mazzetta

Ce la possiamo fare...
sabato, 31 marzo 2007

USA: giudice cancella la legge sulle foreste voluta da Bush.

 

Un giudice del distretto federale della California settentrionale ha sospeso la legislazione in tema di foreste voluta nel 2005 da Bush. Secondo il giudice il provvedimento era viziato da un difetto di motivazione e di analisi.

Bush, che aveva introdotto una serie di regole che mettevano a rischio di sfruttamento incontrollato vaste aree dei parchi nazionali e delle zone umide tutelate dalla normativa statunitense, secondo il giudice non poteva disporre il provvedimento senza aver prima dato corso ad una serie di studi ed analisi e ad un dibattito approfondito, visto che le norme a protezione dell'ambiente che sovrintendono il Servizio Nazionale delle Foreste americano hanno una valenza quasi-costituzionale.

Le associazioni ambientaliste e territoriali hanno espresso apprezzamento per la decisione, mentre dalla Casa Bianca hanno fatto sapere che valuteranno la decisione senza far trasparire alcun disappunto; ben altri sono i problemi che in questi giorni deve affrontare l'amministrazione Bush.

 

 

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categoria: stati uniti, ecologie


venerdì, 30 marzo 2007

Gli intoccabili sauditi.

Si parla spesso e a sproposito di legalità, ancora di più quando si invoca quella inesistente che dovrebbe regolare i rapporti internazionali. Nelle democrazie occidentali si parla anche di uomini uguali davanti alla legge, ma la cronaca si impegna poi a dimostrarci che all’alba del ventunesimo secolo non esiste un solo angolo del pianeta nel quale la speranza di giustizia sia la stessa per il comune cittadino ed il potente.

Un esempio clamoroso è dato proprio dai casi giudiziari che investono la famiglia reale saudita (circa cinquemila membri), la quale non solo è al di sopra della legge nel proprio paese in virtù del privilegio garantito dalla monarchia assoluta (il parlamento saudita è puramente ornamentale), ma che è palesemente impunibile ed impunita anche quando commette i suoi crimini in trasferta.

Grande scandalo aveva suscitato l’emersione dei legami tra la famiglia reale saudita e la famiglia Bush all’indomani del 9/11, ma che i sauditi fossero praticamente intoccabili era chiaro almeno fin dal 1991, anno dello scoppio dello scandalo della BCCI a seguito del quale i numerosi membri della famiglia reale saudita coinvolti, non subirono alcuna conseguenza significativa; non male per quello che alcuni definirono lo scandalo del secolo.

Legare però l’impunità dei reali sauditi alla vicinanza con la famiglia Bush sarebbe riduttivo. In realtà i sauditi sono intoccabili perché possiedono ricchezze immani e le usano spregiudicatamente per corrompere e minacciare chiunque e qualunque paese abbia l’ardire di molestare con pretese giudiziarie.un membro della famiglia reale, riuscendo in ogni frangente a trovare il do tu des ( o il non do ut des) necessario e sufficiente a far chiudere qualsiasi inchiesta riguardi la famiglia reale in qualsiasi paese.

Recentemente in Gran Bretagna ha fatto scalpore la decisione del governo di censurare l’iniziativa dell’organismo anti-corruzione che aveva portato alla luce un giro di tangenti molto robuste attorno ad un affare per qualche miliardo di euro, che vedeva BAE (British Aerospace) nel ruolo di fornitore e la l’Arabia Saudita come cliente di una commessa relativa ad aerei militari (incidentalmente nell’inchiesta si è scoperto che altre tangenti in altri affari avevano favorito la BAE, anche a scapito di aziende italiane).

All’indicazione di esponenti della famiglia reale saudita tra i colpevoli è seguita immediata la minaccia da parte saudita, per nulla velata, di rinunciare all’affare. A quel punto il governo ha pubblicamente bloccato l’azione giudiziaria, spiegando all’opinione pubblica che agiva in tal senso per salvare i posti di lavoro garantiti dalla grossa commessa saudita. A seguito della vicenda c’è stato chi, in Gran Bretagna, ha poi chiesto la riforma dell’ufficio antifrode, giudicandolo esageratamente attivo fin oltre i confini all’autolesionismo nazionale.

Se in un caso del genere la violazione della norma viene perdonata all’interno di un rapporto bilaterale di affari che tutto sommato riguarda solamente l’affare in questione, occorre pur dire che la Gran Bretagna, che possiede una legge che vieta la dazione di tangenti, è venuta meno alle proprie leggi spiegando ai propri cittadini che esistono interessi più importanti del rispetto della stessa legge inglese. Sicuramente vero, ma i cittadini inglesi hanno scoperto solo ora che le loro leggi valgono per alcuni e per altri no.

Ancora pochi giorni e anche i cittadini francesi potranno fare la stessa esperienza. La procuratrice francese Hélène Langlois ha infatti chiesto la condanna del principe saudita Nayef Bin Fawaz al-Shaalan per un ingente traffico di cocaina scoperto nel 1999. L’avvocato del principe ha eccepito che si tratti di una persecuzione giudiziaria provocata dagli americani e che la magistratura francese in realtà non possieda alcuna prova del traffico. Su segnalazione degli americani, che avevano ottenuto una confessione da trafficanti colombiani, la polizia francese ha infatti recuperato nel 1999 due tonnellate di cocaina. Droga che era giunta in Francia con il Boeing 727 privato noleggiato dal principe saudita e dal suo seguito e successivamente trasferita a bordo due furgoni a disposizione del principe e recapitata in una casa nella quale è poi è stata sequestrata . Il principe viaggia sotto immunità diplomatica e così il suo bagaglio, pertanto i francesi dovettero attendere fino a che la “copertura”diplomatica non fosse più attiva per sequestrare l’ingente carico.

Sorvolando il fatto che numerosi commentatori hanno indicato in questo traffico una fonte di finanziamento qaedista e che il nome del principe era già emerso come uno dei canali di finanziamento di Mohamed Atta (il presunto capo dei dirottatori del 9/11), resta l’evidenza per la quale il principe, pur ricercato ufficialmente dalla DEA e dalla giustizia francese dal 1999, si sia in realtà mosso in assoluta libertà attraverso l’Europa in questi anni, con frequenti soggiorni in Costa del Sol e sulla Costa Azzurra.

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Come sia stato possibile si spiega leggendo un telegramma confidenziale (nell'immagine) spedito in patria nel 2000 dall’ambasciata francese in Arabia Saudita, nel quale l’ambasciatore a Ryadh rendeva noto che a causa dell’irritazione espressa dal ministro dell’interno  Nayef, dal principe Abdullah, dal ministro della difesa Sultan e dal governatore della provincia di Riyadh Salman, per un’accusa che i servizi sauditi giudicavano infondata, il governo saudita avrebbe cancellato la commessa per la fornitura del sistema radar francese SBGDP (un affaruccio da sette miliardi di dollari) e la prevista visita di stato del sovrano saudita in Francia, qualora il governo francese non avesse fornito ampie assicurazioni sull’immunità del principe accusato.

Assicurazioni che sono state evidentemente fornite ed onorate, poichè il principe ha visitato più volte la Francia in questi anni e non certo in incognito; resta solo da vedere come si chiuderà il procedimento a suo carico (il giudizio è previsto per il 9 maggio prossimo), perché l’esecutivo francese non può intervenire direttamente ed apertamente per bloccare i giudici, anche se è facile predire che il principe uscirà pulito dal processo, oltre a precedenti molto simili ci sono almeno sette miliardi di buoni motivi (e di dollari) per attendersi una sua assoluzione.

Anche in Altrenotizie

Aggiornamento:

I sauditi hanno fatto sapere che attenderanno l'insediamento di Gordon Brown prima di firmare il contratto per i jet BAE.

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categoria: arabia saudita, truffe, war on terror


martedì, 27 marzo 2007

Myanmar: la nuova capitale presentata alla stampa.

