Bei tempi quando ad Halloween i bambini americani si accontentavano di infilarsi in testa un vecchio lenzuolo con due buchi per gli occhi e le bambine erano contente con un cappello da strega. Oggi Halloween è una festa che vale cinque miliardi di dollari di vendite e le cose sono cambiate sensibilmente.
Ben pochi ormai ritagliano il guscio delle zucche e ci mettono dentro la candela, preferendo acquistare zucche hi-tech capaci di effetti speciali, luci e suoni e vibrazioni e tutto quello che può venire in mente, fino alle zucche che si muovono per casa. La mercificazione della festa (marcificazione?) ha però avuto altri effetti collaterali da non sottovalutare.
Quest'anno le mamme americane sono in imbarazzo a causa dei desideri delle loro figlie. Mentre infatti i maschietti si accontentano di costumi marziali e horror, le femminucce sembrano aver raccolto il richiamo del mercato e propendere per costumi decisamente sexy. Un fenomeno che è scoppiato un paio d'anni fa all'interno del mercato dei costumi per adulti, ma che ora ha tracimato decisamente nel campo degli adoloscenti.
Le mamme si sono trovate impreparate ed incredule, anche le figlie di famiglie che controllano attentamente il consumo televisivo dei pargoli, anche le figlie delle famiglie cristiane più devote, quest'anno chiedono di vestirsi all'ultima moda. Moda che a ben vedere ricorda lo stile delle passeggiatrici e delle sex-worker di ogni latitudine: poca parte del corpo coperta, calze supersexy e scarpe da dominatrice sado-maso; queste sembrano le linee-guida delle grandi aziende che hanno in pugno il florido mercato dei costumi per Halloween. Un fenomeno, quello della sessualizzazione delle pre-adoloscenti da parte dell'immaginario pubblicitario, che da tempo è pompato dai geniali creativi pubblicitari e dai guru del marketing. In realtà lo stile è quello denominato Gothic Lolita, in auge in Giappone e da lì diffuso nelle comunità manganoidi globali, influenzando infine anche le le eroine dei fumetti di produzione occidentale. L'emergere di una produzione fumettistica "for girls" e il suo successo, ha proposto negli ultimi anni fiere giovinette vestite con molta malizia e poco tessuto anche per le più piccole.
Il costume nella foto è solo uno della vasta collezione che fa girare la testa alle piccole americane ( si parla della fascia dagli 11 ai 14 anni, detta preteeen) e le scatole ai loro genitori, che di fronte al desiderio prepotente delle figlie per ora rispondono in massa con sonori no.
Non si limitano a quello le mamme americane, così tiene banco il dibattito tra quanti non vorrebbero vedere le loro figlie andare alla festa vestite da puttane e i difensori della libertà del mercato che invece dicono che tutto va bene fino a che l'economia gira e il fatturato aumenta. Per gli osservatori dei costumi nostrani non resta che prendere nota e vedere quanto ci metterà il fenomeno dei sexy-costumi per lolite impuberi a sbarcare da noi.
Dicono i giornali locali che l'autopsia di Aldo ha registrato: "traumi cerebrali, epatici e due costole rotte".
Fine dell'articolo; un accrocchio di "si dice, si mormora" per sostenere una colossale stronzata. Al Qaeda dietro gli incendi (e mica li rivendica) perchè lo ha detto un presunto terrorista a Guantanamo sotto tortura. In Altrenotizie
Questa che segue è invece la versione lunga, più "politica", dalla lista Neurogreen
I sindacati italiani non sono corrotti
Cosa si può pensare di un potente sindacato che accetta in colpo solo di ridurre da 78 a 27 dollari orari il costo del lavoro, di vedere tagliato di oltre un terzo il monte-pensioni versato dagli stessi lavoratori e di accordarsi con la parte imprenditoriale per mandare a casa il 78% di quelli pagati 78 dollari?
Che cosa direste se allo stesso tempo a quel sindacato fossero affidati i restanti due terzi del monte-pensioni, al fine di costituire una Fondazione per dare la pensione e l’assicurazione sanitaria a centinaia di migliaia di lavoratori?
Negli Stati Uniti molti dicono che si tratta di un sindacato corrotto, che in cambio della gestione di una massa enorme di denaro, che ne farà un gigante della previdenza privata, ha venduto le vite passate, presenti e future delle persone che doveva proteggere.
Succede negli Stati Uniti, dove GM e Chrysler hanno concluso un accordo anche peggiore, nei dettagli, di quanto riassunto sopra. La creazione della fondazione, gestita dal sindacato UAW (United Auto Workers) ha liberato le due grandi corporation dal peso della previdenza e dell’assistenza sanitaria che avevano garantito ai propri dipendenti (che se le erano comunque pagate con una parte della retribuzione). Una liberazione ottenuta conferendo alla fondazione (Trust) solo i due terzi di una montagna di soldi che apparteneva ai lavoratori. Nell’accordo c’è anche finito il licenziamento di quasi tutti i dipendenti con retribuzioni ancora decenti e il consenso a che siano sostituiti con altri che saranno pagati un terzo dell’attuale retribuzione.
Il destino del Trust sindacale è già segnato, gli esempi passati raccontano che le VEBA (Voluntary Employee Beneficiary Association) affidate ai sindacati costano molto care ai dipendenti. Quelli di Detroit Diesel hanno visto fallire la propria nel 1993 e con questa svanire pensione e copertura sanitaria; Quelli di Caterpillar hanno dovuto triplicare i loro contributi per salvare l’avventura dei sindacalisti dal fallimento. Per effetto dell’accordo il costo dei dipendenti passati, presenti e futuri per GM diminuirà di botto in un solo anno del 20%; i dollari fino a qui accantonati dai lavoratori GM invece sono diminuti dalla sera alla mattina del 33%, gli stipendi dei nuovi assunti sono diminuiti del 66% rispetto a quelli di quanti saranno cacciati. Chi ci abbia guadagnato è evidente.
Un accordo incredibile, assolutamente dannoso per i lavoratori rappresentati, che cancella in un colpo solo i diritti, ma anche i crediti dei dipendenti verso le corporation. A santificare il furto hanno pure fatto un mezzo sciopero, il primo da decenni, dopo di che si sono seduti con la controparte e hanno firmato la spartizione delle spoglie dei lavoratori. Negli Stati Uniti lo sciopero ha destato sensazione, la truffa ai danni dei dipendenti nemmeno un po’, se ne è accorto solo chi ha visto Wall Street festeggiare. Purtroppo non sono solo cose da americani.
