mazzetta

Ce la possiamo fare...
lunedì, 31 marzo 2008

L'atroce Benny & Magdi Show


Inatteso, nel bel mezzo di alcune guerre già perse che volgono al peggio, è calato sulle famiglie italiane intente a godersi le festività pasquali, il Benny & Magdi Show. Come nel famoso circo nel quale più gente entra e più bestie si vedono, il nostro paese ha goduto immensi benefici dall'importazione di un prete tedesco e di un agitatore politico egiziano. Qualcuno potrà sgradire questi, che vengono da fuori e rubano il lavoro ai molti ciarlatani locali, lamentando che di personaggi pericolosamente balordi ne abbiamo abbastanza, senza bisogno d'importare quelli altrui, ma si tratta di nostalgie e localismi che all'alba del ventunesimo secolo sono destinati a colare nel nulla.

Il problema non è da sottovalutare, perché il paese che ha dato i natali a personaggi come Wanna Marchi e Silvio Berlusconi fatica a trovare fieri difensori della Fede e della Civiltà Occidentale. La società si è estremamente secolarizzata, le chiese sono vuote e le vocazioni scarseggiano, così come scarseggiano i volontari per le guerre in corso. Vero, ci sono almeno tre paesi invasi e devastati per combattere -preventivamente- la minaccia islamica, tendiamo a dimenticarlo. Così la tensione cala e cala il consenso, visto che nessuno spiega o vuole spiegare a cosa serve veramente perdere tre guerre in una volta sola spendendo molti soldi e molte vite, anche se in gran parte vite di “altri”.

Il Benny & Magdi Show ha provato a dirci che lo facciamo per Dio. Magdi Cristiano Allam è stato esibito come il perfetto convertito alla superiorità del cattolicesimo in mondovisione. Molti musulmani si sono lamentati di questa rozza operazione di propaganda, ma a sorgere avrebbero dovuto essere ben altre voci.

Che si tratti di rozza propaganda lo testimonia l'intera storia “professionale” di Allam, sempre pronto a dichiararsi più occidentale di un occidentale, più italiano di un italiano e ora più cristiano dei distratti cattolici italiani. Allam è da anni una delle firme di punta a sostegno della guerra. Come molti altri suoi colleghi Allam ha pubblicato parecchie falsità, escludendo in tal modo il poter invocare la buona fede. Falsi plateali, alla verifica dei quali Allam si è sempre sottratto buttandola in caciara. In rete, dove gli scritti permangono alla verifica del lettore, Allam si è guadagnato il titolo di Pinocchio d'Egitto.

Allam non ama il confronto, Allam parla ex-cathedra dalle pagine del Corriere e di più non dimandare. Fenomenali perle rimangono le invenzioni sul misterioso saladino “l'amante dello sceicco” e un intero capitolo su Saddam Hussein che citava come unica fonte un articolo sulla moglie di Saddam, apparso su una rivista quasi rosa. Allam però è iracondo, questo posso dire di averlo verificato di persona quando, per aver espresso dubbi sulla sua fede musulmana, peraltro suffragati da sue affermazioni e da racconti di suoi partner nel sostegno alla lotta all'islamico, ho avuto il discutibile onore di essere indicato tra gli “odiatori di sinistra” in una delle sue fatiche editoriali.

Non a caso la sua conversione ha scandalizzato poco i musulmani, più colpiti dalla rilevanza che gli si è voluto dare che dai turbamenti di Magdi Cristiano; Allam da tempo non può più pretendere di essere l'uomo per il quale si spaccia dalle pagine del Corriere. Indomito giornalista indipendente, minacciato dai cattivi islamici, scrive prima Viva Israele e poi si converte al cattolicesimo in gran pompa. Ovviamente non ha mancato di lanciare il cuore oltre l'ostacolo, dicendo che non ha paura di morire e condendo il tutto con un'affermazione dal suono sinistro:”.., la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale”. Islam in minuscolo nell'originale.

Magdi Cristiano Allam, cinque minuti dopo essere diventato cattolico, ha declamato il credo del cattolicesimo più oscurantista e fanatico, abbracciando Benny Sixteenth e con lui esibendosi sotto le volte le di San pietro. Esibizione volgar di una scelta di vita, al minimo, ma si cadrebbe nel buonismo e nell'ingenuità. Allam mostra sprezzo del pericolo, ma lo fa protetto da una robusta scorta procurata proprio dalle sue esibizioni spericolate. C'è chi, come Renato Farina ha subito sanzioni e condanne perché accettava denaro dai servizi italiani per scrivere articoli falsi e utili ai sostenitori della guerra all'Islam, c'è chi invece dallo scrivere lo stesso genere di articoli trae vantaggi e gode della protezione dello stato. In teoria Farina (e altri) dovrebbero correre gli stessi rischi di Allam, ma è lo stesso Allam che ha preparato il terreno menandola con le condanne a morte per apostasia, cioè per chi da musulmano si converte ad altra fede. Tutto si tiene, verrebbe da dire.

Purtroppo tutto si tiene con un papato reazionario che ha appena ribadito la sua superiorità della sua dottrina sull'ebraismo, posizione che Allam faticherà a difendere presso i suoi amici della destra estremista ebraica, e intento a ingerire sempre di più nella storia della repubblica italiana. Allam, che italiano non è, dimostra di non conoscere la storia della Chiesa che lo accoglie, storia che al popolo italiano è ben nota. Feudalesimo, simonie, processi agli eretici, torture, razzismo, sessismo, schiavismo, fascismo, nazismo, crociate e annientamenti genocidari, i cattolici non si sono fatti mancare niente e mai è giunto loro un rimprovero papale; ancora meno succede nei giorni del regno del Papa tedesco, che peraltro ha protetto per lunghi anni anche i preti pedofili, invece di preoccuparsi della protezione delle loro vittime.

In particolare non si sono mai fatti mancare le menzogne, dalle squallide leggende propinate ai fedeli fino a giungere alla soppressione della scienza quando incompatibile con le fantasie avallate dal soglio di Pietro; dalla distruzione delle carte geografiche incompatibili con la Bibbia, passando per Galilei e finendo con il disegno intelligente, la Chiesa Cattolica è stata nei secoli uno dei più acerrimi nemici del progresso scientifico e il primo puntello dei governi autoritari, in particolare di quelli dittatoriali; sono ben poche le dittature alle quali si è opposta la chiesa cattolica e quasi nessuna in paesi cattolici.