 

Si chiama Naypyidaw, la nuova capitale burmese voluta dalla giunta militare e in particolare dal generale Than Shwe. La nuova capitale è stata costruita da zero nell'interno del paese a circa 460 chilometri dalla "vecchia" capitale Rangoon, che si trova sulle rive del golfo del Bengala. In occasione della sua presentazione ufficiale al mondo, i giornalisti stranieri sono stati eccezionalmente ammessi ad assistere alla parata inaugurale. Le uniche immagini della città erano fino ad oggi quelle presenti sul blog del giornalista indiano Siddharth Varadarajan.

L'idea è frutto della paranoia della giunta militare, che pensa così di allontanare i timori di una invasione straniera (americana) che restituisca il paese alla democrazia. Gli Stati Uniti non hanno però alcuna intenzione di imbarcarsi in un'avventura militare del genere, nonostante siano ormai parecchi anni che non passa settimana senza che il portavce del Dipartimento di Stato non minacci più o meno velatamente la giunta militare.

Non essendoci "islamici" in giro, l'ex Burma non rientra nella lista dei paesi da raddrizzare manu militari per Washington, ma per l'anziano generale golpista i timori assumono di volta in volta le sembianze americane, indiane e cinesi; a seconda dell'umore. Nella nuova capitale, nei pressi della quale è stata costruita una fortezza destinata a residenza del generale, sarà trasferito il personale governativo con tutti i ministeri. La scelta della posizione, nonostante si trovi in una zona notoriamente malarica è stata dettata da un'unica considerazione: renderla il meno accessibile possibile in caso di invasione straniera.

Nella foto il generale Than Shwe durante la cerimonia.

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lunedì, 26 marzo 2007

Cala il sipario sulla banda della Uno bianca

 

Si sono prescritti, dopo 13 inutili anni, i  processi a carico di Pietro Pirrello, Anna Maria Fontana e Simonetta Bersani accusati di calunnia nei confronti di numerose persone che finirono in prigione per alcuni dei delitti compiuti invece dalla banda della Uno bianca.

Tredici anni non sono bastati a portare a termine il processo che nasceva da fatti chiarissimi, avendo i tre accusato un discreto numero di persone poi scagionate dalle ammissioni dei fratelli Savi e dei loro complici. Non è stato così possibile sapere perchè queste tre persone si siano tanto impegnate nel depistare le indagini coprendo i veri responsabili. Non si tratta nemmeno degli unici depistaggi relativi alle terribili gesta della banda, ma neanche in merito a questi, evidentissimi, la giustizia è riuscita a certificare un movente plausibile o a condannare un solo responsabile

La prescrizione dei procedimenti  porta anche una conseguenza accessoria, poichè l'estinzione di questi processi impedirà agli incolpevoli accusati di ottenere il giusto risarcimento per l'ingiusta detenzione; alcuni di loro sono stati 5 anni in prigione prima che la loro innocenza venisse finalmente riconosciuta, ma ora per loro non c'è alcuna possibilità di avere un solo euro a risarcimento.

Dalla storia del processo sembra di capire che questo risultato sia stato fortemente voluto, in particolare considerando che, dopo che i giudici bolognesi ne avevano chiesto l'archiviazione (non è chiaro su quali basi)  e dopo che il Gip Grazia Nart aveva rigettato la loro richiesta fissando la prima udienza al 10 gennaio 2002, gli stessi giudici bolognesi che avevano chiesto l'archiviazione fissarono allora la seconda udienza del nuovo processo al 22 febbraio 2007, ben cinque anni dopo. Ovviamente per altri procedimenti penali i tempi della Procura bolognese sono molto più rapidi.

Grazie alle testimonianze dei tre la giustizia bolognese comminò 327 anni di carcere ad un gruppo di catanesi per le rapine alle Coop, i fratelli Santagata fecero 5 anni di carcere accusati della strage dei carabinieri al Pilastro (non arrivarono alla condanna) e altre quattro persone restarono in carcere 10 mesi accusati delle rapine della "banda della Regata", sempre opera della banda dei Savi, che nel caso usarono addirittura una Fiat Regata intestata ad uno dei fratelli.

Al di là delle vicende personali di calunniati e calunniatori , risuta evidente che la gestione dei processi, come quella delle indagini all'epoca, sia stata più che opaca. La storia della banda e delle sue gesta, più vicine al terrorismo che alla criminalità in cerca di  lucro, è infarcita di depistaggi, indagini strane e processi molto discutibili e si incrocia con quella delle rivendicazioni della Falange Armata e altri episodi di una "strategia della tensione" che portò morte e paura nel bolognese.

Una brutta prova dell'apparato giudiziario e di quello investigativo, che ha visto la cattura dei Savi solo grazie alle indagini svolte lontano dalla Questura e della Procura di Bologna, due istituzioni che sono sembrate più interessate a coprire il marciume e le colpe di quegli anni che ad assicurare verità e giustizia alle vittime della banda e a quelle degli errori della giustizia.

 

Aggiornamento
Sabato 31 aprile 2006
30 poliziotti, 2 carabinieri, un finto avvocato e...

Mi sono spesso trovato a lamentarelo scarso livello "etico" dei membri delle forze dell'ordine schierati a Bologna. Numerosi episodi hanno mostrato come tra gli operatori l'onestà non sia in cima ai pensieri e come la disonestà non sia vista come il diavolo. A parziale conferma di questo sentore giunge la notizia di un business organizzato da un finto avvocato per truffare le assicurazioni con finti incidenti stradali. Anima del business erano proprio una trentina di poliziotti ed un paio di carabinieri che "mettevano in scena" gli incidenti offrendosi come parti in causa e reclutando studenti come complici dei finti "incidenti".

Non è bene generalizzare, ma episodi del genere sono troppo ricorrenti e i vertici dell'arma e della polizia in regione sembrano le tre scimmiette, non vedono, non sentono e non parlano. Questo nella città che fa della "legalità" la sua bandiera non è bene, dagli operatori delle forze dell'ordine nessuno si aspetta comportamenti sovrumani, ma almeno lo spettacolo delle truffette da poche migliaia di euro (che sommate hanno comunque generato un danno da 15 milioni per le assicurazioni) potrebbero riparmiarcelo.

In attesa che i vertici si pronuncino su questo episodio (e su altri ben più preoccupanti occorsi nei mesi passati), non resta che ricordare come questo genere di truffa poi ricada sulla generalità dei cittadini, visto che dopo aver risarcito i truffatori le assicurazioni aumentano i premi a tutti.
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categoria: bologna, politica interna, fantaindagini


domenica, 25 marzo 2007

Democrazia d'Egitto

in Altrenotizie

L’Egitto è un paese nominalmente repubblicano e sostanzialmente dittatoriale, come se ne vedono tanti. A officiare l’aspetto sostanziale in barba a quello nominale, ha contribuito con decisione il suo presidente, Hosni Mubarak. Questi, coccolato dall’Occidente, giunse al potere oltre un quarto di secolo fa dopo il provvidenziale (almeno per lui) assassinio di Sadat. A comandare il paese si è trovato bene e ha deciso che non avrebbe più cambiato lavoro. _39390678_gamal203afpOggi, giunto alla vecchiaia (78 anni), sta cercando di predisporre le condizioni perché i suoi beni e il suo potere passino alla sua discendenza senza possibilità di sorprese. Diversamente da altri padri di famiglia, Mubarak possiede un intero paese e non può quindi limitarsi ad un semplice testamento o a sistemare i suoi assetti patrimoniali per salvarli dalle tasse di successione. Altri leader sono più fortunati, vuoi perché la leadership è assicurata loro dal sangue reale, vuoi perché le istituzioni nei loro paesi sono puramente decorative. In Egitto invece c’è una Costituzione e un sistema giudiziario, ma anche la storia di una de-colonizzazione che è passata attraverso le idee del socialismo e un presente fatto da un popolo che non è certo sottosviluppato culturalmente.

