mazzetta

Ce la possiamo fare...
mercoledì, 30 gennaio 2008

L'amara realtà


Amara realtà ed amara ironia

Il giorno della sfiducia a Prodi, il governo pubblicava questo simpatico capolavoro di comunicazione, che già era tristissimo senza la sfortunata coincidenza

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lunedì, 28 gennaio 2008

Ergenekon, la Gladio turca

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buyukanit Se la clamorosa retata che martedì scorso ha scosso la Turchia avesse portato in carcere terroristi “islamici” lo avreste sicuramente saputo, molti giornali avrebbero suonato la tromba dello scontro di civiltà e molte voci allarmate si sarebbero levate contro l'ingresso della Turchia in Europa. In Turchia invece, gli arresti hanno riguardato i componenti di una pericolosa e sanguinaria organizzazione terroristica di estrema destra. Due noti e potenti mafiosi, il capo delle forze speciali turche, ex generali, avvocati, tutti accomunati dall'ossessione per la “turchità”; nazionalisti che avrebbero costruito all'ombra delle istituzioni un'organizzazione che aveva il compio di combattere chiunque attentasse all'identità turca. Organizzazione che, nei progetti, avrebbe voluto uccidere lo scrittore Oran Pamuk, così come pare gli sia riuscito già in numerose occasioni, provocando la morte di persone come Hrant Dink o Don Santoro, fino a quelle di numerose persone che avevano la sola colpa di rappresentare offese alla turchità. (nella foto il generale Buyukanit)

Il gruppo si riconosce nel termine “Ergenekon”, che è il nome di un villaggio siberiano nel quale, secondo la leggenda, avrebbe avuto origine la stirpe turca. Banale identitarismo agitato per agguantare potere servendosi di metodi mafiosi, potendo contare su manovalanza obnubilata dall'ignoranza e da narrazioni di pessimo gusto; tutto già visto, per quanto pericoloso. Da Ergenekon i turchi partono verso la loro terra promessa, l'attuale Penisola Anatolica, seguendo le indicazioni di un lupo grigio. Ergenekon sarebbe quindi l'articolazione dei famigerati Lupi Grigi all'interno delle istituzioni turche.

Dal trapelare della notizia i giornali turchi sono dominati dalla faccenda, anche se per i turchi l'esistenza di pezzi deviati di “stato profondo” non è certo una novità. Anche l'attuale capo dell'esercito, generale Buyukanit, è stato scoperto a capo di una specie di “Gladio” locale impegnata a fare attentati per dare la colpa ai curdi; la novità sta proprio nel fatto che l'esercito abbia addirittura agevolato le indagini e la cattura dei nazionalisti turchi, particolarmente attivi tra i quadri della polizia. Nonostante la disposizione della censura sugli sviluppi del caso, i media hanno trasmesso un flusso ininterrotto di notizie e dettagli.

Parlando al sito Haber 7 l'ex capo della polizia turca Bülent Orakoğlu ha fatto riferimento proprio alle organizzazioni Gladio create nei paesi Nato dalla Cia per dire che, se in molti paesi sono state lanciate operazioni per eliminare questi relitti della guerra fredda, in Turchia il momento sembra arrivato solo ora con la disarticolazione di Ergenekon. Paralleli con l'Italia a parte, sembra che l'organizzazione, pur potente, non sia che una frazione di quelle che operano in Turchia sotto la supervisione dell'esercito; meno inclini ai proclami ideologici e molto più attente al controllo dei flussi economici di quanto non siano risultati questi Lupi Grigi, in difficoltà per il reperimento di fondi necessari a una campagna di esecuzioni dei traditori della “turchità”.

L'esistenza di una simile organizzazione era già venuta alla luce nel 1996, quando un banale incidente stradale fece scoppiare lo “scandalo Sususrluk”. A Bordo della vettura, insieme al generale Veli Küçük, ora arrestato, sedevano un capo della polizia di Istanbul, un ultra-nazionalista coinvolto nel massacro di sette studenti ad Ankara e le sua compagna, Sedat Edip Bucak, deputata del Partito del Sentiero della Verità e leader locale di una milizia privata di guardie locali usate dallo stato contro il PKK. Lo scandalo tenne banco per mesi, ma senza conseguenze.

Lo stato “profondo” emerse allora agli occhi dell'opinione pubblica turca, ma evidentemente faceva ancora troppa paura o aveva troppo potere, poiché non successe quasi nulla oltre al rumore. Oggi tra i personaggi più in vista finiti in prigione c'è Veli Küçük, fondatore dell'intelligence della polizia turca (JTEM), oltre all'avvocato Kemal Kerinçsiz, che recentemente ha guidato le proteste denunce penali contro gli scrittori Hrant Dink e Oran Pamuk e ha svolto opera di supporto per il mantenimento del discusso articolo 301 del codice penale (Offese alla turchità) e accusato di “tradimento” chiunque abbia osato proporre narrazioni alternative del massacro degli armeni o di quello dei kurdi, con loro anche l'avvocato Fuat Turgut, difensore di Yasin Hayal, sotto processo come mandante dell'omicidio di Dink. Personalità pubbliche di primo piano che apertamente facevano professione di razzismo identitario e che segretamente conducevano una vera e propria guerra contro le voci sgradite.

