Un milione è morto, due milioni sono rimasti feriti.
Il procuratore di Bologna ha messo nero su bianco che bestemmiare la Madonna si può. Lo ha argomentato il Procuratore della Repubblica di Bologna, Di Nicola (nella foto, noto per aver denunciato con l'aggravante di "eversione dell'ordine economico e costituzionale mezza città); dopo un attento studio dei documenti conciliari Di Nicola dice che la Madonna non è una santa e nemmeno una divinità (per i cattolici esiste solo il Dio uno e trino).
Qualcosa di più su Mele:
Il rapporto Brammertz non ha avuto echi per questo preciso motivo, lo stesso per il quale non si parla delle guerre e delle crisi umanitarie in Somalia, Ciad, Repubblica Centrafricana. Quando capita che notizie o fatti smentiscano la narrazione che sostiene le guerre dell’Occidente, si può stare sicuri che si scatenerà la corsa al silenzio e all’omissione. Una dinamica più che provata, anche in questi giorni i soliti esegeti di guerra continuano ad accusare la Siria dell’omicidio Hariri e a tacere sui numerosi bagni di sangue che il Negroponte-style sta provocando in giro per il pianeta. In Italia c’è addirittura chi fa manifestazioni contro “la persecuzione dei cristiani in medioriente”. Un altro bell’esempio di civiltà da difendere e da esportare.19 Luglio 1992 : Una strage di stato
Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.
Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’ indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio.
Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di sé, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese.
Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito.
Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantrieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia.
I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il suo assassinio, sono state oggetto di una “Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo” da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia (relatore on. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli “superiori”, hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione.
Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della “necessità” di eliminarlo con una rapidità definita “anomala” dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’agenda rossa.
Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone “mafia-appalti” che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.
Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto.
Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia.
Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia.
A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento.
E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’ industrializzazione rispetto al resto del paese.
A seguire con il “papello” contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta.
A seguire, infine, con l’individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti “storici”.
Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico.
Come possono allora chiamarsi “deviati” e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei “Servizi” che, per “silenzio-assenso” del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti “nemici” nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come “nemici”, “comunisti” e “braccio armato” della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi poltici.
Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto “pretendere” dallo stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da “questo” Stato, dal quale ho respinto “l’indennizzo” che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi.
Gli stessi silenzi, lo stesso “muro di gomma”, che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, mai i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’altro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile.
Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perché da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di “capi mandamento” che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia.
Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano).
Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migiore della ipotesi , di essere dei “professionisti dell’antimafia” o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come “nemici” o come “braccio armato della magistratura” .
Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace.
Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palermo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio.
Eppure nella stessa via, al n.68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio: “è arrivato in città il carico di tritolo per me”.
A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che “Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre” : infatti vi si recava appena almeno tre volte alla settimana!
La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: “Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio” .
Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio.
Chiedo alla Procura di Caltanissetta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio: eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del dott.Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento.
Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi.
Per un’altra archivazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale.
Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte.
Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte.
O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Poliza dott. Parisi e il dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente
Altrimenti, grazie alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo.
E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio.
Salvatore Borsellino
Milano, 15 Luglio 2007
Molti si chiedevano come avrebbe fatto ad esistere E-Polis, freepress (gratuito) articolato in numerose edizioni locali (il Roma, il Napoli etc.) molto più corposo dei concorrenti, quanto poverello di pubblicità
Purtroppo sembra che Niki Grauso non riesca a reperire le risorse necessarie, non in pubblicità, e nemmeno sotto forma del denaro necessario ad una ricapitalizzazione ormai più che urgente, della società editrice.
finanziamenti pubblici, ma è una tesi che non si può e non si deve accogliere, non fosse altro che per non insultare migliaia di "imprenditori" che senza paracadute politico rischiano il loro; senza quella rete di protezione che per alcuni sembra quasi un diritto acquisito, tanto da poterne pianificare in anticipo l'intervento a colpo sicuro.


Allam è uno così, nel mezzo del massacro iracheno (che è colpa degli "islamici" e non dei suoi amici), di fronte all'olocausto del popolo iracheno e alla disintegrazione dell'Iraq, dell'Afghanistan e della Somalia, lui finge di cogliere che la persecuzione dei cristiani sia un problema e ci monta un cinema fatto della peggiore propaganda; dovrebbe studiare molto di più, ma perchè prendersi il disturbo se ti apprezzano proprio per questo?Pubblicato il questionario diffuso all'Euromayday 2007 a Milano, qui di seguito le valutazioni pubblicate da Anna e Riccardo sul sito di Poplab, il punto 8 dovrebbe accandere qualche lampadina anche nei fan della "famiglia", tradizionale o meno che sia, e di quelli che ci tengono alla perpetuazione dell'italica stirpe (per quanto inesistente).
