mazzetta

Ce la possiamo fare...
venerdì, 30 novembre 2007

Terroristi amici


In Gran Bretagna i Mujaheddin del Popolo (MEK) iraniani sono considerati una organizzazione terroristica. Lo sono anche a livello internazionale. Lo sono da anni e lo sono per attentati che praticarono contro aziende e cittadini britannici e statunitensi negli anni '70, in opposizione a Reza Palevi e suoi sostenitori occidentali. Il MEK era una formazione di ispirazione comunista, ma quel che ne rimase dopo l'epurazione per mano dei komeinisti, fu poco più di una banda d'ispirazione famigliare. Per chi fosse interessato c'è materiale sul MEK al tag Iran.

Alcuni parlamentari britannici hanno avuto soddisfazione da una corte d'appello alla quale avevano chiesto la rimozione dall'elenco. Ci hanno provato in parecchi da parecchio tempo, perchè il MEK, dopo la svolta "capitalista" è diventato la pedina preferita dell'amministrazione Bush contro il regime iraniano. Sfortunatamente, avendo preso le parti di Saddam nell'attacco all'Iran, il MEK è assolutamente odiato in tutta la Persia, ma sono dettagli che all'amministrazione Bush non interessano. Chalabi ed Allawi, premier iracheni sotto tutela americana, hanno curricula simili al signore-padrone del MEK, che incidentalmente è "solo" marito della presidentessa a vita dell'organizzazione; in teoria sarebbe oggetto di più di un mandato di cattura internazionale e quindi davvero impresentabile.

Il governo britannico ha comunque detto che non se ne parla e che farà ricorso, non è solo per compiacere Tehran e tenerla al tavolo delle trattive sul nucleare, che le pedine di Bush sono su quella lista.

IRANIAN OPPOSITION GROUP

Ministers have been told to remove an Iranian opposition group from a list of banned terrorist organisations. In the first case of its kind, an appeal tribunal accused the government of keeping the People's Mujahideen of Iran on the list in an effort to sweeten relations with Tehran. The Home Office says it is disappointed by the ruling and will appeal against it. Our correspondent, Rory MacLean, has been following the case:

MACLEAN: The then Home Secretary, Jack straw, had proscribed the people's mujahideen of Iran as a terrorist organisation. Sixteen MPs and nineteen members of the House of Lords appealed against the proscription in the first case to be heard by the Proscribed Organisations Appeals Commission. The parliamentarians argued that their rights to support and promote, what they said was a democratic and peaceful opposition to the government of Iran, had been infringed. Lord Corbett, chairman of the British Parliamentary Committee for Iran Freedom, said the banning had originally bee tied up with international diplomatic attempts to stop Iran developing nuclear weapons:

CORBETT ACT: Jack Straw did admit two or three years ago that he put the ban on the PMOI at the request of the mallous and they in fact made this almost a condition for opening talks on the nuclear activity in which the Iranians are still engaged, and he just gave it to them thinking that it's going to turn them into human being but of course all that's collapsed in tears.

MACLEAN: The Home Office minister, Tony McNulty who had rejected a request to lift the banning order last year, said that he was disappointed by the ruling overturning proscription. The Government intends to appeal. Mr McNulty said they did not want to take chances in relation to the de-proscription of the People's Mujahideen Organisation of Iran. "I remain conviced that where terrorism is concerned, the rights of the law-abiding majority and the overriding need to protect the public both in the UK and abroad, must lead us to take a cautious approach," he said.
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categoria: iran, war on terror


giovedì, 29 novembre 2007

Ciad: minacce alla forza UE-ONU


Il fronte ribelle che in Ciad si oppone alla dittatura del presidente Deby, ha fatto sapere che il previsto contingente europeo che dovrebbe operare nel paese sotto l'egida ONU, verrà considerato "invasore" qualora aiuti in qualsiasi modo il presidente Deby nella resistenza contro l'opposizione.

La missione, voluta dalla Francia proprio per sostenere Deby e legittimare le proprie forze che già combattono illegalmente nel paese a tale scopo, sarebbe intitolata al soccorso e alla protezione dei profughi provenienti dal Darfur.

Profughi sudanesi, che sono però meno di quelli stessi locali e di quelli provenienti dalla Repubblica Centrafricana, da dove fuggono le ire di Francois Bozizè, protetto di Deby e di Parigi, e dell'esercito francese; anche qui intervenuto a salvare il dittatore di turno dai suoi.

Intanto è già svanito l'ultimo accordo di pace tra Deby e ribelli, firmato solo un mese fa.
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categoria: guerra, africa, diritti umani, francia, ciad, global risiko, emergenze umanitarie, istituzioni globali


mercoledì, 28 novembre 2007

L'attentato peggiore in Afghanistan - negligenza


Il ministro dell'interno, Zarar Ahmad Moqbel, aveva confermato che almeno tre delle vittime dell'attentato nel Nord della provincia di Baghlan, il più sanguinoso fino ad ora, erano state medicate per ferite da armi da fuoco.

L'attentato esplosivo ad alcuni parlamentari si era risolto con la morte di 77 persone, tra le quali 60 bambini radunati per dare il benvenuto ai personaggi in visita ufficiale ( i numeri variano leggermente a seconda delle fonti). Anche sei parlamentari sono rimasti uccisi.

Ora una inchiesta ha rivelato che la verità è ancora più amara della versione fornita dal ministro, e sono volate accuse ben al d là della "negligenza" indicata dagli inquirenti.

La maggioranza delle vittime sono risultate uccise dalla reazione delle forze di sicurezza quel giorno. Non è la prima volta che dopo un'esplosione i militari presenti sparino su tutto quello che c'è; è capitato anche ai soldati americani in Iraq. Per ora non si capisce bene se la sicurezza fosse affidata a forze locali o appartenenti al contingente multinazionale, ma la prima ipotesi sembra la più plausibile.

Yunus Qanuni, speaker della camera bassa, ha denunciato come il governo afgano abbia ignorato le richieste di molti parlamentari in merito alla destituzione dei responsabili della sicurezza nella provincia, mentre davanti la Parlamento c'è stata una protesta in massa da parte dei parlamentari.

L'attentato non è stato rivendicato da alcun gruppo, la parte talebana ha smentito ogni paternità (nel corso dell'anno ha rivendicato 140 attentati con kamikaze). Circostanza che ha dato vita ad una serie di teorie cospirazioniste molto colorate.

A guidare la protesta sono stati gli ex signori della guerra dell'Alleanza del Nord, che da tempo protestano il fallimento del governo Karzai.

afghanistan-map
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categoria: afghanistan, war on terror


martedì, 27 novembre 2007

Iraq: un milione di morti dopo; peggio del Ruanda


Un calcolo effettuato da Just Foreign Policy ha definito in 1.118.846 il numero degli iracheni morti in seguito all'invasione americana.
Un milione e centodiciottomilaottocentoquarantasei ai quali vanno aggiunti gli oltre 3.500 (tremilacinquecento) militari americani rimasti sul terreno e i 6.400 (seimilaquattrocento) suicidatisi una volta fatto ritorno negli States. A questi vanno aggiunti qualche migliaio di contractor e militari dalle provenienze più varie, Italia compresa.

Sono quindi già morte più persone che in Rwanda, ci hanno messo solo un po' di tempo in più, ma il risultato è quello.

Poi ci sono oltre quattro milioni di profughi, feriti in rapporto di 3/1 sui caduti per i civili iracheni e attorno al 10/1 tra i militari occidentali. Sir Roy Anderson, capo consigliere scientifico del ministero della Difesa britannico ha definito la metodologia impiegata per aggirare la mancanza di dati ufficiali "solida" e "vicina alla miglior scienza".

Prima dell'inizio della guerra in Iraq, Amnesty International fece scalpore "prevedendo" cinquantamila morti in un manifesto contro la guerra che suscitò scandalo.

Manifesto che oggi si rivela sfacciatamente ottimista. Il traguardo del milione di morti iracheni è stato festeggiato in Italia con un solenne funerale a una vittima della guerra in Afghanistan, che è cominciata prima e non sta andando meglio delle altre. Un milione di morti in Iraq, il "mattatoio Mogadiscio " al lavoro, l'Afghanistan ai talebani. Gran risultati.

In Italia ormai non ce ne frega più un cazzo della guerra, che è un po' come dire che la guerra non c'è.

Sparito un milione di morti, neanche Houdini e Copperfield insieme...
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categoria: iraq, war on terror, emergenze umanitarie


lunedì, 26 novembre 2007

Stranagiustizia


Stesso tribunale, quello di Bologna.

Un Tizio che ha bruciato automobili e ha mandato deliranti comunicati "terroristici" e minacciosi verso Cofferati, è stato accusato semplicemente di danneggiamento e rimesso in libertà.

Pochi giorni prima alcuni ragazzi che hanno fatto scritte sui muri di una strada del centro, sono stati al contrario accusati di tutto e condannati a mesi e mesi di prigione:

 " Cinque anarchici sorpresi a tracciare scritte anarchiche sui muri di Strada Maggiore, nel centro del capoluogo emiliano. I giudici hanno così respinto le richieste della difesa e hanno lasciato dietro le sbarre della Dozza Juan Antonio Sorroche Fernandez 30 anni di Barcellona e Miroslav Bogunovic croato di 37 anni. Le richieste del pm della Procura felsinea Valter Giovannini erano state più dure. Il magistrato aveva chiesto un anno e 10 mesi per lo spagnolo e il croato e 1 anno e 4 mesi per gli altri. Con i cinque quella notte era stata fermata ma solo denunciata anche una 17enne di Rovereto.

Poco dopo l'una una pattuglia della Digos li aveva sopresi in strada Maggiore mentre imbrattavano alcuni muri con della vernice di colore rosso. In particolare, sotto il portico della chiesa di Santa Maria dei Servi e nei pressi della facolta' di scienze politiche avevano vergato delle scritte utilizzando degli stampi, tipo ''Vendetta'' con la A di anarchia, ''Libera ogni prigioniera'', con la A di anarchia, ''Tortura Sanitaria Obbligatoria'', ''Uccidi il silenzio'', ''Servo non servi''.

Sicuramente un crimine da punire con la massima severità, mentre l'incendiario che scriveva i comunicati e bruciava le auto perchè (dice lui) lo avevano multato, è da considerare un cittadino modello che ha avuto  un eccesso d'ira .


Che poi sugli "anarchici pericolosi", anarcoinsurrezionalisti (risate sul fondo) e pure sui comunicati dell'iracondo ristoratore destrorso, siano state versate tonnellate d'inchiostro e praticate le più squallide strumentalizzazioni politiche, pare già essere passato di mente.

