Nel servizio Reali accusa il nuovo responsabile ENI per la Russia di aver acettato la cittadinanza russa, affermando che questa viene concessa qualora il ricevente sia disposto a lavorare a favore di Mosca. Ferlenghi sarebbe quindi la lavoro per Putin e non per gli interessi dell'ENI e quindi dell'Italia. Circostanza che sembra confermata anche dal tenore degli ultimi discutibilissimi accordi tra ENI e Gazprom, che vedono il cane a sei zampe scodinzolare affettuosamente e portare l'osso al gigante russo dell'energia.MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Il fatto che il rappresentante dell’Eni Ernesto Ferlenghi abbia ricevuto la cittadinanza russa ha determinato molto scalpore. E’ pratica che la cittadinanza venga data non soltanto non necessariamente o non solamente se tu hai una moglie o una madre ecc, ma anche se sei di una determinata utilità per il paese, allora io posso fare una domanda conoscendo benissimo il paese: per cosa è stata data questa cittadinanza?
MILENA GABANELLI Lo sa per esperienza?
MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Lo so per esperienza.
MILENA GABANELLI E cioè qual è stata la sua esperienza.
MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia L’ esperienza è che mi fu offerta e rifiutai.
MILENA GABANELLI FUORI CAMPO Il dottor Ferlenghi attraverso l’Eni ci fa sapere che è stato assunto dall’Eni a Mosca nel 1998 e che la cittadinanza russa gli era stata concessa prima nel 1995.
MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia E’ assolutamente falso perché io come capo della rappresentanza dell’Enel a Mosca, come responsabile, firmavo ogni anno la richiesta di accreditamento come cittadino straniero per il dottore Ernesto Ferlenghi. Se avesse avuto la cittadinanza russa non ci sarebbe stato bisogno perché la cittadinanza russa è prioritaria sulle cittadinanze di altri paesi. Devo dire ancora di più che io stesso ho assunto nel ‘98 Ferlenghi e nella dichiarazione non si è assolutamente parlato di essre cittadino russo, ma quale cittadino italiano e io come responsabile che l’ho fatto assumere posso dire con tutta responsabilità che se lui avesse dichiarato di essere cittadino russo, non sarebbe mai stato assunto all’Eni.
MILENA GABANELLI Questo perché?
MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Questo perché è un posto di grande responsabilità che non è solo responsabilità dell’azienda Eni, è responsabilità dell’azienda Italia, perché l’Eni è il baluardo nella sicurezza approvvigionamenti energetici all’Itala.
MILENA GABANELLI Il fatto di aver concesso la cittadinanza russa che cosa significa?
MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Significa… è inquietante, significa molte cose e significa sapere da che parte sta Ferlenghi.
MILENA GABANELLI Cioè?
MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Non so, ditemelo voi. Se ripeto che non sarebbe stato assunto come cittadino russo, il resto ne consegue.
MILENA GABANELLI Senta lei è stato responsabile dell’Eni a Mosca, ha ricevuto mai proposte di collaborare dalle autorità russe?
MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Si, ho avuto proposte di collaborare con le autorità russe, le ho respinte perché c’erano determinate condizioni che io non accettavo, io non volevo nessunissima condizione, volevo essere completamente libero.MILENA GABANELLI Che tipo di collaborazione le chiedevano?
MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Di aiutare il paese.
MILENA GABANELLI Russo?
MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Russo.
MILENA GABANELLI Ed è compatibile con la carica che lei aveva?
MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia No.
MILENA GABANELLI E quella è la condizione per ottenere la cittadinanza?
MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Sì.
MILENA GABANELLI E secondo lei è stata chiesta la stessa cosa al signor Ferlenghi?
MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Senz’altro, altrimenti non l’avrebbe ricevuto.