La stampa turca descrive un'organizzazione molto articolata e pericolosa, nella quale la mafia locale va a braccetto con i più alti ufficiali della polizia e dell'intelligence, al fine di reclutare personale civile da usare come manovalanza nelle imprese criminali. Nonostante il clamore resta il sapore dell'offerta di un capro espiatorio, in particolare se risulterà vero che l'organizzazione è stata accusata di preparare un impossibile golpe. La decapitazione di un'organizzazione più che impresentabile, offre la chiusura di un cerchio che da tempo minaccia di stringersi sui vertici militari, recentemente sconfitti nella loro sollevazione contro l'elezione a presidente della repubblica di Abdullah Gul. Sollevazione che il premier Erdogan ha superato andando a elezioni stravinte e nominando poi Gul.  (I dettagli sono negli articoli al tag Turchia)

Non erano dunque sicari armati dagli “islamici” quelli che hanno ucciso Don Santoro e non esiste quindi il pericolo di importare nella comunità europea un cavallo di Troia contenente il Feroce Saladino come vagheggiato da dementi leghisti e interessati commentatori. Il deficit democratico della Turchia attiene a dinamiche simili a quelle ben conosciute nel nostro paese. Poteri che si compromettono l'un l'altro al fine di approfittare della cosa pubblica. Come nel nostro paese c'è poi chi ha mestato nel torbido, mescolando motivazioni ideali a interessi e metodi assolutamente criminali che non si fermano di fronte all'omicidio o alla strage. Come nel nostro paese, verrebbe da dire, la polizia si mostra permeabile ad infiltrazioni di violenti estremisti di destra che, protetti dalla divisa, pongono in essere delitti odiosi in nome della supremazia identitaria.

Non avendo alcuna utilità diretta nel dibattito politico locale, in Italia lo scandalo turco non interessa a nessuno; nemmeno a quelli che una volta difendevano i popoli oppressi da autoritarismi e fascismi. C'è da credere che pesi molto la vicenda della cattura di Öcalan, conseguenza diretta del tradimento di un'offerta d'asilo per parte dell'allora governo di centro-sinistra. Da allora la causa dei curdi ha smesso di echeggiare nel nostro paese, nonostante proprio negli ultimi anni siano emerse numerose dimostrazioni del fatto che il conflitto con i curdi fosse fomentato proprio dall'esercito turco.

Stragi, atti di terrorismo e pesanti sacrifici imposti alle popolazioni curde non sono riuscite a pacificare i curdi, come invece sembra riuscire ora al premier Erdogan, che ha preferito un ambizioso piano di interventi pubblici nelle province curde, ottenendo un parallelo scemare della tensione. Opere e investimenti pubblici si sono rivelati molto più economi della repressione e delle punizioni collettive, capaci solo aumentare le sofferenze e con esse l'odio verso l'oppressore. Una ulteriore dimostrazione che lo schierarsi della nostra politica al fianco dei generali turchi e delle loro pretese nel caso Ocalan, equivalse al favoreggiamento criminale.
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sabato, 26 gennaio 2008

Tengo famiglia

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Siamo senza governo un'altra volta, una volta di più per un concorso di cause, ciascuna inammissibile in una democrazia ideale, tutte presenti all'unisono in quella parodia di democrazia parlamentare che è ormai diventato il nostro paese. Una sarabanda di delitti, di infrazioni della legge e della decenza, macina il quotidiano politico degli italiani ormai da anni. Gli scandali si succedono tanto numerosi che gran parte di questi non arriva nemmeno a conoscenza dell'opinione pubblica che, peraltro edotta su qualsiasi particolare del lato frivolo dello scibile umano, riesce a malapena a scorgere il disastro dietro la cortina fumogena assicurata dai media, più propensi a inseguire l'audience a colpi di scoop contundenti di cronaca nera, che a denunciare il malaffare dilagante o a chiedere conto delle decisioni prese in nome e per conto della collettività. Gli italiani indignati e non rassegnati le hanno provate tutte, dai social forum, ai girotondi, fino a ridursi all'inseguimento di Grillo, ma c'è stato poco da fare. Quasi tutte le grandi istituzioni ed associazioni italiane, quelle che hanno peso, dai sindacati ai partiti, fino all'associazionismo sportivo e culturale, sono ormai organismi presi in ostaggio dai rispettivi vertici che tradiscono ampiamente il loro mandato o, comunque, le altrui aspettative.