In Europa non va molto meglio, nella severa Germania ha destato scalpore sapere, qualche tempo fa, che i vertici dei sindacati dei metalmeccanici erano sollazzati dalla parte industriale con prostitute e regali; meno sensazione ha destato la loro collaborazione alla lenta erosione dei diritti dei lavoratori nella Germania riunificata. Pochi giorni fa è scoppiato uno scandalo anche in Francia, dove un’indagine ha scoperto che il MEDEF (la Confindustria francese) dispone di ingenti fondi neri che gli servono (tra l’altro) a corrompere i sindacalisti.
Il signor Gautier-Sauvagnac, presidente degli industriali metallurgici, si è dimesso dall’incarico dicendo di aver ereditato una serie di consuetudini radicate nel tempo, ha parlato chiaramente ai magistrati dell’impiego di quei fondi e si è chiamato fuori invocando il fatto che il malcostume fosse radicato e preesistente la sua gestione. I soldi servivano a “fluidificare” i rapporti con il sindacato, a dare posti di lavoro e cariche immeritate, pubblicità su bollettini sindacali e di seguito con la fantasia, sostenere associati in difficoltà, forse anche a “fluidificare” i politici.
Maryse Dumas (CGT) non ha commentato le dimissioni e nemmeno lo scandalo, dicendo che tradizionalmente il sindacato non commenta le vicende interne alle organizzazioni padronali. In Francia si discute della colpevolezza di Gautier-Sauvagnac e si sorvola su un quadro che vede sindacati e politici pesantemente sovvenzionati dalla parte industriale. Sovvenzioni che nel caso del MEDEF sono addirittura imponenti, se è vero che la giustizia francese ha scoperto fondi neri per seicento milioni di euro, milleduecento miliardi delle vecchie lire, non esattamente spiccioli.
Il bello è che Gautier-Sauvagnac ha continuato a frequentare i colloqui tra le parti sociali per conseguire la “modernizzazione” del mercato del lavoro tanto cara a Sarkozy ( a quel tavolo era presente come negoziatore per la confindustria francese) anche dopo l’imbarazzante rivelazione; ora farà altro. Probabilmente a quel tavolo, a decidere del destino dei lavoratori francesi, resteranno invece diverse persone “fluidificate” da Gautier-Sauvagnac e amici, ma questo in Francia non sembra preoccupare molti.
Ha del miracoloso che in Italia, paese con tassi di corruzione ben più elevati dei tre paesi citati in esempio, non si siano registrati casi di corruzione sindacale. Ancora più miracoloso se si osserva come i grandi sindacati italiani abbiano svenduto i diritti dei loro assistiti in misura anche maggiore dei colleghi tedeschi e francesi. Negli ultimi venti anni i sindacati hanno firmato solo documenti che hanno peggiorato la condizione di lavoratori e pensionati, o che hanno legalizzato forme di sfruttamento una volta guardate con orrore. Se i sindacati e i sindacalisti italiani non sono corrotti, vuol dire che non sono capaci, che non hanno voglia di lottare, o che si fanno prendere in giro da gente che molto più preparata.
Il sindacato italiano ha arretrato la sua linea di difesa dei lavoratori fino alla pensione, ha regalato anche il TFR alla speculazione, a patto di entrare nel grande gioco finanziario come l’UAW americana, ma ai sindacati italiani non è andata altrettanto bene; la grande maggioranza dei dipendenti non ha conferito il TFR alla tutela dei fondi parasindacali. Difende ormai solo le pensioni e i diritti residui di quelli che ormai sono chiamati con invidia i “garantiti”, i quali si vergognano e si sentono in colpa di fronte ai figli precari. Poveri contro poveri. Lo stipendio medio del lavoratore “garantito” garantisce solo una vita di stenti.
Non è un caso che per il sindacato italiano uno dei pilastri della politica necessaria a rimediare la precarizzazione, sia da individuare nella certezza di una pensione per i precari, per quanto misera possa essere. L’altro è l’ossessione spasmodica per ottenere dalla controparte padronale dei posti di lavoro, non importa a quali condizioni, non importa quanto mal retribuiti. Questo mentre allo stesso tempo trattano l’accompagnamento verso il nulla di milioni di lavoratori da sostituire con altri lavoratori più sfruttabili . I nostri sindacalisti non hanno voglia di spiegare con cosa camperanno precari e garantiti fino alla pensione, potendo contare solo su retribuzioni da fame. E non hanno nemmeno voglia di spiegare come abbiano potuto acconsentire alla demolizione delle conquiste del movimento dei lavoratori, costate sangue e repressioni durissime: Non ne hanno voglia e non glielo chiede nessuno, non devono rendere conto a nessuno.
La cifra dei nostri sindacalisti è nella loro ricetta per il paese: bisogna lavorare di più, far crescere le imprese che poi pagheranno di più, forse, e saranno vacche grasse per i lavoratori. Sono venti anni che raccontano questa favola, le imprese hanno già guadagnato cifre immense e i dipendenti guadagnano sempre di meno; nell’era Berlusconi le imprese hanno anche potuto godere della fiesta della fiscalità, nemmeno un’unghia di quelle vacche grasse è finita nelle tasche dei dipendenti.
I leader dei sindacati italiani hanno dato diritti e soldi dei lavoratori alla controparte imprenditoriale, ottenendo in cambio promesse e inviti nei luoghi dove si conta e si decide. Uno dei profeti del liberismo lo ha ripetuto anche pochi giorni fa: “La sinistra abbracciando il liberismo avrebbe accesso alla classe dirigente globalizzata”, mentre cercava di tentare i rimasugli della sinistra italiana. Gran parte del personale politico della sinistra ha già trovato albergo nella capace casa padronale, una migrazione cominciata con il collasso della casa comunista e terminata da (im)prenditori tra gli imprenditori
Non sarà corruzione venale, ma lo è sicuramente dal punto di vista morale, essendo chiaro il tradimento degli interessi dei rappresentati; i non-corrotti sindacati italiani hanno difeso i propri assistiti peggio dei corrotti colleghi francesi e tedeschi, trasfigurando completamente il senso del loro mandato e della stessa funzione sindacale. Il rimedio -non- risiede certamente nell’indebolimento della funzione sindacale, ma sta nelle mani dei lavoratori, che hanno la responsabilità di resuscitare la dimensione di protezione sociale e rivendicativa del sindacato, cominciando con il pensionare l’attuale dirigenza ormai compromessa.
