Quando avrete capito cos'è, potrete dare la risposta a Gianni Riotta che lo ha chiesto prima di lanciare su TV7 un'apologia degli OGM a base di sciocchezze già note come tali.
Dopo la domanda, il nostro eroe ha detto che solo gli ignoranti chiamano cibi-Frankestein i cibi OGM, giusto una decina di secondi dopo aver fatto la domanda sulla patata genetica.
Un servizio che magnifica le capacità della genetica e che parla di piante più resistenti ai parassiti e alle intemperie.
Peccato che invece si tratti di trapianti genici per rendere le piante resistenti agli insetticidi, almeno per quel che riguarda mais e grano, citati nel servizio.
Anche la palla che servirebbero a nutrire l'umanità è smentita dalle rese per ettaro note, confrontate a colture non-ogm.
Poi si torna in studio e Riotta intervista un professore, il professor Sala, che dice che lui consiglia ai suoi amici di dare più OGM possibili ai propri figli perchè gli OGM sono quelli più controllati. E questa è solo una delle sciocchezze che ha sparato.
Ovviamente Riotta non ha citato nemmeno di striscio la MAS (metodo che ormai ha soppiantato gli OGM nella selezione delle specie vegetali) e non ha citato una sola delle note conseguenze negative della diffusione di OGM presso i coltivatori (impoveriti) di tutto il mondo.
In chiusura la parola passa a Mario Capanna, che cita l'avversione quasi unanime degli italiani e chiede di non considerarli stupidi.
Poi Riotta chiede perchè la genetica non può essere usata per aiutare la tipicità dei cibi, vabbè...
Infine Riotta dice che la sinistra è sorda alla ricerca scientifica perchè è contraria agli OGM. Trucchetto da poco, Riotta fa l'equazione OGM = Scienza, ma il fatto che gli OGM siano prodotti da scienziati non vuole affatto dire che la comunità scientifica approvi la diffusione di OGM. A chi può giovare sostenere maldestramente quello che dice Riotta, se noN a quanti si illudevano di costruire monopoli sui cibi e ora ci stanno perdendo i miliardi di dollari che ci hanno investito?
A chiudere, ovviamente, "il giallo di Garlasco".
Mollo
Pessimo servizio pubblico
Rimediamo
Come per caso mi è giusto arrivata questa traduzione dal Globalresearch, dove si individua neglio OGM un business correlato a quello mortale dei biocarburanti.
L’Agenda Segreta dietro il Piano dell’Amministrazione Bush sui Bio-combustibili.
Approvvigionamenti di grano per uso alimentare: c’è l’impegno a bloccarli…
by F. William Engdahl
(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
Global Research, www.globalresearch.ca
25 luglio 2007
Che la tazza di Cornflakes della Kellogg sul tavolo della colazione, o la porzione di pasta o le tortillas di grano, o il formaggio o la carne siano destinati ad aumentare di prezzo nei prossimi mesi, questo è sicuro come il sole che sorge ad Oriente. Benvenuti, signore e signori, al nuovo shock mondiale per i prezzi degli alimentari, con tempismo destinato ad associarsi al nostro attuale shock mondiale per i prezzi del petrolio!
Curiosamente, la situazione è in modo inquietante simile per molti aspetti a quella dei primi anni Settanta (del secolo scorso), quando i prezzi, sia del petrolio che degli alimentari, esplosero per percentuali di varie centinaia, nell’arco di mesi. Questa esplosione dei prezzi a metà degli anni Settanta indusse il Presidente Nixon a chiedere al suo vecchio amico, Arthur Burns, allora Presidente della Federal Reserve (Fed), di trovare il modo di alterare i dati del PIL per distogliere l’attenzione dall’aumento dei prezzi. Allora, come risultato si ebbe la subitanea e banale pubblicazione di dati assurdi del PIL di “inflazione inerziale”, inflazione depurata dai dati relativi ai prodotti petroliferi ed alimentari. Stephen Roche era il giovane economista della Fed, a cui era stato assegnato da Burns il compito della manipolazione statistica.
L’autore di satira Americano di un tempo passato, Mark Twain, una volta così si espresse: “Acquistare terra: hanno smesso di farlo…”. Oggi possiamo dire quasi lo stesso rispetto al frumento e a tutti i cereali di questo mondo. Il mondo si trova nei mesi iniziali del più elevato aumento, a cui abbiamo assistito negli ultimi tre decenni, dei prezzi delle granaglie, di tutti i più importanti cereali, granturco, frumento, riso. Questi tre raccolti costituiscono quasi il 90% di tutti i cereali coltivati nel mondo.
Un piano assurdo, deliberato da Washington
Cosa sta producendo questo straordinario cambiamento? Qui le cose stanno prendendo una piega piacevolmente interessante. L’Amministrazione sta mettendo in atto importanti pressioni di pubbliche relazioni per convincere il mondo di essersi trasformata nel “miglior tutore dell’ambiente”. Il problema è che molti hanno creduto a questa pubblicità ingannevole. Il punto centrale del suo programma, annunciato in gennaio nel Messaggio sullo Stato dell’Unione, è definito come “20 in 10”, per la previsione di tagliare del 20% il consumo di carburanti negli USA entro il 2010. La motivazione ufficiale è quella di “ridurre la dipendenza dalle importazioni di petrolio”, con il contemporaneo taglio delle emissioni indesiderate dei “gas serra”. Questo non è il vero motivo, ma produce ottime relazioni pubbliche. Ripeti questo abbastanza spesso, e forse molte persone vi presteranno fede! Forse i cittadini non realizzeranno che anche i loro contributi fiscali per coltivare grano per produrre etanolo al posto di grano per alimentazione, stanno spingendo alle stelle il prezzo del loro pane quotidiano. Il cuore del progetto sta in una espansione senza limiti, sovvenzionata dai contribuenti, dell’uso del bio-etanolo come combustibile da trazione. Il piano del Presidente prevede la produzione di 35 miliardi di galloni, (circa 133 miliardi di litri), di etanolo all’anno, entro il 2017. Il Congresso aveva già dato mandato con l’Energy Policy Act, (Legge sulla Politica Energetica), del 2005 che l’etanolo da grano come combustibile, doveva aumentare dai 4 miliardi di galloni del 2006 ai 7,5 miliardi nel 2012. Per rendere sicuro che ciò accadrà, agricoltori e giganti del settore agro-industriale, come ADM (Admarcher Daniels Midland Company) o David Rockefeller, pretendono le generose sovvenzioni dei contribuenti per coltivare grano per combustibili, al posto di grano ad uso alimentare. Al presente, i produttori di etanolo prendono un contributo negli USA di 51 cents per ogni gallone di etanolo pagato per la mescola al miscelatore, di solito una compagnia petrolifera che mescola per la vendita l’alcool etilico con il componente petrolifero.
Come risultato dei magnifici sussidi del Governo USA per la produzione di carburanti da bio-etanolo, e del nuovo mandato legislativo, le compagnie USA per la raffinazione stanno investendo molto tempo nella costruzione di nuove particolari distillerie per etanolo, simili alle raffinerie di petrolio. Attualmente, il numero di queste distillerie in costruzione supera il numero complessivo di raffinerie di petrolio insediate negli USA in questi ultimi 25 anni. Quando verranno portate a termine nei prossimi 2-3 anni, la domanda di grano e di altri cereali per produrre etanolo per auto-trazione raddoppierà rispetto ai livelli presenti.
Ora veniamo al bio-etanolo USA. In marzo, Bush si era incontrato con il Presidente del Brasile per firmare un “Patto bilaterale per l’Etanolo” in favore di una cooperazione nella ricerca e nello sviluppo di tecnologie di “ultima generazione” sui bio-carburanti, come l’etanolo cellulosico dal legno, e per la cooperazione congiunta nello “stimolare” l’espansione dell’uso di bio-carburanti nei paesi in via di sviluppo, in particolar modo nell’America Centrale, e per creare un mercato secondo un cartello “del tipo OPEC per i bio-carburanti”, con norme che consentano la formazione e la regolazione di un mercato dell’alcool etilico nell’Emisfero Occidentale. In breve, l’uso mondiale di terreno agricolo per il bio-etanolo e per altri bio-carburanti, con la conseguente combustione di prodotti alimentari al posto della loro utilizzazione come cibo per uomini ed animali, viene discusso a Washington, in Brasile e in altri centri di rilevanza mondiale, compresa l’Unione Europea, come un fondamentale settore per un nuovo tipo di sviluppo.
Falsi argomenti “verdi”
I bio-carburanti — benzina o prodotti carburanti ottenuti da raffinazione di prodotti alimentari — vengono promossi attraverso un lancio pubblicitario sensazionalistico, come una soluzione al controverso problema del Riscaldamento Globale. Tralasciando le motivazioni falsamente scientifiche e gli interessi politici che stanno dietro l’improvviso lancio pubblicitario sui pericoli del riscaldamento globale, i bio-combustibili non offrono benefici nettamente positivi rispetto al petrolio, anche nelle più favorevoli condizioni. I loro sostenitori affermano che gli attuali bio-carburanti di prima generazione “limitano del 60% le emissioni di anidride carbonica”. Or bene, nel bel mezzo dell’aumento dei prezzi del petrolio a 75 dollari al barile (circa 159 litri di petrolio greggio), governi come quello del Brasile sono frenetici nella sostituzione di prodotti petroliferi di importazione con bio-carburanti di produzione locale. Attualmente, in Brasile il 70% di tutte le automobili è dotato di dispositivi “a carburante flessibile” idonei per passare da carburanti convenzionali a bio-carburanti puri al 100% o a qualche loro miscela. Inoltre, in Brasile la produzione di bio-carburanti è divenuta una delle industrie a rilevanti esportazioni.