Non c'è nessuno che ami ricordare le proprie colpe.

 

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categoria: bologna


lunedì, 26 novembre 2007

Brave donne


Brave le manifestanti di Roma, che hanno reagito in maniera misurata quanto intransigente al tentativo delle politicanti di mettere cappello a una manifestazione organizzata anche contro la inconsistenza.

Aggiornamento:

metto in testa questa bella lettera di Anna Simone, così tolgo qualsiasi dubbio sull'apprezzamento dei fatti



Rosa, giallo, blu, celeste...no pink come pensate che siamo. Tutte, tante,
colorate, felici di poterci abbracciare, convinte della scelta "separatista"
che non abbiamo vissuto in quanto tale. Infatti, non si trattava di questo
ma di ben altro. Diventare visibili, dire che ci siamo come movimento
specifico e autonomo di contro-condotta.
E infatti la manifestazione è stata autonoma, autonoma dai partiti, autonoma
dalle ministre che all'ultimo momento hanno cercato di prendersi la piazza
mettendosi d'accordo con la 7, autonome da chi ci chiede di fare e
compattare la "testuggine" mettendoci dietro, avanti o accanto, sole ma
felici di esserlo perchè eravamo 150.000 mila e quando si elevava la nostra
voce era sensuale, piacevole, bella, autonome da chi ci chiede di leggere
dei testi piuttosto che degli altri, altrimenti non si sta nell'attempato
star system di chi non ha più nulla da dirci, autonome da chi non ci ascolta
incollandoci addosso gli stereotipi, autonome da chi ci stupra e ci
violenta, autonome da chi ci vuole cucire addosso leggi che non vogliamo,
autonome da tutto...

Non pink, ma gialle, rosse, verdi, brune, bionde, grigie, tutte bellissime!
Soprattutto le ventenni minigonna, calze a righe e rabbia mista a gioia,
divertimento e incazzature.
Loro ieri erano il nostro futuro, veloci hanno attaccato il palco della
sette che non aveva rispettato gli accordi, li hanno costretti ad andarsene
perchè noi, come recitava uno degli innumerevoli cartelli, "saremo pure
galline, ma mai pollastrine", perchè noi non crediamo nè nello Stato, nè
nelle donne che firmano il pacchetto sulla sicurezza. Applausi, commozione,
abbracci, un grido unanime si è elevato da Piazza Navona, "fuori le
ministre, fuori il potere".
Le ragazze occupano il palco, la piazza applaude, le ministre se ne vanno, i
giornalisti de la 7 chiedono l'intervento della polizia ma non riescono ad
avvicinarsi. Ancora urla: "poliziotti che cè venite a fà, a casa ce sò i
piatti da lavà". Accettano e non raggiungono il palco. Compagni di amiche e
compagne venuti a vedere ridono, approvano e applaudono in silenzio, una
volta tanto lontani dalle luci della ribalta...La gioia della piazza di
nuovo nostra è immensa, contagiosa, viva come un grande amore.

E poi stupende le donne rom, le loro bambine, le loro adolescenti con
lustrini e paiellettes che ballano la danza del ventre...e le donne
marocchine, le metalmeccaniche...

No pink. Bionde, brune, grigie, rosse, tutte bellissime...I bigodini vanno
molto di moda, una compagna sexy schoc si è fatta addirittura
un'acconciatura di bigodini che mostra spavalda contro chi ci vuole "così"
(mostra un'immagine di una bambola gonfiabile).

E poi nessuna bandiera...e ancora un urlo unanime, NO al pacchetto
sicurezza, "chiediamo telecamere nell'ingresso di casa e ruspe per
bonificare il bagno di casa dal macho" paraculano cartelli...Veltroni
razzista...ma che cè famo de stò pacchetto...e innumerevoli altre.

Anche la prima pioggia ci ha aiutate. Senza di essa una compagna non avrebbe
"ombrellettato" sapientemente la Prestigiacomo e i suoi Body Guard
allampanati e palestrati. Ancora un coro unanime e sensuale da Corso Cavour:
"Fuori, fuori"...
Le vecchie politically correct si incazzano e dicono: "siamo tutte donne,
non dovevamo cacciarle", alcune si difendono e dicono che non è questo il
punto, non è la donnità ad accomunarci, ma l'antifascismo di cui il primo
anello è il patriarcato...E hanno ragione. Le vecchie si arrabbieranno anche
durante la cacciata delle ministre Turco, Melandri etc. ma le ventenni
grideranno, di nuovo a giusto titolo, "morte alle vecchie"...

Bellissimo, insomma. Sapevo che sarebbe stata grossa ma temevo nel solito
serpentone anonimo e trasversale, un pò buonista e invece no. Le ventenni de
"Le mele di Eva", tantissime dietro il loro sound con Donna Summer mi hanno
insegnato che abbiamo un futuro, che il femminismo o il femminile (come
vogliamo chiamarlo) non è morto, nè tantomeno alberga solo nei circoli delle
élite intellettuali. Che è sì spostato sulla decostruzione della norma
eterosessuale, ma non per diventare "neutri" in un mondo di "neutri". Anche
perchè laddove c'è il neutro c'è sempre il patriarcato e quindi il
separatismo, quello vero...
Questo movimento c'è, è forte, bello, giovane...lasciamolo crescere e agire.
Il suo demone sensuale abbatterà ogni frontiera...anche quelle
dell'identità.

anna


Questo  invece viene da Adnkronos (i grassetti sono originali)

Messaggio del ministro Ferrero: ''Adesione a giornata di lotta''

Tensioni al corteo contro la violenza sulle donne

In migliaia hanno sfilato a Roma. Prestigiacomo e Carfagna cacciate al grido 'Fuori i fascisti'. Contestate anche Turco, Pollastrini e Melandri, costrette a lasciare il palco a piazza Navona da una quarantina di manifestanti che urlavano 'Vergogna' e 'Vendute'. Sospesa la diretta tv. Giornalisti maschi aggrediti e spintonati. Slogan e striscioni contro il pacchetto sicurezza. Le organizzatrici: ''Non volevamo essere strumentalizzate''

Roma, 24 nov. (Adnkronos/Ign) - Contestazioni al corteo contro la violenza sulle donne a Roma, dove in migliaia hanno manifestato sfilando per le vie della città. Dal serpentone, partito da piazza Esedra dopo le 14 e arrivato in piazza Navona prima delle 18, sono state 'cacciate' violentemente le deputate di Forza Italia Stefania Prestigiacomo e Mara Carfagna. Non solo. Alla fine del corteo, sul palco allestito a Piazza Navona, sono state contestate anche il ministro delle Pari opportunità Barbara Pollastrini, quello dello Sport, Giovanna Melandri e della Salute, Livia Turco.

La Prestigiacomo è stata allontanata dalla manifestazione da un gruppo di 'esaltate' al grido di 'Fuori i fascisti dal corteo'. ''La violenza alle donne - ha precisato l'ex ministro delle Pari opportunità - non può e non deve avere colore politico". "Siamo qui senza bandiere, soprattutto come donne. Se questo è il livello di tolleranza di alcune associazioni - ha affermato Prestigiacomo - perché altre non hanno assolutamente contestato la mia presenza, la sinistra si qualifica per quello che è''.

Con la Prestigiacomo sono state cacciate dal corteo anche la deputata di Forza Italia, Mara Carfagna, e Gloria Porcella, responsabile Azzurro Donna Lazio. "E' inaccettabile - commenta la Carfagna - e dimostra come anche su temi che dovrebbero unire tutte le donne, si fomenta l'odio ideologico di parte".

Nel mirino delle manifestanti sono finiti però anche tre ministri del governo Prodi. Sul palco di piazza Navona, organizzato per la diretta televisiva di 'La7', Barbara Pollastrini stava terminando il suo intervento quando è stata costretta a scendere per le contestazioni della piazza, ma anche delle organizzatrici del corteo che lamentavano come la loro piattaforma "chiara e precisa" non trovi corrispondenza nelle politiche del governo.

A qualche voce più alta la Pollastrini ha cercato di replicare con toni pacati, difendendo anche alcuni dei provvedimenti contenuti nel pacchetto sicurezza, bersagliato da molti slogan durante il corteo come: "Se la violenza è sotto al tetto che ce facciamo co sto pacchetto".

Poco dopo sul palco sono salite le ministre dello Sport, Giovanna Melandri e della Salute Livia Turco che ha partecipato al corteo fin dalla sua partenza e ha espresso parole di solidarietà nei confronti della Prestigiacomo invitandola a tornare a sfilare. Ma al grido di 'Vergogna, vergogna', 'Vendute' sono state costrette anche loro a lasciare il palco. ''Ho fatto tutto il corteo e non ho avuto nessuna contestazione - ha commentato Livia Turco - La vera notizia di oggi è che tantissime donne hanno manifestato unitariamente contro la violenza. Ma se c'è un gruppo che contesta, va a scapito di tutte le donne presenti ed è un gravissimo errore".

La diretta televisiva è stata così interrotta, mentre di fronte al palco qualche manifestante ha unito le mani a triangolo, rispolverando simbologie degli anni '70. Dopo aver fatto allontanare le rappresentanti del governo, una quarantina di manifestanti hanno occupato il palco accusando la stampa di dar voce esclusivamente alle istituzioni e non a chi ha organizzato una manifestazione che ha portato in piazza "decine di migliaia di donne".

Il palco è stato fatto sgombrare dalle forze dell'ordine per motivi di sicurezza. Durante la breve occupazione sia le ragazze dal palco sia quelle nella piazza hanno intonato slogan e canzoni di contestazione come "non abbiamo fiducia nelle istituzioni e nello Stato".

"Non volevamo essere strumentalizzate. Questa era una piazza senza sigle e senza partiti, in cui si doveva parlare del dramma della violenza sulle donne", hanno spiegato le organizzatrici della manifestazione. Quanto alla diretta di 'La7', sottolineano, "sapevamo che veniva a fare una trasmissione per intervistare le manifestanti. Il fatto che abbiano intervistato solo i politici presenti ci ha dato fastidio", quindi la piazza si è ripresa il suo spazio.

Da parte sua la direzione del Tg LA7 precisa: ''La diretta di oggi è stata organizzata durante la settimana coordinandosi con il comitato promotore. Durante la marcia, le nostre telecamere hanno dato voce alle diverse anime del movimento e alle loro rivendicazioni".

