mazzetta

Ce la possiamo fare...
venerdì, 28 dicembre 2007

Dopo Benazir Bhutto ancora Musharraf



Se non si trattasse di un politico di lungo corso, si potrebbe paragonare l'uccisione di Benazir Bhutto a quella dell'agnello sacrificale, tanto era attesa e scontata. Salita giovanissima alla carica di primo ministro come esponente di una delle più importanti famiglie famiglie pachistane e degli interessi ad essa affluenti, per due volte era stata dimessa inseguita da procedimenti penali. Incapace di governare, Benazir da sempre è stata l'immagine offerta alle masse pachistane dal suo Partito Popolare, fino a quando un accordo con Musharraf non aveva commutato il carcere sicuro in un dorato esilio con base negli Emirati. Un complesso accordo con Musharraf, voluto fortemente dal Dipartimento di Stato americano, le aveva permesso il ritorno e la certezza matematica della carica di primo ministro. Nel furore della violenza esplosa dopo la distruzione della Moschea Rossa, Musharraf ha però mosso freddamente le sue pedine al meglio, vanificando ogni pretesa statunitense. Nominato il fedelissimo capo dell'ISI (i temutissimi servizi segreti pachistani) Ashfaq Kayani a capo dell'esercito, Musharraf ha svestito la divisa, non prima di aver licenziato i membri della corte suprema che dissentivano sulla legalità delle sue decisioni. Nella giusta sequenza Musharraf ha anche amnistiato Benazir Bhutto ed eliminato il limite dei due mandati che le avrebbe impedito l'elezione.

Benazir-Musharraf-Deal-Pakistan(m)Il ritorno di quella che è stata la prima leader femminile di un paese islamico e in assoluto uno dei più giovani primo ministro della storia, era stato salutato a modo loro dagli integralisti religiosi pachistani, che le avevano subito promesso la morte. Un primo ministro imposto dagli americani non può piacere a chi in Pakistan è in guerra con il governo e in Afghanistan con gli Stati Uniti. Musharraf per canto suo, pur non direttamente interessato alla contesa elettorale visto il ruolo presidenziale, ha provveduto a silenziare la stampa con una stretta censura. La stampa pachistana è di solito abbastanza frizzante, ma in questo periodo sembra obbedire alla lettera, con il risultato paradossale che in piena campagna elettorale non sembrava succedere niente.

Bhutto e Sharif, un altro ex-premier con una storia speculare, non potevano che fare campagna elettorale organizzando riunioni di simpatizzanti e comizi pubblici. Anche Sharif è stato attaccato poche ore prima dell'attentato a Bhutto, sfuggendo però all'attentato. Non è un caso che Musharraf, sopravvissuto ad almeno sette attentati negli ultimi anni, non si conceda per niente i bagni di folla. Con la morte di Benazir Bhutto, muore prima di tutto il piano americano per una demilitarizzazione delle istituzioni pachistane, piano peraltro sembrato sempre molto fine a se stesso e dalle aspettative fumose.

Le certezze sono ben poche, una di queste è che Musharraf ha trasferito alla presidenza il controllo dell'armamento atomico pachistano. Un'altra certezza è che Ashfaq Kayani, il nuovo capo dell'esercito pachistano, è vicino agli Stati Uniti, ma ancora più vicino a Musharraf e agli interessi dell'esercito, che incorpora imprese industriali ed azionarie ai massimi livelli. Per la più banale ironia della storia fu proprio Alì Bhutto, padre di Benazir, a volere lo sviluppo di quel programma nucleare che oggi è l'assicurazione sulla vita per il dittatore e per il regime militare.

C'è di che inquietare Washington, già preoccupata in settimana dalla diffusione di un rapporto del Pentagono che ammetteva brutalmente che gli Stati Uniti non hanno alcuna possibilità di “mettere in sicurezza” il nucleare pachistano, nemmeno invadendo il paese. Questa volta le armi di distruzione di massa ci sono e fanno paura; sarà per questo che con il Pakistan gli USA non spargono isterica propaganda, ma messaggi preoccupati; sarà anche per questo che sembra non ci siano idee brillanti sul che fare dopo la morte del cavallo preferito.

L'attentato a Benazir Bhutto non è stato rivendicato, ma sembra abbastanza plausibile che non sia stato organizzato da Musharraf o dall'esercito, i quali hanno probabilmente raccolto il frutto senza aver avuto il bisogno di scuotere l'albero. Il Pakistan corre una campagna elettorale a luci spente dall'esito difficilmente prevedibile, ma sembra di poter dire che al di là del tunnel ci saranno ancora Musharraf e l'esercito a reggere l'unico paese fallito (failed state) con un imponente arsenale nucleare.

Un grosso grattacapo per George e Bandar Bush, vero padrino del piano. Bandar Bin Sultan, ex ambasciatore saudita a Washington, intimo della famiglia Bush al punto di meritarsi il patronimico texano per soprannome, ha cucito e ricucito, tessuto e tessuto ancora, ma non sembra che il suo attivismo e i suoi piani abbiano portato alcun vantaggio agli interessi occidentali. Forse non è un caso, anche se non sta bene parlar male dei sauditi, c'è pur da tenere in conto che si tratta del paese che, con il Pakistan, è la maggiore fonte di “terroristi” islamici, nonché padrino e massimo finanziatore della jihad talebana e del terrorismo d'importazione in Iraq.

A Condoleeza Rice girerà la testa in mezzo a tante complicazioni e, probabilmente, nemmeno Gates ci capirà molto. Deve essere per questo che hanno mandato John Negroponte a parlare con il nuovo capo dell'esercito pachistano. Sui colloqui non è trapelato nulla, ma dalla realtà dei nuovi stanziamenti americani al governo pachistano è abbastanza chiaro che gli americani continueranno a gonfiare di denaro e di attenzioni i loro principali nemici. La notte del Pakistan continuerà lungo, ma oggi per Musharraf e l'esercito pachistano è festa.
postato da mazzetta alle ore 08:50 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: pakistan, war on terror


venerdì, 14 dicembre 2007

Berlusconi non piace più; comizio deserto a Bologna


Oggi sul far della sera Berlusconi aveva dato appuntamento ai suoi fan bolognesi per una bella manifestazione attorno ai gazebo. Non è bastato scegliere una delle piazze più piccole di Bologna, i suoi fan stavano tutti in una quadrato di venti metri per venti, che conteneva anche gli operatori dei media e la sicurezza. Una cinquantina di bandiere e a star larghi dai trecento ai quattrocento fan in visibilio.

Molti di più gli astanti attirati dalla musica e dalle luci, che si sono presto rivelati ostili al sire di Arcore. L'occasione l'ha fornita il bizzarro tentativo della polizia, incalzata da alcuni forzitalioti che suggerivano "picchiateli", di sequestrare un piccolo striscione con la scritta "B. Fatti processare" portato da alcuni appartenenti a Qui Bologna Libera, che poi sono gli attivisti riuniti attorno a Grillo.

Sfortunatamente vicino all'evento, non ho potuto fare a meno di mettermi in mezzo, presto imitato da diverse persone. Una catena di persone a protezione e una litania protratta di non potete-non potete-non potete ha salvato lo striscione.

DSCN2183(nella foto lo striscione della discordia; il popolo berlusconiano arrivava a malapena a riempire lo spazio dietro i fari sullo sfondo)

la cosa non è passata inosservata e ha evidentemente maldisposto chi ha assistito a questo piccolo tentativo di censura. Da quel momento le battute più felici del capocomico di Forza Italia sono state subissate da un poderoso coro di "buffone-buffone" e "scemo-scemo" da parte di tutta la piazza, esclusi i berlusconiani, ovviamente. Coro che ha accompagnato quasi costante il resto delle parole di Silvio al microfono, costringendolo a non prendersi nemmeno un respiro,  per non lasciare campo libero a una piazza ormai abbandonata alla dissacrazione del caro leader.

L'uomo possiede un infinito sprezzo del ridicolo, così ha vantato un numero ancora più alto di firme ai gazebo (oggi siamo arrivati a otto milioni) e ha "rivelato" che lui aveva già convinto mezza Margherita a non votare la finanziaria, ma che poi i convinti si sarebbero fatti "comprare" dal governo. Abbastanza divertente, almeno per chi abbia letto sui giornali le parole con le quali cercava di portare a termine l'odiosa corruzione di un senatore o da chi si renda conto dell'impossibilità ontologica di "comprare" deputati e senatori del proprio schieramento politico.

