mazzetta

Ce la possiamo fare...
venerdì, 30 maggio 2008

L'ultimo video di al Qaeda è una patacca


Annunciato da giorni, finalmente un fermo-immagine (qui accanto) del video di Bin Laden è stato  "fornito" alla redazione de l'Australian (giornale "di qualità" di Rupert Murdoch) ed è stato pubblicato. Ha scritto l'Ansa in precedenza: "Al-Qaeda si sta preparando a diffondere un nuovo video in cui invita ad utilizzare armi di distruzione di massa per attaccare l'occidente. Lo hanno rivelato fonti dell'intelligence americana citate dall'emittente Abc. Nello specifico, Al-Qaeda invita a ricorrere ad ''armi chimiche, biologiche e nucleari contro i civili''. A dichiararlo e' il portavoce dell'Fbi, Richard Kolko."

wahupMolti commentatori si sono esercitati nel "tradurre" come gli pareva il prodotto in maniera sempre più spaventevole, fino a definirlo un messagio-documentario inneggiante a colpire con armi di distruzioni massa l'Occidente. "Un video in stile documentario di 39 minuti intitolato "Jihad Nuceare: L'ultimo Terrore". Molti che lo hanno visto sono rimasti stupiti dalla cattiveria che trasuda dalle immagini generate al computer e dei testi.

Immagini generate al computer?
Già...il "documentario" è stato prodotto in grafica computerizzata, un gran bel lavoro, nemmeno avessero a disposizione gli studios della Dreamworks...abbastanza strano, visto che la stupefacente abilità con i media attribuita al feroce saladino fino ad ora è giunta al massimo all'impiego di una video-suite elementare. In effetti la Washington nuclearizzata nell'immagine non fa simpatia.

Non ci è voluto molto a venirne a capo, da quando il falso video di una decapitazione (vi ricordate le decapitazioni dei "nostri" in tuta arancione?) prodotto da Benjamin Vanderford, fu preso per buono, i video strani suscitano molto scetticismo.
Allora poi andò che, come per magia, finirono le decapitazioni in video. Un bravo a Bejamin che ci ha fatto finire questa buffonata.

Oggi il fermo-immagine è risultato provenire da  questo videogioco qui, si è saputo che è tutto fuorchè un documentario, che è stato postato su un forum aperto di "terroristi" (come no) che lo avrebbero addirittura accolto festeggiando.
Difficile, anche a prescindere dalla qualità della patacca, pensare che i terroristi si riuniscano a fare la ola in un sito aperto per farsi tracciare dai ragazzi dello zio Sam, più facile pensare che qualcuno su quel sito abbia fatto il furbo.

La notizia del prossimo arrivo del video ha riempito una giornata di prime pagine, tutte acriticamente uguali, poi sarà il momento della descrizione del trucissimo messaggio e magari tra qualche giorno si diffonderà la voce del pacco...e molti fischietteranno con indifferenza. Non succede mai che dopo aver pubblicato strillino all'inganno.

Almeno un paio di giorni in prima pagina su tutti i giornali del mondo, pagine di minacce alla nostra sicurezza, ci vogliono colpire con le armi di distruzione di massa, che ansia...bisognerebbe bombardarli tutti...e poi...nulla.

La genialata non è servita ad altro, se non a far sapere che gli addetti alla propaganda giocano a Fallout e che almeno si sono ricordati di evitare le schermate con gli alieni. Con il motore di ricerca ci si può rendere bene conto dell'enorme diffusione garantita a questa sciocchezza fin dall'annuncio.
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categoria: trash, media, truffe, war on terror, infowatch


giovedì, 29 maggio 2008

Milano: caccia al clandestino


vignetta

Tutto normale?

(ANSA) - MILANO, 29 MAG - Controlli a tappeto su alcuni mezzi pubblici piu' affollati, stranieri fatti scendere a gruppi dagli autobus e identificati. E' accaduto oggi a Milano dove la polizia locale ha fatto controlli serrati, in mezzo alla gente, sui clandestini. Alcuni cittadini hanno chiamato le redazioni dei giornali parlando di 'caccia all'immigrato' ma il Comando di Piazza Beccaria ha fatto sapere che sono stati semplicemente intensificati controlli che da tempo si facevano sui mezzi pubbli
ci.
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categoria: diritti umani, diritti civili, decultura, fascisti su marte


giovedì, 29 maggio 2008

La nostra guerra infame

anche in Altrenotizie.

“Questo è solo il primo passo per scoprire l'estensione del disprezzo del presidente Bush per la legge e la Convenzione di Ginevra. Sarà un procedimento molto doloroso sapere quante persone siano state abusate e come i principali valori americani siano stati traditi. Ma questa è l'unica strada perché questo paese torni ad essere un difensore e non un traditore dei diritti umani”. Così si chiudeva il 22 maggio un editoriale non firmato del New York Times, poiché il giorno prima era divenuto di pubblico dominio un rapporto dell'FBI relativo alle procedure di detenzione e d'interrogatorio dei prigionieri americani catturati nel quadro della War on Terror. Un rapporto desolante che riporta torture, omicidi ed estese violazioni dei diritti umani in – tutte - le strutture di detenzione americane sparse nei diversi continenti. Il rapporto dell'FBI ci dice che dopo lo scandalo del carcere di Abu Grahib quelle torture e quei metodi sono stati usati diffusamente da ufficiali americani ovunque nel mondo.

Un rapporto che ha fatto molto rumore negli Stati Uniti, ma che non ha coinvolto i candidati alla presidenza e che nel nostro paese è passato completamente in silenzio. Il rapporto cita umiliazioni sessuali, stupri, varie forme di tortura tra le quali il famigerato waterboarding e condizioni di detenzione che, qualora applicate a soldati americani, sarebbero considerate tortura dallo stesso esercito americano. Di più, il rapporto dice anche che quando l'FBI cominciò a mettere insieme un “war crimes file”, cioè un archivio sui crimini di guerra americani per poi istruire procedimenti disciplinari e penali nei confronti dei militari coinvolti, la presidenza dette l'ordine di bloccare tutto. Una lunga litania di orrori già conosciuti quanto negati dai paladini dell'Occidente, messi nero su bianco dagli investigatori statunitensi, un elenco in teoria più che sufficiente a far finire il presidente americano dietro le sbarre e per consegnare alla storia l'immagine di un Occidente ipocrita ed assassino.

Anche il nostro paese c'è dentro fino al collo, per aver tollerato le torture nel carcere di Nassirya, per la complicità nella pratica delle “rendition” (i rapimenti clandestini) e, soprattutto, per non aver mai e poi mai espresso una sola critica ufficiale a questo macello del diritto e della decenza. Che i nostri politici ostacolino in perfetta sintonia bipartisan le indagini sulle “rendition”, indica chiaramente la loro complicità in questi crimini.

Siamo assassini, invasori e torturatori, poco importa che sulle nostre televisioni e sui nostri giornali ci suoniamo e ci la cantiamo la canzone della superiore civiltà giudaico-cristiana. Inutile, non c'è traccia di civiltà in chi declama la propria superiorità mentre pratica l'ipocrisia e mentre cancella completamente l'altro e il suo punto di vista dall'orizzonte informativo riducendone la rappresentazione ai proclami di Bin Laden. Ipocrisia cristiana quando denuncia la “persecuzione dei cristiani in Iraq” sorvolando su quella di milioni di iracheni e ipocrisia giudaica quando, per coprire i crimini di guerra commessi da Israele, in tutto uguali a quelli americani, lamenta la minaccia dell'antisemitismo mentre tace sui fanatici ebraici che bruciano i vangeli e sulle aggressioni razziste agli zingari.

Niente di meglio dei barbuti mullah che inneggiano alla guerra santa, l'identica misoginia che si sublima nell'identica aggressività bellica e nel desiderio di sopraffazione dell'altro al fine di far trionfare i propri deliri su quelli della concorrenza. Oro puro per la speculazione mondializzata, che ha tutto da guadagnare e ha guadagnato di tutto sciacallando la tragedia. Tutto già visto.

Ipocriti e pericolosi sono i leader dell'Occidente cristiano, tanto pericolosi da provocare oltre un milione di morti, quattro milioni di feriti e mutilati, più di sei milioni di profughi sul ridicolo presupposto di una guerra preventiva volta ad impedire attacchi di nemici infinitamente più deboli, che proprio per questo non si sarebbero mai sognati di suicidarsi aggredendo chi li poteva cancellare spingendo qualche pulsante.