Durante la manifestazione anche due giornalisti uomini e un fotografo sono stati spintonati e cacciati fuori dal corteo da un gruppetto di donne intemperanti lungo via Cavour, all'altezza di Santa Maria Maggiore. Secondo le manifestanti i tre avevano il difetto di appartenere al cosiddetto sesso forte. A nulla sono valse le motivazioni che si era lì per lavorare. La richiesta senza appello è stata quella di allontanarsi o, comunque, rimanere all'esterno del corteo.

Alle manifestanti è stato inviato un messaggio dal ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero. "Voglio testimoniare a tutte voi - scrive - la mia piena e convinta adesione alla vostra manifestazione e a quella che è una giornata di lotta: di lotta contro la violenza maschile sulle donne".

Mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione del 25 novembre, 'Giornata Internazionale contro la violenza alle donne', ha inviato un messaggio al ministro per i Diritti e le Pari opportunità Barbara Pollastrini,che ha ringraziato il capo dello Stato ''per le parole e per l'attenzione'' alla problematica femminile. "Confido che in Parlamento si sviluppi un serio confronto - scrive Napolitano-, che consenta di concludere positivamente l'iter parlamentare della proposta di legge in discussione".
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categoria: movimenti


sabato, 24 novembre 2007

L'investimento in Afghanistan chiede ancora sangue

anche in Altrenotizie


Una guerra non è una faccenda che si possa pianificare tanto facilmente, ancora meno è qualcosa che si possa analizzare con ottiche economiste. Le ultime guerre occidentali hanno dimostrato ancora una volta la considerazione che Bismark pose a premessa delle sue teorie belliche: di nessuna guerra, si può sapere prima come finirà. Si era capito fin da subito che in Afghanistan sarebbe finita male, ma gli ultimi eventi, tra i quali la morte di Daniele Paladini, caduto ieri in un agguato kamikaze ci dimostrano che potrebbe anche finire peggio.

 Militarmente semplicissima, la cacciata del governo talebano fu festeggiata con l’assassinio di qualche migliaio di prigionieri, abbandonati a morire chiusi dentro i container. A prendere l’amministrazione del paese fu un ex-dipendente di una compagnia petrolifera americana, alcuni ministeri furono affidati a signorotti feudali, tutti i ministeri furono sottomessi ad un imbarazzante controllo da parte americana e pachistana. Il povero Karzai si è ridotto a piangere in pubblico nel denunciare i danni che il Pakistan infligge al paese “fratello”, ma resta il sindaco di Kabul; una figura onoraria.

L’aver fondato l’invasione dell’Afghanistan sulla presunta alleanza con il Pakistan e sulla pretesa di escluderne dal governo l’etnia Pashtun, maggioritaria nel paese, sono state fin dall’inizio condizioni necessarie e sufficienti a garantire il fallimento; esattamente come lo è stata in Iraq la pretesa di impedire alla maggioranza sciita la presa del potere, imponendo governi minati dalla presenza di personaggi poco raccomandabili e che non rappresentano nessuno.

A pagare il prezzo del fallimento saranno gli afgani per primi e in grande numero, ma saranno anche i molti occidentali, decine di migliaia, che a vario titolo sono stati catapultati nel bel mezzo di un paese in guerra. Militari, giornalisti, operatori umanitari possono proteggersi relativamente nella quotidianità afgana, il problema è che le loro morti pesano nella gestione dell’economia di guerra. Uno dei presupposti del nuovo modello di guerra occidentale è che l’operatività bellica non sia palese. Per questo il governo Bush aveva proibito di fotografare le bare dei caduti. Un morto in casa è un brusco strappo a questa omertà accuratamente costruita e difesa.

Questi strappi cominciano a farsi troppo frequenti nel nostro Paese, ma è difficile pensare di essere vicini ad una frequenza critica che spinga in qualche modo a rompere l’unanimismo sul consenso alla missione ISAF. Ancora di più ora che il nostro Paese sta per assumerne il comando. L’unico dato positivo è che non c’è alcuna evidenza che gli italiani siano oggetto di particolare ostilità o che sia in atto una strategia mirata nei confronti del nostro contingente.Nell’occasione dell’attentato della settimana scorsa a una nostra pattuglia, fortunatamente senza gravi conseguenze, il portavoce talebano ha rivendicato l’attacco “agli americani”. Sembra lecito ritenere che ai montanari guerriglieri risulti difficile distinguere i vari contingenti, come peraltro è facile che non siano per nulla interessati a distinguere. Nel caso che ha portato alla morte di Daniele Paladini, l’attaccante sembra essere un pachistano interessato a colpire nel mucchio senza particolari preferenze.

“Molte delle vittime erano bambini, il piu' innocente e indifeso dei bersagli. Nulla può giustificare questo cosi' infido atto di vigliaccheria”, ha detto per l’ISAF il generale Branco. Posizione condivisibile e purtroppo applicabile anche a numerosi bombardamenti aerei di villaggi sospettati di nascondere i “terroristi”. La situazione è pessima anche perché i governi occidentali ed i loro alleati locali si sono mostrati all’altezza dei talebani quanto a crudeltà e insensibilità nei confronti delle vite dei civili e dei prigionieri.

Resta il fatto che il nostro contingente è in mezzo ad una guerra, una guerra che va maluccio nonostante le tattiche aggressive dispiegate nell’ultimo anno e nonostante sei lunghi anni di presenza nel paese. Non abbiamo vinto “i cuori e le menti” degli afgani, controlliamo una porzione sempre più piccola di territorio e l’Afghanistan è diventato ormai il teatro di una guerra di logoramento che non si potrà risolvere senza cambiamenti radicali nelle politiche occidentali. In questo scenario c’è poco da stupirsi se della cara vecchia “war on drugs” non se ne parla più, l’unica cosa che funziona in Afghanistan è la coltivazione dell’oppio; anche quest’anno se il tempo non si metterà di traverso, sarà battuto il record di sempre. Probabilmente non ci sono molte persone al mondo che sappiano quanti soldi sono stati spesi per la guerra alle droghe, cifre spaventose, multipli di quelli spesi per l’assistenza umanitaria, ma quasi tutti si sono ormai resi conto che la disponibilità ed il consumo delle “droghe” più disparate sono in aumento costante e ormai ubiqui; globalizzati.

Anche la war on terror volge ovunque al peggio, ma la fanfara suona ancora, qualcuno ha addirittura ventilato l’ipotesi che il “successo” in Iraq sia tenuto nascosto dalla sinistra che controlla i media. Nel mezzo di questo maestoso stravolgimento della realtà, utile almeno a farci concentrare sugli imminenti acquisti natalizi e a far gonfiare il PIL, le morti come quella di Paladini suonano come funebri rintocchi. Stravolgono le famiglie e le comunità di provenienza, offrono ai politici la possibilità di qualche dichiarazione educata e contrita che sarà dimenticata il giorno dopo; quando i media caleranno a succhiare avidamente qualsiasi “colore” dalla figura dell’eroe pianto dai suoi cari.

Ricordo le parole che Franco Frattini, all’epoca ministro del governo Berlusconi, pronunciò davanti al Parlamento, quindi non voce dal sen fuggita o equivocabile: “L’impegno italiano per la sicurezza internazionale è determinato da un calcolo razionale del nostro interesse; e ancora il nostro impegno nelle missioni di pace rappresenta un saldo investimento economico". Il sangue di Paladini e di quanti moriranno in Afghanistan è quello che ci siamo impiegati ad “investire” insieme al denaro ricavato dalla fiscalità generale. Molti continuano a considerare amorale questo investimento, soprattutto perché la gestione del post-medioevo talebano è stata fondata sull’inganno e sulla violenza; “valori” che ben difficilmente possono essere sposati da un Paese civile.

Qualcuno ha deciso che il prezzo della vita di Paladini e di molti altri è giusto. La necessità di pretendere che si mostrino i conti a supporto di questa affermazione molto approssimativa, dovrebbe essere evidente, ma difficilmente si troverà qualcuno a discutere di questa materia.

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categoria: afghanistan, war on terror


sabato, 24 novembre 2007

La notizia più censurata dell’anno. Ve la racconta la vostra banca.

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La notizia più censurata dell’anno è in realtà molto pubblicizzata. Ogni correntista italiano dal mese di giugno in avanti dovrebbe aver ricevuto una “Informativa alla clientela” nella quale la banca di riferimento gli comunica che quasi tutte le sue operazioni bancarie sono spiate da agenzie degli Stati Uniti d’America. Questo accade perché in nome della “guerra al terrore” la Casa Bianca ha costretto il consorzio Swift (il consorzio interbancario che gestisce le transazioni elettroniche) a dare l’accesso ai dati in suo possesso alle numerose agenzie americane(alcune segrete) che si occupano di sicurezza. Gli amanti delle ricerche d’archivio tuttavia non troveranno traccia di polemica sulla stampa italiana. Dal giugno del 2006, quando su “altrenotizie” uscì il primo articolo relativo allo “scandalo SWIFT” ad oggi, ben pochi hanno dato visibilità a questa notizia.

Eppure la nostre banche ne sono testimoni: “Il tema è ampiamente dibattuto in Europa presso varie istituzioni in relazione a quanto prevede la normativa europea in tema di protezione dei dati”. Questa frase è nella comunicazione che ogni correntista italiano dovrebbe ormai aver ricevuto, ma cercando sui nostri giornali si vede che solo il Corriere della Sera si è in qualche modo occupato della vicenda, un anno fa. Se ne è occupato male, visto che l’ha raccontata come un problema di privacy degli americani, ma se ne è occupato; molti altri non hanno fatto nemmeno lo sforzo.

Anche le interviste al Garante sono state “normalizzate”, mentre si faceva uno scandalo del fatto che le compagnie aeree dovessero fornire i dati dei loro clienti alle agenzie USA, il dibattito sullo spionaggio delle transazioni bancarie da parte statunitense non c’è proprio stato nel nostro paese. In Svizzera si è gridato alla morte del segreto bancario, in Belgio si è aperta un’inchiesta poi chiusa nel nulla, nel resto d’Europa si sono levate feroci proteste. In Italia zero, meno di zero; l’unico ad esprimersi è stato l’inadeguato Frattini, che lo ha fatto cercando di non attirare l’attenzione e ci è riuscito. Nonostante la latitanza dei nostri politici e dei nostri media, la questione ha avuto un triste epilogo. Gli americani non hanno rinunciato a spiare quei dati e l’Europa si è dovuta adeguare.

