti terribili della crisi, visto che le solidissime banche italiane sono ben lungi dall'essere il motore sano di un'economia sana e che gran parte dell'imprenditoria italiana è abituata ad operare solo in contesti protetti. Non è un caso anche nell'operazione CAI/Alitalia ci siano da un lato grandi imprenditori invitati all'investimento garantito senza alcun merito e senza nessuno sforzo, e dall'altro imprenditori meno grandi che rischiano il fallimento per aver fornito ad Alitalia beni e servizi che non saranno pagati dalla bad company fallita. Beni e servizi che saranno goduti invece dagli imprenditori associati in CAI, quelli che il rischio del fallimento non lo corrono mai.

Incredibilmente sindacati ed imprenditori italiani discutono in questo momento di salari legati alla produttività, il governo infierisce sui precari e nessuno sembra per nulla preoccupato del fatto che che già oggi i redditi dei lavoratori dipendenti non abbiano sufficiente potere d'acquisto. Invocano la crescita mentre si affacciano centinaia di migliaia di licenziamenti, contratti non rinnovati e cassa integrazione a tappeto. La classe dirigente italiana mette la testa sotto la sabbia e spera che per sopravvivere alla tempesta sia sufficiente non essere travolta personalmente, mentre tragici maestrini cercano di sottrarre alla spesa sociale un altro po' di denaro da girare agli amici.

Il liberismo del governo italiano assomiglia in maniera straordinaria alla gestione corrotta dell'economia che ha trascinato nel baratro gli Stati Uniti: pesanti tagli alle spese sociali e dirottamento delle risorse in capitoli di spesa presidiati e predati dai favoriti. Il tutto in nome di un liberismo di facciata, che si traduce nella semplice libertà di preda da parte degli amici degli amici, nella privatizzazione degli utili e nella socializzazione delle perdite.

L'Italia affonda, mentre la sua classe dirigente cerca di mettere in salvo i patrimoni personali, il resto del Paese rimane nudo di fronte alla crisi. Molti italiani non hanno ancora un'idea precisa della vastità della crisi e quando ne saranno investiti se ne stupiranno; ancora una volta la bufera coglierà i cittadini comuni allo scoperto e, mentre loro pagheranno il prezzo di una crisi provocata da altri, questi saranno già ospiti di confortevoli ripari per pochi fortunati costruiti con i soldi pubblici.

Protetti ed impuniti, perché il dato veramente impressionante è l'assoluta latitanza di provvedimenti intesi a punire chi ha fatto stracci delle poche regole rimaste a presidiare la finanza, gli autori di estese falsificazioni dei bilanci e di decine di illegalità commesse prima per assicurarsi guadagni ingiusti e poi per occultare i fallimenti derivati da queste operazioni. Costoro non affronteranno alcun tipo di giudizio o sanzione e si dimostrerà ancora una volta come la classe dirigente nel nostro paese sia ormai un'enorme associazione eversiva di privilegiati che ha preso il controllo delle istituzioni per impiegarle a proprio esclusivo uso e consumo.
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martedì, 25 novembre 2008

Con Luxuria si è chiuso il cerchio



Con la prima pagina di Liberazione dedicata alla vittoria di Vladimir Luxuria all'Isola dei Famosi si è chiuso il cerchio. Finalmente, anche la sinistra che si vuole di lotta ha capitolato alla supremazia dello spettacolare sul reale. Non resta quindi più nulla della storica sinistra italiana, se non lo sbiadito ricordo di grandi personaggi che non ci sono più e di grandi idee tradite in cambio di una comparsata televisiva.


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lunedì, 24 novembre 2008

Surreale Sarah Palin

Sarah Palin non sembra per niente intenzionata a tornare nelle vesti del governatore del remoto stato del Nord e molti repubblicani sembrano sostenerla considerandola utile al rafforzamento del partito. Purtroppo il livello della signora è quello che è, così le gaffe si succedono agli incidenti e non passa settimana che l'infosfera non si faccia quattro risate alle spalle dell'energica signora allo sbaraglio.

L'episodio di questa settimana ci consegna Sarah che, nelle vesti di governatore, perdona un tacchino e lo salva dal finire in tavola per il Thanksgiving day o Giorno del Ringraziamento, tradizionale festività statunitense. Anche il solenne perdono del tacchino da parte delle autorità è una tradizione radicata, alla quale non si sottrae nemmeno il presidente.

Come in un corto dei Monthy Python, la scena si apre con Sarah Palin all'interno di un allevamento di tacchini che declama (leggendo) un pippone sui grandi valori americani, sull'armonia, la famiglia e anche Dio, solenne e formale anche la concessione della grazia per il tacchino fortunato.

Cambia la scena e si va in esterno, il giornalista in studio avverte di allontanare i bambini e le persone sensibili e riappare Palin che parla a ruota libera del partito, dell'America e sparge qualche nonsense destinato  ai fedelissimi. Alle sue spalle per tutto il tempo va e viene un omone, che infila i tacchini in un imbuto dal quale passa le teste, che poi taglia per uccidere e dissanguare i pennuti che intanto si agitano in comprensibili spasmi. Particolarmente d'effetto l'immagine della vasca di raccoglimento del sangue, di un bel rosso vivo che risalta sui colori cupi dell'Alaska invernale.

Un capolavoro. La satira è morta, uccisa dalla realtà. Qui il video.

A ruota la top ten delle scuse di Sarah Palin declamata da Letterman.