Ugualmente Israele afferma di tenere in cattività i palestinesi perché questi, diversamente, aggredirebbero la superpotenza regionale. La stessa scusa accampata dalla dittatura Etiope per invadere e distruggere quel che restava della Somalia su invito americano. Similitudini che illuminano i medesimi fanatismi, la stessa prepotenza e lo stesso disprezzo per il diritto tipico di chi si assume superiore solo perché si trova ad avere in mano il bastone più grosso.

Le ragioni di questa guerra si sono rivelate false, i condottieri di questa guerra si sono rivelati falsi e inetti, la stessa guerra è annegata in un mare di falsità che ha fatto stracci di quel poco di diritto internazionale che si era venuto creando dopo la Seconda Guerra Mondiale. La guerra ha cancellato qualsiasi credibilità della narrazione che l'Occidente ha scritto in tema di Diritti Umani. Infine, dettaglio non insignificante, questa guerra è persa anche se durerà a lungo, perché tirarsene fuori vorrebbe dire rompere l'incanto e consegnarsi definitivamente alla storia come feroci aggressori.

Persa militarmente e persa idealmente, con la matematica certezza di finire iscritti sulla colonna infame della storia, indicati come aggressori, torturatori, ladri ed assassini di civili, abbandonati alla loro triste sorte nell'indifferenza delle opinioni pubbliche virtuose, disponibili a mobilitarsi per cinque minuti e poi subito annoiate da una tragedia sempre uguale a se stessa. Non è dato sapere se gli Stati Uniti riusciranno a fare giustizia da soli di questi crimini, ma l'ipotesi è poco probabile.

A farne giustizia sarà la storia e allora, come in passato, ci s’interrogherà chiedendosi dove fossero i milioni di “democratici” cittadini delle democrazie occidentali. Ci sarà chi dirà che sapeva e di non aver potuto niente, ci sarà chi dirà di aver ubbidito agli ordini e ci sarà chi rivendicherà questa tragedia assumendo il punto di vista dei fanatici di ogni epoca; resta solo da vedere chi pagherà il conto di questo enorme fallimento. Questo perché, se da un lato è chiaro che non sarebbe accettabile una conclusione che si riducesse a chiamare in causa la stupidità di Bush, dall'altro è evidentissimo che milioni di cittadini dell'Occidente rifiuteranno l'idea di assumere la colpa collettiva di questa guerra infame.
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lunedì, 26 maggio 2008

Ebraismo for dummies


Vuole un pregiudizio razzista tra i tanti, che gli ebrei siano intelligenti in misura superiore alla media.
Come tutti i pregiudizi su base razziale si tratta di un'emerita stronzata, assolutamente indimostrabile, ma oggi sembra che gli stessi ebrei vogliano incaricarsi di smentirla assumendo comportamenti stupidi al limite dell'autolesionismo.

Gli ebrei oggi non sono perseguitati, ma nel nostro paese si sente spesso volare l'accusa di antisemitismo nei confronti di chi critica la politica israeliana o le "ragioni" che lo stato d'Israele pone in capo alla sua politica. Nel nostro paese gli unici atti veramente antisemiti e razzisti sono patrimonio storico e contemporaneo della destra, ma nel nostro paese le rappresentanze ebraiche vanno mano nella mano proprio con quella stessa destra. Non è una novità. Dimentichi della presunta intelligenza, molti ebrei italiani aderirono al fascismo, salvo realizzare troppo tardi di aver commesso un tragico errore di valutazione.

Allo stesso modo oggi la comunità ebraica italiana si schiera acriticamente con una destra platealmente razzista. Ieri era l'ignoranza e l'incredulità di fronte ad un fenomeno che doveva ancora dispiegare tutta la sua tremenda ferocia, oggi è l'opportunismo politico che spinge la comunità ebraica ad abbracciare razzisti e delinquenti.

Cosa riceve la comunità ebraica in cambio del sostegno all'italica destra stracciona? Riceve sostegno alla politica criminale di Israele e degli Stati Uniti e incassa riconoscimenti e posti di potere. Particolare sensazione desta la nomina di due cittadini israeliani agli Esteri, Ruben e Nirenstein hanno la doppia cittadinanza e per i loro trascorsi è difficile pensare che in caso di "conflitto d'interessi" tra i due paesi sceglierebbero di stare dalla parte dell'Italia. Per Nirenstein la cosa è addirittura impensabile, visto che nel caso di diversità di vedute tra il governo italiano e quello israeliano si è sempre pronunciata con durezza a favore di quest'ultimo.

Nirenstein è anche una persona che non si è mai trattenuta dall'esprimere un aperto disprezzo razzista verso i palestinesi e gli arabi in generale, ricorrendo spesso alla plateale menzogna per giustificare l'ingiustificabile, in questo senso sarà perfettamente a suo agio con folta squadra di razzisti portata in Parlamento dalla destra.

Il problema è che nella comunità ebraica italiana le voci capaci di esprimere critiche, buon senso ed umanità sono soffocate, emarginate nella comunità e censurate sui media, restituendo all'opinione pubblica l'immagine di un gruppo di potere monolitico pronto a tutto pur di tutelare gli interessi di Israele. Una circostanza pericolosa prima di tutto per gli ebrei, visto che già negli Stati Uniti c'è chi indica proprio nella Lobby Ebraica il capro espiatorio per il tragico fallimento della War on Terror.

Una situazione facilmente evitabile, apparentemente, ma alla quale nessuno all'intenro della comunità ebraica sembra voler porre rimedio. Anche recenti accadimenti ci hanno restituito l'immagine di un ebraismo rozzo, ipocrita e primitivo. Se a Gerusalemme fanatici ebraici hanno  bruciato i Vangeli dopo un raid squadrista che li ha visti invadere le case degli ebrei messianici per sottrarli loro, senza che una sola autorità pubblica abbia osato criticare lo scempio, In Italia a colpire è il fragoroso silenzio della comunità ebraica di fronte ai pogrom che hanno visto vittima gli zingari e di fronte alle sempre più frequenti aggressioni di stampo fascista e razzista.

Non occorre nemmeno provare ad immaginare la reazione dell'ebraismo tutto, se ad essere vittima di quelle  aggressioni  fossero stati  membri della comunità o se fossero state bruciate delle Torah sulla pubblica via. Se l'accusa di antisemitismo tocca a chi denuncia come inumana la pratica degli "omicidi mirati" (poco), ci vuol poco ad immaginare una reazione animatissima. Invece è stato solo silenzio ipocrita.

Che si tratti di stupidità o di valutazioni ponderate poco importa, quello che importa è che l'ebraismo moderno è schierato dalla parte dei razzisti e degli estremisti religiosi, siano cristiani o ebrei. Il razzismo però è come il fuoco, ci puoi giocare, ma è alto il rischio di scatenare un incendio del quale rimarranno vittime buoni e cattivi, colpevoli ed innocenti.

L'antirazzismo non è un vestito che si possa indossare o dismettere a seconda dei casi, degli interessi o dei coinvolti, è un abito mentale che si indossa una volta e non si dismette più, altrimenti tutto diviene ipocrisia , per poi lasciare al caso decidere se appartieni ad una razza di oppressori o di perseguitati. Dovrebbe ricordarlo Nirenstein quando soffia sull'islamofobia, ma dovrebbero tenerlo a mente tutti, ebrei e no.

Sposando i razzisti, assumendone gli stilemi, l'ebraismo visibile condanna tutti gli ebrei a vivere sotto la spada di Damocle del ritorno delle persecuzioni antisemite. Un prezzo troppo alto che alcuni ebrei stanno imponendo a tutti i loro correligionari silenziosi. Così come i cristiani, gli ebrei si trovano oggi dalla parte "giusta"; non più opppressi, ma oppressori; ma corrono anche il rischio di alimentare e perpetuare un razzismo del quale sono stati vittime e che potrà ferirli ancora in futuro.

Se sposare la tanto declamata teoria della comune civiltà giudaico-cristiana, significa accogliere e fare propria una storia fatta di stragi soprusi, fanatismi e persecuzioni verso gli eretici ed i non allineati, la stupida follia che spinge l'ebraismo a questo abbraccio mortale è forse il sintomo di una decadenza cominciata quando la plausibile istanza di riscatto dell'ebraismo si è trasformata nell'affermazione di una superiorità morale inesistente e nella pretesa di esercitare i propri diritti, veri o presunti, con gli stessi mezzi con i quali i carnefici dell'ebraismo hanno seminato morte e terrore: la superiorità bellica e il controllo della propaganda.