In questo mare di falsità ed ipocrisia M.C. Allam non stona assolutamente, non è altro che l'ennesimo giornalista che tenta di farsi personaggio seguendo le profonde orme del Cicciopotamo, ora impegnato a testa bassa contro l'aborto; più papale del Papa, speriamo che faccia anche lui la fine del povero Socci e si vaporizzi delirando. Purtroppo non possiamo sperare che si vaporizzi la propaganda di guerra, perché quella c'è chi l'alimenterà con vigore e denaro fino a che sarà possibile e qualche equilibrio non si romperà irrimediabilmente.

Per ora ci teniamo il prete tedesco che incorona novello crociato l'egiziano che vi vuole insegnare come essere italiani e cristiani e che ci vuole mettere paura con gli “islamici” cattivi mentre i nostri li stanno bombardando e ci sono quattro milioni di profughi in Iraq, un paio in Afghanistan e un altro milione in Somalia. Gente che abbiao ucciso o che abbiamo buttato in mezzo al deserto perché dovevamo dare la caccia a quattro beduini che Bush, Benny e Magdi conoscono benissimo, ma che non riescono a prendere nemmeno demolendo tre nazioni e facendo di tutto in molte altre. Anche i morti sono nella scala del milione, sicuramente più di un milione di morti hanno seguito le “nostre” invasioni a portare loro democrazia.

Un numero di vittime che è più di cinque volte il massimo ipotizzato per il “genocidio” del Darfur, per dare la caccia a una minaccia che secondo gli stessi americani era costituita, nel 2001, da cinquemila persone. Per rendere inoffensive cinquemila persone si è data la morte ad oltre un milione di innocenti, altri milioni li si è resi profughi devastando le loro abitazioni e città, senza considerare le cifre iperboliche che sono state fatte sparire nell'urgenza della guerra, cifre che tutti ripaghiamo a rate al distributore. Tutto questo perché al Benny & Magdi Show dicono che il saladino cattivo non aspetta altro che di sgozzarci ed imporci la legge islamica omettendo, non solo a beneficio dei credenti nei miracoli, tutta la parte che attiene alle azioni e agli errori ed orrori commessi in nome della superiore civiltà giudaico-cristiana. Almeno fino a quando a qualcuno non verrà in mente di dare la colpa di questi disastri, secondo cattolicissima tradizione, agli sfortunati fratelli ebrei.

L'ingerenza cattolica nel nostro paese è storicamente pesante, ma in un periodo nel quale l'adesione al credo frana, la Chiesa ed il papato si agitano scompostamente sposando una visione intrisa di fanatismo e dall'impatto eversivo sulle istituzioni. L'Italia non può andare in guerra in nome di Dio e nemmeno perché lo dice Allam o il Papa. L'introduzione della guerra in nome del primato religioso dovrebbe preoccupare molto chi abbia a cuore la democrazia, anche quei politici che pure baciano l'anello, dovrebbero mantenere il minimo di dignità necessario a smarcarsi da pretese e affermazioni del genere. Affermazioni che influenzano inevitabilmente la politica estera italiana, in particolare se non si trova uno straccio di politico disposto a mettere al suo posto l'insorgente fanatismo cattolico, senza considerare il devastante esempio (dis)educativo di storie del genere; nella vecchia Italia dei tempi andati ai bugiardi cresceva il naso, ai tempi di Benny, Magdi, Silvio e George, gli cresce solo il portafogli.



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mercoledì, 26 marzo 2008

I militari turchi censurano Indymedia


Indymedia-Istanbul bannata dalla Telekom turca per decreto di una corte militare. Non si conoscono i motivi, anche se si potrebbe trattare di un attacco a seguito al disvelamento della Gladio turca e delle responsabilità dei militari nel compiere atentati da attribuire ai curdi.

 

Access to Indymedia İstanbul is banned!
gönderen: İstanbul Indymedia - BBM Wednesday, Mar. 26, 2008 at 12:09 PM

" Independent Media Center - İstanbul (Indymedia İstanbul) has been initiated by a group of people in January 2003. In the mission statement of Indymedia İstanbul it is mentioned that "the mainstream and dominant media tools and/or the cartels provide false/incorrect or imperfect information/knowledge/data by distorting many realities according to the status quo which the sovereigns of the world and the countries are adherent.

This initiative aims to organize its own information network without disregarding the information resources both in Turkey and abroad, and to make its voice to be heard by the masses in Turkey and abroad -despite that the internet is still a media tool which has a limited access for many people.

The website has aimed and still working to be against the destructive effects of all mediatic distortions, and to convey the information according to formula of "what, why, how, where, when and by whom".

Independent Media Center - İstanbul (Indymedia İstanbul) will be a medium for the people who cannot utter their voice through dominant media tools.” Through these five years İstanbul Indymedia had been working continuously, without compromising from any of these principles.

In the first hours of the ban, there was a message on the blocking page which read: “The access to the site has been banned by ‘Telecommunication Communication Presidency' due to court decree of Gaziantep, Araban Criminal Court, dated 21/03/2008 with no: 2008/418-171”. Whereupon three lawyers from the city center of Gaziantep, moved to Araban district to get the decree of the court, found out that the court had no decree for that number or about the ban of İstanbul Indymedia . After the lawyers went away from Araban to Gaziantep, our site had been unbanned for a while. After a short period, İstanbul Indymedia was banned again, and there was a different message on the ban page which read: “The access to the site has been banned by ‘Telecommunication Communication Presidency' due to court decree of General Staff Presidency Military Court, dated 21/03/2008 with no: 2008/418-171”. Although the dates and the decree number were the same, Gaziantep, Araban Criminal Court was replaced with General Staff Presidency Military Court. The access to the site is still banned by Turkish Telecommunication Company's DNS servers.