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domenica, 23 novembre 2008

Donne a perdere


Hanno sfilato in tante in corteo, convocate attraverso il passaparola dalla Rete nazionale femministe e lesbiche, per testimoniare e denunciare la violenza maschile contro le donne. Quasi un terzo di loro subisce violenze sessuali nel corso della sua vita, una ogni tre giorni muore della stessa violenza. Violenza che proviene da compagni, padri, parenti e amici in ordine sparso e che per questo non non raccoglie l'attenzione di nessuno, non dei partiti, non del governo più machista della storia d'Italia.

re222yl9X_20081122Non se le è calcolate nessuno, qualche riquadro intorno a pagina 20 sui quotidiani e nessun approfondimento in televisione, meglio non chiedersi se tanta disattenzione sia da far risalire all'assenza di padrinaggi politici o a motivi ancora meno nobili. Eppure chiedevano sicurezza, il tema principale sul quale la destra ha trascinato l'ultima campagna elettorale proponendosi come salvatrice degli insicuri.

Per mesi e mesi sulle prime pagine dei giornali hanno campeggiato feroci stupratori d'importazione, ma nello stesso periodo nessun delitto equivalente commesso da italiani ha mai raggiunto identica visibilità nazionale, nonostante gli autori delle violenze sulle donne italiane siano quasi tutti cittadini italiani. Un particolare che rende evidente come una parte dei media abbia sciacallato le disgrazie di alcune donne per montare la xenofobia in campagna elettorale. Gli stessi media una volta cambiato il governo (propaganda mode /OFF) hanno raccolto la direttiva berlusconiana (ottimismo mode /ON) e seppellito qualsiasi attenzione per le violenze sulle donne.

Queste donne non chiedono soluzioni di ordine pubblico, ma una decisa svolta culturale ad allontanarsi da dall'ignorante machismo all'italiana ed è abbastanza consequenziale che siano state ignorate dalla destra cialtrona, che ipocritamente finge di accanirsi contro le prostitute da strada mentre promuove a ministro quelle da boudoir. Stupiscono di più il silenzio del Partito Democratico e dell'Unità, unico quotidiano nazionale dotato di direttrice, forse dettato dalla volontà di non irritare l'UDC di Cosimo Mele o forse perchè da tempo il PD è costretto ad inseguire il governo ed incapace di dettare un tema in autonomia. Non per niente l'ultima geniale idea del PD sul tema è stata formulata da Rutelli in campagna elettorale, con la proposta inaudibile del bracciale antistupro, un vero e proprio antifurto satellitare da applicare a tutte le donne. Il dato veramente rivelatore è però quello sui commenti dei parlamentari a margine della manifestazione che era pur sempre parte della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne che gode del patrocinio universale, a parole.

La caciara politica sembra ormai incapace di affrontare seriamente la realtà e se da un lato ci siamo risparmiati gli orrori dei noti misogini è veramente preoccupante che la condizione femminile sia oggi una questione all'attenzione di una minoranza ostracizzata. Le donne che non aspirano a sposare un milionario, a vendere il proprio corpo o a consegnarsi schiave a buzzurri maneschi non hanno attenzione nel paese più maschilista d'Europa. Non è solo il radicalismo cattolico a remare contro, uguale responsabilità hanno il machismo e la mercificazione del corpo che ispirano la produzione mediatica e l'assoluto disinteresse della politica ad un tema che comporterebbe prese di coscienza e provvedimenti troppo distanti dalla cultura del nostro personale politico e di molti uomini italiani, alcuni dei quali non fanno mistero della loro misoginia e sfogano pubblicamente il loro astio per l'altro sesso o per le altre identità di genere.

Una voragine culturale che ogni anno inghiotte le vite di migliaia di donne nel nostro paese e di milioni di altre nel mondo, per colmare la quale occorrerebbe qualche anno intenso lavoro di comunicazione. Purtroppo una voragine che nessuno sembra aver voglia e capacità di colmare, le donne italiane dovranno contare ancora a lungo solamente sulle proprie forze. Un vero peccato, perchè l'immensa energia ed i superpoteri che le donne hanno sviluppato per sopravvivere in un ambiente tanto ostile, sono uno degli ingredienti della quale il nostro paese avrebbe estremo bisogno, per sperare di invertire il loop del degrado politico e culturale che lo sta affondando.

Qui le foto dello spezzone di Donne in Onda.
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sabato, 22 novembre 2008

Europeana travolta dal successo


Appena messo online Europeana.eu è crollato sotto il peso di una decina di milioni di accessi. Il sito vuole essere il contenitore di tutta la cultura europea digitalizzata, è multilingue ed è costato una frazione (un esempio a caso) di Italia.it, ma diversamente dallo sfortunato portale italiano per il turismo, ora offline, questo funziona benissimo. Il sito diventerà una enorme raccolta della cultura europea, il vero costo sarà rappresentato dall'operazione di digitalizzazione di milioni di opere, ma Europeana si presenta come un enorme library ad accesso libero,

Sul mirror del sito allestito per fronteggiare l'emergenza ora appare questo avviso:


Popularity brings the site down
 
We launched the European.eu site on 20 November and huge use - 10 million hits an hour - meant it crashed. We are doing our best to reopen Europeana.eu in a more robust version.
Meanwhile, the site you're in now is the project development site, with a video to give you a taste of what's on the real Europeana site.
Unfortunately this project site is only in English: the real Europeana is in all EU languages.
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venerdì, 21 novembre 2008

Le studentesse nude per la Gelmini sono un truffa


Duole perdere tempo con le cazzate, ma l'industria del tarocco è sempre al lavoro e ad approfittarne è ancora una volta  la massa cialtrona che sostiene il governo da certi fogliacci.
Di cognome fa Piccinini, l'estroso editore del calendario "Sexpolitic 2009 senza veli per la Gelmini" che dopo il "Sexycalendario per Prodi" dello scorso anno, ha giustamente deciso di seguire l'evoluzione politica continuando a fare il tifo per il governo, poco importa quale.