Sapete perché la situazione è disperata? Non perché abbiamo a che fare con la meschinità, corruttela, avidità, vippismo, disonestà del Sistema, ma perché il Movimento che voleva quell’Altro Mondo Possibile è anch’esso miserabilmente meschino, corrotto, avido, Vip, disonesto, e cioè qualitativamente identico al Sistema che vorrebbe contrastare. Non ne posso più di sfasciarmi la faccia tutte le volte che ci sbatto contro, tutte le volte che scopro chi sono veramente le nostre false Star, i Travaglio, Grillo, Gabanelli, Santoro, Lettera 22, Peacereporter, Manifesto e tanti altri. Tutte le volte che vedo replicato al nostro interno il maledetto meccanismo dei Vip, identico a quello dei Vip massmediatici, dove i nostri Vip, quelli della ‘nuova Italia pulita, quella giusta’, accolgono la delega a pensare, ad agire, a combattere di migliaia di persone che li adorano, e loro quella delega la accettano ingordi di protagonismo invece che aiutare tutte quelle persone ad adorare sé stessi, a divenire i Travaglio e i Santoro di sé stessi, a costruirsi i libri da sé, a farsi i propri telegiornali, a essere assolutamente i Vip di sé stessi, a sentirsi tutti e ognuno lassù sul palco col microfono in mano e capaci di combattere anche da soli e con le proprie idee. Quante volte ancora devo vedere i nostri paladini dell’informazione ‘pulita, quella giusta’ che censurano le idee scomode, esattamente come fa Vespa, che non tollerano il minimo dissenso, esattamente come fa Ferrara, e che assieme ai loro adoranti seguaci cercano in fondo una sola cosa: santificare sé stessi, a dispetto del nulla dei loro risultati?
Storditi dalla girandola delle noste manifestazioni, dai tripudi nelle serate con le nostre Star, dall’indignazione che ci portiamo a casa dope le nostre feste colorate e dopo la lettura dei libri scritti dai nuovi ‘moralizzatori’, continuiamo a dimenticarci che il 99% degli italiani che votano e consumano ci ignorano totalmente, perché li abbiamo abbandonati, abbandonati alla comunicazione di chi invece ha lavorato 24 ore su 24 per 35 anni per parlargli, di chi si è mischiato fra di loro e li ha ipnotizzati, e cioè le destre neoliberali grandi promotrici dell’Esistenza Commerciale e della Cultura della Visibilità, quelle che ci hanno fottuti tutti, tutti, e loro sono i veri vincitori del mondo.
Lascio chi vuole continuare a credere ciecamente ai finti nuovi paladini della finta trasparente e pulita Italia, e li lascio alla loro indignazione numero novecentomila, cui se ne aggiungeranno altre novecentomila. Li lascio alla denuncia numero novecentomila scritta o filmata dai soliti e noti finti eroi, e al fatto che nessuno si sta chiedendo a cosa cavolo sta servendo la compulsiva aggiunta di denunce a denunce, di indignazione a indignazione. Li lascio ai novecentomila anni di tripudio di chi su tutto questo nostro inutile agitarci trionfa per divorarsi il mondo e le sue povere vite.
Dovevamo fare altro, dovevamo fermarci, deporre i libri e spegnere le tv, dovevamo mettere da parte i nostri Guru e capire le nostre miserabili repliche di meschinità e di vippismo, di intolleranza e di potere, e poi amare di più, perché amare di più avrebbe significato uscire dalla nostra egocentrica danza che nutre le nostre egocentriche Star alternative e vedere i bisogni dell’altro così come veramente sono. Dovevamo uccidere i Guru, e ciascuno Guru di sé stesso disperderci fra i tanti di questo mondo ricco che di noi hanno bisogno per essere aiutati a salvarsi la vita e a salvarla a tanti altri. Così avemmo salvato il mondo.
