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Ce la possiamo fare...
mercoledì, 31 gennaio 2007

Liberia: esordio femminile nel peacekeeping


indian_policewomenE' una novità assoluta quelle che vede l'Onu schierare un corpo interamente femminile di peacekeeper. A fornirlo è stata l'India che ha inviato tre plotoni della sua polizia ad addestrare i poliziotti di monrovia con l'obbiettivo di farne un corpo aperto anche alle donne e di offrire un esempio al paese, da poco uscito da venti anni di guerre.

Monrovia è una città violenta, ma il portavoce indiano ha detto che le poliziotte sono già state impiegate con successo anche in zone dell'India scosse da rivolte e ribellioni e che sono in grado di fare fronte al difficile compito che le attende. Per le donne liberiane la polizia è storicamente un corpo machista e corrotto e nemmeno l'elezione del primo di capo di stato di sesso femminile le ha spinte a raccogliere l'invito a fornire almeno il 20% degli effettivi della nuova polizia liberiana. L'arrivo delle poliziotte indiane è stato salutato con favore dalle organizzazioni femminili locali, che vedono nelle indiane un esempio positivo, utile a indebolire gli atteggiamenti ancora fortemente misogini della società africana, fornendo un esempio "forte" di emancipazione femminile.

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categoria: africa, onu


mercoledì, 31 gennaio 2007

Le squadracce parapoliziesche bolognesi.


Da tempo si attendeva la resa dei conti con quegli "assistenti volontari" che da qualche anno girano per Bologna assumendosi il compito di mantenere l'ordine e la legalità tanto cara a Cofferati.

L'idea delle pattuglie di assistenti si materializzò nell'era-Guazzaloca; avrebbero dovuto essere cittadini che percorrendo a piedi la città si sarebbero prestati ad aiutare le vecchiete nell'attraversamento degli incroci pericolosi o,  al massimo, a segnalare alle forze dell'ordine eventuali reati compiuti sotto i loro occhi di falco. I coinvolti appartengono a due associazioni di pattuglianti, che godono di contributi comunali e della benevolenza elle forze dell'ordine.

Purtroppo la realtà è quella rivelata questa mattina da tutti i giornali locali: fessacchiotti fascistoidi, violenti e pericolosi che giocavano a fare gli sceriffi ai danni dei più deboli.

Il motivo scatenante dell'inchiesta, che ha portato a numerose perquisizioni nelle case di diversi assistenti, risale a un paio d'anni fa, quando nel corso delle manifestazioni per la Festa della Repubblica vennero denunciati alcuni pericolosi no-global per "resistenza a pubblico ufficiale". Il procedimento si attivò, ma i magistrati scoprirono, non senza sorpresa, che i "pubblici ufficiali" che manganellarono in piazza i feroci no-global (accusati per questo di resistere alle botte), non erano tali.

Si trattava invece di semplici cittadini che insieme ai poliziotti veri svolgevano compiti di PS in una manifestazione pubblica. Non fu per caso e non fu un episodio, poichè la loro presenza è stata rilevata ufficialmente anche in occasione di una manifestazione contro il locale CPT.

Caduta l'accusa verso i bastonati poichè i pubbblici ufficiali non si sono rivelati tali, si sono dovute scrivere quelle contro questo bel gruppo di personaggi che così comportandosi (ma a loro carico sarebbero emersi anche altri episodi relativi a pestaggi e violenze) hanno messo insieme un discreto numero di reati.
Le perquisizioni hanno rivelato che i soggetti detenevano parecchio materiale atto all'offendere (dai tirapugni ai manganelli), ma anche proibitissime radio per ascoltare le frequenze della polizia, che uno di loro era stato in Estonia (???) ad addestrarsi militarmente in un campo paramilitare e che un altro era già stato denunciato per "ricostituzione del disciolto partito fascista", difficile sbagliarsi.

Un particolare abbastanza sgradevole è che alla giusta azione dei magistrati non ne è seguita alcuna da parte delle forze dell'ordine verso quegli ufficiali che, sicuramente a conoscenza dello status e delle azioni di questi soggetti, li hanno tollerati fino a tenerli accanto a loro in occasione delle manifestazioni di piazza. Con la notizia cominciano a farsi vivi anche parecchi che hanno subito altre attenzioni di questi sedicenti tutori dell'ordine negli ultimi anni

A confermare che tra le forze dell'ordine bolognesi c'è più di qualcosa da correggere, è giunta anche la notizia che, dall'ufficio della questura che dovrebbe custodire la droga sequestrata, sono spariti sette etti di cocaina.

Settecento grammi che sicuramente non sono serviti all'uso personale di quello stesso addetto a quel servizio che pochi giorni fa è finito in ospedale per overdose di cocaina, provocando i controlli che hanno portato all'inquietante scoperta. Scoperta che non dice tutto, visto che il  poliziotto ed un suo collega (ora trasferito ad altra mansione) erano anche quelli che si occupavano anche della distruzione della droga,  a questo punto  è lecito pensare che  l'ammanco registrato non  sia l'unico  verificatosi negli anni nei quali i due addetti hanno mantenuto la funzione, settecento grammi di cocaina per uso personale sono un po' troppi.

Aggiornamento del 4/2:

Cvd, la questura informa che la quantità di cocaina sparita ufficialmente è ora raddoppiata, siamo a un chilo e 400 grammi.
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categoria: bologna, repressione


martedì, 30 gennaio 2007

Messa una pietra sopra a Deaglio


Enrico Deaglio aveva cominciato ben prima delle elezioni a paventare brogli informatici. Secondo la sua idea, qualcuno avrebbe potuto taroccare il risultato delle elezioni facilmente, manomettendo il sistema di scrutinio elettronico.

Purtroppo per Deaglio fu chiaro fin da subito che lo scrutinio elettronico non ci sarebbe stato per niente.

Durante le ultime elezioni non c'è stato alcuno scrutinio elettronico. La società alla quale era stata affidata la sperimentazione ha -solamente- proceduto a trasmettere i risultati dei verbali di una parte delle sezioni per via informatica; nel senso che nei seggi interessati alla sperimentazione gli addetti all'esperimento copiavano i dati scritti nei verbali cartacei su file, mettevano tutti i file della sede di seggio in una comunissima pennetta USB e li mandavano per il conteggio "elettronico" verso il Ministero dell'Interno, di solito in moto. I dati così raccolti non hanno mai avuto alcuna validità, visto che l'enorme mole di carta tradizionale restava l'unica via attraverso la quale ottenere i risultati. In se l'esperimento era abbastanza assurdo, chiaramente l'occasione per una spesa incredibilmente inutile a beneficio dei soliti clientes; infatti definire la procedura in questione "elettronica" è veramente una presa in giro.

Questo Deaglio lo sapeva quindi ben prima di mettere in circolazione il DVD che l'ha portato in tribunale. In questo senso è un fatto che il suo comportamento non sia stato esente da critiche. Da qui a decidere se  per questo dovrà essere punito dalla legge è un cammino che andrebbe misurato con prudenza. Probabilmente avrebbe avuto più senso una sanzione dell'ordine (almeno per negligenza) o una sanzione per pubblicità inganevole, di un procedimento penale; il problema grosso, nel nostro paese, è che condannare Deaglio significa ammettere che sono perseguibili le falsità, e con questo il necesario corollario per il quale farlo è di una qualche utilità pubblica.

Ci sono, non solo nel nostro paese, decine di persone che scrivono o parlano da pulpiti ben più alti di quelli di Deaglio e che hanno guadagni conseguenti, grazie al fatto che "interpretano" la realtà ad uso e consumo dei gruppi di potere di riferimento; accademici e giornalisti che mentono su indicazioni provenienti dalla grande finanza, addirittura gruppi ecologisti finanziati dalle grandi società petrolifere per dire che tutto va bene. A questi, come non ritenere di dover aggiungere i politici? Se passasse questa interpretazione ad esempio, vorrei poter citare i giornalisti che hanno mentito per sostenere la partecipazione dell'Italia a conflitti armati, scrivendo evidenti falsità ben sapendo che erano tali al fine di "turbare l'ordine pubblico", falsità che sicuramente sono state: "notizie false, esagerate e tendenziose"; non vorrei provocare un esodo di giornalisti rifugiati politici in altri paesi UE, non è un'ipotesi realistica e neanche un auspicio, si fa solo per contestualizzare bene il significato di alcuni fatti che a volte possono sfuggire.

L'impressione che la galera non serva come deterrenza alle bugie interessate è forte, in particolare quando quasi tutta l'informazione vive con i soldi di enormi realtà economiche che non sono per nulla interessate all'informazione, quanto piuttosto a poterla piegare ai propri interessi. Il povero Deaglio non merita tanta pena, non per sollevare il solito "tutti ladri, nessuno ladro", ma proprio per la convinzione che legge penale non serva a correggere le falsità. Le falsità si smontano con i fatti, poichè di solito si fondano su deformazioni o omissione degli stessi.

Nemmeno l'ipotesi "statistica" di Deaglio sul calo delle schede bianche era realizzabile senza  persone addette fisicamente ai brogli (più l'assenza totale di colleghi di seggio attenti) -in tutti i seggi- poichè il calo delle bianche "è stato uguale ovunque", questo significa che l'ipotesi "statistica" è da rifiutare, semplicemente perchè è impossibile da realizzarsi, ancora meno nel silezio totale.