Il calendario è la classica boutade pubblicitaria, che in copertina annuncia "12 studentesse emiliane" senza veli che non sono  studentesse e che alla fine sono sono nemmeno nude. Naturalmente un sacco di furbacchioni si sono accodati all'estroso fotografo e ormai gira la notizia che 12 studentesse abbiano fatto un calendario per sostenere la Gelmini.

Invece il calendario l'ha fatto Piccinini, arruolando le modelle con la più classica delle selezioni. Il valore "politico" del calendario è quindi inesistente, se non fosse che molti hanno taroccato la notizia e che nelle prossime ore altri si aggiungeranno al gruppo.

Questo l'elenco delle modelle:

Katia, 29 anni, è la ragazza copertina. Sposata, vive col marito a Bologna ed è la ragazza-immagine della boxe reggiana.                         
- no studentessa
Giovanna, 21 anni, abita a Scandiano e studia Economia e Finanza all'università di Parma. Interpreta gennaio.                        
- STUDENTESSA
Martina, 21 anni, vive a Boretto, nella Bassa: lavora in un pub e ha ancora una gran voglia di studiare. Interpreta febbraio.                          
 - no studentessa
Azzurra, 21 anni, abita a Reggio e lavora in un supermercato Conad della sua città. Interpreta marzo.
- no studentessa
Alessia, 24 anni, di Reggio non vede l'ora di iscriversi a Scienze Politiche. Interpreta aprile.                             - no studentessa, ma "non vede l'ora" a 24 anni
Elena, 33 anni, abita a Reggio e si è laureata in chimica industriale a Bologna. Interpreta maggio .
-no studentessa
Fadua, 25 anni, vive a Modena, è store-manager in un negozio di abbigliamento e ha studiato a Sassuolo, capitale mondiale della piastrella. Interpreta giugno.
-no studentessa
Irina, 22 anni, abita nella prima periferia di Reggio, è sposata, studia Scienze della Comunicazione ed è in pari con gli esami. Interpreta luglio.  
 - STUDENTESSA
Elena, 23 anni, di Moglia, in provincia di Mantova. Giornalista nel tempo libero, frequenta l'ultimo anno di Scienze della Comunicazione all'ateneo di Reggio E. e Modena. Interpreta agosto (nella foto).        
 - STUDENTESSA  
Alice, 19 anni, abita a Formigine, lavora a Rubiera e canta dal vivo in giro per l'Emilia. Interpreta settembre.
- no studentessa
Andrea, 19 anni, vive a Sant'Ilario d'Enza, sul confine tra Reggio e Parma, e studia socio-psico-pedagogia. Interpreta ottobre.
 -STUDENTESSA
Rina, 29 anni, abita a Reggio e attualmente fa la gelataia, anche se medita seriamente di iscriversi a Filosofia, sua passione fin da quando era piccola. Interpreta novembre.
- no studentessa, anche a questa però "medita seriamente" di iscriversi a 29 anni.

Totale delle studentesse: 4 su 12, la solita truffa. Facile poi  immaginare la delusione tra le schiere si affamati, che come Silvio hanno "il passatempo della gnocca" e che si precipiteranno a guardare il calendario-pacco, quando scopriranno che non sono nemmeno nude.

Non esistono quindi le studentesse, non sono nude e nemmeno il calendario è quello che dice di essere, di conseguenza non esiste alcun sostegno alla Gelmini da parte delle studentesse pronte a spogliarsi, per difendere i tagli di Tremonti.

La solita truffa dei soliti noti, gli stessi che oggi parlano di "scontri tra estremisti" all'università di Bologna, trasformando in "scontri" una banale lite -verbale- tra giovani di AN che inneggiavano ad Hitler da un banchetto e studenti che hanno risposto loro per le rime, senza che ci sia stato alcun contatto fisico tra le due parti. Chi rimesta nel torbido con queste carfagnate?

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giovedì, 20 novembre 2008

Somalia, un'altra guerra persa

Anche in Altrenotizie

Due anni fa le armate etiopi del dittatore Meles Zenawi invadevano la Somalia appena pacificata sotto il governo delle Corti Islamiche, il primo dopo quindici anni di vuoto assoluto di potere e di faide tra signori della guerra. Il pretesto etiope era l'impossibile attacco somalo all'Etiopia, potenza regionale, da parte degli stessi somali male in arnese e piegati da tre lustri di distruzioni continuate. La più classica “guerra preventiva” contro una minaccia inesistente, la brutta copia dell'invasione dell'Iraq. Ma allora ci fecero caso in pochi, anche se la Somalia è considerata il paese potenzialmente più ricco di petrolio del continente dopo il Sudan. La realtà è quella di un'invasione per procura americana e nessuno ha mai creduto realmente che in Somalia qualcuno abbia mai pensato a suicidarsi aggredendo il potente vicino.

Prova ne sia che l'unico paese ad applaudire alla mossa furono proprio gli Stati Uniti, che si unirono con entusiasmo all'impresa bombardando la Somalia a caccia di “terroristi islamici”. Gli etiopi ebbero velocemente ragione della debole resistenza armata somala - che era davvero poca cosa - e vinsero quella che allora fu chiamata la “Guerra di Natale”, insediando poi il Governo Federale di Transizione eletto tre anni prima in Kenya in un meeting inter-somalo, governo che fino ad allora non era riuscito nemmeno a mettere piede nella capitale.

getpreview.phpPiegare un popolo allenato alla guerra e armato come quello somalo non è facile e infatti gli etiopi hanno pagato un prezzo elevatissimo per il servizio reso a Washington. Nonostante la brutalità dell'occupazione e le feroci rappresaglie, l'esercito etiope ha vissuto due anni da incubo, nemmeno il bombardamento a colpi d'artiglieria di interi settori di Mogadiscio ha piegato i rivoltosi. Il resto lo ha fatto il governo fantoccio presieduto da Abdullah Yusuf, presto sprofondato in lotte tra clan e corruzione. A pagare il prezzo maggiore è stata come al solito la popolazione, spesso impossibilitata a ricevere persino gli aiuti internazionali quando gli etiopi hanno considerato certe aree del paese come “complici” degli insorti o più semplicemente quando gli aiuti sono stati predati dalle tante bande armate, tornate ad operare impunemente sotto gli occhi degli etiopi in quanto appartenenti a fazioni che sostenevano il GFT.

