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Ce la possiamo fare...
mercoledì, 31 gennaio 2007

Liberia: esordio femminile nel peacekeeping


indian_policewomenE' una novità assoluta quelle che vede l'Onu schierare un corpo interamente femminile di peacekeeper. A fornirlo è stata l'India che ha inviato tre plotoni della sua polizia ad addestrare i poliziotti di monrovia con l'obbiettivo di farne un corpo aperto anche alle donne e di offrire un esempio al paese, da poco uscito da venti anni di guerre.

Monrovia è una città violenta, ma il portavoce indiano ha detto che le poliziotte sono già state impiegate con successo anche in zone dell'India scosse da rivolte e ribellioni e che sono in grado di fare fronte al difficile compito che le attende. Per le donne liberiane la polizia è storicamente un corpo machista e corrotto e nemmeno l'elezione del primo di capo di stato di sesso femminile le ha spinte a raccogliere l'invito a fornire almeno il 20% degli effettivi della nuova polizia liberiana. L'arrivo delle poliziotte indiane è stato salutato con favore dalle organizzazioni femminili locali, che vedono nelle indiane un esempio positivo, utile a indebolire gli atteggiamenti ancora fortemente misogini della società africana, fornendo un esempio "forte" di emancipazione femminile.

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categoria: africa, onu


mercoledì, 31 gennaio 2007

Le squadracce parapoliziesche bolognesi.


Da tempo si attendeva la resa dei conti con quegli "assistenti volontari" che da qualche anno girano per Bologna assumendosi il compito di mantenere l'ordine e la legalità tanto cara a Cofferati.

L'idea delle pattuglie di assistenti si materializzò nell'era-Guazzaloca; avrebbero dovuto essere cittadini che percorrendo a piedi la città si sarebbero prestati ad aiutare le vecchiete nell'attraversamento degli incroci pericolosi o,  al massimo, a segnalare alle forze dell'ordine eventuali reati compiuti sotto i loro occhi di falco. I coinvolti appartengono a due associazioni di pattuglianti, che godono di contributi comunali e della benevolenza elle forze dell'ordine.

Purtroppo la realtà è quella rivelata questa mattina da tutti i giornali locali: fessacchiotti fascistoidi, violenti e pericolosi che giocavano a fare gli sceriffi ai danni dei più deboli.

Il motivo scatenante dell'inchiesta, che ha portato a numerose perquisizioni nelle case di diversi assistenti, risale a un paio d'anni fa, quando nel corso delle manifestazioni per la Festa della Repubblica vennero denunciati alcuni pericolosi no-global per "resistenza a pubblico ufficiale". Il procedimento si attivò, ma i magistrati scoprirono, non senza sorpresa, che i "pubblici ufficiali" che manganellarono in piazza i feroci no-global (accusati per questo di resistere alle botte), non erano tali.

Si trattava invece di semplici cittadini che insieme ai poliziotti veri svolgevano compiti di PS in una manifestazione pubblica. Non fu per caso e non fu un episodio, poichè la loro presenza è stata rilevata ufficialmente anche in occasione di una manifestazione contro il locale CPT.

Caduta l'accusa verso i bastonati poichè i pubbblici ufficiali non si sono rivelati tali, si sono dovute scrivere quelle contro questo bel gruppo di personaggi che così comportandosi (ma a loro carico sarebbero emersi anche altri episodi relativi a pestaggi e violenze) hanno messo insieme un discreto numero di reati.
Le perquisizioni hanno rivelato che i soggetti detenevano parecchio materiale atto all'offendere (dai tirapugni ai manganelli), ma anche proibitissime radio per ascoltare le frequenze della polizia, che uno di loro era stato in Estonia (???) ad addestrarsi militarmente in un campo paramilitare e che un altro era già stato denunciato per "ricostituzione del disciolto partito fascista", difficile sbagliarsi.

Un particolare abbastanza sgradevole è che alla giusta azione dei magistrati non ne è seguita alcuna da parte delle forze dell'ordine verso quegli ufficiali che, sicuramente a conoscenza dello status e delle azioni di questi soggetti, li hanno tollerati fino a tenerli accanto a loro in occasione delle manifestazioni di piazza. Con la notizia cominciano a farsi vivi anche parecchi che hanno subito altre attenzioni di questi sedicenti tutori dell'ordine negli ultimi anni

A confermare che tra le forze dell'ordine bolognesi c'è più di qualcosa da correggere, è giunta anche la notizia che, dall'ufficio della questura che dovrebbe custodire la droga sequestrata, sono spariti sette etti di cocaina.

Settecento grammi che sicuramente non sono serviti all'uso personale di quello stesso addetto a quel servizio che pochi giorni fa è finito in ospedale per overdose di cocaina, provocando i controlli che hanno portato all'inquietante scoperta. Scoperta che non dice tutto, visto che il  poliziotto ed un suo collega (ora trasferito ad altra mansione) erano anche quelli che si occupavano anche della distruzione della droga,  a questo punto  è lecito pensare che  l'ammanco registrato non  sia l'unico  verificatosi negli anni nei quali i due addetti hanno mantenuto la funzione, settecento grammi di cocaina per uso personale sono un po' troppi.

Aggiornamento del 4/2:

Cvd, la questura informa che la quantità di cocaina sparita ufficialmente è ora raddoppiata, siamo a un chilo e 400 grammi.
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categoria: bologna, repressione


martedì, 30 gennaio 2007

Messa una pietra sopra a Deaglio


Enrico Deaglio aveva cominciato ben prima delle elezioni a paventare brogli informatici. Secondo la sua idea, qualcuno avrebbe potuto taroccare il risultato delle elezioni facilmente, manomettendo il sistema di scrutinio elettronico.

Purtroppo per Deaglio fu chiaro fin da subito che lo scrutinio elettronico non ci sarebbe stato per niente.

Durante le ultime elezioni non c'è stato alcuno scrutinio elettronico. La società alla quale era stata affidata la sperimentazione ha -solamente- proceduto a trasmettere i risultati dei verbali di una parte delle sezioni per via informatica; nel senso che nei seggi interessati alla sperimentazione gli addetti all'esperimento copiavano i dati scritti nei verbali cartacei su file, mettevano tutti i file della sede di seggio in una comunissima pennetta USB e li mandavano per il conteggio "elettronico" verso il Ministero dell'Interno, di solito in moto. I dati così raccolti non hanno mai avuto alcuna validità, visto che l'enorme mole di carta tradizionale restava l'unica via attraverso la quale ottenere i risultati. In se l'esperimento era abbastanza assurdo, chiaramente l'occasione per una spesa incredibilmente inutile a beneficio dei soliti clientes; infatti definire la procedura in questione "elettronica" è veramente una presa in giro.

Questo Deaglio lo sapeva quindi ben prima di mettere in circolazione il DVD che l'ha portato in tribunale. In questo senso è un fatto che il suo comportamento non sia stato esente da critiche. Da qui a decidere se  per questo dovrà essere punito dalla legge è un cammino che andrebbe misurato con prudenza. Probabilmente avrebbe avuto più senso una sanzione dell'ordine (almeno per negligenza) o una sanzione per pubblicità inganevole, di un procedimento penale; il problema grosso, nel nostro paese, è che condannare Deaglio significa ammettere che sono perseguibili le falsità, e con questo il necesario corollario per il quale farlo è di una qualche utilità pubblica.

Ci sono, non solo nel nostro paese, decine di persone che scrivono o parlano da pulpiti ben più alti di quelli di Deaglio e che hanno guadagni conseguenti, grazie al fatto che "interpretano" la realtà ad uso e consumo dei gruppi di potere di riferimento; accademici e giornalisti che mentono su indicazioni provenienti dalla grande finanza, addirittura gruppi ecologisti finanziati dalle grandi società petrolifere per dire che tutto va bene. A questi, come non ritenere di dover aggiungere i politici? Se passasse questa interpretazione ad esempio, vorrei poter citare i giornalisti che hanno mentito per sostenere la partecipazione dell'Italia a conflitti armati, scrivendo evidenti falsità ben sapendo che erano tali al fine di "turbare l'ordine pubblico", falsità che sicuramente sono state: "notizie false, esagerate e tendenziose"; non vorrei provocare un esodo di giornalisti rifugiati politici in altri paesi UE, non è un'ipotesi realistica e neanche un auspicio, si fa solo per contestualizzare bene il significato di alcuni fatti che a volte possono sfuggire.

L'impressione che la galera non serva come deterrenza alle bugie interessate è forte, in particolare quando quasi tutta l'informazione vive con i soldi di enormi realtà economiche che non sono per nulla interessate all'informazione, quanto piuttosto a poterla piegare ai propri interessi. Il povero Deaglio non merita tanta pena, non per sollevare il solito "tutti ladri, nessuno ladro", ma proprio per la convinzione che legge penale non serva a correggere le falsità. Le falsità si smontano con i fatti, poichè di solito si fondano su deformazioni o omissione degli stessi.