I “verdi” reclamano i bio-carburanti e affermano che questi sono carburanti “propizi” e migliori di quelli tradizionali; al massimo palesano qualche incertezza, per non dire che si dimostrano disonesti. Facendo affidamento su chi conduce i test, l’etanolo ha effetti praticamente nulli rispetto alle emissioni dei gas di scarico generati dagli attuali modelli di automobili. L’etanolo non è proprio una sostanza che fa bene alla salute, come siamo indotti a pensare dalla propaganda industriale. Al contrario, sono significative le emissioni di molte sostanze tossiche come le aldeidi formica ed acetica, sospette neuro-tossine che sono state messe al bando come carcinogene in California.
Inoltre, è altamente corrosivo sulle condutture, sui punti di saldatura e sui sistemi di alimentazione delle automobili attuali o di altri macchinari che funzionano con i normali carburanti. Richiede speciali pompe per i gas, di nuova concezione. Tutte queste conversioni costano denaro.
Ma quello che boccia in via definitiva l’etanolo è che contiene il 30% in meno di energia per gallone rispetto al combustibile normale, che si traduce in una perdita di energia di almeno il 25% per gallone utilizzando miscela benzina-etanolo E-85% rispetto al normale combustibile. Nessun sostenitore dell’etanolo pone l’attenzione sull’enorme costo sociale che sta per abbattersi sulle tavole da pranzo degli Stati Uniti, d’Europa e del resto del mondo! I prezzi degli alimentari stanno esplodendo; i prezzi del granturco, della soia e di tutte le sementi dei cereali stanno andando alle stelle a causa dell’astronomica domanda, messa in azione dal Congresso, di granturco per bio-combustibili. Quest’anno, il MIT, il Massachusetts Institute of Technology, ha presentato un documento da cui si può dedurre che usare l’etanolo prodotto da cereali al posto dei carburanti tradizionali non porterà alcun vantaggio rispetto alle emissioni di gas serra, anzi potrebbe espandere l’uso dei combustibili fossili per un aumento della domanda di fertilizzanti e per irrigare le aree in allargamento per la coltivazione di cereali per etanolo. E secondo il MIT, “il consumo di gas naturale è pari al 66% dell’energia totale richiesta per la produzione dei cereali da etanolo,” e questo significa enormi nuove tensioni sui rifornimenti di gas naturale, quindi spingendo i prezzi sempre più in alto. L’idea che il mondo possa “abbandonare” la dipendenza dal petrolio in favore dei bio-carburanti è una mistificazione pubblicitaria, per condizionare l’opinione pubblica, che viene usata per imporre con l’inganno quello che sta avanzando in modo nebuloso, come una minaccia pericolosa agli approvvigionamenti alimentari del pianeta, vale a dire la creazione di granturco e cereali geneticamente modificati sotto brevetto.
Le aziende agricole USA diventano fabbriche per bio-carburanti
La principale preoccupazione negli USA, che si accompagna all’aumento dei prezzi dei cereali nel mondo negli ultimi due anni, e attualmente ad un pre-programmato continuo aumento a ritmi ben più alti, è la conversione di fatto delle aziende agricole USA in fabbriche di bio-carburanti. Nel 2006, fattorie dedicate alle coltivazioni per bio-carburanti sono aumentate del 48%. Nulla di questa terra è stata ripristinata per la coltivazione di messi ad uso alimentare. I sussidi fiscali per la produzione di etanolo combustibile rendono tutto questo troppo vantaggioso.
A partire dal 2001, negli USA la quantità di mais usata per produrre bio-etanolo è aumentata del 300%, tendenza in crescita negli anni a venire. Infatti, nel 2006 i raccolti di mais e di frumento destinati a bio-carburanti hanno uguagliato il tonnellaggio di cereali destinati all’esportazione. Si è valutato che nel 2007 la quantità di cereali per l’esportazione verrà superata di un pesante ammontare. Gli USA sono i primi nel mondo per esportazione di cereali, la maggior parte dei quali è destinata all’Europa e ad altri paesi come mangime per animali. Le tradizionali statistiche dell’USDA, Agenzia per lo Sviluppo negli Stati Uniti, sulle aree coltivate a cereali non sono più un utile strumento di valutazione dei prezzi degli alimentari, dato che tutta la quantità di acri disponibili sta per essere destinata ai bio-carburanti. La quantità disponibile per la produzione di cereali destinati all’alimentazione umana e animale è allo stato odierno in netta diminuzione.
Anche il Brasile e la Cina si stanno spostando dagli alimentari ai bio-carburanti per grandi estensioni di terra. Una conseguenza della rivoluzione dei bio-combustibili nel campo agricolo è che gli approvvigionamenti di cereali di riserva per le scorte mondiali si sono affossati nel corso degli ultimi sette anni. Le quantità delle scorte di tutti i cereali alla fine del 2006 si sono ridotte a 57 giorni di consumo, il più basso livello dal 1972. Genera poca meraviglia se i prezzi mondiali delle granaglie sono aumentati del 100% negli ultimi 12 mesi. E questo è solo l’inizio! Questa diminuzione delle riserve cerealicole, che costituiscono la misura della sicurezza alimentare in caso di siccità o di scarsità di raccolti, eventi sempre più in crescita negli ultimi anni, viene pre-programmata a continuare anche per il futuro, come possiamo ben vedere. Assumendo anche un modesto incremento della popolazione mondiale di circa 70 milioni di individui l’anno per i prossimi dieci anni, in particolar modo nel subcontinente Indiano ed in Africa, la stagnazione o addirittura la diminuzione nel tonnellaggio di granaglie per alimentazione, compreso il riso che è raccolto annualmente in quantità in aumento con destinazione bio-etanolo e altri bio-combustibili, risulta preoccupante e di fatto significa che abbiamo dato l’inizio alla più grande trasformazione dell’agricoltura nel mondo dai tempi della rivoluzione agroindustriale con l’introduzione dei fertilizzanti e delle coltivazioni meccanizzate dopo la Seconda Guerra Mondiale. La differenza è che questa attuale rivoluzione si basa sul sacrificio della produzione alimentare. Questo predispone programmi che fanno esplodere i prezzi dei cereali in tutto il mondo, con il conseguente aumento della povertà e della malnutrizione. E l’effetto sulla richiesta di importazioni di greggio risulterà minimo.
Il Prof. M.A. Altieri dell’Università di Berkeley valuta che, dedicando ai bio-carburanti tutto il coltivabile per la produzione odierna negli USA di soia e granturco, verrebbe coperto solo il fabbisogno del 12% di benzina e del 6% di gasolio. Egli sottolinea che, se una metà del raccolto di frumento dell’ultimo anno venisse utilizzato per bio-carburanti, coprirebbe le necessità di energia di appena un 3%. Ciononostante, il terreno agricolo viene convertito a velocità record. Nel 2006, più del 50% del granturco dello Iowa e del Sud Dakota è stato inviato alle raffinerie di etanolo. Gli agricoltori in tutto il Midwest (Stati centro-occidentali degli Stati Uniti), dopo anni senza speranza a causa della caduta continua dei prezzi dei cereali, per avere maggiori introiti stanno abbandonando la tradizionale rotazione delle colture in favore della coltivazione esclusiva di soia o granturco, con un drammatico impatto sull’erosione del terreno e la necessità aggiuntiva di pesticidi chimici. Negli USA, quasi il 41% di tutti gli erbicidi sono attualmente impegnati per il granturco. La Monsanto e gli altri produttori di erbicidi, vedi il glifosato Roundup, stanno evidentemente sogghignando in direzione delle banche!
Passo dopo passo verso i bio-combustibili nel mondo
Il patto Bush-Lula ha sicuramente dato l’inizio ad una corsa mondiale sempre più impetuosa verso la coltivazione di piante per bio-combustibili. Immense piantagioni di canna da zucchero, di palma per olio e di soia, i cui prodotti sono destinati alla raffinazione di bio-carburanti, stanno prendendo il posto di foreste e di pascoli in Brasile, Argentina, Colombia, Ecuador e Paraguay. Le coltivazioni di soia hanno attualmente causato la deforestazione di 21 milioni di ettari in Brasile e di 14 milioni di ettari in Argentina, e non se ne vede la fine, intanto che i prezzi delle granaglie nel mondo sono in crescita continua. La soia viene usata per la produzione di carburante bio-diesel.
La Cina, sempre più alla ricerca di fonti di energia, è un importante attore nella produzione di bio-combustibili, riducendo perfino i terreni destinati alle coltivazioni per prodotti alimentari. Nell’Unione Europea, la maggior parte del bio-diesel viene prodotto usando le piante della colza, un popolare alimento per il bestiame. Il risultato? I prezzi della carne in tutto il mondo stanno aumentando e tendono ad un continuo aumento, come possiamo ben constatare. L’Unione Europea ha come obiettivo di richiedere un contenuto in bio-carburanti minimo del 10%, una richiesta stolta, che toglierà di mezzo il 18% del terreno agricolo Europeo, per coltivare prodotti che verranno bruciati come bio-carburanti.