Diciamo subito che questo tipo di spionaggio non serve alla lotta contro il terrorismo, visto che lo stesso Dipartimento di Stato affermava già nel 2003 che al Qaeda & soci non si servivano più da tempo dei canali di transazione ufficiali che gli americani avevano annunciato di controllare. In quella mole di dati ci sono i movimenti bancari di governi, leader e partiti politici, industrie e corporation di tutti i paesi; un valore immenso, un potere enorme. Già in passato gli Stati Uniti erano finiti sotto accusa per aver utilizzato il sistema di spionaggio “Echelon” per favorire le proprie aziende ai danni di quelle europee, ma questo è solo uno dei possibili usi illegittimi di quei dati.

La lettera ai correntisti è una clamorosa dichiarazione dell’impotenza europea; vi si legge che poiché “allo stato, le banche non potrebbero effettuare le suddette operazioni richieste dalla clientela senza utilizzare questa rete interbancaria e senza comunicare ad essa i dati sopra indicati…” il cliente deve sapere che i dati delle sue transazioni finiscono dritti sui computer delle autorità americane. Ridicola la chiosa della lettera: “Le ricordiamo anche che l’interessato conserva i Suoi diritti previsti dall’art. 7 del Codice in materia di protezione dei dati personali.” Chissà cosa significa quel “conserva”, se i diritti alla protezione dei propri dati sono così platealmente infranti come si dice poche righe sopra..

Non meno pietosa l’Europa, la quale il 28 giugno 2007 ha rilasciato una nota di stampa dal titolo: “Gli USA si adeguano alle norme UE di protezione dei dati personali ricevuti da Swift”. La nota porta la firma di Frattini nella sua veste di commissario responsabile del portafoglio Giustizia, libertà e sicurezza: "L'Unione europea dispone ora della garanzia che il Tesoro americano elaborerà i dati ricevuti dal server mirror di *Swift* negli Stati Uniti compatibilmente con i principi UE di protezione dei dati.”

Sciocchezze. Nel dettaglio si capisce che Stati Uniti ed Europa si sono accordati per lasciare tutto com’è ora; l’Europa ha ottenuto solo che:
a) Il Tesoro americano si impegna ad usare i dati SWIFT esclusivamente per la lotta contro il terrorismo.
b) Il Tesoro USA si impegna ad analizzare le informazioni *SWIFT* con continuità per individuare e cancellare i dati non necessari nella lotta contro il terrorismo.
c) Gli impegni impongono obblighi rigidi per la conservazione dei dati: i dati dormienti (cioè quelli richiesti dal Tesoro americano ma non riconosciuti necessari per la lotta contro il terrorismo) non possono essere conservati per più di cinque anni dalla data di ricevimento o, nel caso dei dati ricevuti prima della pubblicazione delle "representations", per più di cinque anni da quella data.

Il che vuol dire che gli Stati Uniti continueranno ad avere libero accesso a tutti i dati del consorzio SWIFT e che “si impegnano” a gestirli onestamente; dall’altro lato la UE ha un “potere di controllo” assolutamente pleonastico sulla cancellazione, dopo 5 anni, di dati che potrebbero già essere stati copiati, usati e distribuiti. Che la faccenda sia intimamente molto illegale lo testimonia lo stesso Frattini, ove dice: “Gli impegni rappresentano uno dei tre elementi fondamentali per risolvere il problema della violazione della legge europea sulla protezione dei dati dovuta al trasferimento di dati SWIFT negli Stati Uniti”.

La legge Europea sulla protezione dei dati è stata e continuerà quindi ad essere violata dal governo americano e nessuno ci può fare nulla. Impotenti sono i singoli spiati, impotenti le banche, impotente l’Unione Europea. Non è restato quindi che coprirsi le spalle senza fare troppo rumore, “avvertendo” i clienti dell’incresciosa situazione senza dare troppo risalto allo scandalo. Hai visto mai che un cittadino pianti una causa alle banche.

Non un solo politico italiano ha levato la voce contro questa lesione della sovranità nazionale e del segreto bancario (in altri paesi è successo), non un solo giornale o rete televisiva ha pensato di avvertire gli italiani di questo piccolo incidente con Washington. Incidente che sulla sponda europea dell’Atlantico ha come responsabili i gestori del Consorzio Swift nella persona dei capi delle maggiori banche centrali europee i quali, dopo aver autorizzato la pratica, hanno taciuto per anni sullo spionaggio in corso. Se non ci pensava il New York Times a quest’ora lo saprebbero solo in pochissimi.

Non c’è da aver timore, l’informativa dice i Vostri diritti sono fatti salvi, anche se la banca vi dice che non ci può proprio fare niente (forza maggiore?) visto che di consorzi che facciano concorrenza a Swift non ce ne sono. In realtà qualcosa si potrebbe fare, cominciando dal sottrarre la rete Swift al controllo degli Usa, visto che la sede legale e metà delle macchine con tutti i dati (i server) è in Belgio. In Asia molti paesi stanno progettando una Swift asiatica, l’Europa sembra invece incapace persino di concepire la ribellione ad un sopruso del genere.

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 LO ZIO SAM ARRUOLA LE BANCHE - Domenica, 02 Luglio 2006

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Qui di seguito l’informativa spedita a tutti i correntisti italiani.

*Informativa alla clientela*

*In relazione al trattamento dei dati personali effettuato dalla nostra banca mediante ricorso al *servizio di messaggistica internazionale gestito dalla “Society for  Worldwide Interbank Financial  Telecommunication” * (*SWIFT*), al fine di dare corso ad operazioni  finanziarie internazionali e ad* *alcune operazioni in ambito nazionale richieste dalla clientela, Vi forniamo qui di seguito alcune*

*informazioni ai sensi dell’articolo 13 del D.Lgs. 196/2003, utilizzando a tal fine un testo sottoposto dall’Associazione Bancaria Italiana al *Garante* per la protezione dei dati personali e da quest’ultimo condiviso. Tale documento integra l’Informativa generale che Le è stata già fornita in merito al*trattamento dei dati personali ed alla tutela dei Suoi diritti. *

*Entrambi i documenti sopra richiamati sono anche disponibili nel nostro sito istituzionale*

*www.bancodisicilia.it *


Questa Banca La informa che, per dare corso ad operazioni finanziarie internazionali (ad es., un bonifico transfrontaliero) e ad alcune specifiche operazioni in ambito nazionale  richieste dalla clientela, è necessario utilizzare un servizio di messaggistica internazionale.

Il servizio è gestito dalla /“Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication/” (*SWIFT*) avente sede legale in Belgio (v.  http://www.*swift*.com /per l’informativa sulla protezione dei dati).

La Banca comunica a *SWIFT* (titolare del sistema /SWIFTNet Fin/) dati riferiti a chi effettua le transazioni (quali, ad es., i nomi dell’ordinante, del beneficiario e delle  rispettive banche, le coordinate bancarie e la somma) e necessari per eseguirle.

 Allo stato, le banche non potrebbero effettuare le suddette operazioni  richieste dalla clientela senza utilizzare questa rete interbancaria e senza comunicare ad essa i dati sopra indicati…”

 Ad integrazione delle informazioni che abbiamo già fornito ai clienti sono emerse due circostanze su cui desideriamo informarLa:

 
a)         tutti i dati della clientela utilizzati per eseguire (tutte) le predette transazioni finanziarie attualmente vengono – per motivi di sicurezza operativa – duplicati, trasmessi e conservati temporaneamente in copia da *SWIFT* in un /server /della società sito negli Stati Uniti d’America;

b)         i dati memorizzati in tale /server /sono utilizzabili negli Usa in  conformità alla locale normativa. Competenti autorità statunitensi (in particolare, il Dipartimento del Tesoro) vi hanno avuto accesso – e potranno accedervi ulteriormente –sulla base di provvedimenti ritenuti adottabili in base alla normativa Usa in materia di contrasto del terrorismo. Il tema è ampiamente dibattuto in  Europa presso varie istituzioni in relazione a quanto prevede la normativa europea in tema di protezione  dei dati.

 

Le ricordiamo anche che l’interessato conserva i Suoi diritti previsti dall’ art. 7 del Codice in materia di protezione dei dati personali. Per l’esercizio di detti diritti, potrà rivolgersi al Responsabile della Funzione
Rapporti con la Clientela, domiciliato presso la sede legale del Banco di Sicilia, via Generale Magliocco, 1 – Palermo.

*In relazione al trattamento dei dati personali effettuato dalla nostra banca mediante ricorso al *servizio di messaggistica internazionale gestito dalla “Society for  Worldwide Interbank Financial  Telecommunication” * (*SWIFT*), al fine di dare corso ad operazioni  finanziarie internazionali e ad* *alcune operazioni in ambito nazionale richieste dalla clientela, Vi forniamo qui di seguito alcune*

*informazioni ai sensi dell’articolo 13 del D.Lgs. 196/2003, utilizzando a tal fine un testo sottoposto dall’Associazione Bancaria Italiana al *Garante* per la protezione dei dati personali e da quest’ultimo condiviso. Tale documento integra l’Informativa generale che Le è stata già fornita in merito al *trattamento dei dati personali ed alla tutela dei Suoi diritti. *

*Entrambi i documenti sopra richiamati sono anche disponibili nel nostro sito istituzionale*

*www.bancodisicilia.it *

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 Qui l'articolo 13 del D.Lgs. 196/2003

 

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giovedì, 22 novembre 2007

Come vanno le cose in Iraq

Vi ricordate la guerra in Iraq?

C'è ancora, anche se in Italia non se ne parla proprio, così come c'è ancora la guerra in Afghanistan (a soli sei anni dall'invasione), così come c'è ancora in Somalia che è diventata l'emergenza umanitaria principale sul pianeta, anche se non interessa a nessuno. In Somalia va incomparabilmente peggio che in Iraq e la situazione umanitaria è peggiore di quella del Darfur, ma sembra proprio che ci sia l'ordine di ignorare la guerra in Somalia.

capuozzo_RomaLive_tn Un articolo del New York Times nel quale si dava conto di un calo della violenza in Iraq è bastato a ridare voce agli sfrontati sostenitori della guerra. Uno dei primi a farsi vivo è stato il povero Tony Capuozzo, entusiasta nella parte di chi pronuncia il "cosa vi avevo detto io?", capace persino di parlare di "vittoria" di questa guerra da parte degli Usa.

Hanno fatto un deserto e ora lo chiamano pace, Baghdad è una enorme prigione nella quale le diverse comunità vivono recluse e separate, in tutto il paese manca l'acqua e l'energia elettrica, ci sono quasi cinque milioni di iracheni profughi, un milione di morti, dai tre ai quattro milioni sono stati feriti... e c'è qualcuno che ha la faccia di parlare di vittoria.