Nemmeno l'ipotesi "statistica" di Deaglio sul calo delle schede bianche era realizzabile senza  persone addette fisicamente ai brogli (più l'assenza totale di colleghi di seggio attenti) -in tutti i seggi- poichè il calo delle bianche "è stato uguale ovunque", questo significa che l'ipotesi "statistica" è da rifiutare, semplicemente perchè è impossibile da realizzarsi, ancora meno nel silezio totale.

Deaglio è stato preso a durissime parole dai giudici ai quali lui stesso aveva presentato la denuncia contro i brogli. Una mossa abbastanza avventata, nel remoto caso che ci abbia creduto davero in buona fede, la sconfitta è stata netta ed il prezzo totale sarà alto.
Chi lo vorrebbe condannare dice che la presenza di falsità è netta fin dalla frase sulla copertina del DVD, dove è scritto che le elezioni «non sono state regolari. Se lo fossero state il centrosinistra avrebbe vinto con ampio margine». Sull'assenza di brogli in generale c'è, a latere, anche la conferma del procedere senza problemi delle verifiche ordinate dal Parlamento sui conteggi. Il sito Diario.it è mogio e non riporta nemmeno la notizia del deposito degli atti, avvenuto ormai il 22 gennaio. Anche l'informazione e la politica hanno già archiviato la questione e non hanno dato peso alla notizia, che rimane però valida per la Procura di Roma.

Si è ancora in tempo per evitare il rinvio a giudizio, che però pare ormai inevitabile, una volta lette le motivazioni dei magistrati che procedono esattamente per: "diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico". In effetti il tema e il clamore suscitati da Deaglio erano potenzialmente in grado di turbare l'ordine pubblico, visto tra l'altro che migliaia di persone ci hanno creduto e si sono sentite defraudate del loro diritto al voto e indignate, perchè avevano visto il DVD. Inconvenienti della possibilità di poter diffondere contenuti in rete senza alcun controllo o quasi, un prezzo accettabile in cambio di una libertà imprescindibile; un prezzo che non diminuisce condannando chi produce falsità.

La storia giudiziaria di Deaglio potrebbe sicuramente durare anni ed essere di poca soddisfazione, aggiungendo ulteriori costi a quelli del riconteggio delle schede (soldi benedetti comunque e pur sempre una lacrima di fronte al costo del dubbio del broglio per il sistema). Per parte sua Deaglio non ha molte strategie a disposizione, essendosi spinto molto oltre il confine della prudenza e non mi sembra il caso di augurarsi pubbliche abiure, pentimenti o espiazioni trash condannato all'isola dei Famosi o a qualche mese nella discarica del Grande Fratello. Forse potrebbe restituire i soldi incassati con il DVD o destinarli ad un'opera buona, i giudici a quel punto dovrebbero tenerne conto e almeno inclinare alla clemenza.
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categoria: semantica, diritti civili, infowatch


lunedì, 29 gennaio 2007

Rifugiati nel nulla, dimenticati da tutti.

Amnesty: il Ciad è un incubo come il Darfur.

Dice Amnesty International che la popolazione dell'Ovest del Ciad   «vit le même cauchemar que celle du Darfour», cioè vive lo stesso incubo del Darfur. Se  a questo aggiungiamo che la missione d'osservazione inviata in Repubblica Centrafricana dice lo stesso di quel paese, possiamo valutare un altro mezzo milione di profughi (a star bassi) da aggiungere a quelli in fuga dal Darfur.
A bruciare i villaggi e a cacciare i profughi "scoperti" da Amnesty e dall'ONU non sono però i janjaweed sudanesi, ma i loro stessi governi, su questo punto, l'inviato dell'ONU in zona non avrebbe potuto essere stato più chiaro.

Governi che si confrontano con due ribellioni grazie al supporto francese, i francesi hanno bombardato in Ciad anche nei giorni scorsi. Governi dittatoriali che sopravvivono solo grazie all'intervento "illegale" francese. I dettagli sulla situazione in zona tra poco, da un articolo che uscirà per Altrenotizie, intanto è bene ricordare che dietro lo schermo del Darfur si nascondono almeno altre due guerre che con il terrorismo islamico non hanno niente a che fare, ma che piuttosto puzzano molto di petrolio.

Gli USA accoglieranno milioni di rifugiati iracheni?

Ci sono 3.7 milioni di iracheni che hanno abbondonato l'Iraq per mettersi in salvo e fuggire alla violenza. La gran parte è fuggita nei paesi confinanti, molti hanno cercato rifugio più lontano. Tra questi solo 202 sono stati accolti come rifugiati politici negli Stati Uniti. A questo punto occorre dire che in Australia sono entrati legalmente oltre 2000 iracheni, pur in presenza di un numero di richieste molto inferiore alle 70.000 presentate a Washington. I 3.7 milioni di iracheni espatriati non li sta aiutando nessuno, solo un po' di carità inter-araba e poco più.

Ora qualche deputato democratico ha pensato che sia giusto occuparsene e ha posto la questione , in particolare sostenendo che sia il caso di offrire protezione almeno a quegli iracheni che, avendo collaborato con l'amministrazione americana, sono praticamente condannati a morte. Una eventualità che Bush e i suoi non possono accettare, prima di tutto perchè sarebbe una ammissione del fallimento più completo. L'idea sta raccogliendo consensi e non mancherà di preoccupare i paranoici impiegati dei servizi se dovessero avere a che fare con lo screening di decine di migliaia di iracheni in entrata.

Gli Stati Uniti si sono spesso trovati nella necessità di salvare intere popolazioni che si erano lasciate sedurre dalle offerte di protezione americana che poi si sono rivelate infondate, altre popolazioni o gruppi sono stati invece abbandonati alla vendetta degli avversari dopo aver seguito le istruzioni di Washington, è il caso degli sciiti del Sud dell'Iraq, che ai tempi della prima guerra del golfo si ribellarono a Saddam, al quale però gli americani lasciarono  libertà d'azione e di volo per massacrare gli sciiti, nonostante occupassero il paese e i dintorni con mezzo milione di uomini, tre volte quelli presenti ora in Iraq.
Rifugiati e dimenticati

Si chiamano "rifugiati" o  IDP (Internal displaces people quando rimangono all'interno del loro paese) e sono milioni in tutto il mondo.
I più sfortunati sono quelli d'Africa, ma anche in Birmania e Bangladesh il fenomeno è orripilante per numeri e condizioni dei profughi. Quelli iracheni sono ormai quasi 4 milioni, ma non lo sa nessuno.

Al lungo elengo di profughi "ufficiali" questa settimana si sono aggiunti centomila centrafricani e altrettanti ciadiani. Nonostante sia chiaro ormai a chiunqe che questa gente sia in fuga dai propri governi che non esitano a sparare sui civili e ad attuare una vera e propria pulizia etnica, nessuno a parte le organizzazioni umanitarie sembra disposto a spendere una mezza parola in loro aiuto. La Francia che sostiene le due dittature ha chiesto la copertura ONU per i bombardamenti che sta operando contro gli oppositori dei due regimi, come se fosse un intervento volto a mitigare la crisi in Darfur, ma il Darfur e le storie sudanesi non hanno nessuna coerenza con queste due crisi umanitarie.

Come nel caso del Darfur la comunità internazionale se ne accorgerà tra molto tempo e ce la racconterà in maniera originale. Basta leggere un pò in giro per rendersi conto che nessuna testata e nessun organismo politico al mondo cita le responsabilità francesi nei recenti avvenimenti nei due paesi; responsabilità rilevanti, così come rilevante è stato l'aiuto dato dalla Banca Mondiale, presideuta Wolfowitz-calzino-bucato al dittatore Deby; soldi con i quali arruolare mercenari da impegare contro il suo stesso popolo.

Stessa sorte per gli oltre 30.000 IDP somali (quelli che sono scappati dopo l'invasione somala, perchè il numero totale dei profughi somali dopo 15 anni di guerra civile è incalcolabile),  solo una frazione dei quali è  stata raggiunta dai "soccorsi" internazionali.
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categoria: iraq, sudan, guerra, africa, war on terror, onu , ciad, global risiko, emergenze umanitarie


sabato, 27 gennaio 2007

Nel Giorno della Memoria non ci sarà ricordoper l'Olocausto Nero.


