mazzetta

Ce la possiamo fare...
giovedì, 31 maggio 2007

Cialtronate vaticane all'orizzonte.


Strategia vaticana a due stadi per contrastare la messa in onda del documentario sulla chiesa che protegge i pedofili ad Anno Zero.
Santoro avrà in studio nientemeno che monsignor Fisichella assistito da dieci ospiti di area cattolica, al suo fianco anche un prete che si batte contro la pedofilia a dimostrare non si sa cosa; nessuno sostiene che tutti i preti siano pedofili, ma che la chiesa difende i preti pedofili fino a che non è messa con  le spalle al muro da minacce legali.

Da Vespa sbarca invece il segretario di stato vaticano, Tarcisio Bertone, che porta in dote nientemeno che le lettere sulle quali stanno scritti i segreti di Fatima. C'è da giurare che faranno il pieno di fedeli e di baggiani incuriositi.
Intanto il consiglio di amministrazione della Rai, incerto se compiacere il Vaticano impedendo la messa in onda del filmato (causa anche l'annunciata presenza di Fisichella che deve aver disorientato non poco i consiglieri) o se sia meglio far buon viso a cattivo gioco; si è spaccato. Petruccioli si è chiamato fuori e gli altri non è che abbiano dato miglior spettacolo nell'occasione.

I telespettatori sono attesi a una bella seratina, nella quale il Vaticano cercherà di parare il colpo mostrandoci quanto sono buoni e bravi i preti e cercando di irretire i meno attrezzati con l'inedito che proviene direttamente dalla disneyland portoghese.

Miracoli, superpreti, teologi e grandi attrazioni, una grande illusione per nascondere una verità banalissima. La chiesa è un'organizzazione gerarchica maschile all'interno della quale i peccati -da maschi- sono perdonati; gerarchia per difendere la quale il Vaticano è disposto a tutto da sempre, anche ad inchinarsi di fronte alle dittature, a tacere sulla Shoà o a benedire mafiosi e Berlusconi.
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giovedì, 31 maggio 2007

Sofri e l'acqua calda.


Adriano Sofri ha giustamente destato sensazione rivelando che un esponente dello stato gli si rivolse promettendo impunità in cambio dell'assassinio di esponenti dei N.A.R.. Questa notizia in realtà è la più classica delle non-notizie.

I servizi e gli apparati di sicurezza dei paesi occidentali usano abitualmente questi metodi da decenni e anche oggi che sono lontani gli echi della lotta armata, la cifra del potere è ancora quella dell'azione nell'ombra e del disprezzo per la legalità; lasciando da parte l'etica che con il mantenimento del potere ha sempre avuto poco a che fare. Evidentemente Sofri ed LC nella testa di qualcuno ad un certo punto hanno rappresentato i sicari ideali per risolvere la questione dei N.A.R.

Il potere nelle sue molteplici forme non ha mai saputo rinunciare a mettersi al di sopra della legge per perpetuarsi, figuriamoci in una paese  come il nostro nel quale agli uomini d'apparato è sempre stata garantita l'impunità a prescindere.

Anche oggi, in un'epoca che è molto lontana dai giorni di Sofri, i metodi rimangono gli stessi.

Posso tranquillamente citare la mia esperienza personale per confermare come parecchie attività ben oltre i confini della legge e della decenza continuino ad essere praticate, in particolare quando gli apparati dello stato approcciano quanti vivono al di fuori delle istituzioni.

Pio Pompa che paga Renato Farina per diffondere falsi allarmi terroristici è un caso che ha fatto rumore, pubblico, ma molte altre azioni del genere vengono tentate d'abitudine dai genialoidi pagati per garantire la perpetuazione di un modello che definire marcio è fargli un complimento.

In quasi due decenni di attivismo ho avuto modo di subire diverse interferenze riconducibili a questo modo di operare. Al di là di perquisizioni , intercettazioni telefoniche e spiate varie (tutte rigorosamente prive di un supporto giudiziario) , non sono mancati gli strani personaggi con strane proposte, proposte di "lavori" improbabili (in particolare, "suggerimenti" su cosa scrivere e fare) e nemmeno sgradite visite al domicilio, visite irrituali portate a termine in mia assenza.Tentativi, almeno quelli "propositivi", destinati a cessare, se in risposta ricevono reazioni prive di dubbio.
Attività molteplici quanto inutili, ma mi viene da chiedermi che effetto possano avere pressioni del genere su persone gravate da difficoltà pregresse o che rischiano di perdere la libertà a causa di procedimenti penali, spesso incombenti a prescindere dal fatto che i loro destinatari abbiano commesso reati.

Una realtà che quanti, in qualsiasi maniera, abbiano praticato  l'opposizione sociale conoscono sulla loro pelle e verificano ogni giorno.

Una realtà che non è mai stata oggetto di commenti da parte dei governi e ha avuto ben poca attenzione da parte dei media, che comunque pressioni del genere le subiscono da sempre, ma una realtà che esiste e che non sembra destinata a trasformarsi in qualcosa di diverso a breve.

Il potere opera così, questa è la cifra degli uomini posti a guardia del potere quasi ovunque e quasi in ogni tempo; non ha senso pensare di poter riuscire a limitare il fenomeno dall'esterno, ma non ha ugualmente senso fare finta che sia una realtà che non esiste o che siano cose che non accadono.

E' una realtà che mette a confronto che la propria coscienza, che spinge alla solitudine e alla diffidenza, in particolare se non si possiedono le proverbiali "spalle coperte", ma è anche una realtà che bisogna riuscire a superare sapendo dire dei no molti forti senza attardarsi in calcoli assurdi o vagheggiare ipotesi da fantascienza, nelle quali siamo noi a riuscire ad "usare" o a volgere a nostro vantaggio i fenomeni di questo tipo.

Questa melma puzza, pensare di giocarci senza riuscire a sporcarsi è un'illusione.

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mercoledì, 30 maggio 2007

ENI: uno scandalo finto copre quello vero



Scoppia lo scandalo dei misuratori e come per magia manda in ombra quello che sembrava un vero e gravissimo scandalo sul punto di scoppiare. Si fa rumore su una questione tutto sommato burocratica che non diverte fondi e risorse dall'ENI (semmai le rimpolpa a spese della collettività, alla quale ENI appartiene), ma si fa silenzio sulle gravi accuse che Mario Reali Ex responsabile ENI Russia ha lanciato durante un servizio andato in onda durante la trasmissione Report, accuse che adombrano l'ipotesi della corruzione del responsabile ENI in Russia (e probabilmente non solo la sua) perchè assecondi gli interessi russi a discapito di quelli italiani.

lampadinaNel servizio Reali accusa il nuovo responsabile ENI per la Russia di aver acettato la cittadinanza russa, affermando che questa viene concessa qualora il ricevente sia disposto a lavorare a favore di Mosca. Ferlenghi sarebbe quindi  la lavoro per Putin e non per gli interessi dell'ENI e quindi dell'Italia. Circostanza che sembra confermata anche dal tenore degli ultimi discutibilissimi accordi tra ENI e Gazprom, che vedono il cane a sei zampe scodinzolare affettuosamente e portare l'osso al gigante russo dell'energia.

L'ENI ha querelato la trasmissione Report, ma ben pochi giornali hanno dato seguito alla notizia, ancora meno quelli che hanno raccolto e rilanciato il succo della clamorosa intervista che potete leggere di seguito. Sembrerebbe incredibile, anche perchè le accuse sono gravi e già l'ENI, cercando di sgonfiarle, si è sbilanciata sul punto della cittadinanza a Ferlenghi con affermazioni che dovrebbero essere facilmente controllabili, ma che non controlla nessuno, nonostante la secca smentita di Reali che, al contrario, rincara le accuse a seguito del tentativo di smentita dell'ENI.

Tacciono i media, tace l'ENI, nessuno vede, sente o parla, la questione sollevata da Report sembra destinata a finire in tribunale all'interno di una causa per diffamazione e nulla più. Tacciono i politici, tacciono i magistrati, tacciono i servizi, il silenzio dei collusi?


MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Il fatto che il rappresentante dell’Eni Ernesto Ferlenghi abbia ricevuto la cittadinanza russa ha determinato molto scalpore. E’ pratica che la cittadinanza venga data non soltanto non necessariamente o non solamente se tu hai una moglie o una madre ecc, ma anche se sei di una determinata utilità per il paese, allora io posso fare una domanda conoscendo benissimo il paese: per cosa è stata data questa cittadinanza?