Deaglio è stato preso a durissime parole dai giudici ai quali lui stesso aveva presentato la denuncia contro i brogli. Una mossa abbastanza avventata, nel remoto caso che ci abbia creduto davero in buona fede, la sconfitta è stata netta ed il prezzo totale sarà alto.
Chi lo vorrebbe condannare dice che la presenza di falsità è netta fin dalla frase sulla copertina del DVD, dove è scritto che le elezioni «non sono state regolari. Se lo fossero state il centrosinistra avrebbe vinto con ampio margine». Sull'assenza di brogli in generale c'è, a latere, anche la conferma del procedere senza problemi delle verifiche ordinate dal Parlamento sui conteggi. Il sito Diario.it è mogio e non riporta nemmeno la notizia del deposito degli atti, avvenuto ormai il 22 gennaio. Anche l'informazione e la politica hanno già archiviato la questione e non hanno dato peso alla notizia, che rimane però valida per la Procura di Roma.

Si è ancora in tempo per evitare il rinvio a giudizio, che però pare ormai inevitabile, una volta lette le motivazioni dei magistrati che procedono esattamente per: "diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico". In effetti il tema e il clamore suscitati da Deaglio erano potenzialmente in grado di turbare l'ordine pubblico, visto tra l'altro che migliaia di persone ci hanno creduto e si sono sentite defraudate del loro diritto al voto e indignate, perchè avevano visto il DVD. Inconvenienti della possibilità di poter diffondere contenuti in rete senza alcun controllo o quasi, un prezzo accettabile in cambio di una libertà imprescindibile; un prezzo che non diminuisce condannando chi produce falsità.

La storia giudiziaria di Deaglio potrebbe sicuramente durare anni ed essere di poca soddisfazione, aggiungendo ulteriori costi a quelli del riconteggio delle schede (soldi benedetti comunque e pur sempre una lacrima di fronte al costo del dubbio del broglio per il sistema). Per parte sua Deaglio non ha molte strategie a disposizione, essendosi spinto molto oltre il confine della prudenza e non mi sembra il caso di augurarsi pubbliche abiure, pentimenti o espiazioni trash condannato all'isola dei Famosi o a qualche mese nella discarica del Grande Fratello. Forse potrebbe restituire i soldi incassati con il DVD o destinarli ad un'opera buona, i giudici a quel punto dovrebbero tenerne conto e almeno inclinare alla clemenza.
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categoria: semantica, diritti civili, infowatch


lunedì, 29 gennaio 2007

Rifugiati nel nulla, dimenticati da tutti.

Amnesty: il Ciad è un incubo come il Darfur.

Dice Amnesty International che la popolazione dell'Ovest del Ciad   «vit le même cauchemar que celle du Darfour», cioè vive lo stesso incubo del Darfur. Se  a questo aggiungiamo che la missione d'osservazione inviata in Repubblica Centrafricana dice lo stesso di quel paese, possiamo valutare un altro mezzo milione di profughi (a star bassi) da aggiungere a quelli in fuga dal Darfur.
A bruciare i villaggi e a cacciare i profughi "scoperti" da Amnesty e dall'ONU non sono però i janjaweed sudanesi, ma i loro stessi governi, su questo punto, l'inviato dell'ONU in zona non avrebbe potuto essere stato più chiaro.

Governi che si confrontano con due ribellioni grazie al supporto francese, i francesi hanno bombardato in Ciad anche nei giorni scorsi. Governi dittatoriali che sopravvivono solo grazie all'intervento "illegale" francese. I dettagli sulla situazione in zona tra poco, da un articolo che uscirà per Altrenotizie, intanto è bene ricordare che dietro lo schermo del Darfur si nascondono almeno altre due guerre che con il terrorismo islamico non hanno niente a che fare, ma che piuttosto puzzano molto di petrolio.

Gli USA accoglieranno milioni di rifugiati iracheni?

Ci sono 3.7 milioni di iracheni che hanno abbondonato l'Iraq per mettersi in salvo e fuggire alla violenza. La gran parte è fuggita nei paesi confinanti, molti hanno cercato rifugio più lontano. Tra questi solo 202 sono stati accolti come rifugiati politici negli Stati Uniti. A questo punto occorre dire che in Australia sono entrati legalmente oltre 2000 iracheni, pur in presenza di un numero di richieste molto inferiore alle 70.000 presentate a Washington. I 3.7 milioni di iracheni espatriati non li sta aiutando nessuno, solo un po' di carità inter-araba e poco più.

Ora qualche deputato democratico ha pensato che sia giusto occuparsene e ha posto la questione , in particolare sostenendo che sia il caso di offrire protezione almeno a quegli iracheni che, avendo collaborato con l'amministrazione americana, sono praticamente condannati a morte. Una eventualità che Bush e i suoi non possono accettare, prima di tutto perchè sarebbe una ammissione del fallimento più completo. L'idea sta raccogliendo consensi e non mancherà di preoccupare i paranoici impiegati dei servizi se dovessero avere a che fare con lo screening di decine di migliaia di iracheni in entrata.

Gli Stati Uniti si sono spesso trovati nella necessità di salvare intere popolazioni che si erano lasciate sedurre dalle offerte di protezione americana che poi si sono rivelate infondate, altre popolazioni o gruppi sono stati invece abbandonati alla vendetta degli avversari dopo aver seguito le istruzioni di Washington, è il caso degli sciiti del Sud dell'Iraq, che ai tempi della prima guerra del golfo si ribellarono a Saddam, al quale però gli americani lasciarono  libertà d'azione e di volo per massacrare gli sciiti, nonostante occupassero il paese e i dintorni con mezzo milione di uomini, tre volte quelli presenti ora in Iraq.
Rifugiati e dimenticati

Si chiamano "rifugiati" o  IDP (Internal displaces people quando rimangono all'interno del loro paese) e sono milioni in tutto il mondo.
I più sfortunati sono quelli d'Africa, ma anche in Birmania e Bangladesh il fenomeno è orripilante per numeri e condizioni dei profughi. Quelli iracheni sono ormai quasi 4 milioni, ma non lo sa nessuno.

Al lungo elengo di profughi "ufficiali" questa settimana si sono aggiunti centomila centrafricani e altrettanti ciadiani. Nonostante sia chiaro ormai a chiunqe che questa gente sia in fuga dai propri governi che non esitano a sparare sui civili e ad attuare una vera e propria pulizia etnica, nessuno a parte le organizzazioni umanitarie sembra disposto a spendere una mezza parola in loro aiuto. La Francia che sostiene le due dittature ha chiesto la copertura ONU per i bombardamenti che sta operando contro gli oppositori dei due regimi, come se fosse un intervento volto a mitigare la crisi in Darfur, ma il Darfur e le storie sudanesi non hanno nessuna coerenza con queste due crisi umanitarie.

Come nel caso del Darfur la comunità internazionale se ne accorgerà tra molto tempo e ce la racconterà in maniera originale. Basta leggere un pò in giro per rendersi conto che nessuna testata e nessun organismo politico al mondo cita le responsabilità francesi nei recenti avvenimenti nei due paesi; responsabilità rilevanti, così come rilevante è stato l'aiuto dato dalla Banca Mondiale, presideuta Wolfowitz-calzino-bucato al dittatore Deby; soldi con i quali arruolare mercenari da impegare contro il suo stesso popolo.

Stessa sorte per gli oltre 30.000 IDP somali (quelli che sono scappati dopo l'invasione somala, perchè il numero totale dei profughi somali dopo 15 anni di guerra civile è incalcolabile),  solo una frazione dei quali è  stata raggiunta dai "soccorsi" internazionali.
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categoria: iraq, sudan, guerra, africa, war on terror, onu , ciad, global risiko, emergenze umanitarie


sabato, 27 gennaio 2007

Nel Giorno della Memoria non ci sarà ricordo per l'Olocausto Nero.


Nel Giorno della Memoria si commemora l'Olocausto ebraico per mano nazista. Scelta comprensibile poichè è stato istituito proprio per questo, per ricordare una delle pagine più buie della storia europea, una pagina che è stata scritta anche da molti italiani, attraverso la formalizzazione di leggi razziste, attraverso la complicità fascista nell'esecuzione della  soluzione finale e attraverso il consenso quasi unanime degli italiani ad un regime che si è macchiato di questi ed altri gravi crimini.
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Oggi però le celebrazioni del  Giorno della Memoria rischiano di sembrare ipocrite e di avere il paradossale effetto di portare all'integrale rimozione del più grande tra tutti gli olocausti provocati dalla civile Europa. Celebrare il Giorno della Memoria in funzione antinazista è più che giusto e più che opportuno, ma rischia di sembrare un comodo espediente per dimenticare l'Olocausto coloniale che è cominciato ben prima di quello nazista e che  è terminato (forse) molti anni dopo la sconfitta tedesca.

Il primo e più evidente esempio di questa rimozione è l'Olocausto dei congolesi per mano del re
Leopoldo II del Belgio. Si tratta di una storia orribile, nella quale trovarono la morte dai 10 ai quindici milioni di congolesi sul finire dell'ottocento. All'epoca il "Libero Stato del Congo" era stato affidato a re Leopoldo dalla Conferenza di Berlino (1885) al fine di "promuovere il libero scambio e combattere la schiavitù in quei territori".

Finì che Leopoldo II, che aveva ottenuto il Congo in virtù di trattati truffaldini stipulati dall'esploratore
Morton Staley con i capi congolesi (a titolo d'esempio il Re del Congo cedette la sovranità sul suo regno a Stanley per: "un pezzo di vestiario al mese"), provocò in meno di cinque anni il dimezzamento della popolazione del Congo.