Oggi, a quasi due anni dall'invasione, il governo etiope non sa come smarcarsi da un conflitto che lo ha dissanguato economicamente ed umanamente. Zenawi avrebbe bisogno dell'esercito in patria anche per implementare la spietata repressione degli oppositori, mentre la situazione economica interna precipita come e più che altrove, anche a causa dell'eclissarsi dei paesi donatori e degli imponenti costi della guerra. L'occupazione etiope è stata riconosciuta a posteriori dall'ONU come sostegno al GFT, ma non arrivano finanziamenti e nemmeno uomini. Anche l'Unione Africana che ha mandato una missione di peacekeeping ha trovato solo un paio di paesi filo-americani che hanno mandato una rappresentanza puramente simbolica.

Il mondo sembra accorgersi oggi della Somalia solo per le gesta dei “pirati” che hanno messo in piedi un discreto business con il sequestro dei navigli di passaggio, ma quello che non si dice della Somalia è che ormai la maggior parte del territorio è in mano agli “islamici”, ovviamente molto più radicali di qualche anno fa, gli ultimi due anni di occupazione hanno nutrito solo l'odio, il desiderio di vendetta e l'estremismo. Il governo è di nuovo assediato, può muoversi solo a Mogadiscio e a Baidoa, città vicina al confine etiope dove per anni ha stabilito la sua sede quando non poteva raggiungere Mogadiscio. I somali alla fine hanno piegato l'esercito etiope, i signori della guerra e hanno anche trovato il tempo di farsi beffe dell'iniziativa internazionale contro la pirateria. Con le coste assediate da una forza multinazionale che va dall'US Navy alla marina russa, comprendendo una dozzina di altri paesi, i somali continuano a sequestrare navi con crescente successo. Proprio due giorni fa hanno fatto il colpo grosso catturando la mega-petroliera saudita Sirius Star e altre due imbarcazioni di passaggio, sotto gli occhi della flotta multinazionale.

Le recenti ammissioni del fallimento, sia da parte del presidente somalo Yusuf, che da parte del governo etiope, non hanno smosso una foglia della diplomazia internazionale. I tempi sono poco propizi, con la crisi in corso i paesi ricchi e le potenze interessate non hanno tempo e risorse da dedicare ad una crisi regionale, se non fosse che gli atti di pirateria feriscono il sacro commercio, della Somalia non se ne parlerebbe neppure. Non se ne parla nemmeno nel nostro paese che qualche legame storico con la Somalia ce l'avrebbe e avrebbe anche qualcosa da farsi perdonare dai somali, se non per segnalare un paio di suore italiane rapite o la lapidazione di una ragazzina da parte degli islamici. Migliaia di somali morti e centinaia di migliaia profughi o esuli non interessano per niente: due anni con testa girata dall'altra parte.

Nulla accade per caso, l'Africa sembra completamente uscita dall'infosfera globalizzata, inghiottita in un immenso buco nero, tanto che ormai l'ONU deve ridurre le razioni alimentari che tengono in vita qualche decina di milioni di persone attraverso il continente. Questo perché non si riescono a riscuotere dai paesi donatori un centinaio di milioni di dollari. Un particolare illuminante in un periodo nel quale si stanno bruciando migliaia di miliardi di dollari sul rogo della crisi finanziaria. Questo calo d'attenzione fortunatamente è presente anche sul versante delle attenzioni moleste, molti gruppi internazionali e molti paesi hanno oggi problemi ben più impellenti dei piani sulla Somalia

Non resta che sperare che l'Etiopia decida di ritirarsi senza dare corso ad ulteriori rappresaglie e vendette e che la Somalia riesca da sola a darsi una stabilità dalla quale ripartire e sulla quale ricominciare a costruire un paese che é ormai completamente distrutto. Un cammino reso difficile dalle ingerenze straniere, ma l'unico possibile per un popolo che da troppi anni può scegliere solo tra la guerra e la diaspora in un mare d'indifferenza.
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mercoledì, 19 novembre 2008

Crickets' wars



2743790726_2c34b83e06La battaglia contro la temibile Casta si ingarbuglia, i grillati si accorgono in ritardo di aver preso un pacco dagli amici. Clicca sulla  foto per sentire cosa si stanno dicendo.
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martedì, 18 novembre 2008

Colpo grosso dei pirati somali

 

Nonostante lo spiegamento di naviglio da guerra internazionale, i pirati somali sono riusciti a catturare la preda più grossa di sempre. Grande come una portaerei, ma con un dislocamento quattro volte superiore a pieno carico, la Sirius Star è la nave più grande mai catturata. Si tratta di una petroliera di proprietà della società petrolifera saudita Aramco, che può trasportare due milioni di barili di petrolio. I 25 membri dell'equipaggio sarebbero incolumi.

Nel mentre, le trattative per la restituzione della motonave Faina, un cargo ucraino carico di armi per l'esercito del Sud Sudan, in corso da settimane, non sono ancor giunte in vista di una conclusione.

Il vasto spiegamento di forze navali internazionali fino ad oggi ha riscosso solo qualche parziale successo, mentre i pirati sono parsi organizzarsi e diventare sempre più efficaci e professionali, mettendo in piedi un vero e proprio business nazionale. Nonostante la feroce occupazione etiope del paese duri da quasi due anni, l'esercito di Adis Abeba non sembra in grado di dare alcun contributo contro la pirateria.