La situazione in Iraq non è "buona", è semplicemente evoluta da tragica a pessima dopo che le fazioni saudite hanno ripudiato al Qaeda per via dei suoi eccessi sanguinari. Al Qaeda che nel paese iracheno, giova ricordarlo, è entrata al seguito delle truppe americane e non viceversa.

Una guerra costata per parte americana qualche migliaio di vite tra soldati e mercenari, ma soprattutto una cifra incredibile in dollari. Si parla di costi diretti ed indiretti per tremila milardi di dollari (3.000.000.000.000 tre milioni di milioni) contro un preventivo iniziale di cinquanta (50.000.000.000). Il fatto che negli ultimi mesi la violenza sia calata dipende esclusivamente dal calo degli attacchi-bomba; da una svolta strategica della resistenza quindi, non certo dall'efficacia delle ultime mosse americane.

A Baghdad ogni giorno si trova un centinaio di corpi di assassinati, non esiste un solo quartiere "sicuro" per gli americani, così come non esistono strade sicure per loro e ce ne sono ben poche per gli stessi iracheni. Se un iracheno su sei (1 ogni 6) ha dovuto abbandonare la propria casa e fuggire, non ci può essere dubbio alcuno sulla magnitudo della devastazione.

Tutto questo è accaduto, formalmente, perchè bisognava togliere ad un dittatore cattivo le terribili armi che non aveva. Tutto questo nonostante ormai si sia saputo che Saddam avrebbe acconsentito all'esilio in cambio di soldi (molti meno di quelli profusi nella guerra e poi guadagnati dagli amici della famiglia Bush).

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Un paese devastato, oltre un milione di morti per un vile guadagno monetario. Questa guerra non può essere vinta perchè i suoi presupposti erano falsi ed illegali, perchè gli Usa hanno esercitato sul popolo iracheno una violenza che non era assolutamente necessaria e perchè nel farlo hanno infranto le convenzioni di guerra, quelle sui diritti umani, sulla tortura e sull'impiego di armi di distruzione di massa (cluster e bombe chimiche). Quale iracheno potrà mai ringraziare sinceramente Bush e i Capuozzo?

Anche qualora, in un lontano futuro, l'Iraq diventasse un tranquillo vassallo della potenza americana, nessun occidentale potrà mai dire che questa guerra sia stata "vinta"; anche se ci toccherà ascoltare e riascoltare i Capuozzo che ci spiegano che in Iraq va benissimo e che noi non vogliamo vedere la realtà perchè siamo accecati dall'ideologia.

L'ho sentito affermare che non si darebbe la "buona notizia" irachena per non dare ragione a Washington. Se fosse vero, vorrebbe dire che i cattivissimi comunisti nascondono il conflitto in Somalia per occultare le ragioni ed i successi di Washington...direi che l'ipotesi sia del tutto inconsistente.

Per gente come Capuozzo i cattivi stanno in Siria, che ha accolto oltre un milione di iracheni in fuga (con un aumento del 10% della sua popolazione), non a Washington dove di profughi iracheni ne hanno accolti solo cinquecento.

Per i Capuozzo, i mille iracheni al mese che tornano sono il segnale della vittoria, non sono il risultato dei modesti incentivi economici stanziati dal governo iracheno, che ora attraggono quanti in esilio sono finiti in povertà o, soprattutto, quanti sono allontanati dalla Siria che ha introdotto il visto per gli iracheni al fine di limitarne il numero; decisamente troppo abbondante per le strutture siriane. In Siria ormai ci sono intere città a maggioranza irachena e comincia ad esserci qualche problema tra residenti ed immigrati.
Questo senza contare che i "mille iracheni al giorno" che ritornano, dimostrano semma che perchè ritornino tutti a casa, ai ritmi attuali, ci vorranno oltre dieci anni. Non proprio un dato entusiasmante.

Immaginate se l'Italia avesse accolto cinque milioni di ex-jugoslavi ai tempi della guerra in Kosovo, l'ultima guerra che i Capuozzo hanno "vinto" dalle noste parti; anche quella una partita che deve ancora essere chiusa.

Nessun paese devastato per volere di Washington ha conosciuto meno di un'ecatombe, dall'Afghanistan invaso per primo, fino all'Iraq e alla Somalia, i risultati parlano della distruzione completa delle infrastrutture del paese, stragi, torture, milioni di profughi e tenore di vita caduto a zero anche dove era poco più di niente. Nella colonna delle positività non c'è nulla, non un'infrastruttura utile ai popoli "liberati", non un governo indipendente e democratico. Gli americani in quella colonna possono metterci solo la testa di Saddam e la devozione di qualche Capuozzo.

Tutto ha un prezzo, ma queste ultime due sono state decisamente pagate troppo.
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mercoledì, 21 novembre 2007

Gesuiti pedofili.


Anche i potenti gesuiti alla fine hanno dovuto pagare. Pagare per danni che non possono essere risarciti con il denaro. Per chiudere un "contenzioso" con alcuni villaggi dell'Alaska, la Compagnia ha accettato di sborsare il tipico mega-risarcimento all'americana.

Difficile monetizzare la distruzione e lo sconvolgimento portato dai missionari gesuiti nei villaggi eschimesi, preti che con il pretesto della missione hanno finito per abusare sessualmente di -tutti- i giovani di interi villaggi.

Alla Compagnia di Gesù è stata riconosciuta la colpa di aver favorito e mai ostacolato le pulsioni di quei preti, dei quali conosceva da decenni le inclinazioni sessuali. Quale superbia può spingere un'istituzione religiosa a mandare missioni tra gli eschimesi, per poi usarli come discarica dei preti stupratrori di bambini?
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martedì, 20 novembre 2007

Per fortuna abbiamo il Re!

savoia

Il Re che ci solleva dalla tristezza chiedendoci 500 miliardi delle vecchie lire e qualche villa storica come risarcimento. Per fortuna abbiamo il principino che ci sollazza dicendo che è denaro "dovuto", che poi la famiglia reale lo darà a chi ne ha bisogno, che lo stato italiano quei soldi li sprecherebbe.

La famiglia Savoia adora coprirsi di vergogna con un'impudenza raccapricciante. Non si è ancora sopito il polverone della storia che ha mescolato il Savoia vecchio, con i casinò, le slot machine, puttane e tangentari, ma questi si affacciano a pretendere con arroganza.

L'Italia è la repubblica più avanzata del pianeta, nella quale il Re privato della corona diverte i cittadini, come un tempo il buffone di corte divertiva i re. Non esiste al mondo un miglior antidoto al ritorno della monarchia .

Aggiornamento 25/11:

Il principino semina il dubbio: sarà uno sfrontato coraggioso oppure uno sconsiderato demente, ad andare ad una puntata di Porta a Porta a farsi sfanculare, tra gli altri, da Vespa, Belpietro e Cossiga in un surreale tutti contro nessuno?
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lunedì, 19 novembre 2007

Il ritorno del morto vivente.


Politicamente sfasciato, l'uomo dalle mille risorse cancella Forza Italia (che non è mai stato un partito) e fonda il PDP (DL) dicendo che sarà un partito che darà voce agli aderenti, non come Forza Italia dove lui faceva il Padrone un po' bauscia e dove lo fa ancora. Nell'occasione la vera notizia è stata quella del dimissionamento di Bondi e Cicchitto; é indubitabile che riuscirà a rimpiazzarli con consimili, ma obbiettivamente erano venuti a noia. Esattamente come LUI.
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venerdì, 16 novembre 2007

A Bologna solo cazzi amari


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Pietra dell'ultimo scandalo bolognese sono i cazzetti di cioccolato che vedete nella foto. La signora che li vende (e che li vende da anni) è stata multata per aver esposto prodotti indecenti, per "offesa al pubblico pudore. Per farle la multa si sono scomodati addirittura due assessori.

Per avere un'idea della cifra demente che ha assunto la politica locale, bastano le dichiarazioni dei componenti della giunta Cofferati sul caso:

Maria Cristina Santandrea
(assessore al Commercio):
"Iniziativa odiosa, io queste persone le denuncio. Non esiste che si vendano oggetti pornografici in una rassegna dedicata ai bambini". "Sia chiaro, non voglio passare per bacchettona..." (tranquilla, ormai è fatta).
"Non posso tollerare che si faccia ironia con oggetti pornografici a scopo di lucro."

Libero Mancuso (assessore agli Affari Istituzionali):
"Queste cose sono assolutamente sconce, pornografiche, vanno esposte nei sexy shop"....
"Il Cioccoshow è un mercato di paese, non un mercato di membri".
"Dopo la chiamata di Santandrea ho avvisato la Questura (ndr sticazzi...) e il comandante dei vigili urbani e sono andato anche io a vedere questi oggetti. Molti erano scandalizzati. Si sa, viviamo in un'epoca di perbenismo vittoriano che io non sempre condivido. Ma non si può esporre certe cose in Piazza Maggiore"

Angelo Guglielmi (assessore alla Cultura):
"...deve essere chiaro che l'immoralità non sta nell'esibizione di un membro maschile di cioccolato, ma nella furbizia di attirare l'attenzione con l'erotismo."

Guglielmi vede un reato in uno dei principali pilastri della pubblicità, sono anni che l'erotismo è usato per vendere, ovunque e in maniera massiccia e ossessiva. Mancuso si è dimenticato di chiamare i Carabinieri e i Pompieri, ma si è dimenticato anche che Piazza Maggiore è il luogo pubblico per eccellenza.
Mancuso deve essere una persona molto distratta, il -moralismo vittoriano- l'ha visto solo lui; sono anni che in televisione ci sono solo tette e culi, storie di corna e di festini con droga e puttane e nel bel mezzo di un'Italia che sembra fatta solo di veline disposte a tutto e di vecchi papponi che ballano attorno a grandi ladri.. e lui tira fuori il moralismo vittoriano...

A questo punto poteva anche proporre di vendere i cazzetti di cioccolato in farmacia; forse Mancuso non lo sa, ma i vibratori ora li vendono anche in farmacia e prossimamente nei supermercati.

I cazzetti hanno attirato l'attenzione, pare, perchè la pasticcera li ha chiamati "Rocco", come il noto attore hard Siffredi, da qui forse l'intuizione che ha fatto scattare la boutade contro la pornografia.

La signora, inoltre, ha un vasto catalogo di produzioni che richiamano all'erotismo e alla sessualità e sono già tre anni che lo espone alla fiera del cioccolato. Cazzini e cazzoni di cioccolato compresi, che l'anno scorso hanno fatto da sfondo proprio ad un convegno nel quale l'assessore Santandrea discettava di come riconoscere le qualità d'amante di un uomo dal modo con il quale mangia il cioccolato.

