mazzetta

Ce la possiamo fare...
lunedì, 25 agosto 2008

Terroristi spettacolari

Sono giorni ormai che stanno tutti a chiedersi che fine abbiano fatto l'opinione pubblica e l'impegno civile, l'interesse per la politica.

L'omicidio perfetto è quello che nemmeno l'assassino sa di aver commesso

Questi non recano traccia di alcuna consapevolezza, non dico di aver letto "La società dello spettacolo", ma dell'essere loro stessi gli agenti della forza che ha cancellato la rappresentanza di qualsiasi posizione non sia gradita ai padroni dell'informazione e troncato qualsiasi opposizione che non avesse il loro preventivo benestare

Quelli che hanno chiamato "terroristi" i cittadini preoccupati che provavano a mobilitarsi, quelli che sui media li hanno cancellati, derisi, umiliati e calunniati, oggi si chiedono, tra loro, cosa sia successo.

Quelli che hanno misurato qualsiasi protesta sul preventivo aderire ai modi ammessi e sulla quantità di cartacce lasciate per terra in mancanza di vandalismi, quelli che non hanno avuto la decenza di vergognarsi per quanto accaduto a Genova, si chiedono dove siano finite tutte quelle persone animate da buoni sentimenti.

Immemori di tutto, delle letture giovanili come dell'ostracismo di stampo mafioso e clientelare che esercitano da decenni verso qualsiasi istanza non sia ben disposta verso il grande mercato delle vacche, questi tromboni approfittano del vuoto estivo per dirsi stupiti, preoccupati e che si stava meglio quando si stava peggio, insieme ad altre banalità.

Debord_SofSMentre il Corriere continua a martellare con le cagate pazzesche dei philosophes a pagamento (BHL e Glucksmann sulla Georgia hanno spinto persino Pigi Battista a prendere distanza dalle loro balle inverosimili) senza che nessun politico abbia ad eccepire, mentre nessuno si sogna di chiedere conto o discutere della nostra politica estera passata e presente, figurarsi di quella sociale, questi si chiedono dove siano i cittadini.

Eppure la risposta è facile: cittadini sono impegnati a sopravvivere mentre Tremonti li prende per il culo vestito da Robin Hood e mentre quelli che occupano gli scranni dell'opposizione fanno la gara dei divieti contro i poveri cristi ad inseguire la destra più ignorante e sozza d'Europa.

Sozzi pure loro, l'Abruzzo, la Campania e moltri altri governi regionali sono sentenze già passate in giudicato per l'opinione pubblica, che manderebbe Del turco e soci anche all'ergsatolo se avesse la dimensione delle stragi provocate da questi signori. Basterebbe la vicenda della discarica di Bussi, la peggiore e più invisibile discarica d'Italia, che fa e farà vittime per decenni tra la popolazione abruzzese, ma l'allarme si è spento sul nascere anni fa e migliaia di malati e nascite deformi incombono sui compaesani del Tonino giustiziere, che magari si beve pure lui l'acqua avvelenata e nemmeno lo sa.

Lo stesso livello d'allarme sanitario vale per vaste zone in regioni del Sud come del Nord, tutto è lasciato alla fantasia dei criminali e dei tangentari, anche le scorie nucleari.

Chiedete ai fan della tolleranza zero se gli amministratori che consentono platealmente che tutto questo accada, meritino l'ergastolo o pene esemplari e si solleverà una nuvola di cavilli.

Tutti d'accordo, il rumeno che ruba le sigarette merita la pena di morte per mano del derubato, sentenza ad esecuzione immediata, passa immediatamente in giudicato.

Chi invece attenta alla salute di milioni di persone attraverso più generazioni, invece va "garantito" da un processo eterno, letteralmente infinito, sono tutti presunti innocenti fino all'ultimo grado di giudizio. L'immigrato che perse la la famiglia nella strage di Erba invece era colpevole ancora prima che ci fosse il tempo di sapere che invece si trovava all'estero. Nessuno ha ancora chiamato assassini il proprietario e i medici della “clinica degli orrori”, dove si faceva strage di vecchietti per aumentare il fatturato.

I cittadini hanno dato, se la nostra classe dirigente vuole giocarsi questo gioco da sola lo faccia, hanno capito tutti benissimo e oggi chi si avvicina ai partiti lo fa solo in cerca di vantaggi materiali e personali.