Ma questo non tocca i fedelissimi rimasti a Berlusconi, pronti ad affrontare i protestanti a botte di "comunisti" e "drogati". Vederli da vicino, parlare loro, mi ha suscitato un arcobaleno di sensazioni tra la commiserazione e la pietà per questi poveretti. Farciti degli slogan padronali sono assolutamente incapaci di gestire risposte non convenzionali. Tanto per dire, a disperdere il suddetto gruppetto di pensionati feroci è bastato chiedere loro di non offendere persone che non conoscono, fare presente che si lavora e che  quindi si paga noi loi le loro pensioni. All'invito successivo a non perdere tempo a far casino in piazza e ad andare a lavorare invece di fare i parassiti dei giovani (scherzavo, sono bestialità e lo so) si sono dispersi che nemmeno una carica con i lacrimogeni...

Lo show si è concluso così, tra frizzi e lazzi, mentre l'uomo inanellava le ultime banalità, la più bella diceva più o meno che avrebbe voluto nominare seduta stante  "cavalieri della libertà" i fan presenti, poggiando sulla loro spalla (destra) una spada; come i re facevano con i sudditi nel medioevo, alla faccia del partito dal basso.

Chiuso il comizio lo striscione si è di nuovo avvicinato e la polizia ha potuto tirare un sospiro di sollievo. Non c'è niente che inquieti di più un funzionario in servizio di piazza dell'avere a che fare con un imprevisto o con situazioni spontanee e c'è da credere che anche stasera qualche timore lo abbiano coltivato. Il funzionario al comando mi è addirittura venuto a chiedere se, finita la manifestazione del leader, potevo far andare via chi protestava. Fargli presente che non avevo nulla a che fare con altri e che era una situazione assolutamente spontanea non l'ha certo rassicurato, anche se era più che evidente che non ci fossero assalti o azioni violente in fieri.
Oltre la comicità ed il colore, resta il dato politico: Berlusconi parla nel deserto, ormai abbandonato dal "popolo" di centro-destra e anche da quello che fu suo, gli sono rimasti solo pochi e scombinati pasdaran.

 Nota di demerito per il TG3 locale che, pur citando le contestazioni, non ha potuto esimersi dal mostrare qualche secondo di riprese fatte stringendo l'inquadratura sul leader, in maniera che sembrasse sommerso dalla folla.
postato da mazzetta alle ore 20:54 | Permalink | commenti (8) / commenti (8) (pop-up)
categoria: italia, bologna


venerdì, 14 dicembre 2007

Habemus Charta

Dal sito dell'Europarlamento


Proclamata la Carta UE dei diritti fondamentali: l'essenza dell'identità europea
Diritti fondamentali - 12-12-2007 - 23:28
Firma della Carta dei diritti fondamentali
Firma della Carta dei diritti fondamentali
Alla vigilia della firma del Trattato di Lisbona, i presidenti di Parlamento, Commissione e Consiglio UE hanno firmato solennemente la Carta dei diritti fondamentali che lo stesso trattato rende vincolante. Il Presidente Pöttering ha sottolineato che, affermando la centralità della dignità umana, essa rappresenta l'essenza dell'unificazione europea e indica la via per un futuro comune di pace. Ha anche ammonito che, nella comunità di valori che è l'UE, non ci sono diritti senza doveri.

«Per i cittadini oggi è un giorno di gioia» è quanto ha affermato il Presidente del Parlamento Hans-Gert PÖTTERING aprendo la seduta solenne dedicata alla firma della Carta dei diritti fondamentali. Cinquant'anni dopo la creazione della Comunità europea, fondata sulle rovine della seconda guerra mondiale, ha sottolineato il Presidente, «celebriamo oggi i valori comuni che sono l'essenza stessa dell'identità europea». La Carta dei diritti fondamentali, ha proseguito, «è il simbolo del cammino che ci ha portato a un'Unione dei cittadini». Essa dimostra «cha abbiano tratto la principale lezione dalla storia europea: il rispetto della dignità dell'individuo, la salvaguardia della libertà che abbiamo conquistato, della pace e della democrazia e lo Stato di diritto, sono ancora oggi il motore dell'unificazione europea».
 
La libertà non può nascere senza il rispetto dei diritti degli altri, ha aggiunto il Presidente, e la pace non può sbocciare senza un equilibrio nella convivenza, «libertà, pace, diritto e benessere sociale, non sono possibile che assieme e non l'uno contro l'altro». Nell'Unione europea, ha aggiunto, «non è la forza che ha diritto, ma è il diritto ad avere la forza». E' questo, ha spiegato, «che conferisce alla nostra comunità di valori il suo volto moderno». Ha quindi esclamato che «solo il diritto garantisce a tutti la pace!». La caduta della cortina di ferro e l'adesione di dodici paesi all'Unione europea, ha affermato il Presidente, sono state possibili perché «il grido della libertà e della democrazia, la forza dell'esigenza di parità di diritti per tutti gli uomini, hanno vinto contro un'ideologia che disprezzava la persona umana».
 
La Dichiarazione di Berlino, ha poi ricordato, proclama una cosa molto importante: «Noi cittadini dell'Unione europea siamo, per nostra felicità, uniti». E' infatti «per la nostra felicità», ha spiegato, «che libertà, democrazia e diritti umani per noi tutti, nell'Unione europea, sono diventati realtà». Nel proclamare solennemente la Carta, «abbiamo d'ora in avanti il grande dovere e la grande fortuna di fare capire ai 500 milioni di cittadini dell'UE e alle generazioni future, ciò che è l'essenza dell'unificazione europea». Dopo aver sottolineato che l'UE non è solamente «calcoli economici dei costi e dei benefici», ma anche una «comunità di valori»? Valori, la cui chiave di volta «è il rispetto inalienabile della dignità della persona» consacrato dall'articolo 1 della Carta, e che sono alla base dell'integrazione dell'Europa.
 
E' per questa ragione, ha sottolineato il Presidente, che il riconoscimento, con forza vincolante, della Carta dei diritti fondamentali, «era per il Parlamento un elemento indispensabile di qualsiasi accordo sulla riforma dei trattati». E il Parlamento è riuscito a far valere la sua posizione: il riferimento alla Carta, iscritto all'articolo 6 del trattato, «le conferisce un carattere giuridicamente vincolante pari a quello del trattato stesso». L'uomo e la sua dignità, ha proseguito, «sono al centro della nostra politica» e l'UE «offre un quadro che ci permetterà di seguire la via pacifica di un futuro comune». 
 
Senza questa base chiaramente definita di valori, ha proseguito il Presidente, «l'Unione europea non ha futuro». E non avremmo «il diritto di esigere il rispetto dei diritti umani nel mondo se non riuscissimo a tradurre i nostri propri valori in diritto positivo nell'Unione europea». Come europei, ha invece insistito, «dobbiamo agire per difendere la dignità dell'uomo e il dialogo tra le culture, lo possiamo fare con la consapevolezza di ciò che siamo, ma dobbiamo farlo con una volontà indefessa: nessuno ci potrà ostacolare!».
 
Dopo aver ricordato l'influenza svolta dal Parlamento nella definizione della Carta sin dai tempi della Convenzione, il Presidente ha sottolineato che essa consacra i diritti economici e sociali, ma anche quelli politici. Tutela inoltre i diritti fondamentali nei campi d'attività dell'UE e nell'applicazione del diritto comunitario. Grazie alla Carta, tutti i cittadini dell'Unione potranno appellarsi alla Corte di giustizia. Ha quindi auspicato che essa sarà presto applicabile in tutti gli Stati membri. A questo proposito ha lanciato un appello: «i diritti umani e i diritti fondamentali sono indivisibili, nell'interesse di tutti i cittadini dell'UE, tutti gli Stati membri dovrebbero aderire alla Carta».
 