Quasi tutti gli organi d'informazione sono nelle mani di dirigenti compromessi e sono strumenti d'inganno. Narrazioni lisergiche sono proposte martellando al ritmo della propaganda fino a che non si fanno vere per molti, mentire è ormai un'attività che non scandalizza nessuno; più la falsità è declamata ad alta voce, più è facile che trovi eco nella società. Una società impoverita in tutti sensi, una società che ancora tiene, miracolosamente, nonostante lo strazio dell'interesse pubblico da parte delle orde saccheggianti e dei loro famigli.

  Famigli e famiglie, le democrazie nel ventunesimo secolo sembrano essere ereditarie non meno di quanto non lo fosse la nobiltà. Impressionante è il numero di paesi governato da figli di capi di Stato e quasi tutte amano definirsi democrazie, trovando pure riconoscimento. Impressionante è come nel nostro paese le famiglie abitino insieme all'interno delle istituzioni. Se le famiglie senza casa occupano gli edifici abbandonati per necessità, le famiglie agiate e con buone relazioni occupano invece interi ospedali, facoltà, regioni, province comuni, ministeri, fino alle banche, alla borsa ai mezzi e reti di comunicazione e altro ancora.

Non è facile per un cittadino comune resistere alla tensione che trasmette la coscienza di vivere a bordo di una nave governata da folli egoisti, capaci di affondarla per il minimo vantaggio personale. Non è facile assistere da anni alla sfilata delle solite facce che si dicono le solite cose di fronte ai soliti giornalisti. Non è facile sentire sulla pelle una vaga sensazione di pericolo incombente, procurata dalle notizie che si riescono comunque a reperire e allo stesso coltivare la convinzione che in caso di disastro nessun aiuto e nessun soluzione potrà giungere da una classe dirigente che ha come unico orizzonte gli affari propri.

Berlusconi, Casini, Fini, Mastella, Prodi, D'Alema, Rutelli, Veltroni, Bossi e giù a scendere verso gli indomiti caratteristi alla Bondi & Schifani sembrano immortali. Una classe politica di perdenti, dal punto di vista dei cittadini, occupa da anni le istituzioni e piega l'interesse generale al proprio mantenimento al potere. Perdenti eppur longevi, stranamente pronti a salvarsi l'uno con l'altro fino a concepire un sistema nel quale si sono assegnati il privilegio, prima riservato alla legge, di decidere chi si possa candidare alle elezioni.

L'interesse privato è il faro dell'azione dei leader politici italiani, non si vede in loro alcuna traccia di interesse verso le vite dei comuni cittadini. Tutti più o meno nel corso della loro lunghissima carriera politica hanno detto tutto e il contrario di tutto; nonostante lo stile caciarone e cialtrone, nonostante l'arroganza e l'aggressività esibita, succede però che le loro incongruenze e le numerose menzogne, i loro errori colossali, i grandi sperperi, fino alle condanne penali svaniscano come neve al sole.

Bisogna dare atto a Bettino Craxi di essere stato il primo ad ammettere che “così fan tutti”, anche se è facile farsi coraggiosi quando tutto è perduto. Commovente anche Mastella che strepita per la sorte della moglie, come Craxi risponde ai giudici con una chiamata di correo in Parlamento, in un disperato tentativo di salvare una rispettabilità che agli occhi dei cittadini non ha mai avuto. Continuano a dircelo che rubano, intrallazzano e truffano per sistemare amici e parenti, ci dicono anzi che questa è la politica.

Una politica che assume sempre di più tratti feudali, con tanto di revanchismo clericale e lanci di anatemi sul popolo peccatore. Mafiosi e corrotti invece sono devoti e cristianamente perdonati, in fondo la vita è una sofferenza in attesa del premio divino, sono anch'essi agenti del “disegno intelligente” del Signore. L'unico disegno intelligente visibilmente realizzato è invece la liberalizzazione economica intesa come demolizione delle regole del gioco economico, nel gioco senza regole hanno trionfato ovviamente i più forti macellando milioni di uomini e donne, quelli che una volta si credevano ceto medio. Il concentrarsi delle ricchezze è pianificato quanto incredibilmente dannoso, ma le briciole che cadono dai canestri dei raccoglitori di denaro bastano ed avanzano a comprare consenso presso le classi dirigenti, troppo attente ai casi loro per accorgersi dell'impoverimento generale.

Con insoddisfazione e delusione ormai marmorizzate, si vagheggia l'abbandonarsi al cinismo come rimedio al disgusto che prende lo stomaco; non è che si possano pretendere eroici ideali, ma con un tale esempio da parte della classe dirigente il paese non poteva che seguire e degradare. Arroganza, prepotenza e benessere esibito e rivendicato sono comportamenti ormai diffusissimi e la colpa non è della televisione.