I cittadini che partecipano hanno preso oltre 15.000 denunce e svariate condanne negli ultimi anni, si finisce in galera (e ci si resta) per scritte sui muri e volantini, per danneggiamenti, mentre i grandi ladri pagano dazio in villa e i grand commis portano a casa premi di giada per aver agevolato il sacco dei beni pubblici. Mentre il virtuoso ed efficace capo dell'agenzia dei farmaci viene messo alla porta e ogni persona appena che onesta si sente mal sopportata nello spazio pubblico.

Nemmeno la sublimazione dell'indignazione popolare nello spettacolo di Grillo è stata confacente, anche quella era da stigmatizzare e da reprimere.

Non è rimasto alcuno spazio d'espressione, se non qualche meandro della rete e questi adesso cadono dal pero gridando alla scomparsa della cittadinanza, senza rendersi conto che la cittadinanza è evidentemente stanca del pessimo spettacolo offerto dalla società spettacolare, mentre la realtà della depressione economica si incarica di svegliare sempre più persone dal torpore catodico.

Lo spettacolo c'è ancora, ma sono finiti i popcorn

debord_wIl pubblico si spazientisce e non segue più lo spettacolo, gli attori si chiedono perché sono venuti a noia. I più avvertiti, quelli che sanno che il pubblico è ormai esso stesso pilastro spettacolare, cercano insistentemente nuove formule per ricondurre le pecorelle smarrite all'ovile, ma lo spettacolo non riempie la pancia come riempie la testa. La teoria dello spettacolo infinito si trova a combattere un agente potente: la noia. I cittadini non restano mobilitati a lungo contro il finto pericolo islamico e si prova a rianimare lo zombi sovietico, si susseguono i blitz contro gli stranieri, i fannulloni,

Cittadini che hanno fatto la fine riservata in ogni tempo ai colonizzati, subendo la -soppressione dell'informante nativo- e della sua storia, della sua cronaca. La loro sostituzione con l'appropriata realtà spettacolare, soppresse le sofferenze dei popoli e proposte al loro posto le tragedie utili. Dalle cronache spariscono le guerre, sostituite da conflitti spettacolari selezionati, così come le sofferenze degli italiani sono nascoste sotto un diluvio di incidenti stradali e crimini bagatellari: pseudo-avvenimenti che ripetuti all'infinito plasmano una realtà spaventevole alla quale offrire rimedi altrettanto spettacolari quanto virtuali. La virtualità/realtà spettacolare ha ucciso ogni opposizione reale e la prova è nella sparizione dei movimenti di liberazione nazionale. Non è che siano spariti, è che sono stati uniformati all'interno della categoria terroristi, facendo la felicità di tutte le autocrazie. Nel tempo del trionfo della democrazia sui grandi totalitarismi, assistiamo all'omicidio concettuale della ribellione. La rivolta contro l'occupazione e l'ingiustizia sono all'improvviso confinate fuori dal reale, non se ne ammette l'esistenza. Un dogma che, cancellandole dal panorama spettacolare, le espelle dalla realtà spettacolare con grande efficacia. Lo stesso accade alla partecipazione e alla critica dei cittadini.

Nessuno chiederà mai conto agli agenti spettacolari delle loro affermazioni clamorosamente false, della loro responsibilità per enormi massacri e per aver scatenato la guerra in almeno tre paesi senza successo in alcuno. Un sindaco dice oggi che a rendere ingestibile il problema della sicurezza sono le vittime che, vedi tu, si sono messe ad agevolare i criminali. E c'è la fila tra quanti con lui cantavano la storia della criminalità senza controllo per dargli ragione. Non è poi così strano se anche il ministro ombra della giustizia, dice dall'opposizione che i cittadini si devono poter difendere, commentando la fucilazione del ladro rumeno senza sollevare scandalo. Per diventare vedette dello spettacolo occorre conoscere ed interpretarne il copione alla perfezione.

Come si parla di piccola criminalità per distrarre l'attenzione dai grandi criminali, così si denunciano piccoli conflitti per nascondere le immense stragi appoggiate dalla nostra dirigenza. Le vedette dello spettacolo non hanno paura di sostenere oggi il contrario di quello che sbraitavano ieri ed è facile verificarlo empiricamente. Gli stessi che spingevano a forza di menzogne per invadere illegalmente l'Iraq, sono oggi ad agitare alternativamente il pericolo russo e quello cinese. L'aggressione georgiana, dopo un attimo di sbandamento dovuto alla sorpresa, diventa colpa dei russi che reagiscono troppo brutalmente. A loro non è concesso quello che è concesso agli Stati Uniti e perfino a un tabaccaio di provincia.