Riusciranno i nostri eroi a bruciare il ricordo dei loro cari perseguitati, così come Bush ha bruciato il credito di solidarietà e di stima che gli Stati Uniti avevano raccolto dopo il 9/11?
Lo scopriremo solo con il tempo, a Bush sono bastati un paio d'anni per vanificare il credito offerto da qualche migliaio di vittime americane innocenti, vedremo quanto tempo impiegherà l'ebraismo a cancellare il ricordo dell'Olocausto e ad aprire la porta ai prossimi persecutori.

Aggiornamento: Proprio ieri il rabbino capo di Roma, il signor Di Segni ha finalmente visitato un campo nomadi e si è espresso contro la promulgazione di leggi intolate alla razza. Nessun riferimento pare alle numerose aggressioni squadriste degli ultimi giorni, nessun attacco alla maggioranza se non per dire che una via intitolata ad Almirante non è accettabile. A questo proposito quelli di AN hanno chiesto un incontro a Pacifici per "spiegargli" Almirante.
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mercoledì, 21 maggio 2008

Arte e cultura a Bologna: Blu alla conquista del mondo


In una città sempre più seduta e distratta dal'ormai logoro dibattito sulla sicurezza, all'improvviso si scopre che un'artista locale conquista la platea planetaria e sbarca nienteporopopporopòdimeno che alla Teit Modern, vera e propria consacrazione tra i grandi dell'arte moderna.

Blu è un fuorisede marchigiano che nonostante gli ostacoli frapposti al suo cammino da mamma Bologna ha tenuto duro e dopo anni di precarie performans metropolitane si può dire ora un artista riconosciuto internazionalmente. Probabilmente Blu del riconoscimento se ne sbatte, tanto simile ad altri che preferiscono esibire i propri lavori e le proprie idee piuttosto che la propria persona e infatti i giornali locali non sono ancora riusciti a mettergli le mani addosso.

21Blu condensa nella sua opera e nella sua persona una serie di caratterstiche che a Bologna sembrano eleggerlo a nemico cittadino, almeno a sentire la vulgata degli ultimi anni: è un fuorisede con l'aggravante di essere rimasto a Bologna una volta terminati gli studi, disegna sui muri, frequenta e si esercita nei centri sociali cittadini, ad oggi l'unica realtà locale ad averne patrocinato le opere. Niente a che fare con il bel mondo dell'arte bolognese, che oggi scopre di avere in casa una gloria internazionale e che la lungimiranza e la sensibilità artistica della giunta (e della città) sono state tali, che alcune sue opere sono state riverniciate nel quadro della lotta al "degrado" o da qualche volenteroso cittadino che preferisce i muri in tinta unita.

Non resta che fare i complimenti a Blu e plaudire ancora una volta alla lungimiranza della "cultura" bolognese, che si è fatta passare sotto il naso il Banksy autoctono, colpevole di sporcare i muri di una città di morti di sonno.
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martedì, 20 maggio 2008

Si è rotto il Darfur

Anche in Altrenotizie

Gli avvenimenti degli ultimi giorni in Sudan hanno avuto una scarsa eco sui media, ancora meno a livello politico o tra i tanti personaggi che in questi anni si sono recati in pellegrinaggio in Darfur per apparire sulle televisioni di Roma, Parigi o Los Angeles. Uno dei principali gruppi di opposizione locale in Darfur ha attaccato la capitale del Sudan; un attacco robusto con centinaia di automezzi armati, che però è stato affrontato e sconfitto dall'esercito regolare. I militanti del JEM (Justice and Equality Movement) hanno così conseguito due disastrosi risultati in un colpo solo: la perdita della loro capacità militare e la distruzione della narrazione che vede le popolazioni del Darfur in balìa di un governo impazzito. Con lo status di vittime hanno perso molto più di qualche centinaio di uomini e mezzi.

Succede spesso quando si parla di Sudan che ineffabili paladini dell'Occidente s’indignino a comando attribuendo responsabilità trasversali alla Cina, colpevole di fare affari con il governo di Khartoum, che è colpevole di aver terrorizzato e massacrato le popolazioni del Darfur. Responsabilità solari quelle del governo sudanese, indiscutibili, ma non altrettanto si può dire di quelle cinesi. In questo caso scontiamo la necessità di dirci migliori, il più classico suprematismo culturale che trova sublimi interpreti come l'acclamato Bernard Henry Levy, impegnato incessantemente a costruire una narrazione di fantasia per dirigere l'indice della pubblica indignazione contro cinesi e musulmani. Per BHL e quelli come lui ad un certo punto la questione del Darfur è diventata l'Eldorado: l'occasione di poter accusare allo stesso tempo un governo “islamico” e un regime “nemico dei diritti umani” che fa affari con il cattivo di turno.

Peccato che l'Islam nella disputa entri pochissimo. Tanto poco che da un lato abbiamo il JEM di ispirazione islamista e dall'altra il leader al-Bechir, che con gli islamici è in rotta da tempo; tanto che la sua prima reazione all'attacco è stata quella di porre agli arresti Hussain al-Turabi. Questi fu suo compagno nel golpe che lo portò al potere alla fine degli anni '80, poi la mente delle sinergie sudanesi con al-Qaeda e con Osama Bin Laden, fino a quando al-Bechir, emulo di Musharraf di fronte all'aggressività degli USA nel post 11 Settembre, decise che era giunto il tempo di allearsi con gli Stati Uniti e di buttare a mare gli islamisti. Per la precisione di buttarli in galera, dove gli uomini dei suoi servizi segreti hanno estorto loro preziose informazioni per la War on Terror; almeno così ha affermato pubblicamente la CIA.

Questo cambiamento d'alleanze ha fatto molto bene al Sudan e al suo leader e ha portato alla fine della sanguinosa guerra tra Nord e Sud del Paese, anch'essa impropriamente rappresentata come un conflitto tra feroci saladini che calavano a Sud a schiavizzare gli inermi cristiani. Favole per beghine, buone da raccontare nelle parrocchie per raccogliere soldi con i quali pagare armi contrabbandate alla faccia degli embargo. La storia è finita con uno accordo per il quale il petrolio estratto nel Sud raggiungerà il mare passando attraverso  il Nord e il ricavato sarà diviso a metà. In pochi anni il Sudan è così diventato la nuova mecca del petrolio africano, cosa che però non sarebbe stata possibile se dietro alla pace non vi fosse stato un vero e proprio accordo-quadro per lo sfruttamento del petrolio sudanese. Una buona metà del petrolio sudanese finisce in Cina, che nel paese opera con una società in Joint venture con la britannica BP, il resto in India ed Europa.

Tutto questo non sarebbe stato possibile se, con il placet di tutti i paesi interessati, un esercito di settecentomila cinesi non avesse sputato sangue per costruire un lunghissimo oleodotto in mezzo al nulla, porti imponenti, strade e tutte le infrastrutture senza le quali il petrolio non avrebbe trovato la strada per il mare. Mente si stavano siglando gli ultimi accordi per la pace Nord-Sud, che oltre alla spartizione degli utili prevedono un governo in tandem tra Nord e Sud e la possibilità per questo di tenere un referendum secessionista, è scoppiata la tragedia del Darfur.

Ora come allora gruppi armati mossero dal Darfur in un attacco senza speranza, dissero all'epoca per richiamare l'attenzione sull'abbandono nel quale versava quella parte del paese. Solo molto tempo dopo che l'esercito sudanese ebbe respinto l'attacco e poi armato briganti ed etnie con antichi conti da regolare, provocando la pulizia etnica di un'area vasta come la Francia (duecentomila morti e due milioni di profughi), ma soprattutto solo dopo che gli accordi furono tutti messi nero su bianco, all'Occidente fu concesso di accorgersi della tragedia per voce dei soliti tromboni che gridavano alla brutalità musulmana dei terribili janjweed.

Da allora non è cambiato molto. Gli abitanti del Darfur vivono ancora nei campi e i tentativi di dialogo sono sempre naufragati, perché all'ultimo spuntava sempre un gruppo del Darfur a dichiarare inaccettabile qualsiasi soluzione. Il governo sudanese non ha oggi alcun interesse a tormentare il Darfur, dove tra l'atro c'è petrolio che attende di essere estratto: Ha condannato qualche elemento troppo zelante, ha accettato una forza dell'Unione Africana sul suo territorio e pare seriamente intenzionato a porre una fine alla questione, una vera e propria operazione di riverginazione, come già successo per Gheddafi e per altri leader con passati e presenti più che discutibili.