Indymedia is being tried to be silenced by censorship, but it's just a try. The prosecuters of Turkish Republic has not yet learn that the censorship in internet is technically impossible. Indymedia continues its broadcasting. You may access to Indymedia by various ways. Some of them are:

  1. http://istanbul.bbm.indymedia.org address
  2. Access through http://anonymouse.org/anonwww.html
  3. By changing the DNS keys of your network connection.

You may apply 2nd and 3rd methods for all inaccessable/banned sites.

We are trying our best for making the access to http://istanbul.indymedia.org possible. Our broadcasting from http://istanbul.indymedia.org still continues. We are trying to overcome this ban by announcing the access methods to the people who are trying to access İstanbul Indymedia from Turkey through Turkish Telecommunications (Türk Telekom) connections.

With solidarity.

İstanbul Indymedia Volunteers

yorum ekle

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categoria: turchia, repressione, diritti civili


giovedì, 20 marzo 2008

Siamo tutti tibetani


Manifestazione dei paladini dei diritti umani nei paesi "cattivi". L'occasione è data dalla rivolta tibetana, la Bonino cita anche Corea del Nord, Birmania e Zimbabwe, paesi per i quali si sono spese le azioni dei radicali.

Dei diritti umani nei paesi sostenuti dall'occidente e dai leader "amici" di chi ha indetto la manifestazione invece nemmeno mezza parola. "Siamo tutti tibetani" era lo slogan della manifestazione, ringraziano i cittadini dei paesi dimenticati, che un po' invidiano i tibetani e farebbero volentieri cambio: in Afghanistan, Iraq, Somalia, Etiopia, Pakistan, Ciad, Repubblica Centrafricana, Guinea Equatoriale, Tunisia, Libia, Haiti e altri ancora si chiedono come mai il fatto che in quesi paesi la stampa sia censurata ed i diritti siano scritti sull'acqua, mentre al governo siedono autoritarismi di forma varia, ma comunque antidemocratica e sanguinaria, non tocchi i geniali paladini raccolti attorno a Il Riformista, il Foglio e Libero.

Saranno tutti tibetani, ma anche un po' ipocriti e molto sciacalli; un tour nei lager etiopi o un soggiorno nell'amata (da babbo Craxi) dittatura tunisina, potrebbero forse aiutarli nella comprensione, ma il sospetto è che si tratti del tipo di sordi per volontà.

Trivia: indovina i nomi dei giornali che hanno parlato di -migliaia- di partecipanti alla manifestazione quando al massimo ce n'erano 300, per la maggior parte parlamentari e operatori della stampa
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categoria: truffe


martedì, 18 marzo 2008

Tibet, la festa dell'ipocrisia


anche in Altrenotizie

Desta sconcerto il recente insorgere dei tibetani, ma ancora di più desta sconcerto come è stato accolto in Occidente e nel nostro paese in particolare. Quando si arriva alla politica estera la maggior parte dei nostri commentatori e politici affronta il tema schierandosi semplicemente lungo evidenti linee che hanno a che fare più con la tifoseria che con il giudizio. Anche nel caso della rivolta tibetana si ricade nel desolante deja-vu della propaganda, in questo caso anti-cinese. Si parla di stragi, di genocidio, ma non si sono visti morti fino ad ora; non si sono visti per causa della censura cinese, o non si sono visti perché non c'erano morti da mostrare? Poco importa, per l'Occidente la verità risiede dalle parti di Radio Free Tibet (costituita e finanziata dai servizi americani) e nelle voci degli artisti che da Hollywood si battono per la causa tibetana. Causa peraltro già persa, visto che il Tibet è riconosciuto parte integrante della Cina da tutti i paesi del mondo. Il caso quindi tratta di una ribellione interna sostenuta dal cosiddetto “mondo libero” contro l'oppressore “comunista”, almeno a sentire chi cavalca la tigre in questi giorni.

Le cose stanno diversamente, la rivolta tibetana è molto simile a quella degli Uyguri dello Xing-Jang: si chiede cioè maggior rispetto per le usanze locali e una diversa ripartizione del reddito nazionale, in gran parte controllato da cinesi di etnia Han. Nello Xing-Jang gli autonomisti Uyguri protestano, mettono le bombe, fanno di tutto, ma non se li calcola nessuno; loro sono “islamici”. Anche nel resto della Cina le cose non vanno troppo bene, lo dicono le 84.000 rivolte censite nell'ultimo anno. Rivolte violente come quelle tibetane, represse di solito bruscamente, ma niente spari indiscriminati sulla folla; infatti non si sono visti cadaveri nelle strade di Lhasa e non si è saputo il nome di un solo martire tibetano. La possibilità che i cinesi abbiano ucciso qualche rivoltoso è nelle cose, ma di qui a parlare di stragi ne corre.

Stranamente in Occidente contano solo le rivolte dei tibetani e la repressione dei tibetani, un tempo sostenuti in funzione anticomunista (la Cia addestrava un esercito rivoluzionario tibetano, dicono i documenti del Dipartimento di Stato americano) dagli Stati Uniti e ora nel cuore glamourous di attori e cantanti sedotti dal buddismo e dal Dalai Lama. Anche oggi però il Tibet torna utile, non tanto per mettere all'indice la Cina, quanto per puntellare l'immagine di una superiorità morale occidentale ormai incredibile ai più. Eppure lo stesso Dalai Lama ha invitato i tibetani a rinunciare alla violenza, ma per le nostre anime belle i tibetani, evidentemente, hanno ragione ad aprire la caccia al cinese e a bruciare i negozi e le attività dei cinesi, offrendo il pretesto per la repressione ad un paese che non è mai stato tenero con i tentativi di sovversione.

Nel caso del Tibet, singolare strabismo, abbiamo un Occidente “liberal-libertario” che sostiene un movimento clericale semplicemente perché utile alla propria politica. L'Occidente laico e modernista che supera le rivendicazioni dello stesso Dalai Lama fa un po' ridere, anche perché la storia del Tibet è quella di una colonizzazione già vista per mano bianca. Una regione desolata che viene “civilizzata” dalla parte più moderna del paese, con i tibetani destinati a cedere di fronte al “progresso” come ai tempi successe agli indiani d'America.

