mazzetta

Ce la possiamo fare...
lunedì, 28 aprile 2008

E adesso Mayday!


Primo Maggio precario, la Mayday e il popolo di San Precario è sempre più meticciato con sorelli e fratelle europei. A Milano Mayday dedicata ai migranti, ma ci saranno Mayday in ogni dove, in tutto il continente e anche la novità dello sbarco a Tokyo.

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Per chi voglia varcare i confini nazionali:

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categoria: movimenti, net world


venerdì, 25 aprile 2008

Ancora martiri per la vanità di Berlusconi?


L'ex Segretario alla Difesa Usa Rumsfeld, falco dei falchi, potrà anche dire che "la guerra in Iraq é una catastrofe", ma pare che nel nuovo governo ci sia una gran voglia di riportare i nostri militari a morire in Iraq. Ha cominciato Martino dicendo che se dipendesse da lui manderebbe uomini in Iraq e Afghanistan e toglierebbe quelli che ci sono in Libano, dove purtroppo impediscono al governo israeliano di invadere il Libano in caso di crisi di consensi. Sembra strano, ma dopo che il precedente governo Berlusconi aveva dato segno di voler ritirare le truppe dall'Iraq prima di uscire sconfitto dalle urne, ora c'è invece un consenso montante ad aumentare l'esposizione dei nostri militari nelle guerre di Bush. Ovviamente sono guerre che i nostri indomiti spacciano per missioni di pace a giorni alterni, quando non sono impegnati a propagandare lo scontro di civiltà, ma restano pur sempre disastri senza apparente via d'uscita e senza una ratio apprezzabile da chi non commercia in idrocarburi.

Il motivo della presenza in Iraq dei nostri soldati venne spiegato senza ipocrisie da Franco Frattini, ministro del governo Berlusconi in Parlamento: “L'impegno italiano per la sicurezza internazionale è determinato da un calcolo razionale del nostro interesse; e ancora il nostro impegno nelle missioni di pace rappresenta un saldo investimento economico". Sì, proprio così, ha detto proprio così. Nessuno, nemmeno il povero Veltroni ha mai chiesto il rendiconto di questo investimento. Sappiamo che alcuni soldati italiani sono morti, ma non sappiamo cosa “ci” abbiamo guadagnato. Sicuramente l'ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) pensa di guadagnarci contratti lucrosi, ma ancora non è dato sapere quanti cadaveri di “nostri ragazzi” ci costerà il petrolio iracheno al barile.

A seguito del cambio di governo è tornato a farsi sentire con toni entusiasti l'amministratore delegato di ENI, Paolo Scaroni, secondo il quale ora ci sarebbe l'opportunità di siglare lucrosi contratti “inchiavardati in un nuovo quadro legislativo”. Scaroni parla della legge irachena sul petrolio, però vende la pelle dell'orso prima di averlo ucciso. Sono anni che Bush e compagni provano a far siglare una legge-truffa ai parlamentari iracheni e sono anni che questi, come Penelope, tessono la legge e poi la fanno a brandelli.

C'è da capirli, anche se si tratta di elementi eletti grazie al placet americano, anche se il governo iracheno non è quello uscito dalle elezioni, ma dai piani di Bush, gli americani non sono ancora riusciti a convincere i parlamentari iracheni a scrivere una legge che regali loro il petrolio a condizioni vantaggiosissime. Non è difficile da capire: quale iracheno vorrebbe mai mettere la firma sotto una legge che regala l'unica ricchezza immediatamente monetizzabile del suo paese? Quale parlamentare vorrebbe passare alla storia per aver regalato la ricchezza nazionale a chi ha distrutto il paese peggio di quanto siano mai riusciti a fare altri invasori nella storia?

Non ci sarà alcun dividendo di guerra, i “nostri ragazzi” sono morti per niente, così come sono morti per niente quelli americani. Gli unici che hanno incassato dividendi sono gli amici di Bush seduti nei consigli di amministrazione delle Big Oil e delle aziende che nutrono la guerra, dalle compagnie mercenarie ai costruttori di armi.

Non potrebbe essere diversamente: a Bush non interessava minimamente la restaurazione della democrazia, la dimostrazione è sotto gli occhi di tutti. Fior di dittature sono prosperate nell'area dall'invasione dell'Iraq ad oggi. La democrazia si è allontanata per gli egiziani, per i libici, per i tunisini e per i sauditi, per non parlare di quanto si sia radicalizzato l'Iran, che dopo aver collaborato agevolando le invasioni di Afghanistan ed Iraq da parte degli americani è finito sul banco degli accusati unicamente per distogliere l'attenzione dalla catastrofe che si consuma in Iraq.

Un milione di morti, due milioni di profughi all'interno del paese, più di due milioni espatriati, quattro milioni di feriti, centinaia di migliaia di iracheni detenuti; niente elettricità, niente acqua corrente, carburante o gas per la maggioranza degli iracheni. Baghdad è oggi un immenso campo di detenzione, con i quartieri murati da barriere ispirate a quelle che Israele usa per recludere i palestinesi; a Nassirya c'è il coprifuoco, a Bassora c'è battaglia con tanto di bombardamenti aerei, Falluja non esiste più, Mosul è disperata, il Kurdistan invaso dai turchi, Moqtada al Sadr è tornato il cattivo di sempre. La violenza in Iraq è in aumento, si è scoperto pure che il tanto magnificato “surge” americano era un'altra balla e che il generale Petraeus nascondeva la tragica verità per fare bella figura.

Anche Berlusconi voleva fare bella figura quando dichiarava: "È vero, e credo che siamo stati molto utili alle democrazie occidentali. La nostra posizione nella coalizione non è stata mai in dubbio e quindi la nostra intelligence ha collaborato con gli alleati". Poi si scoprì che la nostra intelligence aveva fabbricato la patacca sull'uranio nigerino venduto a Saddam e che i servizi segreti italiani, durante il governo di Berlusconi - e quindi sotto la sua responsabilità - inventavano attentati e minacce “islamiche” al fine di terrorizzare gli italiani e guadagnare consenso alla guerra. Terrorismo governativo a danno degli italiani; un governo terrorista come quello americano.

Un quadro desolante, condito dall'orrenda retorica marziale alla “armiamoci e partite” di chi vuole guadagnare un posto a tavola o mettersi in mostra spendendo il sangue degli altri. Adesso il berlusconismo trionfante vorrebbe gettare il paese a testa bassa in due guerre già perse (lo ammettono anche gli americani), lucrando così l'occasione per mostrarsi in televisione nelle occasioni che sono date ai condottieri.