Gran parte degli italiani non si è nemmeno accorta che nella nostra ex-colonia somala è in corso una carneficina per mano della peggiore dittatura africana, forse perché ad armare la mano dell'Etiopia sono gli Stati Uniti, tanto alleati che i loro piani sanguinari e balordi non possono nemmeno essere discussi. Ai cittadini tocca bersi qualsiasi panzana quando si parla di guerre, ma il plot è evidente: quelle che combattiamo noi sono giuste animate da nobili propositi, gli altri sono tutti criminali o spinti da intenzioni malvagie. Anche questo gioco però è venuto a noia, non appassiona più le folle. Non si può pretendere che a gioco lungo tutte queste incongruenze non siano colte dal pubblico, magari anche solo a livello inconscio, e non generino disaffezione, quando la trama è scritta male gli effetti speciali servono a poco e la sovraesposizione genera repulsione. Grande è la sorpresa quando una disgrazia prevista e prevedibile si abbatte sulla società, ma lascia immediatamente il posto alla riscrittura e spettacolarizzazione della catastrofe. L'altissima professionalità degli agenti spettacolari non delude mai, ma la rincorsa allo stupore esponenziale, come quella alla crescita infinita, prima o poi si infrange contro solidi limiti fisici e fisiologici.

La società dello spettacolo si fonda sull'abbondanza ed accessibilità delle merci, sul superamento dei bisogni primari e sulla creazione di bisogni indotti. Se la congiuntura danneggia il meccanismo fino a mettere in pericolo la soddisfazione dei bisogni primari (veri o percepiti come tali), la società dello spettacolo non ha risposte, non si pone nemmeno le domande, condannata com'è a replicarsi infinitamente senza mai correggere il copione, tutti continuano ad invocare la crescita senza darsi altra pena che non quella di indicare responsabilità lontane ed intangibili. Slogan vuoti, le sinergie, la qualità totale, la globalizzazione, il libero mercato, la crescita. Paraventi della propaganda non meno di quanto non lo siano state le armi di distruzione di massa di Saddam.

Le -opposizioni spettacolari- divengono inutili e la loro residua credibilità crolla con l'avanzare dell'evidenza della loro incapacità nell'affrontare i problemi reali, vivendo quella che è - a tutti gli effetti - una dimensione aliena al reale, per quanto a sua volta capace di creare e incidere la realtà. Le opposizioni spettacolari sono nude, la loro essenza falsamente alternativa non ha più copertura intellettuale o sociale, restano gli sciocchi e i famigli a gestire l'ordinaria amministrazione, restano gli inadatti a riempire il pubblico dibattito. Quelle nel nostro paese sono così stupide da aver lasciato le chiavi dello spettacolo nelle mani dell'avversario, non stupisce che non siano nemmeno capaci di conquistare la direzione dell'esistente, figurarsi riformare qualcosa.

A questo punto gli agenti dello spettacolo si scuotono dal torpore estivo e sembrano interrogarsi, sembrano intuire che qualcosa non funziona, sembrano intuire che ci deve essere qualche grosso errore da qualche parte, il calo degli spettatori e della loro partecipazione è evidente, ma le risposte non arrivano. Nemmeno la magica illusione del libero mercato funziona più, l'hanno capito tutti che il libero mercato non esiste da nessuna parte, molto prima che il governo americano annunciasse al mondo l'esistenza della garanzia pubblica implicita su Fannie Mae e Freddie Mac. Esiste solo una folle corsa all'accaparramento delle ricchezze, che senza regole si trasforma in guerra aperta e senza limiti. Una guerra che crea utili tutto sommato modesti ed effimeri, bruciando in cambio immense ricchezze collettive, senza curarsene e senza trovare opposizione.

Si cerca l'assassino ed è come nella parodia di un giallo, con questi che davanti al cadavere snocciolano deduzioni sul possibile colpevole, fingendo di non di avere ciascuno una mano grondante di sangue a stringere un coltellaccio.

Non c'è da temere per loro, la nostra classe parlante non è meno torpida verso l'interesse comune di quanto non lo sia la nostra classe politica, il tormento passerà presto, già la settimana prossima ricomincia il campionato.

Se tra qualche anno, qualche ragazzino roso dall'impotenza si metterà in testa che l'unica alternativa è sparare a qualche vedette e vedere l'effetto che fa, potete star certi che almeno uno tra quelli che ha preso parte a questo dibattito estivo se ne ricorderà e collegherà i due eventi in apparenza così distanti.

Sarà solo un attimo, prima che prenda il sopravvento l'abitudine e che quella stessa persona scatti come una molla a gridare insieme a tutti gli altri: terrorista!