Il Presidente ha poi sottolineato che se, da un lato, la proclamazione della Carta conferisce ai cittadini il potere di far valere i propri diritti, dall'altro è anche l'occasione di prendere coscienza che hanno anche dei doveri nei confronti della comunità degli europei, del mondo e delle generazioni future». «Non ci sono diritti senza doveri, poiché è la solidarietà che ci unisce». Stiamo costruendo un'Unione di cittadini, ha concluso il Presidente, e la proclamazione della carta apporta all'UE fondamenta solide. Dimostra inoltre che la nostra comunità di valori «è viva e prospera». «E' una grande vittoria per i cittadini europei!».
 
«Oggi 12 dicembre sarà d'ora in poi una data fondamentale della storia europea», ha esordito il Presidente del Consiglio José SÓCRATES, affermando che questa è la cerimonia più importante alla quale abbia partecipato in tutta la sua carriera politica. Come europeo e portoghese, si è detto quindi particolarmente onorato di firmare la Carta dei diritti fondamentali, sottolineando che è proprio sotto presidenza portoghese, nel 2000, che erano iniziati i lavori per la sua stesura. La Carta, ha proseguito, è «un impegno che contiene i valori di base della civiltà europea», facendo leva sulla dignità dell'uomo.
 
Dopo aver ricordato che il trattato prevede l'adesione dell'UE alla Convenzione sui diritti umani del Consiglio d'Europa, il Primo ministro ha sottolineato che, a partire da oggi, i diritti fondamentali «diventano in modo irreversibile patrimonio comune della civiltà europea». Si tratta anche di un importante strumento che orienterà l'azione politica e legislativa delle istituzioni europee e dimostra ai cittadini che l'UE è al loro servizio. Prevede diritti sociali, nel campo professionale e della previdenza, è la Carta dell'uguaglianza contro ogni discriminazione, pone particolare attenzione ai bambini, agli anziani e alla parità di genere, comprende norme sui dati personali e contempla le libertà economiche. E' inoltre «fedele alla nostre tradizioni» e, in proposito, ha salutato con favore l'accordo cui è giunto il Consiglio UE sulla proclamazione di una giornata europea contro la pena di morte.
 
La Carta, inoltre, concilia i diritti dei cittadini con quello dei singoli, toccando anche i cittadini non europei. Il Primo Ministro, sottolineando che un mondo migliore è quello dove sono rispettati questi diritti, ha poi sostenuto che la Carta è anche al servizio della politica estera europea e rappresenta «un faro per l'UE sulla scena internazionale». Con la Carta i cittadini possono riconoscersi in un'Unione che è un progetto di pace e democrazia, dove i diritti dei singoli sono rispettati. Ha quindi evidenziato che la proclamazione della Carta ha un valore giuridico preciso: con essa diventa «una legge fondamentale a vantaggio di tutti». In un mondo globalizzato «in cui molti sostengono che le regole economiche siano assolute», ha aggiunto il Primo Ministro, il riconoscimento della Carta UE è un contributo notevole alla regolamentazione della globalizzazione.
 
Vincolando gli Stati membri e le istituzioni UE al suo rispetto, la Carta ne limita i poteri a favore dei cittadini, nel rispetto della sussidiarietà e rafforzando la natura democratica dell'Unione europea. La difesa dei diritti fondamentali, che diventa parte del «codice genetico dell'UE», dovrà essere realizzata ogni giorno, da parte degli Stati, delle Istituzioni, della società civile, delle imprese, dei sindacati e dei singoli cittadini. Si tratta di un impegno a favore del rispetto e dell'applicazione di principi nell'azione quotidiana. «Solo così saremo infatti degni delle nostre tradizioni».
 
José Manuel BARROSO, Presidente della Commissione europea, ha sottolineato anzitutto l'elevato significato della proclamazione, «che consacra la cultura dei diritti dell'Unione europea». Con la firma della Carta dei diritti fondamentali, ha aggiunto, le tre Istituzioni europee ribadiscono il loro impegno e permettono di realizzare un importante passo avanti rendendola vincolante e dandole lo stesso valore giuridico dei trattati. La Carta ha aggiunto, porta concreti benefici per i cittadini, mette al centro la dignità umana e prevede le classiche libertà civili (di espressione, di religione, non discriminazione, ecc.), i diritti sociali e economici, dei lavoratori e delle parti sociali. Ma introduce anche nuovi diritti come quello alla tutela dei dati personali e quelli relativi alla bioetica.
 
La Carta, ha proseguito, promuove l'ancoraggio dell'UE a una vera cultura dei diritti fondamentali che dovranno essere rispettati dalle Istituzioni in tutte le loro azioni. «Può sembrare facile», ha spiegato, «ma si tratta in realtà di una sfida quotidiana al fine di assicurare al meglio il rispetto delle libertà civili in tutte le politiche dell'Unione», legiferando sul mercato interno, nella gestione dell'immigrazione o negli sforzi per lottare contro il terrorismo. La Carta, ha aggiunto, è il primo documento giuridicamente vincolante prodotto a livello internazionale che raggruppi, in un testo unico, diritti politici e civici ma anche diritti economici e sociali, sottoposti allo stesso meccanismo giudiziario.  Si tratta, senza dubbio, di «un successo importante di cui l'Unione deve essere orgogliosa».
 
E' particolarmente significativo, ha poi sottolineato, che ciò sia possibile in questa nuova Europa ampliata che fu divisa da regimi totalitari e autoritari che non rispettavano i diritti umani. Un'Europa che oggi «è unita intorno ai valori della libertà e della solidarietà». Se uniamo i nostri sforzi per stimolare questa cultura dei diritti umani, «apporteremo un contributo essenziale a una vera Europa dei valori, tangibili e credibili agli occhi dei cittadini». Ha quindi concluso che, a partire da oggi, «l'Europa è ancora meglio attrezzata per vincere con successo la lotta per libertà, la pace e la democrazia».
 
I tre presidenti hanno quindi firmato la Carta, nell'Aula è poi risuonato l'Inno europeo.
 
***
Durante gli interventi, una minoranza di deputati ha disturbato il corretto svolgimento della seduta con striscioni e urla. Il resto dei deputati ha in diverse occasioni coperto questi tumulti con lunghi applausi. Nondimeno, finita la seduta solenne, i leader dei gruppi politici hanno voluto prendere la parola per stigmatizzare il comportamento di questa minoranza di deputati.
 
Dibattito a seguito della Proclamazione della Carta dei diritti fondamentali
 
Martin SCHULZ (PSE, DE) ha ricordato che quando andava a scuola era insegnato agli alunni che, nel Reichstag della Repubblica di Weimar, il gruppo parlamentare di Adolf Hitler urlava per coprire le voci degli oppositori politici. Quanto accaduto, ha sottolineato, riporta alla mente questa tecnica. Ha poi osservato che l'unico leader di un gruppo politico intenzionato ad andare a Lisbona per la cerimonia della firma del nuovo trattato è Jens-Peter Bonde (IND/DEM, DK).
 
Joseph DAUL (PPE/DE, FR) ha ritenuto che questi incidenti non siano degni di un Emiciclo «molto democratico» e riferirà in merito nel corso della Conferenza dei Presidenti, «onde evitare ulteriori aggravamenti».
 
Francis WURTZ (GUE/NGL, FR), dopo aver condannato «la manifestazione antieuropeista, sciovinista e indegna», ha ricordato che - pur favorevole al referendum - il suo gruppo si dissocia dal comportamento della minoranza che ha turbato la seduta.
 
Per Graham WATSON (ALDE/ADLE, UK) «il comportamento degli hooligan degli stadi calcistici è stato portato nella più alta assemblea europea». Ha quindi rivolto un appello formale a che in futuro tali comportamenti siano puniti con l'espulsione dall'assemblea.
 
Daniel COHN-BENDIT (Verdi/ALE, DE) si è detto «scioccato» ma ha sottolineato che «non si deve drammatizzare» perché «se vi sono cinquanta pazzi nella sala, vi sono anche settecento persone razionali». A suo parere richiedere l'espulsione sarebbe eccessivo poiché «un Parlamento libero è un Parlamento che tollera dei pazzi, anche se sono sgradevoli».
 
Brian CROWLEY (IND/DEM, DK) ha ritenuto che «quello che è appena successo va al di là di ciò che può essere tollerato in un'istituzione democratica».
 
Jens-Peter BONDE (IND/DEM, DK), scostandosi da quanto dichiarato dai suoi colleghi, ha affermato di «capire perfettamente» ma che la «tradizione è diversa in Danimarca» e che era «presente con la sua maglietta a favore del referendum. Tutti, a suo parere, dovrebbero reclamare un referendum.
 