Nel Giorno della Memoria si commemora l'Olocausto ebraico per mano nazista. Scelta comprensibile poichè è stato istituito proprio per questo, per ricordare una delle pagine più buie della storia europea, una pagina che è stata scritta anche da molti italiani, attraverso la formalizzazione di leggi razziste, attraverso la complicità fascista nell'esecuzione della  soluzione finale e attraverso il consenso quasi unanime degli italiani ad un regime che si è macchiato di questi ed altri gravi crimini.
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Oggi però le celebrazioni del  Giorno della Memoria rischiano di sembrare ipocrite e di avere il paradossale effetto di portare all'integrale rimozione del più grande tra tutti gli olocausti provocati dalla civile Europa. Celebrare il Giorno della Memoria in funzione antinazista è più che giusto e più che opportuno, ma rischia di sembrare un comodo espediente per dimenticare l'Olocausto coloniale che è cominciato ben prima di quello nazista e che  è terminato (forse) molti anni dopo la sconfitta tedesca.

Il primo e più evidente esempio di questa rimozione è l'Olocausto dei congolesi per mano del re
Leopoldo II del Belgio. Si tratta di una storia orribile, nella quale trovarono la morte dai 10 ai quindici milioni di congolesi sul finire dell'ottocento. All'epoca il "Libero Stato del Congo" era stato affidato a re Leopoldo dalla Conferenza di Berlino (1885) al fine di "promuovere il libero scambio e combattere la schiavitù in quei territori".

Finì che Leopoldo II, che aveva ottenuto il Congo in virtù di trattati truffaldini stipulati dall'esploratore
Morton Staley con i capi congolesi (a titolo d'esempio il Re del Congo cedette la sovranità sul suo regno a Stanley per: "un pezzo di vestiario al mese"), provocò in meno di cinque anni il dimezzamento della popolazione del Congo.

Come spesso accade la causa di questo Olocausto fu la brama di denaro, potere e di risorse; il razzismo anche in questo caso fu piuttosto lo strumento attraverso il quale imporre questo sfruttamento tacitando i dubbi delle coscienze. Leopoldo II fece fronte all'improvviso aumento mondiale della domanda di gomma (Goodyear aveva scoperto il processo di vulcanizzazione della gomma e si cominciavano a vendere i primi pneumatici) costruendo uno spietato sistema di sfruttamento della manodopera locale. Il sistema si avvaleva di -Capita- (anologhi ai Kapò di nazista memoria) che erano messi a capo dei singoli villaggi. Ogni Capita deteneva donne e bambini del villaggio in custodia e, qualora la raccolta della gomma non fosse giudicata soddisfacente, procedeva mozzando gli arti ai parenti dell'operaio svogliato, un pò alla volta, fino a che tutta la famiglia non restava uccisa insieme al
lavoratore.


Leopoldo II fu un Hitler ante litteram anche per quello che riguarda l'uso della propaganda, divenne infatti
P16_congo1905famoso come corruttore di giornalisti. L'Olocausto congolese venne alla luce presso le opinioni pubbliche occidentali dopo che alcuni famosi scrittori lo denunciarono nelle loro opere: Joseph Conrad in "Cuore di Tenebra" (che non è una storia sul Vietnam, ma la cronaca vissuta da Conrad incontrando il vero Kurtz quando lo scrittore era pilota di battello sul fiume Congo), Mark Twain ne "Il Soliquio di Re Leopoldo" (Opera semisconosciuta, ma disponibile gratuitamente in versione integrale su Internet) e Conan Doyle in The Crime of the Congo; ma poco avrebbero potuto le loro opere senza ricevere il fondamentale sostegno di un'invenzione di quei tempi: la fotografia. Solo quando l'Europa e gli Stati Uniti vennero invasi da centinaia di foto raccapriccianti che immortalavano bambini con le braccine mozzate e distese di cadaveri, solo allora per Leopoldo si materializzarono le prime difficoltà. A quei tempi circolò allora la battuta secondo la quale "Leopoldo non aveva potuto corrompere la Kodak". Ancora oggi sono facilmente reperibili documenti e rapporti che non lasciano dubbi sulla dimensione e sulla brutalità dell'Olocausto congolese.

Lo scoppio dello "scandalo" nelle opinioni pubbliche occidentali non portò comunque grosse conseguenze al re; dopo alcuni anni i suoi possedimenti privati passarono allo stato belga e sulla faccenda venne messa una pietra sopra. Prima e dopo Leopoldo, in Congo e fuori dal Congo, l'Olocausto Nero continuò senza preoccupare nessuno, nonostante da tempo si fossero fatte largo le teorie contro lo schiavismo; il razzismo verso i neri continuò anche dopo la scoperta dell'Olocausto Ebraico e le condanna del razzismo successiva alla Seconda Guerra Mondiale.

L'Olocausto Nero continuò, meno intenso in Congo, ma vivo e vitale nel resto dell'Africa, grazie al fatto per il quale il razzismo conclamato è stato la regola fino a qualche decennio fa. Il Congo si aprì ad altri sfruttamenti, compresi quelli ad opera della nobiltà nera capitolina, con il beneplacito di tutta l'Europa razzista e delle sue chiese, oltre a quello dello Stato Pontificio che taceva sulla sorte quei selvaggi che diceva di voler evangelizzare e civilizzare grazie all'opera dei suoi missionari.

Non per niente anche nei "civili" Stati Uniti d'America, che combatterono il regime nazista in nome della libertà, negli anni '60 vigeva ancora l'apartheid, vergogna sparita dal Sudafrica bianco ( e dalla Namibia da questi amministrata) solo dopo il 1990. Un razzismo per nulla mascherato, che ha coperto e copre ancora oggi gli atroci crimini coloniali; quando muoiono dei neri non scatta l'indignazione, anzi, il più delle volte l'indignazione non ha notizie alle quali appigliarsi. E' stato così per i massacri italiani in Etiopia, per quelli commessi da inglesi, portoghesi, britannici, tedeschi e spagnoli; è stato così per l'Olocausto Nero di Leopoldo ed è così oggi per l'intervento militare in Ciad e Repubblica Centrafricana, del quale non si è accorto nessuno; continua ad essere così per i milioni di profughi africani e per altri milioni che muoiono per fame o malattie perfettamente evitabili.

Oltre dieci milioni di morti non sono stati un gran peso nemmeno per un piccolo paese come il Belgio e la sua monarchia Ancora nel 2002,
Guido Gryseels, direttore del Museo Reale Belga per il Centro Africa, rispondeva agli storici che chiedevano finalmente un'ammissione di colpa in merito all'Olocausto leopoldino: " Controlleremo queste richieste, le investigheremo e entro il 2004 cercheremo di dare delle risposte". A oggi le risposte non sono ancora pervenute, a meno che non le abbiano sussurrate nell'orecchio a chi aveva posto le domande. L'unica risposta è venuta dal libro di Adam Hochschild, il documentato: "Il fantasma di re Leopoldo";  libro presto caduto anch'esso nell'oblio. Ben pochi artisti hanno osato esprimersi sul Leopold-Arlon-webtema, ancora meno l'argomento ha interessato il mondo del cinema. Ancora oggi, parlando con un belga, questi ti dirà più o meno che in Congo i belgi hanno costruito la ferrovia; lo stesso tipo di risposta che ci si può attendere da un italiano, un francese, un tedesco, un britannico o uno spagnolo parlando dei territori nei quali le loro colonizzazioni hanno portato stragi, terrore e sfruttamento.

Non molto diverso da quanto si diceva nel 1960, quando un tristissimo re Baldovino osò dire ai congolesi, nel corso del pubblico discorso nel quale consegnava svogliatamente l'indipendenza dal Belgio: "L'indipendenza del Congo costituisce la realizzazione dell'opera concepita dal genio di Leopoldo II. Opera intrapresa con coraggio e tenacia, e continuata con perseveranza dal Belgio" senza che nessuno europeo si sia offeso. Statue di Leopoldo II decorano ancora il Belgio, dove è ricordato come "il re costruttore", avendo investito le enormi ricchezze rubate al Congo nella trasformazione di Bruxelles da cittadina qualunque a capitale europea.


Ad offendersi furono invece i congolesi ed il loro premier Patrice Lumumba. L'unico premier eletto democraticamente nella storia del Congo prima delle recenti elezioni vinte da Kabila jr., che però ebbe poco tempo per indignarsi. Dopo alcuni mesi nei quali dovette fronteggiare ribellioni ed ostacoli da parte di Belgio e Stati Uniti, due agenti dei servizi del Belgio lo rapirono, lo fecero a pezzi e ne bruciarono i resti dentro ad un bidone, consegnando il Congo nelle mani del sergente Mobutu. L'omicidio di Lumumba è stato "confessato" solo nel 2002 dagli autori (tra i quali il generale Gerard Soete) ed ammesso da fonti ufficiali del Belgio. La dittatura di Mobutu, sostenuta dalle potenze occidentali capaci di armare mercenari ed etnie anche contro l'ONU, ha retto fino a metà degli anni '90, quando la sua dipartita riaprì la partita per il controllo delle immense risorse del paese e diede vita alla "Prima Guerra Mondiale Africana". Un conflitto del quale, ancora, si è parlato poco.