Il paragone è a sfavore dei pellerossa in realtà, perché il Tibet era molto più arretrato socialmente di quanto non lo fossero gli indiani d'America. In Tibet, prima dell'arrivo dei cinesi, oltre il novanta per cento della popolazione era in schiavitù, a dominare erano le caste nobiliari in combutta con i monaci (sempre di estrazione aristocratica) e con la teocrazia tibetana. Nel 1950 il Dalai Lama dell'epoca regnava su un paese nel quale la gran parte della popolazione era schiava, un paese nel quale alle donne era vietata l'istruzione (per non parlare del voto che non era proprio previsto per nessuno) e che si trovava in fondo a tutte le classifiche di sviluppo umano, con strutture sanitarie a zero e con un'aspettativa di vita orribile e brevissima. Tutto questo lo sanno anche i tibetani, che come tanti “colonizzati” si trovano divisi tra la gratitudine per i progressi portati dai cinesi e l'evidenza per la quale il grosso degli affari è in mano dei colonizzatori; un problema che non hanno solo i tibetani in Cina, ma molti altre etnie in giro per il mondo.

Adesso che la rivolta è in corso è tutto un rincorrersi di notizie sempre più allarmanti quanto prive di riscontri; anche i tibetani possiedono telefonini e videocamere, ma non si è vista una sola immagine delle carneficine annunciate dai nostri eroi; può essere anche “merito” della censura cinese, ma in altre occasioni qualcosa è filtrato, mentre in questo caso non c'è una sola immagine delle presunte stragi per mano cinese. Si sono visti invece negozi dati alle fiamme e cinesi aggrediti, oggi si parla di un intero mercato dato alle fiamme e di altri scontri con la polizia, ma non si hanno riscontri indipendenti. Riscontri che invece ci sono per le bastonature ricevute dai tibetani in Nepal e India, che non destano scandalo anche se lì non avevano dato fuoco a nulla.

La realtà ci dice che i tibetani sono soli contro la repressione cinese e che il loro attivismo è semplicemente sciacallato da personaggi che quotidianamente sostengono repressioni del genere, e anche peggiori, quando a reprimere sono governi considerati “amici”. Gran parte di questi agitatori politici non sa nemmeno di che parla, si limita a ripetere automaticamente stereotipi e notizie spesso già dimostrate false. Nel caso della Cina tutto questo è molto pericoloso, perché la Cina è ancora nel mezzo di una transizione, gli esiti della quale non sono per nulla scontati. Esibire questo genere di doppio standard nei confronti dei cinesi, può servire solo ad alimentare un già esistente nazionalismo cinese. Questione molto pericolosa, e non solo perché la Cina è una potenza, ma anche perché nel 2050 sarà un paese con un eccesso di popolazione maschile che storicamente non promette nulla di buono.

Il prezzo della propaganda di questi giorni potrebbe essere pagato tra qualche anno e sarà il prezzo dovuto ai soliti espedienti di un potere che può sopravvivere solo in presenza di un nemico esterno, che legittimi i delitti delle classi dirigenti in nome della minaccia esterna. Chi in Occidente lavora oggi alla creazione del nemico cinese, avrà domani la responsabilità nel caso del sorgere di una Cina nazionalista e ostile verso l'esterno circostanza che farebbe brindare i nostri eroi alla “armiamoci e partite” e le grandi corporation che costruiscono armi, ma che rimarrebbe una circostanza assolutamente nefasta per tutto il genere umano. Un pericolo evitabile esercitando il discernimento e stando lontani dal tifo preconcetto, avendo come faro la lettura del reale ed il rifiuto della propaganda interessata. Si possono supportare le istanze dei tibetani anche senza ricorrere alle falsità e alle chiamate alle armi; ne guadagneranno loro, ne guadagneremo noi.
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sabato, 15 marzo 2008

Monsignor Bagnasco fa gli aborti


Un classico all'italiana, in una clinica genovese gestita dalle suore e presidente della quale è nientemeno che quel gran martellatore di donne abotienti che il cardinale Bagnasco, si sono praticati aborti.

Un classico perchè non è la prima volta che medici "obiettori di coscenza" o strutture controllate da associazioni cattoliche vengono colti a praticare aborti a fronte di una posizione pubblica assolutamente contraria alla pratica.

Nel nostro paese ci sono intere regioni nelle quali è sempre più difficile abortire a causa della vergognosa campagna cattolica, per non parlare della Lombardia che conserva i feti in frigo, considerandoli cadaveri degni di sepoltura, ma senza varare i regolmenti necessari a seppellirli.

Poi regolarmente succede che queste grandi obiezioni vengono accantonate per lucro, come nel caso di una clinica abruzzese, o per fare un favore a pazienti in difficoltà, come paresuccedesse nel caso del ginecologo Ermanno Rossi, che operava abori proprio nella clinica genovese controllata da Bagnasco.

Ovviamente la clinica nega su tutta la linea: "Non sono mai state praticate interruzioni volontarie di gravidanza in quanto casa di cura retta, fin dalla sua fondazione, da personale religioso ovviamente contrario sia dal punto di vista del diritto naturale sia per morale cristiana all'aborto volontario". Ovviamente qualcuno li praticherà quei 20.000 aborti clandestini (dato in crescita) che dimostrano come non sia per nulla confortevole e pratico ricorrere alle strutture pubbliche che pure avrebbero -il dovere- di fornire la prestazione.

Numerosi ostacoli sono stati posti e si cerca di porre alle donne che vogliono abortire, anche la faccenda della sepoltura dei feti, altro non è che uno squallido tentativo di rendere ancora più sgradevole l'esperienza, indicando la madre come un'assassina e pretendendo di istituire registri anagrafici dei feti abortiti e delle loro "assassine".

Ipocrisie pelose, peraltro già viste, il livello morale esibito dai cattolici italiani è manifestamente inferiore ai minimi requisiti per pretendere di insegnare ad altri come comportarsi. Fanatismi ipocriti che una volta svelati dovrebbero indurre al silenzio e alla vergogna, ma loro invece continuano a parlare godendo della benevolenza di media e personale politico e della tolleranza di un paese che non merita di dover mantenere un clero intento ogni momento a procurare tormenti a cittadini innocenti e spesso neppure credenti.
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sabato, 15 marzo 2008

Cosimo Mele, verso il processo per droga


Secondo il pubblico ministero che istruisce il procedimento, Cosimo Mele (ex deputato UDC, ora nel gruppo misto e che "si riconosce nel PDL" secondo recenti affermazioni) si sarabbe reso colpevole della cessione di abbondanti quantità di droga mediante più  “azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, in coincidenza con reiterati incontri sessuali, offriva e metteva a disposizione dei suoi occasionali partners, taluni non identificati ed altri identificati in Francesca Zenobi, Gianluca P. e Mariya Zara, quantità non modica di sostanza stupefacente del tipo cocaina”.