Diana WALLIS (ALDE/ADLE, UK), in veste di Presidente di seduta, ha voluto ricordare che, il 29 novembre scorso, il Parlamento europeo aveva adottato una relazione che approvava la Carta, con 534 voti favorevoli, 85 contrari e 21 astensioni.
 
Background - statuto giuridico e capitoli della Carta dei diritti fondamentali
 
Il Consiglio europeo di giugno 2007 ha deciso di non includere il testo della Carta dei diritti fondamentali nel nuovo trattato. Nel mandato per la conferenza intergovernativa (CIG) era proposto solamente di farla figurare come una dichiarazione allegata al trattato. Su iniziativa dei rappresentanti del Parlamento alla CIG, invece, si è deciso di procedere a una vera e propria proclamazione solenne che è, allo stesso tempo, simbolica e formale. L'articolo del trattato che conferirà carattere giuridicamente vincolante alla Carta, infatti, farà riferimento a tale proclamazione. Il testo della Carta sarà inoltre pubblicato integralmente sulla Gazzetta Ufficiale dell'UE.
 
In merito al suo statuto giuridico, dando seguito alle insistenze del Parlamento, i capi di Stato e di governo hanno deciso di conferire alla Carta un carattere vincolante. Le sue disposizioni si applicano quindi alle istituzioni, organi e organismi dell'Unione nel rispetto del principio di sussidiarietà, come pure agli Stati membri, ma «esclusivamente nell'attuazione del diritto dell'Unione». Pertanto, questi dovranno osservarne i principi e promuoverne l'applicazione. La Carta, peraltro, «non estende l'ambito di applicazione del diritto dell'Unione al di là delle competenze dell'Unione, né introduce competenze nuove o compiti nuovi per l'Unione, né modifica le competenze e i compiti definiti nei trattati». La Corte di giustizia dell'Unione europea, una volta ratificato il trattato di Lisbona, avrà il compito di assicurare che la Carta dei diritti fondamentali sia rispettata.
 
In una risoluzione adottata il 29 novembre scorso con 534 voti favorevoli, 85 contrari e 21 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato formalmente lo statuto giuridico della Carta, nella sua versione prevista dal nuovo trattato. Rispetto a quella del 2000, infatti, la Carta aveva già subìto delle lievi modifiche, in particolare per quanto riguarda le disposizioni sociali che erano state anch'esse approvate dal Parlamento nel 2003 (al termine dei lavori della Convenzione) e nel 2005 (dando il via libera alla Costituzione).
 
Un protocollo allegato al trattato di Lisbona introduce delle misure specifiche per il Regno Unito e la Polonia che stabiliscono delle deroghe alle competenze della Corte di giustizia europea e dei tribunali nazionali per quanto riguarda la protezione dei diritti riconosciuti dalla Carta. Nella sua risoluzione del 29 novembre, il Parlamento ha chiesto a questi due Stati membri di «compiere ogni sforzo per poter comunque pervenire a un consenso sull'applicazione illimitata della Carta».
 
La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea riprende in un unico testo l'insieme dei diritti civili, politici, economici e sociali dei cittadini europei e di tutti coloro che vivono nel territorio dell'UE. Questi diritti sono raggruppati in sei grandi capitoli:
  • Dignità: diritto alla vita, diritto all'integrità della persona, proibizione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, proibizione della schiavitù e del lavoro forzato.
  • Libertà: diritto alla libertà e alla sicurezza, rispetto della vita privata e della vita familiare, protezione dei dati di carattere personale, diritto di sposarsi e di costituire una famiglia, libertà di pensiero, di coscienza e di religione, libertà di espressione e d'informazione, libertà di riunione e di associazione, libertà delle arti e delle scienze, diritto all'istruzione, libertà professionale e diritto di lavorare, libertà d'impresa, diritto di proprietà, diritto di asilo, protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione.
  • Uguaglianza: uguaglianza davanti alla legge, non discriminazione, diversità culturale, religiosa e linguistica, parità tra donne e uomini, diritti del minore, diritti degli anziani, inserimento delle persone con disabilità.
  • Solidarietà: diritto dei lavoratori all'informazione e alla consultazione nell'ambito dell'impresa, diritto di negoziazione e di azioni collettive, diritto di accesso ai servizi di collocamento, tutela in caso di licenziamento ingiustificato, condizioni di lavoro giuste ed eque, divieto del lavoro minorile e protezione dei giovani sul luogo di lavoro, vita familiare e vita professionale, sicurezza sociale e assistenza sociale, protezione della salute, accesso ai servizi d'interesse economico generale, tutela dell'ambiente, protezione dei consumatori.
  • Cittadinanza: diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni del Parlamento europeo, diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni comunali, diritto ad una buona amministrazione, diritto d'accesso ai documenti, Mediatore europeo, diritto di petizione, libertà di circolazione e di soggiorno, tutela diplomatica e consolare.
  • Giustizia: diritto a un ricorso effettivo e a un giudice imparziale, presunzione di innocenza e diritti della difesa, principi della legalità e della proporzionalità dei reati e delle pene, diritto di non essere giudicato o punito due volte per lo stesso reato.
Questi diritti si fondano sulle libertà fondamentali riconosciute dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, dalle tradizioni costituzionali degli Stati membri dell'UE, dalla Carta sociale europea del Consiglio d'Europa e dalla Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, nonché da altre convenzioni internazionali a cui aderiscono l'Unione europea o i suoi Stati membri.



10/12/2007
Proclamazione e firma della Carta dei diritti fondamentali
12.12.2007
postato da mazzetta alle ore 09:31 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: europa, diritti umani, diritti civili


mercoledì, 12 dicembre 2007

L'Africa si allontana dal'Europa

Anche in Altrenotizie: "L’EUROPA E L’AFRICA, L’ENNESIMA OCCASIONE PERSA"

Il vertice Africa-UE di Lisbona segna uno spartiacque storico nel rapporto tra Africa ed Europa. A Lisbona l’Europa ha dato una impressionante dimostrazione di pochezza e di confusione, tanto da lasciare il dubbio che i leader europei non abbiano colto a fondo la portata degli avvenimenti. L’Europa unita non ha una politica estera comune e, mai come in occasioni del genere, questa mancanza risalta su altre considerazioni. Impressionante è stata l’esibizione delle molte facce della diplomazia europea a fronte di una rappresentanza dei leader africana invece insolitamente compatta. Ancora una volta uno stato membro ha messo i piedi nel piatto e ha devastato l’agenda dell’incontro. Questa volta è toccato alla Gran Bretagna esibirsi, ma succede spesso a parti alterne. Il vertice è stato addirittura boicottato dal primo ministro inglese Gordon Brown, in polemica con la presenza del dittatore Mugabe. Molti commentatori hanno fatto notare che al vertice erano presenti fior di dittatori mediamente più feroci e spietati di Mugabe, considerazione immediatamente affiancata dall’obiezione-standard alla proposta di messa all’angolo dei paesi “cattivi”, quella per la quale isolare un paese spesso si risolve nel rafforzarne il comando, sempre si finisce con il colpire i cittadini comuni.

La Gran Bretagna ha però un “fatto personale” con Mugabe. Assurto al potere legittimamente all’inizio degli anni ’80, quando le prime elezioni democratiche terminarono la dominazione bianca di quella che era stata la colonia personale di Sir Cecil Rhodes e del feroce governo di Ian Smith, Mugabe non rinunciò ad eliminare ogni possibile oppositore, fino al momento nel quale decise di farsi di dittatore e fare carta straccia degli accordi con i quali il regime bianco aveva contrattato la transizione “democratica”. Affermazione giunta dopo vent’anni di resistenza sanguinosa alla richiesta dell’introduzione del principio “un uomo, un voto” nel paese. Il tirannicida che si fa tiranno è un film già visto. Fu però la decisione di espropriare le fattorie dei bianchi (latifondi coloniali) a segnare il punto di rottura nelle relazioni con il mondo anglosassone. Da allora lo Zimbabwe ed il suo presidente sono all’indice.