A margine di questo conflitto ci fu l'unico Olocausto Nero riconosciuto come tale della storia. La mattanza tra Hutu e Tutsi è stata riconosciuta come un Olocausto, probabilmente perchè i colpevoli sono risultati essere anch'essi neri, almeno ufficialmente. A conferma di questa ipotesi c'è il fatto che le testimonianze di autorevoli ufficiali dei Caschi Blu che operavano nella zona, in merito a precise responsabilità francesi e belghe, non hanno avuto stampa. Ad ulteriore conferma c'è il netto rifiuto della Francia alla richiesta, da parte del Ruanda, di processare alcuni ufficiali e cittadini francesi. A rafforzare la puzza d'ipocrisia c'è la recente proposta di legge francese, secondo la quale si vorrebbe il carcere (in Francia) per chi nega il genocidio degli Armeni (genocidio commesso dai turchi), mentre ancora non è pervenuta alcuna assunzione di responsabilità per i massacri decisi a Parigi e commessi dall'Africa all'Indocina nel corso dell'ultimo secolo.

A rendere la dubbia moralità di questa certificazione olocaustica ci sono poi alcuni fatti non secondari. Mentre lo scontro tra Hutu e Tutsi provocò un milione di morti in Ruanda, la sua continuazione ne provocò almeno cinque milioni in Congo (attenzione, al link ci sono immagini molto forti ed esplicite), ma di questi non parla nessuno. Come peraltro  nessuno parla dei circa cinque milioni di "negri" africani che ogni anno potrebbero essere salvati dalla morte per fame,
solo se la "civile" Europa volesse.

Nel Giorno della Memoria sarebbe bene ricordare che l'Europa non porta la colpa del solo olocausto nazista. Sarebbe bene ricordare che anche paciose cittadine come Bruxelles sono costruite sul sangue e sui cadaveri di milioni di persone annullate in virtù di un pregiudizio razzista. Sarebbe bene ricordare, soprattutto ai timorati cristiani, che le chiese europee sono state complici dell'Olocausto Nero non meno di
11297695481624 quanto lo siano state di quello ebraico. Sarebbe bene ricordare che ancora oggi, nell'epoca dell'informazione globalizzata e sovrabbondante, milioni di persone muoiono perchè sono lasciate morire dalla nostra indifferenza, perchè non siamo capaci di un serio momento di confronto, oltre il quale decidere la definitiva messa al bando dello sfruttamento razzista del continente africano e il riconoscimento delle colpe europee. Sarebbe bene chiedere al mondo dell'informazione perchè questi crimini siano tenuti tanto nascosti, perchè migliaia di giornalisti pronti ad indignarsi per qualsiasi sciocchezza non riescano a trovare un minuto per condannare l'Olocausto Nero che continua a consumarsi giorno dopo giorno.

Questo non succede, non succede nel Belgio che non ci tiene a far sapere di aver superato nei numeri gli orrori nazisti, non succede nella Francia madrina dei diritti umani, degli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità  e figlia della Rivoluzione Francese che in Africa continua ad usare le armi per proteggere i propri interessi dai negri che vorrebbero godere delle loro risorse; non succede negli altri paesi, tutti presi dall'esercizio razzista esplicito verso i nuovi nemici, gli islamici cattivi, meglio se immigrati.

Per questo, nel Giorno della Memoria, occorre ricordare anche l'Olocausto coloniale, sperando che un giorno la storia che conosciamo corrisponda a quella che i nostri governi hanno scritto con i loro crimini e non a quella che ipocriti cantori del nulla cercano di farci mandare a mente.

Lo dobbiamo alla nostra dignità, lo esige la costruzione europea, che non può fondarsi su questo massiccio negazionismo, lo dobbiamo alla storia stessa, prima che si verifichi l'auspicio di Patrice Lumumba e che si costruisca un'Europa destinata all'umiliazione e alla vergogna quando questa ipocrisia verrà, in un modo o nell'altro, risolta :

"Un giorno la storia parlerà con la sua voce, ma non sarà la storia che insegnano all'ONU, a Washington, Parigi, Bruxelles, ma la storia che sarà insegnata nei paesi liberati dal colonialismo e dalle sue marionette. L'Africa scriverà la sua stessa storia. Una storia di gloria e dignità"

Patrice Lumumba


Per non sembrare troppo tenero con gli angli, quasi ignorati in questa discussione, compenserò con questo link dal quale si evince che a ordinare l'omicidio di Lumumba fu A. Dulles, capo della CIA (e molto altro, lumumba è al numero 11) e indicando questa recensione di The Corporation That Changed the World: How the East India Company Shaped the Modern Multinational , di Nick Robins, che si riferisce alla East India Company, che fu non meno mortale della Societé Generale du Belgique fondata da Leopoldo e che ne fu l'ispirtrice. Negli anni della giovinezza infatti Leopoldo viaggiò a lungo e trasse ispirazione ed esempio proprio dalla organizzazione di inglesi ed olandesi nel Far East. Purtroppo la Compagnia delle Indie non ispirò solamente Leopoldo, ma tutte le grandi corporation a venire, che ancora ne impiegano i metodi e che ancora sono letali come lo fu la grande compagnia inglese.L'East India Company è l'esempio perfetto di quel mercantilismo assurto a sistema di dominio che ancora oggi molti confondono con l'imperialismo. L'East India Company fu sciolta dalla regina Vittoria (alla quale in fin dei conti aveva procurato un impero) proprio per la fondamentale incompatibilità tra un potere politico assoluto (imperiale) e un potere economico che aspira ad assumenerne la potenza per arricchire gli associati (il mercantilismo).
venerdì, 26 gennaio 2007

NAIROBI, DAVOS, WASHINGTON: I GIORNI DELL'OBLIO


da Altrenotizie

In questi stessi giorni si stanno svolgendo il World Social Forum ed il World Economic Forum, ieri George W. Bush ha fatto il suo “discorso sullo stato dell’unione”. Il forum sociale mondiale che si tiene in questi giorni a Nairobi segna un momento molto triste per l’altermondismo. Orfano delle grandi organizzazioni popolari sudamericane, così come delle folle che nella sovrappopolata India animarono il forum di Mumbai, il primo social forum in terra d’Africa è decisamente al di sotto delle più modeste aspettative, in parte perché la selezione post-coloniale ha privilegiato la formazione di una classe dirigente poco sensibile al sociale, in parte perché anche i grandi movimenti di sinistra che avevano avuto fortuna ai tempi della guerra fredda, hanno lasciato poche tracce nelle popolazioni spesso totalmente assorte nella difficile arte del sopravvivere in Africa. Non è comunque una questione di numeri o di qualità dei partecipanti, ma piuttosto dell’umore tendente al depresso, che dopo anni di “War on Terror” restituisce un movimento decisamente in ribasso, per quanto non domo.

Paradossalmente mai come oggi le tematiche altermondiste avrebbero occasione di trarre forza dalla cronaca. L’allarme climatico è stato finalmente riconosciuto come tale da tutti i governi e da tutte le istituzioni globali, il mercatismo globalizzante ha smesso di promettere automatici progressi miracolosi e lo stesso ricorso alla guerra, per quanto mai così massiccio, ha ormai dimostrato i suoi limiti strutturali anche ai commentatori più pugnaci. Non per niente il Fondo Monetario Internazionale è ormai defunto e la Banca Mondiale agonizza nell’indifferenza sotto la guida di Wolfowitz, mentre gli incontri del WTO sono ormai riunioni inutili tra sordi.

Purtroppo a tenere basso l’umore è la constatazione che tutto quello contro cui si batte il movimento altermondista sia in realtà ancora lontano dall’aver esaurito la sua energia distruttrice. Di seguito c’è quella secondo cui, nonostante l’evidente collasso di un modello fallito, l’immaginario collettivo ancora esita nel registrare cambiamenti significativi, quasi che di fronte al fallimento delle ricette neo-liberiste (in realtà comode etichette per un modello di sfruttamento già ben conosciuto), le opinioni pubbliche occidentali restino indifferenti ma disposte a dare fiducia a un sistema di potere che da un lato persevera nel coalizzarle contro la minaccia islamica e dall’altro cerca di depauperarle a favore di pochi: si intravede solo il sorgere di populismi da due soldi, tristemente più probabile dell’illuminarsi di un processo democraticamente virtuoso.