Padre Pio è un idolo di stoppa, ma anche "un immenso inganno ", almeno nelle considerazioni di Papa Giovanni XXIII (aka "il Papa Buono"), il quale ha lasciato notazioni poco lusinghiere sul conto del fenomeno di Pietralcina. Il santo non si sarebbe fatto mancare niente, nemmeno i sollazzi sessuali, scrive il Papa: «L’accaduto—cioè la scoperta per mezzo di filmine, si vera sunt quae referentur, dei suoi rapporti intimi e scorretti con le femmine che costituiscono la sua guardia pretoriana sin qui infrangibile intorno alla sua persona— fa pensare ad un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente...". Lo racconta un articolo di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera di oggi, facendo la recensione del libro di Sergio Luzzato " Padre Pio. Miracoli e Politica nell'Italia del '900".
Secondo Cazzullo queste ed altre frasi, "se lette con animo condizionato dal pregiudizio, possono indurre a giudicarla come una demolizione definitiva della figura del santo, o come un'invettiva laicista contro un fenomeno devozionale duraturo e interclassista", ma Cazzullo dice che si tratta di due letture sbagliate (senza spiegare il perchè), visto che il giudizio di Luzzato sul santo dei dubbi miracoli non è sommariamente liquidatorio.
Lasciando Cazzullo al suo impossibile tentativo di difesa e Luzzato al suo giudizio, viene da chiedersi quale lettura proporre invece della figura di un prete che il Papa Buono considerava un ciarlatano e che ha dato vito a fenomeni di idolatria e monetizzazione della fede che hanno ben pochi paragoni nell'italica storia. Padre Pio non solo è straordinariamente simile a figure clericali carismatiche del nostro tempo, impegnate a "costruire" piccoli imperi di devozione e al contempo accusati (prove alla mano) di nefandezze che ben poco hanno a vedere con la santità, ma è anche e soprattutto idolatria, sfruttamento dell'ingenuità dei fedeli al fine di costruire grossi affari. Le storie di Padre Fedele, di Don Gelmini e dei loro emuli, miracoli a parte, sono straordinariamente simili a quella di Padre Pio come descritto da Giovanni XXIII, anche nelle supposte intemperanze sessuali.
Sarebbe invece proprio il momento, non solo per la chiesa cattolica, ma soprattutto per la chiesa cattolica, di cominciare a demolire il culto del santo di Pietralcina, cominciando dalla demolizione della Disneyland di San Giovanni Rotondo e delle varie attività a scopo di lucro che sfruttano la figura del santo. La chiesa cattolica potrà radicalizzare e fidelizzare qualche milione di allocchi che rincorrono il salvifico miracolo correndo da Pietralcina a Lourdes, ma il culto del santo è quanto di più lontano ci possa essere dalla dottrina cattolica; idiosincrasia che prima o poi porterà grossi inconvenienti alla chiesa di Roma.
L'introduzione del culto dei santi è stato sicuramente un errore per la chiesa cattolica; un'invenzione assoluta, visto che nel Vecchio e nel Nuovo Testamento non si parlava certo di adorare alcuni esseri umani al di sopra di Dio stesso, ma un'invenzione che è servita a rendere pittoresco e personalizzabile l'esercizio della devozione, accontentando così esigenze locali e individuali a dispetto dell'unitarietà teologica. Padre Pio è l'ennesimo sedicente santo/profeta (poco importa se in buona o cattiva fede, se in sanità mentale o vittima di turbe) che ottenuto un seguito di devoti, ne abusa giungendo a comportamenti che ben poco hanno di santo.
Se Giovanni XXIII si consolava scrivendo: «Motivo di tranquillità spirituale per me, e grazia e privilegio inestimabile è il sentirmi personalmente puro da questa contaminazione che da ben 40 anni circa ha intaccato centinaia di migliaia di anime istupidite e sconvolte in proporzioni inverosimili», ancora oggi migliaia di anime sono istupidite con il placet del Vaticano. Giovanni Paolo II ha colto il potenziale comunicativo della figura di Padre Pio, ma nell'elevarlo a santo ha probabilmente sorvolato con troppa leggerezza sulla vita reale dell'uomo, molto poco Pio. Può essere anche che Giovanni Paolo II non sia stato informato completamente sulle mirabolanti gesta del santo di Pietralcina, ma non si può pensare che i trascorsi di Padre Pio fossero ignoti alle gerarchie vaticane.
In questi differenti atteggiamenti papali verso Padre Pio, Luzzato vede "la dimostrazione dell'importanza di Padre Pio nella storia religiosa del Novecento". Come ogni innamorato di una tesi da dimostrare Luzzato si lascia scorrere sotto gli occhi la realtà, che è quella di una figura più che negativa e si rifiuta di parlare di Padre Pio come essere umano, preferendo mantenere il discorso a livello di analisi del fenomeno religioso che ha incarnato.
Poco importa a Luzzato se il quadro che emerge dalla sua ricerca sia quello di un personaggio ambiguo, promosso e pubblicizzato dal fascismo (dice Cazzullo che: Luzzatto dedica pagine che faranno discutere al «patto non scritto» con Caradonna, il ras di Foggia; ed è un fatto che le prime due biografie di Padre Pio sono pubblicate dalla casa editrice ufficiale del partito, la stessa che stampa i discorsi del Duce) prima che dalla sua stessa chiesa; poco importa che le cialtronate a mescolare stimmate miracolose e sesso con la perpetua ( le "filmine", prova regina), o meglio il sesso con l'harem di premurose fedeli adoranti siano lì sotto gli occhi di tutti, accanto alle righe che ne vorrebbero sminuire il significato per volare più in altro con il discorso.