Mugabe è sicuramente un dittatore, un corrotto ed un amministratore fallimentare, ma il suo stile non è unico. Come lui anche Teodoro Obiang ha reagito ai rilievi internazionali sulle condizioni di vita delle baraccopoli nella capitale radendole al suolo con i bulldozer. Come lui molti leader africani sono sanguinosi dittatori e rapinosi amministratori, peggio di lui ce ne sono diversi, ma lui è sembrato l’unico sgradito a Lisbona.

Questa simpatica scenetta ad uso e consumo dell’anglofono medio non ha comunque influito sul risultato finale, destinato purtroppo ad essere fallimentare. L’Europa non vuole cambiare l’impostazione paternalista nel suo rapporto con l’Africa e continua in maniera imbarazzante a voler spiegare agli africani cosa è giusto e cosa è sbagliato. Un ruolo che ha sempre potuto sostenere grazie al controllo totale sulle economie e sulle elite dei paesi africani.

Un controllo che oggi l’Europa ha perso quasi del tutto. Fino a venti anni fa Europa e Stati Uniti rappresentavano lo sbocco quasi esclusivo delle economie africane, oggi la richiesta di materie prime arriva prima di tutto dall’Asia; da Cina, India e dalle numerose “tigri” asiatiche.
L’avanzare impetuoso della globalizzazione, incrociando la fine della Guerra Fredda, ha infranto una barriera invisibile e con essa il guinzaglio coloniale.

Si può dire con una discreta approssimazione che l’Africa sia uscita definitivamente dalla colonizzazione (intesa come domino straniero) solo agli inizi degli anni ’90, visto che, fino ad allora, nemmeno l’indipendenza ottenuta negli anni ’60 in gran parte del continente era riuscita ad affrancare i paesi da un controllo oppressivo degli ex colonizzatori. Uno spartiacque più preciso può essere identificato nei negoziati per la fine dell’apartheid in Sudafrica, che durarono dal 1990 al 1994, durante il quale la minoranza bianca cedette, non solo simbolicamente le armi. Lo smantellamento dell’arsenale nucleare sudafricano, sviluppato più o meno clandestinamente collaborando con Israele, è stato sicuramente un segnale forte di un cambiamento reale.

L’emancipazione economica dal controllo mercantilista occidentale non ha però prodotto automaticamente risultati virtuosi. Nella maggior parte dei casi si è assistito alla presa del potere da parte di cleptocrazie locali che si sono sostituite nell’esercizio di un dominio in tutto simile a quello imposto dai colonizzatori bianchi.

In Africa ci sono molti leader “democraticamente eletti” che sono dittatori al pari di quel che fu Saddam, alcuni anche peggiori; leader con i quali l’Occidente è generalmente in buoni rapporti. Lo stesso Papa riceve abitualmente i più sanguinari leader “cristiani” senza difficoltà. Oggi questi governi sopportano con fastidio i moralismi europei, hanno la fila di cinesi, indiani ed asiatici in genere che vogliono comprare le risorse dei loro paesi.

L’Occidente non può far altro che parlare di “conquista” cinese dell’Africa, provando a convincere almeno le opinioni pubbliche occidentali che la Cina ( e solo la Cina) stia pianificando l’occupazione dell’Africa. Dal punto di vista dei leader africani invece, i cinesi pagano senza fare domande e senza porre condizioni; spesso propongono scambi in natura, costruendo in Africa infrastrutture che l’Europa e gli Stati Uniti non sono riusciti a materializzare nemmeno in cento anni. Infrastrutture che danno lustro a leader spesso incapaci di realizzare progetti complessi e che permettono loro di costruirsi un’immagine domestica (e falsa) di modernizzatori, di dittatori che hanno fatto qualcosa di buono per la prima volta nella storia del paese.

I cinesi chiedono solo che i paesi con i quali fanno affari non riconoscano Taiwan, un sacrificio da poco e poco compromettente; quasi tutti i paesi del mondo riconoscono la sovranità cinese su Taiwan, anche quelli europei. Gli Stati Uniti si preoccupano e vorrebbero “mettere in sicurezza” le loro forniture petrolifere africane, che dopo il 9/11 sono diventate sempre più importanti nel mix energetico americano, costituendo l’AFRICOM. Un comando militare americano sul continente per “gestire le crisi umanitarie” al quale però nessun paese africano concede l’autorizzazione. Il rappresentante del Sudafrica, uno dei più teneri, ha suggerito di tenerlo dove è stato costituito in attesa di trovargli una casa africana; a Stoccarda. Nemmeno i governi di Uganda, Congo, Etiopia e Guinea Equatoriale, totalmente dipendenti da Washington si sono espressi a favore, la sola Liberia ha detto che valuterà il da farsi.

L’Europa marcia divisa, alle ripicche britanniche si somma l’attivismo militare francese nella “francafrique” e il codardo defilarsi di tutti di fronte alla carneficina in Somalia e alle altre tragedie africane. Nessuno ha disturbato il dittatore etiope Zenawi, che ha siglato insieme a Mugabe e ad altri simpatici dittatori e leader democratici un appello molto significativo. L’appello “per la diffusione della democrazia e dello stato di diritto” presentato dall’Unione Africana, al di là delle facili ironie, manda un segnale preciso ai politici europei, ma soprattutto alle multinazionali occidentali.

“Abbiamo deciso di costruire un nuovo partenariato strategico, superando la tradizionale relazione donatore-ricevente”. Parole chiare che difficilmente solleveranno dibattito. A lato della querelle Mugabe-Londra è tutto un fiorire di dichiarazioni sul “successo” del vertice e di quanto i paesi europei investiranno per l’Africa. Che poi andando a vedere si tratta di elemosine: otto miliardi di euro dalla UE, che però è uno stanziamento spalmato nel periodo 2008-2013, risultando alla fine misero e facilmente assorbito dalla voce “miglioramento della sicurezza”; cioè armi. L’Italia ha vantato la concessione di quaranta milioni di euro, spiccioli che andranno in un fondo per dell’Unione Africana destinato "proprio a contribuire agli sforzi africani per riportare la pace in queste aree”, che sarebbero il Darfur e la Somalia. Il che vuol dire che andranno a finanziare il nulla, visto che l’UA ha terminato l’intervento in Darfur e visto che in Somalia fino a che non se ne andranno gli etiopi, questione non posta, non se ne parlerà per niente.

Sul fronte delle buone notizie c’è quella che nell’ultimo anno sono morti meno bambini africani per la fame. Ma a ben vedere la notizia non è buona come sembra. Il progresso è dovuto alla diffusione di un geniale alimento capace di recuperare i bambini gravemente colpiti dalla carenza alimentare. La distribuzione di queste fenomenali razioni, un preparato ipercalorico a base di nocciole molto simile alla Nutella, ha permesso di salvare la vita a molti bambini che stavano morendo di fame. A questo parziale buon risultato, se ne aggiunge un altro negativo, visto che il numero di bambini sottoalimentati è aumentato comunque in maniera sensibile a seguito dell’aumento dei prezzi delle materie alimentari. Ne muoiono di meno, ma ne soffrono di più; difficile riuscire a festeggiare. quando si coglie il significato di certi dati presentati come trionfi dai leader.

L’Europa torna quindi da Lisbona in ordine sparso, ciascuno può tornare a curare la politica locale e ad ignorare quel che accade fuori dal continente. Lo stesso faranno i leader africani, grandi sorrisi, proclami trionfali e grande stampa al ritorno in patria; hanno avuto gli stessi maestri. Una cosa è certa: per l’Africa, come per l’Europa, il cammino verso la “democrazia e la certezza del diritto” è ancora lungo.
postato da mazzetta alle ore 13:11 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: europa, africa, global risiko, elitarismo


martedì, 11 dicembre 2007

Cosacce di guerra.


Negli Stati Uniti la Cia ha distrutto i video degli interrogatori con impiego della tortura. Dicono che si sentivano autorizzati da un parere legale, rilasciato da un team legale di una delle tante agenzie segrete ( il misterioso -Direttorato delle Operazioni- ) della stessa CIA. Dicono che se qualcuno gli avesse detto "non fatelo", i video esisterebbero ancora. Giustificazioni abbastanza deboli, ma si capisce che per la reputazione degli Stati Uniti i video delle torture a Guantanamo su Youtube non avrebbero aiutato, ma quei video sarebbero anche le "prove" a sostegno della detenzione di altri prigionieri. Distrutte quelle, come processare i "terroristi" che si dice di aver individuato grazie alle pratiche vietate?