L’Egitto fino pochi giorni fa era quindi una dittatura formalmente non tale, comunque generalmente giudicato un paese con un forte deficit democratico, tanto da finire, fin dal 2001, nell’elenco dei paesi mediorientali nei quali i piani e le azioni di Washington avrebbero “portato la democrazia”. Condoleeza Rice fino a pochi mesi fa visitava Il Cairo suggerendo riforme democratiche e spingendo per un allentamento della presa della dittatura sulla società. Richieste che da anni sono rivolte anche all’Arabia Saudita e che servivano fondamentalmente a giustificare l’invasione dell’Iraq di fronte a quanti facevano notare che Saddam non fosse certo l’unico dittatore mediorientale. L’affondare dell’amministrazione USA nel pantano iracheno ha portato altri pensieri e reso inutile questo esercizio di retorica, visto che ormai è chiaro a chiunque che, qualsiasi motivo abbia veramente spinto Bush ad invadere l’Iraq, l’idea di portarvi la democrazia non era in agenda.

Liberato da questo peso, Mubarak ha deciso una serie di modifiche costituzionali che dovrebbero facilitare molto la conservazione del potere nelle mani del suo partito e la conseguente trasmissione di questo potere al figlio Gamal al termine del mandato presidenziale in corso (termina nel 2011). La cosa non piaceva all’opposizione e nemmeno all’opinione pubblica, quindi il National Democratic Party ( che possiede una robusta maggioranza) ha dovuto fare di necessità virtù e giocare un po’ sporco. Gli emendamenti sono stati votati nottetempo tra il 19 e il 20 di marzo e subito il presidente ha fissato il necessario referendum confermativo per il 26 marzo seguente. Sei giorni per organizzare una minima discussione o uno straccio di campagna elettorale sono sempre pochi, ma quando la discussione riguarda metà della Costituzione di un paese, sono una truffa. Per questo fin dalla mattina del 20 la zona del parlamento è protetta, fino ad essere isolata, da un gran numero di militari.

Secondo Amnesty International le modifiche rappresentano per l’Egitto la maggiore erosione dei diritti umani dal 1981, anno nel quale proprio Mubarak prese il potere e varò le prime leggi a detrimento della democrazia sull’onda dell’emozione dell’attentato a Sadat. Scontate le proteste dell’opposizione, alle quali si sono unite quelle dei giudici e dell’intellettualità egiziana non allineata al NDP.

Scendendo nel dettaglio si capisce che i provvedimenti sono orribili e la legalizzazione di una dittatura assoluta. Le modifiche coprono un ampio spettro, cominciando dal sistema elettorale. Poiché le ultime elezioni avevano scontentato parecchi giudici, che sfrontatamente hanno denunciato alcuni degli estesissimi brogli che caratterizzano le elezioni egiziane ai tempi di Mubarak, si è pensato di attribuire il controllo sul processo elettorale ad un organismo indipendente nominato dal governo e privo di reali poteri di indagine o sanzionatori. Quindi sarà Mubarak a stabilire se Mubarak ha barato alle elezioni e come eventualmente punire sé stesso. Alla tecnica elettorale attengono anche due divieti di nuova introduzione. Non sarà possibile presentare partiti di ispirazione religiosa (il che è come vietare la Democrazia Cristiana) e non sarà possibile per i singoli candidati correre alle elezioni se non patrocinati da un partito con almeno il 3% dei seggi in parlamento. Il provvedimento stronca i Fratelli Musulmani, che pur essendo un partito già vietato erano riusciti comunque ad ottenere 88 seggi grazie a candidati che si sono presentati come indipendenti, ma stronca anche la possibilità di presentare nuove formazioni e candidati al giudizio degli elettori.

La parte peggiore riguarda comunque la gestione della giustizia ed i poteri del governo in materia di ordine pubblico. Mubarak (il governo) potrà, secondo la nuova costituzione, disporre arresti, perquisizioni e intercettazioni a piacimento, citare in giudizio di fronte alle Corti Militari (inappellabili) chiunque sia sospettato di tramare contro l’ordine costituito. A tal fine la nuova Costituzione recepisce anche le leggi emergenziali e temporanee in materia di ordine pubblico, quelle appunto varate nel 1981. Per finire, Mubarak si è riservato il potere di sciogliere il Parlamento.

Gli USA ci sono rimasti male, ma non hanno fatto la voce grossa (Sean McCormack, delicatissimo, ha dichiarato che le modifiche “sicuramente pongono interrogativi sul fatto che il governo dell’Egitto abbia rispettato i suoi stessi standard e limiti") e nel resto del mondo, Amnesty a parte, nessuno è parso scandalizzarsi. Anche il mainstream internazionale si è limitato a riferire i fatti senza calcare la mano; è molto difficile trovare un paese nel quale l’infosfera riconosca a Mubarak la qualifica di dittatore, ma in fin dei conti accade lo stesso per i vicini dittatori di Libia e Tunisia, non c’è da stupirsi troppo, funziona così da sempre per gli amici. Trovare qualcuno che attacchi Mubarak o chieda di far pressione su di lui per riportarlo a più miti consigli è un’impresa quasi disperata, ancora meno facile è trovare qualcuno preoccupato della sorte degli egiziani.

Mentre attendevano i dati dello scrutinio i parlamentari di Mubarak hanno cantato in aula “Con il nostro sangue e le nostre anime, noi sacrifichiamo noi stessi per te, Mubarak” testimoniando così l’esistenza di un culto della personalità che richiama infauste memorie di altre dittature. Il ministro degli Esteri Ahmed Aboul Gheit ha respinto le poche critiche sostenendo che gli stranieri non hanno il diritto “nemmeno di esprimere la loro opinione” sulla costituzione egiziana. Mubarak ha dichiarato senza esitazione che le modifiche sono parte di un pacchetto di riforme (il che farebbe supporre che non sia finita qui) che mirano ad aumentare la democrazia. C’è da credere che dal referendum del 26 uscirà il risultato gradito a Mubarak e che quindi l’Egitto uscirà dal novero dei paesi dotati di una costituzione più o meno democratica, per entrare in quello delle dittature poliziesche. Pare proprio che invece di portare la democrazia i piani americani abbiano favorito il rafforzamento dei governi dittatoriali ed autoritari in Medioriente. Mai come oggi gli autocrati dell’area hanno potuto dormire sonni tanto tranquilli; sfortunatamente non si può dire lo stesso per i loro amministrati, per i quali le speranze riformatrici vengono rimandate ad altra epoca.

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Nota a margine: la notizia è stata ignorata da quasi tutta la stampa internazionale, che al più ha registrato asetticamente l'accaduto. Anche la risposta offensiva del ministro degli esteri egiziano alla Rice è passata in silenzio.  Il maggiore quotidiano italiano, che può fregiarsi di un vicedirettore egiziano che ama tanto la democrazia europea e scrive libri che inneggiano alla libertà e ai diritti umani (mi riferisco a Magdi Allam), ha dedicato un solo articoletto alla questione, nonostante l'Egitto sia un paese-chiave per il Medioriente, oltre ad essere il più importante tra tutti i dirimpettai dell'Italia nel Mediterraneo. Evidentemente il Pinocchio d'Egitto è in ferie.

2003 02 12 standard
"Sissignore, certo che è duro mantenere una dinastia in una quasi-democrazia"
Nella foto e nella vignetta insieme a Bush è Gamal Mubarak
Aggiornamento 27/3:
Con una affluenza inferiore al 25% degli aventi diritto, il golpe istituzionale di Mubarak dovrebbe essere stato approvato.
Pinocchio's update 06/4:
Un conoscente del nostro eroe, che oggi è tornato a delirare a proposito di "terroristi", dice: "M.Allam è mio amico. Ha un ottimo posto di vicedirettore del Corriere, ben pagato, e se lo tiene. E quindi scrive quello che gli dicono di scrivere."
Piccata la risposta dell'egiziano, che in un altro post invece si da al lirismo: "Il mio sogno è un Egitto affrancato dalla presenza e dalla minaccia degli estremisti islamici e, al tempo stesso, emancipato dalla presenza e dal ricatto dei nazionalisti autoritari. Sogno un Egitto autenticamente liberale e democratico, rispettoso della vita e della dignità della persona".
Peccato che invece di battersi in patria per cambiare l'Egitto, sia ancora in Italia a spiegarci come fare ad essere bravi italiani. Siamo d'accordo che nemo profeta in patria, ma non risulta che Magdi abbia mai provato a tuonare contro Mubarak da un giornale egiziano o altrove.
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categoria: medio oriente, africa, diritti umani, war on terror, repressione, diritti civili


sabato, 24 marzo 2007

E quelli di Italia.it si arrendono.