ELEMENTI DI VALUTAZIONE QUESTIONARIO EUROMAYDAY 2007
Qui trovate il questionario somministrato durante la Mayday Parade del 1° maggio 2007, mentre qui trovate i grafici con i diversi risultati percentuali.
A cura di: Riccardo Paccosi, Rossana, Anna Borghi e Alice Marras
Sono stati raccolti 206 questionari, compilati per il 57% da donne. Se le donne prevalgono sugli uomini ad ogni età, la fascia d'età oltre i 46 anni è composta esclusivamente da donne.
Per quanto riguarda la fascia d'età, va sottolineato che il campione è sì rappresentativo dei precari presenti ma non dell'insieme dei partecipanti alla Parade. Difatti, l'edizione 2007 ha visto un forte incremento delle fasce d'età più basse ed in particolar modo dei teenagers. Dal momento che l'impostazione del questionario presupponeva una condizione lavorativa precaria, i somministratori si sono rivolti soprattutto alla fascia d'età 26-35 anni che, pertanto, risulta ampiamente maggioritaria (49 %).
1) Rispetto ai risultati del questionario somministrato nel 2004, l'Euromayday sembra aver aumentato la sua capacità rappresentativa: difatti il 42 % afferma di essere precario e sentirsi rappresentato ed il 39 % di non essere precario ma condividere. In generale, sono le donne a sentirsi più rappresentate, anche se non sono precarie. Nel 2004, ben il 47% si limitava a rispondere "sono un precario e vengo a vedere di cosa si tratta". Nel 2007 questa percentuale cala al 4% per le donne, al 13% per gli uomini. Per quanto riguarda le fasce d'età, sono i più giovani (15-20) e i più vecchi (oltre 46 anni) a sentirsi maggiormente rappresentati, anche se non si auto-definiscono precari. Tra le fasce d'età intermedie resta circa un 10% di precari "curiosi".
2) Le risposte alle domande 2 e 5 indicano il forte radicamento territoriale dell'Euromayday: la stragrande maggioranza degli intervistati risiede a Milano ed ha già partecipato alle precedenti edizioni.
3) Per quanto riguarda la condizione professionale, i dati sono simili al 2004: una maggioranza relativa di lavoratori dipendenti precari (30%) seguita da una cospicua presenza di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato (25%). Quest'ultima, va detto, è perlopiù rappresentata dalle fasce d'età più mature (oltre 46 anni). I giovani (15-20) hanno difficoltà ad attribuirsi una specifica condizione professionale e si qualificano come "altro" (studenti). Il lavoro saltuario prevale nella fascia d'età tra 21-25 anni. Se si esamina la distribuzione per genere, si rileva che tra coloro che svolgono lavori saltuari la percentuale di donne è più elevata (14% vs. 6%), mentre gli uomini sono più rappresentati tra i liberi professionisti-imprenditori (5% vs. 14%). Si nota inoltre una lieve prevalenza degli uomini tra quanti sono lavoratori dipendenti precari e hanno un contratto a tempo indeterminato e delle donne tra i lavoratori autonomi precari.
4) Tornando al tema della capacità rappresentativa dell'Euromayday, il dato relativo alla condizione contrattuale è affatto significativo: ben il 46 % è contratto a progetto o co.co.co. mentre, nel 2004, tale condizione giuridica si attestava al 16% ed il 38% non rispondeva alla domanda. I contratti co.co.co e co.co.pro prevalgono dovunque, ad eccezione che nel settore del web-media-comunicazione e nella ricerca, e in particolare nei settori tradizionali: poste e telecomunicazioni, commercio, industria, settore pubblico. Forte la presenza di lavoro in proprio e partite IVA nell'artigianato, industria e agricoltura. Si rilevano inoltre sacche di lavoro nero nell'edilizia, nei servizi alle imprese e servizi alla persona. Da chiarire la marcata dominanza di altre tipologie a TD nel settore del web. Per quanto riguarda la ricerca, a testimonianza della varietà di tipologie contrattuali presenti, è da notare l'equa distribuzione di co.co.co, interinali, lavoro in proprio e altra tipologia a TD.
5) La domanda relativa al settore produttivo - non presente nel questionario 2004 - denota una forte presenza di settore pubblico (15,30%) e del terzo settore (13,66%). L'ambito creativo/cognitivo complessivamente inteso risulta però nettamente maggioritario: cultura/entertainment e web/comunicazione raggiungono assieme il 21,32%.