Ma per farlo dovremmo oggi accettare di toccare, di capire e di abbracciare l’entità della nostra sconfitta fino in fondo, fino all’intollerabile, a costo di uscirne distrutti. Poiché io credo che solo laggiù, là dove la costernazione è così forte da divenire silenzio, là dove nessuno di noi ha finora accettato di andare, forse troveremo le idee per salvarci. O là o da nessun’altra parte. Laggiù, ciascuno con sé stesso a cercare le proprie idee per salvare la Terra, dopo aver ucciso le nostre finte guide-Star e le nostre tante meschinità.
Io non sono più della partita, come ci sono entrato in questo mondo di pulizia fasulla e di fasulli pulitori ne esco. Ho scritto, filmato, detto, scongiurato, lottato, litigato. Ora la mia strada va da altre parti, le mie parti. A voi la vostra, qualunque essa sia.
Con affetto,
Paolo Barnard
2.12 Pitture per la segnaletica stradale orizzontale
Per la segnaletica stradale orizzontale vanno impiegate pitture di soluzioni di polimerizzati misti di PVC, resina acrilica o combinazione di resina achidica e clorocaucciù con biossido di titanio ed additivi, per es. corpi riflettenti di palline di vetro, farina di quarzo. Come materiali applicati a spolvero vanno impiegate perline riflettenti per la riflessione superficiale e sabbia quarzifera per l’ottenimento della resistenza allo slittamento.
in Altrenotizie
Quasi centosettanta milioni di abitanti, attualmente considerato al nono posto nella classifica degli “stati falliti” (al decimo c’è l’Afghanistan), il Pakistan è un fondamentale alleato della “War on terror” di George W. Bush, il quale si è assicurato la collaborazione del dittatore Musharraf minacciando, nei giorni successivi all’undici settembre 2001, di “riportare il Pakistan all’età della pietra”. Nonostante le minacce e le pressioni il Pakistan ha una propria agenda politica e cerca di perseguirla pur tra mille difficoltà. La capacità di praticare il doppio e triplo gioco di Musharraf meriterebbe un posto nella leggenda, se non altro per il complesso quadro geopolitico all’interno del quale il dittatore riesce a mantenere il potere nonostante il suo paese continui ad essere la principale sorgente del terrorismo qaedista o “islamico” che dir si voglia. Musharraf era, ai tempi dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan, il comandante sul campo dell’ISI (i servizi pachistani) e operava fianco a fianco con Bin Laden.
Del Pakistan sappiamo che ha fornito la gran parte degli attentatori all’opera il 9/11, attentatori finanziati direttamente dal’ex capo (ora rimosso) dei servizi pachistani; ma anche che erano di origine e addestramento pachistani gli autori degli attentati alla metropolitana di Londra. Del Pakistan sappiamo inoltre che è impegnato sul fronte della proliferazione nucleare clandestina e che, nel quadro di un accordo ormai trentennale, ha fornito tecnologia nucleare a doppio uso bellico/civile a Libia, Iran, Arabia Saudita e Corea del Nord. Lo scandalo della proliferazione nucleare made in Pakistan scoppiò ufficialmente sul finire del 2003, ma sembra non abbia preoccupato nessuno. Secondo l’ex direttore della Cia, George Tenet, i traffici dei pachistani sarebbero stati scoperti grazie alle informazioni fornite dagli USA, ma questo non corrisponde al vero. Lo scandalo venne alla luce perché Gheddafi indicò all’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) il Pakistan come fornitore del programma nucleare libico. Gheddafi aveva appena raggiunto un accordo (sotto minaccia) con gli USA per rinunciarvi e probabilmente colse l’occasione per mettere i bastoni tra le ruote all’idillio USA-Pakistan; Gheddafi non ha alcuna simpatia per qaedisti e simili, che sente come una minaccia al suo potere.