Copincollo dal blog senza commentare, la storia del portale da 45 milioni di Euro (soldi pubblici) che dovrebbe promuovere il turismo italiano la trovate qualche post più sotto. Questo è solo l'ultimo capitolo, la resa di chi ci lavora. A cosa serva uno strumento del genere è ancora incomprensibile.

E’ ufficiale: il portale nazionale del turismo avverte di contenere informazioni turistiche non affidabili!

Andate su una qualsiasi scheda turistica (regioni, città etc), e scrollate fino in fondo. Piccola, timida, linguisticamente un po’ involuta, fuori quadro e quasi fuori percezione, campeggia l’ammissione di un raccapricciante fallimento:

i contenuti relativi alle destinazioni turistiche sono attualmente in fase di verifica, implementazione e validazione a cura delle singole Amministrazioni Regionali

Anche in inglese (immaginiamo i turisti osservare con un misto di curiosità e sgomento la scritta, così come si guarderebbe una stele sumera con fregi incomprensibili ma che lasciano presagire, per suggestione, una qualche apocalisse):

Contents related to tourist destinations are currently being verified, implemented and validated by Regional Administrations.

E dunque pare finire così: 3 anni di lavoro, 45 milioni di euro a disposizione, e il portale nazionale del turismo italiano, quello ufficiale, quello online, quello che deve attrarre i turisti e fornire loro servizi utili, li avverte che i contenuti turistici del sito non sono ancora verificati. Cioè che sono contenuti non affidabili.

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sabato, 24 marzo 2007

Il Partido Popular nella bufera, PSE indignato.

Ha sollevato scandalo che il Partido Popular abbia deciso il boicottaggio del gruppo Prisa, gruppo editoriale al quale appartiene fra gli altri El Pais, il primo quotidiano spagnolo.

La formazione spagnola di centrodestra sembra aver imboccato la via dell'irrazionalità dopo la pesante sconfitta subita per mano di Zapatero, come dimostra anche questa reazione di chiusura verso un gruppo editoriale considerato ostile al partito. Il Partito Socialista Europeo si è detto indignato da una tale decisione e ha chiesto al PPE di esprimersi su questo grave attacco alla stampa indipendente.

Per fare un paragone facilmente comprensibile, sarebbe come Berlusconi avesse dichiarato  il boicottaggio de La Repubblica, colpevole di essere critica con il suo governo e avesse ordinato ai suoi parlamentari e agli uomini del suo partito di avere a che fare con il gruppo Espresso in qualsiasi maniera.

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categoria: media, europa


sabato, 24 marzo 2007

Droghe, peggio alcol e sigarette di quelle illegali.

 

In settimana era giunta dalla Gran Bretagna la notizia che l'Indipendent aveva cambiato bandiera, pentendosi di aver sostenuto il proibizionismo. Ieri una ricerca della prestigiosa rivista medico-scientifica Lancet, intitolata "Development of a rational scale to assess the harm of drugs of potential misuse" fa stracci delle politiche governative (non solo britanniche) nei confronti delle droghe, evidenziando come alcol e sigaretta siano molto più dannose di molte delle droge "illegali".

Opinioni vs scienza, peccato che la scienza non l'ascolti nessuno.

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categoria: antipro


venerdì, 23 marzo 2007

Un altro piccolo errore dalle grandi conseguenze.

 

 

La storia dell'invasione americana dell'Iraq è contrassegnata da una serie robusta di errori clamorosi. Lente, ma inesorabili, le istituzioni americane li hanno registrati e resi pubblici negli anni, anche se con scarsi risultati sul piano fattuale e ben pochi interventi per mettervi rimedio.

In questi giorni è stato pubblicato un rapporto del GAO (una specie di Corte dei Conti) sulla mancata custodia degli arsenali iracheni. Dal rapporto si evince che migliaia (se non milioni secondo gli estensori) di tonnellate di munizioni e di esplosivi ad alto potenziale sono stati lasciati incustoditi, diventando di fatto depositi a disposizione della guerriglia irachena. La notizia, incidentalmente, smentisce anche la propaganda che vorrebbe l'Iran come fornitore di armi ed esplosivi, visto che, nelle parole del segretario della Difesa Robert M. Gates "L'intero paese è un enorme deposito di armi e munizioni". Incustodite.

Aggiornamento:

La Camera americana ha votato per il ritiro dall'Iraq nel 2008, Bush ha annunciato il suo veto. Intanto dall'Afghanistan è stata ritirata una unità d'elite dei marines che qualche settimana fa aveva ucciso otto civili afgani dopo aver subito un agguato, la storia fece il giro del mondo e fece infuriare gli afgani.

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categoria: iraq, stati uniti, war on terror


giovedì, 22 marzo 2007

Pio XII, papa razzista oltre che filonazista.

pacelli3901Alcuni si chiedono ancora se Pio XII, Papa Pacelli, noto per la firma dei concordati con i regimi fascisti e nazisti e per la sostanziale connivenza con queste dittature sanguinarie, non abbia agito in tal modo al fine prudente di salvaguardare la chiesa dalle reazioni folli dei dittatori.

Il buon Papa Pacelli era invece sicuramente un gran bel pezzo di razzista. Un'affermazione un po' forte forse, ma suffragata anche da documenti resi pubblici recentemente, in particolare da una lettera inviata ai comandi alleati quando erano ormai prossimi alla liberazione di Roma.

Nella lettera il Papa chiede che a Roma sia dedicato un certo riguardo, in quanto culla della cristianità; pertanto chiede agli americani di risparmiare alla città eterna la vista e la presenza di truppe "coloured". Al Papa sembrava dunque offensivo che per le strade di Roma circolassero dei negri.

Agli americani questa richiesta non sembrò strana, in fondo gli Stati Uniti d'America avrebbero cancellato la vergogna delle loro leggi razziali solo vent'anni e più dopo e non risultano risposte sgarbate o azioni maleducate, come il portare la lettera a conoscenza della stampa o degli storici.

Anche di questo la Chiesa dovrebbe chiedere scusa all'umanità, tutto il pontificato di Pio XII gronda sangue e razzismo a dispetto della macchina agiografica schierata dal Vaticano e dalla Democrazia Cristiana.

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categoria: diritti civili, decultura, clerowatch


martedì, 20 marzo 2007

Risate assicurate.

Prima di tutto c'è da firmare la petizione per chiedere chiarezza, poi si può leggere il post.


Continua la farsa di Italia.it.

La situazione è spassosa, perchè ormai è chiaro che dalla redazione del portalone da 45 milioni di euro, leggono il blog sul quale si esprime la rivolta dei cittadini informatizzati (o net-community per gli anglofoni) e correggono immediatamente i numerosi strafalcioni nei miseri contenuti testuali dell'ancor più misero sito, contruito nientemeno che dall'IBM. Così mentre le regioni diffidano Rutelli dal tenere online la schifezza, ogni giorno sul blog appare qualche strafalcione terrificante censito dai lettori e la redazione prontamente esegue la riparazione.

Proprio ieri consideravo che un metodo del genere non è molto affidabile, visto anche il tasso di sarcasmo che permea necessariamente il blog, ma il problema è evidentemente altrove, cioè dalle parti di www.italia.it. Caso vuole che un blogger abbia rilevato un erroraccio nella scheda delle Marche, ove tra i personaggi storici si citava Gioacchino Fellini.

Chiedendosi il perchè di questo insano figlio della confusione tra Gioacchino Rossini e Federico Fellini, l'autore della segnalazione non immaginava certo di provocare un altro errore.