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venerdì, 22 agosto 2008

Il Pakistan da Musharraf alla brace


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Con le dimissioni di Pervez Musharraf da presidente, si apre una nuova era per il Pakistan, non necessariamente migliore di quella conclusa con l'abbandono del potere conquistato nel 1999 con un colpo di stato. Musharraf non è stato il populista che ha incantato le folle e nemmeno è stato latore di particolari innovazioni ideologiche, ma piuttosto il rappresentante di una casta militare che si ritiene custode della repubblica pachistana, non diversamente che in Turchia. Buon amico degli USA, Musharraf emerge come capo dei temibili servizi pachistani (ISI) e prima ancora come loro comandante sul terreno afgano, durante la guerra per procura all'occupante sovietico. Sono gli anni nei quali al suo comando c'è un saudita destinato a diventare famoso: Osama Bin Laden. L'esercito pachistano è uno Stato nello Stato. Fin dalla fondazione del paese, allora diviso in East e West Pakistan dopo lo smembramento dell'impero coloniale britannico in Asia, ha assunto la tutela del paese contando su due fondamentali sostegni esterni, quello militare fornito dagli Stati Uniti e in misura minore dalla Cina, e quello economico assicurato dall'Arabia Saudita.

Il legame con gli americani risale ai tempi dell'indipendenza, quando cercando di affrancarsi dall'influenza coloniale i generali saltarono dalla pentola britannica alla rovente brace americana. Perno dell'anticomunismo in Asia meridionale, insieme all'Iran della monarchia Pahlevi, l'esercito pachistano ebbe licenza di uccidere dai governi statunitensi. Lo testimoniano le minute dei discorsi tra Nixon e Kissinger, recentemente pubblicate. Il dinamico duo riteneva pericolosi gli infidi indiani e per questo non esitò ad autorizzare il generale Yaya ad invadere l'East Pakistan (ora Bangleadesh) e a uccidere tre milioni di pachistani. Non deve quindi meravigliare che il tramonto di Bush coincida con la temporanea eclissi dei generali. Da allora le fortune dell'esercito pachistano sono state legate ai governi americani di segno repubblicano. Grandi fortune durante gli anni di Reagan e Bush I, periodi in ribasso durante le amministrazioni Carter e Clinton. Proprio durante il periodo di distanza precedente alla presidenza di Bush II, i militari pachistani hanno ballato da soli, ponendo le basi di quella che sarà la grande War on terror. Nel 1998, di fronte ad una amministrazione Clinton che spinge Benhazir Bhutto a prendere controllo del programma nucleare, i generali prendono il potere e rispondono palesando il segreto di Pulcinella: il Pakistan è una potenza atomica.

Con i finanziamenti di Iran, Libia ed Arabia Saudita e la collaborazione tecnica di molti paesi, anche occidentali, il programma per la “bomba atomica islamica” è giunto a completamento senza essere mai ostacolato dalle amministrazioni repubblicane, convinte che le atomiche degli amici islamici, come quelle degli amici ebraici, sarebbero state di grande giovamento nel bilanciare quelle “comuniste” o quelle indù. Quando nel 2003 si “scoprirà” che il Pakistan ha fornito materiali e ordigni nucleari proprio a Libia, Iran ed Arabia Saudita, la circostanza sarà passata in silenzio, visti gli (allora) ottimi rapporti con i tre paesi in questione. In quell’occasione Musharraf darà il meglio alla televisione, indicando lo scienziato A. Q. Kahn, padre della bomba atomica pachistana, come responsabile del traffico nucleare e, durante la stessa seguitissima trasmissione, annunciando di averlo “perdonato perché così chiedeva il popolo. Consequenziale la decisione di impedire qualsiasi interrogatorio di ufficiali o scienziati pachistani, con gli Stati Uniti che hanno dovuto ingoiare questa farsa, presto passata nel dimenticatoio. Dalla cacciata dei sovietici le istanze dei radicali accorsi alla liberazione dell'Afghanistan si materializzano nel governo dei Talebani prima e nelle minacce alle corrotte monarchie del Golfo poi. L'occidente e gli Stati Uniti in particolare diventano il nemico da sconfiggere dopo l'ateismo sovietico. L'accusa è la stessa: colonialismo. Di questo gli Usa non si curarono per lungo tempo, troppo assorti nell'ordire intrighi per influenzare lo scacchiere europeo.