Questa è metà della storia, l'altra metà comincia al di là del confine tra Sudan e Ciad, nel regno di un dittatore da operetta mantenuto al potere da francesi ed americani. Idrissi Deby Itno è appena scampato a un tentativo di golpe perfettamente speculare all'attacco a Karthoum; si è salvato solo per l'aiuto illegale ricevuto dai francesi, che nei trattati per la decolonizzazione si erano vietati interventi armati nella politica interna del paese, e che hanno trascinato in Ciad anche l'Unione Europea con il pretesto della protezione dei profughi del Darfur. Utile è anche sapere che il JEM è guidato da un suo ex-fedelissimo della sua Guardia Presidenziale e che da tempo Deby accusa il Sudan di voler destabilizzare il suo governo, ricevendo in cambio identiche accuse.

Ricostruzione abbastanza interessata, essendo il popolo del Ciad il principale nemico del presidente, assolutamente impopolare e abbandonato da fedelissimi e anche dai familiari; l'ultima ondata di attacchi alla capitale con conseguente assedio al palazzo presidenziale è arrivata da tutte le direzioni, non solo da Est. Come in un racconto scritto male, la storia ci consegna anche situazioni in fotocopia per tre paesi adiacenti. Al-Bechir aiutò l'ascesa al potere di Idriss Deby Itno, il quale come lui a un certo punto cominciò ad essere molto ostile ai musulmani, più o meno dopo il 9/11.
Deby a sua volta aiutò il golpe di Francois Bozizè, ora “presidente” della Repubblica Centrafricana e stimato protetto della Francia.

I tre presidenti golpisti hanno molto in comune, tutti e tre sono stati attaccati militarmente, tutti e tre hanno reagito male desertificando gran parte dei loro territori e inducendo milioni di persone alla fuga. Se il governo sudanese non ha avuto bisogno di aiuto, data la natura velleitaria degli attacchi, non altrettanto si può dire degli altri due, che avevano contro gran parte della popolazione ed erano rimasti praticamente senza eserciti, in gran parte ammutinati, tanto da dover arruolare soldati-bambino. Ad aiutarli ha pensato la Francia in prima fila, seguita con occhio attento da Washington. Dai campi petroliferi del Ciad parte infatti un altro lungo oleodotto, costruito con i soldi della Banca Mondiale. L'oleodotto ha un percorso tortuoso e arriva al Golfo di Guinea dopo aver deviato per attraversare le regioni francofone del Camerun. Una specie di garanzia per Parigi, che in Ciad è presente con TOTAL accanto all'americana EXXON.

L'oleodotto potrebbe rappresentare un via per il petrolio del Darfur, ma più semplicemente gli interessi dei grossi player occidentali hanno il loro baricentro in Ciad ed è normale che quindi si sorvoli sui massacri di Deby e Bozizé e che per farlo si punti il dito il più lontano possibile: alla Cina. Che comunque ha concessioni anche in Ciad e non sembra per nulla interessata ad intervenire nelle dispute interne africane. Francia ed Stati Uniti invece non fanno altro da sempre e con l'aiuto della Gran Bretagna continuano a condizionare pesantemente la politica africana, fornendo indiscriminato sostegno alle più impresentabili dittature e scambiando armi e appoggio politico in cambio di materie prime. Armi da impiegare in conflitti spesso scatenati ad arte, anche su questo c'è un'estesa letteratura figlia di una casistica più che provata e ammessa dagli stessi protagonisti.

Conflitti che poi provocano milioni di morti e che non importano a nessuno, se non a qualche svampito in cerca di una “photo-opportunity” purché sia, o quando possano essere cinicamente manipolati per prendere in giro i puri di cuore che vivono nelle società opulente, contenti con il poter dire di aver fatto qualcosa contro il male, magari mandando un SMS.

I motivi dell'attacco del JEM, la figura del suo leader, quella di al-Turabi (arrestato e poi rilasciato per l'ennesima volta), la storia sudanese come quella dei paesi vicini, non saranno minimamente oggetto di analisi o discussione, figurarsi modi e maniere della grande corsa all'oro nero e alle materie prime africane; ma lo specchio ormai si è rotto definitivamente.

Resterà qualche desperado nella remota provincia Italia che nemmeno si è accorto di quanto è successo nei giorni scorsi, qualcuno degli abbonati all'umanitarismo allineato come nemmeno i marines, a puntare il dito verso Pechino o contro l'Islam, ma ormai lo specchio che separava la realtà in Darfur dal mainstream informativo sembra essersi rotto, visto che l'attacco ha attirato l'attenzione internazionale e portato alla luce più di un segreto altarino, compreso lo strano sostegno americano agli “islamici” del JEM. La partita attorno al Sudan, il più vasto paese africano disegnato dalla decolonizzazione britannica, la giocano in tanti; in prima fila ci sono anche il dittatore libico Gheddafi, quello egiziano Mubarak e quello etiope Zenawi, per non parlare del grottesco Museweni dall'Uganda e di altri personaggi di secondo livello, ma non di secondaria importanza come il cristianissimo Joseph Kony e il suo Esercito di Liberazione del Signore. Ciascuno sponsorizza ora questo ora quel signorotto tribale o leader improvvisato, promuove la pace a parole mentre distribuisce armi sottobanco agli amici.

Ci sono in gioco porzioni di territorio grandi come i maggiori paesi europei e le risorse che contengono, assetti strategici, le rotte del petrolio, rivalità storiche e personali e attorno al grande Risiko sono seduti i peggiori faccendieri di livello ad assistere un Occidente liberista che affronta i mercati in tempesta con lo strumento più statalista che ci sia: le forze armate inviate ad addestrare e “consigliare” e a promuovere la produzione bellica.

Evidentemente nessun governo occidentale riesce ad accettare il principio della non-ingerenza quando sente il profumo dei soldi o quando intravede la possibilità di assicurarsi corsie preferenziali per lo sfruttamento. Evidentemente di contrastare l'avanzata cinese in Africa pagando le materie prime in regime di concorrenza non è ancora venuto in mente a nessuno, ma questo è perfettamente coerente con la considerazione per la quale queste -devono- andare dove stanno le produzioni e dove c'è domanda e non dove astuti volponi attendono di lucrare rendite di posizione infondate. In un regime di libera concorrenza andrebbero comunque dove la domanda è più forte e dove lo stesso Occidente ha localizzato i propri investimenti produttivi, lontano dai grandi centri della finanza occidentale.

Controllare i flussi delle materie prime permette guadagni enormi, ancora di più nell'incombenza della penuria strutturale delle stesse. Nel ventunesimo secolo l'Occidente è ancora impegnato nella sottomissione e sfruttamento di interi paesi come lo era un secolo fa. Un tempo esercitava il dominio coloniale diretto attraverso agenti commerciali, militari e sacerdoti, adesso lo fa cooptando al governo di questi paesi conclamati nemici dei loro popoli, dittatori grotteschi e sanguinari, caricature umane che bruciano le ricchezze e le vite dei propri amministrati-dominati. Se in gran parte delle “democrazie” africane il processo elettorale è una farsa che conferma dittature ultra-decennali quanto impresentabili e se tutto l'Occidente le riconosce invariabilmente come rappresentanze democratiche, qualcosa vorrà dire.

Come vorrà dire qualcosa se in televisione non appare mai la denuncia di un sanguinario dittatore africano e nemmeno qualche sua vittima, almeno fino a che non diventa sgradito all'Occidente, come nel recente caso del delirante Mugabe. Il giocattolo Darfur si è rotto, per terra restano centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi in fuga da tre paesi, due dei quali devastati completamente allo sbando. Aspettiamo fiduciosi le prossime esibizioni di BHL e dei suoi amichetti, per sapere con cosa giocheremo prossimamente.
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mercoledì, 14 maggio 2008

Alemanno: presto anche Roma un commissario per gli ebrei.