La commissione d'inchiesta del Congresso dice che l'insieme delle giustificazioni formite nelle audizioni dalla CIA "non sembra essere vero".

o

Anche in Israele è tempo di commissioni d'inchiesta. Un simpatico teatrino è la Commissione Winograd, che deve cercare di capire di chi è la colpa della rovinosa invasione del Libano l'anno scorso . L'ultima scenetta è la messa sotto accusa della censura militare, perchè la Commissione ha notato come  dai briefing tenuti da ufficiali dell'IDF, siano stati diffusi dati fin troppo dettagliati sulle operazioni in corso. Una spettacolarizzazione della guerra che non è piaciuta e che è potenzialmente rischiosissima. L'ufficio della censura militare, che dovrebbe visionare in anteprima i servizi giornalistici e controllare che non diffondano informazioni utili al nemico, però non ci sta. La giustificazione non fa una piega, "Nel corso degli anni il nostro organico è stato dimezzato, da 70 a 35 persone, solo 28 dei quali sono censori. Quando eravamo in 70 c'erano tre, forse quattro giornali. Oggigiorno c'è internet, ci sono le radio, le televisioni ed i giornali locali"..."era impossibile fare di più". Continuano intanto, come sempre, le incursioni violente a Gaza e l'espansione del muro e delle colonie in territorio palestinese, nello spirito che ha sostenuto il recente incontro di Annapolis.

o

Nel vicino Egitto invece la commissione d'inchiesta sulle torture non la fanno proprio. Ci pensa allora Human Rigths Watch che denuncia una squallida operazione del governo Mubarak.
La dittatura egiziana avrebbe inventato dal nulla un gruppo terroristico cattivissimo, la Setta Vittoriosa, pronta a fare strage di turisti e a far saltare gli oleodotti. Per fermare la minaccia rappresentata dall'apparizione improvvisa di questa pericolosissima setta, Mubarak ha stracciato la costituzione a suo esclusivo favore e promulgato lo stato d'emergenza. Evidentemente i terribili "Fratelli Musulmani" in Egitto non fanno paura a nessuno, se il governo sente il bisogno di inventare la Setta Vittoriosa. Qualcuno lo dica a Magdi Allam e agli altri che da anni la menano con la pericolosità per l'Occidente di quelli che sono a tutti gli effetti dei perseguitati da uno sfacciato dittatore .

 HRW si è imbattuta nel caso perchè tutta la montatura si sarebbe basata su accuse false e su alcune "confessioni" estorte con la tortura. Banalmente tragica per casi come questi, la circostanza che vede 10 degli accusati, poi assolti dalla giustizia governativa, essere ancora detenuti non si sa dove. Per chi ha voglia c'è un bel dossier sul caso. Per la giustizia egiziana la misteriosa setta non è mai esistita, peccato invece che le leggi promulgate per "combattere " la setta invece continuino ad esistere eccome. I paesi occidentali sono sembrati poco interessati a questo genere di contrattempo locale.

o

Dalla Somalia giunge la voce dell'ONU che chiede 406 milioni di dollari per il 2008, per coprire i costi degli aiuti nel paese. L'hanno scorso solo il 70% della somma richiesta è stata coperta. Secondo l'ONU la prima causa di morte tra i bambini nel paese è la diarrea, segutia dalla sottoalimentazione e dalla mancanza delle cure più elementari. Il nuovo premier che non governa ha detto che le agenzie umanitarie potranno soccorrere la popolazione; peccato che la "strategia" dell'esercito etiope in situazioni del genere preveda l'affamamento della popolazione civile. Fa lo stesso nella regione etiope dell'Ogaden contro cittadini etiopi, non è pensabile che si comporti più sportivamente con gli odiati somali. Negli ultimi giorni il mattatoio somalo ha lavorato a rilento, comincia a scarseggiare la materia prima, che preferisce disperdersi e rischiare la morte per fame che stare nelle zone sotto controllo etiope e subire violenze certissime.

o

Dall'Iraq la scoperta di un database qaedista ha fornito uno spaccato interessante dei combattenti stranieri in Iraq. La maggioranza è rappresentata da sauditi (48%), seguiti dai libici (18%), yemeniti, algerini, marocchini, tunisini e giordani. Con grande sorpresa non c'è segno di un collegamento con Siria e Libano; pochissimi siriani e nessun libanese; niente Hezbollah. Ai sauditi non piace la sottomissione dei sunniti iracheni, ma ai sunniti iracheni sono diventati insopportabili gli stragisti clericali in nome di Allah. Così i combattenti stranieri adesso hanno qualche difficoltà ad entrare in Iraq e devono fare un lungo giro fino ad entrare dalla Siria. Bin Laden non sbagliava parlando di "errori" commessi dai suoi in Iraq, tali e tanti sono stati che ora anche per i combattenti stranieri "islamici" è diventato difficile stare in Iraq. Su 25.000 detenuti (sottostimati) in Iraq, solo l'1,2% sono stranieri, difficile pensare che possano esserci quindi i 10.000 "terroristi stranieri" stimati dagli USA, difficile anche credere alle notizie che parlano di migliaia di iraniani in azione in Iraq; nelle prigioni irachene ci sono solo 11 iraniani detenuti e nessuno per "terrorismo". L'Arabia Saudita ha detto che sta facendo il possibile per limitare l'afflusso di volontari, ma c'è da credere che tutti gli autocrati dei paesi di provenienza dei "terroristi" siano più che contenti di vederli sfogare in Iraq.

o

In Afghanistan il governo dice che ci vorrebbe un esercito afgano di 200.000 uomini, ma la Nato risponde che bastano 70.000, che quasi sono tutti addestrati, tutti armati di mitra americani M16; e che l'esercito afghano sarà dotato di elicotteri e carri armati "world class", hanno proprio detto così. Intanto continua il gioco dell'elastico a Musa Qala, un'operazione congiunta tra americani e afgani ha cacciato gli occupanti talebani (qui sotto trovate la celebrazione grafica della vittoria) dalla cittadina. Il prossimo round a primavera. Nessun progresso invece  sul fronte delle infrastrutture.

_44292982_musa_qala416o

In Pakistan i piani americani per la sostituzione di Musharraf sono ancora dall'esito incerto, quanto è certo che le alternative non sono molto meglio del dittatore in carica. Dopo Benazir Bhutto è stato permesso il ritorno anche dell'esule Sharif. Si giocherà tutto sulla fedeltà del nuovo capo dell'esercito a Musharraf, se saprà resistere alle lusinghe e minacce che non saranno mancate nel lungo incontro con John Negroponte subito dopo la sua nomina, l'influenza dell'esercito sul paese durerà a lungo. L'ex capo dell'ISI, un fedelissimo, diventa la pedina più importante nel risiko pachistano. Il paese resta pervaso dalla violenza e molte aree del paese sono fuori dal controllo del governo centrale, situazione che ha portato il Pakistan a superare l'Afghanistan nella classifica dei "paesi falliti". A raffreddare gli animi, il generale Ashfaq Parvez Kayani, nuovo capo dell'esercito, ha dichiarato che il 2008 sarà "l'anno del soldato"; viatico perfetto per il ritorno ad una parvenza di democrazia

o

A mettere la ciliegina sulla torta è arrivato stasera il Presidente della Repubblica, Giorgo Napolitano, il quale in visita a Bush ha affermato che gli Stati Uniti non possono essere lasciati soli nel "portare la pace"" "L'Italia e l'Europa vogliono assumersi le loro responsabilita' per mantenere la pace e la stabilita', come per promuovere la democrazia, noi non possiamo chiedere agli Usa di assumersi l'incarico di preoccuparsi della sicurezza internazionale, perche' questa e' un dovere di tutti e l'Unione europea deve essere all'altezza di questo compito". Tutto ciò dopo che Bush aveva appena finito di dire che anche se l'Iran non ha un programma nucleare militare: "Basta la conoscenza della tecnica di costruzione delle atomiche" per rendere pericoloso l'Iran." Cheney ha aggiunto:" Non tutti capiscono la minaccia della proliferazione nucleare in Iran o altrove, ma noi e i nostri alleati la comprendiamo bene e abbiamo il dovere di prevenirla.
Parole che suonano bizzarre e pretestuose, mera propaganda.