La colpa è del fatto che in televisione sono passate le storie poco edificanti di questi nani morali. A Berlusconi che accusa i giudici comunisti per sfangare il fio delle sue truffe seguono mutamenti nel costume sociale devastanti. Prima di Berlusconi e della sedicente “seconda repubblica” i ragazzi che andavano male a scuola venivano sgridati dai genitori, che invece ora vanno a scuola a minacciare il maestro perché dia buoni voti al pargolo. Un esempio per tutti, non per dire che la barbarie avanza, solo per dare la misura della profondità di certi mutamenti e del fatto che le ragioni siano ormai per molti associate a chi grida più forte. Una cacofonia che rende impossibile la costruzione di quelle minime convenzioni che permettono la cooperazione sociale.

Un Paese che costruisce la sua identità sulla misura del nucleo e delle dinamiche famigliari, intese come relazioni che poggiano sul presupposto che l'interesse della famiglia abbia la precedenza su qualsiasi regola o convenzione sociale. Un modello di famiglia che assomiglia più alla famiglia in senso mafioso con estensioni a carattere tribale, che ad una possibile dimensione autonoma ed innovativa del nucleo famigliare nella società d'inizio secolo. La telenovela sembra il modello attorno al quale è costruita l'essenza del Paese, non stupisce che le conseguenze siano tragiche quanto grottesche. Peccato solo che non si possa cambiare canale.
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giovedì, 24 gennaio 2008

Il portalone da 45 (54?) milioni di euro è morto


... o forse no, per ora è stato messo offline come richiesto ormai da un anno. Il portale Italia.it doveva essere la vetrina del turismo italiano, invece è stato solo un buco nero nel quale sono spariti almeno 7 milioni di euro su oltre 50 stanziati. Milioni che ora attendono di essere riversati su simili siti-truffa o sullo stesso sito una volta che i politici trveranno il tempo di resuscitarlo.

Il portalone è stato prima il "fiore all'occhiello" del ministro per l'innovazione Lucio Stanca (governo Berlusconi) e poi motivo di vanto per Francesco Rutelli, che lo presentò un anno fa come l'arma finale a disposizione del turismo italiano, salvo essere coperto di pernacchie e contumelie per la realizzazione di un sito orribile, non fruibile e pieno di errori marchiani.
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martedì, 22 gennaio 2008

Ed ecco a voi l'inquisizione!

Per risollevare gli animi, dopo aver letto l'articolo dell'attento Gennaro, una bella partitina a Faith Fighter.

Il Senato ha bloccato la nomina a presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche del fisico Luciano Maiani. La sua colpa? Aver firmato il documento sul papa.

Di Gennaro Carotenuto

Tempi duri per i laici, ma anche per milioni di cattolici onesti in Italia. Tempi così duri da evocare davvero il processo "onesto e giusto" contro Galileo Galilei. Così duri da evocare le liste di proscrizione dei regimi totalitari. Così duri da paventare che presto tra i requisiti per accedere alla docenza universitaria potrebbe essere necessario un giuramento di fedeltà a Benedetto XVI speculare a quello che Benito Mussolini impose l’8 ottobre del 1931[1] ai docenti universitari. Un Benedetto XVI che va subito riconosciuto come innocente (ma magari soddisfatto) rispetto alla voglia di fanatismo, alla voglia di talebanizzazione dei rapporti tra Stato e Chiesa voluta innanzitutto dai cosiddetti atei devoti e teocons. In un'Italia dove non si possono condannare i corrotti, questi hanno trovato un nuovo nemico: il laico. Laico come alieno, laico come grillo parlante, come paria in uno stato che ha scelto una versione confessionalista della laicità (si legga l'imprescindibile articolo di Susanna Mancini).

Il caso è facilmente riassumibile, ma siccome è una cosa così vergognosa (soprattutto per il parlamento della Repubblica) e insostenibile ne troverete ben poca nozione sui media.

Al prestigioso fisico Luciano Maiani non è stata ratificata la nomina a presiedere il CNR proprio perché colpevole di essere tra i firmatari della lettera dei 67, con la quale si riteneva inopportuno l'invito a Joseph Ratzinger per l'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Roma La Sapienza.

Appena pochi giorni fa il fisico romano Luciano Maiani era stato nominato Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Sulla base dei suoi titoli tutti si erano dichiarati soddisfatti. Restava la ratifica del Senato, un proforma da tenersi ovviamente solo sulla base del curriculum scientifico dello studioso. Ma non è andata così: con un dibattito surreale in Senato (leggibile per esteso a questo link) la sua nomina non è stata ratificata ed è stata chiesta un'audizione del ministro Fabio Mussi. La colpa di Maiani è apertamente ammessa: ha firmato la lettera dei 67 e quindi sarebbe incompatibile. Il dibattito in Commissione è simbolico dell'Italia di oggi e merita di essere riassunto.