Il Forum si tiene a pochi chilometri dall’ultima guerra che ha scosso l’Africa. L’invasione etiope della Somalia sta ancora sanguinando, ma tutta l’Africa è percorsa da conflitti. Conflitti che si possono dividere in di due tipi: il primo si dispiega all’interno di paesi governati da un autocrate (o d una autocrazia nel migliore dei casi) e si sprigiona tra le forze lealiste e le opposizioni interne o alcune minoranze. In questo primo schema le opposizioni sono sempre “terroriste” e/o islamiche e il governo è sempre il responsabile del conflitto in quanto scelta politica. Nel secondo caso si tratta invece di conflitti civili che vedono schierati spietati dittatori dotati di un consenso molto stretto, opposti ad interi archi costituzionali e porzioni della popolazione imponenti. Nei due casi questi governi sopravvivono grazie al sostegno, soprattutto militare, di paesi occidentali.

La particolare etica diplomatica dell’Occidente in Africa ha generato mostri e genocidi. Fu un dimenticato genocidio, quello nel quale Leopoldo II precipitò il Congo in un Olocausto capace di fare impallidire quello hitleriano, a segnare il confine tra lo sfruttamento dell’Europa schiavista e la transizione allo sfruttamento su scala industriale delle ricchezze del continente. Bruxelles è costruita sul sangue di decine di milioni di morti congolesi, ma non rappresenta altro che la punta statistica dell’iceberg del razzismo occidentale. Oggi qualsiasi europeo ha i mezzi per conoscere i crimini commessi dagli europei in Africa. Ma massacri di neri non hanno audience nel continente.

Fa quindi sorridere l’auspicio di Human Rights Watch che, osservando sconsolata quanto nessuno nel mondo ormai parli più di diritti umani, chiede all’Europa di vestire i panni che un tempo furono degli Stati Uniti. Una Europa paladina dei diritti umani potrebbe rappresentare solo una grossa ipocrisia, visto che gli europei vivono completamente indifferenti alla loro storia, anche quella più recente. L’Europa è indubbiamente razzista nei confronti dell’Africa. L’Africa ha pagato il conto più salato per lo sviluppo dell’Occidente e dell’Europa in particolare. Non sarà quindi rivolgendosi all’indifferente Europa che si otterranno risultati migliori nella tutela dei diritti umani in Africa.

L’Europa, si diceva, ha grandissime responsabilità verso l’Africa; la sponda mediterranea dell’Africa è un elenco senza soluzione di continuità di autocrazie. Dal Regno del Marocco - dove il re molto progressista ancora perseguita i Saharawi e fa la gara a difendere il buon nome di Allah per compiacere i bigotti- fino all’Egitto del faraone Mubarak impegnato nella transizione dinastica del potere al figlio. E tra i due estremi c’è di peggio; Tunisia e Libia sono due buchi neri. In Ciad e Repubblica Centrafricana sopravvivono due dittatori perché la Francia li protegge con l’aviazione ed i parà ( molti non sanno nemmeno dell’esistenza della guerra francese, neanche in Francia ne parlano, questi europei potenziali paladini dei diritti umani, ndr). In Sudan c’è un governo di coalizione islamo-cristiano in vista della divisione del paese a seguito di un referendum, a latere c’è la tragedia del Darfur, che agli europei davvero non interessa, come non interessa al resto del mondo; da tre anni due milioni di persone sono profughi nel nulla, ma ogni tanto gli mandano dei biscotti. Ogni tanto qualche politico occidentale e qualche attore globalizzato vanno in Darfur per farsi belli e tornano senza lasciare tracce.

Poco più in là c’è l’Etiopia, altra dittatura militareggiante che forse è più invisa ai propri cittadini che a quelli dell’invasa Somalia. Però è una dittatura che piace tanto agli americani e che facendo la parte dell’esecutore di Washington è riuscita a garantirsi una certa tranquillità. Un piccolo danno collaterale è che l’ONU non consegna più gli aiuti umanitari a un governo del genere, visto che poi non raggiungerebbero comunque i milioni di etiopi afflitti dalla fame, quella vera. L’Italia da anni ha tagliato i contributi a questa zona dell’Africa. Continuando verso Sud la situazione migliora di poco, ci sono ancora dittatori guineani come Teodoro Obiang, Lansana Conte (già quattordici giorni di sciopero generale consecutivo contro di lui; ora la Guinea è un paese in ginocchio) , Mugabe (l’unico inviso all’Occidente, che però ha ricevuto sollievo da un accordo con la Cina), la Nigeria democratica che però è una cleptocrazia scricchiolante, la Costa D’Avorio che ancora si lecca le ferite dopo il recente intervento francese. Molti di questi leader, oltre a perseguire politiche criminali, sono fisicamente moribondi o addirittura alcolizzati, pupazzi nelle mani di oscuri personaggi, spesso stranieri. L’Africa finisce con note d’ottimismo; il Congo belga che è tornato ad una parvenza di elezioni (vinte dal candidato di Washington) dopo la Prima Guerra Mondiale Africana (sconosciuta ai più) , l’Angola (il Congo portoghese) che non è mai stato meglio e migliora. In fondo c’è il Sudafrica dove è finita da pochi anni l’apartheid, una macchia ancora fresca sul curriculum europeo, ma ora più che mai è residua la speranza di un potenziale riscatto autoctono.

Si può continuare a lungo. La Francia è anche in lite con il Ruanda perché non vuole essere giudicata per l’olocausto tra Hutu e Tutsi ( a Parigi hanno proposto una legge per “certificare” il genocidio degli armeni, ma nemmeno uno per fissare nella storia una qualsiasi delle stragi compiute dai francesi in Africa o in Indocina). La Gran Bretagna semina mercenari in combutta con gli ex dei reparti speciali del regime razzista sudafricano e si può ben dire che quasi tutti i paesi europei che vi hanno portato disastri e sfruttamento sono ben lontani dal dimostrare una qualsiasi presa di coscienza o tracce di un pentimento attivo. La situazione sembra immutabile senza un cambiamento dell’influenza occidentale, anche perché i pochi leader africani di estrazione democratica non riescono a contribuire in nessun modo, visto che la maggioranza dei governi che compongono l’Unione Africana sono in carica senza aver vinto libere elezioni.

Così il forum di Nairobi è stato all’insegna dei missionari; tra l’organizzazione e la frequenza, la Tavola per la Pace ha fatto la parte del leone. Ottima resa scenica, che ha permesso ai telegiornali italiani di mostrare qualche esemplare di bianco buono mentre i giornalisti snocciolavano le piaghe dell’Africa e i numeri dell’annuale Olocausto con lo stesso tono di chi legge la schedina due volte alla settimana. Un’ottima occasione per la chiesa, soprattutto per quella che vede la peste rivoluzionaria nei tostissimi missionari, di farsi un’immagine di sensibilità ed empatia con i sofferenti, rinforzando un potere che in realtà è sempre stato funzionale al mantenimento del dominio coloniale. Non a caso la voce del papato si guarda bene dal tuonare contro le dittature africane. Non bisogna però farne una colpa a carico di chi è animato da spirito missionario; non sono agenti del nemico i laici o i religiosi occidentali che si dedicano veramente a migliorare le condizioni di vita dei loro simili o a soccorrerli nei disastri. Il fatto, casomai, che il loro operato sia spesso strumentalizzato non ne fa dei colpevoli.

Dal punto di vista degli africani convenuti, invece, l’esperienza è stata sicuramente un evento. Approfittando dell’occasione molti africani sono riusciti ad incontrarsi, alcuni si sono accordati per fare rete (è stata anche l’occasione del primo meeting delle indymedia africane, prontamente svaligiato dell’hardware), anche se non hanno potuto fare altro che prendere atto del disastro e aggiornare le statistiche con dati sempre più negativi. Ma in Africa non è facile viaggiare, ancora meno per gli africani. Così anche quest’anno potremo annoverare che cinque milioni di africani moriranno per fame, che aumentano quelli che moriranno per malattie, aumenteranno la povertà e l’inquinamento (provocato anche dai rifiuti importati dall’Occidente). E che l’unica cosa che potremo annotare in diminuzione sarà l’aspettativa di vita. Per non scordarsi poi del dato scomodo secondo il quale l’Africa è addirittura ricca di spazi e di risorse, un capitale naturale pro-capite superiore a quello di qualsiasi abitante di altri continenti, fatto salvo che la sua popolazione è indubbiamente la più povera. Evidentemente è l’effetto di uno scambio a condizioni ingiuste, quando non criminali.