Quando un gruppo di pakistani e sauditi mise a segno gli attentati dell'undici settembre 2001, il leader pachistano si trovò forse sulla più scomoda poltrona del pianeta. Quasi la metà dell'esercito pachistano era ed è vicino all'islamismo più radicale e, quando l'amministrazione americana gli ingiunse di collaborare pena “riportare il paese all'età della pietra”, seppe fare la cosa giusta ed assentire. Come lui fecero molti altri autocrati: tutti collaborarono con Washington contro i sovversivi qaedisti, dalla Siria, alla Libia, fino all'Iran, che giunse a supportare materialmente le invasioni di Iraq ed Afghanistan; non esistevano alternative e nemmeno gli “islamici” se ne scandalizzarono. Otto anni di equilibrismi che hanno dimostrano l'acume e l'applicazione di un uomo che è riuscito a rimanere al potere a cavallo di Bin Laden e Bush mentre sfuggiva a più di un attentato all'anno.

pakistan-fata-14C'è riuscito fino all'anno scorso, quando di fronte al fallimento del sesto anno d’occupazione dell'Afghanistan, Washington pensò di cercare un capro espiatorio diverso da Bush. Musharraf era accusato di fare il doppio gioco, accusa alimentata da una pantomima destinata a ripetersi ogni anno. Puntualmente, a primavera l'esercito pachistano assale le zone ad amministrazione tribale del Waziristan. Gli scontri finiscono regolarmente male per l'esercito, che “però” tornò a casa con un accordo secondo il quale i waziri si impegnavano a cacciare e non assistere i “terroristi” e i talebani. Formalmente buono per Washington e in realtà ottimo per i talebani, che si assicurarono la tranquillità in Pakistan e anche il denaro concesso ai capi tribali per fare loro siglare l'accordo.

L'esercito pachistano non ha mancato di fornire il suo contributo alla destabilizzazione dell'Afghanistan, che secondo la dottrina militare che si è dato, dovrebbe essere zona d'influenza esclusiva. Tanto hanno fatto che hanno fatto piangere il presidente afgano Karzai, apparso in lacrime alla televisione ad accusare i bruti. Umiliante è vedere oggi l'India entrare nelle grazie di Washington, ma ancora di più lo è vedere l'India preferita dai “fratelli” afgani. Purtroppo per tutti, il Pakistan non ha resistito al divenire a sua volta terreno quotidiano di scontro armato. Alla lunga i continui cambiamenti di fronte sono valsi a Musharraf l'ostilità degli antichi amici, che lo accusano di essere al soldo degli americani e di aver tradito gli interessi e l'onore dei pachistani, facendo la guerra ai fratelli di fede e la pace con cristiani ed indù, ancora accuse di doppio gioco. Dalle province di frontiera fino al Balochistan è montata un'avversione generale contro il governo.

Lo scontro con i radicali islamici ha raggiunto il punto di non ritorno con il massacro della Moschea Rossa dell'anno scorso, moltiplicando la violenza e le occasioni per la sua esplosione. I guerriglieri che per anni hanno presidiato il Kashmir contro gli odiati indù, sono schierati ora sul fronte contro i cristiani e i “nemici interni”. In Afghanistan se ne sono accorti perché sono apparsi sul teatro di guerra quegli stessi mortai che i kashmiri hanno usato per anni contro gli indiani. Gli effetti della globalizzazione imposta al paese hanno poi aggiunto benzina a quella che già era una polveriera. A fronte della tradizionale “crescita” dei corsi azionari che segue le liberalizzazioni, il Paese è sprofondato nella miseria e ha fatto passi da gigante nella classifica degli “stati falliti”. Oggi il Pakistan riesce ad assicurare l'istruzione inferiore solo al 30% dei suoi giovani, non c'è quindi da stupirsi del successo delle scuole coraniche, le uniche in grado di insegnare almeno a leggere e scrivere. Di fronte al rumoreggiare delle plebi affamate e alle critiche domestiche, gli astuti king-maker americani, provati dai giochetti di Musharraf, hanno pensato di offrire ai popoli l'immagine salvifica di Benhazir Bhutto, novella Madonna salvatrice. “Raise the dead” è il nome di questo genere di espediente.

Anche qui per i pachistani si è ripresentata la solita scelta calata dall'alto, tra la padella (Musharraf) e la brace (il partito della Bhutto). Non è chiaro se Musharraf abbia avuto un ruolo nei due attentati contemporanei che uccisero la Bhutto e risparmiarono il rivale Sharif appena rientrati dall'esilio, anche perché erano in troppi ad avere mezzi e motivi per uccidere i due ritornanti. Musharraf sembrò accettare il ritorno dei due ex leader falliti e notoriamente corrotti, preoccupandosi solo di ritagliare per sé il ruolo di presidente una volta smessa la divisa. Per fare questo non esitò a liberarsi dei giudici della Corte Suprema. C'era da graziare e riabilitare i leader rientranti dall'esilio da rendere eleggibile la Bhutto, nonostante la Costituzione ponesse il limite dei due mandati. C'era anche da rendere impunibile l'esercito e lo stesso Musharraf, operazione poco riuscita, dato che alla fine è rimasta aperta la strada per il suo impeachment.