Come spesso accade la causa di questo Olocausto fu la brama di denaro, potere e di risorse; il razzismo anche in questo caso fu piuttosto lo strumento attraverso il quale imporre questo sfruttamento tacitando i dubbi delle coscienze. Leopoldo II fece fronte all'improvviso aumento mondiale della domanda di gomma (Goodyear aveva scoperto il processo di vulcanizzazione della gomma e si cominciavano a vendere i primi pneumatici) costruendo uno spietato sistema di sfruttamento della manodopera locale. Il sistema si avvaleva di -Capita- (anologhi ai Kapò di nazista memoria) che erano messi a capo dei singoli villaggi. Ogni Capita deteneva donne e bambini del villaggio in custodia e, qualora la raccolta della gomma non fosse giudicata soddisfacente, procedeva mozzando gli arti ai parenti dell'operaio svogliato, un pò alla volta, fino a che tutta la famiglia non restava uccisa insieme al
lavoratore.


Leopoldo II fu un Hitler ante litteram anche per quello che riguarda l'uso della propaganda, divenne infatti
P16_congo1905famoso come corruttore di giornalisti. L'Olocausto congolese venne alla luce presso le opinioni pubbliche occidentali dopo che alcuni famosi scrittori lo denunciarono nelle loro opere: Joseph Conrad in "Cuore di Tenebra" (che non è una storia sul Vietnam, ma la cronaca vissuta da Conrad incontrando il vero Kurtz quando lo scrittore era pilota di battello sul fiume Congo), Mark Twain ne "Il Soliquio di Re Leopoldo" (Opera semisconosciuta, ma disponibile gratuitamente in versione integrale su Internet) e Conan Doyle in The Crime of the Congo; ma poco avrebbero potuto le loro opere senza ricevere il fondamentale sostegno di un'invenzione di quei tempi: la fotografia. Solo quando l'Europa e gli Stati Uniti vennero invasi da centinaia di foto raccapriccianti che immortalavano bambini con le braccine mozzate e distese di cadaveri, solo allora per Leopoldo si materializzarono le prime difficoltà. A quei tempi circolò allora la battuta secondo la quale "Leopoldo non aveva potuto corrompere la Kodak". Ancora oggi sono facilmente reperibili documenti e rapporti che non lasciano dubbi sulla dimensione e sulla brutalità dell'Olocausto congolese.

Lo scoppio dello "scandalo" nelle opinioni pubbliche occidentali non portò comunque grosse conseguenze al re; dopo alcuni anni i suoi possedimenti privati passarono allo stato belga e sulla faccenda venne messa una pietra sopra. Prima e dopo Leopoldo, in Congo e fuori dal Congo, l'Olocausto Nero continuò senza preoccupare nessuno, nonostante da tempo si fossero fatte largo le teorie contro lo schiavismo; il razzismo verso i neri continuò anche dopo la scoperta dell'Olocausto Ebraico e le condanna del razzismo successiva alla Seconda Guerra Mondiale.

L'Olocausto Nero continuò, meno intenso in Congo, ma vivo e vitale nel resto dell'Africa, grazie al fatto per il quale il razzismo conclamato è stato la regola fino a qualche decennio fa. Il Congo si aprì ad altri sfruttamenti, compresi quelli ad opera della nobiltà nera capitolina, con il beneplacito di tutta l'Europa razzista e delle sue chiese, oltre a quello dello Stato Pontificio che taceva sulla sorte quei selvaggi che diceva di voler evangelizzare e civilizzare grazie all'opera dei suoi missionari.

Non per niente anche nei "civili" Stati Uniti d'America, che combatterono il regime nazista in nome della libertà, negli anni '60 vigeva ancora l'apartheid, vergogna sparita dal Sudafrica bianco ( e dalla Namibia da questi amministrata) solo dopo il 1990. Un razzismo per nulla mascherato, che ha coperto e copre ancora oggi gli atroci crimini coloniali; quando muoiono dei neri non scatta l'indignazione, anzi, il più delle volte l'indignazione non ha notizie alle quali appigliarsi. E' stato così per i massacri italiani in Etiopia, per quelli commessi da inglesi, portoghesi, britannici, tedeschi e spagnoli; è stato così per l'Olocausto Nero di Leopoldo ed è così oggi per l'intervento militare in Ciad e Repubblica Centrafricana, del quale non si è accorto nessuno; continua ad essere così per i milioni di profughi africani e per altri milioni che muoiono per fame o malattie perfettamente evitabili.

Oltre dieci milioni di morti non sono stati un gran peso nemmeno per un piccolo paese come il Belgio e la sua monarchia Ancora nel 2002,
Guido Gryseels, direttore del Museo Reale Belga per il Centro Africa, rispondeva agli storici che chiedevano finalmente un'ammissione di colpa in merito all'Olocausto leopoldino: " Controlleremo queste richieste, le investigheremo e entro il 2004 cercheremo di dare delle risposte". A oggi le risposte non sono ancora pervenute, a meno che non le abbiano sussurrate nell'orecchio a chi aveva posto le domande. L'unica risposta è venuta dal libro di Adam Hochschild, il documentato: "Il fantasma di re Leopoldo";  libro presto caduto anch'esso nell'oblio. Ben pochi artisti hanno osato esprimersi sul Leopold-Arlon-webtema, ancora meno l'argomento ha interessato il mondo del cinema. Ancora oggi, parlando con un belga, questi ti dirà più o meno che in Congo i belgi hanno costruito la ferrovia; lo stesso tipo di risposta che ci si può attendere da un italiano, un francese, un tedesco, un britannico o uno spagnolo parlando dei territori nei quali le loro colonizzazioni hanno portato stragi, terrore e sfruttamento.

Non molto diverso da quanto si diceva nel 1960, quando un tristissimo re Baldovino osò dire ai congolesi, nel corso del pubblico discorso nel quale consegnava svogliatamente l'indipendenza dal Belgio: "L'indipendenza del Congo costituisce la realizzazione dell'opera concepita dal genio di Leopoldo II. Opera intrapresa con coraggio e tenacia, e continuata con perseveranza dal Belgio" senza che nessuno europeo si sia offeso. Statue di Leopoldo II decorano ancora il Belgio, dove è ricordato come "il re costruttore", avendo investito le enormi ricchezze rubate al Congo nella trasformazione di Bruxelles da cittadina qualunque a capitale europea.


Ad offendersi furono invece i congolesi ed il loro premier Patrice Lumumba. L'unico premier eletto democraticamente nella storia del Congo prima delle recenti elezioni vinte da Kabila jr., che però ebbe poco tempo per indignarsi. Dopo alcuni mesi nei quali dovette fronteggiare ribellioni ed ostacoli da parte di Belgio e Stati Uniti, due agenti dei servizi del Belgio lo rapirono, lo fecero a pezzi e ne bruciarono i resti dentro ad un bidone, consegnando il Congo nelle mani del sergente Mobutu. L'omicidio di Lumumba è stato "confessato" solo nel 2002 dagli autori (tra i quali il generale Gerard Soete) ed ammesso da fonti ufficiali del Belgio. La dittatura di Mobutu, sostenuta dalle potenze occidentali capaci di armare mercenari ed etnie anche contro l'ONU, ha retto fino a metà degli anni '90, quando la sua dipartita riaprì la partita per il controllo delle immense risorse del paese e diede vita alla "Prima Guerra Mondiale Africana". Un conflitto del quale, ancora, si è parlato poco.

A margine di questo conflitto ci fu l'unico Olocausto Nero riconosciuto come tale della storia. La mattanza tra Hutu e Tutsi è stata riconosciuta come un Olocausto, probabilmente perchè i colpevoli sono risultati essere anch'essi neri, almeno ufficialmente. A conferma di questa ipotesi c'è il fatto che le testimonianze di autorevoli ufficiali dei Caschi Blu che operavano nella zona, in merito a precise responsabilità francesi e belghe, non hanno avuto stampa. Ad ulteriore conferma c'è il netto rifiuto della Francia alla richiesta, da parte del Ruanda, di processare alcuni ufficiali e cittadini francesi. A rafforzare la puzza d'ipocrisia c'è la recente proposta di legge francese, secondo la quale si vorrebbe il carcere (in Francia) per chi nega il genocidio degli Armeni (genocidio commesso dai turchi), mentre ancora non è pervenuta alcuna assunzione di responsabilità per i massacri decisi a Parigi e commessi dall'Africa all'Indocina nel corso dell'ultimo secolo.

A rendere la dubbia moralità di questa certificazione olocaustica ci sono poi alcuni fatti non secondari. Mentre lo scontro tra Hutu e Tutsi provocò un milione di morti in Ruanda, la sua continuazione ne provocò almeno cinque milioni in Congo (attenzione, al link ci sono immagini molto forti ed esplicite), ma di questi non parla nessuno. Come peraltro  nessuno parla dei circa cinque milioni di "negri" africani che ogni anno potrebbero essere salvati dalla morte per fame,
solo se la "civile" Europa volesse.

Nel Giorno della Memoria sarebbe bene ricordare che l'Europa non porta la colpa del solo olocausto nazista. Sarebbe bene ricordare che anche paciose cittadine come Bruxelles sono costruite sul sangue e sui cadaveri di milioni di persone annullate in virtù di un pregiudizio razzista. Sarebbe bene ricordare, soprattutto ai timorati cristiani, che le chiese europee sono state complici dell'Olocausto Nero non meno di
11297695481624 quanto lo siano state di quello ebraico. Sarebbe bene ricordare che ancora oggi, nell'epoca dell'informazione globalizzata e sovrabbondante, milioni di persone muoiono perchè sono lasciate morire dalla nostra indifferenza, perchè non siamo capaci di un serio momento di confronto, oltre il quale decidere la definitiva messa al bando dello sfruttamento razzista del continente africano e il riconoscimento delle colpe europee. Sarebbe bene chiedere al mondo dell'informazione perchè questi crimini siano tenuti tanto nascosti, perchè migliaia di giornalisti pronti ad indignarsi per qualsiasi sciocchezza non riescano a trovare un minuto per condannare l'Olocausto Nero che continua a consumarsi giorno dopo giorno.