Il procedimento scaturisce dalla nota vicenda della quale fu protagonista il deputato, colto nella camera di un albergo romano in compagnia di due prostitute, una delle quali soffrì una pesante crisi dopo l'assunzione dello stupefacente, provocndo l'intervento dei sanitari e della polizia.

Diversamente da omologhi stranieri, Cosimo Mele non si è però dimesso dal suo seggio parlamentare, si è solo spostato nel geuppo misto. Niente di strano, anche il senatore Emilio Colombo, che in sovrappiù induceva a delinquere i finanzieri della sua scorta mandandoli ad acquistare la cocaia, è ancora al suo posto.

Per farsi un'idea della caratura morale dell'ometto, può essere utile la testimonianza di una delle due protagoniste dell'ormai famosa seratona selvaggia, dalla quale emerge un ritratto abbastanza desolante per essere quello di un "onorevole".
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giovedì, 13 marzo 2008

Somalia, solo guerra

anche in Altrenotizie

Continua senza senso apparente l'occupazione etiope della Somalia su mandato americano. La situazione nel paese è pessima: più di un anno di occupazione etiope ha cementato i somali contro l'invasore, mentre il governo fantoccio imposto da Washington è andato in pezzi e fatica persino a dare segni d'esistenza, non parliamo di operatività. Sparito nell'oblio l'ex premier Ghedi, con il presidente Yusuf travolto dalla malattia e dai problemi nel suo feudo locale, la Somalia è priva di un governo in grado di allacciare un dialogo con la società somala, ormai compattamente ostile all'Etiopia e agli Stati Uniti. Etiopia che ormai esercita la sua sovranità sul paese esclusivamente per mezzo della repressione militare, violando qualche decina di articoli che regolano le responsabilità degli occupanti verso le popolazioni dei territori occupati, ma nemmeno questo suona come una novità.

L'occupazione scorre cruenta e inconcludente, ora le forze somale conquistano una cittadina, ora arriva un contingente etiope a cercare di cacciare i “terroristi”. Mogadiscio è stata raccontata come un mattatoio, un mattatoio nel quale lavora un macellaio etiope diretto da Washington e dal quale sono fuggiti migliaia di somali, che il “governo” non ha tardato a trattare da affiliati ai “terroristi” impedendo alle agenzie umanitarie i soccorsi, spesso attraverso il furto delle derrate alimentari. A governare Mogadisco c'è ora un sindaco dalla dubbia reputazione e la città è inabitabile, teatro di combattimenti violentissimi e di bombardamenti pesanti da parte dell'esercito etiope per rappresaglia.

Fuori controllo sembra anche la regione del Puntland, dove il governo locale deve affrontare la ribellione di diversi gruppi al contratto di concessione petrolifera concessa all'australiana Range Resources Ltd. Il governo del Puntland manca della legittimazione costituzionale necessaria a costituire concessioni sul territorio somalo, ma alla Range Resources non sembrano preoccupati del dettaglio, nemmeno dopo che i membri del clan Warsangeli hanno attaccato i geologi nel villaggio di Majihaan. Le ultime concessioni legalmente valide in Somalia se le assicurò l'americana Conoco, che da allora le difende mantenendo un vero e proprio contingente autonomo barricato a Mogadiscio.

Gli americani intanto hanno portato a termine il quarto bombardamento di città somale dall'inizio dell'invasione etiope. Anche questa volta l'obbiettivo era un presunto “terrorista islamico” di difficile identificazione, visto che sono girati i nomi di Hassan Turki e di Saleh Ali Saleh Nabhan, ma che dei due non si hanno notizie certe da fonti indipendenti. Resta il solito esito tragico, i missili cruise lanciati da un sottomarino hanno colpito la città di Dobley, ne Sud del paese, provocando morti e feriti. Il sindaco di Dobley, Ali “Dheere” Hussein ha spiegato che i feriti non hanno potuto essere ospedalizzati, visto che la città non ha un ospedale e che la chiusura del confine con il Kenya ha impedito di portarli negli ospedali oltre frontiera.

Questa è la quarta volta che, in Somalia, gli Stati Uniti colpiscono alla cieca sperando che per un clamoroso colpo di fortuna il “terrorista”, obbiettivo dell'attacco, stia ad aspettare i loro missili nell'ultimo posto dove è stato visto dagli informatori. Colpiscono accettando il rischio di danni collaterali che i famosi “missili intelligenti” non riescono ad evitare, perché è chiaro che quando radi al suolo un edificio in un centro abitato, le vittime civili siano garantite. Garanzia che invece non sostiene la riuscita dell'astuto piano, visto che mai, utilizzando questo metodo d'ispirazione israeliana, gli Stati Uniti sono riusciti a colpire i terroristi. In Afghanistan, come in Iraq, come in Pakistan, raid di questo genere hanno sempre e solo fatto vittime tra i civili. La cosa non sembra destare scandalo, tanto varrebbe proporre le esecuzioni mirate a colpi di missile contro i mafiosi nostrani e vedere l'effetto che fa.

Questo terzo teatro della fallimentare War on Terror americana, pur sceneggiato in una ex colonia italiana, non suscita attenzione e neppure dibattito, anche se l'evidenza dello sfascio è abbagliante. Il paese è allo sbando, la dittatura etiope si è imbarcata in un'impresa che è diventata punto di forza dell'opposizione e che sottrae forze e risorse alla repressione del dissenso interno, mai così spietata nonostante le proteste internazionali. Alcune regioni dell'Etiopia sono impenetrabili alla stampa e alle organizzazioni umanitarie, le opposizioni imprigionate e gli studenti “rieducati”. I paesi africani non partecipano all'avventura, anche il più adamantino amico degli statunitensi ha annunciato che non ha soldi per mandare altre truppe; l'Uganda era stato l'unico paese a mandare un contingente (la metà di quello promesso) a farsi sparare addosso a Mogadiscio; l'Onu appare impotente e rassegnata a certificare le decisioni americane.