Ship+Photo+SIRIUS+STAR

 

Curiosando sulla storia della nave, si scopre che è un mostro, una vera e propria dimostrazione dello stato dell'arte del gigantismo navale e che è nuovissima, essendo stata varata a marzo da cantieri coreani su commissione di Vela, che è una holding degli emirati che trasporta il petrolio dell'Aramco. Poi si scopre anche che questa nella foto sopra è meno della metà della nave e che i pirati l'hanno catturata piena. Il che pone seri problemi in caso di blitz militare, essendo il rischio di un disastro ecologico particolarmente inquietante con due milioni di barili di petrolio a bordo, molto più preoccupante della perdita del valore del petrolio (relativo) o di quello ben più elevato dell nave. Vela ha emesso un breve comunicato stampa per annunciare che il personale è in salute e che osserverà il silenzio stampa fino al termine della delicata vicenda.

 

siriusstar01siriusstar02

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lunedì, 17 novembre 2008

Fate l'Università a Bologna. Porno post


Questa è una sfacciata pubblicità a luci rosse.

Come tutti i bolognesi che sono coscienti dell'arricchimento non solo materiale procurato dalla locale università, sono abbastanza preoccupato del recente calo di iscritti. Non vorrei che questo calo fosse determinato dall'immagine di città dei divieti che il povero Sergio Cofferati ha sparso per farsi bello con tutti gli italiani vicini a lontani e per questo faccio un po' di Pubblicità Progresso.

Lo sceriffo in realtà non ha piegato la vitalità cittadina, al contrario ne è uscito sconfitto.


A chi pensa che Bologna sia ormai una città adatta solo ai vecchietti e ai morti di sonno, consiglio di verificare con i proprio occhi cosa succede per le strade di Bologna, nel centro fortificato dallo sceriffo, in un tranquillo weekend di divieti. Due video che spiegano più di mille parole.


A margine ciascuno potrà valutare il civile e sereno contegno degli spettatori, pur accorsi numerosi. A testimoniare ancora una volta, che degrado e inciviltà non sono patrimonio comune dei giovani e meno giovani che vivono la notte.
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lunedì, 17 novembre 2008

Afghanistan: Karzai vuol far la pace con il Mullah Omar

mullahOmarSmIl presidente afgano Karzai ha offerto l'immunità al famigerato Mullah Omar se questi vorrà partecipare ai colloqui di pace al quale lo stesso presidente lo ha invitato.

Karzai ha anche aggiunto che se Gli Stati Uniti o altri paesi occidentali sono in disaccordo, possono sempre lasciare il paese o rimuovere lui stesso dalla carica: "Se sento da lui che vuole venire in Afghanistan per negoziare la pace...io, come presidente dell'Afghanistan, farò qualsiasi cosa per garantire la sua protezione. Se dico che voglio protezione per il Mullah Omar,  allora la comunità internazionale ha due scelte: rimuovermi o lasciare il paese se non sono d'accordo. E sono buone entrambi. Se sarò rimosso per la pace in Afghanistan, sarò molto felice. Ma se non sono d'accordo possono andarsene. Ma non siamo ancora a qusto punto."


0806bush_karzaiSulla testa del Mullah Omar, un tempo massima autorità afgana sotto il dominio talebano e ancora oggi riconosciuto leader, pende ancora una taglia di decine di milioni di dollari e ancora oggi dovrebbe essere il principale obiettivo della caccia americana, il fatto che se ne parli poco dipende esclusivamente dal prolungato insuccesso nel perseguire la sua cattura.
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domenica, 16 novembre 2008

Mezzo Molise va in galera, ma non lo dice nessuno.


Poco tempo fa Il Giornale di Berlusconi aveva parlato dell'inchiesta denominata "Black Hole" come di una montatura dei magistrati "comunisti", un espediente per mettere in piazza decine di galantuomini coinvolgendoli in un procedimento che sarebbe morto per mancanza di prove e Carlo Giovanardi aveva definito l'inchiesta come surreale.

Povero, surreale, Giovanardi, ieri sono stati depositati 112 rinvii a giudizio e sono stati compiuti diversi arresti. I vertici istituzionali molisani saranno processati insieme a quelli dei carabinieri, dei vigili urbani e ad imprenditori e affaristi. Un montagna di accuse certificata da una montagna di intercettazioni, con un comandante dei carabinieri già arrestato dai colleghi e molto peggio. Un sistema para-mafioso che controllava assunzioni e forniture, giungendo all'intimidazione e al dirottamento delle indagini tramite complici coinvolti nel malaffare. Sullo sfondo una strage di tangenti o l'inventarsi false associazioni anticancro per spillare soldi al bilancio della sanità, un flusso di denaro che era il vero collante dell'associazione criminale.


depalmaE' finita di nuovo nei guai anche Patrizia De Palma (nella foto), che con Remo Di Giandomenico è la metà della coppia conosciuta come "i Ceausescu del Molise". Dei Ceausescu ha sicuramente la determinazione, che le ha permesso la consumazione di una lunga serie di reati, dal peculato, agli aborti clandestini (in gran parte fuori termine, lei che era obiettrice di coscienza), fino a vere e proprie violenze personali contro i colleghi colpevoli di ostacolarla. Ciliegine sulla torta la condanna per aver partecipato alla vendita di un neonato e quella per traffico di migranti. Un corposo articolo di Prima Pagina Molise fornisce i dettagli raccapriccianti, ma per queste colpe la signora ha scontato solo un paio di  in carcere, ritornando poi alla professione come se nulla fosse. Latita l'Ordine dei medici, che invece di espellerla a calci seduta stante, dopo anni non ha ancora trovato il tempo di portare a termine il procedimento d'espulsione nei suoi confronti.