Anche molto del petrolio è destinato alla produzione di bio-combustibili. Il Prof. David Pimentel della Cornell University ed altri scienziati dichiarano che l’energia risultante prodotta dal carburante a base di bio-etanolo è inferiore all’energia da combustibili fossili usata per produrre l’etanolo stesso. Misurando tutti i fattori energetici messi in campo per la produzione dell’etanolo, dalla produzione di fertilizzanti azotati all’energia necessaria per il disinquinamento delle considerevoli scorie derivate dalle raffinerie di bio-carburanti, la ricerca di Pimintel ha dimostrato una perdita secca di energia del 22% da addebitarsi ai bio-combustibili: questi utilizzano più energia di quella che producono! Tutto ciò si traduce che la richiesta di greggio è scarsamente minacciata e in enormi profitti per gli abili giganti del petrolio, che si ricreano un nuovo profilo da produttori di “energia verde”.
Quindi, non fa meraviglia che ExxonMobil, Chevron e BP siano tutte interessate ai bio-combustibili. Lo scorso maggio, la BP ha annunciato la più grande donazione di sempre per Ricerca e Sviluppo ad una università, 500 milioni di dollari all’Università di Berkeley-California, per finanziare ricerche, imposte dalla BP, sulle fonti alternative di energia, inclusi i bio-carburanti. Il Programma sull’Energia e le Condizioni Climatiche Globali dell’Università di Stanford ha ricevuto dalla ExxonMobil 100 milioni di dollari; l’Università di Davis-California ha ricevuto dalla Chevron 25 milioni di dollari in favore del suo Gruppo di Ricerca sulle Bio-energie. L’Iniziativa per l’Attenuazione delle Emissioni di Anidride Carbonica della Università di Princeton riceve 15 milioni di dollari dalla BP. Lord Browne, l’ex malefico direttore generale della BP, nel 2006 dichiarava: “Il mondo ha bisogno di nuove tecnologie per conservare adeguatamente fonti di energia per il futuro. Noi riteniamo che le bio-scienze possano portare immensi benefici al settore energetico.”
Il mercato dei bio-carburanti, come pochi altri fino a questo momento, è in pieno sviluppo, e costituisce un paradiso per le compagnie industriali agro-alimentari mondiali, come la Cargill, ADM e Monsanto, Syngenta. Tutto questo, combinato con pesanti problemi climatici per questa stagione di raccolti in Cina, Australia, Ucraina e in parti estese dell’Unione Europea, assicura che i prezzi dei cereali subiranno ancor di più aumenti esplosivi nei prossimi mesi ed anni. Molti sono compiaciuti di registrare la fine dell’era del “cibo a buon mercato”. Con la dispersione delle scorte per la sicurezza alimentare e la scomparsa del terreno agricolo destinato alla coltivazione di granturco e cereali per alimentazione, la trasformazione in favore dei bio-combustibili avrà un massiccio impatto negativo globale sui prezzi negli anni a venire.
Un’altra agenda dietro l’Etanolo?
Ebbene, sì! Il teatrale abbraccio dei bio-carburanti da parte dell’Amministrazione Bush, a partire dal 2005, con tutta evidenza è stato l’elemento guida mondiale per l’innalzamento dei prezzi dei cereali e degli alimentari negli ultimi 18 mesi. L’evidenza indica che non si tratta di un incidente di percorso di una progettazione legislativa superficiale. Il Governo USA si era orientato alla ricerca e allo sviluppo di bio-carburanti fin dagli anni Settanta. Gli artefici del bio-etanolo eseguivano il loro incarico in modo da fornire sicurezze in merito. Diventa sempre più chiaro che la stessa gente che ci ha procurato l’inflazione del prezzo del petrolio ora deliberatamente sta creando di converso l’inflazione dei prezzi alimentari. Noi abbiamo avuto un aumento medio dei prezzi petroliferi quasi del 300% a partire dalla fine del 2000, quando George W. Bush e Dick “Halliburton” Cheney hanno reso il petrolio la preoccupazione centrale della politica estera Statunitense.
L’anno scorso, quando la produzione di bio-etanolo è diventata per la prima volta un determinante fattore di mercato, sulla piazza di Chicago i prezzi del grano sono aumentati di quasi il 130% in 14 mesi. Quando il Congresso e l’Amministrazione Bush nel 2005 esercitavano la loro pesante pressione in favore del bio-etanolo, si sapeva benissimo che le riserve mondiali di cereali stavano diminuendo a livelli allarmanti da diversi anni, visto che la domanda globale cresceva con la diffusione di un maggior benessere. E il consumo di carne in Cina era in continuo aumento. Come risultato della conversione documentata dei terreni per uso agricolo di Stati Uniti e Brasile alla produzione di grano e soia destinati a bio-carburanti, le riserve alimentari si stanno letteralmente esaurendo. La sicurezza alimentare globale, secondo dati della FAO, (l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura dell’ONU), si trova al livello più basso a partire dal 1972. Curiosamente, in quel periodo Henry Kissinger e l’Amministrazione Nixon avevano progettato, in combutta con Cargill e ADM — i più grossi finanziatori dell’imbroglio etanolo del giorno d’oggi — quella che venne definita come “La Grande Rapina del Grano”, la vendita di enormi quantità di grano USA all’Unione Sovietica in cambio della vendita record di petrolio Russo verso un Paese dell’Occidente. Come risultato, dal 1975 i prezzi del petrolio e del grano aumentarono di circa il 300-400%. (Ho trattato tutto questo in dettaglio nel mio lavoro: A Century of War: Anglo-American Oil Politics – Un secolo di Guerra: la politica petrolifera Anglo-Americana.)
Oggi, un nuovo elemento ha sostituito il crollo della produzione di raccolti e la conseguente richiesta di grano da parte dell’Unione Sovietica. La richiesta di bio-carburanti, alimentata dalle sovvenzioni del governo USA, sta letteralmente vincolando i prezzi alimentari ai prezzi petroliferi. Le dimensioni del consumo sovvenzionato di bio-carburanti sono esplose in maniera tanto vistosa dall’inizio del 2006, quando innanzitutto l’Energy Policy Act USA del 2005 ha cominciato a condizionare le decisioni sulle piante da coltivare, non solo negli USA, e di fatto ora sta emergendo la competizione per i medesimi cereali fra la gente e le automobili. Lester Brown di recente sottolineava: “Stiamo assistendo nel mercato globale alla competizione fra 800 milioni di automobili e due miliardi di persone, le più povere del mondo, per le stesse materie prime, per lo stesso grano. Attualmente ci troviamo in una nuova era economica dove petrolio ed alimenti sono beni di prima necessità intercambiabili, dato che noi possiamo trasformare grano, canna da zucchero, soia, ed altro ancora, in carburante per automobili. Di fatto, il prezzo del petrolio sta cominciando a condizionare il prezzo degli alimentari.”
A metà degli anni Settanta, il Segretario di Stato Henry Kissinger, un protetto della famiglia Rockefeller e delle sue istituzioni, dichiarava: “Controllate il petrolio e controllerete intere nazioni; controllate il cibo e controllerete i popoli.” Gli stessi personaggi, che hanno procurato al mondo la Guerra contro l’Iraq, la contesa globale per il controllo del petrolio, che hanno procurato a noi le sementi geneticamente modificate sotto brevetto, ed ora le sementi suicide Terminator, e che urlano contro “il problema della sovra-popolazione mondiale”, ora stanno sostenendo la conversione della produzione mondiale di granaglie per bruciarle come combustibili, nel momento in cui stanno diminuendo a vista d’occhio le riserve mondiali di cereali. Solamente questo dovrebbe indurre ad una pausa di riflessione.
F. William Engdahl è autore del libro di prossima pubblicazione, “Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation – I semi della distruzione, l’agenda segreta della manipolazione genetica”, Global Research Publishing, e autore de “ A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order – Un secolo di Guerra: la politica petrolifera Anglo-Americana”, Pluto Press.
Engdahl può essere contattato presso il suo sito web, www.engdahl.oilgeopolitics.net.
F. William Engdahl collabora abitualmente con Global Research. Per consultare i suoi articoli, vedi Global Research Articles by F. William Engdahl
© Copyright F. William Engdahl, Global Research, 2007
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Abdullah Gul è il nuovo presidente della repubblica turca. La sua elezione è stata salutata con favore dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, ma rimane discussa in patria. Gul doveva diventare presidente già la primavera scorsa, ma l’insorgere dei nazionalisti contro un candidato troppo “islamico” per essere accettato dai nazionalisti dette vita prima ad una dura opposizione parlamentare e infine ad un pronunciamento bellicoso da parte della casta militare. Gul non incarna certo la figura del musulmano estremista e fanatico, è stato a lungo ministro degli esteri negli anni scorsi, durante i quali non ha minimamente creato motivi di attrito con i principali partner della Turchia e nemmeno con gli USA impegnati nella War on Terror. Stante la feroce opposizione dei militari, il premier Erdogan ha preferito andare alle elezioni e non percorrere fino in fondo la strada che avrebbe portato ad eleggere Gul in primavera con la maggioranza semplice alla terza votazione. Elezioni nelle quali il suo partito, l’AKP, ha raccolto il 47% dei consensi e si è riconfermato maggioranza di governo. A questo punto, esperite le votazioni a maggioranza qualificata dei due terzi, Gul è stato eletto a maggioranza semplice, ma con il conforto di un voto elettorale incentrato proprio sulla decisione di farlo salire alla massima carica dello Stato.