All’alba del 2000 tutti i paesi del mondo presero il solenne impegno di dimezzare la povertà entro il 2015, nero su bianco. Nessuno dei paesi che dovevano dare a tale scopo ha dato; nel frattempo i contributi dei paesi avanzati al soccorso di queste popolazioni sono praticamente evaporati. Quelli che ancora restano a bilancio sono in gran parte spesi per assistenza militare. Ovviamente il bilancio della guerra mondiale alla povertà è una frazione infinitesimale di quello dedicato alle guerre vere e proprie. Il Millennium Goal ( la meta del millennio), pomposo nome del solenne impegno, si allontana invece di avvicinarsi. L’Africa generosa, culla dell’umanità, continua a produrre ricchezze incredibili; non è stato esaurito ancora tutto il legno, nell’ultimo secolo ha dato di tutto e adesso è sfruttata anche per il petrolio. Ricchezze scambiate con armi, almeno a giudicare dalla loro abbondante presenza, armi che qualcuno continua fornire e a vendere con il consenso dell’Occidente.

Quello che emerge dopo anni di analisi dei perversi effetti dell’applicazione delle teorie pseudo-liberiste, è l’elevata facilità con la quale si possono verificare apparenti paradossi, che però paradossi non sono in quanto il loro esito è invariabilmente nefasto per la controparte economicamente più debole. L’ultimo fronte del disastro ha l’affascinante nome di biocarburante. Secondo la leggenda il biocarburante sarebbe ad impatto zero dal punto di vista dell’effetto-serra.
Il biocarburante non rappresenta una alternativa al petrolio, non fosse altro che per sostituire il petrolio con biocarburanti servirebbe una superficie coltivabile sette volte superiore a quella che c’è sulla Terra. I biocarburanti sono così diventati un sistema per dare sussidi ai contadini dei pesi ricchi sotto una forma nuova.

Il problema è che destinando alla produzione di carburanti gran parte della produzione agricola, un paese come gli Stati Uniti deve importare, pur essendo tradizionalmente un forte esportatore alimentare. Con le sovvenzioni per i biocarburanti, conviene coltivare vegetali da destinare alla raffinazione. Il bisogno di importazioni alimentari negli Stati Uniti ha comportato un aumento del prezzo del grano, in particolare nel vicino Messico. Dove la dieta nazionale dei poveri, a base di tortilla di grano, all’improvviso è venuta a costare il triplo gettando la popolazione nella disperazione. Dunque, ogni volta che in Occidente si fa il pieno di biocarburanti, si toglie letteralmente il cibo di bocca a qualcuno nel Sud del mondo, dopo aver bruciato quello che c’era nel sottosuolo; ora, quindi, si vorrebbe bruciare nei serbatoi anche la superficie agricola (perché così non si inquina), pur di non mettere in discussione un sistema fondato sugli idrocarburi e sul nucleare, anch’esso in tumultuosa espansione. Era quindi inevitabile che G.W. Bush diventasse un paladino dei biocarburanti

A Bush rispondono da Davos, proponendo una improbabile alleanza per il clima tra le grandi corporation al fine di ridurre l’inquinamento globale. La ricetta anche qui è già vista quanto inefficace. I principali inquinatori del pianeta dovrebbero inquinare meno in cambio di maggiori profitti. Anche in questo caso non si pensa a punire chi danneggia l’ambiente, ma si cerca di costruire un meccanismo per il quale non ci siano sanzioni, ma solo ulteriori possibilità di guadagni in cambio di provvedimenti dalla dubbia efficacia. Guadagni per le grandi corporation, ma a spese di chi? La risposta è scontata.

Fino a che la politica mondiale non cambierà l’approccio al problema energetico e fino a che non si riconosceranno le responsabilità dell’Occidente verso il Sud del mondo, non si potranno considerare risolvibili quegli infiniti paradossi che ci costringono ad interrogarci sulla sostenibilità dello status quo. Considerazioni inevitabili nel momento nel quale un forum sociale è un corpo completamente alieno ed ignoto alle istituzioni e riesce ad impattare quasi esclusivamente su chi vi partecipa. Considerazioni scontate ormai da decenni, ma che non riescono a dispiegare effetti positivi capaci di andare oltre il forum dei missionari nella terra della disperazione. Il giorno che l’Europa dedicherà un Giorno della Memoria ai popoli africani che ha sterminato cancellandone pure il ricordo, sarà un gran giorno per tutti; misurare la distanza che ci separa da quel giorno è uguale a misurare la distanza che ci separa da un altro mondo possibile.
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mercoledì, 24 gennaio 2007

Somalia, ancora scontri, ancora bombardamenti americani.


Sale il livello degli scontri a Mogadiscio, anche l'aeroporto è stato attaccato a colpi di mortaio, mentre aumenta il numero di scontri a fuoco registrati giornalmente. Ancora non si sa se esista una vera disponibilità a fornire peacekeeper da parte di altri paesi africani, l'Etiopia continua ad occupare il paese, e nuovi bombardamenti americani sono stati segnalati nel Sud del paese; ovviamente bombardmenti mirati ad uccidere "terroristi". Intanto l'Etiopia ha annunciato un piano di ritiro in tre fasi mentre il presidente del GFT Yusuf comincia ad essere presentato dalla stampa statunitense come uno che si atteggia a dittatore (..in effetti è il dittatore di una regione somala, il Puntland) a causa del suo rifiuto di aprire un dialogo con l'opposizione.
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martedì, 23 gennaio 2007

Un manifesto per una Europa Demo-radicale.

Questo è un manifesto politico. Una cosa un pò desueta che alcuni europei hanno pensato di concepire per ribellarsi alla deriva decadente che investe l'Europa del ventunesimo secolo. E' sicuramente un manifesto generazionale, ma nasce con spirito includente e come assunzione di responsabilità verso le generazioni presenti e quelle future. La rete che ha collaborato alla stesura del manifesto attraversa diversi paesi e città europee; il manifesto è concepito come un corpo in evoluzione, non vuole essere il fondamento di un dogma da contrapporre ad altri dogmi, ma una piattaforma da implementare e da arricchire. I richiami ai diritti GLBTQ non significano che sia espressione di una comunità GLBTQ, ma che il manifesto si fa portatore del rispetto di tutte le identità di genere e che chi vi si identifica, riconosce agli umani una uguaglianza sostanziale che va ben oltre le generiche affermazioni sulla parità tra uomo e donna. Il manifesto è un invito all'azione e all'adesione ad un processo di rivitalizzazione che possa spingere l'Europa ed i suoi cittadini al di fuori delle secche nelle quali è stata condotta dalla verticalizzazione dei poteri e dalla loro occupazione da parte di una élite economica e politica del tutto autoreferenziale.


ACT 4 RADICAL EUROPE (a4re, “ayforee”)

manifesto per un’associazione politica transnazionale che agisca per la giustizia ecologica e sociale

 

LA GUERRA INFURIA, LA DISTOPIA SI AVVICINA

L'alba del XXI secolo è buia e barbarica, mentre la guerra, l'ineguaglianza, l'irrazionalità, la xenofobia e il collasso ecologico si diffondono incontrastati nel pianeta cos’ come nella nostra regione, l'Europa, governata dall'Unione Europea e dagli stati nazione, ma in realtà disarticolata e divisa tra paesi euro e non-euro, nella (dis)Unione fra vecchi e nuovi membri del club.

Il Bushismo e l'Islam politico hanno ridefinito la politica mondiale, la Cina e l'India hanno ridisegnato l'economia globale. L’America Latina ha rotto con la dottrina di Monroe, ma l'Europa politica è allo sbando: il "no" franco-olandese ne ha svuotato l’essenza, mentre il conflitto sociale e la disillusione crescenti ne mettono in dubbio la sua rilevanza come entità politica. Lo spazio europeo è oggi attraversato da massicci flussi di capitale e di immigrazione (i primi lasciati liberi di muoversi all'interno del Mercato Unico, i secondi, al contrario, discriminati e perseguitati da Schengen) e amministrato in termini puramente conservativi da una tecnocrazia neoliberista e da governi nazionali che condividono una debole se non inconsistente legittimità.

Nel XXI secolo il vecchio progetto federalista di orientamento cattolico/socialista, ispirato da Spinelli e avviato da Monnet, è una forza definitivamente spenta. Un nuovo cosmopolitismo europeo, di orientamento democratico-radicale, deve ora prendere il suo posto, mettendo al centro i valori del federalismo orizzontale, dell'azione sociale ed ecologistta, dei diritti GLBTQ (gay/lesbiche/bisex/trans/queer). Se ciò non avverrà, lo stato-nazione rialzerà la sua testa mostruosa: le forze nazionaliste e xenofobe, costituiscono già oggi una minaccia reale in molti paesi europei.

D'altro canto, la sinistra “ufficiale”, vuoi socialdemocratica vuoi comunista o ecologista, non appare oggi in grado di formulare risposte adeguate alle sfide gigantesche poste dalla polarizzazione economica e dall'instabilità geopolitica, dal pieno dispiegamento delle reti digitali, dall’innovazione biotecnologica con le sue conseguenze etiche e sociali, e soprattutto dal cambiamento climatico e dal danno ambientale crescenti.