Peccato che questa vanità si paghi con il sangue, il sangue dei “nostri ragazzi”, ma anche quello dei poveretti ai quali diciamo di “portare la democrazia”; peccato anche che mentre questa tragedia si consuma, gran parte delle “schiene dritte” insediate nelle redazioni faccia orecchie da mercante al grido di dolore dei popoli di Afghanistan, Iraq e Somalia. Fateci caso: dal 2001 ad oggi sui nostri media non siamo riusciti ad avere un solo servizio che desse la voce agli abitanti di questi paesi che abbiamo contribuito a devastare. A ciascuno stabilire se determinare questa stranezza sia la vergogna o se si tratti anche in questo caso della difesa di “un saldo investimento economico”.
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categoria: italia, iraq, politica interna, truffe, war on terror


mercoledì, 23 aprile 2008

Riccardo Rasman come Federico Aldrovandi

Impressionanti le analogie con il caos di Federico, in particolare per quel che riguarda le clamorose illegalità nell'indagine sull'omicidio.

Copio il testo che mi è arrivato:


Riccardo Rasman aveva 34 anni il 27 ottobre del 2006. E' morto nella propria casa dopo l'intervento di due pattuglie di Polizia.


Per il fatto sono indagati quattro agenti: Francesca Gatti, Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe De Biasi.Riccardo era un ragazzone alto 1 metro e 85 e pesava 120 chili, il termine tecnico della sua malattia era "sindrome schizofrenica paranoide". La sua depressione ebbe inizio durante la leva militare, quando subì violenti atti di "nonnismo", tanto da vedersi riconosciuta dalla corte dei conti l'infermità dipendente da causa di servizio. Aveva paura, viveva nella paura delle divise, poco importa se militari o di polizia, quelle divise gli avevano portato la sua malattia e il 27 ottobre del 2006 anche la morte.

Quella sera era euforico, era felice, il giorno dopo iniziava a lavorare, ma ha commesso un peccato mortale, ha deciso di festeggiare gettando alcuni petardi dal balcone. Questa la causa della sua morte.Una vicina chiama la polizia, arrivano due volanti, vogliono entrare ma lui ha paura si distende sul letto, è solo, dice che no non vuole aprire, a un certo punto urla se entrano li ammazza, ma è troppo tardi "l'ordine" non tollera insubordinazioni, neanche da chi è ammalato. I poliziotti chiamano i vigili del fuoco, viene sfondata la porta ... e inizia la fine.

Morte per asfissia da posizione.Sul corpo di Riccardo diverse ferite, molto sangue nella camera, le perizie dei legali di parte dicono: "per causare le lesioni riscontrate gli agenti hanno usato mezzi di offesa naturale in maniera indiscriminata anche verso parti del corpo potenzialmente molto delicate, ma anche oggetti contundenti come potevano essere il manico dell'ascia rinvenuta nell'alloggio o il piede di porco usato dai vigili del fuoco per forzare la porta d'ingresso. Gli stessi agenti hanno ammesso di averlo utilizzato contro il braccio destro di Riccardo".

Manette ai polsi e filo di ferro alle caviglie, ma anche i segni di un "imbavagliamento con blocco totale o parziale della bocca, effettuato con un cordino o con qualcosa di simile. Questo imbavagliamento avrebbe causato una ulteriore restrizione, soprattutto della respirazione".Il PM sta valutando se chiedere l'archiviazione o proporre il rinvio a giudizio dei quattro poliziotti, la difesa afferma che l'intervento dei poliziotti era legittimo e l'azione svolta per legittima difesa, i legali di parte civile affermano: "In caso di delitti ed in particolare di omicidi di cui sono accusati appartenenti alle forze dell'ordine, le indagini devono essere affidate a corpi investigativi che siano indipendenti da quelli coinvolti nei fatti delittuosi. I primi testi furono persino sentiti dagli attuali poliziotti indagati".L'archiviazione del caso tutto questo non potrebbe chiarire, solo un processo potrebbe aprire alla verità e forse alla giustizia.Proprio quest'anno si celebra il trentennale della 180, e c'è chi in questa città vuole festeggiare Basaglia, ma ha deciso di tacere su quanto successo a Riccardo, noi vogliamo poter festeggiare anche la Verità e la Giustizia e per farlo non possiamo lasciare una morte come questa nel silenzio.Per questo ne parliamo e ne parleremo ancora e ancora chiederemo Verità e Giustizia.

Riccardo Rasman aveva 34 anni il 27 ottobre del 2006. E' morto nella propria casa dopo l'intervento di due pattuglie di Polizia.

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categoria: repressione


mercoledì, 23 aprile 2008

Il crudele conto della serva

Per salvare Alitalia il governo italiano ha stanziato 300 milioni di euro con la formula del prestito-ponte. Significa che Alitalia li dovrà restituire una volta venduta, ma è chiaro che, se la società sarà gravata di 300 milioni di debiti in più, lo stato incasserà 300 milioni in meno; che quindi sono da dare per persi.

Nella stessa giornata per salvare qualche milione di moribondi per fame, in aumento a causa del vertiginoso crescere del prezzo dei prodotti alimentari, -tutta- l'Unione Europea ha stanziato -solo-180 milioni di euro.

Rimettere in discussione la direttiva che prevede di produrre il 20% dei carburanti utilizzando colture commestibili, uno dei fattori determinanti nell'aumento dei prezzi degli alimentare, non è stato nemmeno messo in discussione, solo qualche parlamentare europeo ha provato a proporlo.

Tutto ciò a pochi giorni di distanza da un appello dell'ONU e di altre istituzioni, anche comunitarie, che annuncia nei prossimi mesi ed anni un vero e proprio genocidio per fame.
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categoria: trash, truffe


lunedì, 21 aprile 2008

American Betullas


Il governo Bush è stato scoperto a mentire agli americani per bocca di autorevoli generali in pensione, imboccati da Rumsfeld per dire che la guerra era giusta, che era condotta come si deve e in generale per stroncare ogni obiezione.