Un commissario straordinario per gestire l'emergenza ebrei a Roma. Lo ha annunciato il sindaco della capitale, Gianni Alemanno, intervistato su Radio 24. Il provvedimento deciso a Milano sara' quindi esteso a Roma - ha spiegato Alemanno - che, della questione, ne ha gia' parlato con il ministro Roberto Maroni. Alemanno ha precisato che e' ancora da definire la figura prescelta, se sara' il prefetto o un altro funzionario; in ogni caso bisogna evitare nuove authority ma dare poteri piu' incisivi a strutture esistenti. Il commissario straordinario per gli ebrei dovra' avere - ha aggiunto Alemanno - poteri integrati sul versante della pubblica sicurezza, sugli aspetti territoriali per decidere dove situare i campi, e sul fronte della solidarieta', in particolare per interventi a favore dei minori e persone disabilitate. E' importante - ha concluso Alemanno - che il commissario abbia risorse economiche. Alcune richieste sempre in tema di sicurezza, avanzate dal governo di centrosinistra saranno mantenute dal governo del Pdl. Lo ha detto lo stesso premier Silvio Berlusconi: nel pacchetto sicurezza che il governo si appresta a varare e che "stiamo ultimando per il prossimo Consiglio dei ministri, ci saranno alcune misure analoghe definite dal ministro Amato e richieste espressamente dall'allora sindaco di Roma Veltroni".

 (AGI) - Roma, 14 mag.


...a proposito di discriminati...non si è udita la voce tuonante della comunità ebraica, sempre pronta a gridare al razzismo per coprire le critiche e le accuse più che legittime al governo israeliano, sembra assistere in silenzio al ritorno del razzismo e dei Pogrom contro i nomadi... evidentemente linteresse particolare impedisce in questo caso di schierarsi a difesa dei diritti umani calpestati da un provvedimento del genere, fondato su quella stessa discriminazione razziale che portò gli zingari nei forni insieme agli ebrei.

Poi dicono che la storia insegna...probabilmente visti i risultati insegna solo ai suprematisti e ai criminali

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mercoledì, 14 maggio 2008

Detenuto e torturato per anni, ma era innocente


Ieri sono cadute definitivanmente le accuse a Mohammed al-Qahtani, accusato di essere il "Ventesimo uomo" degli attentati del 9/11 del 2001.

Anni di detenzione a Guantanamo, una confessione estorta con le torture e ora la giustizia americana ritira le accuse nei suoi confronti.

Una debacle incredibile per gli Usa, perchè se
Mohammed al-Qahtani è innocente vuol dire che la giustizia americanan si è comportata nei suoi confronti in maniera non dissimile dai barbari che pretenderebbe di combattere; se fosse innocente la beffa assumerebbe addirittura contorni grotteschi: "togliersi i guanti" non sarebbe servito a nulla, se non a degradare moralmente il proprio paese.

Non parliamo di un processo abortito per le lungaggini della giustizia tipiche del nostro paese, parliamo proprio di un completo fallimento nonostante a Guantanamo non ci sia alcuna burocrazia e nonostante i poteri degli inquirenti (inquisitori?) siano assoluti, disponendo essi anche dell'integrità fisica dei detenuti.

Il governo americano ha sostenuto che
Mohammed al-Qahtani ha subito la tortura del waterbording, la dolorosissima e spaventosa simulazione di annegamento, è rimasto anni nella disponibiltà delle autorità statunitensi e tutto questo per nulla: evidentemente le accuse a suo carico erano inconsistenti e prove non ce ne erano, ma questo non è stato sufficiente ad evitare allo sfortunato anni e anni di patimenti in nome del "bisogna fare qualcosa". Adesso che hanno fatto qualcosa, cioè torturato e ucciso innocenti senza catturare nemmeno uno dei leader dell'internazionale islamista del terrore, senza toccare nemmeno uno dei loro sponsor, non pare comunque che importi molto.

Anche nel nostro paese intanto si è diffusa la moda di "fare qualcosa" (cioè prendersela con il primo soggetto debole e fargli pagare la frustrazione dei propri fallimenti), il governo ha deciso che "farà qualcosa" per i Rom. Solerti camorristi e fascisti hanno pensato bene di precederlo e hanno cominciato a dare fuoco alle loro aree di sosta; una ripetizione del pogrom di Opera, ancora tristemente impunito.
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sabato, 10 maggio 2008

La Francia e la dittatura mettono a rischio i soccorsi ai birmani


anche in Altrenotizie

Venticinquemila morti. Una ecatombe quella che si è abbattuta sulla Birmania. Ma ricostruire l'ultima tragedia birmana in ordine di tempo è elementare, tanto la disgrazia è stata cavalcata da molti in maniera già vista in decine di occasioni simili. Come a seguito della recente rivolta popolare contro la dittatura, la comunità internazionale ha sgomitato per cavalcare il palcoscenico offerto dal grande disastro di naturale e dalla spendibilità di un numero enorme di vittime, dimostrando di non avere minimamente a cuore la sorte delle vittime dell'uragano, quanto di perseguire altri disegni. Le cronache ci dicono che la giunta birmana, un regime dominato dalla paranoia e dalla superstizione, nega l'accesso agli aiuti, ma non è dato sapere che a scatenare l'irrigidimento - apparentemente irrazionale - della dittatura birmana ha contribuito grandemente una folle iniziativa francese.

La giunta birmana, incapace persino di trasmettere al suo popolo l'allarme lanciato dalla sorveglianza meteorologica dell'India, incapace di soccorrere i propri cittadini, è sembrata particolarmente sadica nel rifiutare gli aiuti alle popolazioni colpite, ma si è trattato invece di una prevedibilissima reazione all'iniziativa francese. A poche ore dal disastro la Francia non ha trovato di meglio che presentarsi al Consiglio di Sicurezza dell'Onu invocando un presunto diritto all'ingerenza per motivi umanitari, preludio ad un intervento diretto in territorio birmano da parte di altri paesi. Se la Francia voglia tutelare le proprie concessioni estrattive o se davvero a Parigi stiano pensando a mettere piede militarmente in Birmania non è dato saperlo, ma la mossa è stata più che avventata ed ha trovato l'opposizione di molti paesi.

Nonostante questo la giunta birmana, che vive nel terrore dell'invasione straniera tanto da aver spostato la capitale nell'interno costruendo ex-novo una città che è un monumento alla pochezza dei militari, ha sentito la pressione e ha reagito chiudendosi a riccio, fino a quando non è stato chiaro che la proposta non aveva alcuna possibilità di avere un seguito. Tipica reazione di un paese che ha il decimo esercito al mondo (come numero di militari) senza aver combattuto altra guerra che non quella contro i propri cittadini.

La particolare visione eurocentrica delle vicende birmane ci ha impedito di vedere i numerosi aiuti giunti senza problemi in Birmania dai vicini asiatici e anche di cogliere la ragione del conflitto tra la dittatura birmana e l'ONU. Non ha aiutato l'inviato ONU Gambari, che “ha una missione diversa” e non ha aiutato nemmeno Fassino, insignito dell'altisonante titolo di inviato europeo a mettere il naso nelle faccende birmane in nome della democrazia.

Quello francese è stato un tentare forzature a tutti i livelli, a cominciare da quello procedurale perché, come ha detto Dumisani Kumalo, ambasciatore del Sud Africa: “anche ieri c'è stato un enorme disastro in Corea del Nord, ma non abbiamo mai discusso di eventi naturali in Consiglio di Sicurezza, nemmeno dello tsunami” . Insomma l’Occidente non ha perso l’ennesima occasione per integrare un rozzo tentativo di assalto a quel che resta della legalità internazionale in nome dell'intervento umanitario.

L'ambasciatore francese Ripert ha dichiarato (da una trascrizione della missione francese): “Questa è una procedura. C'è un drammatica e disastrosa situazione, senza precedenti, in Myanmar. Il concetto di responsabilità all'offrire protezione è poco conosciuto in Francia: lo abbiamo inventato con Bernard Kourchner venti anni fa, nel 1988, in particolare con una risoluzione che aveva a che fare con l'accesso alle vittime. Fu l'inizio di tutto. Esattamente pensiamo e affermiamo: la responsabilità primaria è del governo del Myanmar, ma se fallisce o se non ha le possibilità, noi dobbiamo fare qualcosa. Se non facciamo niente la gente continuerà a morire, le epidemie si diffonderanno e sarà un disastro”.

Per “fare qualcosa” si intende evidentemente invadere Myanmar con una forza “umanitaria” in grado di muoversi autonomamente e coprire un paese intero, ovviamente a prescindere dal consenso del governo birmano. Stupisce che i generali si siano irrigiditi? Ha ragione l'ambasciatore americano all'ONU Zalmay Khalilzad nel dichiarare offensiva la lentezza del governo birmano a fornire risposte e informazioni all'Onu, il giorno 8 marzo, ma esiste un chiaro rapporto di causa-effetto tra l'iniziativa francese e la temporanea chiusura birmana.