Questo non succede, non succede nel Belgio che non ci tiene a far sapere di aver superato nei numeri gli orrori nazisti, non succede nella Francia madrina dei diritti umani, degli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità  e figlia della Rivoluzione Francese che in Africa continua ad usare le armi per proteggere i propri interessi dai negri che vorrebbero godere delle loro risorse; non succede negli altri paesi, tutti presi dall'esercizio razzista esplicito verso i nuovi nemici, gli islamici cattivi, meglio se immigrati.

Per questo, nel Giorno della Memoria, occorre ricordare anche l'Olocausto coloniale, sperando che un giorno la storia che conosciamo corrisponda a quella che i nostri governi hanno scritto con i loro crimini e non a quella che ipocriti cantori del nulla cercano di farci mandare a mente.

Lo dobbiamo alla nostra dignità, lo esige la costruzione europea, che non può fondarsi su questo massiccio negazionismo, lo dobbiamo alla storia stessa, prima che si verifichi l'auspicio di Patrice Lumumba e che si costruisca un'Europa destinata all'umiliazione e alla vergogna quando questa ipocrisia verrà, in un modo o nell'altro, risolta :

"Un giorno la storia parlerà con la sua voce, ma non sarà la storia che insegnano all'ONU, a Washington, Parigi, Bruxelles, ma la storia che sarà insegnata nei paesi liberati dal colonialismo e dalle sue marionette. L'Africa scriverà la sua stessa storia. Una storia di gloria e dignità"

Patrice Lumumba


Per non sembrare troppo tenero con gli angli, quasi ignorati in questa discussione, compenserò con questo link dal quale si evince che a ordinare l'omicidio di Lumumba fu A. Dulles, capo della CIA (e molto altro, lumumba è al numero 11) e indicando questa recensione di The Corporation That Changed the World: How the East India Company Shaped the Modern Multinational , di Nick Robins, che si riferisce alla East India Company, che fu non meno mortale della Societé Generale du Belgique fondata da Leopoldo e che ne fu l'ispirtrice. Negli anni della giovinezza infatti Leopoldo viaggiò a lungo e trasse ispirazione ed esempio proprio dalla organizzazione di inglesi ed olandesi nel Far East. Purtroppo la Compagnia delle Indie non ispirò solamente Leopoldo, ma tutte le grandi corporation a venire, che ancora ne impiegano i metodi e che ancora sono letali come lo fu la grande compagnia inglese.L'East India Company è l'esempio perfetto di quel mercantilismo assurto a sistema di dominio che ancora oggi molti confondono con l'imperialismo. L'East India Company fu sciolta dalla regina Vittoria (alla quale in fin dei conti aveva procurato un impero) proprio per la fondamentale incompatibilità tra un potere politico assoluto (imperiale) e un potere economico che aspira ad assumenerne la potenza per arricchire gli associati (il mercantilismo).
venerdì, 26 gennaio 2007

NAIROBI, DAVOS, WASHINGTON: I GIORNI DELL'OBLIO


da Altrenotizie

In questi stessi giorni si stanno svolgendo il World Social Forum ed il World Economic Forum, ieri George W. Bush ha fatto il suo “discorso sullo stato dell’unione”. Il forum sociale mondiale che si tiene in questi giorni a Nairobi segna un momento molto triste per l’altermondismo. Orfano delle grandi organizzazioni popolari sudamericane, così come delle folle che nella sovrappopolata India animarono il forum di Mumbai, il primo social forum in terra d’Africa è decisamente al di sotto delle più modeste aspettative, in parte perché la selezione post-coloniale ha privilegiato la formazione di una classe dirigente poco sensibile al sociale, in parte perché anche i grandi movimenti di sinistra che avevano avuto fortuna ai tempi della guerra fredda, hanno lasciato poche tracce nelle popolazioni spesso totalmente assorte nella difficile arte del sopravvivere in Africa. Non è comunque una questione di numeri o di qualità dei partecipanti, ma piuttosto dell’umore tendente al depresso, che dopo anni di “War on Terror” restituisce un movimento decisamente in ribasso, per quanto non domo.

Paradossalmente mai come oggi le tematiche altermondiste avrebbero occasione di trarre forza dalla cronaca. L’allarme climatico è stato finalmente riconosciuto come tale da tutti i governi e da tutte le istituzioni globali, il mercatismo globalizzante ha smesso di promettere automatici progressi miracolosi e lo stesso ricorso alla guerra, per quanto mai così massiccio, ha ormai dimostrato i suoi limiti strutturali anche ai commentatori più pugnaci. Non per niente il Fondo Monetario Internazionale è ormai defunto e la Banca Mondiale agonizza nell’indifferenza sotto la guida di Wolfowitz, mentre gli incontri del WTO sono ormai riunioni inutili tra sordi.

Purtroppo a tenere basso l’umore è la constatazione che tutto quello contro cui si batte il movimento altermondista sia in realtà ancora lontano dall’aver esaurito la sua energia distruttrice. Di seguito c’è quella secondo cui, nonostante l’evidente collasso di un modello fallito, l’immaginario collettivo ancora esita nel registrare cambiamenti significativi, quasi che di fronte al fallimento delle ricette neo-liberiste (in realtà comode etichette per un modello di sfruttamento già ben conosciuto), le opinioni pubbliche occidentali restino indifferenti ma disposte a dare fiducia a un sistema di potere che da un lato persevera nel coalizzarle contro la minaccia islamica e dall’altro cerca di depauperarle a favore di pochi: si intravede solo il sorgere di populismi da due soldi, tristemente più probabile dell’illuminarsi di un processo democraticamente virtuoso.

Il Forum si tiene a pochi chilometri dall’ultima guerra che ha scosso l’Africa. L’invasione etiope della Somalia sta ancora sanguinando, ma tutta l’Africa è percorsa da conflitti. Conflitti che si possono dividere in di due tipi: il primo si dispiega all’interno di paesi governati da un autocrate (o d una autocrazia nel migliore dei casi) e si sprigiona tra le forze lealiste e le opposizioni interne o alcune minoranze. In questo primo schema le opposizioni sono sempre “terroriste” e/o islamiche e il governo è sempre il responsabile del conflitto in quanto scelta politica. Nel secondo caso si tratta invece di conflitti civili che vedono schierati spietati dittatori dotati di un consenso molto stretto, opposti ad interi archi costituzionali e porzioni della popolazione imponenti. Nei due casi questi governi sopravvivono grazie al sostegno, soprattutto militare, di paesi occidentali.

La particolare etica diplomatica dell’Occidente in Africa ha generato mostri e genocidi. Fu un dimenticato genocidio, quello nel quale Leopoldo II precipitò il Congo in un Olocausto capace di fare impallidire quello hitleriano, a segnare il confine tra lo sfruttamento dell’Europa schiavista e la transizione allo sfruttamento su scala industriale delle ricchezze del continente. Bruxelles è costruita sul sangue di decine di milioni di morti congolesi, ma non rappresenta altro che la punta statistica dell’iceberg del razzismo occidentale. Oggi qualsiasi europeo ha i mezzi per conoscere i crimini commessi dagli europei in Africa. Ma massacri di neri non hanno audience nel continente.

Fa quindi sorridere l’auspicio di Human Rights Watch che, osservando sconsolata quanto nessuno nel mondo ormai parli più di diritti umani, chiede all’Europa di vestire i panni che un tempo furono degli Stati Uniti. Una Europa paladina dei diritti umani potrebbe rappresentare solo una grossa ipocrisia, visto che gli europei vivono completamente indifferenti alla loro storia, anche quella più recente. L’Europa è indubbiamente razzista nei confronti dell’Africa. L’Africa ha pagato il conto più salato per lo sviluppo dell’Occidente e dell’Europa in particolare. Non sarà quindi rivolgendosi all’indifferente Europa che si otterranno risultati migliori nella tutela dei diritti umani in Africa.

L’Europa, si diceva, ha grandissime responsabilità verso l’Africa; la sponda mediterranea dell’Africa è un elenco senza soluzione di continuità di autocrazie. Dal Regno del Marocco - dove il re molto progressista ancora perseguita i Saharawi e fa la gara a difendere il buon nome di Allah per compiacere i bigotti- fino all’Egitto del faraone Mubarak impegnato nella transizione dinastica del potere al figlio. E tra i due estremi c’è di peggio; Tunisia e Libia sono due buchi neri. In Ciad e Repubblica Centrafricana sopravvivono due dittatori perché la Francia li protegge con l’aviazione ed i parà ( molti non sanno nemmeno dell’esistenza della guerra francese, neanche in Francia ne parlano, questi europei potenziali paladini dei diritti umani, ndr). In Sudan c’è un governo di coalizione islamo-cristiano in vista della divisione del paese a seguito di un referendum, a latere c’è la tragedia del Darfur, che agli europei davvero non interessa, come non interessa al resto del mondo; da tre anni due milioni di persone sono profughi nel nulla, ma ogni tanto gli mandano dei biscotti. Ogni tanto qualche politico occidentale e qualche attore globalizzato vanno in Darfur per farsi belli e tornano senza lasciare tracce.