I partiti nazionalisti e i militari, a lungo complici nell’inquinamento mafioso dello stato come in una serie di efferate violenze contro separatisti e altri elementi sgraditi quali scrittori e giornalisti, non hanno gradito e non hanno assistito alla cerimonia d’insediamento di Gul. I militari, per mano del loro leader, il generale Buyukanit, hanno scritto sul loro sito: “ La nostra nazione ha osservato il comportamento di quei separatisti che non possono abbracciare la natura unitaria della Turchia e di quei centri del male che sistematicamente cercano di corrodere la natura secolare della Repubblica Turca”. Ove la “nostra nazione” sono i militari stessi, i separatisti sono i curdi e i “centri del male” sono le formazioni politiche di ispirazione islamica, quindi principalmente l’AKP. Quel “hanno osservato” è tipico di altri pronunciamenti dei militari, sempre velatamente minacciosi in perfetto stile mafioso.
Il generale Buyukanit, che comanda l’esercito più numeroso della NATO è chiaramente un frutto avvelenato della guerra fredda e della lotta di repressione contro i curdi, una persona decisamente poco presentabile nell’Europa del ventunesimo secolo. Poco tempo fa, quando ancora era il numero due dell’esercito turco, finì sotto inchiesta come capo di una Gladio turca. Era successo che membri dell’esercito e dei servizi erano stati colti sul fatto a compiere sanguinosi attentati da attribuire ai curdi, un classico della contro-insorgenza atlantica. Un procuratore, dopo aver indagato, ha raccolto le prove che portavano fino al suo ufficio, come mandante di stragi, omicidi ed attentati.
I militari fecero allora la voce grossa e Erdogan evitò di infierire, così a finire nei guai non furono gli attentatori e nemmeno il generale destinato poi alla promozione, ma il procuratore che aveva indagato troppo. Anche nei più recenti casi di omicidi politici a sfondo nazionalista, da quello di padre Santoro fino a quello di Hrant Dink è risultata evidente la connivenza di apparati dello stato, pronti in ogni caso ad accusare i curdi o gli islamici per i crimini commessi da sgherri della destra nazionalista sotto l’occhio degli apparati di sicurezza che hanno lasciato fare.
Per questo è facile capire come l’Europa sia decisamente più incline a sostenere il tandem Erdogan-Gul che a prestare orecchio agli allarmi lanciati dai militari. La Turchia non rischia di divenire un califfato, il problema più urgente della Turchia è liberarsi dalla “tutela” dei militari che, unico caso in Europa, detengono il diritto di veto sulle decisioni dei parlamentari eletti e che periodicamente ingeriscono brutalmente nei processi democratici. Una forza che non è solo istituzionale e militare, ma che può contare su una serie di iniziative economiche sviluppate su binari preferenziali veramente imponenti.
Per i turchi, al contrario di quanto si potrebbe pensare dopo aver visto le manifestazioni per una Turchia laica indette da militari e nazionalisti (e trasmesse in abbondanza e con grande risonanza dai media arruolati nella War on Terror, a dimostrare l’esistenza del pericolo “islamico”), l’elezione di Gul non è un problema, ben il 70% dei turchi ritiene che il fatto che la signora Gul indossi abitualmente il velo (quello che copre solo il capo e il collo), non sia un problema e ha fiducia nel fatto che il nuovo presidente sarà veramente “di tutti” come ha dichiarato non appena eletto.

Stranamente il simpatico professionista dell'informazione ha scelto Garlasco come terreno di caccia all'esclusiva, dimenticandosi che ai funerali delle vittime della strage di Duisburg, a Siderno e a San Luca avrebbe avuto l'occasione di fare bellissime foto e dedicarsi a scoprire gli affari della Ndrangheta.
Uno dei tratti più caratteristici dell'amministrazione Bush è quello di farsi sorprendere spesso e volentieri in gag da deficienti.
Le responsabilità dei clamorosi fallimenti di Bush e soci e le sanguinose conseguenze che hanno avuto ed avranno, sembrano a volte perdere consistenza di fronte all'impressione di avere a che fare con una banda di arroganti cialtroni, non geni del male, ma arraffoni incredibilmente maldestri.
L'ossessione per la segretezza è un'altra caratteristica evidente, mai nessuna amministrazione americana ha fatto tanto per tenere segreto il più possibile, un livello di segretezza decisamente paranoide,.quanto utile ad evitare il debordare della catena di magagne che sta trascinando gli Stati Uniti verso il fondo.
Come è già successo in altri casi, le pretese dell'amministrazione vengono autodemolite dalla maldestra gestione dello strumento informatico.
L'ultima pretesa di Bush è quella per la quale (secondo lui e al contrario di quanto scritto esplicitamente nella legge americana) l'ufficio esecutivo della presidenza (Administration Office), non dovrebbe rilasciare le informazioni richieste secondo il FOIA (Freedom of Information Act) perchè trattasi di "ufficio" e non di "agenzia governativa". Allo stesso modo Cheney sta cercando di conservare la segretezza delle sue attività dicendo che la vicepresidenza non è un "organo" del governo (sarà una piadina?), ma una entità a parte. Forse voleva dire parallela, ma non sta bene.
Tutto perchè i Citizens for Responsibility and Ethics in Washington hanno avuto l'idea di usare il FOIA per leggere oltre 5 milioni di mail interne all'amministrazione che da alcuni server sono già state cancellate perchè -si credeva che potessero essere cancellate- perchè -messaggi personali, per incidenti tecnici e altre scuse simili per evadere la legge americana, che pretende che tutte le comunicazioni dell'Amministrazione siano conservate.
Peccato che siano dei deficienti e che, mentre i loro avvocati cercano di convincere i perplessi ad abbracciare interpretazioni tanto bizzarre, sulla pagina dello stesso sito della Casa Bianca dedicato al FOIA ci sia questo:

La seconda riga dice che l'Office of Administration è soggetto al FOIA, come lo sono gli altri Office che seguono nella lista. Che è la stessa lista che sta scritta nella legge che disciplina il FOIA, che secondo Bush è scritta così perchè si sono sbagliati a metterlo nella lista. Peccato che sul sito della Casa Bianca lo stesso Bush abbia dimenticato di togliere la pagina nella quale riconosce ufficialmente (si fa fonte governativa) di quella stessa realtà che i suoi avvocati stanno cercando di contestare con ridicoli sofismi.
Oltre allo scontato ingresso nella Hall of Fame di quelli che cuorescamente hanno la faccia come il culo, viene da chiedersi che vantaggio ci possa essere, o ci si possa attendere, nell'assecondare cialtroni del genere.

Purtroppo difficilmente troveremo un qualsiasi esponente politico del centrodestra disposto a spiegare cosa si attendesse dall'alleanza con questi inadatti, nonostante da quelle parti giri l'adorazione mistica per l'efficienza e la professionalità.
Non si trova nemmeno un cicciopotamo disposto a rispondere sul punto, sono tutti troppo impegnati a far silenzio sulle tragiche guerre che abbiamo sostenuto o a rincorrere l'ennesimo Frankenstein berlusconiano, il clone Brambilla.
Esperimento genetico o prole illegittima e segreta del Silvio che sia, l'apparizione della
femmina fatta ad immagine e somiglianza del sire arcoriano, ci ricorda che era il nostro governo ad essere considerato imbarazzante dall'amministrazione Bush, facendo in effetti cadere il senso del porre domande del genere a gente del genere.
Chi si somiglia, si piglia...non resta che appoggiarsi all'antica saggezza popolare e ringraziare che l'arsenale più potente del mondo sia custodito da avidi e violenti deficienti e non da perfidi e violenti intelligenti. Poteva anche andare peggio.
Aggiornamento Spie come noi :
Dopo aver ammesso che le compagnie telefoniche americane hanno collaborato alle intercettazioni illegali di cittadini americani e stranieri, l'amministrazione pensa ora di richiedere per loro l'immunità, visto che se dovessero andare in porto le cause già intraprese da associazioni come EFF, è opinione comune che le compagnie telefoniche andrebbero incontro al fallimento a causa delle sanzioni e dei risarcimenti che sarebbero costrette a pagare. L'amministrazione si è rifiutata di fornire dettagli sulla collaborazione con le compagnie (che assecondando il governo hanno commesso numerosi e gravi reati) invocando il segreto di stato
Aggiornamento:anche in Altrenotizie
Il cardinale Tarcisio Bertone ha detto che Condoleeza Rice è assistita dagli angeli nel suo difficile compito. Il cardinal Bertone è un collega di Condoleeza, essendo Segretario di Stato Vaticano, una carica che assomma i poteri del primo ministro e di ministro degli esteri; è lecito supporre quindi che parli in qualità di capo della diplomazia vaticana quando si riferisce al ministro degli Esteri della prima potenza planetaria, anche se ha rilasciato questa dichiarazione in mezzo ad altre facezie sui preti pedofili e sulla presunta superiorità morale dell'istituzione che rappresenta.
Bertone incontra un collega comico
Diplomazia di segno decisamente diverso da quello corrente durante il pontificato di Woytila, il quale semmai raccontava di divinità ostili alla guerra, non certo di protezione divina per chi porta in giro per il mondo la guerra in nome di Dio e della civiltà occidentale. Evidentemente Joseph Ratzinger ha un atteggiamento molto diverso nei confronti degli spargimenti di sangue non cristiano e il cardinale Bertone condivide, altrimenti non si spiegherebbe. Purtroppo non ci sono angeli al Dipartimento di Stato e neanche alla Casa Bianca, ma solo gente che spende il nome di Dio per legittimare politiche di dubbia efficacia quanto sicuramente tragiche per le popolazioni che devono sopportarne le conseguenze. Non sono stati gli angeli a consigliare la Casa Bianca di armare nuovamente i nemici dei propri nemici una volta esaurite tutte le opzioni della “War on Terror”.