Secondo l'ambasciatore britannico all'ONU, la procedura R2p (la sigla con la quale è conosciuta), non è applicabile come risposta ai disastri naturali. In proposito si discuterà di “fare qualcosa” in Somalia la prossima settimana e proprio il nostro paese reclama il merito dell'iniziativa. Peccato che a relazionare sullo stato del Paese saranno i supporter del governo dei signori della guerra e dell'invasore etiope; non c'è da attendersi troppo da una relazione che sarà ovviamente tesa a negare le responsabilità evidenti del disastro. Impossibile poi che si trovino volontari a rilevare militarmente gli etiopi ormai impantanati.

La situazione sembra ora migliorare per quel che riguarda l'arrivo degli aiuti. Le pretese francesi non hanno fatto presa; hanno al contrario sollevato fastidio ed irritazione e la giunta birmana è sembrata rilassarsi. Politica avventurista e improntata all'interventismo, quella della presidenza Sarkozy e del suo ministro, tanto falco pur provenendo dall'associazionismo umanitario, Così tanto da gettare grosse ombre anche sulle iniziative che lo hanno visto protagonista per anni.

Altre recenti iniziative di politica estera francese hanno sollevato robuste opposizioni al di fuori dell'occidente, dall'Africa all'Asia, non ultimo il salvataggio “manu militari” del dittatore del Ciad proprio mentre si stava dispiegando la missione Eufor nel paese, pretesa proprio dalla Francia a protezione dei profughi del Darfur, almeno sul piano formale. Sul piano della realtà la presenza della missione europea in Ciad sembra utile solamente a fornire legittimità alle truppe francesi già impegnate in Ciad e Repubblica Centrafricana a sostegno di due sanguinarie dittature sedute su risorse strategiche per Parigi, come il petrolio e l'uranio.

Così come in quel caso, anche in occasione della disgrazia birmana si è fatto leva sulla tragedia, incuranti delle vittime, cercando improbabili giustificazioni a interventi illegittimi e a prima vista folli, giocati integralmente sulla pelle delle vittime; proprio perché il governo francese può stare sicuro che nessuno, in patria come nel resto d'Europa, si alzerà a denunciare comportamenti tanto irresponsabili e a chiederne conto.
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sabato, 10 maggio 2008

Niente cattura del capo di al-Qaeda in Iraq


Lo ha smentito un portavoce dell'esercito americano, non era lui, ma uno con un nome simile al suo.

Per il resto del disastro in Iraq i militari americani fanno i pesci nel barile, meno se ne parla, meglio è.
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categoria: iraq, war on terror


giovedì, 08 maggio 2008

Ancora aggresssioni fasciste, che dirà Fini?


Lo scorso martedì sera, a Figline Val D'Arno (Fi), cinque fascisti italiani hanno aggredito con incredibile violenza due cittadini kosovari.

I due, 26 e 28 anni, lavoratori regolari hanno ricevuto 8 e 10 giorni di prognosi, ma poteva andare molto pegggio, visto che i picchiatori si sono serviti di due mazze da baseball per avere a certezza di fare male. Secondo la ricostruzione delle forze dell'ordine l'aggressione sarebbe motivata da xenofobia e razzismo, dal momento che il gruppo ha aggredito brutalmente i due stranieri senza altro pretesto che la loro "diversità".

A facilitare il lavoro delle forze dell'ordine la circostanza che l'aggressione sia avvenuta nella piazza principale del paese di fronte a diversi testimoni, non è stato difficile quindi arrestare Salvatore Massone (23) e Francesco D'Alterio (24) aspettandoli a casa; uno dei due aveva ancora le mani sporche di sangue e nella loro vettura sono state trovate le due mazze da baseball, una delle quali spezzata colpendo gli aggrediti, a testimonianza di una furia che poteva tranquillamente condurre ad un'altra morte per mano di questo genere di improvvisati squadristi.

Ora ci sarà chi, come nel caso di Verona, cercherà di negare la matrice fascista di questa aggressione, ma se a smentire Johnfranco Faini è emerso che uno degli aggressori di verona si era candidato alle elezioni per Forza Nuova, in questo ultimo caso la firma fascista si ritrova sulle armi del delitto: su una delle due mazze era inciso "Dux Mussolini" e sull'altra "Molti nemici, molto onore"; il solito onore di chi aggredisce in gran numero passanti inermi a caso.

Quasi sicuramente alla vicenda sarà data poca evidenza, anche se questo genere di aggressioni si sta moltiplicando; gli aggrediti sono stranieri e non sono neppure morti, non c'è la notizia.
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categoria: fascisti su marte


mercoledì, 07 maggio 2008

Le badanti assassine sono tra noi



Libro-Romagna-Assassina
Voglio precorrere i tempi, ormai maturi, e voglio essere il primo a denunciare il pericolo delle badanti assassine. Centinaia di migliaia di stranieri e straniere clandestine hanno preso il controllo dei nostri anziani e dei loro patrimoni. Proprio tra gli immigrati badanti si cela la gran parte dell'immigrazione clandestina, illegale, vietata. Si tratta sicuramente di piani d'invasione da parte di paesi stranieri, come ha detto uno stimato monsignore: "c'è un evidente disegno" dietro l'invasione straniera e sicuramente c'è un disegno anche dietro l'invasione delle badanti.

Questo esercito che ci ha già invaso, composto per lo più di femmine mature, esperte e desiderose di riscatto economico, si impadronirà dei cuori e dei patrimoni dei nostri vecchietti e vecchiette, realizzando la più grande rapina del secolo, qualche anno ancora e poi si libereranno dell'oggetto delle loro cure, ultimo ostacolo al godimento dei patrimoni italiani.

propaganda mode /off

Sì, i tempi sono maturi perchè qualche imbecille scriva cose del genere, alcuni sono già arrivati a paventare masse di  badanti che seducono i vecchietti perchè qualche parentado si è offeso quando il nonno si è invaghito dell'unica persona che gli da' attenzione e ha pensato addirittura di sposarsela; qualche fesso che farà la fuga in avanti appoggiandosi a qualche efferato fatto di cronaca nera si troverà di certo.
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mercoledì, 07 maggio 2008

Bologna: tutti pazzi per le ronde


Per chi pensava che Bologna conservasse ancora qualcosa del "laboratorio politico" che fu un tempo, gli ultimi giorni sono stati una mazzata terrificante.

La questione delle ronde ha messo a nudo la pochezza della classe dirigente cittadina e alla berlina gli intellettuali  e teorici della "sicurezza" alla Barzagli. In pochi giorni agli assistenti civici già riconosciuti dal comune, si sono aggiunti i vecchietti di un quartiere, le ronde della Lega Nord, i City Angels, le ronde di AN e perfino quelle degli studenti. Tutto questo, è bene tenerlo presente, in una città tra le più tranquille dn un paese che ha la più alta densità di forze dell'ordine d'Europa e uno dei tassi di criminalità più bassi e pure in calo costante. A questo ben di Dio si potrebbero aggiungere altre iniziative, compresa e quasi scontata la ronda delle zdaure con il mattarello a riportare a casa i rondaioli perditempo.

Perditempo perchè la ronda fatta prima che la signora butti la pasta o una volta al mese ad uso della stampa, non serve evidente a nulla, ammesso che ronde continue possano servire a qualcosa. A forza di gridare al degrado e alla criminalità dove in realtà ce n'è pochissimo di entrambi, hanno creato un problema che non sanno risolvere proprio perchè è finto.

Non ci sono centinaia di arresti da compiere in mancanza di criminali e tenere pulita la città costa troppo, ora che l'azienda che si occupava del pattume è diventata una multiutility privata e deve fare bilanci positivi e "stare sul mercato". Quindi alla parte finta del problema finto si offre una soluzione finta, la ronda per tutti, mentre per la parte reale della questione si approntano provvedimenti che vengono sbandierati salvo poi non vedere la luce perchè sprovvisti di copertura finanziaria. I bagni pubblici nelle zone invase dalla movida notturna non li metteranno nemmeno nel 2008, è solo da vent'anni che servono, perchè li hanno previsti senza finanziarli.