Non serviva però Gheddafi per sapere quello che sapevano in molti, visto che fin dagli anni ’90 l’AIEA aveva accusato A. Q. Kahn, il padre dell’atomica pachistana, di essere il perno di un network clandestino dedito ai commerci di materiale nucleare. Denunce che non avevano trovato eco sulla stampa internazionale e ancora meno attenzione da parte della Casa Bianca, tradizionalmente vicina ai governi pachistani a prescindere dalla loro composizione. Una tradizione che risale a Nixon, che vedeva nel Pakistan un contrappeso naturale al potenziale crescere dell’India come potenza regionale, una vicinanza che sembra essersi recentemente affievolita insieme al crescere del favore americano verso l’India, con la quale gli USA hanno firmato un accordo che permetterà agli indiani di acquisire tecnologia nucleare in abbondanza proprio da Washington.
Allo scoppio dello scandalo seguì una farsa; Musharraf cercò di accusare lo scienziato e di chiamare fuori il governo da ogni responsabilità. A seguito di massicce manifestazioni popolari e a seguito delle dichiarazioni di Kahn in merito a documenti che la figlia aveva provveduto a mettere al sicuro all’estero, dai quali emergerebbero evidenti le responsabilità governative, Musharraf optò con grande fantasia per una soluzione diversa. Lui e Kahn apparverò in diretta televisiva nell’ora di massimo ascolto, lo scienziato si dichiarò colpevole e Musharraf lo perdonò davanti alla nazione. Il Dipartimento di Stato dichiarò che Musharraf aveva dimostrato di voler impedire i traffici nucleari. Fine dello scandalo.
Alla fine dello scandalo non è seguito però lo smantellamento della rete clandestina attraverso la quale il Pakistan ed altri paesi si procurano hardware e software nucleare. Una rete estesa dalla Malaysia a Dubai fino a diversi paesi europei, che può contare su decine di nodi e centinaia di persone. Di queste ne sono state arrestate e condannate solo tre, due tedeschi e un olandese. Musharraf non ha concesso a nessuno di poter interrogare Kahn, che formalmente sarebbe stato allontanato dal programma nucleare e non ha arrestato nessuno. Una circostanza abbastanza incredibile se si pensa che dal paese con la più alta concentrazione di servizi segreti al mondo si trasportavano addirittura le centrifughe nucleari usando aerei militari; pensare che nessuno abbia commesso reati o che nessuno sia imputabile di nulla conduce solo a confermare la certezza di un traffico gestito con l’assenso del governo e dei militari.
Un traffico che ancora continua e ancora po’ contare sulla stessa rete di un tempo. La responsabilità di questo stato di cose è evidentemente della Casa Bianca, basta pensare alle minacce contro Iran e Corea del Nord e confrontarle con il comportamento tenuto verso il Pakistan per vedere il doppio standard all’opera. L’anno scorso un gruppo di studio annunciò che il Pakistan stava costruendo un reattore al plutonio da 1000 megawatt, il meglio che c’è per procurarsi combustile nucleare. La scoperta avvenne osservando le foto di un satellite commerciale. Gli USA dapprima negarono, poi ammisero di esserne a conoscenza fin dall’inizio della sua costruzione (nel 2001), ma di aver ottenuto garanzie dai pachistani che il plutonio non sarebbe stato impiegato per la costruzione di ordigni bellici. Ridicolo se non fosse tragico.
Lo stesso doppio standard impedisce agli USA di focalizzare la situazione in Pakistan; una situazione sull’orlo del collasso che l’Occidente non riesce a gestire e spesso nemmeno a comprendere. Negli ultimi anni il potere di Musharraf, che si era rinvigorito proprio grazie alla rimozione dell’embargo americano e alla dazione di oltre dieci miliardi di dollari in aiuti militari, è andato scemando. Dovendo accontentare tutti, dalla borghesia laica, agli estremisti islamici fino all’alleato americano, Musharraf non si è risparmiato equilibrismi e fantasia, ma la fune sulla quale cammina si è fatta ogni giorno più sottile ed instabile. Il governo pachistano si è trovato impegnato su più fronti, mentre periodicamente se ne aprivano di nuovi. A Est c’erano da cogliere le grandi opportunità offerte dal nuovo Afghanistan (molti ministeri afgani sono stati “affidati” a “tutor” pachistani), mentre a Sud c’è il Baluchistan, con i progetti per l’oleodotto IPI ( Iran-Pakistan-India) e per l’hub portuale di Gwadar (costruito dai cinesi), destinato a divenire una “porta” commerciale asiatica verso il mondo. I due obbiettivi hanno sottratto risorse ed attenzione ad altre zone del paese, in particolare al Kashmir, da decenni conteso agli indiani. Quando il governo pachistano ha mancato di soccorrere i kashmiri vittime di un rovinoso terremoto, gran parte dei combattenti impegnati alla frontiera orientale contro la “minaccia indù”, si sono trasferiti ad Ovest a dar manforte contro i “cristiani”.