MILENA GABANELLI Lo sa per esperienza?

MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Lo so per esperienza.

MILENA GABANELLI E cioè qual è stata la sua esperienza.

MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia L’ esperienza è che mi fu offerta e rifiutai.

MILENA GABANELLI FUORI CAMPO Il dottor Ferlenghi attraverso l’Eni ci fa sapere che è stato assunto dall’Eni a Mosca nel 1998 e che la cittadinanza russa gli era stata concessa prima nel 1995.

MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia E’ assolutamente falso perché io come capo della rappresentanza dell’Enel a Mosca, come responsabile, firmavo ogni anno la richiesta di accreditamento come cittadino straniero per il dottore Ernesto Ferlenghi. Se avesse avuto la cittadinanza russa non ci sarebbe stato bisogno perché la cittadinanza russa è prioritaria sulle cittadinanze di altri paesi. Devo dire ancora di più che io stesso ho assunto nel ‘98 Ferlenghi e nella dichiarazione non si è assolutamente parlato di essre cittadino russo, ma quale cittadino italiano e io come responsabile che l’ho fatto assumere posso dire con tutta responsabilità che se lui avesse dichiarato di essere cittadino russo, non sarebbe mai stato assunto all’Eni.

MILENA GABANELLI Questo perché?

MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Questo perché è un posto di grande responsabilità che non è solo responsabilità dell’azienda Eni, è responsabilità dell’azienda Italia, perché l’Eni è il baluardo nella sicurezza approvvigionamenti energetici all’Itala.

MILENA GABANELLI Il fatto di aver concesso la cittadinanza russa che cosa significa?

MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Significa… è inquietante, significa molte cose e significa sapere da che parte sta Ferlenghi.

MILENA GABANELLI Cioè?

MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Non so, ditemelo voi. Se ripeto che non sarebbe stato assunto come cittadino russo, il resto ne consegue.

MILENA GABANELLI Senta lei è stato responsabile dell’Eni a Mosca, ha ricevuto mai proposte di collaborare dalle autorità russe?

MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Si, ho avuto proposte di collaborare con le autorità russe, le ho respinte perché c’erano determinate condizioni che io non accettavo, io non volevo nessunissima condizione, volevo essere completamente libero.

MILENA GABANELLI Che tipo di collaborazione le chiedevano?

MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Di aiutare il paese.

MILENA GABANELLI Russo?

MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Russo.

MILENA GABANELLI Ed è compatibile con la carica che lei aveva?

MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia No.

MILENA GABANELLI E quella è la condizione per ottenere la cittadinanza?

MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Sì.

MILENA GABANELLI E secondo lei è stata chiesta la stessa cosa al signor Ferlenghi?

MARIO REALI – Ex Responsabile ENI - Russia Senz’altro, altrimenti non l’avrebbe ricevuto.

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martedì, 29 maggio 2007

G8, let's rock...


Al mondo è rimasto poco di meno utile di un incontro del G8; la frattura ormai evidente tra la cricca appesa a Bush e soci ed il resto del mondo ha ormai paralizzato tutti i -luoghi- simili al G8, ove i grandi della terra si radunano ormai solo per capire quanta distanza ci sia tra le rispettive posizioni, per poi procedere in ordine sparso.
Nonostante questo il G8 continua ad avere una forte valenza simbolica e per questo anche quest'anno il G8 sarà assediato da quanti non gli riconoscono il potere di assumere decisioni al di fuori del quadro democratico.

La Germania pare aver scelto un approccio duro nel confronto con la protesta, tanto da far ricordare a molti il dispositivo di sicurezza che in occasione di Genova ha coperto di vergogna l'Italia fino a costringere la giustizia a condannare il ministero dell'interno italiano per gravi reati commessi dalle forze dell'ordine.

Per seguire le evoluzioni di quesi giorni, oltre ai canali indymedia di Svizzera (in italiano) e Germania, c'è anche il sito http://dissentnetzwerk.org.
lunedì, 28 maggio 2007

Nasce - Fatti -

Domani a Bologna, ore 19 presso "Fuctory" in via S. Carlo, 23, ci sarà la presentazione ufficiale di "Fatti", un free press mensile in chiave locale.

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L'edizione di Fatti è curata da un gruppo di attivisti bolognesi che autofinanziano il prodotto. Il giornale ha un sito web che presto sarà implementato e che cercherà di essere il canale di comunicazione tra la redazione e quanti vorranno proporre temi o articoli.

Fatti nasce per il preciso desiderio di comunicare anche al di fuori della rete, cercando di coniugare l'analisi dei fenomeni più interessanti con un linguaggio ed un formato che siano accessibili a tutti; in questa ottica sono previste pagine dedicate allo sport, agli spettacoli, così come l'ultima pagina è dedicata alle vignette.

Fatti nasce come un progetto open, aperto quindi alla collaborazione di quanti vorranno proporsi e parlare di Bologna e dintorni evadendo dalla cacofonia di un dibattito cittadino ormai degradato.

Note per la stampa imprecisa:

- Il giornale non è di Valerio Monteventi, che presta solamente l'uso della testata Zic come supporto (Fatti esce come supplemento a Zic dal punto di vista formale).
- Il giornale non avrà 4 pagine, ma 8

...e per ora su due articoli ci sono due imprecisioni, a questo punto mi chiedo che senso abbia organizzare le conferenze-stampa se poi tutti scrivono quello che capita...
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lunedì, 28 maggio 2007

Salvati dai tonni


Naufraghi nel mediterraneo, sarebbero morti  nell'attesa che qualche paese si decidesse a soccorrerli, se non avessero trovato un allevamento di tonni. Abbandonati dalle istituzioni, salvati da un allevamento di tonni.

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lunedì, 28 maggio 2007

lo sfogo di Paolo

pubblico senza commenti:


Sono Paolo Barnard.

Sapete perché la situazione è disperata? Non perché abbiamo a che fare con la meschinità, corruttela, avidità, vippismo, disonestà del Sistema, ma perché il Movimento che voleva quell’Altro Mondo Possibile è anch’esso miserabilmente meschino, corrotto, avido, Vip, disonesto, e cioè qualitativamente identico al Sistema che vorrebbe contrastare. Non ne posso più di sfasciarmi la faccia tutte le volte che ci sbatto contro, tutte le volte che scopro chi sono veramente le nostre false Star, i Travaglio, Grillo, Gabanelli, Santoro, Lettera 22, Peacereporter, Manifesto e tanti altri. Tutte le volte che vedo replicato al nostro interno il maledetto meccanismo dei Vip, identico a quello dei Vip massmediatici, dove i nostri Vip, quelli della ‘nuova Italia pulita, quella giusta’, accolgono la delega a pensare, ad agire, a combattere di migliaia di persone che li adorano, e loro quella delega la accettano ingordi di protagonismo invece che aiutare tutte quelle persone ad adorare sé stessi, a divenire i Travaglio e i Santoro di sé stessi, a costruirsi i libri da sé, a farsi i propri telegiornali, a essere assolutamente i Vip di sé stessi, a sentirsi tutti e ognuno lassù sul palco col microfono in mano e capaci di combattere anche da soli e con le proprie idee. Quante volte ancora devo vedere i nostri paladini dell’informazione ‘pulita, quella giusta’ che censurano le idee scomode, esattamente come fa Vespa, che non tollerano il minimo dissenso, esattamente come fa Ferrara, e che assieme ai loro adoranti seguaci cercano in fondo una sola cosa: santificare sé stessi, a dispetto del nulla dei loro risultati?
Storditi dalla girandola delle noste manifestazioni, dai tripudi nelle serate con le nostre Star, dall’indignazione che ci portiamo a casa dope le nostre feste colorate e dopo la lettura dei libri scritti dai nuovi ‘moralizzatori’, continuiamo a dimenticarci che il 99% degli italiani che votano e consumano ci ignorano totalmente, perché li abbiamo abbandonati, abbandonati alla comunicazione di chi invece ha lavorato 24 ore su 24 per 35 anni per parlargli, di chi si è mischiato fra di loro e li ha ipnotizzati, e cioè le destre neoliberali grandi promotrici dell’Esistenza Commerciale e della Cultura della Visibilità, quelle che ci hanno fottuti tutti, tutti, e loro sono i veri vincitori del mondo.