Poco più in là c’è l’Etiopia, altra dittatura militareggiante che forse è più invisa ai propri cittadini che a quelli dell’invasa Somalia. Però è una dittatura che piace tanto agli americani e che facendo la parte dell’esecutore di Washington è riuscita a garantirsi una certa tranquillità. Un piccolo danno collaterale è che l’ONU non consegna più gli aiuti umanitari a un governo del genere, visto che poi non raggiungerebbero comunque i milioni di etiopi afflitti dalla fame, quella vera. L’Italia da anni ha tagliato i contributi a questa zona dell’Africa. Continuando verso Sud la situazione migliora di poco, ci sono ancora dittatori guineani come Teodoro Obiang, Lansana Conte (già quattordici giorni di sciopero generale consecutivo contro di lui; ora la Guinea è un paese in ginocchio) , Mugabe (l’unico inviso all’Occidente, che però ha ricevuto sollievo da un accordo con la Cina), la Nigeria democratica che però è una cleptocrazia scricchiolante, la Costa D’Avorio che ancora si lecca le ferite dopo il recente intervento francese. Molti di questi leader, oltre a perseguire politiche criminali, sono fisicamente moribondi o addirittura alcolizzati, pupazzi nelle mani di oscuri personaggi, spesso stranieri. L’Africa finisce con note d’ottimismo; il Congo belga che è tornato ad una parvenza di elezioni (vinte dal candidato di Washington) dopo la Prima Guerra Mondiale Africana (sconosciuta ai più) , l’Angola (il Congo portoghese) che non è mai stato meglio e migliora. In fondo c’è il Sudafrica dove è finita da pochi anni l’apartheid, una macchia ancora fresca sul curriculum europeo, ma ora più che mai è residua la speranza di un potenziale riscatto autoctono.

Si può continuare a lungo. La Francia è anche in lite con il Ruanda perché non vuole essere giudicata per l’olocausto tra Hutu e Tutsi ( a Parigi hanno proposto una legge per “certificare” il genocidio degli armeni, ma nemmeno uno per fissare nella storia una qualsiasi delle stragi compiute dai francesi in Africa o in Indocina). La Gran Bretagna semina mercenari in combutta con gli ex dei reparti speciali del regime razzista sudafricano e si può ben dire che quasi tutti i paesi europei che vi hanno portato disastri e sfruttamento sono ben lontani dal dimostrare una qualsiasi presa di coscienza o tracce di un pentimento attivo. La situazione sembra immutabile senza un cambiamento dell’influenza occidentale, anche perché i pochi leader africani di estrazione democratica non riescono a contribuire in nessun modo, visto che la maggioranza dei governi che compongono l’Unione Africana sono in carica senza aver vinto libere elezioni.

Così il forum di Nairobi è stato all’insegna dei missionari; tra l’organizzazione e la frequenza, la Tavola per la Pace ha fatto la parte del leone. Ottima resa scenica, che ha permesso ai telegiornali italiani di mostrare qualche esemplare di bianco buono mentre i giornalisti snocciolavano le piaghe dell’Africa e i numeri dell’annuale Olocausto con lo stesso tono di chi legge la schedina due volte alla settimana. Un’ottima occasione per la chiesa, soprattutto per quella che vede la peste rivoluzionaria nei tostissimi missionari, di farsi un’immagine di sensibilità ed empatia con i sofferenti, rinforzando un potere che in realtà è sempre stato funzionale al mantenimento del dominio coloniale. Non a caso la voce del papato si guarda bene dal tuonare contro le dittature africane. Non bisogna però farne una colpa a carico di chi è animato da spirito missionario; non sono agenti del nemico i laici o i religiosi occidentali che si dedicano veramente a migliorare le condizioni di vita dei loro simili o a soccorrerli nei disastri. Il fatto, casomai, che il loro operato sia spesso strumentalizzato non ne fa dei colpevoli.

Dal punto di vista degli africani convenuti, invece, l’esperienza è stata sicuramente un evento. Approfittando dell’occasione molti africani sono riusciti ad incontrarsi, alcuni si sono accordati per fare rete (è stata anche l’occasione del primo meeting delle indymedia africane, prontamente svaligiato dell’hardware), anche se non hanno potuto fare altro che prendere atto del disastro e aggiornare le statistiche con dati sempre più negativi. Ma in Africa non è facile viaggiare, ancora meno per gli africani. Così anche quest’anno potremo annoverare che cinque milioni di africani moriranno per fame, che aumentano quelli che moriranno per malattie, aumenteranno la povertà e l’inquinamento (provocato anche dai rifiuti importati dall’Occidente). E che l’unica cosa che potremo annotare in diminuzione sarà l’aspettativa di vita. Per non scordarsi poi del dato scomodo secondo il quale l’Africa è addirittura ricca di spazi e di risorse, un capitale naturale pro-capite superiore a quello di qualsiasi abitante di altri continenti, fatto salvo che la sua popolazione è indubbiamente la più povera. Evidentemente è l’effetto di uno scambio a condizioni ingiuste, quando non criminali.

All’alba del 2000 tutti i paesi del mondo presero il solenne impegno di dimezzare la povertà entro il 2015, nero su bianco. Nessuno dei paesi che dovevano dare a tale scopo ha dato; nel frattempo i contributi dei paesi avanzati al soccorso di queste popolazioni sono praticamente evaporati. Quelli che ancora restano a bilancio sono in gran parte spesi per assistenza militare. Ovviamente il bilancio della guerra mondiale alla povertà è una frazione infinitesimale di quello dedicato alle guerre vere e proprie. Il Millennium Goal ( la meta del millennio), pomposo nome del solenne impegno, si allontana invece di avvicinarsi. L’Africa generosa, culla dell’umanità, continua a produrre ricchezze incredibili; non è stato esaurito ancora tutto il legno, nell’ultimo secolo ha dato di tutto e adesso è sfruttata anche per il petrolio. Ricchezze scambiate con armi, almeno a giudicare dalla loro abbondante presenza, armi che qualcuno continua fornire e a vendere con il consenso dell’Occidente.

Quello che emerge dopo anni di analisi dei perversi effetti dell’applicazione delle teorie pseudo-liberiste, è l’elevata facilità con la quale si possono verificare apparenti paradossi, che però paradossi non sono in quanto il loro esito è invariabilmente nefasto per la controparte economicamente più debole. L’ultimo fronte del disastro ha l’affascinante nome di biocarburante. Secondo la leggenda il biocarburante sarebbe ad impatto zero dal punto di vista dell’effetto-serra.
Il biocarburante non rappresenta una alternativa al petrolio, non fosse altro che per sostituire il petrolio con biocarburanti servirebbe una superficie coltivabile sette volte superiore a quella che c’è sulla Terra. I biocarburanti sono così diventati un sistema per dare sussidi ai contadini dei pesi ricchi sotto una forma nuova.

Il problema è che destinando alla produzione di carburanti gran parte della produzione agricola, un paese come gli Stati Uniti deve importare, pur essendo tradizionalmente un forte esportatore alimentare. Con le sovvenzioni per i biocarburanti, conviene coltivare vegetali da destinare alla raffinazione. Il bisogno di importazioni alimentari negli Stati Uniti ha comportato un aumento del prezzo del grano, in particolare nel vicino Messico. Dove la dieta nazionale dei poveri, a base di tortilla di grano, all’improvviso è venuta a costare il triplo gettando la popolazione nella disperazione. Dunque, ogni volta che in Occidente si fa il pieno di biocarburanti, si toglie letteralmente il cibo di bocca a qualcuno nel Sud del mondo, dopo aver bruciato quello che c’era nel sottosuolo; ora, quindi, si vorrebbe bruciare nei serbatoi anche la superficie agricola (perché così non si inquina), pur di non mettere in discussione un sistema fondato sugli idrocarburi e sul nucleare, anch’esso in tumultuosa espansione. Era quindi inevitabile che G.W. Bush diventasse un paladino dei biocarburanti

A Bush rispondono da Davos, proponendo una improbabile alleanza per il clima tra le grandi corporation al fine di ridurre l’inquinamento globale. La ricetta anche qui è già vista quanto inefficace. I principali inquinatori del pianeta dovrebbero inquinare meno in cambio di maggiori profitti. Anche in questo caso non si pensa a punire chi danneggia l’ambiente, ma si cerca di costruire un meccanismo per il quale non ci siano sanzioni, ma solo ulteriori possibilità di guadagni in cambio di provvedimenti dalla dubbia efficacia. Guadagni per le grandi corporation, ma a spese di chi? La risposta è scontata.

Fino a che la politica mondiale non cambierà l’approccio al problema energetico e fino a che non si riconosceranno le responsabilità dell’Occidente verso il Sud del mondo, non si potranno considerare risolvibili quegli infiniti paradossi che ci costringono ad interrogarci sulla sostenibilità dello status quo. Considerazioni inevitabili nel momento nel quale un forum sociale è un corpo completamente alieno ed ignoto alle istituzioni e riesce ad impattare quasi esclusivamente su chi vi partecipa. Considerazioni scontate ormai da decenni, ma che non riescono a dispiegare effetti positivi capaci di andare oltre il forum dei missionari nella terra della disperazione. Il giorno che l’Europa dedicherà un Giorno della Memoria ai popoli africani che ha sterminato cancellandone pure il ricordo, sarà un gran giorno per tutti; misurare la distanza che ci separa da quel giorno è uguale a misurare la distanza che ci separa da un altro mondo possibile.
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mercoledì, 24 gennaio 2007

Somalia, ancora scontri, ancora bombardamenti americani.