Proprio sul finire dell’anno scorso nelle province occidentali del Waziristan (del Sud e del Nord) i combattenti islamici hanno proclamato un emirato indipendente. Negli stessi mesi salivano di tono le accuse del presidente afgano Karzai contro i vicini, accusati di voler dissanguare e ridurre in schiavitù il popolo afgano. Negli ultimi giorni truppe afgane e pachistane si sono combattute alla frontiera, uccidendo anche un ufficiale americano intervenuto per far terminare gli scontri. I problemi del Pakistan sono principalmente all’interno dei suoi stessi confini. Alla rivolta dei waziri si è aggiunta quella dei baloci, per nulla disposti a farsi sfruttare senza vedere un dollaro, rivolta che ha portato alla paralisi completa sia dell’oleodotto IPI che del porto di Gwadar, praticamente isolato dal resto del paese. A queste si è aggiunto il generale malcontento per un’economia in calo costante, per le riforme promesse e mai realizzate (solo il 30% dei bambini pachistani può contare su scuole pubbliche), che hanno poi trovato nella rimozione di un giudice della Corte Suprema la scintilla che ha incendiato la prateria. Ne sono seguite imponenti manifestazioni, subito assalite dall’esercito e dai militanti di partiti vicini o complici di Musharraf; un bilancio finale fatto di numerose morti e devastazioni.
Purtroppo per il Pakistan la situazione politica è bloccata e non facilmente risolvibile. I due maggiori partiti opposti a quello di Musharraf (che ha promesso libere elezioni e di abbandonare l’esercito, ma che non mantiene) sono diretti da due ex premier corrotti, nella migliore tradizione del familismo politico asiatico. L’unica formazione politica non compromessa è capitanata da Imra Kahn, un ex campione di polo che però non ha il sostegno dell’elite pachistana, mentre il giudice della corte suprema che ha trascinato le folle in piazza, pur godendo di una favore diffuso, non sembra avere alcuna speranza elettorale. Il paese vive dell’iniezione di denaro da parte di USA ed Arabia Saudita ed è tenuto insieme con la forza dalla casta militare, che però sembra aver esaurito le opzioni alternative alla repressione sanguinaria; un segnale in questo senso è dato dalla istruzione delle redazioni di alcuni media che sostenevano le proteste contro la rimozione del giudice costituzionale. Musharraf si è scusato pubblicamente per le aggressioni ai media, che in Pakistan nonostante la dittatura godono di una libertà sconosciuta anche in paesi più “democratici”, ma il fatto è un altro segnale del crollo delle ultime convenzioni a tutela della convivenza più o meno civile nel paese.
Se cade Musharraf il Pakistan rischia qualcosa di molto simile ad una guerra civile o una sanguinosa dittatura militare, ma se Musharraf resiste il menu non sarà molto diverso. Nell’attesa di assistere alle evoluzioni della storia, non resta che rilevare la straordinaria riservatezza che i media concedono al turbolento “alleato” pachistano e chiedersi da quali fattori misteriosi possa dipendere, pensando che forse l’origine di tanta compiacenza è da far risalire ai tempi di Nixon e Kissinger e che sicuramente è stata rafforzata dal coinvolgimento dei vertici dell’amministrazione americana nello scandalo della BCCI, il più grande scandalo narco-finanziario della storia. Purtroppo le vicende che riguardano il Pakistan sembrano interessare molto meno del delitto di Cogne, non resta che sperare che questa distrazione generale non venga scossa dall’improvviso apparire di un fungo atomico su qualche città, una eventualità che coglierebbe di sorpresa le opinioni pubbliche non meno di quanto sia successo in occasione degli annunciatissimi attentati del 9/11.