 STATI SOCIALI D’EUROPA

Gli spettri della pauperizzazione e dell’esclusione ossessionano gli europei. Negli ultimi vent’anni, la precarietà e la disuguaglianza hanno rotto il compromesso social-democratico-cristano del periodo postbellico su cui l’Europa moderna è stata fondata: redditi crescenti per i lavoratori e potere crescente per i loro sindacati in cambio dell’accettazione del capitalismo occidentale. Al suo posto, vi è stata un’immensa accumulazione di ricchezza privata accanto all’aumento dell’esclusione e della rabbia sociale.
 Agire per un’Europa radicale vuol dire innanzitutto mobilitarsi contro la disuguaglianza sociale, la precarizzazione del lavoro e l’arroganza delle élite e dei loro privilegi, come milioni di persone hanno fatto recentemente in Francia e Danimarca.

 Oggi in Europea, il conflitto centrale contro il neoliberismo è la lotta contro la precarietà. I conflitti degli studenti, dei lavoratori dei servizi e della conoscenza contro condizioni sociali e di lavoro altamente precarie è politicamente esplosiva. Dice che un’altra Europa è possibile, con i diritti sociali fondamentali al suo centro. La sicurezza di reddito e l’autonomia culturale devono diventare le fondamenta di un nuovo stato sociale europeo. Questa è la nostra interpretazione welfarista della flexicurity, in netto contrasto contro l’approccio orientato al workfare, alla flessibilità del lavoro e alla sicurezza sociale contenuto nel recente Green Paper della Commissione Europea sulla regolazione del mercato del lavoro. Per opporsi all’Europa sociale minima, chiesta dai liberali, dobbiamo diffondere libertà di pensiero e di azione, promuovere la sovversione culturale e il conflitto sociale, così da dar vita all’Europa radicalmente democratica che le oligarchie nazionali si ostinano a rifiutare.

 Di fronte all’ebollizione sociale e all’effervescenza culturale, i governi nazionali limitano istericamente la libertà d’espressione in rete e sulle strade, in un clima di paura e paranoia fomentate a arte per giustificare regimi di legalità sempre più draconiani. Per combattere questa tendenza reazionaria, i principi libertari nell’informazione e nella comunicazione devono costantemente essere asseriti online e offline, e le libertà di movimento e di protesta praticate e difese contro ogni minaccia e aggressione securitarie.

La persecuzione di migranti e rifugiati alle porte e all’interno dell’Europa è una cocente vergogna per ogni persona che si dica democratica: alleanze transetniche e solidarietà transnazionale con i migranti sono doveri morali per tutti i demoradicali (rad-dem) europei che combattono per un’idea allargata di Europa, che non può fare a meno di includere individui e popoli una volta soggetti al rapace dominio imperiale europeo.

L’attivismo queer è in crescita in Europa e nel mondo, ma i diritti trans/gender si trovano sotto attacco da parte di establishment clericali reazionari con una violenza senza precedenti. Malgrado le conquiste del femminismo moderno, le donne sono tuttora intimidite, aggredite e uccise sia nelle famiglie indigene che in quelle immigrate e discriminate sia nella sfera pubblica che sul posto di lavoro. L’eguaglianza di genere e la lotta contro l’omofobia devono entrare a far parte delle priorità dei movimenti radicali europei.

Oggi la gioventù multietnica d’Europa è economicamente discriminata e sempre più alienata dal resto della società. La giovane generazione europea è infatti bloccata da disoccupazione e precarietà, mentre le viene negato l’accesso ai beni sociali di base (casa, istruzione, welfare ecc.). La gerontocrazia delle élite e i conseguenti privilegi per la rendita finanziaria stanno uccidendo il futuro d’Europa pesando in modo sproporzionato sulle giovani famiglie ed escludendo la classe creativa dalle decisioni politiche ed economiche.

Oggi le imprese non solo ricorrono sistematicamente alla delocalizzazione e all’outsourcing, seguendo i dettami dei mercati finanziari, ma cercando di sfruttare le capacità cognitive e relazionali delle persone, mentre si impadroniscono dell’accesso ai beni comuni naturali e sociali. L’economia di oggi rende la vita individuale sempre più dipendente dal mercato, il che a sua volta aggrava la frammentazione sociale e l’alienazione ecologica. Il radicalismo europeo deve sfidare le nuove gerarchie create dal capitalismo europeo per riuscire finalmente a infrangere la maledizione inegualitaria, favorendo la creatività biopolitica e l’insorgenza sociale. Dobbiamo combattere per nuove concezioni del welfare e nuovi concetti del comune. L’ora è venuta per la moltitudine precaria per togliere potere alle élite e ridisegnare il panorama sociale d’Europa.

Il potere aziendale e finanziare è ancora formidabile in Europa ed è tenacemente difeso dal monetarista Trichet e dal liberista Barroso, ma ha perso l’aura di credibilità e di quasi invincibilità che aveva negli anni Novanta, grazie alla pressione sociale su più livelli del movimento noglobal. Il movimento globale per la giustizia sociale e ambientale si è sviluppato in Europa a partire dalle grandi proteste di Praga, Goteborg, Genova ed è culminato nelle manifestazioni oceaniche contro l’invasione dell’Iraq del 15 febbraio 2003 in tutte le grandi città europee. Ma
da allora è declinato , anche se nuovi movimenti radicali sembrano averne preso il testimone nel corso del 2006.

La crescita di una rete mayday europea contro la precarizzazione dei giovani e la persecuzione degli immigrati è stata un’eccezione parziale al declino del movimento noglobal europeo. Disseminato nelle principali città d’Europa, il movimento contro la precarietà rappresenta uno dei tentativi più potenti di rinnovare le idee e le tattiche di dissenso politico e sociale nell’UE.
 

L'IDEA DI EUROPA RADICALE

In un'età di oscurantismo intellettuale, vogliamo tornare allo spirito radicale dell'Illuminismo e alla nascita rivoluzionaria della democrazia. In Europa, nei secoli, l'idea stessa di filosofia politica e quindi di quale forma lo stato debba assumere, è stata plasmata e alterata in modo decisivo dall'agire collettivo e dal conflitto sociale. La nostra idea di Europa radicale attinge e prende ispirazione dai grandi momenti di mobilitazione democratica e liberazione nella storia europea, perché momenti nei quali le idealità condivise riuscirono a forzare e vincere sistemi di potere radicati nei secoli.

Innanzitutto, le correnti radicali e democratiche, come i Levellers e i Diggers, della rivoluzione inglese, e in special modo, della rivoluzione francese, come i giacobini e in sanculotti; quindi le società segrete che si opposero all'assolutismo della Santa Alleanza; in Inghilterra, il movimento cartista per il suffragio universale e la nascita del movimento sindacale; il 1848 rivoluzionario e l'idea di Giovane Europa non-dinastica; il coraggioso esperimento di autogoverno urbano e di democrazia elettiva avanzato dalla Comune di Parigi nel 1871; il periodo fra il 1890 e il 1920, che vide le grandi speranza e le sonore sconfitte della sinistra radicale, in un continente agitato da scioperi generali, scosso dal movimento femminista per il suffragio universale, dissanguato dall’orrore delle trincee della Grande Guerra e traumatizzato, infine, dalla rivoluzione bolscevica e dalla successiva controrivoluzione reazionaria; la seconda internazionale e il sindacalismo rivoluzionario, al centro del movimento operaio prima della Prima Guerra mondiale, dopo la quale saranno finalmente vinti i Kaiser e gli Zar; il 1936 e la vittoria sociale ed elettorale del fronte popolare francese, l'anno dell'aggressione di Franco contro il fronte popolare spagnolo, repubblicano, socialista e anarchico, nonché la prima dimostrazione delle guerre genocide che il fascismo  europeo e internazionale intendeva scatenare in Europa e Asia.  Solo un fronte popolare mondiale poté sconfiggere i totalismi nazi-fascisti nel 1945, dopo sofferenze immense e aspre guerre civili di liberazione,  e fu proprio dalle ceneri della sconfitta fascista e in risposta agli orrori della guerra totale che l'idea politica di Europa emerse dai movimenti della resistenza europea, poi distillati nel manifesto di Ventotene  per un' Europa federale e pacifica.