Oltre a Napolitano c'è rimasto ancora qualcuno là fuori, convinto che Bush e soci stiano promuovendo pace, stabilità e democrazia?
domenica, 09 dicembre 2007

L'italia salva il Darfur


Agli incontri di Lisbona, l'Africa appare con la faccia di Mugabe, dittatore cattivo. Gli altri dittatori africani invece sono buoni. Mugabe ha espropriato le fattorie dei bianchi e ciò non è piaciuto.

A sentire i nostri giornali e telegiornali, non sembra che si parli per niente della guerra in Somalia.

A sentire i nostgri giornali e telegiornali l'Italia si distingue per l'effettività del suo intervento sul Darfur.

Prodi è apparso gongolante a vantare una dazione di ben 40 milioni di euro per il Darfur.

Che se a prima vista possono sembrare una bella cifra, in realtà sono una miseria; sempre che si tratti di fondi cash e non di una cifra destinata a smaltire le eccedenze di qualche azienda italiana, da regalare poi ai profughi.
postato da mazzetta alle ore 12:54 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
categoria: truffe


venerdì, 07 dicembre 2007

Ridere con Cofferati


Il sindaco di Bologna Cofferati ha siglato un'ordinanza comunale nella quale intima al direttore del locale carcere di sistemare quello che non va.

Ottima iniziativa, perchè nel carcere della Dozza di Bologna al sovraffollamento (il doppio esatto dei detenuti ammissibili) si sommano diverse irregolarità scandalose. Dal proliferare di blatte e topi, alla sporcizia diffusa, fino alla mancanza di acqua calda nelle docce. Questo senza considerare che "Ogni sera il carrello passa sempre lo stesso cibo, brodo e uova".

Anche il personale è sotto stress 566 agenti e ne mancano 190. Una situazione che in un hanno ha provocato 141 casi di detenuti che si sono autolesionati e 19 tentativi di suicidio per impiccagione, fortunatamente sventati.

Bravo Cofferati quindi, se non fosse che nel fissare il termine massimo nel quale il Ministero della Giustizia deve ottemperare all'ordine, l'astuto Cofferati (in questo caso nella veste di autorità responsabile della situazione sanitaria nel territorio comunale) ha posto un termine massimo di due anni.

Perchè ci vogliano due anni per pulire e tenere pulito il carcere o per dare l'acqua calda alle docce, l'ordinanza non lo dice e non si capisce.

Si capisce invece che il termine di due anni serve a trasformare l'ordinanza in un semplice segnale "politico", visto che il mandato di Cofferati scadrà prima che il Sindaco si trovi a dover scegliere tra il denunciare all'autorità giudiziaria il mancato rispetto dell'ordinanza o fare la figura di quello che se ne frega dei carcerati.

Cofferati fa quindi bella figura (relativa) a spese del suo successore.
Peccato che non gli sia venuto in mente di adoperare risorse del comune per lenire l'emergenza.

Che il prossimo sindaco non sarà Cofferati pare ormai scontato, così la giunta cerca di rimandare alla prossima tutte le pratiche sgradevoli.

Anche sulla questione della moschea avevano infatti ventilato di spostare la decisione due anni avanti.

Gli unici che non ridono sono gli ospiti del carcere, una vera vergogna per una città ricca come Bologna, che non si potrà certo coprire con i fogli dell'ordinanza del sindaco-sceriffo.
postato da mazzetta alle ore 19:32 | Permalink | commenti (16) / commenti (16) (pop-up)
categoria: trash, bologna, repressione


giovedì, 06 dicembre 2007

I liberalcafoni e la Cina.


Cosa fa un rodomonte guerrigliero parlante quando perde la guerra?

Di solito in Italia ne comincia un'altra, tanto i costi della precedente sconfitta non ricadono su di lui. Così più meno l'intera armata degli affabulatori e polemisti di destra, da tempo è costretta a cercarsi nuovi nemici.

Gli islamici sono ormai venuti a noia e anche se molti sono stati convinti del contrario, è ormai fin troppo evidente che è morto (aka: è stato trucidato) un numero spaventoso di "musulmani" civili per niente. O meglio, per volontà di un gruppo di leader occidentali e degli interessi a loro affluenti.

Così quelli che magnificavano l'idea di portare la democrazia con le bombe adesso sono quasi disoccupati, al più ripetono per la millesima volta gli stessi concetti; dischi rotti che suonano inascoltati, ma il fondamento della propaganda è la ripetizione ossessiva.

I più sfrontati e reattivi invece hanno già trovato il nuovo babau nella Cina. Le pressioni diplomatiche cinesi per evitare che il Dalai Lama tibetano venisse ricevuto come rappresentate di un'entità statale sovrana, sono così diventate "minacce".
Il governo cinese; unanimemente riconosciuto, legittimo, è titolare esclusivo della rappresentanza diplomatica dei territori riconosciuti parte della Repubblica Popolare Cinese. Succede anche per Taiwan, alla quale ben pochi paesi riconoscono la rappresentanza nazionale.

In Italia se ne escono questi e fanno scoppiare il caso lamentando che si piega la schiena ad uno stato totalitario. Singolare coincidenza, quasi tutti quelli che chiedono politiche ostili alla Cina in nome dei diritti umani sono gli stessi che da anni si preoccupano esclusivamente della situazione dei diritti umani negli "stati canaglia". Un'altro stilema abbastanza diffuso in questa comunità è quello di chiamare Hugo Chavez "dittatore"; lo abbiamo visto spesso negli ultimi giorni; invece d'abitudine chiameno "presidente" fior di dittatori sanguinari.

E' più che evidente che a questi simpaticoni non importi un fico dei diritti umani, la loro indignazione è talmente selettiva da risultare ridicola. Oggi ad esempio Oscar Giannino ha aperto la prima pagina con un articolo intitolato "Che schifo la Cina", un articolo molto offensivo nel quale l'Oscar mostra i muscoli al gigante cinese; piccole cose di pessimo gusto.

Qualche giorno fa aveva incrociato un articolo simile di Filippo Facci su Macchianera (poi, non contento, ne ha pure scritto un altro). Quello era anche più esilarante e non ho resistito al lasciare un commento. Ho fatto male, anche se l'articolo è davvero ridicolo.
Secondo Facci in Italia c'è una lista di persone che si dovrebbero vergognare per il trattamento riservato al Dalai Lama, nell'ordine: Bertinotti, Prodi e tutti i comunisti italiani.

Che c'entrino alla fine Rifondazione Comunista, il povero PDCI ed i loro simpatizzanti non si capisce, tanto più che il maltrattato Dalai Lama zompetterà da un ricevimento all'altro tutt'altro che ostracizzato. All'articolo è allegato l'invito a bombardare i parlamentari con un appello secondo il quale l'Italia "deve operare per impedire l’isolamento internazionale del Dalai Lama e la sua emarginazione civile e politica" e farlo parlaredavanti alle camere unite.

A che titolo non si capisce, non si ricorda un solo leader straniero che abbia parlato al parlamento italiano riunito. Probabilmente non si tratta di ignoranza istituzionale, ma dipende dall'assoluta strumentalità di tutta l'operazione. Nell'articolo Facci parla anche di carneficine che conosce solo lui e di "lager dove milioni di uomini imprigionati senza processo alimentano un'economia anche fondata sullo schiavismo".

Se fossi un cinese sfiderei Filippo Facci a dimostrarmi che l'economia cinese è "fondata anche" sui lager, ma prima mi dovrebbe dimostrare l'esistenza di questi lager che contengono "milioni di uomini imprigionati senza processo".

La fortunata fola dei Laogai di Harry Wu si è trasformata negli anni in un "arcipelago gulag" nel quale milioni di cinesi lavorano come schiavi. I cinesi, secondo il povero Facci, fondano la loro economia sugli schiavi. Ci sarebbe stato da maramaldeggiare in lungo e in largo anche sui "cattolici ammazzati" dalla Cina, ma mi sono limitato a sottolineare la singolare coincidenza tra gli interessi "umanitari" di Facci e la sua smaccata partigianeria. Ho fatto solo notare che non ho mai letto un appello di Facci per le popolazioni sfasciate dalle guerre "approvate" a Washington. Nemmeno per l'invasione della Somalia da parte dell'esercito della dittatura etiope.