Per il senatore di Forza Italia, Franco Asciutti (per far queste cose si usano apparatnik di seconda fila), alla luce della posizione espressa contro il papa, Maiani sarebbe "incompatibile con un atteggiamento equilibrato e laico". Prova a difenderlo Andrea Ranieri del PD ma la pezza è peggiore del buco: suvvia, Maiani è su posizioni moderate, ha firmato sì la lettera ma solo per il Rettore, non voleva diventasse pubblica. Insomma, per Ranieri Maiani è colpevole ma di peccato veniale. In generale gli interventi del PD sono tutti improntati a prudenza e cerchiobottismo. Si rendono conto della pretestuosità, della gravità e della pericolosità come precedente, ma preferiscono restare nel mezzo, ribadire la loro condanna dei rei e alla fine far passare uno scandaloso rinvio.

Dopo Ranieri prende la parola Maria Agostina Pellegatta Verde lombarda e finalmente dice una cosa banalmente sensata: "siamo chiamati a giudicare i titoli di Maiani, non le sue opinioni". Basta ciò per fare impazzire di rabbia l'italoforzuto Egidio Sterpa. E' il più noto tra i coinvolti, già ministro in quota PLI durante la prima repubblica, con una condanna in via definitiva per tangenti nel caso Enimont: "abbandono l'aula per protesta contro l'intolleranza". Amen.

Da lì, se mai ve n'era stato, si perde il lume della ragione. Luca Marconi dell'UDC teme addirittura che Maiani non sia in grado di assicurare la libertà d'espressione. Ma è Giuseppe Valditara di AN che passa il segno: Maiani deve chiarire la sua posizione per poter valutare se è compatibile con l'incarico. Che "chiarire la sua posizione" riecheggi l'abiura chiesta a Galileo non può sfiorare Valditara. Parlano vari altri, ma alla fine la decisione è presa, il Senato della Repubblica non ratifica la nomina di Maiani e convoca il Ministro Mussi.

Questo è quanto è successo in Commissione. Luciano Maiani passerà, prima sotto le forche caudine, poi, a meno di incredibili novità, come presidente del CNR. Ma il segnale che viene dato al paese e all'Università è gravissimo: abbiamo i vostri nomi e possiamo danneggiarvi nella vostra carriera come stiamo facendo con il più potente di voi. In questi giorni centinaia di docenti, ricercatori e precari della ricerca, oltre a migliaia di liberi cittadini stanno firmando due appelli, che trovate qui e qui. E' di fatto una lista nera. Come fatto in Senato per Maiani chi dice che non possa essere tirata fuori per un concorso universitario o per un posto pubblico?

homer-simpson-anime-wallpaperPS Si passi una chiosa scherzosa a una notizia così grave. Il più diffuso programma di Voip, Skype, lo avevamo già segnalato qui, ha una funzione aggiuntiva che rende cliccabili i numeri di telefono e sostituisce al prefisso internazionale la bandierina del paese. Con un curioso errore: al prefisso +0039-06 invece di sostituire la bandierina italiana sostituisce quella vaticana, anche nello studio del prof. Maiani (vedi immagine). Sorge un atroce dubbio, è Skype che non ha avuto notizia della breccia di Porta Pia o siamo noi che non siamo aggiornati sul ritorno del Papa Re? 

[1] G. Boatti, Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini, Torino, Einaudi, 2001.



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venerdì, 18 gennaio 2008

Chessmate




FischerWindsor500


Bobby Fischer (Chicago, 9 marzo 1943 – Reykjavík, 17 gennaio 2008)
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giovedì, 17 gennaio 2008

Civiltà giudaico-cristiana?


PRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR!

Non è corretto usare un post per inviare un messaggio personale, sarebbe meglio usare una mail, lo so.
Però uso il blog lo stesso per veicolare l'unica risposta possibile alla vista di Giuliano Ferrara che durante la sua manifestazione* ha urlato al mondo: "Noi siamo la civiltà giudaico-cristiana!"


*quella per la "moratoria" contro l'aborto, che è servita anche a gridarsi paladini del Vaticano. Un branco di uomini scalmanati ed urlanti che vogliono regolare, su presupposti ideologico-dogmatici, la libertà di scelta (anche drammatica) delle donne. Per i rappresentanti di questa "civiltà" le donne che abortiscono sono -assassine- e commettono peccato mortale; l'omicidio. A fanatismi del genere, ancora più se agiti in malafede da personaggi come Cicciopotamo, è perfettamente inutile rispondere argomentando, una pernacchia basta e avanza.
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giovedì, 17 gennaio 2008

Bufalona internettosa ?


Per il momento pare di sì: http://subarralliccu.wordpress.com

Quindi al posto della lettera ci va necessariamente il link al bloggher che sembra averla smentita e al posto del discredito per gli agenti, quello per l'autore di un fake del quale sfugge il senso.
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mercoledì, 16 gennaio 2008

Ceppaloni Big Bang


Fuochi d'artificio assicurati, tutte le scimmiette hanno già cominciato a saltellare come impazzite.