Sale il livello degli scontri a Mogadiscio, anche l'aeroporto è stato attaccato a colpi di mortaio, mentre aumenta il numero di scontri a fuoco registrati giornalmente. Ancora non si sa se esista una vera disponibilità a fornire peacekeeper da parte di altri paesi africani, l'Etiopia continua ad occupare il paese, e nuovi bombardamenti americani sono stati segnalati nel Sud del paese; ovviamente bombardmenti mirati ad uccidere "terroristi". Intanto l'Etiopia ha annunciato un piano di ritiro in tre fasi mentre il presidente del GFT Yusuf comincia ad essere presentato dalla stampa statunitense come uno che si atteggia a dittatore (..in effetti è il dittatore di una regione somala, il Puntland) a causa del suo rifiuto di aprire un dialogo con l'opposizione.
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martedì, 23 gennaio 2007

Un manifesto per una Europa Demo-radicale.

Questo è un manifesto politico. Una cosa un pò desueta che alcuni europei hanno pensato di concepire per ribellarsi alla deriva decadente che investe l'Europa del ventunesimo secolo. E' sicuramente un manifesto generazionale, ma nasce con spirito includente e come assunzione di responsabilità verso le generazioni presenti e quelle future. La rete che ha collaborato alla stesura del manifesto attraversa diversi paesi e città europee; il manifesto è concepito come un corpo in evoluzione, non vuole essere il fondamento di un dogma da contrapporre ad altri dogmi, ma una piattaforma da implementare e da arricchire. I richiami ai diritti GLBTQ non significano che sia espressione di una comunità GLBTQ, ma che il manifesto si fa portatore del rispetto di tutte le identità di genere e che chi vi si identifica, riconosce agli umani una uguaglianza sostanziale che va ben oltre le generiche affermazioni sulla parità tra uomo e donna. Il manifesto è un invito all'azione e all'adesione ad un processo di rivitalizzazione che possa spingere l'Europa ed i suoi cittadini al di fuori delle secche nelle quali è stata condotta dalla verticalizzazione dei poteri e dalla loro occupazione da parte di una élite economica e politica del tutto autoreferenziale.


ACT 4 RADICAL EUROPE (a4re, “ayforee”)

manifesto per un’associazione politica transnazionale che agisca per la giustizia ecologica e sociale

 

LA GUERRA INFURIA, LA DISTOPIA SI AVVICINA

L'alba del XXI secolo è buia e barbarica, mentre la guerra, l'ineguaglianza, l'irrazionalità, la xenofobia e il collasso ecologico si diffondono incontrastati nel pianeta cos’ come nella nostra regione, l'Europa, governata dall'Unione Europea e dagli stati nazione, ma in realtà disarticolata e divisa tra paesi euro e non-euro, nella (dis)Unione fra vecchi e nuovi membri del club.

Il Bushismo e l'Islam politico hanno ridefinito la politica mondiale, la Cina e l'India hanno ridisegnato l'economia globale. L’America Latina ha rotto con la dottrina di Monroe, ma l'Europa politica è allo sbando: il "no" franco-olandese ne ha svuotato l’essenza, mentre il conflitto sociale e la disillusione crescenti ne mettono in dubbio la sua rilevanza come entità politica. Lo spazio europeo è oggi attraversato da massicci flussi di capitale e di immigrazione (i primi lasciati liberi di muoversi all'interno del Mercato Unico, i secondi, al contrario, discriminati e perseguitati da Schengen) e amministrato in termini puramente conservativi da una tecnocrazia neoliberista e da governi nazionali che condividono una debole se non inconsistente legittimità.

Nel XXI secolo il vecchio progetto federalista di orientamento cattolico/socialista, ispirato da Spinelli e avviato da Monnet, è una forza definitivamente spenta. Un nuovo cosmopolitismo europeo, di orientamento democratico-radicale, deve ora prendere il suo posto, mettendo al centro i valori del federalismo orizzontale, dell'azione sociale ed ecologistta, dei diritti GLBTQ (gay/lesbiche/bisex/trans/queer). Se ciò non avverrà, lo stato-nazione rialzerà la sua testa mostruosa: le forze nazionaliste e xenofobe, costituiscono già oggi una minaccia reale in molti paesi europei.

D'altro canto, la sinistra “ufficiale”, vuoi socialdemocratica vuoi comunista o ecologista, non appare oggi in grado di formulare risposte adeguate alle sfide gigantesche poste dalla polarizzazione economica e dall'instabilità geopolitica, dal pieno dispiegamento delle reti digitali, dall’innovazione biotecnologica con le sue conseguenze etiche e sociali, e soprattutto dal cambiamento climatico e dal danno ambientale crescenti.

 STATI SOCIALI D’EUROPA

Gli spettri della pauperizzazione e dell’esclusione ossessionano gli europei. Negli ultimi vent’anni, la precarietà e la disuguaglianza hanno rotto il compromesso social-democratico-cristano del periodo postbellico su cui l’Europa moderna è stata fondata: redditi crescenti per i lavoratori e potere crescente per i loro sindacati in cambio dell’accettazione del capitalismo occidentale. Al suo posto, vi è stata un’immensa accumulazione di ricchezza privata accanto all’aumento dell’esclusione e della rabbia sociale.
 Agire per un’Europa radicale vuol dire innanzitutto mobilitarsi contro la disuguaglianza sociale, la precarizzazione del lavoro e l’arroganza delle élite e dei loro privilegi, come milioni di persone hanno fatto recentemente in Francia e Danimarca.

 Oggi in Europea, il conflitto centrale contro il neoliberismo è la lotta contro la precarietà. I conflitti degli studenti, dei lavoratori dei servizi e della conoscenza contro condizioni sociali e di lavoro altamente precarie è politicamente esplosiva. Dice che un’altra Europa è possibile, con i diritti sociali fondamentali al suo centro. La sicurezza di reddito e l’autonomia culturale devono diventare le fondamenta di un nuovo stato sociale europeo. Questa è la nostra interpretazione welfarista della flexicurity, in netto contrasto contro l’approccio orientato al workfare, alla flessibilità del lavoro e alla sicurezza sociale contenuto nel recente Green Paper della Commissione Europea sulla regolazione del mercato del lavoro. Per opporsi all’Europa sociale minima, chiesta dai liberali, dobbiamo diffondere libertà di pensiero e di azione, promuovere la sovversione culturale e il conflitto sociale, così da dar vita all’Europa radicalmente democratica che le oligarchie nazionali si ostinano a rifiutare.

 Di fronte all’ebollizione sociale e all’effervescenza culturale, i governi nazionali limitano istericamente la libertà d’espressione in rete e sulle strade, in un clima di paura e paranoia fomentate a arte per giustificare regimi di legalità sempre più draconiani. Per combattere questa tendenza reazionaria, i principi libertari nell’informazione e nella comunicazione devono costantemente essere asseriti online e offline, e le libertà di movimento e di protesta praticate e difese contro ogni minaccia e aggressione securitarie.

La persecuzione di migranti e rifugiati alle porte e all’interno dell’Europa è una cocente vergogna per ogni persona che si dica democratica: alleanze transetniche e solidarietà transnazionale con i migranti sono doveri morali per tutti i demoradicali (rad-dem) europei che combattono per un’idea allargata di Europa, che non può fare a meno di includere individui e popoli una volta soggetti al rapace dominio imperiale europeo.

L’attivismo queer è in crescita in Europa e nel mondo, ma i diritti trans/gender si trovano sotto attacco da parte di establishment clericali reazionari con una violenza senza precedenti. Malgrado le conquiste del femminismo moderno, le donne sono tuttora intimidite, aggredite e uccise sia nelle famiglie indigene che in quelle immigrate e discriminate sia nella sfera pubblica che sul posto di lavoro. L’eguaglianza di genere e la lotta contro l’omofobia devono entrare a far parte delle priorità dei movimenti radicali europei.

Oggi la gioventù multietnica d’Europa è economicamente discriminata e sempre più alienata dal resto della società. La giovane generazione europea è infatti bloccata da disoccupazione e precarietà, mentre le viene negato l’accesso ai beni sociali di base (casa, istruzione, welfare ecc.). La gerontocrazia delle élite e i conseguenti privilegi per la rendita finanziaria stanno uccidendo il futuro d’Europa pesando in modo sproporzionato sulle giovani famiglie ed escludendo la classe creativa dalle decisioni politiche ed economiche.

Oggi le imprese non solo ricorrono sistematicamente alla delocalizzazione e all’outsourcing, seguendo i dettami dei mercati finanziari, ma cercando di sfruttare le capacità cognitive e relazionali delle persone, mentre si impadroniscono dell’accesso ai beni comuni naturali e sociali. L’economia di oggi rende la vita individuale sempre più dipendente dal mercato, il che a sua volta aggrava la frammentazione sociale e l’alienazione ecologica. Il radicalismo europeo deve sfidare le nuove gerarchie create dal capitalismo europeo per riuscire finalmente a infrangere la maledizione inegualitaria, favorendo la creatività biopolitica e l’insorgenza sociale. Dobbiamo combattere per nuove concezioni del welfare e nuovi concetti del comune. L’ora è venuta per la moltitudine precaria per togliere potere alle élite e ridisegnare il panorama sociale d’Europa.