Dopo la guerra, le istituzioni economiche, e quindi politiche, europee presero a consolidarsi. Il 1956 fu l'anno decisivo, dal momento che proclamando a Suez la fine dell'imperialismo europeo, segnò la nascita del federalismo europeo, e poi perché rivelò i crimini di Stalin dando il via alla ribellione democratica nell'Europa dell'Est contro il regime sovietico. Poi il 1968: Parigi, Roma, Berlino, Praga insorsero contemporaneamente, dando il via alla rivolta giovanile e all'esplosione identitaria degli anni Settanta (hippy, studenti, donne, gay, punk, gruppi etnici e popoli oppressi), che in ultima analisi avrebbe minato la guerra fredda e la partizione dell'Europa, culminando nella rivoluzione democratica del 1989 a Berlino, preparata dai movimenti antinucleari degli anni Ottanta. La demolizione del muro avrebbe di lì a poco portato all'implosione del comunismo russo e del suo blocco geopolitico, preparando la scena al
lancio della moneta unica in Europa Occidentale e all'allargamento a Est dell'Unione Europea.  Ha permesso anche ai fondamentalisti del mercato di imprigionare l’anima politica d’Europa, dando il via alle privatizzazioni e ai tagli di spesa su larga scala che degli anni Novanta. Ma all’inizio del XXI secolo, questo nefasto scenario di politica economica sta finalmente dissolvendosi. 


NOI, EUROPEI RADICALI

Noi siamo gli orgogliosi eredi della storia radicale dell'Europa fino ai movimenti noglobal di questi anni. Apparteniamo a diverse tradizioni europee di politica democratica e di filosofia critica. Siamo figli dell'approccio laico che ha guardato alla natura attraverso la ragione, discendenti di tutte quelle forme di pensiero socialista e di politica progressista che in ogni epoca si sono opposte ad ogni forma di autoritarismo e totalitarismo. Siamo figli dell'Europa ecologista e post-patriarcale e, a partire da questo retaggio radicale, intendiamo contribuire a una cultura politica condivisa di tipo democratico e radicale che possa ridare significato e scopo all'esperienza e all'agire delle persone, nella loro vita  e nel loro ambiente.

Noi ci dichiariamo europei radicali. Vogliamo batterci per  i fondamentali diritti umani, civili, sociali, di genere, dell'informazione delle moltitudini che vivono o arrivano in Europa; siamo inoltre anti-colonialisti, convinti che esista una sola umanità al di là dei confini che oggi tutelano i pochi a vantaggio dei molti,  al di sopra dei confini tracciati tra i popoli per nascondere quelli che, al loro interno, dividono l’alto dal basso.

Noi lavoriamo a una rinascita del progetto europeo attraverso il  principio della radicale partecipazione democratica e i suoi strumenti imprescindibili: il dissenso intellettuale, la protesta sociale, la disobbedienza civile, il picchetto sindacale, il boicotaggio, il mediattivismo. Dichiariamo nostri nemici il nazionalismo, il clericalismo e il fondamentalismo. Denunciamo il neoconservatorismo in politica e il neoliberismo in economia in quanto filosofie e metodi di governo immorali e insostenibili.

Noi siamo la generazione che ha buttato giù il muro di Berlino e che è andata 'underground' quando Thatcher, Wojtyla and Reagan hanno cercato di restaurare i valori di patria e famiglia. Siamo quelli che hanno iniziato la rivoluzione di Internet, gli attori invisibili della globalizzazione socioeconomica. Siamo la generazione low-wage/low-cost, ancora dominata da élite che risalgono alla guerra fredda che piuttosto di cedere il potere sono pronte a fare dell'Europa una Grande Svizzera, dove dittatori e mafiosi possono tranquillamente custodire le loro fortune e prosperare mentre gli “immigrati”, compresi quelli nati in Europa, vengono esclusi dalla cittadinanza.

Noi siamo la classe creativa d'Europa e fieri oppositori del monopolio privato della tecnologia e della conoscenza, e ci opponiamo a un livello di concentrazione economica senza precedenti nella storia dell'umanità.  La libertà e il diritto alla circolazione del sapere richiedono di porre immediatamente fine al rafforzamento della legislazione sul copyright che nell'ultimo decennio ha protetto i vasti interessi delle major e dei media. Oggi la proprietà intellettuale si fronteggia con la libertà culturale e con l'innovazione economica. Noi demoradicali europei chiediamo l'abolizione del sistema dei brevetti, in particolare di quelli farmaceutici perchè salvaguardare i profitti di Big Pharma significa giustificare  la morte di milioni di persone nel Sud del mondo.

Il diritto di copiare e condividere  senza fini di lucro deve essere salvaguardato per tutti. Analogamente, le reti di filesharing e i networks p2p devono essere protette dalle attenzioni poliziesche. Con il pretesto della della lotta al terrorismo la libertà di comunicazione attraverso la Rete è stata decurtata in seguito al monitoraggio e alle intrusioni sul Web, che noi denunciamo per le stesse ragioni per le quali ci opponiamo all'utilizzo sistematico delle videocamere di sorveglianza, che non prevengono il crimine ma violano costantemente la privacy rendendoci tutti potenziali sospetti.

Dagli anni Novanta, siamo attivisti che si oppongono senza riserve allo strapotere delle multinazionali, dando vita ad azioni e campagne per combattere la discriminazione sociale e la distruzione ambientale. Ci opponiamo strenuamente e denunciamo gli interessi economici che si sono resi complici nella svolta reazionaria ed ecocida che il mondo ha imboccato dopo il 2001. Il capitalismo non è una relazione sociale immutabile e, secondo noi, la storia è progressiva o regressiva a seconda del rapporto fra le forze del capitale e del lavoro, dello stato e della società, in periodica mutazione. La sfida epocale che ci attende  -- impedire il disastro ecologico e sociale -- è tale e il rischio di mutazioni sociali e di biforcazioni politiche maligne altrettanto grande, che per portare avanti le rivendicazioni sociali e politiche della classe neo-precaria di cui siamo espressione, le nostre forze devono sommarsi a quelle di tutti gli altri settori progressisti della società europea.

Non siamo un partito politico e non siamo un sindacato, anche se alcuni di noi potrebbero in futuro correre in elezioni o diventare delegati sindacali. Siamo un'associazione paneuropea espressione di un movimento sociale e politico democratico-radicale. Alcuni di noi si sono lasciati alle spalle i limiti dello spontaneismo anarchico o la nostalgia del comunismo, tutti crediamo che l'orizzontalità e l'uguaglianza siano ideali che, per non diventare totem settari, debbano tradursi in una pratica condivisa e in una legislazione. Siamo altresì consapevoli che il perimetro delle soggettività coinvolte da questo progetto – si tratti di identità queer, ecologiste, cyber, etc.o di altri soggetti  -  coincide oggi con un orizzonte politico e sociale più ampio di quello strettamente istituzionale per affrontare in maniera decisiva il potere reticolare di stati e imprese. Siamo sufficientemente pragmatici per sapere che dovremo usare ogni mezzo di pressione sui settori progressisti, socialisti, ecologisti del Parlamento Europeo,  per far emergere soluzioni radicali al presente immobilismo del pantano politico europeo.

La nostra iniziativa politica sarà fieramente indipendente, fondata sull'azione diretta nonviolenta e su un'elaborazione intellettuale totalmente autonoma. Libera, soprattutto, da ogni soggezione di partito, sindacato, chiesa, lobby. E totalmente irriverente.

Contro le politiche liberaldemocratiche, o peggio nazionaldemocratiche. che promuovono la disuguaglianza in Europa, l'asservimento al militarismo USA e l’allineamento al mercantilismo occidentale, per un nuovo orizzonte radicale europeo in grado di immaginare una nuova cultura politica e un nuovo panorama sociale, noi precarie e precari, wobbly e queer, difensori degli alberi e patiti del computer, ci proclamiamo europei democraticamente e radicalmente attivi per la giustizia sociale ed ecologica.
 

COSA SERVE PER COSTRUIRE L'EUROPA RADICALE:

Un'organizzazione sociopolitica di uomini e donne che usino tutte le risorse e le tattiche disponibili per far valere la libertà politica e culturale, la giustizia sociale, economica e ambientale in tutta Europa.

 
I NOSTRI OBIETTIVI FONDAMENTALI

Creare una democrazia ecologica, radicale e "peer-to-peer" in Europa
Affermare un'identità europea secolarizzata, femminista e solidale.
Aprire i confini europei a tutti i popoli e alle culture.
Promuovere un'integrazione politica forte e un federalismo regionale di tipo orizzontale.
Rendere la Commissione un'espressione del Parlamento Europeo uno strumento del suffragio e della volontà popolare, finalmente responsabile davanti all'opinione pubblica europea.
Promuovere referendum europei sui maggiori problemi costituzionali e le direttive dell'UE.
Riformare la Corte Europea in modo che possa essere adita in luogo delle giurisdizioni nazionali, nei casi di violazione dei diritti fondamentali.

Fissare un salario minimo europeo, sostenere i diritti sindacali e il diritto di sciopero quali uniche forze riequilibranti nell'attuale mercato del lavoro.

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