Lascio chi vuole continuare a credere ciecamente ai finti nuovi paladini della finta trasparente e pulita Italia, e li lascio alla loro indignazione numero novecentomila, cui se ne aggiungeranno altre novecentomila. Li lascio alla denuncia numero novecentomila scritta o filmata dai soliti e noti finti eroi, e al fatto che nessuno si sta chiedendo a cosa cavolo sta servendo la compulsiva aggiunta di denunce a denunce, di indignazione a indignazione. Li lascio ai novecentomila anni di tripudio di chi su tutto questo nostro inutile agitarci trionfa per divorarsi il mondo e le sue povere vite.
Dovevamo fare altro, dovevamo fermarci, deporre i libri e spegnere le tv, dovevamo mettere da parte i nostri Guru e capire le nostre miserabili repliche di meschinità e di vippismo, di intolleranza e di potere, e poi amare di più, perché amare di più avrebbe significato uscire dalla nostra egocentrica danza che nutre le nostre egocentriche Star alternative e vedere i bisogni dell’altro così come veramente sono. Dovevamo uccidere i Guru, e ciascuno Guru di sé stesso disperderci fra i tanti di questo mondo ricco che di noi hanno bisogno per essere aiutati a salvarsi la vita e a salvarla a tanti altri. Così avemmo salvato il mondo.

Ma per farlo dovremmo oggi accettare di toccare, di capire e di abbracciare l’entità della nostra sconfitta fino in fondo, fino all’intollerabile, a costo di uscirne distrutti. Poiché io credo che solo laggiù, là dove la costernazione è così forte da divenire silenzio, là dove nessuno di noi ha finora accettato di andare, forse troveremo le idee per salvarci. O là o da nessun’altra parte. Laggiù, ciascuno con sé stesso a cercare le proprie idee per salvare la Terra, dopo aver ucciso le nostre finte guide-Star e le nostre tante meschinità.

Io non sono più della partita, come ci sono entrato in questo mondo di pulizia fasulla e di fasulli pulitori ne esco. Ho scritto, filmato, detto, scongiurato, lottato, litigato. Ora la mia strada va da altre parti, le mie parti. A voi la vostra, qualunque essa sia.

Con affetto,

Paolo Barnard

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venerdì, 25 maggio 2007

Filippo Raciti non fu ucciso da un tifoso


Game over, riposi in pace insieme alla verità.

I terribili ultras non hanno ucciso Filippo Raciti con un lavandino-
Il lavandino era stampato in metallo ed era flessibile, non aveva la massa e nemmeno la compattezza per procurare le lesioni riscontrate su Raciti. Se lo avessero mostrato prima sarebbe parso evidente a chiunque.
I Ris di Parma, per dire questa sciocchezza senza sbilanciarsi troppo hanno scritto, riferendosi al lavandino,  che: "..pur non potendo esprimersi per una diagnosi definitiva, l'ipotesi della inidoneità sembra riunire maggiori elementi di probabilità".

Se a questo si aggiunge che un collega di Raciti ha ammesso di averlo investito con un Land Rover: "...innescata la retromarcia, ho spostato il Discovery di qualche metro. In quel momento ho sentito una botta sull'autovettura e ho visto Raciti che si trovava alla mia sinistra insieme a Balsamo portarsi le mani alla testa. Ho fermato il mezzo e ho visto un paio di colleghi soccorrere Raciti ed evitare che cadesse per terra" e che il patologo ha riconosciuto le lesioni riscontrate sul corpo di Raciti come compatibili con l'investimento da parte del mezzo, non è difficile trarre la conclusione che Filippo Raciti non fu ucciso da un giovane ultras.

Quindi viene da chiedersi perchè, se la polizia sapeva che Raciti era stato investito da un collega, si siano costruite false accuse contro un ragazzo che, per quanto colpevole di altre infrazioni, non è certo un omicida. Perchè la polizia di Catania si è inventata questa storia con tanto di disegnini, se fin da subito i colleghi di Raciti sapevano che era stato investito da uno di loro?

Perchè tutti i colleghi hanno taciuto mentre si montava lo scandalo ultras?
 Alla famiglia Raciti, quale verità è stata detta? Sono stati i primi responsabili della sua morte ad architettare questo depistaggio, con il rischio di mandare in galera per decenni un ragazzo, o qualche più alta autorità? Perchè nessuno ha dato ancora evidenza al fatto che la morte di Raciti fu dovuta ad un incidente e non ad un omicidio?

Scommettiamo che queste domande non avranno risposta?

Aggiornamento

Sui vestiti di Raciti sarebbero state trovate tracce di vernice blu, lo rivela l'Espresso.
La descrizione  chimica della vernice rinvenuta sembra pero' calzare alla perfezione con quella della vernice usata per la segnaletica orizzontale (cioe' le strisce blu dei parcheggi).
La definizione al punto 2.12 di questa documentazione lascia pochi dubbi

2.12 Pitture per la segnaletica stradale orizzontale 

    Per la segnaletica stradale orizzontale vanno impiegate pitture di soluzioni di polimerizzati misti di PVC, resina acrilica o combinazione di resina achidica e clorocaucciù con biossido di titanio ed additivi, per es. corpi riflettenti di palline di vetro, farina di quarzo. Come materiali applicati a spolvero vanno impiegate perline riflettenti per la riflessione superficiale e sabbia quarzifera per l’ottenimento della resistenza allo slittamento.

Le tracce rilevate quindi, se hanno quella composizione chimica, non dimostrano il coinvolgimento del Discovery, ma semmai che Raciti ha avuto un brusco contatto con la sede stradale in un punto dove sono disegnati dei parcheggi.
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venerdì, 25 maggio 2007

PAKISTAN: UNA POLVERIERA NUCLEARE IN FIAMME

in Altrenotizie

Quasi centosettanta milioni di abitanti, attualmente considerato al nono posto nella classifica degli “stati falliti” (al decimo c’è l’Afghanistan), il Pakistan è un fondamentale alleato della “War on terror” di George W. Bush, il quale si è assicurato la collaborazione del dittatore Musharraf minacciando, nei giorni successivi all’undici settembre 2001, di “riportare il Pakistan all’età della pietra”. Nonostante le minacce e le pressioni il Pakistan ha una propria agenda politica e cerca di perseguirla pur tra mille difficoltà. La capacità di praticare il doppio e triplo gioco di Musharraf meriterebbe un posto nella leggenda, se non altro per il complesso quadro geopolitico all’interno del quale il dittatore riesce a mantenere il potere nonostante il suo paese continui ad essere la principale sorgente del terrorismo qaedista o “islamico” che dir si voglia. Musharraf era, ai tempi dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan, il comandante sul campo dell’ISI (i servizi pachistani) e operava fianco a fianco con Bin Laden.

Del Pakistan sappiamo che ha fornito la gran parte degli attentatori all’opera il 9/11, attentatori finanziati direttamente dal’ex capo (ora rimosso) dei servizi pachistani; ma anche che erano di origine e addestramento pachistani gli autori degli attentati alla metropolitana di Londra. Del Pakistan sappiamo inoltre che è impegnato sul fronte della proliferazione nucleare clandestina e che, nel quadro di un accordo ormai trentennale, ha fornito tecnologia nucleare a doppio uso bellico/civile a Libia, Iran, Arabia Saudita e Corea del Nord. Lo scandalo della proliferazione nucleare made in Pakistan scoppiò ufficialmente sul finire del 2003, ma sembra non abbia preoccupato nessuno. Secondo l’ex direttore della Cia, George Tenet, i traffici dei pachistani sarebbero stati scoperti grazie alle informazioni fornite dagli USA, ma questo non corrisponde al vero. Lo scandalo venne alla luce perché Gheddafi indicò all’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) il Pakistan come fornitore del programma nucleare libico. Gheddafi aveva appena raggiunto un accordo (sotto minaccia) con gli USA per rinunciarvi e probabilmente colse l’occasione per mettere i bastoni tra le ruote all’idillio USA-Pakistan; Gheddafi non ha alcuna simpatia per qaedisti e simili, che sente come una minaccia al suo potere.