Qui l'inchiesta completa del New York Times in video.
Qui il lunghissimo articolo che spiega nel dettaglio la truffa del governo Bush a danno degli americani e non solo.
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categoria: bush, truffe, war on terror, infowatch


venerdì, 18 aprile 2008

Controffensiva


Visto che simpatici nazi, I suppose, hanno attaccato il sito che ospitava il docufilm "Nazirock", la cosa migliore da fare è moltiplicare la risonanza della vicenda e aumentare i link a quanto vogliono oscurare.
Forza Nuova, noti alfieri della libertà d'espressione, aveva già bloccato la proiezione del film all'Università di Bologna con un'azione legale in nome del non turbare la campagna elettorale. Evidentemente però i simpaticoni temono parecchio la diffusione del video, se ricorrono anche ad azioni illegali e, al solito, dall'etica incerta; come sdraiare macchine che contengono diversi siti per colpirne uno.

Fanno i giochini, scimmiottano gli hacker dimostrando solo di non aver capito; ma come spesso accade in rete, sono giochini che tornano come boomerang ed amplificano quanto si vorrebbe nascondere.
In questo caso c'è da nascondere quanto orrendi sono questi ceffi e in che maniere assai discutibili trascorrono le loro giornate. Per chi volesse acquistare il video e diffonderlo a scopi didattici, c'è un sito web, altrimenti il solito self service piratesco, facile prevedere una veloce disponibilità dell'opera anche nei canali free.
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categoria: italia, trash, net world, fascisti su marte


venerdì, 18 aprile 2008

Il governo cinese chiede ai propri cittadini di limitare lo zelo patriottico


A conferma di quanto si diceva poco sotto, il governo cinese ha ufficialmente invitato i propri cittadini a mitigare lo "zelo" con il quale manifestano il loro patriottismo in reazione alle proteste per il Tibet.

L'agenzia Xinua ha spiegato che tale fervore deve essere indirizzato "a fare bene il proprio lavoro" e, pur riconoscendo il carattere "patriottico" delle reazioni dei cinesi su internet (giunti a pubblicare liste di singoli attivisti pro-Tibet con tanto di indirizzi e invito al mail bombing), ha invitato alla misura.

Il richiamo ufficiale, perchè di questo si tratta, è stato pubblicato nella sola edizione in cinese dell'agenzia (l'equivalente dell'Ansa italiana) sottolinea che "Trent'anni di riforme ed aperture hanno creato un miracolo cinese...ma bisogna dirsi chiaramente che per la Cina è già durato molto, la strada futura non sarà così facile.

Il governo cinese in passato era già intervenuto a sedare le intemperanza dei propri cittadini contro il giappone, quando una serie di iniziative del primo ministro giapponese  Shinzo Abe, ritenute offensive per le vittime dell'invasione giapponese della Cina e per l'orgoglio nazionale, provocarono violentissime manifestazioni e un'esplosione di insulti all'indirizzo dei giapponesi.

fonte: BBC
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categoria: cina


mercoledì, 16 aprile 2008

E i cittadini cinesi passano al boicottaggio


Può aiutare a capire che ne pensano i cinesi delle nostre contorsioni sul TIbet.
La blogosfera cinese ha lanciato il boicottaggio di Carrefour (c'è anche in Cina, sorpresi?) al quale hanno subito aderito con entusiasmo molti netizen cinesi.

Obbiettivo la catena francese perchè la Francia sembra guidare il fronte dei polemici con Pechino, ma al di là della scelta del -chi- colpire, sembra evidente che i cinesi in rete siano più che convinti che le proteste a favore dei tibetani siano poco fondate e il boicottaggio olimpico addirittura un'offesa.

L'iniziativa è piaciuta così tanto che alcuni cinesi hanno già cominciato, anche se l'inizio della protesta era stabilito per il primo maggio.

Sarà il caso di cercare la Cina prima che la Cina senta il bisogno di spiegarsi anche con noi poveri occidentali sotterrati dalla propaganda interessata.
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categoria: cina


mercoledì, 16 aprile 2008

Lo stupore degli sconfitti

Anche in Altrenotizie

Il risultato elettorale sembra aver colto di sorpresa gli sconfitti in misura superiore al plausibile. Stupore strano, poiché la sconfitta era annunciata, si sapeva che sarebbe stata netta quanto inevitabile e non solo perché lo dicevano i sondaggi. Fanno buon viso a pessimo gioco al Partito Democratico, entrano nel fair play con il quale Veltroni pensa di tappezzare il suo Piano B, ovvero l'attesa che la fine del governo Berlusconi, prima o poi, lo consegni al paese come unica alternativa. Sono i vantaggi del sistema bipolare: non occorre vincere, basta attendere il fallimento dell'altro polo e festeggiare la vittoria sui cadaveri degli amministrati. L'errore originale è stato quello di dare per finito Berlusconi e credere che in caso di caduta di Prodi ci sarebbe stato da affrontare un centrodestra imploso, salvo poi ritrovarsi Berlusconi trionfante a capo di una destra coesa, più forte e più reazionaria che mai. Fanno buon viso a cattivo gioco anche nella Destra, che ora cercherà di elemosinare qualche strapuntino, festeggiano la sparizione dei comunisti e anche loro sperano nel loro personale sole nero dell'avvenire. Al popolo di destra piace il potere, un partito di destra che si offre come opposizione ha il destino segnato.

I più stupiti sono indubbiamente quelli dell'Arcobaleno, ma in questo caso lo stupore non è agito strumentalmente, perché non c'è nessun Piano B. Se Veltroni ha già annunciato l'originalissimo “governo ombra” con il quale ci intratterrà negli anni a venire, il resto della sinistra è all'anno zero, come è stato detto da molti con esatta sintesi. All'appuntamento elettorale si è giunti con quel che restava della sinistra parlamentare, che si era preparata per l'occasione federando tre partiti nell'Arcobaleno e figliando due partitini con falce e martello. Scelta tatticamente suicida, non meno suicida di quella di Veltroni, che ha esposto la sinistra parlamentare alla vendetta dei propri elettori. Elettori che troppe volte sono stati costretti a votare turandosi il naso e anche loro come i sostenitori di Veltroni messi all'angolo dall'assenza di alternative praticabili.