A Bologna siamo messi così, inutile aspettarsi un livello diverso dalla squadra del sindaco. A Bologna la politica è ormai robaccia di questo livello; ogni mattina il primo fesso che si alza se la prende con il primo che capità e si erge a "tutore della legalità", rimediando il più delle volte queste figure barbine e massacrando l'immagine della città; oltre a certe particolari ghiandole dei bolognesi e delle bolognesi.

Siamo messi così. Ci meritiamo tutto, certo, ma speravo che almeno la guerra ai cazzi di cioccolato ci fosse risparmiata.

Nota in appendice: la settimana scorsa quasi il 20% dei negozi del centro ispezionati è stato scoperto ad impiegare lavoratori in nero. Nell'occasione silenzio di tomba dai media e dichiarazioni felpate dalle parti del sindaco; a questo giro invece paginate e paginate, con tutti che spintonano per dire la loro su una stronzata del genere. Chi può si faccia i suoi conti.
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venerdì, 16 novembre 2007

Domani tutti a Genova


Info logistiche e treni

Genova 17 novembre

E' da anni che chiediamo che tutti e tutte si facciano carico delle sorti dei processi per il g8 di genova. L'arroganza dei pm genovesi titolari del processo contro 25 manifestanti per devastazione e saccheggio sembra finalmente aver smosso la coscienza di quei 300.000 che a Genova hanno cercato di opporsi al pensiero unico che il g8 rappresenta.
Pensiamo che questo non sia il momento di settarismi e distinguo puerili, ma che sia necessaria una manifestazione di massa e una partecipazione senza se e senza ma a tutte le iniziative che vogliono fare pressione per evitare che la sentenza del processo per devastazione e saccheggio ricalchi le richieste dei pm.
Per questo speriamo che tutti e tutte rispondano agli appelli e alle moblitazioni che verranno lanciate, con intelligenza e con la voglia di gridare e rivendicare quel lontano 20 e 21 luglio 2001.

LA STORIA SIAMO NOI
Un appello alla mobilitazione di tutti per il 17 novembre

"La storia siamo noi" non è uno slogan. E' un approccio preciso: da un lato la storia sociale, dall'altro la storia del potere. Chi lo ha cantato in questi anni lo ha fatto con l'istinto di chi sa di aver vissuto un pezzo importante della storia, ufficiosa o ufficiale che sia. E lo ha fatto pensando a Genova 2001. Con ogni mezzo necessario.
Dal 21 luglio 2001 in poi la giustizia e la politica hanno cominciato la revisione della storia che ognuno di noi ha vissuto sulla nostra pelle: coloro che si sono ribellati a una certa visione del mondo sono diventati terroristi; coloro che hanno seminato il panico nelle strade di Genova sono diventati i paladini dell'ordine e della giustizia.
Per sei lunghi anni tutto questo è serpeggiato nelle aule di tribunale, mentre la nostra voce collettiva si affievoliva, con un processo di rimozione collettiva che ha fatto sì che in molti dimenticassero che Genova non è stata solo il terrore in divisa, ma anche e soprattutto la forza e l'energia di centinaia di migliaia di persone che almeno per pochi giorni hanno pensato che il mondo potesse essere diverso da come ce lo hanno sempre raccontato e rappresentato.
Per sei lunghi anni il teatrino delle corti penali si è sostituito alla presa di parola delle persone vive, nella convinzione che verità giuridica e realtà storica in qualche modo convergessero, nella speranza che in qualche modo tutto si sistemasse e non fossero in pochi a pagare la stizzosa vendetta del potere.
Le requisitorie dei pm Anna Canepa e Andrea Canciani nel processo che vede 25 persone imputate per devastazione e saccheggio, hanno completato l'operazione di revisione della storia che è cominciata il giorno dopo le mobilitazioni contro il g8 del 2001 e si sono concluse con la richiesta di 225 anni di carcere.
Pensiamo che sia arrivato il momento di prendere di nuovo la parola, di gridare con forza che gli eventi del luglio 2001 appartengono a tutti noi, di mobilitarsi in massa e con intelligenza per fare si che 25 persone non paghino per qualcosa di cui siamo stati protagonisti tutti, nessuno escluso.
Vogliamo rilanciare con forza la mobilitazione di massa del 17 novembre a Genova, e tutte le iniziative tese a riappropriarci della nostra memoria e del senso di quei giorni lontani sei anni ma ancora vivi in quello che hanno rappresentato.
Vorremmo che tutti rilanciassero questo appello senza firme, senza identità, senza se e senza ma, perché Genova non è finita, è ancora qui, oggi, e riguarda tutti e tutti se ne devono fare carico, senza esclusioni.

Per cominciare primo appuntamento a Genova: 17 novembre 2007 - ore 14 piazza Di Negro


Scarica e diffondi il manifesto || il volantino || il print aggiornato a novembre 2007

La storia siamo noi? - un editoriale a firma supportolegale

Un attacco alla memoria collettiva, fatevi sentire

Supporto legale

«La storia siamo noi» non è uno slogan. E' un approccio preciso: da un lato la storia sociale, dall'altro la storia del potere. Chi lo ha cantato in questi anni lo ha fatto con l'istinto di chi sa di aver vissuto un pezzo importante della storia, ufficiosa o ufficiale che sia. E lo ha fatto pensando a Genova 2001. Con ogni mezzo necessario. Ma dal giorno in cui è iniziata la requisitoria dei pm Andrea Canciani e Anna Canepa (Md), la storia la scrive qualcun altro. E pare che le 300mila persone che hanno cantato quella canzone sei anni fa non si accorgano di nulla. In questi giorni la verve accusatoria attacca frontalmente la nostra memoria collettiva. I pm non si sono risparmiati: hanno biasimato le violenze delle forze dell'ordine, la gestione dell'ordine pubblico paragonato a una guerra tra bande, la partigianeria di testimoni inqualificabili come rappresentanti dello Stato. Hanno però voluto porre un limite alle accuse e a un processo che si deve occupare solo delle devastazioni dei manifestanti; tutto il resto non può essere usato davanti alla Corte
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giovedì, 15 novembre 2007

Vieni avanti Landolfi (2.0)

Alex ci informa dell'iscrizione nel registro degli indagati di Mario Landolfi, l'ex ministro di AN è accusato per "Un patto scellerato fra camorra e politica, garanti a vicenda per la loro stessa sopravvivenza, che si autoalimentava con il sostegno di operazioni legate al settore dei rifiuti". Secondo la magistratura l'acuto parlamentare, attuale presidente della commissione vigilanza della Rai, sarebbe coinvolto in un osceno patto tra politici e camorristi, avente come scopo la perpetrazione di numerose truffe consistenti nello spargimento illegale di rifiuti tossici in Campania.

Il povero Landolfi si dice innocente e addirittura nullatenente, ma non è il caso di ritenerlo troppo attendibile, già in altre occasioni aveva dato spettacolo sparacchiando a caso.
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mercoledì, 14 novembre 2007

Chi ha visto la democrazia?



Anche in Altrenotizie

Uno degli slogan portanti della War on Terror americana diceva che l’azione militare statunitense era volta a “portare la democrazia” in Medio Oriente. Pur concedendo che si trattasse di uno slogan vuoto ed ipocrita, più che altro mera propaganda, colpisce quanto poco gli USA abbiano ottenuto in questo senso dagli alleati nell’area. In Egitto, nominalmente una democrazia, Mubarak ha varato riforme costituzionali antidemocratiche volte ad assicurare la successione al ruolo di primo ministro di suo figlio Gamal. Riforme annunciate al lunedì è confermate con un referendum costituzionale la settimana successiva; un referendum nel quale hanno votato soltanto i fedelissimi del partito di Mubarak, visto che le altre forze politiche si erano rifiutate di prendere parte ad una farsa del genere. Nessuna cancelleria occidentale, e ancora meno il Dipartimento di Stato americano, hanno avuto nulla da eccepire. Anche in Italia poco interesse, i “democratici” dormivano. I governi regolarmente eletti di Libano e Palestina (gli unici due paesi musulmani con elezioni veramente free & fair dell’area) hanno fatto una brutta fine; all’avanzare di Hezbollah in Libano ha risposto un’invasione israeliana, all’affermazione di Hamas in Palestina ha risposto un golpe di Fatah, realizzato grazie alle armi fornite da Egitto e Giordania e all’aiuto logistico di Israele.

In Kuwait è ancora medioevo: c’è un re onnipotente e istituzioni puramente decorative. In Arabia Saudita lo scenario è identico, comanda la famiglia reale con il supporto di migliaia di marines. A dire il vero in Arabia Saudita è stata realizzata una riforma di facciata, che ha permesso ai media allineati di gridare al re amico della democrazia. Peccato che la questione si riducesse ad istituire le elezioni per gli organi amministrativi locali e che le elezioni riguardassero solamente la metà dei membri delle assemblee locali (il resto è rimasto di nomina reale); e peccato anche che queste siano del tutto decorative, visto che hanno solo la funzione di consulenza della vera autorità, il capo dell’assemblea nominato dal trono.

bush-abdullah Trono che, nel caso dell’Arabia Saudita, rappresenta anche il custode dei luoghi santi, conferendo ai sovrani sauditi un’aura quasi sacrale. Quasi, perché nelle opinioni dei musulmani di ogni latitudine la monarchia saudita non è altro che un residuo del feudalesimo tribale e per niente pia. Non occorre spendere parole per dimostrare quanto la monarchia saudita sia vicina all’amministrazione americana, ma non è per questo che è invisa alle opinioni pubbliche musulmane.

Il sovrano Abdullah, il cui nome significa “schiavo di Allah”, è figura decisamente in antitesi agli insegnamenti del Profeta Maometto. Lungi dal servire, pretende di essere servito; lungi dall’esercitare modestia, sfoggia la sua ricchezza in maniera imbarazzante e, lungi dal curare i luoghi santi, li sfrutta. Si deve alla politica dei sovrani sauditi se la Palestina è stata abbandonata al suo destino negli ultimi anni, così come si deve alla loro decisione di “boicottare” Israele se milioni di pellegrini non frequentano più il terzo luogo santo dell’Islam, la moschea di Masjid al-Aqsa a Gerusalemme. L’interesse reale del sovrano per la causa palestinese è prossimo allo zero. Nel suo ultimo viaggio a Londra, dove è sbarcato con un modesto seguito di quattrocento persone, più una ventina di consiglieri giunti su sei aerei e poi trasbordati su ottantaquattro limousine, si è detto sicuro che, visti i “valori comuni” condivisi da Arabia Saudita e Gran Bretagna, quest’ultima saprà trovare e mettere in essere una soluzione per le sofferenze dei palestinesi.