6) Un dato su cui riflettere è certamente quello relativo all'auto-percezione. Posto dinanzi alle definizioni più in voga riguardanti le nuove forme del lavoro, nel 2004 il 34% degli intervistati non rispondeva. Oggi, tale percentuale scende all'8,73 mentre la scelta di definirsi "precario" sale dal 24,5 del 2004 all'attuale 42,86%. Va altresì sottolineato che, pur a grande distanza, il secondo termine scelto sia "autonomo" (12,70), prevalente nei settori dell'artigianato ed edilizia, seguito dal molto recente "classe creativa" (10,32), diffuso tra chi lavora nella cultura e, curiosamente, nelle poste e telecomunicazioni. Rovinoso quanto prevedibile il tracollo della definizione sindacalese-istituzionale di "atipico" (7,94). Curiosamente, però, si definiscono atipici i lavoratori di un settore relativamente "nuovo", quello del web-comunicazione. Il termine cognitario viene adottato da chi lavora nel settore pubblico, nella ricerca e da chi si auto-definisce "altro" (probabilmente si tratta in prevalenza di studenti).
7) Per quanto riguarda la domanda "Qual è il tuo desiderio principale?", riscontriamo una sorprendente omogeneità coi risultati del 2004: al primo posto la continuità di reddito (22,6 nel 2004, 26% oggi); al secondo l'accesso ai saperi (17,6 nel 2004, 17, 5% oggi); al terzo gli spazi per realizzare progetti (16,3 nel 2004, 16,5% oggi); al quarto l'abitazione (12,5 nel 2004, 8,5% oggi); al quinto la possibilità di viaggiare (10,4 nel 2004, 8% oggi). Il desiderio di continuità di reddito aumenta progressivamente in funzione dell'età, mentre la necessità di accedere ai saperi è più diffusa tra i più giovani, e il bisogno di amore e di spazi per progetti si fa sentire soprattutto tra i 36 e i 45 anni. Da notare le differenze di genere per quanto riguarda i desideri (anche se gli scarti sono ridotti): rispetto agli uomini le donne desiderano continuità di reddito, una casa propria, sognano di viaggiare. Contro ogni stereotipo, sono gli uomini a volere maggiormente un contratto a TI, a desiderare figli, socialità e amore. Inoltre, gli uomini più delle donne desiderano maggiore accesso ai saperi oltre che spazi e finanziamenti per avviare progetti. Se si guarda ai desideri rapportati ai settori di lavoro, a desiderare maggiore accesso ai saperi sono primariamente i liberi professionisti, coloro che hanno un contratto a TI desiderano spazi e finanziamenti per progetti, chi non lavora desidera amore e un contratto a TI (!!!), chi lavora saltuariamente vorrebbe viaggiare. Indicativo è anche il rapporto tra desideri e definizione di sé: chi si auto-percepisce come precario-a desidera reddito, una casa, un contratto a TI, gli autonomi desiderano maggiormente finanziamenti per progetti e maggiore socialità, gli intermittenti e la classe creativa sognano amore e figli.
8) Per quanto riguarda le domande 11 e 12 relative al rapporto tra precarietà e natalità, la maggioranza "bulgara" degli intervistati (90,5) concorda sul fatto che la precarietà incide sulla scelta di fare figli e, quindi, su un dato biologico centrale nella vita degli uomini e delle donne. In particolare, i più convinti che la precarietà incida "fortemente" e non solo parzialmente sulla scelta di far figli rientrano nella fascia d'età 26-35 (l'80% degli appartenenti a questa fascia non ha figli) e sono in prevalenza lavoratori autonomi precari e liberi professionisti-imprenditori.
9) Dalla domanda sul futuro del mondo si evince un quadro metereologico "nuvoloso con precipitazioni e segnali di schiarita in tarda serata": il 16,92% vede il futuro nettamente negativo, il 33,83 pieno di rischi e incognite, il 43,28 pieno di rischi manche di opportunità positive; soltanto il 5,47% percepisce un'idea positiva di futuro. Sommando i dati la visione del tutto o parzialmente negativa (50,75) prevale, pur di pochissimo, su quella del tutto o parzialmente positiva (48,75). In generale, le donne sono più ottimiste degli uomini (54% vs. 40%), e i più giovani hanno una visione del mondo più negativa, mentre l'età porta a modulare e a rivedere giudizi nettamente negativi. Degno di nota il fatto che i più pessimisti sono i lavoratori saltuari, quelli che non lavorano e i dipendenti a TI (vedono il futuro negativo o pieno di rischi e incognite rispettivamente il 72%, l'80% e il 59% per ogni gruppo), mentre i precari e gli autonomi sembrano vedere più luci che ombre (giudicano il futuro negativo o pieno di rischi rispettivamente il 37% e il 39%).|
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