Dopo alcune ore Federico Fellini era indicato nell'albo d'onore delle Marche; con grande scorno dei riminesi ("...Con un piccolo problemino però: alle Marche, anziché attribuire il grande musicista pesarese Gioacchino Rossini, hanno attribuito l’immortale regista riminese Federico Fellini!").

Quando leggerete, Gioacchino Rossini avrà finalmente trovato il giusto riconoscimento della sua nascita, spero.

Siamo un paese di cialtroni, ma questa è solo la versione in italiano, chissà cosa c'è nelle versioni in altre lingue. Continua la brutta figura su tutta la linea, ma anche se continua il silenzio su questo scandalo, c'è da dire che si vergognano: Rutelli ha ritirato il suo promo in inglese romanesco e la redazione del sito ha cancellato parecchi nomi, mentre c'è pure chi si è dimesso dal progetto (!) e ha raggiunto i rivoltosi.

Fin troppo facile maramaldeggiare su sfigati del genere, ma può sempre servire ad esempio e anche come allenamento.

 

Una breve sintesi del lavoro svolto fino ad ora.

Aggiornamento: Napoleone è nato all'Isola D'Elba
scommetto che non lo sapevate

dice un delatore:

Poiché presto correggeranno, e affinché non ci si accusi di avere le traveggole, ecco un alt+stamp:

natali

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sabato, 17 marzo 2007

Scatta la truffa calcistica

 

Dopo i fatti di Catania venne varato un decreto per mettere ordine. Nel decreto c'era scritto che le società di calcio "dovranno" concorrere alle spese di gestione e messa a norma degli impianti. Due giorni fa, nella Commissione dedicata è cambiato un verbo e le società adesso "potranno" concorrere alle spese.

Un altro segno che non è cambiato e non cambierà un bel niente.

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sabato, 17 marzo 2007

La guerra delle polisportive esce dall'ombra.

 

Prosegue a Bologna, salendo di tono, lo scontro tra Cofferati e le Polisportive e finalmente la stampa locale rompe il muro del silenzio, anche Repubblica se ne occupa e negli ultimi due giorni dedica ben quattro pagine alla vicenda.

"...noi siamo quelli che stanno alle cucine della festa dell'Unità e proviamo fastidio se ci definiscono illegali", così si legge in una lettera aperta rivolta a Cofferati nella quale le Polisportive sfidano il sindaco ad esprimersi senza nascondersi dietro l'assessore competente (Patullo), il quale in un impeto di masochismo ha paragonato le costruzioni "abusive" di parte degli impianti sportivi, alle baracche dei rumeni demolite dal comune.

Monta anche la fronda dei DS, fino a costringere il segretario cittadino De Maria a rompere il fragoroso silenzio con il quale i DS hanno cercato di minimizzare l'ennesima, terrificante, trovata cofferatiana. Difficilmente però il sindaco, colpito da una grave forma di autismo legalitario raccoglierà l'invito ("Sui centri sportivi ammetti di aver sbagliato"), come può il Principe di Bali ammettere l'errore?

Nella lettera aperta le associazioni sconfessano completamente la linea tenuta dall'attuale giunta, accusandola di mentire e di mandare al disastro la tradizione associativa bolognese in nome del mercato, o di altri interessi inespressi; richiamandosi al passato e citando gli almeno quattro sindaci e sei assessori allo sport che negli anni hanno controllato, sostenuto e lodato quelli che adesso la giunta Cofferati tratta da abusivi ed illegali, gli associati chiedono al sindaco di uscire dall'ipocrisia e smettere di ignorare le loro richieste di pubblico confronto sulla questione.

Riusciranno i nostri eroi a stanare il Principe di Bali o l'astuto Sergio si farà ancora una volta di nebbia?

Piccola addizione: secondo l'assessore Patullo, il meccanismo delle gare sarà cambiato, non più affidato ai quartieri (lo avevano fatto in nome del "decentramento") e utilizzando solo il punteggio di qualità, poichè si è scoperto che in Europa non si usa -mai- il criterio economico quando si mettono a bando progetti sociali. Il che vuol dire che la gara precedente era stata bandita in maniera ignorante, non c'è da meravigliarsi che le conseguenze siano state paradossali. 

Questo fa pensare anche che i dilettanti siedano nell'amministrazione comunale, piuttosto che nella gestione delle polisportive.

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sabato, 17 marzo 2007

Italia.it. Il portale da 45 milioni di euro

Il "portalone" del turismo italiano è un chiaro esempio di grassazione del bilancio dello stato; difficile credere che su questa scala si tratti di semplice incompetenza.

Provate l'ebrezza di un giro dentro www.italia.it

E' stato aperto un blog per scoprire chi ha intascato quei soldi
http://scandaloitaliano.wordpress.com/

visto che è chiaro a chiunque che 45 milioni di euro non ci sono lì dentro e che è altrettanto chiaro che questo scandalo non interessa i giornali, la destra , la sinistra etc.

Interessa solo alcuni cittadini, principalmente perchè quei 45 milioni di euro sono -tutti- soldi pubblici e perchè Italia.it è solo uno dei webmostri attraverso i quali far sparire palate di euro.


logoSolo questo marchio è costato 100.000 euro.


Aggiornamento:
travolti dalle critiche hanno messo mano al portalone e qualcosa hanno cambiato (hanno levato le intro in flash e altre cosette). In compenso hanno rimosso la lista della "redazione", che comunque trovate nei commenti qui sotto o sul blog antiscandalo.

Aggiornamento:
E' stata aperta una pagina wiki attraverso la quale parecchi volenterosi (tecnicamente dotati) hanno deciso di rifare italia.it è su: http://wiki.bzaar.net/RItaliaCamp

Aggiornamento:

Da una interrogazione parlamentare del senatore Cortiana, si apprende che c'è in giro un gemello di Italia.it che si chiama internetculturale.it. che costerebbe la bellezza di 37.3 milioni di €. Ovviamente anche www.internetculturale.it è un sitarello.

Aggiornamento:

Se ne discute anche qui e qui, cercando di inquadrare il fenomeno; qui invece uno dei fautori di Italia.it spiega perchè lascia il progetto e raggiunge la rivolta.

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mercoledì, 14 marzo 2007

E il Senato americano discute ufficialmente di ritiro dall'Iraq.


Il Senato americano ha cominciato oggi la discussione sull'opportunità del ritiro dall'Iraq; il che non vuol dire che una tale ipotesi sarà votata, ma che per la prima volta è stato ammessoun tal genere di dibattito . L'argomento forte dei favorevoli al ritiro è: "Perchè continuare a fare le stesse cose che si sono dimostrate un fallimento?". Ai repubblicani ancora favorevoli restano solo sottili distinguo su chi abbia la titolarità della decisione sul ritiro (secondo alcuni il parlmento americano dovrebbe occuparsi d'altro); il tentativo di buttarla in caciara definendo i proponenti come antipatriottici, non ha raccolto che pernacchie. Un discreto cambiamento rispetto anche solo d un anno fa, quando bastava accusare i latori di proposte del genere di non essere "con i nostri ragazzi" per ridurli al silenzio. Da quando si è scoperto che l'amministrazione lasciva languire i "nostri ragazzi" feriti tra gli scarafaggi e senza cure adeguate, è decisamente cambiato il vento.
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mercoledì, 14 marzo 2007

L’ottuso Cofferati uccide Bologna

cofferati_th
 
Fuori dalla cerchia delle mura petroniane ci sarà ancora chi pensa che Bologna sia una città dotata di un’amministrazione abbastanza virtuosa e che il sindaco Cofferati sia un personaggio politico di un qualche valore, ma la sensazione non corrisponde alla realtà.
Paracadutato sui tortellini, l’ex leader della CGIL fece subito capire di essere un alieno, vantandosi di degustare la prelibatezza felsinea correggendo il brodo con il vino rosso; ci fu chi storse il naso, ma tanti pensarono che non importava poi molto se il sindaco aveva gusti alimentari un po’ barbari.
 