Non è un gran problema, non saranno certo Luzzato o il Corriere ad andare allo scontro frontale con questi fenomeni di superstizione medioevale, non saranno certo i media a mettere all'indice il culto dei santi, l'adorazione delle reliquie, delle ossa e dei teschi di martiri e protomartiri della fede. Solo un’evoluzione culturale all’interno della chiesa cattolica potrà rimuovere questo genere di idolatria politeista che ha sostituito agli dei, i santi e le loro gesta. Un’evoluzione che per ora può dirsi ben lontana, visto che il Papa contemporaneo è un fior di reazionario; un’evoluzione mancata che ci costringerà ancora a lungo all’osservazione di folle di nostri simili prostrarsi nell’adorazione di idoli di stoppa.
Processo g8, comunicato Supporto Legale
[Comunicato Stampa] Processo ai 25: Due secoli e mezzo di carcere
224 anni e mezzo di carcere sono le richieste dei PM nei confronti dei
manifestanti sotto processo per i fatti legati al G8 del 2001 a Genova.
"Vogliamo pene severe ma non esemplari": questa la frase clou rivolta al
collegio giudicante. Una lezioncina in puro stile Canepa-Canciani anche
ai giudici. E come se non bastasse anche un po' di morale gratuita per
finire sui giornali ricordando che "vorrebbero" pene severe anche per le
forze dell'ordine imputate per l'irruzione alla Diaz e per le torture a
Bolzaneto.Chissà perché però le loro energie si concentrano dal 2001 in
avanti, solo ed esclusivamente contro i manifestanti?
Chissà come i pm hanno deciso di analizzare i fatti, senza considerarli
nella loro interezza: senza considerare la militarizzazione della città,
l'utilizzo di reparti speciali (oltre al ben noto e famigerato Tuscania), l'uso di spranghe al posto dei manganelli, la completa incapacità a gestire i manifestanti da parte delle forze dell'ordine giunti in piazza solo “per menare i rossi”. Niente, per i pm non conta niente ciò che ci fu prima e dopo quelle giornate.
Tutti devastatori e saccheggiatori.
Conta solo l'ottusa accusa nei confronti di chi scelse di opporsi alla
sopraffazione dell'azienda mondo.
I pm inoltre, in un impeto di moralismo, paragonano i fatti di strada al
massacro della Diaz, senza ricordare che alla Diaz i poliziotti sono
imputati solo per lesioni, falso e calunnia e non per il massacro che fu
realizzato, oltre a fornire alle difese dei poliziotti imputati,
straordinari assist.
Due secoli di carcere che ululano alla storia, che chiedono un posto nei
libri, il proprio nome a fianco di un evento epocale come fu Genova
2001, ma la storia siamo noi, non voi.
Copio e incollo con piacere l'estratto di un articolo de Il Giornale, che racconta come la giustizia italiana sia ancora convinta che i nostri quattro eroi in Iraq abbiano commesso una manata di reati.
Non è dato sapere come abbia preso la notizia Veltroni, che aveva proposto di intitolare una strada al Quattrocchi di "come muore un italiano". A distanza di tempo tutti quelli che hanno insultato chi aveva definito i quattro ortaggi italiani usando il termine -mercenari-, preferiscono far finta di nulla e ignorare la pesante conferma che arriva dal tribunale di Bari.
Legioni di ferocissimi si erano lanciate su chi riteneva le imprese dei quattro più degne del destino dei furbetti del quartierino che delle pagine sull'eroismo nazionale; spandendo insulti e alte grida offese. Sembrava che a sostenere la tesi potessero essere solo persone animate dall'odio e dall'ideologia. La cronaca ci conferma che tale interpretazione ha invece cittadinanza proprio nelle leggi italiane, condannando non solo i quattro mercenari, ma anche tutti i loro ipocriti difensori per onor di patria, alla vergogna.
«Ingaggiarono mercenari»: processo per Stefio e Spinelli
di Fausto Biloslavo
«Mercenari al soldo dello straniero»: questa in soldoni l’accusa della procura di Bari sul reclutamento delle guardie private italiane, che nel 2004 partirono per l’Irak e anziché trovare un ingaggio furono rapiti dai tagliagole iracheni. Tra questi Fabrizio Quattrocchi, freddato con un colpo alla nuca dai terroristi, e che prima del colpo di grazia pronunciò la famosa frase: «Vi faccio vedere come muore un italiano».
Dopo due anni di indagini le conclusioni della procura di Bari, come rivela L’Espresso, contestano il reato dell’ingaggio di mercenari. Sotto accusa Salvatore Stefio, uno degli ostaggi, che dal 12 aprile 2004 rimase per 56 giorni nelle mani dei sequestratori, e Giampiero Spinelli. L’ipotesi di reato è che «avevano proceduto all’arruolamento nel territorio dello Stato italiano e senza l’approvazione del governo (di quattro guardie private, ndr), affinché militassero in territorio iracheno in favore di forze armate straniere (anglo-americane, per la precisione), in concerto e in cooperazione con le medesime, in contrapposizione a gruppi armati stranieri». I due sono accusati per l’arruolamento di Maurizio Agliana, Umberto Cupertino, Fabrizio Quattrocchi, poi catturati assieme a Stefio, e di Dridi Forese, un ex alpino che non prese parte alla spedizione.
La procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio di Stefio e Spinelli per «arruolamenti o armamenti non autorizzati a servizio di uno Stato estero» , secondo l’articolo 288 del codice penale. Il procuratore aggiunto, Giovanni Colangelo, contesta ai due di avere utilizzato la Presidium Corporation, una società con sede nelle Seychelles, ma che sarebbe riconducibile a Stefio, per mandare in Irak i tre italiani cadute in un’imboscata.
L’inchiesta Hutton assolse il governo da ogni responsabilità, ma l’emergere a posteriori di queste incongruenze mina seriamente la credibilità di quelle indagini. Un portavoce della polizia di Thames Valley ha dichiarato che “ …è stato confermato che non c’erano impronte sul coltello. Questo tuttavia non muta la spiegazione ufficiale della sua morte”. Solo tre giorni addietro la polizia britannica è finita sotto accusa per aver taroccato malamente una foto di Jean Charles de Menezes, il brasiliano ucciso per errore dalla polizia nella metro di Londra, al fine di dimostrare come fosse somigliante ad un terrorista ricercato. La polizia sta subendo un processo per l’evidente responsabilità nella morte di un innocente. Non si sono ancora sopite quelle polemiche, con il giudice che ha messo la polizia sotto accusa anche per il falso, che un’altra ombra si staglia sulla correttezza della polizia britannica.Come Vice Presidente del Partito Pirata, sono costretto a chiedere ancora una volta la vostra collaborazione per impedire che ci venga tolto ancora un'altro pezzo di democrazia e di libertà. Questa volta è a rischio niente meno che il diritto di esprimere la propria opinione attraverso il web ed i blog, così come sarebbe previsto dall'articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana.