Musharraf ha pesato i voti in Parlamento e di fronte all'inevitabilità della sconfitta ha accettato i “ponti d'oro” che gli erano stati offerti per favorirne la decisione. La sua uscita di scena consegna il Paese a previsioni più che pessimistiche. Al governo c'è il Partito Popolare retto dal marito di Benhazir Bhutto, Alì Zardari, detto “mister 10%” perché quella era la quota che esigeva su ogni contratto pubblico quando la moglie dirigeva il paese. A fornire sostegno esterno è Sharif, il rivale di sempre, con il suo partito-famiglia intitolato all'Islam. A dividere i due c'è tutto, dalla stima reciproca fino a temi caldi come se combattere o meno la guerra dell'Occidente. Nemmeno sulla restaurazione della Corte Costituzionale e del suo presidente Chaudry, fiore all'occhiello delle rispettive campagne elettorali, i due trovano ora un accordo, troppo è il timore che il ritorno dei giudici comporti anche il loro ritorno all'esilio o alla galera. Facile immaginare che i due nomineranno alla presidenza una figura di terza fila e che cercheranno di spartirsi la cosa pubblica senza farsi troppo male. Nessuno dei due sembra intenzionato a guerreggiare con talebani e compatrioti islamisti, nessuno dei due sembra in grado di soddisfare le aspettative statunitensi e ancora meno quelle dei pachistani. Probabilmente si apre ora per il Pakistan un periodo di lunghe negoziazioni attorno al nulla.

Se la storia insegna qualcosa e se la realtà è così deprimente, non diventa troppo difficile indicare il futuro leader pachistano nell'attuale capo dell'esercito, Parvez Kayani succeduto a Musharraf. Si tratta del suo delfino, già a capo dell'ISI e ben educato nelle scuole militari occidentali. Musharraf e gli altri generali hanno affidato a lui il comando militare e con esso il compito di vigilare sul ritorno ad un governo civile. Un'operazione che prelude alla relativa ripulitura dell'immagine dell'esercito, pronto tra pochi anni, se non mesi, a raccogliere i resti di un paese dilaniato da conflitti asprissimi, che ora viene affidato a un debole governo di corrotto, privo di qualsiasi progetto oltre la propria stessa permanenza al potere e l'arricchimento personale. La casta militare resta intoccabile, guardiana della Repubblica, ma soprattutto del dispositivo nucleare.

Numerosi studi statunitensi hanno concluso che gli USA non potrebbero prendere il controllo degli armamenti nucleari pachistani con la forza. La circostanza che tali studi circolino pubblicamente, suggerisce che i militari riceveranno da Musharraf le “chiavi” del nucleare, ora prerogativa presidenziale, che però non sarà certo trasferita al suo successore, essendo gli unici a poter garantire il controllo sull'intero sistema nucleare pachistano. L'arsenale nucleare si rivela così la principale garanzia per l'integrità del potere dell'esercito, dimostrandosi sulla distanza un investimento fruttuoso ben oltre i limiti suggeriti dalla propaganda.

Aggiornamento:

Con una mossa abbastanza a sorpresa il PPP sembra aver candidato Zardari a presidente. A rispondere alla candidatura una notizia dalla Svizzera, dove Zardari è sotto processo per alcune tangenti prese da ditte svizzere. Il portavoce di Zardari dice che il caso, motivato politicamente a suo avviso, è già stato chiuso, curiosamente i giudici svizzeri invece sono convinti di no.

NEW YORK, Aug 21: Asif Ali Zardari, co-chairman of Pakistan People’s Party, continues to remain under criminal investigation in Switzerland over allegations that he received kickbacks from two Swiss-based companies, the Newsweek reported on its website on Thursday, quoting a Swiss judge and two Swiss lawyers close to the case.

According to the report, Swiss legal sources, who requested anonymity, said that Mr Zardari, who always claimed that corruption allegations against him were politically motivated, might be using his growing political clout in Islamabad to pressurise Swiss authorities to curtail, or even close, their long-running investigation into his affairs.