Tutti i politici sposano la tesi assurda del complotto dei magistrati, il centrosinistra scimmiotta le linee di difesa dei berluscoidi che esultano e soffiano sul rogo dei magistrati. Le diramazioni del potere della sacra famiglia Mastella dovrebbero suggerire almeno una sana prudenza, invece è stato un diluvio di solidarietà. Resta il fatto che un procedimento giudiziario del genere sarà stato sicuramente molto ponderato, in un senso o nell'altro.

mastella_4La retata a Ceppaloni danneggia la coalizione di governo e non le fa fare bella figura, ma -non- è una novità che nel centrosinistra ci siano storie politiche al di sotto di ogni sospetto come nel centrodestra. Così come non stupisce che Mastella si sia presto trovato nudo di fronte alla propria incompatibilità genetica con la funzione di guardasigilli.

A fronte dell'inesistenza del complotto delle toghe, c'è l'evidenza solare della ribellione della classe politica alla legge. La mutazione di origine berlusconiana ha ormai travolto tutto e tutti, anche chi scrive le leggi è pronto a sovvertirle qualora queste stesse leggi lo chiamino a rendere conto di comportamenti illeciti.

Non è una buona cosa che il personale politico stia al di sopra della legge

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mercoledì, 16 gennaio 2008

Oggi è festa


Dopo la squallida ritirata,  tatticamente strumentale, di Papa Ratzinger, una piacevole giornata allietata dalla lettura delle dichiarazioni isteriche ed allucinate degl inadeguati politici italiani e di tanti maestri del pensiero.

Vedere tanta agitazione e leggere tali e tanti spropositi, dall'etichettare come violenti gli antipapisti, fino ai lamenti per il Papa "censurato", restituisce il solito senso di straniamento di fronte agli alieni, ma sale anche una sottile soddisfazione, osservando questa gente impazzire e delirare per mostrarsi più papisti del Papa.

Stay tuned, ce n'est qu'un debut...
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domenica, 13 gennaio 2008

Lo stile e l'etica della Thyssen

Dal Corriere della Sera l'estratto di un articolo che riferisce di un rapporto indirizzato alla casa-madre dopo la strage di Torino e in seguito sequestrato dai carabinieri:

"Ai vertici aziendali che dalla casa madre di Essen, in Germania, hanno evidentemente richiesto elementi per poter meglio valutare la situazione e per poter quindi decidere la propria strategia sia di comunicazione sia legale, lo sconosciuto relatore dell'analisi trasmette i propri commenti.
Gli operai sopravvissuti al rogo e i compagni di lavoro delle vittime «passano di televisione in televisione » e vengono rappresentati «come degli eroi». Un fatto, quest'ultimo, particolarmente sgradevole, che impedisce ogni possibile misura di censura o di richiamo a questi testimoni, che sono ancora e a tutti gli effetti dipendenti della società, ma che in questo momento sarebbe inopportuno colpire sul piano disciplinare, anche se non si esclude di poter prendere in considerazione questa ipotesi per il futuro
."

Sarebbe invece opportuno che la magistratura italiana colpisse severamente questo comportamenti, volti a mettere a tacere i testimoni o ad intimidirli. In caso di continuazione del reato o di pericolo che il reo ostacoli o inquini le indagini, il codice prevede l'arresto.
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sabato, 12 gennaio 2008

La notizia del giorno: il direttore di banca che manda i picciotti.

Hanno destato scalpore le immagini di un pestaggio trasmesse da tutti i telegiornali. A rendere la storia appetibile per i direttori dei TG c'era l'indubbio impatto delle immagine crude registrate da una telecamera di sorveglianza. Ancora più eclatante è che la feroce aggressione sia culminata con l'accoltellamento della vittima, colpevole di non voler regalare il proprio lavoro al mandante del picchiatore.

I dettagli sono noti, ma la circostanza che vede coinvolto un direttore di banca ha prodotto cronache che nel loro complesso segnalano l'esistenza di un esercito di -schiene piegate- quando si arriva a confrontarsi con soggetti economici. Le cronache hanno riferito con dovizia di particolari la vicenda, riportando i nomi dei picchiatori, “presunto boss” incluso, il nome del comandante dei carabinieri che ha condotto l'operazione che ha stroncato i colpevoli, il nome della vittima, il movente e anche la descrizione abbastanza dettagliata e cruda dell'aggressione.

C'è tutto, mancano solo il nome del direttore di banca, il mandante; quello di suo cognato che ha fatto da tramite con i criminali e per questo è finito in prigione e il nome della banca che il l'accusato dirigeva (dirige?). Non succede per caso, basta a pensare alle vite di quanti colpevoli, o presunti tali, che sono normalmente assalite dai media non appena il caos viene illuminato da una minima notorietà o sembra una “storia” che aumenterà l'audience.

Il direttore di banca invece viene -naturaliter- protetto insieme alla reputazione della banca, allo stesso tempo il funzionario, unico tra tutti, non subisce l'onta del carcere, nonostante la legge sia in genere più che severa con istigatori e mandanti.