Non serviva però Gheddafi per sapere quello che sapevano in molti, visto che fin dagli anni ’90 l’AIEA aveva accusato A. Q. Kahn, il padre dell’atomica pachistana, di essere il perno di un network clandestino dedito ai commerci di materiale nucleare. Denunce che non avevano trovato eco sulla stampa internazionale e ancora meno attenzione da parte della Casa Bianca, tradizionalmente vicina ai governi pachistani a prescindere dalla loro composizione. Una tradizione che risale a Nixon, che vedeva nel Pakistan un contrappeso naturale al potenziale crescere dell’India come potenza regionale, una vicinanza che sembra essersi recentemente affievolita insieme al crescere del favore americano verso l’India, con la quale gli USA hanno firmato un accordo che permetterà agli indiani di acquisire tecnologia nucleare in abbondanza proprio da Washington.

Allo scoppio dello scandalo seguì una farsa; Musharraf cercò di accusare lo scienziato e di chiamare fuori il governo da ogni responsabilità. A seguito di massicce manifestazioni popolari e a seguito delle dichiarazioni di Kahn in merito a documenti che la figlia aveva provveduto a mettere al sicuro all’estero, dai quali emergerebbero evidenti le responsabilità governative, Musharraf optò con grande fantasia per una soluzione diversa. Lui e Kahn apparverò in diretta televisiva nell’ora di massimo ascolto, lo scienziato si dichiarò colpevole e Musharraf lo perdonò davanti alla nazione. Il Dipartimento di Stato dichiarò che Musharraf aveva dimostrato di voler impedire i traffici nucleari. Fine dello scandalo.

Alla fine dello scandalo non è seguito però lo smantellamento della rete clandestina attraverso la quale il Pakistan ed altri paesi si procurano hardware e software nucleare. Una rete estesa dalla Malaysia a Dubai fino a diversi paesi europei, che può contare su decine di nodi e centinaia di persone. Di queste ne sono state arrestate e condannate solo tre, due tedeschi e un olandese. Musharraf non ha concesso a nessuno di poter interrogare Kahn, che formalmente sarebbe stato allontanato dal programma nucleare e non ha arrestato nessuno. Una circostanza abbastanza incredibile se si pensa che dal paese con la più alta concentrazione di servizi segreti al mondo si trasportavano addirittura le centrifughe nucleari usando aerei militari; pensare che nessuno abbia commesso reati o che nessuno sia imputabile di nulla conduce solo a confermare la certezza di un traffico gestito con l’assenso del governo e dei militari.

Un traffico che ancora continua e ancora po’ contare sulla stessa rete di un tempo. La responsabilità di questo stato di cose è evidentemente della Casa Bianca, basta pensare alle minacce contro Iran e Corea del Nord e confrontarle con il comportamento tenuto verso il Pakistan per vedere il doppio standard all’opera. L’anno scorso un gruppo di studio annunciò che il Pakistan stava costruendo un reattore al plutonio da 1000 megawatt, il meglio che c’è per procurarsi combustile nucleare. La scoperta avvenne osservando le foto di un satellite commerciale. Gli USA dapprima negarono, poi ammisero di esserne a conoscenza fin dall’inizio della sua costruzione (nel 2001), ma di aver ottenuto garanzie dai pachistani che il plutonio non sarebbe stato impiegato per la costruzione di ordigni bellici. Ridicolo se non fosse tragico.

Lo stesso doppio standard impedisce agli USA di focalizzare la situazione in Pakistan; una situazione sull’orlo del collasso che l’Occidente non riesce a gestire e spesso nemmeno a comprendere. Negli ultimi anni il potere di Musharraf, che si era rinvigorito proprio grazie alla rimozione dell’embargo americano e alla dazione di oltre dieci miliardi di dollari in aiuti militari, è andato scemando. Dovendo accontentare tutti, dalla borghesia laica, agli estremisti islamici fino all’alleato americano, Musharraf non si è risparmiato equilibrismi e fantasia, ma la fune sulla quale cammina si è fatta ogni giorno più sottile ed instabile. Il governo pachistano si è trovato impegnato su più fronti, mentre periodicamente se ne aprivano di nuovi. A Est c’erano da cogliere le grandi opportunità offerte dal nuovo Afghanistan (molti ministeri afgani sono stati “affidati” a “tutor” pachistani), mentre a Sud c’è il Baluchistan, con i progetti per l’oleodotto IPI ( Iran-Pakistan-India) e per l’hub portuale di Gwadar (costruito dai cinesi), destinato a divenire una “porta” commerciale asiatica verso il mondo. I due obbiettivi hanno sottratto risorse ed attenzione ad altre zone del paese, in particolare al Kashmir, da decenni conteso agli indiani. Quando il governo pachistano ha mancato di soccorrere i kashmiri vittime di un rovinoso terremoto, gran parte dei combattenti impegnati alla frontiera orientale contro la “minaccia indù”, si sono trasferiti ad Ovest a dar manforte contro i “cristiani”.

Proprio sul finire dell’anno scorso nelle province occidentali del Waziristan (del Sud e del Nord) i combattenti islamici hanno proclamato un emirato indipendente. Negli stessi mesi salivano di tono le accuse del presidente afgano Karzai contro i vicini, accusati di voler dissanguare e ridurre in schiavitù il popolo afgano. Negli ultimi giorni truppe afgane e pachistane si sono combattute alla frontiera, uccidendo anche un ufficiale americano intervenuto per far terminare gli scontri. I problemi del Pakistan sono principalmente all’interno dei suoi stessi confini. Alla rivolta dei waziri si è aggiunta quella dei baloci, per nulla disposti a farsi sfruttare senza vedere un dollaro, rivolta che ha portato alla paralisi completa sia dell’oleodotto IPI che del porto di Gwadar, praticamente isolato dal resto del paese. A queste si è aggiunto il generale malcontento per un’economia in calo costante, per le riforme promesse e mai realizzate (solo il 30% dei bambini pachistani può contare su scuole pubbliche), che hanno poi trovato nella rimozione di un giudice della Corte Suprema la scintilla che ha incendiato la prateria. Ne sono seguite imponenti manifestazioni, subito assalite dall’esercito e dai militanti di partiti vicini o complici di Musharraf; un bilancio finale fatto di numerose morti e devastazioni.

Purtroppo per il Pakistan la situazione politica è bloccata e non facilmente risolvibile. I due maggiori partiti opposti a quello di Musharraf (che ha promesso libere elezioni e di abbandonare l’esercito, ma che non mantiene) sono diretti da due ex premier corrotti, nella migliore tradizione del familismo politico asiatico. L’unica formazione politica non compromessa è capitanata da Imra Kahn, un ex campione di polo che però non ha il sostegno dell’elite pachistana, mentre il giudice della corte suprema che ha trascinato le folle in piazza, pur godendo di una favore diffuso, non sembra avere alcuna speranza elettorale. Il paese vive dell’iniezione di denaro da parte di USA ed Arabia Saudita ed è tenuto insieme con la forza dalla casta militare, che però sembra aver esaurito le opzioni alternative alla repressione sanguinaria; un segnale in questo senso è dato dalla istruzione delle redazioni di alcuni media che sostenevano le proteste contro la rimozione del giudice costituzionale. Musharraf si è scusato pubblicamente per le aggressioni ai media, che in Pakistan nonostante la dittatura godono di una libertà sconosciuta anche in paesi più “democratici”, ma il fatto è un altro segnale del crollo delle ultime convenzioni a tutela della convivenza più o meno civile nel paese.

Se cade Musharraf il Pakistan rischia qualcosa di molto simile ad una guerra civile o una sanguinosa dittatura militare, ma se Musharraf resiste il menu non sarà molto diverso. Nell’attesa di assistere alle evoluzioni della storia, non resta che rilevare la straordinaria riservatezza che i media concedono al turbolento “alleato” pachistano e chiedersi da quali fattori misteriosi possa dipendere, pensando che forse l’origine di tanta compiacenza è da far risalire ai tempi di Nixon e Kissinger e che sicuramente è stata rafforzata dal coinvolgimento dei vertici dell’amministrazione americana nello scandalo della BCCI, il più grande scandalo narco-finanziario della storia. Purtroppo le vicende che riguardano il Pakistan sembrano interessare molto meno del delitto di Cogne, non resta che sperare che questa distrazione generale non venga scossa dall’improvviso apparire di un fungo atomico su qualche città, una eventualità che coglierebbe di sorpresa le opinioni pubbliche  non meno di quanto sia successo in occasione degli annunciatissimi attentati del 9/11.