 
Si trattava invece di un campanello d’allarme che noi bolognesi non abbiamo saputo cogliere per tempo. Portato fino alla poltrona da un gran numero di cittadini desiderosi di chiudere la scialba esperienza con Guazzaloca, primo sindaco non di sinistra dal dopoguerra, Cofferati gettò la maschera ipocrita vestita in campagna elettorale per indossare quella (ipse dixit) del Principe di Bali.
Sulle prime non si capiva bene cosa intendesse con la storia del Principe di Bali, ma presto fu chiaro che quel riferimento significava che Cofferati si era un po’ montato la testa e si sentiva un novello monarca, interpretando in modo assai particolare il suo successo elettorale.
 
Da allora Cofferati ha voltato la faccia ai volontari e ai partiti che lo avevano sostenuto e si è concentrato nella reggenza del comune e nella promozione della sua immagine inanellando terrificanti errori e figuracce. L’uomo è da comprendere; paracadutato a Bologna per rimuoverlo dal panorama nazionale, Cofferati si dette immediatamente da fare in due direzioni: costruire relazioni utili al suo personalissimo futuro politico e cercare di guadagnare in ogni modo un visibilità nazionale. Il primo fine lo ha perseguito scatenando una guerra senza quartiere a Rifondazione Comunista, prima con un assurda denuncia di un inesistente scandalo, portata avanti dall’assessore-kamikaze Amorosi (poi dimessosi proprio a causa dell’attività calunniosa) e poi con una serie di atti molto graditi al mondo cattolico.
Per il secondo fine si è invece affidato ad uno stillicidio di proclami inneggianti alla “legalità” in un crescendo rossiniano volto a raccogliere il plauso di una popolazione molto anziana e scarsamente a conoscenza di quanto accade nella realtà oltre il confine del proprio tinello e oltre la rappresentazione offerta dai media locali.
 
Nel primo come nel secondo caso, l’uomo si è rivelato decisamente non all’altezza del compito e se non godesse dell’appoggio acritico dei principali quotidiani locali (dal Resto del Carlino storicamente destra, fino a Repubblica e a l’Unità che hanno fatto campagna in suo favore) non godrebbe più nemmeno dell’appoggio degli amati vecchietti. Nonostante questo vantaggio reale, o forse proprio sentendosi inattaccabile in quanto protetto, Cofferati è riuscito in poco tempo ad alienarsi la simpatia di quanti lo avevano votato e a mettere in difficoltà persino i DS. All’interno del primo partito cittadino, dopo un periodo nel quale la dirigenza è riuscita a mettere la sordina alle proteste, è infatti esplosa la ribellione. Una ribellione inaudita, mai vista prima in città, con funzionari dei DS che hanno denunciato un clima omertoso nel partito e pressioni volte a farli tacere.
 
Per rendere l’idea della direzione presa da Cofferati e delle dinamiche che animano la città, nulla è più paradigmatico della vicenda che ha coinvolto le polisportive cittadine. Bologna è ricca di impianti sportivi, impianti comunali costruiti nel tempo grazie all’opera e alla dedizione dei suoi cittadini che, collaborando con l’amministrazione, hanno gestito gli impianti . A gestire gli impianti comunali, ma anche a costruirli, sono state per decenni le numerose polisportive costituite attorno agli impianti dai bolognesi che vi abitavano vicino. L’amministrazione Cofferati, ottemperando alle disposizioni europee in materia, ha deciso che per la gestione degli impianti comunali occorreva una gara pubblica. Niente di male o di sbagliato, solo che i criteri voluti dal sindaco sono stato tanto penalizzanti nei confronti delle polisportive storiche che ben poche sono riuscite mantenere la gestione degli impianti. Il punto dolente è che la gestione degli impianti è stata affidata secondo un punteggio misto tra offerta economica e qualitativa, per il quale un minimo ribasso nell’offerta economica, cancellava qualunque vantaggio sul versante della qualità.
 
Questo, ovviamente, senza concedere alcuna considerazione agli investimenti e del lavoro pregresso compiuti dai soci delle polisportive ( bolognesi residenti accanto gli impianti) nel corso dei decenni precedenti. E’ successo così che società dedicate alla gestione degli impianti sportivi vicine a Comunione e Liberazione hanno vinto quasi tutte le gare, gettando nello sconcerto i soci delle polisportive. Non c’è da essere troppo ingenui, l’amministrazione comunale ed il suo dominus non possono essere considerati tanto incapaci, evidentemente la costituzione del futuro Partito Democratico richiede questo genere di sacrifici. Che non si tratti di un errore lo conferma la reazione della stampa locale, che invece di gridare allo scandalo ha messo la sordina a tutta la faccenda, rendendo inutile anche la manifestazione di vecchi e giovani sportivi che inutilmente hanno chiesto udienza ed attenzione al Principe di Bali.
 
Se in questi termini potreste ancora essere inclini a concedere il beneficio del dubbio, credendo che gare e bandi di questo genere non possano essere “pilotati”, il resto della storia dovrebbe risolvere ogni perplessità.
Negli ultimi giorni il comune ha emesso un’ordinanza a carico della Polisportiva Dilettantesca (che gestisce il Centro Sportivo Barca) con la quale ingiunge alla stessa, che ha perso il bando per la gestione del centro, di demolire quanto costruito negli anni; perché si tratterebbe di opere abusive.
 
La storia del Centro Sportivo Barca è quella di tutti gli altri centri sportivi. Sui terreni assegnati dal comune le polisportive hanno costruito alcuni impianti, ne hanno migliorati altri, spesso con materiali forniti dal comune e sempre con manodopera volontaria; altre volte aggiungendo al lavoro volontario anche l’autotassazione quando il comune non ce la faceva. Tutte queste migliorie non sono mai state registrate dal comune, da qui ne deriva il carattere abusivo.
 
Secondo l’ordinanza di Cofferati, la Polisportiva Dilettantesca dovrebbe quindi demolire la tribuna del campo di calcio, la bocciofila all’aperto, gli uffici delle società sportive, i gazebo, e alcuni altri edificati; ugualmente abusivi; il presidente della polisportiva ha fatto notare, mentre annunciava lotta dura senza paura, che sarebbero ugualmente abusivi anche il bar, il parquet del palazzetto e il playground per il basket e il circuito ciclistico; evidentemente sfuggiti all’ukaze balinesco. Tutte strutture costruite a spese della cittadinanza, tra i materiali forniti dal comune ed il lavoro dei soci. Tutto lascia intendere che altre ordinanze del genere dovrebbero colpire le altre polisportive bolognesi, realizzando una incredibile distruzione degli impianti sportivi bolognesi.
 
Al momento si conoscono le reazioni di quelli della Polisportiva Dilettantesca, abbastanza increduli e scioccati, ma non si conosce ancora quella dei vincitori delle gare, che forse non saranno contenti di aver vinto la gestione di cumuli di macerie o di terreni spianati.
 
Questa è la “legalità” di Cofferati, una legalità interpretata ottusamente fino trasformare le leggi a tutela dei cittadini in strumenti per abbattere gli strumenti della socialità cittadina. Dopo i luoghi di ritrovo assediati in nome della battaglia al degrado, il Principe di Bali adesso ordina la demolizione degli impianti sportivi dei bolognesi, costruiti dai bolognesi per i loro figli ed i loro concittadini. Decenni di lavoro in fumo, sacrificati sull’altare del Partito Democratico e di quella legalità sulla quale il sindaco sta cercando di costruire il suo futuro di uomo politico tutto d’un pezzo.
 
La diversità bolognese non è più tale e uno scandalo del genere finisce a pagine sette dell’edizione locale di Repubblica in un trafiletto, mentre alla vicenda dei bandi, solo una delle nove testate locali aveva in precedenza dedicato un po’ di attenzione. Il Principe di Bali difficilmente sarà rieletto (sono molte le levate d’ingegno che lo hanno visto protagonista) ed andrà a fare danni altrove, ma resterà per sempre nella storia della città come il becchino del modello bolognese.
 