Nel nostro paese l'unico accenno alla Somalia in questi giorni è arrivato da una geniale idea di Berlusconi, quella di candidare un reduce della missione italiana in Somalia ai tempi di Restore Hope. Peccato che in quella missione il nostro contingente, insieme a molti altri connazionali, si sia comportato con disonore contribuendo al fallimento, prima della missione e poi dello sfortunato paese africano. Un fallimento prima di tutto morale, certificato dagli atti della commissione d'inchiesta parlamentare Gallo (Senato della Repubblica, XIII legislatura, doc. XVII, n.12, 2 giugno 1999), che da allora ha significato l'estromissione dell'Italia dai tavoli sui quali si è giocato il destino della Somalia.

Una serie di precedenti storici che insieme alla colonizzazione cialtrona sconsiglia di mettere bocca nell'ennesima strage organizzata dagli strateghi di Bush, ma un minimo di attenzione “umanitaria” per le centinaia di migliaia di profughi e qualche milione di somali che vorrebbe tanto vivere un'esistenza più tranquilla, sarebbe sicuramente più indicato dello sciacallaggio costruito sulla pelle del reduce invalido e sulla condanna all'oblio delle sofferenze di un intero popolo, al quale un tempo abbiamo avuto la presunzione d'insegnare come si sta al mondo, portando insieme alla nostra discutibile “civiltà”, il seme delle attuali disgrazie.
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martedì, 11 marzo 2008

Sarà galera per i boia di Bolzaneto?


Al processo per i fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova, il pubblico ministero ha chiesto pene per quasi 80 anni di reclusione più una serie di misure accessorie. Ben poco se si osserva che per un numero di imputati inferiore e per reati molto meno gravi, nel parallelo procedimento a carico di alcuni dimostranti sono state chieste pene molto più pesanti.

Evidentemente i "servitori dello stato" meritano un occhio di riguardo anche se accusati di torture, violenze (anche sessuali) e comportamenti inammissibili in una democrzia moderna.

Per i fatti di Bolzaneto il nostro paese è stato ricoperto di critiche da tutta Europa, questi fatti sono stati accertati in sede giudiziale insieme a quelli relativi al massacro all'interno della scuola A. Diaz. Reati e lesioni gravissime ai danni di cittadini inermi, montagne di articoli del codice penale stracciati, con tutori dell'ordine che si davano all'orgia dei torturatori intonando canzoni fasciste e medici che invece di curare i feriti li torturavano.

Nessuna delle istituzioni coinvolte, in particolare la Polizia Penitenziaria e quella tout court, ma anche lo stesso ordine dei medici, fino al Ministero dell'Interno, ha ancora preso un solo provvedimento punitivo a carico di questi macellai in divisa e in camice bianco. Molti dei macellai sono anzi stati promossi a più alti incarichi, facendo premio la fedeltà ai padrini politici sul rispetto della legge, della morale e della decenza.

Vedremo ora se i responsabili individuati dal tribunale faranno mai un solo giorno di prigione o se ancora una volta la complicità melmosa all'interno delle istituzioni, si accontenterà di offrire un capro espiatorio (da graziare in seguito) all'opinione pubblica. Difficile attendersi qualcosa di diverso, visto che gran parte degli imputabili è risultata non identificabile grazie alle evidenti complicità ed omertà dei colleghi.
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categoria: movimenti, proteste, repressione


lunedì, 10 marzo 2008

La prima vittima di EUFOR in Ciad è morta in Sudan.


Si tratta del sergente delle forze speciali francesi Gilles Polin, appartenente al contingente "Sparviero" di stanza in Ciad (inquadrato nel tristemente noto 1er régiment de parachutistes d'infanterie de marine, 1er RPIMa), lo stesso che in due occasioni ha impedito ai ribelli di cacciare o catturare il dittatore Deby.

Stranamente il sergente Polin è morto in Sudan, dove non avrebbe dovuto essere, ucciso nel corso di una "esplorazione" finita "per errore" in territorio sudanese. Ucciso da un attacco portato da militari sudanesi a una pattuglia che avrebbe dovuto essere EUFOR e invece era una missione delle forze speciali francesi in territorio sudanese, incursione finita con la fuga e il ferimento di un soldato, oltre alla scomparsa del sergente.

Dato per disperso nello scontro di lunedì della settimana scorsa, il corpo di Polin è stato trovato da sfortunati nomadi sudanesi, sfortunati perchè nel tentativo di caricare il corpo di Poli per portarlo alle autorità, hanno fatto detonare na delle granate che il francese portava addosso; altri quattro morti.

Mentre la Francia piangeva l'eroe dipingendone ritratti edificanti, Sarkozy ha condannato "l'uso sproporzionato della forza" da parte sudanese e il governo sudanese ha inoltrato a EUFOR una richiesta di risarcimento per le famiglie dei nomadi rimasti uccisi.

Intanto in settimana Deby ed el Bechir dovrebbero firmare finalmente la pace ed il regolamento definitivo dei confini tra i due paesi, questa volta Deby non ha potuto dire i no alla Francia, ma non sono esclusi colpi di scena fino all'ultimo minuto.

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categoria: sudan, francia, ciad, global risiko, emergenze umanitarie


domenica, 09 marzo 2008

Eroi di Paglia


Con tutto il rispetto per le sfortunate vicende del neo-candidato belusconiano, Gianfranco Paglia, è davvero di cattivo gusto candidare chi prese parte alla vergognosa missione in Somalia.

Per chi non conoscesse le vicende c'è il risultato di una commissione parlamentare d'inchiesta, o anche qualche vecchio articolo. Il fatto che Paglia sia uscito invalido dalla missione, non deve far dimenticare l'esigenza di urgenti correttivi per il nostro dispositivo militare, costruito scimmiottando malamente modelli d'importazione.
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sabato, 08 marzo 2008

Così tortura un italiano


Edificante servizio della trasmissione " Le Iene" che ieri sera hanno mostrato la ricostruzione di un interrogatorio secondo le procedure che il nostro esercito adotta (anche) in Afghanistan contro i terroristi.