Missing in Pakistan
martedì, 22 maggio 2007
In attesa dell'uscita dell'aggiornamento sul Pakistan per Altrenotizie, cade a fagiolo un articolo che denuncia lo strano fenomeno che in Pakistan ha portato alla sparizione di diverse persone.

Uno di questi Saud Memon, coinvolto nel rapimento ed omicidio di Daniel Pearl, sarebbe stato catturato in Sudafrica dagli americani, per poi riapparire sulla soglia di casa in pessime condizioni.

Aveva perso la memoria, non riusciva più a parlare, non ha saputo comunicare da chi fosse stato catturato e dove fosse stato detenuto, niente di niente. Dopo poco tempo è morto, secondo i sanitari pachistani di tubercolosi e meningite assieme.

Ad interessarsi di casi simili, molto numerosi in Pakistan, è stato proprio il giudice Iftikhar Chaudhry, quello cacciato da Musharraf con un provvedimento che ha scatenato la rivolta nelle strade e la conseguente repressione governativa.

Ovviamente Musharraf nega che la rimozione del giudice sia legata all'aver convocato in udienza alcuni generali in servizio per interrogarli a proposito delle sparizioni. Per Musharraf la rimozione del giudice è legata a non meglio specificati abusi.
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giovedì, 24 maggio 2007

Una piccola soddisfazione


Dopo anni che lo sostengo in solitudine, finalmente la stampa internazionale riconosce l'esistenza di petrolio in Darfur, eppure non era un segreto...
Ora che se ne accorgerà il mainstream avranno già costruito pozzi ed oleodotti........
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giovedì, 24 maggio 2007

Eni e Lerner, infedeli e razzisti.

DSCN1666L’ultima puntata de L’Infedele ha fornito agli spettatori il perfetto esempio del paradigma razzista applicato allo sfruttamento di intere popolazioni.

Prendendo le mosse dai recenti sequestri operati dal Mend (Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger), Lerner ha radunato in studio numerose persone, che in gran parte dimostravano simpatia per le ragioni dei ribelli nigeriani; tra questi oltre a persone di origine Nigeriana anche il giornalista del Corriere Massimo Alberizzi e un inviato della trasmissione “le Iene”, ai quali furono consegnati gli ultimi due ostaggi italiani liberati, oltre ad uno di questi.

A fare da contraltare c’era un rappresentante dell’Eni, un giornalista della rivista “Tempi” (un periodico cattolico che pubblica articoli che sostengono l’efficacia della promozione dell’astinenza sessuale nella battaglia contro l’Aids e altre stupidaggini del genere) e, cosa che invero mi ha stupito, lo stesso Lerner, schierato apertamente in difesa dell'Eni con argomentazioni artificiose quanto discutibili.

Passi che il giornalista cattolico abbia cercato di  inquadrare il Mend come una organizzazione criminale, passi che il rappresentante dell’Eni abbia cercato di negare in assoluto qualsiasi responsabilità dell’azienda, ma da un campione dei perseguitati come Lerner non mi sarei mai aspettato una trasmissione così volgarmente ed apertamente razzista.

Le tesi del rappresentante dell’ENI erano giocoforza ridicole: l’ENI non sarebbe responsabile, l’ENI ha fatto un sacco di bene ai nigeriani, che però sono litigiosi e allora non riescono a godere di tanta benevolenza. A sostegno della sua tesi  l’uomo dell’ENI ha citato nientemeno che un libro sulla storia africana di Martin Meredith, che incidentalmente non è africano e neppure nero, ma inglese come la SHELL, più volte condannata per inquinamenti, per aver armato bande paramilitari dedite ai massacri ed altre bazzecole del genere.

L’uomo dell’ENI però non ha saputo o voluto spiegare perché da decenni la sua azienda brucia il gas che esce dai pozzi in atmosfera, producendo tonnellate di co2 e riducendo a deserto aree estese per chilometri e chilometri quadrati attorno ai pozzi. Eppure lo sanno da un pezzo che così facendo contribuiscono  all'effetto -serra e a distruggere il territorio attoro ai pozzi. L’uomo dell’ENI non ha saputo neppure spiegare perché l’azienda non paghi nemmeno i contributi al misero fondo sociale previsto, l’ENI non versa un dollaro in quel fondo fin dal 2000. L’uomo dell’Eni non ha saputo spiegare nemmeno perché l’azienda continui ad acquistare concessioni nella zona, l’ultimo grosso acquisto è stato fatto proprio mentre i due rapiti erano ancora in cattività, ma non se ne è accorto nessuno.

La realtà ci dice che ai nigeriani del delta è riservata solo una robusta miseria, un inquinamento ambientale che ha ridotto il fertile delta del fiume in acque morte e una robusta repressione qualora osino ribellarsi. I nigeriani presenti hanno ricordato che gli abitanti della zona si sono ribellati in maniera non violenta in passato, ma che sono stati repressi nel sangue. Hanno ricordato anche la figura e le parole di Ken Saro-Wiwa, che morì impiccato per mano di quegli stessi militari che incassano tangenti dalle compagnie; hanno ricordato che la popolazione è stretta tra la prepotenza del governo centrale, la violenza dell’esercito e dei mercenari incaricati della “sicurezza” degli impianti e di bande di grassatori locali in combutta con i politici nigeriani. Per l’uomo dell’Eni, Saro-Wiwa è morto perché era di una etnia minoritaria ed era sgradito agli stessi nigeriani, una curiosa interpretazione.

Lerner ha fatto di peggio. A parte chiedere “Cosè Ken Saro-Wiwa ?” e scusarsi immediatamente per la figura terrificante, questo grande difensore dei perseguitati ha imbastito una trasmissione nella quale ha impiegato i peggiori stereotipi razzisti (e a consentito ad altri di impiegarli) in difesa del buon nome dell’Eni. Sinceramente mi ha stupito, suggerisco a Lerner di rivedersi la puntata e di provare a sostituire le definizioni “nigeriani”, “popolazione locale” e altre usate per indicare gli abitanti del luogo, con la parola “ebrei”. Se sopravvive alla sorpresa forse così si accorgerà delle enormità che ha pronunciato. Lerner non ha perso occasione per definire “terroristi” i guerriglieri del Mend, invitando lo spettatore a non simpatizzare per questa organizzazione dai fini (secondo lui) poco chiari. Lerner ha addirittura mandato in onda un servizio costruito sulla teoria di fondo secondo la quale il Mend agirebbe sotto dettatura straniera, in particolare cinese, al fine togliere il controllo dei giacimenti all’Occidente in favore della Cina. Una bestialità della quale non ha fornito alcuna prova, limitandosi ad omettere che anche operatori cinesi sono stati rapiti e che le rivendicazioni del Mend valgono per tutte le compagnie, cinesi comprese.

Lerner le ha davvero provate tutte, provocando sconcerto nei nigeriani presenti, ma anche negli italiani come Alberizzi che si sentivano raccontare fantasie assurde ed assistevano impotenti alla diffamazione di un intero popolo al solo scopo di occultare le responsabilità gravissime delle compagnie petrolifere. La trasmissione si è chiusa con Lerner che annunciava la messa in onda di una canzone nigeriana, introdotta come “la parte buona della Nigeria”; già, i negri sono bravi solo a cantare, in un paese come la Nigeria -la- parte buona è rappresentata dalla musica e dalla benevolenza dell’Eni, che dai suoi impianti tira qualche filo per dare elettricità a qualche villaggetto nei pressi (“non si può portare l’energia elettrica a chilometri di distanza – dice l’uomo dell’Eni provocando risate di scherno nello studio - perché bisognerebbe sventrare le foreste").

Un copione già visto, il buon occidentale che civilizza gli stupidi negri che non sono capaci di apprezzare e che sputtanano quanto di buono viene loro offerto. La solita storia degli specchietti e delle perline, che quando non funzionano più perché i poveri negri sono laureati e vogliono essere risarciti dei danni e che il petrolio venga pagato il giusto a chi ne ha diritto, si trasformano in “terroristi”.