Sono stati invece i consiglieri di sempre a suggerire, a chi già è sprofondato nel fallimento, una soluzione diversa quanto già vista e non meno fallimentare; spargere armi e fomentare conflitti armati. Fallita l’esportazione della democrazia in Iraq e in Afghanistan per l’incapacità di relazionarsi con le popolazioni dei due paesi in termini diversi dal comando armato, gli Stati Uniti non hanno desistito. Nel 2006 i piani della Casa Bianca hanno portato la guerra anche in Libano ed i Somalia, mentre è degli ultimi mesi la decisione di armare ancora una volta i guerriglieri sunniti e di buttarli nella mischia.
L’invasione della Somalia è stata tutto sommato abbastanza facile e, nonostante si stia rivelando l’ennesimo fallimento, gli USA non raccolgono critiche evidenti per il bagno di sangue che si sta consumando a Mogadiscio e dintorni. Succede perché ad assumersi l’onere dell’invasione è la dittatura etiope e perché della Somalia non interessa niente a nessuno, nonostante si sappia da anni che il suo sottosuolo custodisce idrocarburi in discreta quantità.
Molto più difficile è stato organizzare e assistere al fallimento totale dell’invasione del Libano. Anche in Libano c'è stata una crescita dell’estremismo sunnita d’importazione, un crescendo lineare che ora si può a buon diritto attribuire ad una strategia precisa e ricercata. L’omicidio di Rafik Hariri è servito ad allontanare le truppe siriane e a lasciare campo libero ad Israele, che però non è riuscito ad avere ragione della resistenza libanese e alla fine ha dovuto ritirarsi sconfitto.
La strategia attuale è figlia di un ristretto gruppo dei noti “hardliner” neoconservatori e del Principe Bandar Bin Sultan, a lungo ambasciatore in USA, tanto amico dei Bush da essere soprannominato Bandar-Bush e oggi al centro dello scandalo BAE nella veste di ricettore di tangenti di giada per mega-forniture di armamenti. Ora, come allora, l’America arma quegli stessi estremisti che le furono tanto utili contro i sovietici in Afghanistan, diventando poi ostili e portando a termine numerosi attacchi terroristici, dalle ambasciate americane in Tanzania e Kenya, fino al massacro dell’undici settembre 2001.
Che si tratti di una linea e di un piano effettivamente in corso non ci sono dubbi. Non è solo Seymour Hersh ad affermarlo; le prove dell’esistenza di uno schema d’azione del genere emergono evidenti dai fatti degli ultimi mesi. Purtroppo si tratta di una strategia che è messa a fuoco da pochi e in discussione da nessuno, se non nel dibattito interno israeliano (discutono di chi sia stata la colpa) e che produce e continuerà a produrre bagni di sangue inauditi tra le popolazioni investite dalla “War on Terror” americana.
Se ne sono accorti i palestinesi, che hanno visto Israele e gli USA armare Abu Mazen, sconfitto alle elezioni, perché tentasse il fallimentare golpe contro Hamas e se ne sono accorti anche il libanesi, che hanno sentito il capo della commissione d’inchiesta internazionale sull’omicidio di Hariri, il belga Serge Brammertz,affermare che l’attentato mirava a prevenire l’elezione del pro-siriano Emile Lahoud al secondo mandato come Presidente del Libano, scopo che ”ha giocato un ruolo importante nel formare il clima nel quale sono emersi i motivi alla base dell’assassinio di Rafik Hariri”. Si aggiunga a questo che l'attentatore è risultato provenire dalla penisola arabica e si capirà come mai l'esercito libanese voglia la testa degli jihadisti stranier asserragliati nel campo di Naher al-Bared e come mai gli islamicissimi Hezbollah libanesi non alzino un dito per difendere i correligionari
Il fatto che la commissione d’inchiesta ONU sia pervenuta a risultati molto diversi dalle aspettative di quelli che ne hanno chiesto l'istituzione. non sembra aver disturbato. Gli USA si sono detti soddisfatti del lavoro della Commissione, che però probabilmente ora si spegnerà nel nulla. Centinaia di politici ed esperti che avevano accusato la Siria per l'omicidio di Hariri tacciono; probabilmente sono in imbarazzo nello spiegare perché la Siria avrebbe deciso di commettere il delitto, se il movente è anti-siriano e se le sue conseguenze hanno tanto nuociuto alla Siria. Si farà un tribunale internazionale sull’omicidio di Hariri, ma sul banco degli accusati non siederà la Siria; facile a questo punto ipotizzare un procedimento senza colpevoli o eternamente aperto.

Non ci sono angeli in volo sui teatri delle guerre scatenate dall'amministrazione Bush, solo aerei da guerra ed avvoltoi. Non ci sono angeli ad assistere Condoleeza Rice e nemmeno c'è Dio a consigliare Bush; ci sono invece interessi enormi e portatori spietati di questi interessi; gente per la quale un barile di petrolio o una mazzetta di dollari vale più di una vita umana.
Sono quelli che hanno voluto la guerra, sono quelli che la supportano parlando di Dio e degli angeli, quelli che dal 2003 ci hanno impedito di sentire l'opinione di un solo iracheno, afgano o somalo che non condividesse le strategie di Bush. Ci sono tre paesi nei quali l'Occidente ha portato la guerra, il sistema dei media italiani ( e occidentale più in generale) non ha mai concesso a nessun cittadino di questi paesi il diritto di tribuna e oggi ormai si limita stancamente a ribattere le notizie dei peggiori massacri. Per i media italiani (e non solo) le sofferenze di quei popoli non esistono; grazie a questa complicità i leader a mano armata hanno uno spazio di manovra inaudito, almeno facendo riferimento agli standard minimi previsti per una democrazia moderna.
Capita così che Gordon Brown possa definire la crisi umanitaria in Darfur come la peggiore del pianeta nell'indifferenza generale, quando in realtà la situazione impallidisce di fronte a quella in Iraq e ancora di più a quella della morte per fame, visto che quest'anno saranno un miliardo e duecento milioni gli uomini, le donne e i bambini che correranno il rischio di morire perchè non avranno cibo a sufficienza; un numero doppio rispetto alle previsioni e agli ultimi anni, perchè qualche genio si è inventato che sarebbe “ecologico” fare la benzina ricavandola dai prodotti agricoli. Era evidente che la trovata avrebbe fatto impazzire i prezzi degli alimenti e che il danno maggiore l'avrebbero subito le popolazioni dei paesi più poveri e ovunque gli strati sociali più deboli; ma lo “sviluppo” non si può fermare e le Cassandre non piacciono al mondo del business, ottimista per definizione.
Evidentemente si tratta di cose che a Bertone sfuggono, a meno che le gerarchie cattoliche, dissimulando, non adorino ancora l'antico “Signore degli eserciti”. Forse gli angeli che scortano la Rice non sono altro che “contractors” assoldati dalla fronda del “Paradiso Deviato”, perchè è davvero difficile immaginarsi i cherubini del Dio d'amore mentre coccolano l'amministrazione più antiumana della storia degli Stati Uniti.
Bonus: Corriere English Newrant


A distanza di pochi giorni sono state lanciate altre molotov contro una moschea lombarda. Ieri è toccato a quella di Abbiategrasso (che nella notte tra il 26 e il 27 luglio aveva già subito un altro attacco incendiario), pochi giorni prima a quella di Segrate. Modesti i danni, ma inquietanti gli episodi di islamofobia che, per quanto non rivendicati, richiamano alla mente altri attacchi simili rivendicati da un oscuro Fronte Cristiano Combattente nei mesi scorsi.
Naturalmente non si è inquietato nessuno a parte gli imam delle moschee colpite e dalla politica non arriva alcuna reazione o commento.
Solo un noto editorialista ne ha scritto e lo ha fatto in questi termini: "...se una moschea subisce un attentato in Italia, il buonismo dilagante ci porta istintivamente a escludere delle dinamiche interne all'eterogenea e conflittuale realtà dell'islam e a ritenere più probabile che possa trattarsi del gesto folle di un autoctono affetto da islamofobia acuta", trasformando gli attentati alle moschee in un pretesto per fomentare l'islamofobia con un ventaglio di accuse pesantissime. Per il genio in questione c'è la possibilità che si tirino le bombe tra di loro.
Mentre l'islamofobia dilaga nell'indifferenza, ci tocca anche assistere a penosi sciacallaggi del genere da parte di personaggi collaterali ai terroristi nostrani. Se si volesse raccogliere lo stile di questa gentaglia, si potrebbe ben definire il Pinocchio in questione come uno dei "mandanti morali deghli attentati" contro le moschee; ma sarebbe come mettersi allo stesso pietoso livello.
Occorre invece rifiutare questo piano di confronto, non è rincorrendo gli ipocriti che che sobillano il ventre molle dell'Italia razzista che potremo tirare fuori i piedi dal fango ignorante con il quale personaggi del genere inquinano il dibattito democratico a suon di balle e sciocchezze.
[repost] Il discorso alle Tv:

"Questa sera voglio parlarvi di una questione sgradevole, in relazione ad un problema inedito nella nostra storia.