Il potere aziendale e finanziare è ancora formidabile in Europa ed è tenacemente difeso dal monetarista Trichet e dal liberista Barroso, ma ha perso l’aura di credibilità e di quasi invincibilità che aveva negli anni Novanta, grazie alla pressione sociale su più livelli del movimento noglobal. Il movimento globale per la giustizia sociale e ambientale si è sviluppato in Europa a partire dalle grandi proteste di Praga, Goteborg, Genova ed è culminato nelle manifestazioni oceaniche contro l’invasione dell’Iraq del 15 febbraio 2003 in tutte le grandi città europee. Ma
da allora è declinato , anche se nuovi movimenti radicali sembrano averne preso il testimone nel corso del 2006.

La crescita di una rete mayday europea contro la precarizzazione dei giovani e la persecuzione degli immigrati è stata un’eccezione parziale al declino del movimento noglobal europeo. Disseminato nelle principali città d’Europa, il movimento contro la precarietà rappresenta uno dei tentativi più potenti di rinnovare le idee e le tattiche di dissenso politico e sociale nell’UE.
 

L'IDEA DI EUROPA RADICALE

In un'età di oscurantismo intellettuale, vogliamo tornare allo spirito radicale dell'Illuminismo e alla nascita rivoluzionaria della democrazia. In Europa, nei secoli, l'idea stessa di filosofia politica e quindi di quale forma lo stato debba assumere, è stata plasmata e alterata in modo decisivo dall'agire collettivo e dal conflitto sociale. La nostra idea di Europa radicale attinge e prende ispirazione dai grandi momenti di mobilitazione democratica e liberazione nella storia europea, perché momenti nei quali le idealità condivise riuscirono a forzare e vincere sistemi di potere radicati nei secoli.

Innanzitutto, le correnti radicali e democratiche, come i Levellers e i Diggers, della rivoluzione inglese, e in special modo, della rivoluzione francese, come i giacobini e in sanculotti; quindi le società segrete che si opposero all'assolutismo della Santa Alleanza; in Inghilterra, il movimento cartista per il suffragio universale e la nascita del movimento sindacale; il 1848 rivoluzionario e l'idea di Giovane Europa non-dinastica; il coraggioso esperimento di autogoverno urbano e di democrazia elettiva avanzato dalla Comune di Parigi nel 1871; il periodo fra il 1890 e il 1920, che vide le grandi speranza e le sonore sconfitte della sinistra radicale, in un continente agitato da scioperi generali, scosso dal movimento femminista per il suffragio universale, dissanguato dall’orrore delle trincee della Grande Guerra e traumatizzato, infine, dalla rivoluzione bolscevica e dalla successiva controrivoluzione reazionaria; la seconda internazionale e il sindacalismo rivoluzionario, al centro del movimento operaio prima della Prima Guerra mondiale, dopo la quale saranno finalmente vinti i Kaiser e gli Zar; il 1936 e la vittoria sociale ed elettorale del fronte popolare francese, l'anno dell'aggressione di Franco contro il fronte popolare spagnolo, repubblicano, socialista e anarchico, nonché la prima dimostrazione delle guerre genocide che il fascismo  europeo e internazionale intendeva scatenare in Europa e Asia.  Solo un fronte popolare mondiale poté sconfiggere i totalismi nazi-fascisti nel 1945, dopo sofferenze immense e aspre guerre civili di liberazione,  e fu proprio dalle ceneri della sconfitta fascista e in risposta agli orrori della guerra totale che l'idea politica di Europa emerse dai movimenti della resistenza europea, poi distillati nel manifesto di Ventotene  per un' Europa federale e pacifica.

Dopo la guerra, le istituzioni economiche, e quindi politiche, europee presero a consolidarsi. Il 1956 fu l'anno decisivo, dal momento che proclamando a Suez la fine dell'imperialismo europeo, segnò la nascita del federalismo europeo, e poi perché rivelò i crimini di Stalin dando il via alla ribellione democratica nell'Europa dell'Est contro il regime sovietico. Poi il 1968: Parigi, Roma, Berlino, Praga insorsero contemporaneamente, dando il via alla rivolta giovanile e all'esplosione identitaria degli anni Settanta (hippy, studenti, donne, gay, punk, gruppi etnici e popoli oppressi), che in ultima analisi avrebbe minato la guerra fredda e la partizione dell'Europa, culminando nella rivoluzione democratica del 1989 a Berlino, preparata dai movimenti antinucleari degli anni Ottanta. La demolizione del muro avrebbe di lì a poco portato all'implosione del comunismo russo e del suo blocco geopolitico, preparando la scena al
lancio della moneta unica in Europa Occidentale e all'allargamento a Est dell'Unione Europea.  Ha permesso anche ai fondamentalisti del mercato di imprigionare l’anima politica d’Europa, dando il via alle privatizzazioni e ai tagli di spesa su larga scala che degli anni Novanta. Ma all’inizio del XXI secolo, questo nefasto scenario di politica economica sta finalmente dissolvendosi. 


NOI, EUROPEI RADICALI

Noi siamo gli orgogliosi eredi della storia radicale dell'Europa fino ai movimenti noglobal di questi anni. Apparteniamo a diverse tradizioni europee di politica democratica e di filosofia critica. Siamo figli dell'approccio laico che ha guardato alla natura attraverso la ragione, discendenti di tutte quelle forme di pensiero socialista e di politica progressista che in ogni epoca si sono opposte ad ogni forma di autoritarismo e totalitarismo. Siamo figli dell'Europa ecologista e post-patriarcale e, a partire da questo retaggio radicale, intendiamo contribuire a una cultura politica condivisa di tipo democratico e radicale che possa ridare significato e scopo all'esperienza e all'agire delle persone, nella loro vita  e nel loro ambiente.

Noi ci dichiariamo europei radicali. Vogliamo batterci per  i fondamentali diritti umani, civili, sociali, di genere, dell'informazione delle moltitudini che vivono o arrivano in Europa; siamo inoltre anti-colonialisti, convinti che esista una sola umanità al di là dei confini che oggi tutelano i pochi a vantaggio dei molti,  al di sopra dei confini tracciati tra i popoli per nascondere quelli che, al loro interno, dividono l’alto dal basso.

Noi lavoriamo a una rinascita del progetto europeo attraverso il  principio della radicale partecipazione democratica e i suoi strumenti imprescindibili: il dissenso intellettuale, la protesta sociale, la disobbedienza civile, il picchetto sindacale, il boicotaggio, il mediattivismo. Dichiariamo nostri nemici il nazionalismo, il clericalismo e il fondamentalismo. Denunciamo il neoconservatorismo in politica e il neoliberismo in economia in quanto filosofie e metodi di governo immorali e insostenibili.

Noi siamo la generazione che ha buttato giù il muro di Berlino e che è andata 'underground' quando Thatcher, Wojtyla and Reagan hanno cercato di restaurare i valori di patria e famiglia. Siamo quelli che hanno iniziato la rivoluzione di Internet, gli attori invisibili della globalizzazione socioeconomica. Siamo la generazione low-wage/low-cost, ancora dominata da élite che risalgono alla guerra fredda che piuttosto di cedere il potere sono pronte a fare dell'Europa una Grande Svizzera, dove dittatori e mafiosi possono tranquillamente custodire le loro fortune e prosperare mentre gli “immigrati”, compresi quelli nati in Europa, vengono esclusi dalla cittadinanza.

Noi siamo la classe creativa d'Europa e fieri oppositori del monopolio privato della tecnologia e della conoscenza, e ci opponiamo a un livello di concentrazione economica senza precedenti nella storia dell'umanità.  La libertà e il diritto alla circolazione del sapere richiedono di porre immediatamente fine al rafforzamento della legislazione sul copyright che nell'ultimo decennio ha protetto i vasti interessi delle major e dei media. Oggi la proprietà intellettuale si fronteggia con la libertà culturale e con l'innovazione economica. Noi demoradicali europei chiediamo l'abolizione del sistema dei brevetti, in particolare di quelli farmaceutici perchè salvaguardare i profitti di Big Pharma significa giustificare  la morte di milioni di persone nel Sud del mondo.

Il diritto di copiare e condividere  senza fini di lucro deve essere salvaguardato per tutti. Analogamente, le reti di filesharing e i networks p2p devono essere protette dalle attenzioni poliziesche. Con il pretesto della della lotta al terrorismo la libertà di comunicazione attraverso la Rete è stata decurtata in seguito al monitoraggio e alle intrusioni sul Web, che noi denunciamo per le stesse ragioni per le quali ci opponiamo all'utilizzo sistematico delle videocamere di sorveglianza, che non prevengono il crimine ma violano costantemente la privacy rendendoci tutti potenziali sospetti.

Dagli anni Novanta, siamo attivisti che si oppongono senza riserve allo strapotere delle multinazionali, dando vita ad azioni e campagne per combattere la discriminazione sociale e la distruzione ambientale. Ci opponiamo strenuamente e denunciamo gli interessi economici che si sono resi complici nella svolta reazionaria ed ecocida che il mondo ha imboccato dopo il 2001. Il capitalismo non è una relazione sociale immutabile e, secondo noi, la storia è progressiva o regressiva a seconda del rapporto fra le forze del capitale e del lavoro, dello stato e della società, in periodica mutazione. La sfida epocale che ci attende  -- impedire il disastro ecologico e sociale -- è tale e il rischio di mutazioni sociali e di biforcazioni politiche maligne altrettanto grande, che per portare avanti le rivendicazioni sociali e politiche della classe neo-precaria di cui siamo espressione, le nostre forze devono sommarsi a quelle di tutti gli altri settori progressisti della società europea.