Uno spettacolo pietoso che non mi sarei aspettato da uno come Lerner, capace di evidenziare i trucchi semantici che gli antisemiti impiegano in chiave antiebraica, ma capace allo stesso tempo di impiegare gli stessi trucchi (e anche più schifosi) per coprire, con pregiudizi razzisti verso gli africani, i crimini delle compagnie petrolifere. Un giornalista che non conosce nulla della Nigeria, che mette in piedi una trasmissione per diffamare un popolo che da decenni è sfruttato e deriso, infarcendola dei peggiori luoghi comuni e facendo da sponda al rappresentante di un’azienda che viola clamorosamente anche gli impegni presi ufficialmente, che è responsabile (con altre) del terribile inquinamento di una delle zone più fertili e floride dell’Africa e che va a braccetto con i peggiori criminali e repressori, questo si è visto all’Infedele. Un’altra vergogna per la quale ogni italiano dovrebbe chiedere scusa all’Africa e agli africani.

 

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giovedì, 24 maggio 2007

Scaramella prigioniero di una dittatura!



Incredibile.

Esiste gente di destra che discute sui forum. Esiste un forum di gente di destra che parla della detenzione di Scaramella come di un atto dittatoriale.

Gente che si chiede: "è possibiile che in uno Stato democratico un cittadino possa essere detenuto soltanto per calunnia nei confronti di una spia di un, allora, Paese nemico ?"
Ce ne sono altri che propongono addirittura di "
Penso oggi che una petizione vada fatta, ma al tribunale dell’Aia e per I diritti dell’uomo."

Il senatore Guzzanti diceva in febbraio" penso, e non ci vuole molto, che chi mantiene Scaramella in questa condizione dalla notte di Natale non è davvero preoccupato per la buona reputazione dell’ex capitano del KGB Oleksander Talik." Che c'entri la reputazione di un russo con  le precise, documentate e gravissime accuse a Scaramella e allo stesso Guzzanti, non lo sa nessuno.

Ma questa gente in che mondo vive?
Nel mondo dei Guzzanti si parla di realtà create dalla fantasia dello stesso ed avvalorate dallo Scaramella di turno.

Proprio ieri sono stati definitivamente assolti 4 inconsapevoli ucraini che erano finiti in galera perchè Scaramella e Guzzanti hanno fatto mettere armi sul loro furgone e rinvenirle. Il tutto per millantare l'esistenza di un progetto di attentato; esistenza che avrebbe dovuto significare che i lavori della commissione Mitrokin, già naufragata nella farsa, erano vicini a verità scomode. Fatti, non opinioni, le telefonate tra i due per seguire il furgone fino a che non fosse giunto il momento di segnalarlo alle autorità, quelle fatte per accordarsi e coordinarsi nell'azione sono agli atti e non sono equivoche.

Quattro persone  assolutamente innocenti finite in galera per oltre un anno grazie alle calunnie di un poveretto che adesso qualcuno vede come un martire della dittatura.

Scaramella è ancora in galera semplicemente perchè gli inquirenti temono possa continuare a fare quello che ha sempre fatto, cioè creare patacche per intorbidare indagini o accusare innocenti. Guzzanti invece è a piede libero perchè gode dell'immunità parlamentare, essendo senatore per meriti evidenti e benevolenza del sire di Arcore, al quale è stato tanto utile e al quale ha venduto ogni residuo di dignità.

Non si tratta di deficienti, ma di gente completamente suonata dalle trombe della propaganda berlusconiana, a quando una statua all'ormai dimenticato Igor Marini, vittima del terrore rosso e del tentativo più grosso tentativo di calunnia dei tempi recenti, la commissione Telekom Serbia?
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mercoledì, 23 maggio 2007

Scandalo in Congo, truppe ONU in affari con le milizie.


Il contingente pachistano inquadrato nella MONUC, la missione ONU a tutela del processo democratico in Congo, è al centro di uno scandalo che emerge solo oggi dopo mesi dalla sua scoperta.

Secondo indiscrezioni i pachistani avrebbero messo in piedi un business per il quale ricevevano oro dalle milizie che controllano le miniere in Ituri in cambio di armi. Armi che erano quelle che il contingente ONU doveva sequestrare e che invece distribuiva nuovamente in cambio di oro appena estratto dalle miniere controllate da personaggini non meno improbabili dei soprannomi con i quali sono conosciuti, tipo Kung-fu o Dragon.

Nonostante l'esistenza di testimonianze affidabili e un'inchiesta avviata nell'agosto dello scorso anno, la notizia è trapelata solo per vie traverse, esponendo l'ONU a pesanti critiche.

Ne da notizia BBC, che riporta anche numerosi dettagli del traffico e la testimonianze di Petronille Vaweka, commissario congolese per l'Ituri, oltre a quelle di funzionari dell'ONU e di addetti alle miniere.
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mercoledì, 23 maggio 2007

Un testo da leggere e da tenere a mente


Un testo non troppo lungo di Manuel Castells sulla Network Society del quale consiglio la lettura senza se e senza ma.
Vale ogni secondo impiegato per leggerlo.
In italiano lo trovate su Caffè Europa.
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lunedì, 21 maggio 2007

Dove sono finiti gli amici di Bush?

In Altrenotizie

A provocare l’incredibile isolamento del presidente americano non è solo l’incombente fine del suo mandato presidenziale, ma anche la sensazione ormai netta e diffusa che la politica statunitense perseguita nei gli ultimi due mandati sia molto più che fallimentare. Bush ha raggiunto la percentuale di gradimento più bassa mai registrata da un presidente americano, incidentalmente da suo padre, e si trova contro un 78% di americani che pensa che la politica della Casa Bianca abbia una direzione sbagliata. Secondo i critici più avvertiti il problema americano va ben oltre la figura di Bush e le malefatte del suo governo, tanto che personaggi come Noam Chomsky o Chalmers Johnson parlano della necessità per gli Stati Uniti di liberarsi della sovrastruttura imperiale che ormai guida incontrastata la locomotiva americana verso il disastro. Nonostante queste evidenti anomalie sistemiche, George W. Bush resta il principale responsabile, o almeno il più evidente agli occhi di tutti.

Fortunatamente il presidente degli Stati Uniti non può più contare sulla maggioranza parlamentare, conquistata dall’opposizione ed è costretto sulla difensiva dal venire al pettine dei molti nodi con i quali ha tessuto la sua politica presidenziale. Braccati dalla magistratura contabile, messi in stato d’accusa per abusi d’ogni genere, indicati al mondo come amorali e bugiardi, i suoi collaboratori più stretti sono decisamente in rotta e sembrano incapaci di reazioni diverse dal continuare a ripetere storie già sentite che chiunque conosce come false.

L’inizio della fine di Bush si può con certezza far risalire al momento dell’annuncio dell’invasione irachena. Uno spettacolo grottesco, con il capo dell’esercito più famoso del mondo che annunciava l’inizio di una possibile terza guerra mondiale basandosi su una tesi copiata da internet e su informazioni false costruite a tavolino da qualche cialtrone legato ai servizi segreti italiani. Quanti hanno parlato di complotto a proposito degli attentati alle due torri potevano risparmiarsi la fatica semplicemente valutando la qualità dei “cattivi” bushisti; impossibile pensare che i deficienti che hanno dovuto chiedere scusa ad uno studente britannico perché le “prove” per andare in guerra erano niente di più del plagio della sua tesi, potessero essere in grado di realizzare quel disastro senza farsi scoprire.

Bush è circondato da gente sotto inchiesta: Wolfowitz è stato cacciato con vergogna dalla Banca Mondiale, Bolton è stato sostituito all’Onu, Karl Rove è sotto inchiesta, il ministro della Giustizia Gonzales veleggia verso le dimissioni per aver punito i giudici che indagavano sugli affari degli amici e il suo vice sié già dimesso; persino Mel Sembler, ex ambasciatore USA in Italia si è dovuto dimettere, era accusato di aver messo in piedi dei simil-lager nei quali, novello Muccioli, curava a ceffoni e manette i figli tossici dell’elite americana.

Esaurito l’effetto keynesiano degli investimenti bellici, l’America di Bush è tornata a frenare e comincia a guardarsi dentro. Quello che vedono gli americani non è uno spettacolo per stomaci deboli. Destinare quaranta cent ogni dollaro del bilancio alle esigenze militari non lascia molto spazio per la cura dei cittadini. Quando poi i posti di responsabilità nell’amministrazione vengono distribuiti per censo e amicalità, il risultato è il fallimento. Come un paese fallito gli USA si trovano con un apparato produttivo ormai demolito, con il settore manifatturiero che perde molti più posti di lavoro di quanti non ne assicuri il complesso militar-industriale, finanziato con il più alto livello di spesa dalla seconda guerra mondiale. Oggi gli Stati Uniti spendono di più che durante le guerre del Vietnam e di Corea.