Con l'eccezione di prevenire le guerre, questa è la sfida più grande che il nostro paese dovrà affrontare durante il tempo delle nostre vite. Le crisi energetiche non ci hanno ancora sopraffatto, ma lo faranno se non agiremo rapidamente.
E' un problema che non risolveremo nei prossimi anni, e probabilmente è destinato a peggiorare progressivamente per il resto del secolo.
Non dobbiamo essere egoisti, o timorosi, se vogliamo sperare di avere un mondo decente per i nostri figli e nipoti.
Dobbiamo semplicemente bilanciare la nostra domanda d'energia con le nostre risorse in via d'esaurimento. Agendo ora possiamo controllare il nostro futuro, invece di lasciare che il futuro ci controlli.
Tra due giorni, presenterò la mia proposta per l'energia al Congresso. I membri del quale, collaboreranno con me, avendomi dato molti validi consigli. Molte di queste proposte saranno impopolari. Alcune vi causeranno inconvenienti o vi imporranno sacrifici.
La cosa più importante, in queste proposte, è che l'alternativa potrebbe essere una catastrofe nazionale. Ogni rinvio può influire sulla nostra forza e potenza come nazione.
La nostra decisione sull'energia proverà il carattere del popolo americano e l'abilità del Presidente e del Congresso nel governo. Il difficile sforzo sarà "l'equivalente morale di una guerra", con la differenza che uniremo i nostri sforzi per costruire e non per distruggere.
So che qualcuno di voi può dubitare della reale carenza d’energia. Le file ai distributori del 1973 sono sparite, e le nostre case sono di nuovo calde. Ma, i nostro problemi energetici sono peggiori stasera di quanto non fossero nel 1973, o nel profondo inverno di qualche settimana fa. E' peggiore perché abbiamo consumato di più, ed è passato più tempi senza pianificare il futuro. Sarà sempre peggio per ogni giorno nel quale non agiremo.
Il petrolio e il gas naturale sui quali ci affidiamo per il 75% della nostra energia stanno finendo. Nonostante i maggiori sforzi la produzione nazionale è calata al ritmo inarrestabile del 6% l’anno. Le importazioni sono raddoppiate negli ultimi cinque anni. L'indipendenza nell'azione politica ed economica del nostro paese è sempre più condizionata.
Se non saranno fatti profondi cambiamenti per diminuire la domanda interna di petrolio, crediamo che nei primi anni ottanta il mondo chiederà più petrolio di quanto se ne produca.
Il mondo usa ora sessanta milioni di barili il giorno e la domanda cresce ogni anno di circa il 5%. Questo significa che solo per stare in pareggio abbiamo bisogno della produzione di un nuovo Texas ogni anno, di un Alaskan North Slope ogni nove mesi, o una nuova Arabia Saudita ogni tre anni. Chiaramente, questo non può continuare.
Dobbiamo volgerci indietro nella storia per capire il nostro problema energetico. Due volte nelle ultime centinaia d’anni c'è stata una transizione nel modo nel quale la gente ha usato l'energia.
La prima fu circa 200 anni fa, abbandonando il legno, che aveva rappresentato il 90% di tutto il carburante, per il carbone, che era più efficiente. Questo cambiamento pose le basi per la Rivoluzione Industriale.
Il secondo cambiamento ha auto luogo in questo secolo, con il crescente uso d’olio e gas naturale. Erano più convenienti e meno cari del carbone, e la scorta sembrava quasi senza limiti.
Resero possibile l'era dell'automobile e dei viaggi aerei. Quasi tutti, tra quelli oggi vivi, sono cresciuti in questa era, e non abbiamo visto niente di diverso.
Dato che stiamo esaurendo il gas e il petrolio, ci dobbiamo preparare velocemente ad un'altro cambio, all'attento risparmio e all'uso di carbone e fonti rinnovabili, come l'energia solare.
Il mondo non ha preparato il futuro. Negli anni 50 la gente usava il doppio del petrolio usato negli anni '40. Nei '60 il doppio che nei '50, e in ognuna di queste decadi è stato usato più petrolio che nel resto della storia umana precedente.
Il consumo sta crescendo ancora. Se sarà possibile mantenerlo in crescita durante gli anni '70 e '80 entro il 5% come nel passato, potremmo esaurire tutte le riserve conosciute entro la fine della prossima decade.
So che molti di voi sospettano che alcune scorte di gas e petrolio possano essere occultate. Potrebbero avere ragione, ma il sospetto verso le compagnie petrolifere non può cambiare il fatto che il petrolio finirà.
Tutti abbiamo sentito dei grandi campi dell'Alaska's North Slope. In pochi anni quando North Slope starà producendo a pieno ritmo, coprirà al massimo l'aumento di due anni della nostra domanda energetica.
Ogni nuovo inventario delle riserve mondiali è stato peggiore del precedente. La produzione petrolifera salirà forse per i prossimi sei od otto anni. Ma prima o poi negli anni '80 smetterà di aumentare. La domanda supererà la produzione. Non c'è alcuna possibilità d'errore.
Abbiamo una scelta, su come trascorrere i prossimi anni. Ogni americano usa l'energia equivalente a 60 barili di petrolio l’anno. Il nostro paese è quello con il più alto consumo sulla terra.. Impieghiamo più energia di quanta ne importiamo. Mantenendo lo stesso standard di vita, usiamo il doppio dell'energia pro capite di paesi come Germania, Giappone e Svezia.
Una scelta è continuare come prima. Possiamo tirare avanti per alcuni anni ancora.
Il nostro consumo crescerebbe ogni anno. Le nostre auto continuerebbero ad essere troppo grandi ed inefficienti. Tre quarti di queste continuerebbero a portare una sola persona, il guidatore, mentre il nostro sistema di trasporto pubblico continuerebbe il declino. Possiamo rimandare l'isolamento delle nostre case e loro continueranno a perdere il 50% del loro calore in sprechi.
Possiamo continuare ad usare olii di scarto e materiale organico per generare elettricità, e continuare a perderne i 2/3 nel processo stesso.
Se non agiamo, nel 1985 useremo il 33% in più dell'energia che usiamo ora.
Non possiamo aumentare sostanzialmente la nostra produzione domestica, perchè dovremo raddoppiare le importazioni rispetto ad oggi. Le forniture diventerebbero incerte. I costi continuerebbero a crescere. Sei anni fa abbiamo pagato 3.7 miliardi di dollari per importare petrolio, L'anno scorso abbiamo speso 37 miliardi, quasi dieci volte di più, e quest'anno spenderemo più di 45 miliardi di $.
Se non agiamo, spenderemo più di 550 miliardi nel 1985, più di 2.500 $ l’anno per ogni uomo, donna e bambino in America. Insieme a quel denaro continueremo a perdere posti di lavoro americani e diventeremo più vulnerabili dalle interruzioni delle forniture.
Ora abbiamo una scelta. Ma se aspettiamo, vivremo la nostra vita nella paura di un embargo. Potremmo mettere in pericolo la nostra libertà come stato sovrano si agire negli affari esteri. entro dieci anni potremmo non essere in grado di importare abbastanza petrolio da nessun paese a nessun prezzo ragionevole.
Se aspettiamo, e non agiamo, allora le nostre fabbriche non saranno in grado di dare lavoro alla nostra gente, con ridotte forniture di carburanti. Troppe attività dovrebbero convertirsi al carbone, la nostra fonte d’energia più abbondante.
Non saremo pronti a dotare il nostro sistema di trasporto con auto più piccole ed efficienti, ed una migliore rete d’autobus, treni e trasporto pubblico.
Sentiremo una crescente pressione a saccheggiare l'ambiente. Avremo un programma imponente per costruire impianti nucleari, aprire miniere e bruciare più carbone, esplorare più pozzi off-shore di quanti avremmo bisogno se cominciassimo a risparmiare ora. L'inflazione galopperà, la produzione calerà, la gente perderà il lavoro. Un'intensa competizione si costituirà tra le nazioni e le diverse regioni dentro il nostro stesso paese.
Se non agiamo subito, fronteggeremo una crisi economica, sociale e politica che minaccerà le nostre libere istituzioni.
Ma abbiamo ancora un'altra scelta. Possiamo cominciare a prepararci oggi stesso. Possiamo decidere di agire mentre ancora abbiamo tempo.
Questo è il concetto alla base della politica per l'energia che presenterò mercoledì. Il nostro piano nazionale dell'energia è fondato su dieci principi fondamentali.
Il primo principio è che possiamo avere una politica energetica efficiente e coordinata, solo se il governo ne prende la responsabilità la gente capisce la serietà della sfida, ed è disposta a fare sacrifici.
Il secondo principio è che deve continuare una sana crescita economica. Solo risparmiando energia manterremo i nostri standard di vita e la nostra gente al lavoro. Un vero programma di risparmio creerà centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Il terzo principio è che dobbiamo proteggere l'ambiente. I nostri problemi d’energia hanno la stessa causa dei nostri problemi ambientali, un uso scriteriato delle risorse ambientali. Il risparmio ci aiuta a risolverli entrambi allo stesso tempo.
Il quarto principio è che dobbiamo ridurre la nostra vulnerabilità da embarghi potenzialmente devastanti. Possiamo proteggerci dall'incertezza delle forniture riducendo la nostra domanda di petrolio, impiegando il carbone, la nostra risorsa più abbondante e sviluppando una riserva strategica di petrolio.