Remo Di Giandomenico è invece il marito, già sindaco di Termoli, deputato UDC e molto altro, candidato nonostante la condanna della moglie e nonostante il verminaio sia già stato scoperchiato da qualche anno. Ma l'UDC si tiene anche Cuffaro, nessun stupore.

Un'operazione che decapita i vertici molisani e dimostra come le sue istituzioni fossero ormai nelle mani di un'associazione criminale rodata e priva di scrupoli, un panorama desolante nel quale i carabinieri hanno dovuto operre mentre colleghi infedeli e anche i vigili urbani cercavano di ostacolare le indagini con lo spionaggio e con l'intimidazione. Un comandante dei carabinieri sarebbe arrivato al punto di mandare un proiettile e minacce a suo fratello, ugualmente carabiniere, perchè desistesse dalle indagini. Il GIP descrive la banda arruolata nelle forze dell'ordine come:«Un vero e proprio settore separato dall'Autorità giudiziaria, dallo stesso Capo della Polizia e dalla stessa Arma dei Carabinieri e anzi collegato direttamente a uno dei più terribili centri di potere e di malaffare annidatosi nelle istituzioni del Basso Molise».

Anche il Vaticano si era scoperto scandalizzato e all'epoca dell'arresto della De Palma l'Osservatore Romano scrisse di
"Sepolcri imbiancati sulla Morale insanguinata dell'avidità", ma per Il Giornale di Berlusconi le prove sono un'optional, a la montagna di intercettazioni che ha provato il malaffare è da censurare, perchè per raccogliere intercettazioni e prove i carabinieri avrebbero ascoltato anche discorsi banali e privati. Sono tutti innocenti fino al giudizio definitivo e delle condanne già rimediate da Patrizia De Palma è meglio non parlarne per i moralisti a gettone berlusconiano.

Sepolcri imbiancati come il solito Giovanardi, che da deputato di Forza Italia fece un'interrogazione parlamentare sui costi dell'inchiesta, per inciso imparagonabili ai milioni di euro sottratti dagli imputati. Le stupidaggini di Giovanardi dimostrano che Forza Italia a livello nazionale ha cercato di difendere la banda e che Il Giornale di Berlusconi si è attivato per diffamare le forze dell'ordine e i magistrati, al fine di favorire un'associazione criminale per nulla presunta, viste le condanne già subite da De Palma ed altri. Sepolcri imbiancati come i giornali nazionali che confinano la notizia nei dintorni di -pagina 20 taglio basso- o a bucare del tutto la notizia.

Non stupisce che nemmeno un politico nazionale si sia fino ad ora espresso sulla chiusura dell'inchiesta che ha decapitato il Molise (coinvolto anche il presidente della regione), come similmente è successo pochi mesi fa in Abruzzo. Allora fu più rumorosa la solidarietà per il "galantuomo" Del Turco che per il sottostante scandalo epocale, oggi il coinvolgimento di un notabile dell'IDV tiene lontano persino Di Pietro il legalitario.

Di legalità e dei suoi paladini non c'è traccia in Molise, dove i "buoni" combattono soli contro tutti per difendersi dai sopprusi della banda e dove pezzi di stato cercano di difendere medici presi a botte in ospedale da gente come la De Palma, carabinieri che si ritrovano Caino per fratello e migliaia di utenti della sanità pubblica nessi in pericolo mortale in nome della smodata avidità dei "cattivi". Una situazione che ha spinto politici ed affaristi ad agire con tale spudoratezza che non è stato difficile incastrarli, la paradossale difficoltà per gli inquirenti è stata proprio quella di assemblare una mole impressionante di prove per una mole altrettanto impressionante di reati, ben 117 capi d'accusa.




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sabato, 15 novembre 2008

La - crescita negativa- arriva anche nell'Eurozona


A pochi giorni dall'annuncio ufficiale negli Stati Uniti, anche l'Eurozona si riconosce oggi in recessione dopo il secondo quadrimestre di crescita negativa o, horribile dictu, di decrescita.

La parola tabù, non si capisce l'uso del termine "crescita negativa" se non per evitare l'uso di sinonimi evocanti concetti che la mistica mercatista repelle, al punto di cancellarli dal panorama semantico. Il controllo del senso è importante, ma parlare di crescita negativa è quasi lisergico. Nessun imprenditore dirà mai che i suoi guadagni hanno avuto una crescita negativa e non solo per paura di sembrare strano, eppure esiste una forte corrente di produzione del senso che afferma e mantiene nella cronaca economica finzioni semantiche come la crescita negativa, diversioni che qualcuno impone nell'immaginario collettivo ed elegge a unica traduzione di una brutale contrazione dell'economia e dei commerci. Avere il privilegio di nominare le cose è utile e nella lotta politica la costruzione del senso passa attraverso la loro introduzione e rafforzamento, a sostenere la narrazione che si vuole dominante. La crescita negativa nasce sicuramente da quelle parti, perchè quelli che hanno creato le illusioni contabili sponsorizzano, notoriamente, altri che creano queste illusioni semantiche.

Gli indicatori Eurostat volgono al negativo, ma non occorrevano grandi conferme. Resta da capire come il ribasso del costo del denaro, una delle poche misure che sembrano in campo, possa soccorrere le aziende in crisi a causa del crollo verticale dei mercati. La capacità produttiva dell'Eurozona non trova clienti, le aziende vanno in sofferenza e la difficoltà a reperire credito impedisce di immaginare strategie di sopravvivenza. In tutta Europa sono ormai centinaia di migliaia i lavoratori che hanno perso il lavoro, alimentando il loop che deprime i consumi e con quelli la domanda.

Gli altri paesi europei fuori dall'euro non stanno meglio, a giorni si attende un identico annuncio dalla Gran Bretagna.
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venerdì, 14 novembre 2008

Renato Brunetta: un fannullone sfacciato e confesso

 

A seguito dell'anticipazione di un articolo de L'Espresso su Renato Brunetta, si è appreso che nel corso dei suoi mandati elettivi il ministro anti-fannulloni, in Italia come a Bruxelles, ha sempre frequentato il minimo necessario ad assicurarsi diarie e stipendi, con singolare costanza e precisione, quasi con scientificità.