Un trilione di dollari, mille miliardi, è lo spaventoso bilancio annuale della difesa americana; di questi solo 49 sono destinati alla protezione del territorio metropolitano. Il resto serve a mantenere 737 basi permanenti all’estero, tre guerre in corso (Afghanistan, Iraq e Somalia), una forza occulta di quasi duecentomila mercenari strapagati e dai compiti oscuri; un quinto (200) se ne va per pagare gli interessi sui debiti per le guerre americane precedenti. Altri soldi, molti soldi, se ne vanno per la War on drug, la non meno fallimentare guerra alla droga voluta da Reagan e ancora in corso senza che nessuno, dopo venti anni e miliardi di spese militari, abbia visto il minimo calo della produzione e spaccio globali.

A porre fine a questa follia e ai continui rilanci di una amministrazione incapace di evadere da un tragico cliché, sembra contribuiscano anche i militari. Il rifiuto dell’Ammiraglio William Fallon di schierare tre portaerei nel Golfo Persico come monito all’Iran è suonato come una campana a morto: l’esercito rifiuta gli ordini. Grazie a questo rifiuto abbiamo visto Condoleeza Rice trattare finalmente con gli iraniani, anche se Cheney non ha rinunciato a minacciare Teheran in occasione di una vista ai marines.

Quello che colpisce maggiormente è però la sparizione nel nulla delle folle di politici e commentatori, non solo americani, che sostennero Bush all’epoca dell’invasione dell’Iraq. I dieci repubblicani in lotta per la nomination repubblicana alle presidenziali evitano accuratamente di pronunciare il suo nome, dicono tutti di rifarsi a Reagan. Anche sul versante dei predicatori economici e di quelli religiosi si può constatare che la sconfitta è orfana. I predicatori più avveduti hanno spostato il fuoco dei loro interessi dalla lotta contro il feroce saladino a quella contro l’inquinamento. Così come un passo della Bibbia suggeriva l’attacco a Baghdad, ora se ne è trovato un altro che invita l’umanità a restituire il mondo a Dio “così come vi è stato dato”. Quanto basta per dimenticare la guerra. Spariti dall’orizzonte anche i teorici della globalizzazione e liberizzazione economica; niente è infatti meno liberale di un’economia di guerra.

Ugualmente è evaporato il vasto sostegno internazionale e nel mondo dei media occidentali si può agevolmente notare come sia stata abbandonata la propaganda bugiarda dei falchi e si sia passati ad un silenzio plumbeo su tutto quanto riguarda le guerre e le loro false ragioni. Risulta davvero impressionante la disinvoltura con la quale chi ha promosso acriticamente queste guerre, ora tace come se niente fosse, come se non ci fosse nulla da discutere o nessuna giustificazione da fornire a chi hanno ingannato. Tacciono i Berlusconi, tacciono i commentatori di destra; sul finire dell’anno scorso il blocco occidentale ha cominciato tre guerre senza che si sia udita la minima traccia di dibattito. A queste vanno aggiunti il piano per fomentare la guerra civile tra palestinesi armando ed addestrando le forze di Fatah e l’imminente collasso del Pakistan, inquietante in quanto dotato di parecchi armamenti nucleari. Ma di questo sembra inutile discutere, nel nostro paese come negli Stati Uniti.

Manca ancora un anno e mezzo alla fine della peggiore presidenza americana di sempre, ma purtroppo la fine dell’amministrazione Bush non precluderà a cambiamenti significativi. Bush ha demolito quel che restava dei famosi checks and balances costituzionali, ma i Democratici non sembrano per nulla interessati al loro ripristino. Le prossime presidenziali americane non serviranno a ridimensionare il potere che Bush ha avocato alla presidenza, ma semplicemente ad impadronirsene. Gli amici di Bush brinderanno in silenzio; comunque vada a finire le conseguenze per loro saranno molto relative, le pene per gli errori meno che certe. Di certo restano i profitti, gli immensi profitti garantiti da una borsa della spesa gestita senza alcuna chiarezza e con generosità per gli amici degli amici.

Ma non piangeranno neanche un minuto sulle vite perdute di centinaia di migliaia di persone e sulle sorti di milioni di profughi di guerra vaganti per il mondo; la guerra era il loro affare e, dal loro punto di vista, non si può davvero dire che sia andata male. Per loro è stata un vero successo e ancora un più grande successo sarà quando l’indice accusatore si rivolgerà verso George W. Bush, in direzione diversa da quella che indicherebbe i loro profitti. Gli amici di Bush sono zitti perché stanno contando i guadagni e aspettando di sapere chi siederà alla Casa Bianca; quando sarà chiaro quale può essere il prossimo cavallo vincente, gli afoni riprenderanno voce, stando però bene attenti a non parlare di cose sgradevoli e cheap tipo il fallimento iracheno o la precipitosa decadenza degli Stati Uniti.
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sabato, 19 maggio 2007

Il tumore alla mammella interessa anche gli uomini.

Ascoltando una trasmissione radio ho scoperto che il tumore alla mammella non è una malattia esclusivamente femminile.
Ho fatto un po' di ricerche e ho scoperto che i casi di tumore alla mammella negli uomini sono uno ogni centoventi tumori riscontrati nelle donne.

In genere i tumori alla mammella negli uomini vengono scoperti in stadi più avanzati rispetto a quanto accade nelle donne, questo perchè pochi sono avvertiti del problema e nessuna struttura pubblica fa qualcosa per la prevenzione.

Sarebbe buona norma quindi per gli uomini osservare le stesse precauzioni che vengono suggerite alle donne, in particolare l'autopalpazione, in particolare per quegli uomini con una massa mammellare importante che potrebbe nascondere a lungo il tumore, prima che il portatore possa rendersi conto della sua presenza.
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venerdì, 18 maggio 2007

Violenza sessuale ai seggi universitari


A Bologna ci sono le elezioni universitarie. Ligi ad una tradizione di prepotenze e di comportamenti da caserma, alcuni appartenenti allo Student Office (organizzazione universitaria di destra vicina a Comunione e Liberazione) si arrabbiano perchè un presidente di seggio non vuole ammettere al voto alcuni amici che questi hanno condotto fino al seggio oltre i termini orari consentiti.

Nella discussione interviene una ragazza di Sinistra Universitaria e nella testa dei ragazzi scatta qualcosa che sarebbe meglio non fosse scattato. In cinque cominciano ad insultarla e a palpeggiarla nelle parti intime, poi fuggono dall'edificio.

La ragazza ha ovviamente sporto denuncia, una denuncia che non mancherà di far rumore, poichè se l'esercizio della violenza politica è sempre da condannare, è particolarmente odioso pensare che all'interno dell'Università una ragazza possa essere aggredita in un modo tanto vigliacco, stupido e poco rispettoso della dignità umana e di quella femminile in particolare.

Non paghi di colonizzare tutto il colonizzabile all'interno dell'università grazie al ferreo controllo che esercitano sugli studenti cattolici, inquadrati e intruppati dall'alba al tramonto, i giovani dello Student Office si sono coperti di vergogna e d'infamia, rivelando una natura ben lontana dai princìpi del buon cristiano che ipocritamente vanno sventolando davanti agli occhi di quanti credono loro.

Una natura che è quella ben conosciuta del machista fascistoide, che di fronte alle ragioni di una donna non trova di meglio che rispondere aggredendola sessualmente.
Vedremo le razioni a questo squallido episodio, vedremo se l'eroico monsignor Vecchi adesso dirà che la violenza della parrocchia, oppure se la curia inventerà per l'ennesima volta qualche scusa pietosa per giustificare questi ignoranti maiali.
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venerdì, 18 maggio 2007

Israele combatte accanto a Fatah


Non si era mai visto nulla del genere, ma ormai è evidente che Israele sta combattendo accanto a Fatah contro Hamas.