Coscientemente molti elettori di sinistra si sono astenuti, sperando di determinare proprio questo risultato, complice l'esistenza della clausola di sbarramento e complice la stessa drammatica inadeguatezza del personale politico ormai incrostato in Parlamento e dintorni. Un calcolo che si è rivelato esatto e che ha privato la coalizione di Bertinotti dell'airbag rappresentato da voti dati per scontati. La misura dell'errore in questa valutazione è sotto gli occhi di tutti, la sinistra parlamentare non esiste più. Qualcuno penserà ad una pugnalata alle spalle, ma le elezioni le perdono i candidati e in questo caso si è trattato di un clamoroso quanto annunciato voto di sfiducia. Che poi a questi annunci chi di dovere abbia fatto orecchie da mercante è un altro errore evidente; sono gli stessi che ancora non hanno capito e che danno la colpa delle loro disgrazie a Veltroni, ma ormai è troppo tardi per salvarsi dando la colpa ad altri.

La perdita è grave, perché con la presenza parlamentare la sinistra nel suo complesso perde strumenti utili alla vigilanza sui processi istituzionali e perché proprio le istituzioni diventeranno ancora più impermeabili alle istanze sociali. Oltre la sconfitta ci sarà la ridefinizione di molti equilibri con effetti ricorsivi su e giù per i vali livelli amministrativi, che investiranno i rapporti di forza nelle amministrazioni locali come in quelle nazionali. Già ora c'è qualche avvoltoio che ne approfitta per paventare disordini nelle strade; il classico mettere le mani avanti in vista dell'inevitabile fallimento dell'inadeguato Berlusconi e conseguenti proteste oceaniche.

Per il momento i principali leader sconfitti hanno provveduto a certificare la sconfitta rimarcando i rispettivi autismi e confermandosi fuori dal mondo e lontani dal cuore del loro elettorato potenziale. Non ci ha capito molto Di liberto, che subito ha proposto di brandire felce e mirtillo e correre alla riscossa comunista e non ci ha capito molto neanche Pecoraro Scanio, che non ha trovato di meglio che riproporre di un partito ecologista puro. Nemmeno a Rifondazione hanno capito molto, eppure erano quelli che avevano pià strumenti per capire. Elegante come sempre, Bertinotti si è dimesso; a lui l'onore delle armi, avrà tutto il tempo per metabolizzare l'incredibile e di mettere a fuoco quanto gli sia costato giocherellare la sera con i salotti e la mattina con i movimenti, che poi sono restati a raccogliere i cocci della feste consumate.

Lo sapeva Bertinotti e lo sapeva la sua direzione politica che questa volta non ci sarebbe stato nessun “soccorso rosso”, ma semmai che erano annunciata la diserzione “dal basso”. Anche Bertinotti ha preferito puntare tutto sulla somma aritmetica dei risultati ottenuti dai tre partitini alle ultime elezioni; grosso errore di valutazione.

La sinistra (ex) parlamentare paga la sua scarsa qualità, la mancanza di un accenno di progetto di società spendibile e l'eccessivo tatticismo politicista. Da troppo tempo la sinistra parlamentare ha accettato una dimensione che non le appartiene, non merita e che non corrisponde alla realtà della composizione del corpo elettorale nel nostro paese. Circoscritta la battaglia politica al proprio interno, la sinistra si è divorata da sola, moltiplicando i conflitti e dimenticando la propria storia. Nel paese più corrotto d'Europa non è stata capace di porre nemmeno la questione morale, abbondando invece in atteggiamenti accomodanti e piacionerie nei confronti di chi si nutre della cosa pubblica e delle sofferenze delle classi subalterne, col solo risultato di ingrassare Di Pietro.

Un deficit che l'ha resa troppo simile alla proposta del Partito Democratico, al quale si sono aggiunte l'incapacità di giungere a decisioni drastiche nelle tante situazioni ove era stata complice di disastri - il caso della Campania su tutti - e una campagna elettorale condotta in maniera assurda. Mentre i forefront delle altre formazioni bombardavano l'elettorato promettendo tutto e il contrario di tutto, Bertinotti si preoccupava di solidarizzare con Ferrara (che ora finalmente prende atto delle pernacchie) e di sposare la cordata italiana per l'Alitalia. Questa è stata la campagna elettorale della sinistra italiana, alla quale per amor di precisione possiamo aggiungere proposte lisergiche tipo “abolizione della proprietà privata” da parte di quelli con la falce e il martello; prima che lisergici, offensivi per l'intelligenza politica di quelli che fecero la storia di quel simbolo, che davvero non meritano di essere confusi con la pochezza di questi.

Adesso che quel che resta della mitica “base” della sinistra italiana ha sfiduciato al gran completo le proprie rappresentanze parlamentari, si apre lo spazio - ma prima ancora la necessità - per la costruzione di un'aggregazione in grado di riportare al più presto il peso di tanta parte del paese nella partecipazione i processi decisionali. Sarà inevitabile una fase veramente costituente alla quale sia garantito il più ampio accesso e la veloce costituzione di un soggetto leggero quanto aperto che si occupi della costruzione di un soggetto politico unitario radicalmente nuovo, fondato sul perseguimento di uno scopo e non sull'appropriazione dei voti di quel che resta della sinistra; è stato infatti dimostrato che bisogna meritarseli, diversamente da quelli di altri. Un soggetto politico nel quale tutti possano apportare le proprie esperienze, ma che resti fortemente dedicato alla protezione dei beni e degli interessi comuni come a quella dei diritti civili. Un altro mondo è sempre possibile e adesso tutto da costruire; bisogna darsi da fare e in fretta, il contributo di tutti è urgente.
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lunedì, 14 aprile 2008

Impressioni dai seggi


Sono presidente di seggio da parecchi anni e anche se questa volta ho deciso di non votare non mi sono tirato indietro.

Il lavoro è intrinsecamente elementare, basta prenderlo con il giusto grado di attenzione e senza stress. Il mio seggio è un tipico seggio bolognese, i votanti numerosi. La composizione dei votanti per classi d'età è decisamente sbilanciata in avanti, sono solo 25 su quasi 700 i votanti solo alla Camera.

Novità dell'anno, qualchevoto da raccogliere in un vicina casa protetta, cioè una residenza per anziani. Qui la classe d'età è assolutamente omogenea e lo svolgersi delle operazioni mi ha fatto venire il dubbio che non proprio tutti i voti possano essere decisi in piena coscienza, ma in fondo sono valutazioni mediche delicatissime che non mi competono.

Il calo generalre dell'affluenza c'è anche qui, restiamo su percentuali di votanti stellari, ma un calo c'è. In tutta la città e in tutta la regione il calo è tra i maggiori tra quelli nazionali. Che sia l'effetto-Cofferati o una maggiore sensibilità degli elettori emiliani, molti inclini ad evitare un voto che non ha nulla di quello che dovrebbe avere in una democrazia matura o ancora una repulsione per gli ultimi magheggi tra i fedeli alla sinistra, poco importa.