Col favore delle tenebre. No, anzi... delle ferie
In pieno Agosto 2007, mentre l'intero paese era in vacanza, il solerte Ricardo Franco Levi, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha presentato un progetto di legge chiaramente concepito con il solo scopo di mettere la museruola a tutti coloro che intendono far sentire la voce della Società Civile attraverso il World Wide Web. La settimana scorsa, nel più assoluto silenzio, questo progetto di legge liberticida ha ottenuto l'approvazione del Consiglio dei Ministri, guidato da Romano Prodi. Ecco come ne ha dato la notizia Repubblica:
ROMA - Consiglio dei ministri del 12 ottobre: il governo approva e manda all'esame del Parlamento il testo che vuole cambiare le regole del gioco del mondo editoriale, per i giornali e anche per Internet. E' un disegno di legge complesso, 20 pagine, 35 articoli, che adesso comincia a seminare il panico in Rete. Chi ha un piccolo sito, perfino chi ha un blog personale vede all'orizzonte obblighi di registrazione, burocrazia, spese impreviste. Soprattutto teme sanzioni penali più forti in caso di diffamazione.
[Da Repubblica del 19 Ottobre 2007]
Scherzetto o balzello?
La prima, e la più grave, conseguenz, di questo scherzo di Halloween del nostro amato Governo è un aumento iperbolico dei costi e delle complessità burocratiche necessari per mantenere in vita un qualunque sito web, compreso un blog personale. In pratica, chiunque volesse pubblicare qualunque cosa (anche le ricette della nonna) su un blog gratuito (come Wordpress o Blogger) sarebbe comunque costretto a registrare la propria “testata giornalistica” presso il famigerato ROC (“Registro degli Operatori di Comunicazione”). Per chi non lo sapesse, il ROC è un database delle persone autorizzate dalla legge a parlare in pubblico, cioè qualcosa che esiste in due soli paesi al mondo: in Italia ed in Cina! Ecco come spiega quello che sta succedendo il quotidiano Repubblica:
“Articolo 6 del disegno di legge. C'è scritto che deve iscriversi al ROC, in uno speciale registro custodito dall'Autorità per le Comunicazioni, chiunque faccia "attività editoriale". L'Autorità non pretende soldi per l'iscrizione, ma l'operazione è faticosa e qualcuno tra i certificati necessari richiede il pagamento del bollo. Attività editoriale - continua il disegno di legge - significa inventare e distribuire un "prodotto editoriale" anche senza guadagnarci. E prodotto editoriale è tutto: è l'informazione, ma è anche qualcosa che "forma" o "intrattiene" il destinatario (articolo 2). I mezzi di diffusione di questo prodotto sono sullo stesso piano, Web incluso.”
[Da Repubblica del 19 Ottobre 2007]
Per legge, una “testata giornalistica” (come “Repubblica Online” o “Punto Informatico”) deve avere un suo Direttore Responsabile e deve essere pubblicata da una Società Editrice. Ovviamente, sia l'uno che l'altro vogliono essere pagati per il lavoro che svolgono e per le responsabilità (anche penali) che si accollano. Altrettanto ovviamente, nessun blogger sarà mai in grado di coprire questi costi. Di conseguenza, la stragrande maggioranza dei blog gestiti da italiani sono destinati a chiudere. Si noti che questo vale anche per i blog pubblicati in altre lingue e su altri mercati. Ciò che conta è infatti la residenza dell'autore.
Questo disegno di legge potrebbe quindi riuscire in qualcosa che nemmeno il giverno Cinese è mai riuscito a mettere in atto: la cancellazione dei blog dalla faccia del pianeta. Incredibilmente, potrebbe riuscire in questa opera senza nemmeno varare una legge che affermi esplicitamente che gestire un blog è illegale. Una azione come questa, infatti, susciterebbe un coro di proteste. Il nostro amato Governo potrebbe riuscire in questa impresa semplicemente innalzando i costi di gestione di un blog ad un livello inaccettabile per gli autori. Un modo molto più sottile e meno appariscente di mettere in atto una delle più odiose forme di censura che si possano concepire.
Il porto d'armi per il Blog
Ma questo è solo uno degli effetti di questo progetto di legge. L'altro è che trasformando i blog in testate giornalistiche si trasformano i blogger in giornalisti de facto ed i loro reati da semplici maracechelle in reati penali di notevole peso. In particolare, il reato di diffamazione commesso da un blogger non sarebbe più “diffamazione semplice” ma “diffamazione a mezzo stampa”. La differenza in termini di anni di galera e di euro di danni da pagare al diffamato è notevole.
In buona sostanza, chiunque volesse ancora dire la sua attraverso un blog dovrebbe agire con la stessa cautela di chi decide di portare un'arma sulla persona.
Le rassicurazioni di Mangiafuoco
Naturalmente, a fronte di un testo di questa gravità, steso nero su bianco, il Sottosegretario Levi sta spendendo una grande quantità di parole (vibrazioni dell'aria tra due persone) per rassicurare i blogger che “No, assolutamente! Non è nostra intenzione chiudere la bocca alla Società Civile ed ai dissidenti”. Ecco come riporta le rassicurazioni del sottosegretario il solito quotidiano “La Repubblica”:
Ricardo Franco Levi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e padre della riforma, sdrammatizza: "Lo spirito del nostro progetto non è certo questo. Non abbiamo interesse a toccare i siti amatoriali o i blog personali, non sarebbe praticabile".
“Testo della Proposta di Legge del 3 Agosto 2007” sul sito del Governo.
“Il Governo riforma l'editoria. Allarme in Rete.” a epubblica Online.
“Il Governo vara la Internet Tax.” a Punto Informatico.
“La nuova legge sull'editoria del Governo obbligherà tutti i blog e i siti a diventare testate giornalistiche”a Civile.it.