 
 
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domenica, 11 marzo 2007

Out of sight, out of mind

Iraqi.delivery.WMDDal New York Times

Why Libby’s Pardon Is a Slam Dunk


Published: March 11, 2007

EVEN by Washington’s standards, few debates have been more fatuous or wasted more energy than the frenzied speculation over whether President Bush will or will not pardon Scooter Libby. Of course he will.


A president who tries to void laws he doesn’t like by encumbering them with “signing statements” and who regards the Geneva Conventions as a nonbinding technicality isn’t going to start playing by the rules now. His assertion last week that he is “pretty much going to stay out of” the Libby case is as credible as his pre-election vote of confidence in Donald Rumsfeld. The only real question about the pardon is whether Mr. Bush cares enough about his fellow Republicans’ political fortunes to delay it until after Election Day 2008.

Either way, the pardon is a must for Mr. Bush. He needs Mr. Libby to keep his mouth shut. Cheney’s Cheney knows too much about covert administration schemes far darker than the smearing of Joseph Wilson. Though Mr. Libby wrote a novel that sank without a trace a decade ago, he now has the makings of an explosive Washington tell-all that could be stranger than most fiction and far more salable.

Mr. Libby’s novel was called “The Apprentice.” His memoir could be titled “The Accomplice.” Its first chapter would open in August 2002, when he and a small cadre of administration officials including Karl Rove formed the White House Iraq Group (WHIG), a secret task force to sell the Iraq war to the American people. The climactic chapter of the Libby saga unfolded last week when the guilty verdict in his trial coincided, all too fittingly, with the Congressional appearance of two Iraq veterans, one without an ear and one without an eye, to recount their subhuman treatment at the Walter Reed Army Medical Center.

It was WHIG’s secret machinations more than four years ago that led directly to those shredded lives. WHIG had been tasked, as The Washington Post would later uncover, to portray Iraq’s supposedly imminent threat to America with “gripping images and stories not available in the hedged and austere language of intelligence.” In other words, WHIG was to cook up the sexiest recipe for promoting the war, facts be damned. So it did, by hyping the scariest possible scenario: nuclear apocalypse. As Michael Isikoff and David Corn report in “Hubris,” it was WHIG (equipped with the slick phrase-making of the White House speechwriter Michael Gerson) that gave the administration its Orwellian bumper sticker, the constantly reiterated warning that Saddam’s “smoking gun” could be “a mushroom cloud.”

Ever since all the W.M.D. claims proved false, the administration has pleaded that it was duped by the same bad intelligence everyone else saw. But the nuclear card, the most persistent and gripping weapon in the prewar propaganda arsenal, was this White House’s own special contrivance. Mr. Libby was present at its creation. He knows what Mr. Bush and Dick Cheney knew about the manufacture of this fiction and when they knew it.

Clearly they knew it early on. The administration’s guilt (or at least embarrassment) about its lies in fomenting the war quickly drove it to hide the human price being paid for those lies. (It also tried to hide the financial cost of the war by keeping it out of the regular defense budget, but that’s another, if related, story.) The steps the White House took to keep casualties out of view were extraordinary, even as it deployed troops to decorate every presidential victory rally and gave the Pentagon free rein to exploit the sacrifices of Jessica Lynch and Pat Tillman in mendacious P.R. stunts.

The administration’s enforcement of a prohibition on photographs of coffins returning from Iraq was the first policy manifestation of the hide-the-carnage strategy. It was complemented by the president’s decision to break with precedent, set by Ronald Reagan and Jimmy Carter among others, and refuse to attend military funerals, lest he lend them a media spotlight. But Mark Benjamin, who has chronicled the mistreatment of Iraq war veterans since 2003, discovered an equally concerted effort to keep injured troops off camera. Mr. Benjamin wrote in Salon in 2005 that “flights carrying the wounded arrive in the United States only at night” and that both Walter Reed and the National Naval Medical Center in Bethesda barred the press “from seeing or photographing incoming patients.”

A particularly vivid example of the extreme measures taken by the White House to cover up the war’s devastation turned up in The Washington Post’s Walter Reed exposé. Sgt. David Thomas, a Tennessee National Guard gunner with a Purple Heart and an amputated leg, found himself left off the guest list for a summer presidential ceremony honoring a fellow amputee after he said he would be wearing shorts, not pants, when occupying a front-row seat in camera range. Now we can fully appreciate that bizarre incident on C-Span in October 2003, when an anguished Cher, of all unlikely callers, phoned in to ask why administration officials, from the president down, were not being photographed with patients like those she had visited at Walter Reed. “I don’t understand why these guys are so hidden,” she said.

The answer is simple: Out of sight, out of mind was the game plan, and it has been enforced down to the tiniest instances. When HBO produced an acclaimed (and apolitical) documentary last year about military medics’ remarkable efforts to save lives in Iraq, “Baghdad ER,” Army brass at the last minute boycotted planned promotional screenings in Washington and at Fort Campbell, Ky. In a memo, Lt. Gen. Kevin Kiley warned that the film, though made with Army cooperation, could endanger veterans’ health by provoking symptoms of post-traumatic stress disorder.

The General Kiley who was so busy policing an HBO movie for its potential health hazards is the same one who did not correct the horrific real-life conditions on his watch at Walter Reed. After the Post exposé was published, he tried to spin it by boasting that most of the medical center’s rooms “were actually perfectly O.K.” and scapegoating “soldiers leaving food in their rooms” for the mice and cockroach infestations. That this guy is still surgeon general of the Army — or was as of Friday — makes you wonder what he, like Mr. Libby, has on his superiors.

Now that the country has seen the Congressional testimony of Specialist Jeremy Duncan, who has melted flesh where his ear once was, or watched the ABC newsman Bob Woodruff’s report on other neglected patients in military medical facilities far beyond Walter Reed, the White House cover-up of veterans’ care has collapsed, like so many other cover-ups necessitated by its conduct of this war. But the administration and its surrogates still won’t face up to their moral culpability.

Mary Matalin, the former Cheney flack who served with Mr. Libby on WHIG and is now on the board of his legal defense fund (its full list of donors is unknown), has been especially vocal. “Scooter didn’t do anything,” she said. “And his personal record and service are impeccable.” What Mr. Libby did — fabricating nuclear threats at WHIG and then lying under oath when he feared that sordid Pandora’s box might be pried open by the Wilson case — was despicable. Had there been no WHIG or other White House operation for drumming up fictional rationales for war, there would have been no bogus uranium from Africa in a presidential speech, no leak to commit perjury about, no amputees to shut away in filthy rooms at Walter Reed.

Listening to Ms. Matalin and her fellow apparatchiks emote publicly about the punishment being inflicted on poor Mr. Libby and his family, you wonder what world they live in. They seem clueless about how ugly their sympathy for a conniving courtier sounds against the testimony of those wounded troops and their families who bear the most searing burdens of the unnecessary war WHIG sped to market.

As is often noted, any parallels between Iraq and Vietnam do not extend to America’s treatment of its troops. No one spits at those serving in Iraq. But our “support” for the troops has often been as hypocritical as that of an administration that still fails to provide them with sufficient armor. Health care indignities, among other betrayals of returning veterans, have been reported by countless news organizations since the war began, not just this year. Many in Congress did nothing, and we as a people have often looked the other way, supporting the troops with car decals and donated phone cards while the same history repeats itself again and again.

Now the “surge” that was supposed to show results by summer is creeping inexorably into an open-ended escalation, even as Moktada al-Sadr’s militia ominously melts away, just as Iraq’s army did after the invasion in 2003, lying in wait to spring a Tet-like surprise. And still, despite Thursday’s breakthrough announcement of a credible Iraq exit blueprint by the House leadership, Congress threatens to dither. While Mr. Bush will no doubt pardon Scooter Libby without so much as a second thought, anyone else in Washington who continues to further this debacle may find it less easy to escape scot-free.