Il dato fondamentale è che probabilmente questo calo sarà concentrato tra chi ha votato a sinistra; un secondo dato è che sicuramente molta gente si è bevuta il PD con tutto Veltroni e che quasi nessuno si è bevuto Beppe Grillo. Solo in un caso su 5 seggi, quindi su oltre 3000 votanti, un elettore ha messo in pratica la manfrina suggerita da Grillo. Non sarà un campionestatisticamente rilevante, ma l'idea non sembra aver fatto breccia.

In tutto questo sembra poter sguazzare Berlusconi, ma ancora non è calcolabile l'astensionismo "di destra" e ancora non è calcolabile la dinamica dei flussi tra PD e altra sinistra, quale dei due succhierà l'altro non è dato saperlo. Ancora meno è dato sapere quanto Casini porterà via a Fini-Berlusconi, rendendo di fatto ancora molto aperto il risultato, pur nel quadro di una quasi certa affermazione della destra. L'unico dato certo sembra il calo dei votanti a sinistra.

Vado a continuare il mio modesto compito e poi mi metterò come tutti alla finestra televisiva.
Solo un consiglio sulla scorta delle passate elezioni: non seguite minuto per minuto il fluire dei voti, è ansia senza ricompensa
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domenica, 13 aprile 2008

Ricordatevi questa


(il documentario Fascist Legacy, prodotto dalla BBC, sui crimini di guerra italiani è visibile QUI.)

Registro con soddisfazione una doppia paginata di Paolo Rumiz e Moni Ovadia, su La Repubblica, dedicata all'informazione sui lager italiani in terra slava.

Storie già descritte qui, ma fa sempre piacere quando qualcuno aiuta nella manutenzione della memoria, senza la quale poi si ripetono all'infinito gli stessi errori. Una pagina tragica che abbiamo completamente rimosso, che incenerisce il mito dell'italiano buono e mostra i nostri militari e le squadre fasciste crudeli come e forse di più dei nazisti.

Per quei crimini non ha mai pagato nessuno.

Di seguito l'ottimo lavoro:


Repubblica 13.4.08
Lager d’Italia. I volenterosi carnefici del Duce
di Paolo Rumiz


Non c´erano camere a gas e nemmeno lavori forzati, ma si moriva lo stesso. Semplicemente di fame e di malattie Toccò a decine di migliaia di internati sloveni e croati Perché i campi fascisti ubbidivano agli stessi imperativi di quelli hitleriani: terra bruciata, pulizia etnica, spazio vitale alla razza vincitrice Nuovi documenti e un libro abbattono per sempre il mito della "brava gente"
Un generale annota a mano: "Individuo malato = individuo che sta tranquillo"