Ovviamente è già scattata la PETIZIONE che tutt* sono invitat* a firmare di corsa
Cristiani antisemiti? Ce ne sono un sacco, ma semplicemente perché tutti i fanatismi religiosi sono fondati sulla presunzione di “verità” incarnata nelle proprie credenze, un fenomeno comune a tutte le religioni. Esempi perfettamente sovrapponibili sono evidenti anche in diverse manifestazioni dell’ebraismo e dell’Islam, giusto per restare ai tre monoteismi di origine biblica; i fanatici sono un cancro da sempre, la religione è brodo culturale sufficiente a nutrire ogni genere di credenze, anche le meno condivisibili universalmente.
Il cristiano credente e un po’ fanatico è lo zoccolo duro del partito repubblicano americano ed è anche la stampella che si è mobilitata a sostegno di Bush portandolo a due vittorie alle presidenziali. Questa tipologia di americano non è numerosissima, comprende dal 10 al 15% della popolazione statunitense, ma per la particolare conformazione del processo elettorale risulta ben più pesante di quanto possa apparire dal crudo dato numerico. Il cristiano americano vota e vota quello che gli dice il suo padre spirituale. In questo caso parliamo di show-man che hanno fatto della predicazione un’avventura commerciale. Si parla di Church-corporations, chiese che macinano fedeli arruolando marketing, effetti speciali, figuranti miracolati e raccogliendo cifre enormi dai devoti.
Fedeli che sono convinti che essere cristiano sia decisamente essere qualcosa di più e di meglio degli altri. Su questi presupposti la lotta al feroce Saladino di Baghdad è assolutamente coerente, tanto più quando l’invasione delle terre di Adamo ed Eva viene vestita da crociata salvifica; i buoni cristiani vanno a convertire i barbari adoratori di Maometto animati da un nobile scopo: salvarli. Si parlava di portare la democrazia in Iraq, ma qualcuno aveva in mente qualcosa di più; con i primi soldati americani entrarono in Iraq i predicatori cristiani del Reverendo Moon, vere teste di cuoio dell’evangelizzazione. Anche in Afghanistan il “dispositivo” ha visto all’opera i poveri cristiani coreani, alla fine anche lì hanno pagato la colpa di non avere colpa.
I missionari coreani sono l’equivalente asiatico dei buoni cristiani americani e se muoiono non scatenano dibattiti negli States. I coreani mandano un sacco di gente che va in giro a distribuire regali, sorrisi e bibbie. Gente in assoluta buona fede perché ciecamente credente nel leader spirituale di riferimento. Quelli in Iraq si presentavano con l’acqua agli iracheni che ne erano stati privati dalle bombe americane, porgendo insieme all’acqua la Bibbia. In genere questo tipo di culto è sviluppato attorno alla lettura della Bibbia, dalla quale si traggono “verità” e modelli di vita dagli standard mediamente medioevali. Dal modello maschilista di famiglia, fino all’amore per l’esercizio della violenza per mondare il mondo dai peccati e dai nemici dei buoni cristiani, perché sembra che in tutto il mondo, tutti, non facciano altro che ordire minacce ai buoni cristiani.
Sostituite ai buoni cristiani i buoni musulmani o i buoni ebrei ed il risultato non cambia di una virgola. I buoni musulmani sono minacciati, si devono difendere; i buoni ebrei dicono esattamente lo stesso. Per difendersi abbracciano tutti una particolare concezione di “difesa attiva” che consiste nel portare la guerra per stroncare la minaccia. La minaccia però è eterna e, lo sappiamo tutti e da tempo è chiaro che, la guerra non è un mezzo per ottenere la pace.
Gli estremisti musulmani sono al potere in alcuni paesi, quelli ebraici solo in Israele, quelli cristiani sono molto influenti nei paesi occidentali. Dopo l’assassinio di Rabin, Israele ha abbracciato una politica di erosione dei palestinesi e politiche apertamente di destra con grandi concessioni ai fanatismi religiosi. Naturale quindi l’alleanza con i cristiani fanatici nel confronto con il feroce Saladino e gli altri infedeli. Gli Stati Uniti e Israele si sono mossi in perfetta sintonia fin dall’avvento alla presidenza di Bush, dopo l’11 settembre l’identità di vedute tra i fanatici cristiani ( più teocon che neocon) è stata adamantina.
L’abbraccio dell’amministrazione Bush rischia però di rivelarsi però velenoso per Israele come lo è stato per tutti gli alleati della poco simpatica banda di folli. La fallimentare invasione del Libano, l’aver adottato Abu Mazen fino al punto di armarlo contro Hamas, il bombardamento-farsa in Siria e quello a lungo minacciato dell’Iran sono bazzecole in confronto al vero prezzo di quelle scelte politiche che sembra delinearsi all’orizzonte.
Il fallimento dell’invasione irachena e delle guerre di Bush è evidente a chiunque, i suoi costi astronomici. Tutto il resto negli USA, se possibile, va peggio. Se si esclude il possedere l’esercito più potente del sistema solare, gli Stati Uniti non stanno bene e gran parte degli americani sta anche peggio. L’autocritica non è esattamente l’esercizio preferito dai fanatici e di fronte ad un fallimento epocale l’unica opzione prevista è quella di dare la colpa ad altri. Ci hanno provato Bush ed altri, a dire che la colpa del fallimento in Iraq è degli iracheni, ma non ha fatto un grande effetto. Per i cristiani fanatici invece la soluzione è più alla portata, la colpa è di Israele e quindi degli ebrei in generale.
Piccoli e grandi segnali dicono che la sintonia tra i due fanatismi si stia incrinando pericolosamente, accuse ad Israele sono sempre più frequenti e proprio in questi giorni la Rice è piombata sul debole governo Olmert pretendendo la costituzione di uno stato palestinese, subito. Un libro sulla discutissima lobby israeliana (aka ebraica) ha aperto la discussione, anche se le sue conclusioni indicavano un uso strumentale di Israele da parte degli Stati Uniti e non viceversa. Non ha dovuto passare molto tempo perché la barriera del razzismo antisemita fosse sorpassata.