Sorvolando sui “valori comuni” che legherebbero la Gran Bretagna con l’Arabia Saudita, c’è del bizzarro in questa dichiarazione, visto che proprio alla Gran Bretagna si deve la creazione del “problema” palestinese e visto che negli ultimi decenni non si è vista traccia di un interesse inglese per le sorti della Palestina. Ma la gran Bretagna è anche all’origine della creazione dell’Arabia Saudita e degli emirati del Golfo, forse alla parola “valori” occorre sostituire la parola “interessi”, quelli sono sicuramente comuni, anzi, in comune tra le elite dei due paesi.

L’Arabia Saudita resta una monarchia feudale fondata sul controllo della rendita petrolifera; i suoi sudditi
vivono un relativo benessere accuditi da milioni di lavoratori stranieri senza diritti, ma questo non disturba nessuno. Come non disturba nessuno che questa sia la cifra nel resto della penisola arabica e nel Nord dell’Africa, tutta sottomessa a governi autoritari che si tengono ben lontani dalla democrazia. Gli Emirati Arabi Uniti, dove il mondo accorre al richiamo del business, sono sceiccati che non hanno nemmeno la parvenza della democrazia. Una “invasione democratica” sarebbe militarmente uno scherzo, ma non ci ha ancora pensato nessuno.

06pope-600Nell’ultima settimana a Dubai sono scesi in sciopero i lavoratori stranieri impiegati nell’edilizia, perché le paghe diminuiscono e il costo della vita aumenta, mentre i lavoratori sono privi di qualsiasi diritto e spesso trattati come schiavi. Il governo locale ha reagito con arresti di massa, oltre quattromila lavoratori sono stati imprigionati. Dopo l’intervento del governo indiano (gran parte degli immigrati arrestati sono indiani), il governo li ha rilasciati quasi tutti. La loro colpa quella di essersi comportati in maniera “incivile”, mettendo a rischio la sicurezza nazionale e quella dei residenti. Il loro rilascio è avvenuto dopo che ciascuno ha dichiarato di non avere alcuna rivendicazione nei confronti dei datori di lavoro. Un esponente del ministro del lavoro ha annunciato che gli scioperanti saranno comunque deportati.

Una pratica ricorrente, un paio d’anni fa l’Arabia Saudita aveva espulso oltre un milione di lavoratori indiani dalla sera alla mattina. Manodopera sfruttata, pessime condizioni di lavoro, totale assenza di diritti civili e contrattuali. Sarà per questo che la Fiat di Montezemolo ha scelto gli Emirati come sede della nuova ed imponente Ferrariland? Anche in Iraq il fenomeno è tollerato dagli americani, che hanno affidato i lavori di costruzione dell’imponente ambasciata di Baghdad ad una ditta del Kuwait che impiega asiatici schiavizzati.

Cosa abbia poi di democratico il governo dell’Afghanistan, insediato ormai da anni, o quale indipendenza abbia il governo iracheno, pur eletto sotto controllo americano, restano misteri gloriosi. Il futuro non promette di meglio, l’osceno balletto per riuscire a mettere un vecchio arnese come Benazir Bhutto accanto a Musharraf non odora certo di democrazia, così come non ha nulla di democratico il governo somalo sponsorizzato da Washington e ancora meno democratico è il governo dell’Etiopia, cara alleata. E nemmeno a Washington la democrazia sembra essere messa troppo bene, almeno così dicono diversi americani al di sopra di ogni sospetto. Tutto si lega.


nota: i telegiornali ci hanno mostrato in questi giorni il presidente Napolitano che premia la moglie di uno sceicco che si batte per dare qualche diritto in più alle donne, la realtà di questi paesi non è quindi sconosciuta al nostro personale politico come lo è quella del Darfur-Fast-Food.
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mercoledì, 14 novembre 2007

Putin attacca le voci non allineate usando le leggi sulla pirateria


Nonostante le prossime elezioni russe siano del tutto prive di suspence, Putin non rinuncia al silenziamento delle voci dissidenti. Mai come ora la stretta sui media non allineati si è fatta tanto efficace.

vladL'ultima trovata è quella di chiudere i giornali o le organizzazioni non governative o i gruppi di advocacy usando le leggi anti-pirateria. I dissidenti sono accusati di impiegare software pirata e, che l'accusa sia vera o no,  i loro computer vengono sequestrati, le persone interrogate molte volte per lunghe ore, determinando l'impossibilità di continuare qualsiasi attività sgradita al potere.

L'Occidente tace e non solo perchè per anni ha insistito con Putin sul rispetto della protezione dei diritti dei produttori di software, ma anche perchè ha poche leve sulle quali far forza per ottenere il rispetto dei diritti civili.
Così giornali come Novaya Gazeta (il giornale di Anna Politkovskaya), organizzazioni ambientaliste e partiti d'opposizione sono periodicamente paralizzati, i loro archivi sequestrati, il loro personale costretto a infinite gite nei commissariati; senza contare il rischio reale di detenzioni o di sanzioni pesantissime.

Un genere di repressione molto "smart" e molto post-moderno, ma efficace. Un genere di repressione che purtroppo promette di essere preso a modello anche altrove.
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categoria: russia, repressione, net world


lunedì, 12 novembre 2007

I martiri di Nassiriya


Avranno perdonato chi li mandò alla morte con l'inganno?


urlSilvio Berlusconi: "È vero, e credo che siamo stati molto utili alle democrazie occidentali. La nostra posizione nella coalizione non è stata mai in dubbio e quindi la nostra intelligence ha collaborato con gli alleati"

Franco Frattini, ministro del governo Berlusconi in Parlamento: l'impegno italiano per la sicurezza internazionale è determinato da un calcolo razionale del nostro interesse; e ancora il nostro impegno nelle missioni di pace rappresenta un saldo investimento economico"

"La nozione di guerra preventiva va ripensata e rimodulata anche perché il diritto internazionale si va evolvendo, anche a seguito della maggiore attenzione alla questione dell'ingerenza umanitaria", osserva il presidente del Senato Marcello Pera al seminario sui rapporti Europa-Usa che si è svolto ieri a Lucca.

"La legge penale militare italiana - che risale al 1941 ed è basata sulla distinzione fra guerra e pace - cambierà presto, per adeguarsi alla nuova situazione internazionale, al diritto umanitario e all'esistenza della Corte Penale internazionale", sostiene il ministro della Difesa Antonio Martino, alludendo a un nuovo provvedimento in materia già in Parlamento. (Da un articolo di Maria Grazia Bruzzone, "Martino: cambieremo il codice penale militare", sulla Stampa del 7 dicembre 2003.)


Dal sito di Forza Italia, la propaganda ufficiale

L'Italia in Iraq: punti fermi

1- L'Italia non ha partecipato alla guerra in Iraq. I militari italiani sono in territorio iracheno dalla fine del conflitto, I con il compito di garantire la sicurezza degli iracheni, di addestrare la polizia locale, di ricostruire strade, ponti, ospedali, di sostenere il ritorno di quel paese alla normalità e la nascente democrazia irachena.

2 - I servizi segreti italiani non hanno fornito alcun dossier agli USA per sostenere la necessità della guerra preventiva, anzi, il presidente Berlusconi ha tentato fino all'ultimo di dissuadere l'amministrazione americana dall'attaccare il dittatore Saddam Hussein. Sostenere il contrario, oltre a essere falso, è irresponsabile e pericoloso per la sicurezza di tutti gli italiani.

3 - La missione di pace italiana in Iraq è legittimata dalla risoluzione ONU 1546, che affida alle truppe di tutte le nazioni presenti in Iraq la missione di sostenere il legittimo governo iracheno in carica.

4 - Il governo ha costantemente ribadito che l'Italia resterà in Iraq solo il tempo necessario a completare il consolidamento della democrazia e fin quando il governo iracheno richiederà la presenza del nostro contingente di pace.

5 - Vincere la pace e radicare la democrazia in Iraq significa sconfiggere il vero e unico nemico: il terrorismo nichilista islamista: un terrorismo che è contro l'Islam, l'Occidente e l'intera umanità, un terrorismo aggressivo che non è la conseguenza della guerra in Iraq ma è una ben decisa strategia per sabotare la pace, lo sviluppo, la convivenza tra i popoli, le religioni, le culture.

Per queste ragioni, per la libertà del popolo iracheno, per il senso di responsabilità verso la comunità internazionale, per la costruzione di un futuro di pace per tutti, il governo Berlusconi non intende far dimettere l'Italia dalle sue responsabilità e rivendica, con orgoglio, quanto ha fatto fino ad oggi, come ha riconosciuto il Segretario generale dell'ONU, che ha voluto tributare un pubblico elogio all'Italia e ai nostri soldati di pace e, in questi giorni, il presidente iracheno Talabani, che ha evidenziato l'impegno del nostro paese per la causa della democrazia in Iraq.
Ritirarsi sarebbe un oltraggio alla memoria dei nostri caduti e al magnifico lavoro dei nostri militari e del nostro personale civile. Ritirarsi vorrebbe dire abbandonare un paese cruciale del Medio Oriente nel suo cammino verso la democrazia.

°°°

Non credo di fare un torto ai nostri soldati morti a Nassirya e ai molti altri morti sugli altri teatri di guerra per mano di politici irresponsabili, se accanto a loro ricordo in questo giorno il probabile milione di iracheni vittime della guerra e i quattro milioni di iracheni che oggi sono profughi. Questo è uno di quei giorni nei quali le sofferenze degli iracheni non interessano a nessuno, oggi c'è da strumentalizzare il ricordo dei sacrificati al "saldo investimento economico".



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categoria: war on terror


lunedì, 12 novembre 2007

Amato e Manganelli devono dimettersi

 Aggiornamento-vergogna:

Ormai è passato un giorno e l'agente è finalmente stato iscritto nel registro degli indagati per l'ipotesi di "omicidio colposo".

Una discreta vergogna, vista la dinamica dei fatti è facilmente dimostrabile la volontarietà dell'atto di mirare all'auto e di centrarla, assumendo in questo caso la responsabilità di ammazzare qualcuno. Si chiama -dolo eventuale- e riconduce ad ipotesi di -omicidio volontario- o -preterintenzionale- che si portano dietro, ovviamente, pene più severe. Non c'è notizia, tra l'altro, della contestazione di alcuna aggravante, il che porta a ritenere che si voglia proteggere l'agente ed il buon nome della polizia, più che indirizzare le indagini verso la verità.