La prima parte dell'articolo-inchiesta è davvero chiara in questo senso. Poi l'Espresso ripercorre la carriera accademica, anche questa caratterizzata dallo scarso impegno e da promozioni assai acrobatiche e linfine ripercorre l'arricchimento economico di Brunetta. In questo caso ventilando l'ipotesi di favoritismi dietro ad alcune operazioni immobiliari particolarmente redditizie.

Brunetta ha risposto con veemenza, suggerendo poi con grande eleganza a L'Espresso di fare inchieste su De Benedetti, che è azionista di riferimento del giornale. Sorvolando sulla carriera e sulle fortune economiche, come sulle risposte picccate di Brunetta a queste contestazioni, si perviene comunque alla clamorosa confessione dell'assenteista-record, che merita così  di assurgere a notizia. Scrive il sedicente piccolo genio che:  "Inoltre, faccio osservare che i dati sulle presenze sono tratti dal mio sito, cioè resi pubblici da me. Attendo un’inchiesta su quanti si sottopongono alla medesima disciplina della trasparenza. Sul mio sito (www.renatobrunetta.it) è già presente abbondante documentazione."

Poco sopra aveva sostenuto che nessuno lo può giudicare per la scarsa mole di lavoro offerta al bene pubblico in cambio di stipendi di giada, solo: "Gli elettori, unici a dover valutare il lavoro degli eletti" possono sindacare il suo operato, ma visto che lo hanno rieletto vuol dire che va bene così. In questo caso il riferimento sembra limitato ai suoi elettori. Che comportamenti del genere siano per principio ingiustificabili, non gli sovviene, così come sembra non dare alcuna importanza al fatto che dopo aver cinto lo spadone di nemico degli assenteisti, si scopra che è  stato per tutta la sua carriera un'assenteista sistematico. Casualmente si tratta proprio di quel Renato Brunetta lì, ma Brunetta sorvola il dettaglio. Un esempio negativo per quasi tutti, ma anche un recordman al quale guarderanno con invidia fior di fannulloni.

brunetta-renatoSembra non l'abbia ancora rilevato nessuno, da qui l'interesse per le vicende di questo gran castigatore di costumi. Qui Brunetta sembra essersi cotto il cervello e pensare che in qualche maniera sia sufficiente il fatto di aver resi pubblici i dati che certificano le sue qualità di pervicace assenteista, per considerare esaurita la faccenda.

Da L'Espresso: In dieci anni è andato in seduta plenaria poco più di una volta su due. Per la precisione la frequenza tocca il 57,9 per cento. [...] Nella legislatura 1999-2004 ha varcato i cancelli solo 166 volte, pari al 53,7 per cento delle sedute totali. "Quasi nessun parlamentare va sotto il 50, perché in tal caso l'indennità per le spese generali viene dimezzata", spiegano i funzionari di Strasburgo. [...] Il trend di Brunetta migliora nella seconda legislatura, quando prima di lasciare l'incarico per fare il ministro firma l'elenco (parole sue) 148 volte su 221. Molto meno comunque di altri colleghi di Forza Italia. [...] da vicepresidente della commissione Industria, tra il 1999 e il 2001 ha partecipato alle riunioni solo la metà delle volte, mentre nel biennio 2002-2003, da membro titolare della delicata commissione per i Problemi economici e monetari, si è fatto vedere una volta su tre. Strasburgo è lontana dall'amata Venezia, ma non si tratta di un problema di distanza. A Ca' Loredan, nel municipio dove è stato consigliere comunale e capo dell'opposizione dal 2000 al 2005, il nemico dei fannulloni detiene il record. Su 208 sedute si è fatto vedere solo in 87 occasioni: quattro presenze su dieci, il peggiore fra tutti i 47 consiglieri veneziani.

Numeri inequivocabili, l'autenticità dei quali è rivendicata dallo stesso Brunetta mentre cerca di dire che è stato bravo a metterli sul suo sito, come non fossero dati pubblici a portata di qualsiasi giornalista professionista, come se l'assenza di pudore che diventa sfacciataccine sprezzante non costituisca un'aggravante di un comportamento già censurabile. Non solo non c'è traccia di imbarazzo, ma ci viene offerto un vero e proprio esercizio di arroganza da parte di questo ministro trasparentemente assenteista.

Numeri che dicono che Renato Brunetta ha alle spalle una lunga storia di assenteismo e di utilizzo delle tattiche tipiche degli assenteisti in mala fede, ma cosa non sembra aver turbato nessuno. La politica italiana è satura di gente che moraleggia da pulpiti inguardabili, ma è giusto che le vittime della demagogia di Brunetta sappiano che a decidere delle loro vite è un ipocrita che detiene alcuni importanti record d'assenteismo, dei quali peraltro non si vergogna minimamente.

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categoria: italia, trash, truffe, infowatch


giovedì, 13 novembre 2008

Processo Diaz-G8: assolti i galantuomini

 

Durante l'irruzione alla scuola A. Diaz di Genova, nel 2001, furono commessi numerosi reati. A commetterli furono singoli, non graduati, che hanno trasceso durante un'operazione legittima e condotta da galantuomini.

1226580325053_001Questo sembra voler dire la sentenza che assolve i graduati e condanna le figure semplici. Nessuna condanna per chi stava fuori dalla scuola a dirigere e organizzare la "macelleria messicana". Nessuna condanna per chi ha ordinato un'operazione illegittima predisponendo false ragioni nella forma di due bottiglie molotov e false accuse.