The magazine says that Mr Zardari, through a spokeswoman, maintains that the probe is already closed. “Mr Zardari feels that you have been misinformed and that the case that you are referring to is closed,” wrote Farah Ispahani, in response to an email from Newsweek. “Please be careful about reporting something that may have been planted.”
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giovedì, 21 agosto 2008

Bel tipo McCain: "Problema da ricchi"



r-RICHES-huge

McCain Doesn't Remember How Many Houses He Owns... Look For Yourself: Take The Google Earth Tour Of McCain's Places... See Inside The McCain's "Primary" Residence... Obama Tears Into McCain For Houses Remark With Ad... McCain Campaign Responds By Playing The POW Card

Copincollo da Huffington Post, blog conservatore, questo post.

Succede che a McCain chiedono, in televisione, quante case possieda e lui non sappia rispondere, un bel problema ricorderselo.
Illuminanti gli oltre 3000 (ad ora) commenti a quella che a tutti è parsa una gaffe mostruosa, tutti piuttosto salaci. Cliccando sul linkone si accede al tour virtuale delle case di McCain su google Earth
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giovedì, 14 agosto 2008

Olocausto ruandese: la Francia alla sbarra

 

anche in Altrenotizie

La Corte Penale Internazionale (ICC) dovrà presto pronunciarsi sull'accusa di genocidio nei confronti della Francia. La Corte, nata nel 2002 per giudicare solo reati gravissimi e solo ove il paese nel quale si siano svolti non proceda autonomamente, fino ad ora ha dato scarsa prova di efficienza e discernimento. A finire sul banco d'accusa sono state fino ad ora figure di secondo piano, tutti leader africani all'opposizione di leader spesso ugualmente responsabili e sempre al potere grazie alla benevolenza del colonizzatore occidentale di riferimento. La fresca accusa di genocidio al presidente sudanese per i crimini in Darfur (che non è mai stata formalizzata, ma solo discutibilmente annunciata) è già abortita, mente crimini notissimi e ben più gravi non hanno ricevuto alcuna sanzione. A gettare il sasso nello stagno è il Rwanda, che accusa una decina di ufficiali francesi, tra i quali Mitterand, e gli ex ministri Juppè, Balladur e de Villepin, di aver stimolato ed agevolato il genocidio dei Tutsi nel 1994. Accusa che molti attendevano da tempo, le responsabilità francesi erano note ben da prima che la commissione indipendente ruandese raccogliesse le prove e formalizzasse l'accusa di fronte all'ICC.

Una bella sfida per Luis Moreno Ocampo, il procuratore dell'ICC sempre più discusso, che ha dimostrato preferire il farsi attore della politica occidentale, piuttosto che tenere fede al proprio mandato. Ocampo è riuscito a respingere oltre duecentoquaranta dossier presentati da associazioni ed istituzioni internazionali sull'Iraq. Negando la competenza dell'ICC prima e infine affermando che i casi in oggetto non erano numericamente sufficienti a qualificare come “gravi” i crimini commessi dalle forze di occupazione in Iraq: “Le informazioni disponibili a quest'epoca sostengono basi ragionevoli per l'omicidio volontario e un numero limitato di vittime di trattamenti inumani, totalizzando nel complesso meno di venti persone”, queste le parole di Ocampo.

Una singolare distanza da una realtà disponibile a tutti che parla di decine di migliaia di detenuti trattati da animali, torturati e privati dei più elementari diritti legali; per non parlare di quattro milioni di profugi e qualche milione di feiriti. Ugualmente l'ICC continua ad ignorare i crimini della giunta birmana e di un'altra decina di sanguinari dittatori benvoluti in Occidente.

Ocampo ora dovrà confrontarsi con un dossier che accusa la Francia di aver spalleggiato e promosso genocidio ruandese. La commissione ha lavorato due anni, raccolto molte testimonianze di persone comuni, ufficiali ruandesi, scrittori e giornalisti. Il rapporto di cinquemila pagine accusa la Francia di aver armato, addestrato e favorito gli Hutu, oltre ad aver ostacolato le indagini sul massacro e ostacolato la riconciliazione. In particolare, nel 2004 un tribunale francese (non si sa in virtù di quale competenza) ha accusato l'attuale presidente ruandese Kagame di aver ordinato l'uccisione del leader Hutu Juvenal Habyarimana. L'abbattimento dell'aereo sul quale viaggiava, che i ruandesi attribuiscono ad estremisti Hutu, fu l'evento scatenante del genocidio.