Nel servizio (visibile qui) uno dei componenti della squadra del fortunato programma si sottoponeva ad una versione light di una seduta di interrogatorio da parte di un uomo presentato come "specialista" nel campo.

L'uomo ha raccontato di aver ricevuto un addestramento specifico alla tortura secondo manuali (peraltro ben noti da tempo) in uso agli eserciti atlantici, così come ha spiegato che la ricostruzione in studio era chiaramente meno violenta di quando non sia in realtà.

Spettacolo impressionante per violenza anche nella versione edulcorata ad uso dimostrativo, che dimostra la rinuncia da parte dell'esercito di un paese (sedicente) democratico ai propri stessi principi fondanti, ma che fino ad ora non ha suscitato troppo rumore pur integrando un'ammissione diretta dell'esercizio della tortura da parte dei nostri militari.

Allo stesso modo ha avuto poca diffusione un video (visibile qui) nel quale si vede un militare americano in Iraq uccidere crudelmente un cucciolo lanciandolo in un burrone, un'altra discreta dimostrazione di assoluta mancanza di senso etico e di sensibilità umana da parte dei militari che l'Occidente ha mandato ad insegnare come si sta al mondo ai feroci saladini.

Probabilmente nessuno tra il migliaio di parlamentari che cercano l'elezione, incorpora una sensibilità superiore a quella dell'ufficiale italiano "esecutore" di interrogatori o del marine "portatore" di democrazia o forse, più semplicemente, visto che tutti hanno votato per queste missioni così povere di senso, preferiscono evitare l'argomento per sfuggire alle loro responsabilità.


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categoria: iraq, afghanistan, diritti umani, war on terror, repressione


mercoledì, 05 marzo 2008

Deby, dittatore grottesco

anche in Altrenotizie

La recente visita in Africa della coppia presidenziale francese, Nicolas Sarkozy e la di lui sposa Carla Bruni, ha dato luogo ad una sequela infinita di foto ad uso propagandistico pari al silenzio tombale sulle responsabilità dell’Eliseo nello scenario africano. Si tenta infatti di risollevare la ormai drasticamente calante popolarità del presidente in patria, con le sue escursioni all’estero, omettendo, ovviamente, il senso e i contenuti delle sue visite. Ma nel caso della sua visita in Ciad, con il suo annesso fotografico, sono state molte le occasioni perse simultaneamente dal mainstream, che ha toppato clamorosamente anche sul fronte del gossip. Perché per una volta, non avrebbe dovuto essere tanto la legale (non proprio regale) coppia presidenziale francese, l’oggetto delle attenzioni, quanto piuttosto quella illegale (e non certo regale) ciadiana. In fondo la figura dell'ottuagenario Deby è degna di Novella 2000 nel suo lato rosa. Dopo una vita spesa in eccessi di ogni tipo l'anziano presidente, (che è un noto alcolizzato, facile all'ira, agli eccessi e alla passione) ha anche uno scheletro rosa nell'armadio: la signora Deby, è in realtà la sua segretaria personale.

La circostanza che Deby la porti in giro come una moglie ha destato scandalo in altri paesi africani in occasione di visite ufficiali. La temperatura del gossip sale aggiungendo al tutto che la signora era la fidanzata del figlio di Deby, al quale è stata strappata dal padre, di lei invaghitosi. Magari strappata è una parola grossa, viste le ambizioni che tutti riconoscono alla nuova quanto informale premiere dame del Ciad; fatto sta che il relativamente povero figlio di Deby ha scelto l'esilio in Francia, dove ha trovato la morte, non esattamente perché roso dalla depressione amorosa.

Emulo del padre, che sempre ha amato la vita notturna di Parigi, il rampollo è rimasto invischiato in sordide storie di droga e truffe, per finire ammazzato nel garage di un anonimo complesso residenziale. Non è detto che sia morto per ordine del padre, ma di sicuro non è stato pianto pubblicamente dal padre e nemmeno dal mancato amore. Nella storia c'è anche l'ira della nonna del giovane morto, madre del presidente e figura per nulla secondaria nel Pantheon politico ciadiano, che si riassume nella galleria di famiglia del presidente. Nonna che ovviamente non ha apprezzato le gesta del figlio e ancora meno la sua nuova compagna, apparsa ad attenuare l'influenza materna nella politica presidenziale e concausa della morte dell'amato nipote.

Sullo sfondo qualche centinaio di migliaia di profughi accampati in mezzo al nulla, che riceveranno qualche aiuto da EUFOR e una crisi alimentare imponente. Le associazioni umanitarie, non solo in Ciad, hanno lamentato che l'aumento dei generi alimentari renderà loro impossibile comprare le necessarie quantità di cibo per l'assistenza dei tanti profughi sul continente africano. I bilanci degli aiuti umanitari restano ovviamente una frazione insignificante dei soldi spesi in armamenti, anche in questo non si intravvedono inversioni di tendenza. Profughi in fuga da guerre scatenate da “presidenti regolarmente eletti” e anche no, tutti comunque sostenuti dai paesi che una volta vi esercitavano il dominio coloniale, dominio ora mantenuto per interposte persone, ma che non ha mutato cifra e finalità.

Lo sfruttamento dell'Africa continua senza dare segni di indebolimento, nessuno dei paesi o delle multinazionali che sfruttano le risorse africane ha la minima intenzione di cedere privilegi per i quali, da oltre due secoli si spende il sangue degli africani. Alla “sicurezza” dell'Africa provvederà la Francia fino a quando gli africani non saranno in grado di fare da soli. Forse la “novità” tanto annunciata da Sarkozy sta proprio nell'adozione della stessa frase priva di significato con la quale George W. Bush giustifica la permanenza delle truppe americane in Iraq.
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lunedì, 03 marzo 2008

LA TORRIDA GITA AFRICANA DI NICOLAS E CARLA SARKOZY

anche in Altrenotizie.