Dopo la vittoria elettorale di Hamas il Dipartimento di Stato americano, Israele e alcuni regimi arabi dell'area (Egitto e Giordania su tutti) hanno siglato in segreto il "Action Plan for the Palestinian Presidency". Il piano prevedeva l'armamento e l'addestramento delle milizie di Fatah e una serie di mosse politiche per costringere Hamas ad accettare un governo di unità nazionale; in alternativa il presidente Mahmoud Abbas, più che prono ai desideri americani, avrebbe sciolto il parlamento e indetto nuove elezioni; alla faccia del rispetto dell'unico paese che tiene elezioni regolari in Medioriente. Gli Stati Uniti hanno destinato 40 milioni di dollari per l'armamento di Fatah e da Egitto e Giodania sono arrivate migliaia di armi. Questo in un contesto nel quale i soldi delle tasse versate dai palestinesi sono bloccati da Israele, impedendo al governo palestinese di far fronte alle necessità più elementari della popolazione.

Ieri gli israeliani sono entrati in azione direttamente accanto alle milizie di Fatah, colpendo con l'aviazione gli uomini di Hamasma; già da tempo il fenomeno è evidente quanto ignorato dai media; tanto che D'Alema ha proposto l'invio di una forza di interposizione non avendo capito bene come stanno girando le cose.

Le milizie di Fatah hanno ricevuto armi alla luce del sole da Egitto e Giordania (e con il consenso di Israele), poi è stato loro concesso di entrare ed uscire da Gaza e dai Territori occupati per l'addestramento e, pochi giorni fa, quando i combattimenti sono saliti di livello, ben 500 miliziani sono passati dai check point controllati da Israele per buttarsi negli scontri a Gaza.

Nei giorni scorsi l'aviazione israeliana ha coadiuvato l'azione di Fatah bombardando obiettivi di Hamas e ieri i primi carri armati israeliani sono entrati a Gaza. Paradossale il commento del portavoce di Olmert, Miri Eisin, che ha detto che "Hamas sta cercando di attirare Israele nella Striscia di Gaza". Le menzogne non costano nulla.

Intanto è ufficiale che il generale americano Keith W. Dayton, inviato speciale nella regione, dirigerà un programma di addestramento di altri miliziani di Fatah con base in Egitto, ma gli israeliani hanno definito "Dayton's guys" i 500 miliziani appena arrivati a dare manforte, smentendo in tal modo gli americani che cercavano di non apparire responsabili degli scontri in corso.
A confermare il loro arrivo è stata anche Maria Telleria, portavoce della Missione di Assistenza ai Confini dell'Unione Europea, che ha parlato esplicitamente di un trasferimento a bordo di numerosi autobus concordato e coordinato tra Israele e Fatah.



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giovedì, 17 maggio 2007

L'esempio esemplare.



Spesso ci lamentiamo dello scarso grado di preparazione scolastica degli italiani. Ancora più spesso ci lamentiamo di una loro cialtroneria abbastanza evidente, di una mancanza di cultura di base spesso imbarazzante.

Ma da chi dovrebbero apprendere gli sfortunati italiani, il come fare, l'how to,  per essere migliori ?
Il corpo docente non ha nulla da insegnare, se non come scansare le fatica e attecchire ai privilegi, le poche eccezioni meriterebbero un monumento, ma i loro colleghi non lo permetterebbero mai; impossibile anche trarre esempi da docenti immortalati nella pietra.

I politici italiani sono quanto di più imbarazzante, quando non sono criminali manifesti si rivelano incapaci, quando prendono decisioni che non spostano denaro non sembrano motivati e invariabilmente producono pateracchi inservibili oltre alla messa in onda di Porta a Porta.

I peggiori sono comunque i grandi imprenditori e manager. Ad avidità ed assenze di scrupoli uniscono una sfacciataggine leggendaria, catoni contro i politici ed i lavoratori dipendenti, quanto piccini e meschini di fronte ai magistrati qualora siano colti in fallo e il giudice di turno non sia tra quelli a libro paga. Invariabilmente assolti, invariabilmente al potere qualunque disgrazia si abbatta su di loro. Modesti al confronto dei colleghi internazionali.

La nostra classe dirigente e la sua capacità di selezionarsi e perpetuarsi si specchia alla perfezione nella maschera di Lapo Elkann. Una maschera che riesce a contenere anche quella dell'italiano più in generale, quello che chiagne e fotte, quello che fa il moralista con gli altri, ma per i propri parenti fa un'eccezione; quello che è fiero di non saper parlare l'italiano perchè non ne ha bisogno.

Imbarazzante sentirlo violentare la grammatica e tutto quanto sia lingua italiana nel corso di un'intervista a Striscia la notizia. L'allergia ai congiuntivi è solo un dettaglio nel mezzo di una strage.
Genìa Agnelli, padre scrittore e giornalista, se da un lato Lapo dimostra che in Italia i figli di hanno uno spazio assicurato, dall'altro testimonia pure che l'ascendenza, per quanto di qualità, non garantisce la produzione di campioni o di esseri superiori. Magari servirà a convincere qualcuno dell'assurdità ontologica dell'eugenetica.
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categoria: bagatelle, bug di sistema


mercoledì, 16 maggio 2007

Federico Aldrovandi, 4 poliziotti sotto accusa

Dal blog dei genitori di Federico

 

AVVISO DI FISSAZIONE DELL'UDIENZA

"TRIBUNALE DI FERRARA - SEZIONE DEI GIUDICI PER LE INDAGINI PRELIMINARI E PER L'UDIENZA PRELIMINARE - AVVISO ALLE PARTI DI FISSAZIONE DELL'UDIENZA PRELIMINARE ... in relazione al procedimento penale nei confronti di:

1.FORLANI PAOLO

2.SEGATTO MONICA

3.PONTANI ENZO

4.POLLASTRI LUCA

avvisa gli imputati sopra indicati per i reati di cui all'allegata richiesta di rinvio a giudizio... che con decreto in data 11 mag 2007 il Giudice dott. Silvia Migliori ha fissato per il giorno 20 giugno 2007 alle ore 9.00 in Ferrara... Palazzo Giustizia ... l'udienza preliminare in relazione alla richiesta di rinvio a giudizio depositata dal Pubblico Ministero ... che si notifica contestualmente al presente avviso."

ecco l'accusa:

"Delitto p. e p. dagli art 113, 51, 55, 89 c.p. per avere, con azioni indipendenti tra loro, in qualità di agenti componenti le volanti alpha 2 e alpha 3, intervenuti in via Ippodromo a seguito di chiamate di privati cittadini che avevano segnalato la condotta molesta e di disturbo di un giovane (successivamente identificato in Federico Aldrovandi), con colpa consistita:

1. nell'avere omesso di richiedere immediatamente l'intervento di personale sanitario per le necessarie prestazioni mediche a favore di Federico aldrovandi descritto dagli stessi agenti in stato di evidente agitazione psicomotoria;

2. nell'avere in maniera imprudente ingaggiato una colluttazione con Federico Aldrovandi al fine di vincerne la resistenza eccedendo i limiti del legittimo intervento; in particolare, pur trovandosi in evidente superiorità numerica, percuotevano Federico Aldrovandi in diverse parti del corpo facendo uso di manganelli (due dei quali andavano rotti) e continuando in tale condotta anche dopo l'immobilizzazione a terra in posizione prona;

3.nell'avere omesso di prestare le prime cure pur in presenza di richiesta espressa da parte di Aldrovandi che in più occasioni aveva invocato "aiuto" chiedendo altresì di interrompere l'azione violenta con la significativa parola "basta", mantenendo al contrario lo stesso Federico Aldrovandi, ormai agonizzante, in posizione prona ammanettato, così rendendone più difficoltosa la respirazione;

cagionato o comunque concorso a cagionare il decesso di Federico Aldrovandi determinato da insufficienza cardiaca conseguente a difetto di ossigenazione correlato sia allo sforzo posto in essere dal giovane per resistere alle percosse sia alla posizione prona con polsi ammanettati che ne ha reso maggiormente difficoltosa la respirazione.

in Ferrara il 25 settembre 2005

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Ancora non si sa quale sarà il giudizio, ma essere riusciti a rompere il muro di bugie e di omertà che hanno cercato di favorire chi ha ucciso Federico è già una vittoria. Una vittoria che è costata 571 giorni per la fissazione di un'udienza preliminare a 611 giorni dal fatto.

Due anni per cominciare un processo su una morte che non poteva essere scambiata per accidentale nemmeno da un cieco. Due anni per vincere le bugie e le intimidazioni di appartenenti alle forze dell'ordine.

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categoria: italia, repressione


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