Stessi corpi nudi, stessi occhi vuoti, scheletri senza natiche e pance gonfie come tamburi. Certo, non era Auschwitz, non c´erano camere a gas, e nemmeno lavori forzati. Ma si crepava egualmente, come mosche. A fare il lavoro bastava la fame, il freddo, la malaria, le cimici, la scabbia, la dissenteria, il tifo petecchiale. Bastavano le punizioni, le adunate, la paura di essere prelevati come ostaggi per le fucilazioni di rappresaglia. Dentro il filo spinato non c´erano ebrei, polacchi, ucraini. C´erano sloveni e croati, ma la sporcizia e il tanfo erano gli stessi. Sulle torrette di guardia stavamo noi, «italiani-brava-gente», non i tedeschi, ma l´imperativo categorico era identico. Fare terra bruciata, annientare quegli uomini-pidocchi, bonificare le terre del nemico, pulirle etnicamente, offrire spazio vitale alla razza egemone.
Non ci furono solo i campi di Hitler. Anche l´Italia ha avuto i suoi. Nel territorio nazionale, incluse le aree jugoslave annesse nella primavera del 1941, i lager furono ben centosedici, e i più malfamati vennero destinati alla «razza slava». Fino all´8 settembre del ‘43 inghiottirono decine di migliaia di persone, in gran parte vecchi, donne e bambini, talvolta neonati, dei quali morirono di stenti quasi uno su tre. Dei croati - i più numerosi - abbiamo dati approssimativi, ma sappiamo che i soli sloveni furono ventiquattromila, dei quali settemila non tornarono. Tanti, per una popolo di un milione e mezzo di abitanti. Centosedici furono i campi del Duce, ma solo quattro monumenti fuori-circuito ricordano la sofferenza dei deportati: a Roma, San Sepolcro, Barletta e Gonars in Friuli. Per loro, nessun giorno della memoria. Nessun accenno sui libri di scuola.
Un tema tabù, dove s´è cercato per anni, con pochi mezzi e scarsa pubblicità. Le testimonianze, terribili, ci sono: le hanno raccolte studiosi come Costantino Di Sante, Spartaco Capogreco, Tone Ferenc, Eric Gobetti, ma sono sempre rimaste una cosa di nicchia, non sono mai entrate nella coscienza nazionale. Ora altre voci bucano la cortina del silenzio. Lettere di donne recluse, ritrovate negli archivi della prefettura di Udine, dove ha funzionato l´ufficio-censura dell´esercito di Mussolini. Lettere mai inoltrate al destinatario; invocazioni disperate di nonne, ragazze, madri, che spesso non hanno commesso nulla e non sanno perché sono state internate. E poi i racconti delle ultime sopravvissute, che a distanza di sessantacinque anni hanno scelto di rompere la diga del dolore. Un materiale terribile, raccolto da Alessandra Kersevan nel libro Lager Italiani, ora in pubblicazione per conto della casa editrice Nutrimenti. Un testo da leggere, se vogliamo fare i conti con noi stessi.
Marija Poje è di Stari Kot, paese completamente distrutto dai nostri dopo la deportazione degli abitanti. Nel febbraio del ‘42 viene internata sull´isola di Arbe (Rab) dove funziona il campo più grande della Dalmazia. Il motivo ufficiale è: protezione dalle incursioni partigiane. In realtà è una forma di brutale occupazione. Marija ha un bimbo di tredici mesi ed è anche incinta. Al campo, racconta, «non avevamo niente da mangiare e i bambini piangevano terribilmente… ci hanno messo sotto tende militari… e anche lì era solo pianto e gemito di bambini». Poi il trasferimento a Gonars, dove la fame comincia a uccidere. Inedia, freddo, assenza di medicine. Come cibo solo brodaglia e un pezzo di pane grande «come un´ostia».
Racconta Marija, oggi ottantenne: «A me poi è morto questo bambino appena nato, mi è morto questo figlio della fame e del freddo… Era magro, solo ossicini, era come un coniglietto. Due giorni di agonia prima di chiudere gli occhi. E proprio quel giorno per la prima volta gli avevano dato… un po´ di latte freddo. Ha avuto il latte la prima volta quando è morto. Poi l´hanno portato via ed ero così malridotta che non ho potuto accompagnarlo nemmeno sulla porta della baracca. Sono rimasta là. E ancora adesso ho questo desiderio spaventoso, il desiderio di quella volta. Il ricordo dei giorni terribili in cui ho desiderato che morisse prima di me… io non ho potuto andare là, non sapevo neanche dove fosse sepolto».
Stanka è una slovena di origine rom che oggi vive in Friuli. I suoi genitori con otto figli vennero internati ad Arbe e poi a Gonars. La testimonianza è raccolta da Andrea Giuseppini, autore di un documentario sulla deportazione degli zingari nei campi fascisti. «Ci hanno portato in carcere a Lubiana, poi ci hanno portato in questa isola… Rab, in Dalmazia sarebbe… Tanta di quella fame… Non ierano baracche, nelle tende e dentro buttata paglia e lì si dormiva come le bestie. Ieramo in tanti, cinquemila, forse anche di più. I bambini morivano di fame. I piccoli neonati li nascondevamo sotto la paglia perché prendevamo il rancio su di loro… Nascondevano i bambini morti per prendere il mangiare che dopo mangiavano quegli altri».
Bambini nudi e scalzi anche d´inverno che rovistano tra i rifiuti di cucina, mortalità spaventosa, tisici, gente senza mani, senza gambe, quasi ciechi. I medici del campo protestano, chiedono più cibo e medicine, ma l´ordine dall´alto è «affamare». Il 17 dicembre 1942, il generale Gastone Gambara, comandante del XI Corpo d´armata, annota a mano su un foglio che ci è giunto intatto: «Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo». Anche le medicine non servono, fa notare il capo del campo di Gonars, colonnello Vicedomini. Bastano «fasce addominali di flanella», consiglia agli infermieri, che vengono accusati di favoreggiamento al nemico. Crudeltà gratuite, per le quali nessuno ha pagato, alla fine della guerra.
Francesca Turk, un´altra detenuta la cui lettera è stata bloccata dalla censura: «Caro fratello, non so se ci rivedremo oppure se moriremo prima… periremo di freddo e di fame… viviamo nei patimenti e nella paura. Ti scongiuro di mandarmi un po´ di pane secco, perché temo per la mia vita e quella dei miei bambini… Ogni giorno muoiono da cinque a sei persone; periscono anche i giovani, come le pannocchie. Fa freddo intenso, non abbiamo la stufa, non spero più di rivedere il mio paese». Paola Rausel: «Se avessi saputo ciò che mi attendeva, avrei ucciso prima i bambini e poi me stessa, perché non è possibile sopportare ciò che sopportiamo ora. Muoiono specialmente gli uomini e i bambini… gli uomini cominciano a gonfiarsi e a perdere la vista, poi muoiono. Per fortuna che la mamma è morta».
Prima delle deportazioni c´erano i rastrellamenti, i villaggi distrutti. Racconta Slavko Malnar, deportato nel 1942 all´età di cinque anni dal suo villaggio del Gorski Kotar, massiccio montuoso sopra Fiume: «Il 27 luglio l´esercito fascista incendiò tutto il nostro paese… Ci dissero che ci avrebbero protetti dai banditi comunisti partigiani. Figuratevi quale protezione… hanno rubato il bestiame e tutti i beni mobili, e ci hanno cacciati in un campo dove in pochi mesi sono morte trentacinque persone solo del mio paese. Lo stesso è successo per gli altri villaggi». Nel gennaio del ‘43 la Croce Rossa segnala al ministero degli Esteri che nel campo di Renicci (Arezzo) i reclusi ex jugoslavi versano «in condizioni miserevoli» e molti di loro «si sono ridotti a nutrirsi di ghiande». Talvolta - i partigiani italiani lo sanno - i fascisti erano peggio dei tedeschi.
Non era programmata solo la fame, ma anche le umiliazioni. Battista Benedetti, radiotelegrafista nel campo nell´isola di Zlarin in Dalmazia, racconta che per aspettare il rancio queste larve umane erano obbligate a stare in piedi in fila per delle ore e, quando arrivava «la brodaglia», la colonna «cominciava ad agitarsi» e allora piovevano bastonate dei sorveglianti. «Ma la cosa più terrificante era quando alcuni di questi malcapitati, accecati dalla paura di restare senza rancio… uscivano dalla fila e correvano verso il cibo, e allora le bastonate non si contavano più e i poveretti, non riuscendo più ad alzarsi, venivano portati via».
I malati di dissenteria portavano addosso gli stessi vestiti del momento della cattura, intrisi di feci, fino alla fine. Giacevano in un tanfo orrendo in barelle fuori dalle infermerie, all´aperto in pieno inverno, e - racconta un testimone - i loro «occhi vitrei… sporgevano dalle orbite». Per seppellire i corpi, in alcuni campi in Dalmazia, noi italiani usavamo le grotte. Sì, proprio le foibe, dove a fine guerra sarebbero stati uccisi per rappresaglia migliaia dei nostri, ma anche tanti croati, bosniaci e sloveni. «La foiba - racconta Battista Benedetti nel suo libro di memorie - ingoiava i miseri resti di questi malcapitati che, fatti scivolare, di solito dalla parte dei piedi, nel baratro, scomparivano; la cassa vuota veniva riportata dal gruppo degli accompagnatori, per essere utilizzata con altre vittime».
La gente che arrivava nei campi erano già «relitti umani», denuncia il console italiano a Mostar Renato Giardini nell´aprile del ‘42. Sono i mesi in cui i tedeschi pare sfondino in Russia e raggiungano i giacimenti del Caspio, e questa speranza moltiplica lo sforzo bellico nei Balcani, si trasforma in bestiali rastrellamenti. Giardini vede «mandrie di vecchi, donne e bambini, laceri, scalzi e affamati… erranti da una contrada all´altra…». Vede «bambini morti lungo la strada… e i loro corpi gettati dai genitori stessi nei burroni. I poveri contadini da una parte sono vessati dai partigiani… dall´altra gli italiani gli incendiano i villaggi, distruggono le case, gli razziano il bestiame, credendoli partigiani». E poi «intere zone distrutte… la gente anche non combattente ammazzata senza pietà… a volte anche le donne seguono la stessa sorte… i campi resi deserti e squallidi… e tutto ciò serve solo a ingrossare le file del nemico».
«Furia sanguinaria», «disumana ferocia», «barbarie»: così - ricorda lo studioso Livio Sirovich - il capo dello Stato ha definito il 10 febbraio il comportamento dei nostri vicini a proposito delle foibe. Nello stesso discorso, i comportamenti anti-slavi degli italiani, messi in atto fin dal 1920, sono descritti come «guerra fascista». Perché? Per l´enormità imparagonabile di Auschwitz? Per la nostra mancata Norimberga? Per il mito del «bono italiano» che non muore? Per i depistaggi dei servizi segreti dopo il ‘45? Per Spartaco Capogreco la colpa principale è della politica della memoria iniziata dieci anni fa: «Una politica del ricordo per decreto, dove non c´è mai la parola fascismo». Una strategia che alimenta certe memorie con leggi, fondi, ricerche, e ne dimentica altre. «E questo è solo l´inizio. Nelle scuole nessuno più sa cos´è il 25 aprile. Ora aspettiamo solo un decreto ministeriale che lo abolisca».

