Poco dopo l'una una pattuglia della Digos li aveva sopresi in strada Maggiore mentre imbrattavano alcuni muri con della vernice di colore rosso. In particolare, sotto il portico della chiesa di Santa Maria dei Servi e nei pressi della facolta' di scienze politiche avevano vergato delle scritte utilizzando degli stampi, tipo ''Vendetta'' con la A di anarchia, ''Libera ogni prigioniera'', con la A di anarchia, ''Tortura Sanitaria Obbligatoria'', ''Uccidi il silenzio'', ''Servo non servi''.
Sicuramente un crimine da punire con la massima severità, mentre l'incendiario che scriveva i comunicati e bruciava le auto perchè (dice lui) lo avevano multato, è da considerare un cittadino modello che ha avuto un eccesso d'ira .
Che poi sugli "anarchici pericolosi", anarcoinsurrezionalisti (risate sul fondo) e pure sui comunicati dell'iracondo ristoratore destrorso, siano state versate tonnellate d'inchiostro e praticate le più squallide strumentalizzazioni politiche, pare già essere passato di mente.
Non c'è nessuno che ami ricordare le proprie colpe.
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Una guerra non è una faccenda che si possa pianificare tanto facilmente, ancora meno è qualcosa che si possa analizzare con ottiche economiste. Le ultime guerre occidentali hanno dimostrato ancora una volta la considerazione che Bismark pose a premessa delle sue teorie belliche: di nessuna guerra, si può sapere prima come finirà. Si era capito fin da subito che in Afghanistan sarebbe finita male, ma gli ultimi eventi, tra i quali la morte di Daniele Paladini, caduto ieri in un agguato kamikaze ci dimostrano che potrebbe anche finire peggio.
Militarmente semplicissima, la cacciata del governo talebano fu festeggiata con l’assassinio di qualche migliaio di prigionieri, abbandonati a morire chiusi dentro i container. A prendere l’amministrazione del paese fu un ex-dipendente di una compagnia petrolifera americana, alcuni ministeri furono affidati a signorotti feudali, tutti i ministeri furono sottomessi ad un imbarazzante controllo da parte americana e pachistana. Il povero Karzai si è ridotto a piangere in pubblico nel denunciare i danni che il Pakistan infligge al paese “fratello”, ma resta il sindaco di Kabul; una figura onoraria.
L’aver fondato l’invasione dell’Afghanistan sulla presunta alleanza con il Pakistan e sulla pretesa di escluderne dal governo l’etnia Pashtun, maggioritaria nel paese, sono state fin dall’inizio condizioni necessarie e sufficienti a garantire il fallimento; esattamente come lo è stata in Iraq la pretesa di impedire alla maggioranza sciita la presa del potere, imponendo governi minati dalla presenza di personaggi poco raccomandabili e che non rappresentano nessuno.
A pagare il prezzo del fallimento saranno gli afgani per primi e in grande numero, ma saranno anche i molti occidentali, decine di migliaia, che a vario titolo sono stati catapultati nel bel mezzo di un paese in guerra. Militari, giornalisti, operatori umanitari possono proteggersi relativamente nella quotidianità afgana, il problema è che le loro morti pesano nella gestione dell’economia di guerra. Uno dei presupposti del nuovo modello di guerra occidentale è che l’operatività bellica non sia palese. Per questo il governo Bush aveva proibito di fotografare le bare dei caduti. Un morto in casa è un brusco strappo a questa omertà accuratamente costruita e difesa.
Questi strappi cominciano a farsi troppo frequenti nel nostro Paese, ma è difficile pensare di essere vicini ad una frequenza critica che spinga in qualche modo a rompere l’unanimismo sul consenso alla missione ISAF. Ancora di più ora che il nostro Paese sta per assumerne il comando. L’unico dato positivo è che non c’è alcuna evidenza che gli italiani siano oggetto di particolare ostilità o che sia in atto una strategia mirata nei confronti del nostro contingente.Nell’occasione dell’attentato della settimana scorsa a una nostra pattuglia, fortunatamente senza gravi conseguenze, il portavoce talebano ha rivendicato l’attacco “agli americani”. Sembra lecito ritenere che ai montanari guerriglieri risulti difficile distinguere i vari contingenti, come peraltro è facile che non siano per nulla interessati a distinguere. Nel caso che ha portato alla morte di Daniele Paladini, l’attaccante sembra essere un pachistano interessato a colpire nel mucchio senza particolari preferenze.