Quello che colpisce è che "il fatto non sussiste" nemmeno per dimostratissimi falsi e dichiarazioni platealmente incongruenti, non sussistono nemmeno la schiera di verbali falsi, le montagne di "non ricordo" e la sostanziale complicità nell'ostacolare il riconoscimento dei colpevoli, emersi nel corso del dibattimento.

Non sussiste la giustizia, verrebbe da dire, quando lo stato non ha la forza di condannare chi tra i suoi ha commesso reati, con o senza sostegno e assenso governativo. Sostegno e assenso che in questo caso non sono mancati, così come non sono mancate le dichiarazioni disgustose a commentare questa "vittoria", e altre ne dovremo subire. Per il governo, che ha schierato l'Avvocatura dello Stato a difesa dei condannati e dei loro superiori, la sentenza dimostra che ci furono solo reati commessi da individui, nessuna regia istituzionale, nessuna scorrettezza processuale tra le tante che hanno lasciato allibiti i PM.

Se anche fosse, viene da chiedere perchè lo stesso governo abbia promosso funzionari incapaci di impedire la commissione di gravi crimini  da parte degli uomini sottoposti al loro comando e quali note di merito abbiano accumulato ostacolando platealmente l'inchiesta. A pagare, pasolinianamente, saranno le bestie mandate al massacro, quelli con lo stipendio da operaio che rischiano la vita e condanne penali per eseguire gli ordini di gerarchie di impuniti.

L'Italia si allontana ancora dall'Europa, dimostrandosi incapace di assicurare i diritti fondamentali garantiti a tutti gli europei, per non parlare di quelli garantiti dalla Costituzione Italiana. Molte delle vittime della violenza poliziesca sono straniere ed è facile immaginare che l'eco della sentenza ci procurerà la solita palata di sacrosanto discredito. Prevedibile è un prossimo ricorso in Cassazione contro le assoluzioni.

A certe e ricorrenti e pelose solidarietà, come quella dell'estrema destra che si scaglia contro la sentenza, non si può replicare che con la solita risposta. Molto più difficile sarà spiegare una sentenza del genere senza sollevare riserve sulla pesante pressione politica e sulle pesanti responsabilità istituzionali che sembrano fare capolino dietro a questo epilogo giudiziario. 

Resta una sentenza di condanna di fronte alla quale forze del'ordine e governo esulteranno. Una peculiarità tutta italiana quella di esultare sfacciatamente quando i sottoposti sono condannati in luogo dei dirigenti, negli altri paesi europei una sentenza del genere avrebbe almeno richiesto la rimozione dei funzionari e dei politici coinvolti nella catena di comando. Noi invece ce li ritroveremo in televisione ad affermare sprezzanti che la "macelleria messicana" è stata "solo" una somma di crimini individuali. Un'offesa alla cittadinanza e alla democrazia molto peggiore delle manganellate.

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categoria: movimenti, truffe, proteste, repressione, diritti civili, bug di sistema, elitarismo


giovedì, 13 novembre 2008

Vigilanza RAI al trasformista traditore

 

00010369Da presidente del Napoli Club Parlamento a presidente della Commissione di Vigilanza della RAI, per Riccardo Villari è stato un bel colpo.

Mortificata l'opposizione che vede eletto in suo nome un trasformista, grazie al voto della maggioranza e di due franchi traditori nelle sue fila. Non che ci si potesse aspettare molto dalla pattuglia di rottami una volta democristiani all'interno del Partito Democratico. Era chiaro cìfin da subito che tipo di Valore aggiunto" avrebbero portato i compari di Ciriaco De Mita e gli scarti di DC che non erano finiti alla mensa di Berlusconi.

Appena fosse giunta la chiamata con prebenda acclusa, avrebbero saltato il fosso, così come già fecero i loro epigoni quando in risicata maggioranza era il centro-sinistra. La vera novità politica sarebbe stata se il Partito Democratico invece i imbarcare di fare la guerra a sinistra avesse buttato a mare questo pattume politico, ma non si può pretendere molto da chi sta ancora cercando di farsi sodomizzare nell'apposita bicamerale, attesa con impazienza.

C'era un accordo nel Partito Democratico per il quale in caso di blitz della maggioranza il fortunato si sarebbe dimesso, ma Villari ha ovviamente già fatto sapere che aprirà un giro di consultazioni istituzionali e poi farà sapere le sue decisioni. Le possibilità che Villari si trasformi definitivamente per il PD in una ombrello di Altan sono abbastanza elevate.

Dicevano di Villari: "Il parlamentare del Pd e' un politico 'navigato' con un passato nella Dc, poi nel Cdu di Buttiglione (e quindi nell'allora Casa delle Liberta'), per passare poi nell'Udeur di Mastella e approdare alla Margherita e quindi al Pd". Già nel 2006 dicevano di peggio, chiedendone l'allontanamento dal partito: " Il deputato campano Riccardo Villari, ora vicino a Ciriaco De Mita, si sta esibendo in una escalation di dichiarazioni imbarazzanti.  Ieri ha chiesto la rinuncia alla medaglia olimpica ad un povero atleta sudtirolese di madrelingua tedesca perchè non conosceva le parole dell'Inno di Mameli; oggi rilascia una livorosa intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno in cui attacca la decisione della Giunta Regionale Campagna di porre uno stop alla privatizzazione selvaggia dell'acqua nella regione, tra l'altro condendo l'intervista di giudizi offensivi nei confronti di Antonio Bassolino, Nichi Vendola, Padre Alex Zanotelli e Beppe Grillo."

Di chi sia il discutibile merito della sua presenza in Parlamento, è abbastanza chiaro, chi è causa delle sue Binetti pianga se stesso. Intanto piangono Di Pietro e Leoluca Orlando, altro discreto detrito democristiano

postato da mazzetta alle ore 20:23 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: italia, politica interna, truffe


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