Il quinto principio è che dobbiamo essere onesti. Le nostre soluzioni devono chiedere sacrifici uguali ad ogni regione, ad ogni classe di cittadini, ogni gruppo d'interesse. L'industria dovrà fare la sua parte per risparmiare, come faranno i consumatori. I produttori d'energia avranno un trattamento equo, ma non lasceremo approfittare le compagnie petrolifere.
Il sesto principio, e la pietra angolare della nostra politica, è di ridurre la domanda attraverso il risparmio. La nostra enfasi sul risparmio energetico è la differenza evidente tra questo piano e gli altri che incoraggiano semplicemente a fare ogni sforzo produttivo. Il risparmio è la più veloce, più economica e più pratica fonte d'energia. Il risparmio è l'unica maniera che ci permette di comprare un barile di petrolio per pochi dollari. Costa 13$ sprecarlo.
Il settimo principio è che i prezzi dovrebbero in genere riflettere la vera dimensione dei costi dell'energia. Ci prendiamo solamente in giro se rendiamo l'energia artificialmente economica e ne usiamo più di quanta possiamo permettercene.
L'ottavo principio è che le politiche governative devono essere prevedibili e certe. Sia i consumatori che i produttori hanno bisogno di politiche sulle quali possano contare e pianificare. Questa è una delle ragioni per le quali sto lavorando con il Congresso per creare un nuovo Dipartimento dell'Energia, per sostituire più di 50 agenzie che ora hanno qualche controllo sull'energia.
Il non principio è che dobbiamo risparmiare i carburanti più scarsi e utilizzare al massimo quelli più abbondanti. Non possiamo continuare ad usare gas e petrolio per il 75% del nostro consumo, quando ammonta al sette per cento delle nostre riserve domestiche. Dobbiamo cambiare verso il carbone mentre ci prendiamo cura di proteggere l'ambiente, e di applicare i più stretti criteri di sicurezza all'energia nucleare.
Il decimo principio è che dobbiamo cominciare a sviluppare ora, fonti non convenzionali d’energia sulle quali fare affidamento nel prossimo secolo.
Questi dieci principi hanno guidato lo sviluppo della politica che vi descriverò al Congresso mercoledì.
Il nostro piano energetico includerà anche un numero d’obiettivi specifici, per misurare i nostri progressi verso un sistema energetico stabile.
Questi sono gli obiettivi per il 1985:
- Ridurre il tasso di crescita annuale della nostra domanda d'energia sotto il 2%
- Ridurre il consumo di benzina del 10% sotto il livello attuale
- Tagliare della metà la quota d’import petrolifero, da un livello potenziale di 16 milioni di barili a sei il giorno.
- STabilire una riserva strategica di un miliardo di barili, più di sei mesi di rifornimento.
- Aumentare la nostra produzione di carbone di circa i due terzi a più di un miliardo di tonnellate l’anno.
- Isolare il 90% delle case americane e tutti i nuovi edifici.
- Usare l'energia solare in più di due milioni e mezzo di case
Controlleremo i nostri progressi verso questi obiettivi ogni anno. Il nostro piano obbligherà a misure di risparmio più severe se resteremo indietro.
Non posso dirvi che queste misure saranno semplici, e nemmeno che saranno popolari. Ma io penso che la gran parte di voi capirà che una politica che non chiedesse cambiamenti o sacrifici sarebbe inefficace.
Questo piano è necessario per proteggere i nostri posti di lavoro, il nostro ambiente, il nostro standard di vita ed il nostro futuro.
Se questo piano farà la differenza non sarà deciso qui a Washington, ma in ogni città ed in ogni fabbrica, in ogni casa, in ogni autostrada, in ogni fattoria.
Credo possa essere una sfida positiva. C'è qualcosa di molto americano nei cambi che dobbiamo fare. Siamo stati fieri, nella nostra storia, di essere un popolo efficiente.
Siamo stati fieri della nostra leadership nel mondo. Ora abbiamo la chanche di dare ai nostri figli e nipoti un mondo più ricco di possibilità di quello che abbiamo ricevuto. Per loro dobbiamo preoccuparci da ora. Saranno quelli che soffriranno se noi non agiremo.
Vi ho illustrato alcuni dei principi del piano.
Sono sicuro che ciascuno di voi troverà qualcosa che non gli piace, scendendo nello specifico delle proposte. Richiederà sacrifici e cambiamenti nelle nostre vite. In qualche misura, i sacrifici saranno paurosi, ma così è ogni sacrificio degno di significato. Porterà costi più alti per alcuni, e maggiori scomodità per tutti.
Ma i sacrifici saranno graduali, realistici e necessari. Soprattutto, saranno eque. Nessuno guadagnerà vantaggi scorretti da questo piano. A nessuno sarà chiesto di sottoscrivere accordi squilibrati. Controlleremo accuratamente i dati delle compagnie petrolifere e del gas, così conosceremo la loro produzione reale, rifornimenti, riserve e profitti.
I cittadini che continuano a guidare auto grandi, inutilmente potenti, si dovranno aspettare di pagare di più per questo lusso.
Possiamo essere sicuri che particolari gruppi d’interesse nel paese attaccheranno la parte del piano che le interessa direttamente. Diranno che i sacrifici vanno bene, fino a che gli altri li fanno, ma che il loro sacrificio è irragionevole, o iniquo, o che minaccia la nazione. Se riusciranno, l'effetto sul cittadino ordinario, che non è organizzato in un gruppo d'interesse, sarà devastante.
Ci sarà solo un test per questo programma: se riuscirà ad aiutare il paese.
Altre generazioni d’americani hanno affrontato e dominato grandi sfide. Ho fiducia che abbracciando questa sfida renderà le nostre vite più ricche. Se vi unirete a me, così che possiamo lavorare con patriottismo e coraggio, proveremo ancora una volta che la nostra grande nazione può guidare il mondo in un'era di pace, indipendenza e libertà."
Jimmy Carter, "The President's Proposed Energy Policy." 18 April 1977. Vital Speeches of the Day, Vol. XXXXIII, No. 14, May 1, 1977, pp. 418-420.
A volte dimentichiamo quanto possa essere maestra la storia; altre volte la storia non ce la ricordiamo, neppure quella vissuta, oppure è troppo vicina alla nostra nascita e nessuno ce l’ha mai raccontata.
Ogni tanto una rinfrescata agli anni ’70 ci potrebbe dimostrare come il mondo di oggi esista grazie alla rimozione di interi capitoli della storia recente; un esempio per tutti: nel 1976 il Pakistan, l’Arabia Saudita e l’Iran annunciano il programma per la costruzione della “atomica islamica”; nel 1998 il Pakistan testa la bomba, nel 2005 si racconta alle opinoni pubbliche che si pensa di bombardare l’Iran per “impedire” all’Iran di sviluppare l’atomica.
Ancora più rivelatrice è la storia del piano energetico di Jimmy Carter, senza il quale il prezzo del petrolio sarebbe impazzito molti anni prima.
Il 18 aprile del 1977 Jimmy Carter presenta la più grossa sfida che attenda gli Stati Uniti insieme all’opera per evitare le guerre.
Carter subentra a Ford, unico presidente entrato in carica al di fuori della previsione costituzionale dopo che il Watergate aveva consigliato le dimissioni di Nixon e del suo vice Spiro.
Il piano di Carter riuscirà a mantenere entro i sei miliardi di barili il consumo annuo americano, ma sarà spazzato via dall’inversione di tendenza marcata da Reagan e poi da Bush I per dodici anni, fino al ’93.
Due approcci diversi alla questione energetica, quello repubblicano impostato sul presidio a mano armata delle risorse, lasciando mano libera alle compagnie sul prezzo degli idrocarburi. E’ in questo modo che il prezzo del petrolio ha raggiunto i prezzi di questi giorni, rendendo profittevole estrarlo anche a costi che un giorno sembravano insostenibili. In questo modo è stata dilatata, per qualche anno, la percezione delle risorse disponibili, ignorando la crescita geometrica del consumo mondiale, inesorabilmente destinato a prosciugare qualsiasi risorsa in qualche decennio.
L’esaltazione del consumo, contrapposta al risparmio.
Carter lo sapeva, procurarsi quelle risorse significava fare guerra. Lo ha sottolineato con le parole di William James, dicendo che la sfida energetica era “moralmente equivalente ad una guerra”. Non parlava per metafora.
Se ne torna a parlare in questi giorni, perché pare rivelarsi esatta la teoria del picco di Hubbert, che in sintesi afferma che l’aumento della domanda è più veloce della capacità di sfruttamento delle riserve rimanenti; provocando quindi una crisi nell’offerta parecchi anni prima dell’esaurimento reale delle riserve.
Eppure, 28 anni fa le ragioni che animarono la politica di Carter erano le stesse che ora non riescono ad affermare il protocollo di Kyoto. Eppure Carter mise in guardia sia dal pericolo di guerre, come da quello della decadenza statunitense, come da quello della catastrofe ecologica.
Eppure le grandi auto, indicate allora come la spia di un comportamento sbagliato, sono quelle che oggi vendono di più, determinando il massimo aumento del consumo petrolifero americano, eppure la Cina provvede ormai al 50% dell’aumento annuale della domanda energetica.
Il clima di prezzi folli spinge a rendere plausibili progetti di sfruttamento delle risorse un tempo impronunciabili, rende economiche le perforazioni in territori inaccessibili, arricchisce solo le compagnie che guadagnano in proporzione sempre di più, scatenano avidità e guerre.