E tutti seguono come automi, anche gli studenti che pur rifiutando l'arruolamento nelle ronde studentesche contro il degrado, non hanno saputo resistere alla tentazione di organizzare una ronda contro la ronda delle signore di AN. Solo la Lega alla fine si è tirata indietro, da AN dicono perchè sono pochi, e ha sposato i City Angels, ma comunque sono in gestazione o già all'opera altri gruppi di vigilanti del nulla.

Che nemmeno a fronte di tali e tante ridicole insulsaggini nessuno abbia ancora trovato la maniera e la voglia di dare uno stop ai deliri, conferma il completo azzeramento del famoso laboratorio politico. Anche chiamarlo teatrino della politica è comunque dargli una dignità che non merita.
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martedì, 06 maggio 2008

Mayday, primo maggio diverso

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Se in Turchia i sindacati hanno festeggiato il primo maggio resistendo a furiosi assalti della polizia, impegnata fin dal mattino ad attaccare le sedi dei sindacati ad Istambul e poi, per il resto della giornata, a sparare migliaia di lacrimogeni, mentre in tutto il paese pestava ed arrestava chi provava a manifestare, in Italia le manifestazioni per la festa dei lavoratori sono passate senza particolari emozioni: placido il concertone di Roma, placide le manifestazioni dei sindacati e placida anche la Mayday milanese. Tradizionalmente preceduta da un robusto fuoco di sbarramento di autorità e politici locali che prevedono brividi, terrore e raccapriccio per le strade di Milano, la grande manifestazione del precariato si è invece snodata per le vie di Milano serena, colorata ed imponente. A sfilare era il popolo del precariato metropolitano, che ormai da anni ha eletto questo appuntamento come momento di sintesi e d'incontro misconosciuto dalla politica ufficiale.

Strano destino quello della Mayday, nata a Milano nel 2001 e ormai diventata europea: quest'anno ha raggiunto l'estremo Oriente, sbarcando anche a Tokyo, ma continua a passare in sordina sui media italiani, o a non passare proprio. L'auto-organizzazione precaria non piace; non piace ai media che in quanto industria si fondano sullo sfruttamento di legioni di precari e non piace ai partiti, nemmeno a quelli di sinistra che con il precariato si sono riempiti la bocca solo per aggiungere delusione al già gramo destino dei precari italiani. Ancora meno piace ai sindacati, più preoccupati di mantenere buoni rapporti con le elite e di curare il loro consenso ormai fondato sull'attenzione ai pensionati più che alla condizione dei lavoratori attivi.

Mayday è cresciuta lontana dalle grandi organizzazioni, così come l'inchiesta e il contrasto al precariato sono nati e cresciuti dall'incontro di realtà di base, associazioni e singoli che negli ultimi anni hanno fatto da soli nella latitanza dei soggetti in teoria deputati. Mayday è cresciuta fino a diventare Euromayday e a coinvolgere decine di città europee, perché i problemi posti dal diffondersi del precariato hanno dimensioni ed origini e conseguenze, globali. Da qui l'esigenza di portare la ricerca e definizione di soluzioni al “male di vivere male” delle giovani generazioni, a livello europeo, incontrando le esperienze degli altri paesi e socializzando criticità, analisi e soluzioni.

Anche per questo Euromayday si è materializzata anche al vertice europeo di Aaachen, ricevendo un rude benvenuto dalla sicurezza tedesca nonostante precedenti del tutto rassicuranti sul piano dell'ordine pubblico. Purtroppo anche nel 2008 il grido dei precari si è perso nella rete, strumento comunicativo d'elezione della generazione precaria, suscitando poca attenzione e nessun dibattito sugli altri media; il dramma del precariato “tira” solo nella fiction, industria che mostra di gradire moltissimo le peripezie dei supereroi precari e le loro vite avventurose.

A Milano scendono regolarmente in piazza più di centomila persone, ma non fanno notizia se non sul piano della “sicurezza”. I giorni precedenti alla manifestazione i media locali ospitano una lunga litania di timori per l'ordine pubblico e quello immediatamente successivo è occupato discutendo delle scritte lasciate sui muri; poi basta. Provare per credere, nonostante siano state fatte solo due o tre scritte durante una manifestazione di decine di migliaia di persone che ha impegnato il centro di Milano per ore ed ore, anche quest'anno si è parlato solo di quello.

Il popolo della Mayday ormai ha capito e non se la prende troppo, preferisce sfruttare l'occasione per tessere relazioni, socializzare esperienze e prendersi una giornata veramente diversa da quelle di solito organizzate per lui da un paese che sembra aver perso la testa ed anche il cuore. C'è molto cuore invece alla Mayday; molto cuore, molta sofferenza e molta voglia di comunicare, di dimostrare che esiste un'umanità macellata dallo sfruttamento che non per questo è disposta a rinunciare alla propria dignità o alla rivendicazione di maggiore giustizia sociale.

Diversamente dal passato, in piazza non sfila il proletariato, ma un popolo che la prole non può permettersela, reso cosciente del proprio dramma non solo dalla sofferenza, ma anche dal possedere strumenti culturali un tempo inaccessibili alle classi subalterne. Strumenti che non si rivelano ancora efficaci nel contrastare e temperare l'avidità di chi è disposto a far pagare qualsiasi prezzo agli altri per guadagnare in proprio (avidità liberata dai profeti del liberismo e ora in procinto di provocare il primo genocidio del secolo per mano degli speculatori) ma che permettono di comprendere le radici delle ineguaglianze e di lavorare per porvi rimedio senza il rischio di rincorrere acriticamente soluzioni drastiche quanto incongrue o lasciarsi ammaliare dal guru di turno.

Sano realismo, discussioni sul piano della realtà, rivendicazioni praticabili che corrono il rischio di sembrare aliene solo per la diversità del nostro paese rispetto al resto d'Europa. Un vero e proprio handicap culturale separa la nostra classe dirigente da quella europea e a dimostrarlo c'è proprio l'approccio al dilagare del precariato. Non per niente un istituto ormai comune in Europa come il reddito di cittadinanza, da tempo reclamato dai seguaci di San Precario, non riesce ad attirare l'attenzione di nessuno. Non c'è una sola forza politica nel nostro paese che abbia avuto la forza e la voglia di proporre una misura di così fondamentale importanza sociale al pubblico dibattito.

Probabilmente la spiegazione di questa stranezza risiede nel fatto che siamo davvero un paese vecchio, nel quale lo zoccolo duro del corpo elettorale vive la vita, i timori e i problemi di una popolazione anziana, barricata dietro robuste inferiate e formata ed informata al pensiero unico televisivo. Una realtà destinata a rimanere tale e quale ancora per diversi anni, almeno fino a quando durerà la dittatura televisiva nel nostro paese. I precari che sfilavano alla Mayday questo lo sanno, ma non per questo rinunceranno a reclamare reddito e vite che valgano la pena di essere vissute.
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venerdì, 02 maggio 2008

Somalia, genocidio incombente

Anche in Altrenotizie

La Somalia è ufficialmente la più grave crisi mondiale, anche se questo riconoscimento non sembra in grado di portare alcun beneficio ai somali. Nelle parole dei nostri media, dei telegiornali, in Somalia ci sarebbe una “guerra civile” e non una guerra che è lo specchio dell'invasione irachena. La Somalia implode nuovamente perché il paese è stato invaso dalla vicina Etiopia su invito americano al fine di rimuovere il primo governo che il paese fosse riuscito a darsi dopo quindici anni di anarchici conflitti tra bande di “signori della guerra”. Per una non infrequente combinazione, i portatori di democrazia hanno affidato il governo del paese proprio a questi leader, dalla dubbia reputazione, ma dalle sicure capacità predatorie.

La dittatura etiope, che aveva dichiarato che si sarebbe ritirata dalla Somalia entro settimane, poi mesi, poi il prima possibile, non controlla nemmeno l'Etiopia e a Mogadiscio ha reagito agli attacchi bombardando interi quartieri per rappresaglia. Non si può dire però che L'etiope Zenawi usi due pesi e due misure, visto che nel suo paese governa con piglio sanguinario. Così in Somalia le organizzazioni umanitarie non riescono a raggiungere i profughi,impediti come sono dall'esercito etiope e dai criminali, una tattica che l'esercito etiope usa anche in Ogaden contro gli etiopi in fuga dai villaggi bruciati dall'esercito.

Profughi che ormai si contano a decine di migliaia. L'Etiopia ha addirittura rotto i rapporti con la Norvegia, uno dei pochi governi occidentali critico verso il totale disprezzo della dittatura per le vite dei propri cittadini. Zenawi ha accusato la Norvegia di “aiutare i terroristi”. Accusa che in Somalia rivolge alle ONG impedendo loro di aiutare i profughi somali.