Il commento non è piaciuto e il povero Facci si è irritato, ma forse fa parte del gioco indignarsi quando qualcuno appare a chiedere conto di certe contraddizioni.

Ma senti questa testa di cazzo.
Io non dimentico niente, idiota, almeno fatti una ricerchina su internet prima di riempirti la bocca col mio nome. Sono così dimentico che sono favorevole al boicottaggio delle Olimpiadi e a che sia reato l'acquisto di beni prodotti nei laogai.
Dopodichè questo è un post sull'Italia e sul Dalai Lama e sul Tibet, benaltrista dei miei coglioni. Quando ci sarà il problema di un rifiugiato somalo che nessuno vuole incontrare vedremo che fare.
Testa di cazzo.

Ovviamente Facci non saprebbe indicare un solo prodotto cinese made in Laogai, ovviamente il problema dei somali perseguitati non è quello di farsi ricevere dal nostro parlamento; ovviamente se arrivasse un somalo con intenzioni del genere, Facci si indignerebbe perchè il governo parla con un "terrorista" e pure islamico. Sorvolo volutamente sull'esibita educazione.

I miei tentativi di postare una replica non hanno avuto successo, al povero Facci piace avere l'ultima parola e dopo aver espresso i profondi concetti qui sopra ha deciso di non far passare la mia risposta. Poco male, lo sapevo da prima che la truppa dei berluscoidi preferisce suonarsela e cantarsela da soli come nemmeno il governo cinese. Sapevo anche che tipi del genere esibiscono questo livello d'educazione al dibattito, devono produrre fragore per affermare le loro ridicole verità. Quando il fragore non basta, i liberali a gettone fanno scattare la censura.

Sono gli stessi che fanno i garantisti con gli amici di Berlusconi e i giustizialisti con gli sfigati, ormai sono talmente visti che basta osservarne uno per vederli tutti. Filippo Facci non è il diavolo, così come non lo è il povero Giannino, e ha ancora tutta la vita davanti, sono sicuro che saprà regalarci tanti altri momenti di divertimento mentre affronta sprezzante i cattivi nemici del padrone brandendo la parola libertà come una spranga.

Nel 2000 ci chiedevamo (ad un incontro pubblico-accademico) se la scelta del necessario "nemico" sarebbe caduto sull'Islam o sulla Cina, nel 2002 allo stesso appuntamento concludemmo che il Feroce Saladino non era abbastanza robusto e che solo la Cina aveva le caratteristiche giuste. Non era difficile conoscendo il comportamento stereotipato e le modalità che ispirano l'azione politica dei sedicenti liberal-liberisti, così innamorati della libertà da prenderla a schiaffi tutti i giorni.
postato da mazzetta alle ore 21:14 | Permalink | commenti (15) / commenti (15) (pop-up)
categoria: bagatelle, decultura, infowatch


mercoledì, 05 dicembre 2007

Caso Iran: un'altra sconfitta dei media.


La "rivelazione" del documento dell'intelligence statunitense che assolve l'Iran dalle accuse di Bush, segna un'altra sonora sconfitta del mainstream informativo.
Per un paio d'anni l'Iran ha occupato una parte rilevante delle notizie dall'estero, larghissima parte dello spazio dedicato all'Iran è stato riempito con stentoree affermazioni del falso e con allarmi del tutto ingiustificati.

Sconfitta ancora più sonante se si pensa che il documento reso pubblico nei giorni scorsi è in realtà vecchio di un anno o se ci si ricorda che nell'ormai lontano 2003 venne alla luce il traffico atomico che dal Pakistan riforniva Arabia Saudita, Libia, Iran e probabilmente la Corea del Nord di tecnologie, materiali e testate atomiche.

La comunità dell'intelligence americana, ad esempio, è altrettanto convinta che l'Arabia Saudita abbia ricevuto testate nucleari dal Pakistan, fornitura che con tutta probabilità ha beneficiato anche l'Iran. Questo perchè non ha senso che i due paesi si siano dotati di un numero e tipo di missili assolutamente inutili se armati con esplosivo convenzionale e perchè la dimensione della collaborazione finanziaria e scientifica dei due paesi con il Pakistan, dice che lo sforzo economico è stato assolutamente sproporzionato ad un programma civile; per l'Arabia Saudita che non ha nemmeno un programma nucleare civile e non ha mai dichiarato interesse per l'atomo, sarebbe stato addirittura assurdo; invece un principe saudita siede come unico straniero nel board atomico pachistano, intitolato espressamente alla produzione bellica. Il nucleare pachistano è quasi esclusivamente bellico, non illumina le città.

Meno assurda era ed è invece, per i governi associati nell'impresa della "bomba atomica islamica", l'esigenza di dotarsi di un deterrente atomico in un mondo nel quale ce l'hanno tutti da pi+ di trent'anni. In particolare alcuni loro vicini abbastanza bellicosi, ad esempio e in ordina alfabetico: Cina, India, Israele, Russia, e Stati Uniti; che pur non essendo vicini sono lì lo stesso e più minacciosi di altri.

Ovviamente il diritto a possedere un deterrente atomico vale solo per chi ce l'ha già, perchè nessuno può andarglielo a togliere. Questo spiega perchè tutti abbiano interesse a far finta di non vedere l'esistenza dell'atomica "islamica", la storia del nucleare pachistano basterebbe a dimostrarlo, ma c'è anche quella del nucleare israeliano a lungo negato ben oltre la decenza a spiegarci come le armi atomiche funzionino bene anche se la loro esistenza è negata. Basta averle e che lo sappia chi deve.
Sul Washington Post si chiedono se i media non siano stati ingannati ancora una volta da Bush che ingigantiva una minaccia inesistente, ma il punto non è esattamente questo.
Gran parte dei media hanno fallito prima di tutto nel dare credito ad un possibile attacco americano all'Iran.

Bombardare centrali nucleari non è mai stata un'opzione realistica per fermare un programma nucleare bellico e l'esistenza di un deterrente nucleare è ben più convincente dell'appello ai milioni di baionette o alle migliaia di kamikaze. L'Arabia Saudita non è protetta dalla presenza della Mecca.

Se quindi la minaccia d'aggressione era falsa, un bluff, i media hanno fatto esattamente quello che sperava Bush alzando il livello dello scontro non militare con Tehran. Hanno cioè gonfiato la minaccia islamica e focalizzato l'attenzione dell'infosfera globalizzata su un'impossibile guerra all'Iran.

Guerra spaventosa e che non vuole nessuno a parte qualche pasdaran nostrano che tanto non la combatterà di certo, scenario che ha spaventato a morte tutti quelli che non esaltato. Bush ci ha messo del suo evocando una Terza Guerra Mondiale. Eppure Einstein lo ha detto decenni fa, che la quarta poi la dovremo combattere con le clave, ma i media non hanno fatto una piega e l'hanno passata con indifferenza invece di cercare di capire un po' di più. Per esempio l'opposizione totale degli stessi militari e della popolazione americana, che prima dell'attacco all'Iraq era d'accordo all'83% con le balle di Bush, ma che oggi non crede più a niente di quello che dice.

Nel frattempo Bush ha scatenato un'altra guerra che ha devastato la Somalia, Israele ha attaccato e devastato il Libano e della situazione in Iraq non ha più discusso nessuno. Israele ha pure attaccato la Siria, bombardando un presunto centro nucleare in allestimento, la Siria non ha reagito militarmente. La Siria è cattiva come l'Iran, anche se ha accolto due milioni di profughi iracheni e non ha certo collaborato con Saddam, ha addirittura torturato parecchi islamici, detenuti per conto degli Stati Uniti e da questi recapitati nel programma delle rendition.

L'Iran serve perfettamente a coprire tutto questo e il fallimento generale della politica d'aggressione bellica che ha caratterizzato gli ultimi sei anni. All'attivo ci sono solo carneficine e desolazione, ma si finge che il problema più urgente sia che l'Iran si doti di armi atomiche che ha già e che hanno già tutti.

Guardate l'Iran, continuate a guardare l'Iran, fa comodo anche a quel poverino di Ahmadinejad.

powell_bush_ahmadinejad_500

postato da mazzetta alle ore 22:41 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
categoria: stati uniti, media, iran, truffe, war on terror, global risiko