Niente di strano, sono ormai anni che discorsi apertamente razzisti verso gli islamici vengono diffusi apertamente, per parte cristiana e per parte ebraica. Un esempio perfetto lo fornisce Ann Coulter, una povera destroide fanatica e senza peli sulla lingua. Da molto tempo definisce gli islamici: "ragheads," "camel jockeys," "jihad monkeys e pensa che “Dovremmo invadere i loro paesi, uccidere i loro leader e convertirli al cristianesimo”, vende milioni di libri, fa televisione, ha spazio sulla stampa ed è un’eroina dei conservatori cristiani e dei comici perché non è poi così sveglia. Ann Coulter è un fenomeno perché a lei sembra permesso dire di tutto e lo fa. Apertamente antifemminista: “sarebbe un paese molto migliore se le donne non avessero avuto il voto”, dice cose che se fossero dette da un uomo rischierebbe la prigione.
“Magari parlassero così i vescovi cattolici!” questo il commento di un noto esponente del fanatismo cattolico italiano in un articolo sulla Coulter.
OxyContin è medicinaleLa settimana scorsa la Coulter ha detto papale papale che i cristiani come lei vogliono perfezionare gli ebrei, che sono rimasti indietro al vecchio testamento; non è esattamente antisemitismo, perché la Coulter non discrimina affatto; i buoni cristiani come lei vorrebbero perfezionare e convertire tutti. Ne è la prova la diffusione delle missioni evangeliche, che ormai sono ovunque e spesso in forze, con impatti tremendi e scontri violenti con le culture locali. Africa, America Latina ed Asia hanno già pagato e pagheranno un prezzo pesante per questa “evangelizzazione” di successo.
Ovviamente gli ebrei fanatici sono partiti in tromba gridando all’antisemitismo, perdendo l’occasione di cogliere il senso delle cose. In realtà se Ann Coulter e quelli come lei fossero solo antisemiti sarebbe meglio anche per Israele e per l’ebraismo, il problema è di dimensioni più preoccupanti, perché questo genere di fanatismo cristiano è di natura suprematista. Non molto diverso da quello che ha animato tutti i nazionalismi ed i razzismi visti all’opera fino ad oggi e non tanto imprevedibile in un paese che fino a quaranta anni fa praticava l’apartheid.
Quando frasi ed espressioni ben più hard venivano dirette esclusivamente contro i musulmani, il fanatismo ebraico ha soffiato sul fuoco; come nei più banali racconti edificanti ora anche l’ebraismo estremista comincia a capire quanto sia pericoloso giocare con certi fuochi. Aperte espressioni razziste verso i musulmani sono state pronunciate da fanatici ebraici e cristiani congiuntamente negli ultimi anni; la stupidità umana non ha confini e solo questo folle soffiare sul razzismo da parte di una stirpe di perseguitati dovrebbe sfatare il mito della sopraffina e maligna intelligenza collettiva ebraica. I fanatici sono tutti un po’ ottusi, nelle loro mani i complessi libri sacri diventano simili a bombe ad orologeria. Per questi bei tomi era antisemita anche la critica all’oppressione dei palestinesi e al rifiuto di concedere loro la pace, hanno coniato addirittura il termine: antisemita di sinistra; ad indicare chiunque fosse critico con la politica israeliana senza indossare una svastica. Israele bombardava e uccideva bambini? Antisemita! Israele costruisce un muro illegale che imprigiona i palestinesi? Antisemita! Critiche che non avevano proprio nulla di razzista, ma i fessi preferivano relazionarsi con rottami di destra come Gianfranco Fini e i turbo-predicatori americani, fino a che questi, ipocritamente, rendevano omaggio alle comunità ebraiche. A qualsiasi critica la risposta era (e sempre essere ancora) solo una: Antisemita! Una paurosa svalutazione dell’Olocausto provocata dalla sua strumentalizzazione, un comportamento che ha offerto appigli proprio ai revisionismi e ai nazifascismi in cerca di rivincite o di smacchiare i curricula.
Quando Rush Limbaugh prendeva in giro un malato di Parkinson (non molto diversamente da Strorace che prende in giro la Montalcini), quando Michelle Malkin ha attaccato con furia un dodicenne, quando Bill O'Reilly ha aggredito il figlio di una vittima del 9/11 critico con la politica repubblicana, la sgradevole sensazione di essere all’ascolto di un barbaro nazifascista è inevitabile, ma non è nazifascismo, è estremismo religioso. Sono espressione di culture suprematiste e razziste in quanto tendenti all’affermazione con ogni mezzo della propria visione del mondo su quella dell’altro.
Se la Francia ha promesso di essere il nerbo della discussa forza di pace per il Darfur, che però sarà schierata in Ciad e Repubblica Centrafricana a protezione degli interessi petroliferi franco-americani, ci sono ancora alcune "criticità" che nelle parole dell'ONU devono essere risolte prima del dispiegamento delle forze sul terreno.
Solidarietà da Cesa e Casini, "stima" da Berlusconi, Cuffaro a dimettersi non ci pensa neppure, ma in fondo ha ragione, probabilmente dentro l'ARS siciliana è uno dei più puliti.
No, non è un pedofilo e la pedofilia non ha alcuna relazione con questo post. Il giovane sorridente ritratto nella foto si chiama Andrea D'Ambra ed appare sotto quel titolo a scopo didattico. Voglio convincerlo a togliere un post nel suo blog, nel quale ha pubblicato la foto di una bambina, di due altri bambini e di un paio di adulte sedute ad un bar, sotto il titolo: "Maddie?", seguito da questo breve testo: "Questa foto (cliccare sulla foto per ingrandire) è stata scattata in Place de la Republique a Porto Vecchio (Corsica) domenica scorsa (30 Settembre). La bambina sembra somigliare molto a Maddie, la piccola scomparsa in portogallo."Qua e là nel mondo si sono levate voci contro l'assegnazione del premio Nobel ad Al Gore e all'IPCC, che è l'organismo internazionale che da tempo monitora il cambiamento climatico.
Non poteva mancare tra le schiere di anti-ambientalisti neocon, la voce di qualche fessacchiotto nostrano.
Ecco allora Luca Volontè (UDC)che si lancia senza rete e dice: "E' follia allo stato puro, il Comitato ha subito certamente pressioni e sicuramente il giudizio non è sereno. La credibilità della stessa istituzione del Nobel, oggi ha ricevuto un colpo mortale. Un Nobel contro lo spirito del fondatore dei Nobel."