Se l'ONU predice tragedie, il governo somalo organizza l'ennesima conferenza di pacificazione, annunciando però che non si potrà discutere dell'occupazione etiope e nemmeno di chi governa, “un presidente o un primo ministro lo diventano dopo le elezioni, non sulla punta dei fucili”. Governo somalo che è ormai ridotto ad un solo primo ministro ad interim nominato del presidente Yusuf, ma nessuno dei due ha mai visto un'elezione.

Non bastassero le tragedie, come la siccità di nuovo ai massimi dal 1991 o la diffusione di malattie banali quanto mortali, al governo è venuta la bella idea di far fronte alla mancanza di fondi stampando moneta falsa. Immediatamente l'inflazione è esplosa, unendosi all'aumento generalizzato delle materie prime alimentari e spingendo alla fame anche quei somali che ancora potevano acquistare il cibo.

Rivolte della popolazione anche in Puntland, epicentro del boom di banconote false e Somaliland, ma all'esterno risalta solo il ritorno dei pirati. Poco si è visto anche della fuga per mare verso lo Yemen, un esodo che ricorda altre fughe di popoli interi. L'intero paese è allo sbando, l'Unione Africana promette truppe, ma nessuno è così temerario da inviarle fino a che ci sono quelle etiopi; ormai odiate dall'unanimità dei somali, ben al di là dell'antagonismo storico tra i due paesi.

Per gli Stati Uniti, mandanti di questa ecatombe, c'è finalmente un risultato positivo: un bombardamento aereo americano ha ucciso Moalim Aden Hashi Ayro, numero uno di al Qaeda nel paese, a sentire il Dipartimento di Stato. La cosa ha fatto gridare al successo della strategia dei bombardamenti, peccato che questo sia stato il primo successo dopo il bombardamento di cinque villaggi somali in un anno di guerra, almeno stando agli episodi noti. Per il Dipartimento di Stato il problema in Somalia è nel “mettere fine alla violenza estremistica”, ma si continua a sorvolare sul fatto che la violenza sia stata scatenata proprio da Washington, proprio quando la Somalia sembrava aver ritrovato la quiete dopo quindici anni di anarchia armata.

Per la maggioranza dei somali il primo passo verso il futuro è rappresentato dal ritiro delle truppe etiopi dal paese, condizione senza la quale non possono immaginarsi che colonizzati dall'odiato vicino, ma questa soluzione non sembra poter maturare a breve; salvo eventi traumatici gli etiopi resteranno anni nel paese, essendo chiaro che l'intervento è ricalcato su quelli in Iraq e Afghanistan.
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venerdì, 02 maggio 2008

Sicuri di essere insicuri?

Approfitto di questo, trovato già fatto, per riportare alla realtà la questione sicurezza.


SICURI DI ESSERE INSICURI?

Autore: Stefano Cicchetti

Fra ordine senza legge e legge senza ordine

Abbiamo più agenti di tutti, ma ne vogliamo ancora
L’immigrazione è appena iniziata, ma siamo già terrorizzati
E nessuno fa niente per i processi più lenti del mondo

Dei rifiuti di Napoli, dopo le elezioni politiche non si parla più. Chissà se, passate anche le amministrative, scomparirà dalle prime pagine pure la sicurezza. Improbabile, visto che la mondezza è sempre là, dunque basterà ignorarla come si è fatto negli ultimi quindici anni. Mentre della sicurezza si parlerà certamente ancora; magari per dire che il problema è risolto, dati alla mano. E pazienza se i dati c’erano già.

Un’emergenza che gli americani ci invidiano
Infatti, cosa dicono le cifre? Per esempio a Roma, dove il neo sindaco Alemanno aveva denunciato la “situazione terribile” di “una città fuori controllo”? Dicono (fonte: Questura di Roma) che dal 2006 a oggi gli omicidi sono passati da 9 a 6, le violenze sessuali da 53 a 35 (tre quarti fra le mura domestiche), le rapine sono calate del 35 per cento, in ribasso anche i furti ed i reati di droga. Tutto ciò in barba ad ogni “invasione” di immigrati. Insomma la società italiana sarà anche “percepita” meno sicura, ma nella realtà è all’opposto. E tale viene “percepita” all’estero.
Non ci credete? Eppure la pensa così il New York Times, una volta paragonata la loro situazione alla nostra: nella Grande Mela, 8,5 milioni di abitanti, 500 morti ammazzati nel 2006; in Italia 593 su 59 milioni (nel 1991 erano ancora più di 1900). Solo nelle zone più insanguinate del nostro Paese si tocca la media americana di 5 uccisi per 100 mila: così a Catanzaro, (5,4) e Reggio Calabria (4,4). Ma la nostra media nazionale è, udite udite, 1 assassinato ogni 100 mila abitanti. Si ammazzano molto di più i Finlandesi dalle candide dentature (quella troupe di un noto dentifricio dovrà fare attenzione ad aggirarsi nei boschi sparacchiando con il fucile ad aghi) con il 2,6 sempre ogni 100 mila.

Lo Stato è assente?
Gli Italiani si sentono però “abbandonati” e “lo Stato è assente”: questo il ritornello di ogni tg. Sarà vero almeno questo? Anche qui, parlino i numeri. Nel 2000 (Fonte: Censis) avevamo un agente delle forze dell’ordine ogni 201 abitanti, record europeo che ci collocava ben davanti a Spagna (1 a 225), Francia (1 a 252), Regno Unito (1 a 375). Fra il ’92 e il ’98 gli agenti erano cresciuti mediamente di oltre il 9%. Da allora saranno diminuiti? Macchè. Oggi (fonte: Associazione italiana dei familiari di vittime della strada) abbiamo un agente ogni 173 cittadini, per un totale di 440 mila divise. Record dei record, poi, quello dei corpi con compiti di polizia: solo nei mari italiani, per esempio, incrociano natanti della Guardia Costiera, ma anche di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Municipale e perfino Guardia Forestale!
Se ne rendevano ben conto già nel 2002 anche i Circoli della Libertà di Mestre, che, come altri di ogni schieramento prima e dopo di loro – e altrettanto inutilmente -, proponevano una gestione più razionale di cotante risorse, chiedendo “di poter impiegare effettivamente gli oltre 200 mila uomini oggi adibiti in mansioni che nulla hanno a che vedere con i servizi operativi sul territorio”, “l’eliminazione di organi duplici, triplici o quadruplici che svolgono le stesse funzioni”, “la divisione delle competenze fra polizia di Stato e Carabinieri secondo il criterio territoriale”.

Il disastro è nei processi
Ma allora che cosa non va? Certo, di moltissima insicurezza “percepita” dobbiamo ringraziare l’informazione. In campagna elettorale un quotidiano (il cui direttore uscente è stato eletto nel Pdl) è arrivato a riempire di cronaca nera le sue prime sette pagine nazionali; in un tg Mediaset, 14 servizi su 20 erano di fattacci. Poi c’è la crisi economica a generare la peggiore delle insicurezze. L’immigrazione fa paura, come ogni grande mutamento. La malavita organizzata continua a spadroneggiare in almeno tre regioni.
Ma non è tutta macabra propaganda, ne psicologia distorta, sia chiaro. La cosa peggiore è che i colpevoli di solito sono beccati – e ci mancherebbe, visto quello spiegamento – ma è verissimo che troppo spesso se la cavano a ottimo mercato.
Perché la nostra vera emergenza non è nelle strade, ma nei tribunali. L’Italia è al 155° posto nel mondo, su 178, per i tempi della giustizia (fonte: Banca Mondiale). Con costi umani e finanziari inimmaginabili. La magistratura italiana ha insomma ben poco di cui vantarsi e avrebbe molto da riformare, a cominciare dai suoi svariati privilegi e dalla sua mediocre “produttività”. Mai si è udita dai giudici un’idea per snellire i procedimenti. D’altra parte, depenalizzare i reati dei ricchi come il falso in bilancio o minacciare il test di sanità mentale per i pm, non fa altro che creare un’altra tipicità del tutto italiana: una destra che accarezza un ordine senza legge, una sinistra arroccata sulla legge snobbando l’ordine. Risultato: nessuno che sia stato finora capace di darci niente di quel che davvero serve: processi veloci e che sconti davvero la pena chi è condannato.
postato da mazzetta alle ore 20:03 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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