Repubblica 13.4.08
Il coraggio che non abbiamo
di Moni Ovadia


Falsa coscienza, revisionismo e furbizia inquinano la nostra memoria nazionale e ipotecano il nostro futuro. Da qualche anno è stato istituito il giorno del ricordo che celebra la tragedia delle foibe e dell´esodo dei profughi istriani. I dolori di quella povera gente vanno commemorati ed è doveroso chiedere verità e giustizia per le loro sofferenze. Ma una destra intrisa di umori e nostalgie fasciste - e non solo essa - strumentalizza quei dolori e quelle tragiche morti. Si assiste alla progressiva rimozione dei crimini commessi dai fascisti italiani contro sloveni, croati, montenegrini, serbi, per non parlare di quelli perpetrati contro le popolazioni libiche, etiopi, eritree, albanesi e greche.
Questa rimozione ha uno scopo evidente: assolvere il fascismo, costruire un patriottismo di maniera, pervertire il rapporto fra carnefice e vittima. Non solo l´antisemitismo, le leggi razziali, le uccisioni degli antifascisti, ma anche le torture, gli stupri i saccheggi operati dai fascisti italiani con efferatezza talvolta simile a quella nazista sono documentatissimi. La Bbc nel suo documentario The Fascist Legacy (l´eredità fascista) ne parla e li mostra diffusamente. La Rai ne ha fatto curare l´edizione italiana dal regista Massimo Sani solo per tenerla "insabbiata" da anni nei suoi cassetti. I paesi che hanno sofferto a causa dei crimini fascisti hanno chiesto l´estradizione di centinaia di criminali di guerra italiani, i più tristemente noti dei quali si chiamano Roatta, Graziani, Badoglio, ma non uno di questi carnefici è stato consegnato alla giustizia.
Non si possono onorare le proprie vittime con dignità e onestà rimuovendo la proprie responsabilità e criminalizzando la Resistenza che ha riportato l´Italia alla libertà e alla democrazia. Furbizia e ipocrisia sono un micidiale cocktail che occlude gli orizzonti della credibilità, quindi quelli della prosperità nazionale, e di tutte le relazioni internazionali più fertili. L´Italia abbia il coraggio di prendere esempio dalla Germania che grazie al riconoscimento ininterrotto delle proprie enormi colpe è oggi una delle democrazie più prospere ed affidabili del mondo.
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categoria: fascisti su marte


venerdì, 11 aprile 2008

Astensionismo agonistico


Ho letto con attenzione tutte le obiezioni che nella ultime settimane sono state sollevate per combattere la diffusa voglia di disertare le urne. Alcune sono condivisibili in linea di principio, altre lo sono molto meno, ma nessuna di queste mi ha convinto ad andare a votare.

Non mi convince in particolare l'appello al voto fatto brandendo l'accusa di qualunquismo, non tanto perché non mi senta qualunquista, quanto perché i motivi fondanti la mia prossima astensione al voto sono precisi e per nulla improntati al qualunquismo. Non mi asterrò dal voto auspicando un risultato qualunque.

Al voto non rinuncio a cuor leggero e non è mia intenzione smettere questa sana e democratica abitudine, ma è mia precisa intenzione evitare il voto a questa tornata elettorale perché spero di conseguire un risultato che ritengo molto importante, ben oltre l'attuale contingenza elettorale e il possibile accrocchio di partiti che uscirà dalle urne.


Non voterò, perché non votando spero sinceramente di determinare una pesante sconfitta per la coalizione dell'Arcobaleno, tale da determinare l'eclissi di questa formazione e di quelle che la controllano per quota-parte. Spero sinceramente che questa sinistra parlamentare esca indebolita dalla contesa elettorale in maniera tale da pensare sinceramente all'antico costume delle dimissioni e per la prima volta questa speranza mi pare fondarsi su possibilità reali.

Sicuramente ci sarà chi invocherà il tafazzismo di fronte a una tale speranza, ma dal mio personalissimo punto di vista non si tratta di “farsi del male” e ancora meno di colpire qualche antipatico, consumare qualche modesta vendetta o rincorrere ipotetiche rivincite. Semmai si tratta di conseguire la liberazione dello spazio della sinistra da un blocco di potere inadatto e inutile.

Si tratta di prendere le mosse da un'analisi che vede in due profonde crisi, quella culturale e quella della classe dirigente, le radici del male del nostro paese e della sinistra italiana e di agire in direzione del ricambio di tale classe dirigente. Se l'Arcobaleno incarna la classe dirigente della sinistra nel nostro paese, il che parrebbe, dopo il definitivo coming-out del partito democratico che ha esplicitato la sua natura rifiutando lo schierarsi a sinistra, mi sembra evidente che sia il caso di provare a stimolarne il ricambio.