Fortunatamente in loco si tratterà di un segreto di Pulcinella e i suoi concittadini sapranno sicuramente di chi si tratta, anche se proprio loro forse faranno più fatica a comprendere e a sopportare questo genere di favoritismi. Resta l'ennesimo episodio che mette a nudo i meccanismi inviolabile del paraculismo editoriale. Paraculismo non tipicamente nazionale, ma comunque “strutturale” e agli antipodi dell'etica, non solo di quella professionale.

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sabato, 12 gennaio 2008

A Kabul niente di nuovo

Anche in Altrenotizie

Se in Italia esistessero cose simili alla libera stampa o se solo il personale politico non fosse in altre e personali faccende affaccendato, qualcuno avrebbe sicuramente chiesto al Presidente del Consiglio Prodi o al capo dell'opposizione quando finirà l'avventura militare italiana in Afghanistan. Probabilmente nessuno dei due poli avrebbe potuto fornire una risposta, neppure approssimativa, ma almeno il tema sarebbe stato posto. Può essere comprensibile che non ci sia un gran interesse a sollevare la questione della missione afgana, trattandosi di un fallimento epocale asseverato in maniera assolutamente bipartisan da una classe politica che spesso non sa dove sbattere la testa, ma che ha ben chiaro quanto le sia utile e vantaggioso attaccare i carri alla locomotiva di Washington. Del resto la domanda impertinente aprirebbe dibattiti che nessuno sembra veramente voler affrontare. Ci sarebbe da discutere sull'andamento dell'occupazione dell'Afghanistan, sulla partecipazione alla fallimentare “War on Terror” condotta dal presidente Bush, ma anche una discussione tutta italiana sul senso dell'interpretare uno schieramento con gli Usa, tanto acritico da apparire a tratti servile.

L'anno si è chiuso con pessime notizie dal fronte e con una richiesta da parte americana alla NATO per la fornitura di contingenti militari ancora più corposi, preferibilmente con regole d'ingaggio che renda loro possibile fare la guerra come fanno già altri contingenti e non solo presidiare in maniera passiva le zone di competenza come fanno alcuni contingenti europei, tra i quali il nostro. Richiesta che ha trovato sordi i paesi europei, ai quali ormai è chiaro che in terra afgana non potrà che consumarsi una sconfitta epocale, ma che allo stesso tempo non sanno come disimpegnare i propri uomini dal disastro provocato dalle tattiche dell'amministrazione Bush.

Sconfitta inevitabile, dal momento che tattiche e strategie sono state decise da un'amministrazione alla quale l'invasione afgana interessava solo come viatico a quella dell'Iraq. Divenuto presto un teatro di secondo piano l'Afghanistan è stato affidato ad un manipolo di affaristi e avventurieri, diventando ben presto un pozzo senza fondo nel quale venivano inghiottiti denari e vite umane senza alcun riscontro positivo. Con la consueta coazione a ripetere il masterplan americano per il 2008 in Afghanistan prevede ancora una volta un aumento dei contingenti e un bel po' d'ipocrisia.

L'amministrazione americana ha presentato al Congresso un progetto che, ipocritamente, si dice investirà più risorse nella “ricostruzione” che in armi: peccato che la “ricostruzione” in oggetto sia quella delle infrastrutture per lo scombinato esercito afgano e non a favore dei civili. Per parte del governo afgano, oltre a lamentare l'ingerenza pachistana, l'unica idea che è trapelata in Occidente è quella per la quale l'esercito afgano dovrebbe essere molto più dotato di quanto non previsto, in modo da assicurare la non-ingerenza dei paesi vicini negli affari afgani.

Tale e tanto sforzo di fantasia si riverserà su un teatro nel quale le forze occidentali sono sempre più impantanate e sgradite. Gran parte degli afgani che avevano salutato con favore la cacciata dei talebani comincia ora a chiedere che le forze d'occupazione se ne vadano. Intere province, conquistate facilmente con il gradimento delle popolazioni locali ai tempi dell'invasione, hanno ormai decretato la loro ostilità, più o meno palese, alle forze USA-NATO, rendendo loro di fatto impraticabile il territorio in metà del paese. Senza un orizzonte abbastanza chiaro le forze occidentali si trascinano così da una battaglia all'altra, mentre il governo locale controlla a malapena Kabul.

La resistenza afgana al contrario è in salute; salute che deriva dalla buon momento delle forze “islamiche” in Pakistan - sicura retrovia del conflitto - e dalla non-ostilità degli afgani ai guerriglieri di quella che ormai non è più e non è solo la guerra dei talebani all'Occidente. In Afghanistan nessuno ha vinto “i cuori e le menti” della popolazione, nella quale ora prevale un sentimento di sano scetticismo nei confronti degli uni e degli altri, pur in mancanza di qualsiasi speranza di affrancarsi dalle ingerenze e dalle interessate “tutele” straniere. Molto in salute è anche la coltivazione dell'oppio, inizialmente consentita dagli invasori e oggi molto difficile da riconvertire, almeno a sentire i portavoce della Nato. I talebani l'avevano vietata ed era scesa quasi a zero, dimostrazione ulteriore del consenso e del controllo del territorio del quale godevano e che gli occidentali hanno vanamente rincorso. La “War on drugs” è un'altra chimerica impresa che ha dissanguato inutilmente i contribuenti americani ed è stata persa da parecchio tempo; anche su questa sconfitta è calato un pietoso velo di silenzio.