Sarebbe fatica sprecata scendere nel dettaglio e chiedersi cosa sappia mai Volontè dello spirito che animava Alfred Nobel quando decise di istituire il premio che porta il suo nome. Il buon Luca è uno di quelli che si presenta alle olimpiadi dei tonti gli fanno l'antidoping, solo uno messo male come lui può pensare di esprimere un giudizio del genere senza argomentarlo.
Dare dei pazzi a quelli dell'Accademia delle Scienze di Svezia e pensare di essere creduti sulla parola è una manifestazione tipica della stupida autoreferenzialità dei politici italiani; il quotidiano che riporta queste deliranti affermazioni (E-polis) non ha trovato nulla da eccepire e ha pubblicato senza commento la sua opinione a fronte di una di segno opposto di Pecoraro Scanio.
1 Department of Oncology, University Hospital, and Department of Natural Sciences, Örebro University, Örebro, Sweden
2 Department of Oncology, University Hospital, Örebro, Sweden
3 National Institute for Working Life, Umeå and Department of Natural Sciences, Örebro University, Örebro, Sweden
Correspondence to:
Correspondence to:
Prof. L Hardell
Department of Oncology, University Hospital, SE-701 85 Örebro, Sweden; lennart.hardell@orebroll.se
Aims: To investigate the association between the use of cellular or cordless telephones and the risk for brain tumours in different geographical areas, urban and rural.
Methods: Patients aged 20–80 years, living in the middle part of Sweden, and diagnosed between 1 January 1997 and 30 June 2000 were included. One control matched for sex and age in five year age groups was selected for each case. Use of different phone types was assessed by a questionnaire.
Results: The number of participating cases was 1429; there were 1470 controls. An effect of rural living was most pronounced for digital cellular telephones. Living in rural areas yielded an odds ratio (OR) of 1.4 (95% CI 0.98 to 2.0), increasing to 3.2 (95% CI 1.2 to 8.4) with >5 year latency time for digital phones. The corresponding ORs for living in urban areas were 0.9 (95% CI 0.8 to 1.2) and 0.9 (95% CI 0.6 to 1.4), respectively. This effect was most obvious for malignant brain tumours.
Conclusion: In future studies, place of residence should be considered in assessment of exposure to microwaves from cellular telephones, although the results in this study must be interpreted with caution due to low numbers in some of the calculations.Un attacco alla memoria collettiva, fatevi sentire
Supporto legale *
«La storia siamo noi» non è uno slogan. E' un approccio preciso: da un lato la storia sociale, dall'altro la storia del potere. Chi lo ha cantato in questi anni lo ha fatto con l'istinto di chi sa di aver vissuto un pezzo importante della storia, ufficiosa o ufficiale che sia.
E lo ha fatto pensando a Genova 2001. Con ogni mezzo necessario. Ma dal giorno in cui è iniziata la requisitoria dei pm Andrea Canciani e Anna Canepa (Md), la storia la scrive qualcun altro. E pare che le 300mila persone che hanno cantato quella canzone sei anni fa non si accorgano di nulla. In questi giorni la verve accusatoria attacca frontalmente la nostra memoria collettiva. I pm non si sono risparmiati: hanno biasimato le violenze delle forze dell'ordine, la gestione dell'ordine pubblico paragonato a una guerra tra bande, la partigianeria di testimoni inqualificabili come rappresentanti dello Stato. Hanno però voluto porre un limite alle accuse e a un processo che si deve occupare solo delle devastazioni dei manifestanti; tutto il resto non può essere usato davanti alla Corte.
Allora non si può parlare delle spranghe di ferro usate dai carabinieri nella carica di via Tolemaide, perché non hanno avuto alcun effetto diretto sulle devastazioni dei manifestanti; non si può parlare di via Alimonda, un fatto tragico ma già archiviato; non si può dubitare che le centinaia di lacrimogeni sparati sul lungomare non abbiano mai raggiunto il corteo, ma solo la piazza antistante lo schieramento di polizia; non si può non notare che in via Tolemaide ci siano stati solo 100 secondi di corpo a corpo e che, quindi, le cariche non siano state così violente; non si può non notare che, in fondo, il blindato abbia caricato ad alta velocità i manifestanti solo due o tre volte. Quindi, poco da lamentarsi.
In pratica, la rabbia di tutti noi in quei giorni per le sopraffazioni vigliacche che aggredivano chi non poteva difendersi, che esprimevano il monopolio più vecchio del mondo, quello dell'uso della forza pubblica, dobbiamo dimenticarla, perché conta poco, mentre si giustificano le forze dell'ordine e chi le comandava. Allora la carica di via Tolemaide si comprende bene. Cos'altro avrebbe dovuto fare la polizia? Allora quella di Placanica è legittima difesa, mentre quella di tutti coloro che si sono ribellati al G8 no. Forse anche i pm avrebbero dovuto essere in strada per capire cosa è stata Genova. «Non si può parlare della Diaz», affermano.
Contemporaneamente offrono agli avvocati degli alti gradi della polizia un assist, sotto forma di affermazioni non provate e dossier già noti, che non cambiano nulla, ma che risultano ampiamente suggestivi per i media. Condannano l'operato della polizia nella scuola, ma si dimenticano di ricordare che fu proprio la dott.ssa Canepa a essere «interpellata» quella notte dai dirigenti poi imputati per il massacro. Ai pm «non piacciono i cattivi maestri», ma forse dai loro «buoni maestri» dovrebbero apprendere anche che non si può pensare di giocare al gioco della politica senza sporcarsi le mani. 300mila persone - bianche, pink, black, disobbedienti, migranti, pacifisti, autonomi - lo hanno fatto sei anni fa, senza paura.
Se la storia siamo noi, se la memoria non è un souvenir da quattro soldi ma un prezioso ingranaggio collettivo, queste stesse persone dovrebbero correre a Genova e far sentire la propria voce in un processo che si è abituato a risolversi come una cosa «per i soli addetti ai lavori». «Addetti ai lavori» come i 25 imputati-capri espiatori sui quali si vorrebbero scaricare tutte le responsabilità di quello che fu Genova, la cui condanna sarebbe utilissima per chiudere i conti che tutti sono ansiosi da sempre di chiudere, o rimuovere. La storia non è una questione per addetti ai lavori di un'aula di tribunale. La storia siamo noi.
* Supporto Legale è una rete che segue i processi di Genova, Cosenza, Napoli e Milano.
da Nero