Le strutture costruite da Carter per controllare il consumo energetico sono state smantellate, e il consumo americano si è di nuovo impennato, rendendo necessarie, nonché economicamente sostenibili, le guerre per assicurarsi l’influenza sulle aree strategiche. Le catastrofiche previsioni di Carter sulle riserve sono state solo rimandate dall’effetto dell’aumento del prezzo del petrolio, quelle sui posti di lavoro e sull’economia americana sono facilmente verificabili.
Se le compagnie oggi non dichiarano le riserve per motivi “strategici”, nessuno riesce a nascondere il proliferare di guerre e tensioni attorno alle aree petrolifere, i paesi che possiedono il petrolio rimanente arricchiscono pochi privilegiati o subiscono guerre per il suo controllo.
Quella stessa esperienza è stata scientificamente rimossa dalla narrazione storica, come non destò alcuno scandalo il fatto che Carter abbia perso il confronto con Reagan a causa della vicenda degli ostaggi all’ambasciata a Teheran, liberati solamente il giorno dell’elezione di Reagan; circostanza che ai tempi dello scandalo Iran-contras con tutto il sottobosco repubblicano implicato in affari con gli Ayatollah, poteva richiedere qualche approfondimento investigativo. La memoria non è apprezzata da chi ripropone vecchie truffe fidando nell’ignoranza.
Carter ha conservato la sua lucidità, e anche alla convention pro-Kerry non ha dimenticato di pronunciare parole chiare, quanto dure, sulle conseguenze delle scelte politiche repubblicane, parole che non hanno avuto eco, nonostante la loro inusitata durezza e franchezza.
La gigantesca macchina a protezione della narrazione neoliberista svela la sua potenza quando scostiamo il velo posto su questi episodi, capaci di raccontarci con la semplicità di una lettura, qual sia l’origine delle guerre e dei problemi: l’insostenibile modello di sviluppo, quel life-style che Blair, all’indomani degli attentati a Londra si è dichiarato pronto a difendere ad ogni costo, in perfetta sintonia con Bush ed i suoi amici; molto contenti di venderci a prezzi da panico le risorse comuni in via d’esaurimento.
Il discorso originale:
http://www.pbs.org/wgbh/amex/carter/filmmore/ps_energy.html
Il discorso alla convention repubblicana:
http://italy.indymedia.org/news/2004/07/593049.php

[Appunti sul Congo per chi voglia approfondire]
Il 22 luglio scorso, leggendo sul Corriere le “Lettere al Corriere” affidate a Sergio Romano, rimango basito. Il titolo di testa dice: “Congo 1961, la misteriosa morte di Lumumba”, nel corpo della risposta di Romano trovo di che rabbrividire. Al lettore che chiede se secondo l’opinione di Romano la morte di Lumumba, (primo ed unico premier congolese eletto fino alla recente affermazione di Kabila) sia da attribuire a qualche potenza occidentale (e cita USA e Belgio), l’esperto giornalista risponde con una mitragliata di opinioni campate in aria.
Ora, Ian Scott era l’ambasciatore britannico in Congo all’epoca, uno noto più per il suo razzismo che per l’intelligenza, il lavoro di Maria Stella Rognoni non lo conosco, ma se è in linea con gli estratti pubblicati da Romano si può ben dire che sia molto vicino all’essere inservibile come fonte. Lo stesso riferimento alla inesistente tossicodipendenza da hashish avrebbe dovuto allarmare un esperto giornalista come Romano, ma tant’è…
Allo stesso modo è inservibile quanto inaccettabile la tesi di Romano, visto che è fondata su un falso conclamato.
Decido di concedere il beneficio del dubbio all’anziano ed esperto giornalista e gli invio una mail, invero duretta, nella quale gli faccio presente che lo stesso governo belga ha ammesso che Lumumba è stato ucciso dai suoi militari che sulla sua morte lo stesso Belgio ha a lungo mentito e che ha scritto nero su bianco, in atti parlamentari, l’assunzione di responsabilità per l’omicidio e le scuse alla famiglia di Lumumba e ai congolesi.
Faccio anche presente che sono ormai pubblici i documenti della CIA dai quali si evince che ad ordinarne l’eliminazione fu A. Dulles, all’epoca a capo dell’agenzia americana e che esiste anche una intervista ad uno degli autori materiali dell’omicidio (belga) il quale dice che ancora conserva i denti d’oro di Lumumba, strappati al cadavere prima di farne scempio in modo che non potesse mai più essere ritrovato.
Alla mail risponde una gentile collaboratrice di Romano, la signora Ilda, che mi chiede a nome del professore, dove siano reperibili i documenti che cito. Non senza ironizzare sui potenti mezzi del Corriere, fornisco quanto richiesto. Al termine dello scambio il professore, tramite la signora Ilda, si dice disponibile ad ospitare una mia lettera, breve, sulla questione. Declino l’invito, mi dico contento dell’onestà intellettuale dimostrata e per nulla interessato alla pubblicazione. Chiedo solo che Romano faccia ammenda dell’errore e restituisca a Lumumba e ai congolesi quell’onore che ha leso, pubblicando il falso e condendolo con le opinioni da ubriaco di un razzista come Scott.
Oggi però mi devo ricredere sull’onestà intellettuale di Romano (su quella del Corriere non ho dubbi da tempo, purtroppo), visto che ritornando sul tema del Congo e di Lumumba non è riuscito ad ammettere il clamoroso errore, non si è scusato per aver veicolato dati falsi ed opinioni razziste e sostanzialmente è tornato ad accusare Lumumba della morte di Lumumba.
Romano ha pubblicato la lettera di un lettore, che precisa le circostanze della morte di Lumumba, ma in nessuna parte c'è scritto che Romano ha affermato una verità diversa; poi Romano risponde citandomi (eppure avevo esplicitamente detto che non volevo essere tirato in mezzo) e citando parte delle circostanze che ho porto alla sua attenzione, ma subito dopo aver dato conto della verità storica, vira nuovamente scrivendo: “Ma il problema della decolonizzazione non piò essere trattato in termini esclusivamente morali e il giudizio non può prescindere da altre considerazioni”; affermazione strana, perché proprio l’uscita precedente era incentrata su una tirata moraleggiante agli africani. Tra le “altre considerazioni” Romano cita l’illusione dei paesi colonizzatori di mantenere il controllo delle ex-colonie (che non è un’illusione visto che nel caso del Congo la cosa è riuscita fino agli anni ’90 grazie alla dittatura-fantoccio di Mobutu). Romano chiude dicendo che il suo giudizio su Lumumba non cambia, commise troppi errori ed era troppo intemperante: “se il Congo fosse divenuto un pupillo dell’URSS, i dirigenti sovietici non avrebbero esitato a sbarazzarsi di lui, il più presto possibile.”
Strano modo di argomentare, non solo Romano omette del tutto il fatto di aver sostenuto il falso, ma continua indefesso ad attribuire a Lumumba la responsabilità della sua stessa morte; per Romano Lumumba non muore perché assassinato, ma semplicemente va incontro all’ineluttabile destino riservato agli inadatti e agli intemperanti. Lumumba non è quindi vittima dei colonizzatori, la sua storia e la sua figura non sono state state falsate da decenni di stronzate (V. Frankfurt) fondate sul più classico pregiudizio razzista (come quello rinvenibile nelle ributtanti opinioni di Scott) diffuse dalle stesse potenze che ne vollero la morte. Lumumba è solo un povero fesso che credeva di poter dirigere il proprio paese solo perché era stato votato dal suo popolo. Resta un povero illuso, un tossicodipendente (questo Romano non l’ha rettificato), un agitato.
Il problema grosso è che Romano, firma di punta del Corriere, non solo si è bevuto quelle stronzate per anni (ignorando o irridendo l’opinione di chi le rifiutava), non solo ha continuato a ritenerle vere ( o a fingere che lo fossero) fino all’altro giorno, nonostante nel mezzo lo stesso governo americano e quello belga le avessero certificate tali; ma ora, venuto a conoscenza della verità, rifiuta di modificare la sua linea narrativa, affinata in anni ed anni di opinioni su fatti africani sui quali era completamente all’oscuro o in errore.
Forse avevo preteso troppo: "...mi auguro che riesca anche a scusarsi per l'ennesima offesa che ha ricevuto la memoria del povero Lumumba e che impari da questo incidente ad accostare la storia africana con maggiore prudenza e con più attenzione alle fonti native". Sicuramente mi ero sbagliato scrivendo: "Sono contento di riscontrare l'onestà intellettuale del professore e tanto mi basta, errare è umano"

Cercate una parola di Don Gelmini contro i deputati Mele e Miccichè o contro il senatore Colombo, amanti della cocaina. Non la troverete. Forse perchè Don Gelmini riceve un sacco di soldi e di sostegni dai loro partiti; forse perchè è ancora grato per il DDL Fini, che scelse le strutture come le sue per incarcerare i drogati, forse allora perchè insieme "complottano" per rinchiudere i drogati e curarli a spese (gonfiate) delle casse pubbliche, sempre che non siano amici degli amici. Forse, più semplicemente, perchè Don Gelmini era distratto quando furono colti con le narici nel sacco. Eppure i loro casi hanno fatto rumore, eppure ci poteva stare un'amichevole tiratina d'orecchi e l'invito a non dare il cattivo esempio. Ma in fin dei conti Don Gelmini sulla droga ha sempre avuto idee strane, a sentire lui sembra che la canapa sia più pericolosa dell'eroina. (nella foto: Don Gelmini appare al congresso dell'UDC, quella di Cosimo Mele).
e di bestie