Nicolas e Carla sono scesi all'aeroporto di N'Djamena, lei, vestita sobriamente, in scuro, è stata guidata alla conoscenza del paese dalla “premiere dame” del Ciad, avvolta in un luminoso scialle rosa. Nicolas si è intrattenuto alcune ore con presidente-dittatore Idriss Deby Itno. I due leader hanno discusso della recente rivolta, domata nel sangue grazie all'aiuto essenziale dell'esercito francese presente in loco e del vertice del Cemac, la parodia di Commonwealth che la Francia ha organizzato tra le sue ex colonie in Africa Centrale. Della visita del presidente francese ci è stata restituito solo lo sbarco, occasione per diffondere una carezza di Carla a Nicolas intravista dalle telecamere attraverso il lunotto di una limousine e niente di più. Nemmeno un cenno alle ultime novità urbanistiche della capitale, ora circondata da un vallo che dovrebbe impedire l'accesso ai fuoristrada dei ribelli, consentendo l'accesso alla capitale solo da varchi tenuti sotto tiro dai carri armati. A Deby non è piaciuto essere assediato nel palazzo preso a fucilate e sta prendendo le sue precauzioni, tra le quali l'abbattimento degli alberi centenari dei boulevard, colpevoli di aver offerto riparo ai ribelli durante gli attacchi degli elicotteri.

La visita della coppia presidenziale in realtà è stata molto più densa di una semplice visita protocollare. Parigi in Ciad si dice neutrale mentre aiuta materialmente il dittatore a rimanere al potere. In aggiunta, è corsa al Consiglio di Sicurezza per ottenere (sostenuta dagli USA) una mozione di condanna della ribellione e un placet all'intervento armato in favore del “presidente regolarmente eletto”. La Francia ha promosso una missione europea nel paese (EUFOR), formalmente intitolata all'assistenza dei profughi del vicino Darfur, in realtà destinata a controllare le centinaia di migliaia di profughi dello stesso Ciad e della Repubblica Centrafricana, in fuga dalle rappresaglie indiscriminate delle bande armate agli ordini di due “presidenti regolarmente eletti” sostenuti proprio dalla Francia. Che ha rifornito i carri armati e difeso l'aeroporto dal quale sono partiti gli elicotteri che hanno assicurato la supremazia aerea all'altrimenti inutile rimasuglio d'esercito rimasto dalla parte del dittatore.

Nemmeno Amnesty International, che ha lamentato la sparizione di tre autorevoli oppositori del dittatore, è riuscita a dare una spruzzata di etica alla visita; la Francia ha risposto che non ci sono prove che siano spariti e meno che mai che lo siano per mano di Deby. Dimenticata anche la questione dei soldati-bambino, che l'esercito di Deby non trovando adulti disponibili, rapisce e costringe ad imbracciare i fucili, accanto ai mercenari arruolati con i soldi del fondo “etico” destinato alle spese sociali, cioè quelli che la Banca Mondiale ha sbloccato di fronte alla minaccia del dittatore di tagliare la produzione petrolifera. Non ce n'era bisogno, Deby piace tantissimo a Stati Uniti e Francia.

Nicolas e Carla torneranno in patria portando la grazia presidenziale per i rapitori di bambini dell'Arche de Zoe, associazione impegnata nel reperimento e rapimento di bambini africani da dare in adozione a coppie francesi. Fingendo di portare in salvo orfani del Darfur, l'organizzazione francese ha invece sottratto con l'inganno un centinaio di bambini del Ciad alle rispettive famiglie ed è stata colta sul fatto mentre cercava di imbarcarli su un aereo. La grazia da una condanna che stanno scontando in prigioni francesi che tutto sommato appare modesta se paragonata alla gravità e al numero di reati commessi dall’associazione.

Nicolas e Carla hanno sparso glamour anche in Sudafrica, cercando smaccatamente aperture commerciali verso l'Africa anglofona, in particolare c'era da trattare la fornitura di una centrale nucleare al Sudafrica. Oggi, che il paese ha ripudiato il programma atomico sviluppato dal governo bianco suprematista in tandem con Israele, può accedere allo shopping nucleare e sta pensando seriamente di costruire la prima centrale nucleare ad uso esclusivamente civile. Qui Nicolas si è fatto bello affermando davanti al parlamento sudafricano, bontà sua, che la Francia non intende mantenere perennemente i suoi contingenti militari in Africa, ma che l'Africa deve prima essere in grado di garantire la sua stessa sicurezza. Il presidente sudafricano Mbeki ha ritenuto le dichiarazioni di Nicolas un passo avanti "nel processo di decolonizzazione", ma ben pochi hanno raccolto la provocazione, in Francia come altrove.

Questa sarebbe nella sostanza “la svolta” nella politica francese in Africa, da tempo annunciata da Nicolas, che ha pure avuto la faccia tosta di dichiarare, intervistato da un importante quotidiano sudafricano, che non è più concepibile che la Francia sia coinvolta in conflitti interni. Nicolas ovviamente non ha spiegato perché la Francia abbia appena dato corso ad un “inconcepibile” intervento militare seguito dalla consueta carneficina degli oppositori. In ogni caso il cambiamento di politica della sua presidenza, dice lo staff di Nicolas, sarà graduale e differirà a seconda delle situazioni locali. Non c'è fretta. Sicuri?
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domenica, 02 marzo 2008

Lo spretato Gelmini torna in Italia


Il Papa ha spretato Don Gelmini, il quale lo ha ringraziato per aver accolto la sua richiesta. Piero Gelmini è da oggi un comune pregiudicato italiano accusato di aver costretto nove giovani, affidati alle sue cure, a "soddisfare le sue richieste sessuali".

Rapido e silenzioso l'allontanamento del Vaticano dall'ex Don Gelmini, il quale è tornato in Italia (esaudendo un desiderio espresso pochi giorni fa) "per difendersi meglio". L'avanzata età del vecchio Gelmini gli permetterà forse di evitare il carcere e di continuare la sua vita facendo finta di essere innocente, ma non gli ha certo impedito di soddisfare le proprie voglie su ospiti affidati alle sue cure. Ancora nessuna traccia di dibattito sulla legge relativa alle droghe, la quale oltre a rimanere assurda  è ormai "gestita" localmente da procure e forze dell'ordine in maniera assolutamente disomogenea, senza che nessuno se ne preoccupi minimamente.
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