L’ultima puntata de L’Infedele ha fornito agli spettatori il perfetto esempio del paradigma razzista applicato allo sfruttamento di intere popolazioni.
Prendendo le mosse dai recenti sequestri operati dal Mend (Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger), Lerner ha radunato in studio numerose persone, che in gran parte dimostravano simpatia per le ragioni dei ribelli nigeriani; tra questi oltre a persone di origine Nigeriana anche il giornalista del Corriere Massimo Alberizzi e un inviato della trasmissione “le Iene”, ai quali furono consegnati gli ultimi due ostaggi italiani liberati, oltre ad uno di questi.
A fare da contraltare c’era un rappresentante dell’Eni, un giornalista della rivista “Tempi” (un periodico cattolico che pubblica articoli che sostengono l’efficacia della promozione dell’astinenza sessuale nella battaglia contro l’Aids e altre stupidaggini del genere) e, cosa che invero mi ha stupito, lo stesso Lerner, schierato apertamente in difesa dell'Eni con argomentazioni artificiose quanto discutibili.
Passi che il giornalista cattolico abbia cercato di inquadrare il Mend come una organizzazione criminale, passi che il rappresentante dell’Eni abbia cercato di negare in assoluto qualsiasi responsabilità dell’azienda, ma da un campione dei perseguitati come Lerner non mi sarei mai aspettato una trasmissione così volgarmente ed apertamente razzista.
Le tesi del rappresentante dell’ENI erano giocoforza ridicole: l’ENI non sarebbe responsabile, l’ENI ha fatto un sacco di bene ai nigeriani, che però sono litigiosi e allora non riescono a godere di tanta benevolenza. A sostegno della sua tesi l’uomo dell’ENI ha citato nientemeno che un libro sulla storia africana di Martin Meredith, che incidentalmente non è africano e neppure nero, ma inglese come la SHELL, più volte condannata per inquinamenti, per aver armato bande paramilitari dedite ai massacri ed altre bazzecole del genere.
L’uomo dell’ENI però non ha saputo o voluto spiegare perché da decenni la sua azienda brucia il gas che esce dai pozzi in atmosfera, producendo tonnellate di co2 e riducendo a deserto aree estese per chilometri e chilometri quadrati attorno ai pozzi. Eppure lo sanno da un pezzo che così facendo contribuiscono all'effetto -serra e a distruggere il territorio attoro ai pozzi. L’uomo dell’ENI non ha saputo neppure spiegare perché l’azienda non paghi nemmeno i contributi al misero fondo sociale previsto, l’ENI non versa un dollaro in quel fondo fin dal 2000. L’uomo dell’Eni non ha saputo spiegare nemmeno perché l’azienda continui ad acquistare concessioni nella zona, l’ultimo grosso acquisto è stato fatto proprio mentre i due rapiti erano ancora in cattività, ma non se ne è accorto nessuno.
La realtà ci dice che ai nigeriani del delta è riservata solo una robusta miseria, un inquinamento ambientale che ha ridotto il fertile delta del fiume in acque morte e una robusta repressione qualora osino ribellarsi. I nigeriani presenti hanno ricordato che gli abitanti della zona si sono ribellati in maniera non violenta in passato, ma che sono stati repressi nel sangue. Hanno ricordato anche la figura e le parole di Ken Saro-Wiwa, che morì impiccato per mano di quegli stessi militari che incassano tangenti dalle compagnie; hanno ricordato che la popolazione è stretta tra la prepotenza del governo centrale, la violenza dell’esercito e dei mercenari incaricati della “sicurezza” degli impianti e di bande di grassatori locali in combutta con i politici nigeriani. Per l’uomo dell’Eni, Saro-Wiwa è morto perché era di una etnia minoritaria ed era sgradito agli stessi nigeriani, una curiosa interpretazione.