Da molti anni i tre partitini che compongono l'arcobaleno non hanno altri orizzonti che una battaglia di retroguardia per la sopravvivenza del loro personale politico. Nemmeno i clamorosi fallimenti, le amare sconfitte e l'evidenza di un disastro epocale sono riusciti a stimolare la sostituzione della dirigenza di questi partiti. Dirigenze composte in massima parte da perdenti che continuano ad accumulare sconfitte pagate da altri, inutili al paese come alla causa.

Questa incapacità a mio parere è più che dimostrata, come è dimostrato che si tratti di dirigenza pervicacemente ribelle all'idea di farsi da parte anteponendo l'interesse comune al proprio. Dimostrata ad esempio dallo scarso interesse per il contrasto alla corruzione, come dalle evidenti complicità in esperienze fallimentari, quella del governo campano è solo un esempio tra i tanti. Da elettore responsabile vorrei cogliere l'occasione per sollevare tutti dal peso di quanti ho inutilmente sostenuto a lungo; l'astensionismo a questo giro offre l'opportunità di approfittare della presenza della clausola di sbarramento.

Il desiderio è quello di un purificante bagno di sangue elettorale che porti alla sparizione dei tre club e del progetto Arcobaleno, sperando che in conseguenza si aprano spazi per una proposta politica decente e per soggetti e proposte nuove a rimpiazzare i consunti Pecoraro, Diliberto e Bertinotti; il quale sarà pure “nettamente il meno peggio”, ma ad oggi porta forse più responsabilità di altri per il pietoso stato della sinistra italiana. Sgombrate le macerie, la sinistra italiana potrà forse finalmente sperare di ridefinirsi in libertà, senza che il peso e le pretese di inutili apparati ne condizionino la forma e gli obiettivi che vorrà darsi.


Una sola incognita rema contro questa speranza la concorrenza a destra, perché se è vero che ho sentito molti esprimersi per il non voto, è pur vero che una quantità impressionante di questi vota tradizionalmente fuori dal perimetro della sinistra; è chiaro che se ad un crollo dei votanti a sinistra ne corrisponderà uno generalizzato e bipartisan, sarà più difficile ridurre in percentuale il peso dei relitti della sinistra parlamentare. Più difficile sembra un robusto travaso dall'area DS in dissenso con l'uscita dalla sinistra del PD, servirebbe un motto d'orgoglio mai visto negli anni seguenti la dissoluzione del PCI.

Da temere è quindi solo l'astensionismo simmetrico. Qualunque risultato uscirà dalla prossima lotteria elettorale non potrà essere tanto peggio di uno che preveda la sopravvivenza politica di leadership solitarie che già hanno dato prova di essere votate inesorabilmente al fallimento. Mi appare assolutamente privo di senso portare voti a chi ha perso completamente la mia fiducia, nella speranza che questi voti servano a perpetuare l'inutile esistenza dell'Arcobaleno o consentire la candidatura di bandiera a qualche comunista impegnato a fare a coltellate con gli altri comunisti,

Incognita comunque provvidenziale, perché mi consentirà di partecipare all'attesa dei risultati, di sentirmi partecipe e impegnato per un risultato. In fondo è già un discreto risultato, in una tornata elettorale come questa che ha l'amaro sapore della presa in giro portata da elite sovversive, corrotte ed aliene alla democrazia, come sono quelle che hanno portato il nostro paese ad indossare meritatamente la maglia nera d'Europa.





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giovedì, 10 aprile 2008

Uolter Veltroni loffio a Bologna


Comizione elettorale in Piazza Maggiore a Bologna. La città della svolta della Bolognina, di Prodi, ma anche di Fini e di Casini. Particolare quindi il sapore che potrebbe assumere l'incontro tra il segretario del nuovo partito democratico ed il suo popolo.

Decisamente sottotono la performance nel suo complesso; folla di presenti, ma sono lontani i numeri del Pci e anche quelli dello stesso Prodi, che poi è quello che raccoglie più affetto dagli astanti. Pubblico abbastanza omogeneo e non solo perchè addobbato integralmente con le sole bandiere in vendita a 10 euro all'apposito gazebo. Nessun cartello di associazioni, circoli, club, organizzazioni sindacali o sezione di partito, oltre alle bandiere e ai cartelli "si può fare" forniti dagli organizzatori, c'è solo uno striscione degli amici di Beppe grillo che pubblicizza la loro manifestazione del 25 aprile. Età media molto elevata, sparute tracce di zovani che come categoria brillano per assenza.

Apre la kermesse proprio una zovane, che legge a stento e con accento forestiero un testo banalissimo. Seguono Franceschini, Finocchiaro e Bersani che dicono che "si può fare", intendendo la vittoria e dando ad intendere il favore dei sondaggi. Molto meglio il sindaco di Parigi, che si spende senza risparmio per garantire personalmente sulle qualità di Uolter, peccato che sia tradito dalla traduzione che è davvero di pessimo livello. Bene Prodi che ancora rema su una barca dalla quale è stato buttato fuori, strasentito Uolter.

Impressione a pelle: una tristezza, entusiasmi artificiali stile convegno di Publitalia, ma senza lo slancio e l'esaltazione da venditori di pentole la maionese impazzisce e il risultato è pessimo. Molte facce così così, pochi sorrisi e pochi visi contenti, quasi assente il senso di "comunità" che si respirava in occasioni simili quando il popolo di sinistra conveniva prima di tutto per riconoscersi ed annusarsi.

Non c'era popolo, non c'erano le decine di pullman visti in altri occasioni e non c'erano i numeri di un tempo, per non parlare di quelli vantati dagli organizzatori, semplicemente inverosimili. A confrontare le cronache,  Uolter avrebbe raccolto quasi il doppio di quanti accorsero alla manifestazione di Beppe Grillo nella stessa piazza, mentre è evidente a chiunque abbia assistito ai due raduni che semmai è vero l'esatto contrario.
Tutto davvero molto triste, difficile prevedere vittorie se lo standard è questo.
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categoria: italia, politica interna, bilancio


giovedì, 10 aprile 2008

Prete pedofilo condannato a Bologna, pesanti complicità della curia bolognese.


Un religioso di 68 anni, del quale nessun organo di informazione ha osato fornire le generalità, è stato condannato a sei anni e 10 mesi per abusi sessuali a danno di una decina di bambine affidate all'asilo di Ferrara che dirigeva per conto della curia bolognese.

A scoprire e de