“Molte delle vittime erano bambini, il piu' innocente e indifeso dei bersagli. Nulla può giustificare questo cosi' infido atto di vigliaccheria”, ha detto per l’ISAF il generale Branco. Posizione condivisibile e purtroppo applicabile anche a numerosi bombardamenti aerei di villaggi sospettati di nascondere i “terroristi”. La situazione è pessima anche perché i governi occidentali ed i loro alleati locali si sono mostrati all’altezza dei talebani quanto a crudeltà e insensibilità nei confronti delle vite dei civili e dei prigionieri.
Resta il fatto che il nostro contingente è in mezzo ad una guerra, una guerra che va maluccio nonostante le tattiche aggressive dispiegate nell’ultimo anno e nonostante sei lunghi anni di presenza nel paese. Non abbiamo vinto “i cuori e le menti” degli afgani, controlliamo una porzione sempre più piccola di territorio e l’Afghanistan è diventato ormai il teatro di una guerra di logoramento che non si potrà risolvere senza cambiamenti radicali nelle politiche occidentali. In questo scenario c’è poco da stupirsi se della cara vecchia “war on drugs” non se ne parla più, l’unica cosa che funziona in Afghanistan è la coltivazione dell’oppio; anche quest’anno se il tempo non si metterà di traverso, sarà battuto il record di sempre. Probabilmente non ci sono molte persone al mondo che sappiano quanti soldi sono stati spesi per la guerra alle droghe, cifre spaventose, multipli di quelli spesi per l’assistenza umanitaria, ma quasi tutti si sono ormai resi conto che la disponibilità ed il consumo delle “droghe” più disparate sono in aumento costante e ormai ubiqui; globalizzati.
Anche la war on terror volge ovunque al peggio, ma la fanfara suona ancora, qualcuno ha addirittura ventilato l’ipotesi che il “successo” in Iraq sia tenuto nascosto dalla sinistra che controlla i media. Nel mezzo di questo maestoso stravolgimento della realtà, utile almeno a farci concentrare sugli imminenti acquisti natalizi e a far gonfiare il PIL, le morti come quella di Paladini suonano come funebri rintocchi. Stravolgono le famiglie e le comunità di provenienza, offrono ai politici la possibilità di qualche dichiarazione educata e contrita che sarà dimenticata il giorno dopo; quando i media caleranno a succhiare avidamente qualsiasi “colore” dalla figura dell’eroe pianto dai suoi cari.
Ricordo le parole che Franco Frattini, all’epoca ministro del governo Berlusconi, pronunciò davanti al Parlamento, quindi non voce dal sen fuggita o equivocabile: “L’impegno italiano per la sicurezza internazionale è determinato da un calcolo razionale del nostro interesse; e ancora il nostro impegno nelle missioni di pace rappresenta un saldo investimento economico". Il sangue di Paladini e di quanti moriranno in Afghanistan è quello che ci siamo impiegati ad “investire” insieme al denaro ricavato dalla fiscalità generale. Molti continuano a considerare amorale questo investimento, soprattutto perché la gestione del post-medioevo talebano è stata fondata sull’inganno e sulla violenza; “valori” che ben difficilmente possono essere sposati da un Paese civile.
Qualcuno ha deciso che il prezzo della vita di Paladini e di molti altri è giusto. La necessità di pretendere che si mostrino i conti a supporto di questa affermazione molto approssimativa, dovrebbe essere evidente, ma difficilmente si troverà qualcuno a discutere di questa materia.
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IL GRANDE FRATELLO ENTRA IN BANCA - Martedì, 27 Giugno 2006a
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Un articolo del New York Times nel quale si dava conto di un calo della violenza in Iraq è bastato a ridare voce agli sfrontati sostenitori della guerra. Uno dei primi a farsi vivo è stato il povero Tony Capuozzo, entusiasta nella parte di chi pronuncia il "cosa vi avevo detto io?", capace persino di parlare di "vittoria" di questa guerra da parte degli Usa.