Lerner ha fatto di peggio. A parte chiedere “Cosè Ken Saro-Wiwa ?” e scusarsi immediatamente per la figura terrificante, questo grande difensore dei perseguitati ha imbastito una trasmissione nella quale ha impiegato i peggiori stereotipi razzisti (e a consentito ad altri di impiegarli) in difesa del buon nome dell’Eni. Sinceramente mi ha stupito, suggerisco a Lerner di rivedersi la puntata e di provare a sostituire le definizioni “nigeriani”, “popolazione locale” e altre usate per indicare gli abitanti del luogo, con la parola “ebrei”. Se sopravvive alla sorpresa forse così si accorgerà delle enormità che ha pronunciato. Lerner non ha perso occasione per definire “terroristi” i guerriglieri del Mend, invitando lo spettatore a non simpatizzare per questa organizzazione dai fini (secondo lui) poco chiari. Lerner ha addirittura mandato in onda un servizio costruito sulla teoria di fondo secondo la quale il Mend agirebbe sotto dettatura straniera, in particolare cinese, al fine togliere il controllo dei giacimenti all’Occidente in favore della Cina. Una bestialità della quale non ha fornito alcuna prova, limitandosi ad omettere che anche operatori cinesi sono stati rapiti e che le rivendicazioni del Mend valgono per tutte le compagnie, cinesi comprese.
Lerner le ha davvero provate tutte, provocando sconcerto nei nigeriani presenti, ma anche negli italiani come Alberizzi che si sentivano raccontare fantasie assurde ed assistevano impotenti alla diffamazione di un intero popolo al solo scopo di occultare le responsabilità gravissime delle compagnie petrolifere. La trasmissione si è chiusa con Lerner che annunciava la messa in onda di una canzone nigeriana, introdotta come “la parte buona della Nigeria”; già, i negri sono bravi solo a cantare, in un paese come la Nigeria -la- parte buona è rappresentata dalla musica e dalla benevolenza dell’Eni, che dai suoi impianti tira qualche filo per dare elettricità a qualche villaggetto nei pressi (“non si può portare l’energia elettrica a chilometri di distanza – dice l’uomo dell’Eni provocando risate di scherno nello studio - perché bisognerebbe sventrare le foreste").
Un copione già visto, il buon occidentale che civilizza gli stupidi negri che non sono capaci di apprezzare e che sputtanano quanto di buono viene loro offerto. La solita storia degli specchietti e delle perline, che quando non funzionano più perché i poveri negri sono laureati e vogliono essere risarciti dei danni e che il petrolio venga pagato il giusto a chi ne ha diritto, si trasformano in “terroristi”.
Uno spettacolo pietoso che non mi sarei aspettato da uno come Lerner, capace di evidenziare i trucchi semantici che gli antisemiti impiegano in chiave antiebraica, ma capace allo stesso tempo di impiegare gli stessi trucchi (e anche più schifosi) per coprire, con pregiudizi razzisti verso gli africani, i crimini delle compagnie petrolifere. Un giornalista che non conosce nulla della Nigeria, che mette in piedi una trasmissione per diffamare un popolo che da decenni è sfruttato e deriso, infarcendola dei peggiori luoghi comuni e facendo da sponda al rappresentante di un’azienda che viola clamorosamente anche gli impegni presi ufficialmente, che è responsabile (con altre) del terribile inquinamento di una delle zone più fertili e floride dell’Africa e che va a braccetto con i peggiori criminali e repressori, questo si è visto all’Infedele. Un’altra vergogna per la quale ogni italiano dovrebbe chiedere scusa all’Africa e agli africani.