Gli unici a parlare ormai, al di sopra del fragore delle armi e dell'annaspare di chi si trova sul campo, sono gli americani. I quali dicono chiaro e tondo che non cambieranno strategia e che la guerra in Afghanistan durerà ancora cinque o dieci anni, la stessa previsione di sei anni fa, quando nel 2001 Bush mosse guerra all'Afghanistan. Ad essere buoni significa che da allora non è stato fatto nulla, ma è vero il contrario: azioni politicamente sconsiderate hanno tragicamente peggiorato la situazione militare; il fideismo fintamente ideologico dei neo-conservatori ha bruciato ogni residua credibilità dell'amministrazione americana, ora preda di faide interne in attesa di vedere chi resterà con il cerino in mano.

Il 2008 comincia con pessime previsioni sulla missione militare italiana. Sarebbe cosa buona e giusta che si chiudesse con la certezza che il cerino afgano non rimarrà anche in mano italiana, bruciando inutilmente le vite dei nostri soldati e quel po' che rimane del rispetto per le istituzioni del nostro Paese.
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venerdì, 11 gennaio 2008

L'aggressione navale iraniana era una patacca


A distanza di pochi giorni dal presunto "incidente" denunciato dal Pentagono nel Golfo Persico, la verità si fa strada e ancora una volta sbugiarda la propaganda statunitense.

A seguito di un video distribuito dagli iraniani adesso è tutta una corsa di autorevoli commentatori che -ora- dicono che le registrazioni delle "minacce" che avrebbero subìto i navigli americani non erano nemmeno pronunciate con accento iraniano. Il Pentagono per parte sua ha ammesso che "non è sicuro" che i fatti si siano svolti come denunciato dall'amministrazione americana e soprattutto che non è sicuro sulla provenienza di quanto registrato dalle navi americane.

Il Pentagono aggiunge che non si può sapere chi abbia lanciato le "minacce" sul canale radio internazionale a disposizione dei naviganti, messaggio che può essere anche giunta da una stazione a terra o da un altra imbarcazione non identificata; verrebbe da aggiungere che a questo punto anche la stessa natura della minaccia diventa più che dubbia: non identificando la fonte si concede la possibilità che si tratti di un mitomane come di un falso o al meglio di un equivoco.

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In ogni caso il convoglio di navi da guerra non può certo dirsi minacciato dalle pattuglie iraniane, a meno di non considerare il convoglio inerme di fronte ad alcuni motoscafi privi di armamento pesante come quello che si vede nella foto.
La cosa preoccupante è che nel 1988, per un "equivoco" simile, la nave da guerra statunitense Vincennes attaccò un aereo di linea iraniano che faceva la linea Bandar Abbas -Dubai abbattendolo. Questo episodio, quando non completamente costruito, dimostrerebbe che le forze armate statunitensi non sono ancora in grado di distinguere un attacco reale da una pernacchia sul canale 16 come allora non furono in grado di distinguere un aereo da guerra da uno civile. Il che rende miracoloso che in uno scenario come quello del Golfo Persico non sia ancora successo l'irreparabile.

Personalmente ritengo che questa circostanza dimostri invece la tesi secondo la quale l'irreparabile, cioè uno scontro armato USA-Teheran, non sia per nulla voluto dagli uni come dagli altri, pur restandone la minaccia una formidabile arma propagandistica per indicare al mondo l'ennesimo pericolo artefatto.

Il video presentato dall'Iran

Il video presentato dagli Stati Uniti


Patacca bis

Anche le minacce ai fratelli Berlusconi sembrano inverosimili e probabilmente opera di un italianissimo mitomane.
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venerdì, 11 gennaio 2008

Vergognosa elemosina dei parlamentari alle vittime della Thyssen



Una lodevole iniziativa di alcuni parlamentari si è risolta in una squallida dimostrazione della miseria morale di deputati e senatori.

L'idea era buona, fare una colletta per i parenti degli operai morti nel rogo dell'acciaieria Thyssen era doveroso oltre che giusto, ma evidentemente non c'è limite alle miserie della nostra classe politica. Dopo un primo giro di questua andato male, i promotori ci hanno riprovato, hanno insistito, ma è servito a ben poco.

La colletta ha fruttato qualche (pochi) migliaio di euro, per un contributo medio di 9€ ( sì, nove Euro) per ciascun parlamentare.

Una schifezza che degrada il contributo a semplice elemosina e che offende, oltre alle vittime, tutto il paese.
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