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domenica, 11 marzo 2007

Arma biologica stermina le api italiane

Qualcuno avrà sentito della moria delle api. Dal blog di Sylvie Coyaud si apprende che ad uccidere le api è un parassita che è stato anche rilasciato nell'ambiente dagli americani per danneggiare  Cuba. No words. L'elevata dannosità della Varroa sembra dipendere anche dalla selezione operata sulle api, che ha selezionato varietà particolarmente indifese di fronte a questo parassita.
>
- Rapporto cubano
- La bestia
- Speranze

Un appello per le api

Ieri mentre ero via - magari proprio a Mestre, in attesa di andare a Treviso - è arrivato questo commento da P. Giorgio di Mestre:

Sono anche un modesto apicultore e le mie 3 casette sopravvivono. Per quanto non lo so perchè i miei amici ne hanno salvate, negli ultimi mesi, mediamente solo 1/10 ed anche meno.
Causa la chimica, il metodo delle coltivazioni che eliminano le siepi ecc, ma soprattutto ad opera della *Varroa jacobsoni*: il tremendo parassita di 1,5 mm, incestuoso, efficiente, sempre più forte, che stermina le api sia traforandole per succhiare la loro emolinfa e sia per le malattie che trasmette (come la zecca).
I rimedi chimici funzionano sempre meno e si dovrebbe trovare un’altra via tipo: rinforzare il DNA delle api e/o indebolire quello della varroa, che invece si sta adattando molto rapidamente, come i topi.
Che mi potete dire?

*******
Io molto poco, temo. E’ vero, quasi dappertutto la varroa  ormai resiste ai pesticidi. Allora se fem? come dicono a Milano echeggiando Vladimiro.

Modificare il genoma del parassita, non si può, a meno di allevare a miliardi quello geneticamente modificato e rilasciarlo in natura sperando che si riproduca meglio dell’altro e lo sconfigga “demograficamente”. Durante la prima guerra del Golfo, una mosca killer devastava il bestiame in Libia. Rischiava di spargersi per il Nordafrica e il Medioriente. In un’azienda messicana specializzata, miliardi di mosche sono state irradiate, per renderle sterili. Nonostante embarghi e spazi aerei vietati, sono arrivate a Monaco di Baviera, da quanto ricordo, trasferite in Libia (con sorvolo dell’Italia che ha fatto finta di niente) e da lì con piccoli aerei sparse sopra i focolai. Un successo. Con la varroa, non si può. Come altri acari, sopravvive a lungo e in ospiti di ricambio, bisognerebbe spargerne a miliardi di miliardi ovunque ci siano api o vespe… Scenario da incubo, anche per le possibili conseguenze.

Si potrebbe provare ad allevare api resistenti, ma l’acaro non è come i virus o i batteri ingeriti con aria o cibo, che poi sconfiggono per loro proprietà biochimiche le difese dell’organismo… A un organismo, se ne possono dare in più (p.es. antibiotici) o rafforzate (p. es. vaccini). Quello là si scava meccanicamente la strada. Bisognerebbe corrazzare le api!

E poi come s’è visto in Cina con il cotone modificato geneticamente per resistere a un parassita, quello debellato ha lasciato il posto a uno nuovo contro il quale la pianta non aveva alcuna difesa propria. Tutto da rifare.

Invece contro la varroa, si cerca di ottenere per ibridazione api resistenti. E’ difficile. Come ha mostrato il loro genoma, hanno un sistema immunitario da ridere, s’affidano a quello del collettivo: alla sua igiene, alle proprietà delle sue secrezioni diverse. Resta da identificare in natura un predatore esclusivo della varroa, innocuo per le altre creature. E’ ancora più difficile. Nel frattempo si spera che le api sopravvissute siano resistenti e che quella resistenza si trasmetta alla prole. Succede, ho letto da qualche parte (sul Journal of Insect Physiology?), ma è raro e ancora non si sa perché.

Ma io ne so pochissimo, forse qualche lettore ne sa di più?


 Varroa jacobsoni, arma biologica

Pasquale Trematerra, dell’università del Molise (uno superbravo, un giorno se ne riparla), risponde anche lui a P. Giorgio di Mestre, a proposito dell’acaro che attacca le api:

Quanto ha riportato sulla Varroa corrisponde a situazione di fatto. L’aver ridotto l’ape a una macchina di produzione ne ha ridotto le capacità di difesa e da noi la Varroa ha preso il sopravvento. Nel tempo, per venirne fuori sarà utile ripartire da alveari sani e api geneticamente resistenti (non modificate da nessuno, altrimenti aggiungiamo problemi a catastrofi). 

La Varroa, qualche anno addietro, è stata rilasciata come arma biologica, volontariamente, dalla CIA a Cuba per annientare il reddito di sussistenza degli agricoltori cubani. I focolai sono stati ritrovati infatti nella parte opposta agli scali aeroportuali dell’Isola (notizia pubblicata su American Entomologist nel 2004!).
Sulla mosca assassina della Libia, a suo tempo scrissi un articolo per il
Corriere della Sera. La questione era probabilmente nata da bestiame parassitizzato proveniente dal sud degli Stati Uniti e portato - o venduto - in Libia in periodo di embargo commerciale (???). Bene fecero gli americani, costretti a utilizzare aerei militari per il rilascio di maschi sterili, la colpa era tutta loro.

Aggiornamento
Un Articolo del Los Angels Times
ipotizza che la responsabilità si invece di un fungo chiamato
Nosema ceranae, mentre i nostri telegiornali danno la colpa alle antenne dei telefonini. Fatto sta che un quarto delle api negli alveari nordamericani è sparito.
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venerdì, 09 marzo 2007

Abusi dell'FBI


In questi tre rapporti sono indicati gli abusi compiuti dall'FBI in nome della War on Terror.
Giova ricordare, oltre alle pessime conclusioni contenute nei tre rapporti, che l'FBI non è che una delle tante agenzie USA schierate sul fronte dell GWOT. La Cia, decine di altre agenzie e squadre create ad hoc dopo il 9/11, oltre ai servizi della marina, dell'esercito, ma anche che oggetto di questi abusi non sono stati solo i cittadini americani e che i dati raccolti in maniera abusiva sono stati spesso usati a danno degli interessi di paesi alleati.

A Review of the Federal Bureau of Investigation’s Use of National Security Letters

A Review of the Federal Bureau of Investigation’s Use of Section 215 Order for Business Records

Report to Congress on Implementation of Section 1001 of the USA PATRIOT Act, Special Report, March 2007

I rapporti provengono dal sito del ministero della Giustizia americano e sono stati presentati alla stampa dall'Ispettore Generale del ministero. Gli abusi sarebbero andati ben oltre i limiti, già laschi, del contestatissimo Patriot Act.
Negli Usa anche il sistema giudiziario è in piena battaglia contro l'amministrazione, lo stesso Gonzales è sotto scacco per aver disposto la rimozione di un gran numero di prosecutors (con funzioni simili al nostro pubblico ministero, ma di nomina politica) scomodi senza alcuna motivazione razionale, se non il sopire inchieste che vedono coinvolti i i circoli più vicini all'Amministrazione; una decisione che al contrario provocherebbe certamente gravi danni agli affari penali.
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giovedì, 08 marzo 2007

La Turchia blocca Youtube

 

Turk Telekom, il quasi-monopolista turco delle comunicazioni, ha volontariamente seguito le indicazioni di un tribunale che, indicando Youtube come un contenitore di "offese alla turchità", ne aveva chiesto l'oscuramento.

Nonostante il tribunale in questione abbia emesso una ordinanza che consentiva di riaprirne l'accesso, una volta eliminati i file contestati (nei quali, pare, si insultava Kemal Ataturk, padre della patria), Youtube resta ancora inagibile per i turchi. Il provvedimento ha suscitato grandi proteste, anche perchè pare che gli attacchi alla "turchità", in questo caso, siano da inquadrare nella storica rivalità tra greci e turchi, che usano  Youtube per diffondere i reciprochi insulti, finendo così per danneggiare milioni di utenti che non sono per nulla interessati alla "turchità" o al nazionalismo greco. 

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