Secondo la commissione d'inchiesta la partecipazione francese si estese fino ad alcuni stupri commessi da soldati francesi ai danni di donne Tutsi, ben oltre il “lasciar fare” o il mancato intervento. Le accuse ruandesi delineano il quadro di una tragedia che ha visto in pochi giorni ottocentomila persone perdere la vita e molte altre gli affetti, gli averi e la dignità. La strage si svolse nella cornice della Prima Guerra Mondiale Africana, un conflitto innominabile in Occidente, che fece almeno sei milioni di morti, mentre le potenze occidentali animavano i leader locali all'assalto delle ricchezze del Congo orfano del dittatore Mobutu.

Relativamente a questo conflitto è stato promosso un solo procedimento presso l'ICC, ma sfortunatamente Ocampo non sembra essere in grado di presentare prove nemmeno del coinvolgimento di un signore della guerra locale. Il procedimento si è esaurito perché Ocampo non ha presentato alcuna prova al collegio difensivo, lasciando l'impressione che non ne avesse. Una fotocopia del caso delle accuse al presidente sudanese al-Bechir, che Ocampo si è limitato ad annunciare alla stampa senza però formalizzarle. Ora invece si fa sul serio, il crimine è serio, l'accusato è eccellente e le prove sono sul tavolo. Un bel campo di prova per l'ICC, che dipende dal Consiglio di Sicurezza ove la Francia conserva il diritto di veto.

La linea francese sulla propria politica africana è semplice: negazionismo assoluto. Tanto che sui media francesi nessuno si è appassionato nemmeno ai recenti combattimenti (illegali) in Ciad e repubblica centrafricana, ai quali sono seguiti massacri e la fuga di oltre un milione di persone verso i campi allestiti dall'Onu. Per singolare coincidenza o per identico modus operandi, la Francia ha ottenuto la costituzione di una missione EUFOR in Ciad intitolata ipocritamente alla protezione dei profughi del Darfur. L'interventismo francese è storicamente responsabile di milioni di morti, ben oltre il tragico bilancio ruandese. Gli interventi militari francesi in Africa e Indocina hanno gettato nel dramma interi paesi e ancora oggi quello che resta della cosiddetta Francafrique è costituita da una serie di dittature mantenute al potere da Parigi.

Furono proprio i militari francesi schierati nell'operazione Turquoise, sotto egida ONU, lo strumento di Parigi, così come oggi in Ciad lo sono quelli del dispositivo militare Epervier che si nasconde dietro il bollino europeo ed “umanitario”. Per i ministro degli esteri Kouchner, che respinge sdegnato le accuse, in Ruanda la Francia commise solo “errori politici”, per i quali comunque la Francia non si è mai scusata con le vittime del genocidio. Molti nel mondo parlano di gravi responsabilità dirette della Francia, non meno evidenti di quanto non lo siano i recenti combattimenti per salvare altri due dittatori centrafricani dalle ire dei loro cittadini.

L'ICC deve ora vagliare le accuse e, ove le riconosca veritiere, dovrà spiccare i mandati di cattura nei confronti degli accusati per trarli a giudizio nel tribunale olandese di Hague, similmente a quanto sta accadendo in questi giorni al serbo Karadzic su mandato di un'altra corte internazionale (ICJ). C'è da scommettere che la Francia rifiuterà con forza di sedere sul banco degli imputati e che cercherà con ogni mezzo di evitare il giudizio. Una scelta legittima, che farà poco rumore, ma che certificherà comunque le responsabilità francesi nel genocidio. Se la Francia si considerasse e fosse veramente innocente si presenterebbe a testa alta al giudizio reclamando la propria innocenza.

Un duro colpo alla politica francese in Africa, costruita sul supporto a orrende dittature servili e un duro colpo all'ipocrisia occidentale. L'ICC nasce come strumento ultimo di polizia internazionale contro i grandi crimini, crimini che l'Occidente commette ciclicamente e per i quali è sempre ben attento ad assicurarsi l'impunità formale. Ma oggi, con la denuncia ruandese, il meccanismo sembra sfuggire di controllo a chi l'ha creato, trasformando l'ICC da strumento di dominio in strumento di contestazione del sistema delle relazioni internazionali.

Quello che è certo è che per la Francia e per altri paesi che amano ingerire militarmente negli altri paesi il problema è grosso; ove l'iniziativa ruandese facesse breccia si aprirebbe la strada a procedimenti clamorosi per crimini spaventosi, crimini che l'opinione pubblica globalizzata non ha nemmeno avuto l'occasione di conoscere grazie alle complicità dei media e dei politici di tutti gli orientamenti.

postato da mazzetta alle ore 09:40 | Permalink | commenti (7) / commenti (7) (pop-up)
categoria: guerra, africa, diritti umani, francia, diritti civili, global risiko


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