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Ormai è chiaro che nella mattinata di ieri polizia e Ministero dell'Interno hanno perso ore preziose per cercare di coprire un omicidio commesso da un poliziotto.

Altrettanto chiaro è che il ritardo e la confusione volutamente creata sull'omicidio abbiano poi influito peantemente sul resto degli avvenimenti della giornata. Senso delle istituzioni e senso di responsabilità vorrebbero che i due responsabili di quanto accaduto presentassero immediatamente le dimissioni, e che il governo le accogliesse senza battere ciglio.

Difficilmente andrà così, dimostrandoci ancora una volta la distanza che separa il nostro paese, le nostre istituzioni e la nostra classe politica dalla civiltà.

postato da mazzetta alle ore 10:30 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: repressione, diritti civili, decultura, differenze-ue


domenica, 11 novembre 2007

La polizia italiana uccide troppo e mente di più.


Il nostro paese è una democrazia matura che conserva al suo interno grosse sacche di arretratezza culturale e professionale. Un evidente deficit democratico sembra ancora gravare sulle forze dell’ordine.

Poco considerati, poco addestrati, mal retribuiti, gli uomini e le donne delle forze dell’ordine italiane, peraltro numerosissime, incutono spesso timore ai cittadini con comportamenti atipici e spesso oltre i limiti della legalità.

Capita con inquietante frequenza e non occorre riportare alla memoria vere e proprie deviazioni criminali come quella della banda dei fratelli Savi, anche nota come “banda della Uno bianca”. Ieri un poliziotto ha ucciso un cittadino in una circostanza assurda. Dalle prime ricostruzioni il poliziotto avrebbe sparato al cittadino che era seduto in un’auto. Gli avrebbe sparato mentre l’auto che trasportava la vittima stava uscendo da un’area di servizio. Gli avrebbe sparato dall’area di servizio opposta, nel quadro di un’azione volta a sedare un tumulto tra tifosi dal quale lo divideva l’autostrada; il cittadino sarebbe stato colpito da un colpo “sparato in aria”.

Dalle ricostruzioni non si capisce bene il senso di quel colpo di pistola, due pattuglie avrebbero assistito ad un tafferuglio (litigio?) tra gli equipaggi di due auto di opposte tifoserie. Essendo separati da due corsie autostradali i poliziotti avrebbero provato a far rumore, prima azionando la sirena della loro vettura e poi, disgraziatamente, esplodendo un paio di colpi in aria.

 Quello che inquieta il cittadino di questo paese non è tanto che occasionalmente ci scappi il morto nelle attività di polizia. Gli uomini non sono infallibili, il mestiere è difficile e fonte di stress, le armi uccidono. Quello che inquieta il cittadino di questo paese è che tutte le volte che un cittadino muore per colpa di un agente, le istituzioni esibiscono un atteggiamento incredibilmente omertoso, più simile a quello dei mafiosi che a quello di ufficiali di un paese civile che hanno il compito di far rispettare (e rispettare) le leggi.

 Il colpo oggi “sparato in aria” è già una linea di difesa processuale fondata sulla menzogna. Senza essere minacciato il poliziotto ha sparato un colpo che ha centrato proprio l’auto di alcuni dei tifosi coinvolti tra le tante. Senza essere minacciato e senza che dall’altra parte della strada ci fosse in atto qualsiasi minaccia, il poliziotto ha sparato un tiro teso attraverso due corsie autostradali, in direzione dell’area di servizio opposta. Non ci dovrebbe essere alcun dubbio sulla volontarietà del gesto.

 Nel dare la notizia invece prima si è detto che “era morto un tifoso”, nel corso di un tafferuglio tra tifosi in autostrada, poi è emersa la verità, il tifoso è stato ucciso senza alcun motivo da un poliziotto, che ha sparato sull’auto nella quale i tifosi si stavano allontanando. Le istituzioni non si sbilanciano, “ci sarà un’inchiesta”. Pochi mesi fa invece, quando a Catania Filippo Raciti morì investito da un’auto guidata da un collega, non si attese l’inchiesta per scatenare la repressione sulle tifoserie e per accusare d’omicidio un giovane. Accusa costruita attraverso l’esibizione di prove inventate, addirittura fu prodotto un disegno fatto con i pastelli per spiegare all’opinione pubblica come un tifoso fosse un assassino. Bella inchiesta, c’è da chiedersi a che punto sia arrivata.

 Ci sarà un’inchiesta anche per la morte di Aldo Bianzino, un tranquillo cinquantenne che si era lasciato serenamente condurre in prigione dai carabinieri, che avevano scoperto alcune piante di marijuana nel suo ritiro tra i monti. Bianzino è morto in carcere, a sentire le forze dell’ordine per infarto, a sentire l’autopsia per lesioni al fegato e alla milza, due costole rotte e altro. Bianzino non è mai entrato in contatto con altri detenuti. C’è un’inchiesta anche sulla morte di Federico Aldrovandi, un diciottenne morto dopo l’incontro con una pattuglia di polizia. La famiglia ha dovuto penare molto per avere il processo. Secondo le autorità Federico si era massacrato da solo e due manganelli si erano rotti perché fragili. Anche in questo caso omertà e spirito di corpo ad ostacolare le indagini, il mondo dell’informazione che ripete a pappagallo le tesi della polizia e ignora le grida delle vittime. Sono state necessarie manifestazioni e l’intervento del Ministro dell’Interno, perché fosse allontanato il questore che aveva ostruito le indagini e perché i giornali smettessero di riprodurre la storia di un Federico drogato che si suicida prendendo a testate un palo sotto lo sguardo stupito dei poliziotti.

Dei processi sulla “macelleria” al G8 di Genova non è neppure il caso di parlarne, centinaia di poliziotti in azione e nessuno che abbia visto, sentito, parlato, denunciato. Corleone è Disneyland al confronto.

Le conseguenze negative di questo deficit di democraticità e di trasparenza istituzionale, colmate da comportamenti che sconfinano nel criminale, non si esauriscono nelle esplosioni di rabbia dei tifosi del calcio di fronte all’ingiustizia. La situazione è di estrema gravità e tocca l’essenza intima della democrazia.

 Le forze dell’ordine nel nostro paese sono peraltro rappresentate da sindacalisti che non sfigurerebbero nel ruolo del bad cop e quando accadono fatti del genere sono solo questi che parlano in nome di questa vasta comunità intitolata al mantenimento dell’ordine; questo ne peggiora oltremodo l’immagine, perché non è umanamente possibile che quelle persone rappresentino l’universalità egli uomini e delle donne inquadrata nelle forze dell’ordine. A loro si aggiungono le strumentalizzazioni politiche e la complicità del mondo dell’informazione, tremendamente restio ad indicare un colpevole in chi vesta una divisa.

 La divisa non immunizza dagli errori e non è una garanzia d’onestà, la legge prevede per questo un’aggravante specifica per il caso di reati compiuti da chi sia intitolato ad impedirli. Un poliziotto che delinque commette un reato più grave di quello uguale commesso da un cittadino qualunque. Dovrebbe essere interesse principale dello stato e delle istituzioni mantenere le forze di polizia addestrate, preparate psicologicamente e potare senza esitazioni ogni possibile escrescenza criminale.

 Invece sembra che anche in questo ci toccherà il solito balletto, le solite balle, le solite omertà. I telegiornali continuano a parlare di “due colpi sparati in aria”, mentre un funzionario appare in televisione a dirsi addolorato perché “forse” il collega ha commesso “un errore”. Gli opinionisti si concentrano sulla reazione delle tifoserie, alcune partite sono state sospese e i discorsi si concentrano come al solito sul pallone e sui tifosi cattivi. I tifosi, i lavavetri, i nomadi, quelli che scrivono sui muri, i venditori di fiori e di borsette, le loro “illegalità”… son problemi da risolvere con polso fermo, forse certe retoriche hanno fatto qualche danno all’interni di corpi che sono abbastanza opachi alla società.

 La notizia non è più il probabile omicidio e il patetico tentativo di occultarlo, la notizia è la -violenza nel calcio- visto che parecchie tifoserie hanno reagito male. Tifoserie peraltro vessate ben oltre il lecito da una serie di provvedimenti -politici- che ben poco hanno a che fare con la realtà; tifoserie che conoscono per esperienza quali eccessi possano arrivare a commettere gli uomini nascosti da una divisa. Molti cittadini provano una discreta inquietudine di fronte a questo cabaret, in particolare quando ci si burla di questioni tanto serie; moralisti destinati alla frustrazione.

 La questione non si risolve certo facendo la guerra alla polizia o ai poliziotti, ma agendo sulle cause del problema. Le forze dell’ordine nel nostro paese sono ipertrofiche e questo non può non incidere sulla qualità. Nel nostro paese le forze dell’ordine sono scarsamente addestrate, e colpevolmente assolte quando sbagliano. Questo è un problema che discende dalla politica ed è un problema grave, da affrontare con urgenza, andando ben oltre il caso d’attualità.

 La credibilità delle forze dell’ordine dovrebbe essere nell’interesse di molti, primi fra tutti gli uomini in divisa. Uomini che dovrebbero cominciare a dimostrarsi tali agendo secondo gli standard delle polizie più democratiche e rifiutando ogni complicità con chi supera i limiti imposti dalla legge, perché  è chiaro che saranno sempre disastri e tragedie se chi deve far rispettare la legalità ne fa stracci in maniera tanto sfacciata.

Aggiornamento:

Sul far della mezzanotte, per alcuni audaci commentatori pare esserci ancora la possibilità che l'auto sulla quale viaggiava la vittima stesse volando. Si continua a parlare di un colpo sparato in aria e uno "forse" no. Strano che qualcuno non abbia ancora ipotizzato la presenza di una seconda pistola azionata dai tifosi cattivi.

Nella capitale intanto la polizia è in difficoltà, due caserme e la sede del Coni hanno subito pesanti attacchi, ma ancora non se ne mostrano le immagini. Aggrediti anche giornalisti e vigili urbani. Sembra evidente l'esistenza di un coordinamento dietro le azioni romane, altro piccolo dettaglio che sarà sicuramente sorvolato concentrandosi l'attenzione sulla matrice "calcistica" degli eventi.

postato da mazzetta alle ore 20:57 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
categoria: diritti umani, repressione, diritti civili, bug di sistema, fantaindagini, infowatch


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