Non siamo un partito politico e non siamo un sindacato, anche se alcuni di noi potrebbero in futuro correre in elezioni o diventare delegati sindacali. Siamo un'associazione paneuropea espressione di un movimento sociale e politico democratico-radicale. Alcuni di noi si sono lasciati alle spalle i limiti dello spontaneismo anarchico o la nostalgia del comunismo, tutti crediamo che l'orizzontalità e l'uguaglianza siano ideali che, per non diventare totem settari, debbano tradursi in una pratica condivisa e in una legislazione. Siamo altresì consapevoli che il perimetro delle soggettività coinvolte da questo progetto – si tratti di identità queer, ecologiste, cyber, etc.o di altri soggetti  -  coincide oggi con un orizzonte politico e sociale più ampio di quello strettamente istituzionale per affrontare in maniera decisiva il potere reticolare di stati e imprese. Siamo sufficientemente pragmatici per sapere che dovremo usare ogni mezzo di pressione sui settori progressisti, socialisti, ecologisti del Parlamento Europeo,  per far emergere soluzioni radicali al presente immobilismo del pantano politico europeo.

La nostra iniziativa politica sarà fieramente indipendente, fondata sull'azione diretta nonviolenta e su un'elaborazione intellettuale totalmente autonoma. Libera, soprattutto, da ogni soggezione di partito, sindacato, chiesa, lobby. E totalmente irriverente.

Contro le politiche liberaldemocratiche, o peggio nazionaldemocratiche. che promuovono la disuguaglianza in Europa, l'asservimento al militarismo USA e l’allineamento al mercantilismo occidentale, per un nuovo orizzonte radicale europeo in grado di immaginare una nuova cultura politica e un nuovo panorama sociale, noi precarie e precari, wobbly e queer, difensori degli alberi e patiti del computer, ci proclamiamo europei democraticamente e radicalmente attivi per la giustizia sociale ed ecologica.
 

COSA SERVE PER COSTRUIRE L'EUROPA RADICALE:

Un'organizzazione sociopolitica di uomini e donne che usino tutte le risorse e le tattiche disponibili per far valere la libertà politica e culturale, la giustizia sociale, economica e ambientale in tutta Europa.

 
I NOSTRI OBIETTIVI FONDAMENTALI

Creare una democrazia ecologica, radicale e "peer-to-peer" in Europa
Affermare un'identità europea secolarizzata, femminista e solidale.
Aprire i confini europei a tutti i popoli e alle culture.
Promuovere un'integrazione politica forte e un federalismo regionale di tipo orizzontale.
Rendere la Commissione un'espressione del Parlamento Europeo uno strumento del suffragio e della volontà popolare, finalmente responsabile davanti all'opinione pubblica europea.
Promuovere referendum europei sui maggiori problemi costituzionali e le direttive dell'UE.
Riformare la Corte Europea in modo che possa essere adita in luogo delle giurisdizioni nazionali, nei casi di violazione dei diritti fondamentali.

Fissare un salario minimo europeo, sostenere i diritti sindacali e il diritto di sciopero quali uniche forze riequilibranti nell'attuale mercato del lavoro.

Mettere l'energia solare ed eolica e il potere della conoscenza collettiva al servizio della trasformazione dell'economia.
Riformare drasticamente gli statuti e le politiche della Banca Centrale Europea e promuovere la diffusione di monete alternative.
Imporre la tassazione europea delle corporation e dei combustibili fossili.
Espandere il ruolo della sanità, dell'educazione e degli spazi pubblici europea
Creare un reddito di base europeo come chiave di un vero welfare europeo.

Assicurare libertà di espressione e comunicazione a proteggere il libero scambio di informazioni, saperi e cultura dentro e fuori Internet
Assicurare libertà neurochimica contro l'invadenza dello stato e ottenere la legalizzazione della cannabis.
Affermare i diritti di gay, lesbiche, bisessuali e transgender, così come il diritto a esibire il proprio orgoglio queer e l'emergere di culture non eterosessuali; nonché il diritto a non essere discriminati in ogni ambito della vita, compreso il diritto di sposarsi e di adottare dei figli.
Riaffermare il diritto di tutte le coppie non sposate a una vita familiare e ai relativi benefici sociali.

Rilanciare politiche monetarie e fiscali keynesiane ed “espansive”, abrogare il patto di stabilità e i suoi obblighi.
Promuovere le associazioni internazionali e la cooperazione con i movimenti radicali e democratici nel resto del mondo.
Promuovere un nuovo sistema commerciale globale e accordi di commercio equo e solidale con Africa Asia e Sud America.
Uscire dalla Nato per liberare il peso dell'Europa in favore di una pace giusta nelle aree di conflitto e di una corte di giustizia internazionale.

Promuovere una legislazione internazionale in favore dei migranti con una carta dei diritti per proteggerli da persecuzioni e discriminazioni.

Lavorare in favore di una città che sia più verde e amica, in primo luogo dei bambini, favorevole alle biciclette per superare la cultura dell'auto, adottando alternative ai combustibili fossili per riscaldamento, trasporti e produzione di energia.
Piantare alberi e far ricrescere le foreste nelle terre urbanizzate d'Europa.
Proteggere le scimmie e gli altri mammiferi superiori dalla malvagità degli umani e dalla sperimentazione scientifica sulla pelle degli animali.
Stop all l'agricoltura industriale intensiva e con la pesca non sostenibile in Europa, e promuovere l'agricoltura biologica e il vegetarianesimo attraverso una completa revisione della Politica Agricola Comunitaria.
Promuovere una discussione informata e democratica su scienza e tecnologia, allo scopo
di costruire una posizione demoradicale forte sulla bioetica e le altre le questioni scientifiche che colpiscono la società.


Dimezzare le emissioni di carbonio, come unica via per diminuire il contenuto materiale (energetico) del consumo e della ricchezza e sopravvivere come civiltà cosmopolita e digitale su un pianeta con risorse naturali limitate, atmosfera e oceani in rapido riscaldamento e una veloce perdita di biodiversità.

Ne trovate altre tracce in neurogreen
E commenti nella prima pubblicazione qui
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martedì, 23 gennaio 2007

Israele: Peretz denuncia il Cuore Nero di Hebron


Nella piccola cittadina palestinese di Hebron si è istallato da anni un gruppo di coloni israeliani. Hanno scelto il centro della città, costringendo l'esercito israeliano a proteggerli con reti, gabbie e con una costante presenza di militari. Non contenti i coloni di Hebron vessano i vicini palestinesi fidando sulla protezione di Tshahal e sulla sostanziale impunità accordata dalle corti israeliane ai coloni in Palestina.

Oggi il ministro della difesa Peretz ha dichiarato che il comportamento dei coloni è: "una disgrazia per i nostri codici morali in quanto stato, questi video servono gli interessi della propaganda anti-israeliana".
Peretz si riferisce ad un video circolato negli ultimi giorni, nel quale si vedono i coloni comportarsi come si sono sempre comportati durante la loro permanenza a Hebron. il video infatti è simile ad altri visti in passato, e i comportamenti dei coloni sono gli stessi verificati negli anni dalle fonti indipendenti che hanno avuto modo di assistere alle loro azioni deliranti.

Anche
Yosef Lapid, che dirige lo Yad Vashem (il museo dell'Olocausto), aveva avuto parole durissime per i coloni, paragonando i loro comportamenti a quelli che gli antisemiti praticavano nei suoi stessi confronti, prima che fosse inviato ai campi di sterminio ai quali è sopravvissuto. Dichiarazioni che gli sono costate una richiesta di dimissioni da parte dei soliti fanatici.

L'intervento di Peretz è quindi motivato esclusivamente dal proposito di difendere l'immagine di Israele, decisamente infangata dal vedere che all'animalesco comportamento dei coloni, corrisponde un sostanziale menefreghismo dei soldati di Tsahal, che a parti invertite di solito non si fanno pregare ad aprire il fuoco sui palestinesi.

Nell'occasione Peretz ha anche  riconosciuto che la rimozione di alcuni blocchi nella West Bank, annunciata da Israele nei giorni scorsi, era un falso. I blocchi indicati come rimossi non ci sono mai stati, quindi la falsa dichiarazione non era altro che propaganda malfatta, sperando di mostrare una "buona volontà" israeliana che invece, alla prova dei fatti, non esiste.
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categoria: palestina, israele, medio oriente, diritti umani, emergenze umanitarie


lunedì, 22 gennaio 2007

In Italia abbiamo 90 bombe atomiche.

Nella base di Ghedi Torre sono custodite 40 bombe atomiche, 50 sono invece ad Aviano. Gli ordigni che sono stati stoccati nel quadro dell'alleanza atlantica, sono dispiegabili anche su richiesta del Centcom, la struttura che sovrintende alle proiezioni offensive americane nel globo.
Secondo un rapporto del 1997, poi furono revisionate per rimediare al difetto, questo tipo di bombe poteva essere attivato qualora fossero state colpite da un fulmine (A U.S. Air Force safety review determined in 1997 that lightning could cause an accidental nuclear explosion during service of B61 nuclear bombs in NATO’s protective aircraft shelters.) La revisione è stata fatta nel 1998.

Fino al 1990, quando le testate in Europa vennero ridotte da circa 6.000 a 480, nel nostro paese ce n'erano ovviamente molte di più. A oggi solo sei paesi europei ( compresa l'Italia) hanno il dubbio onore di ospitare ordigni atomici americani.  I dettagli mi sono stati forniti da
Hans M. Kristensen della Federazione Scienziati Americani (FAS), che ha appena pubblicato una mappa dei siti nei quali sono custoditi ordigni atomici. Altri dettagli sono disponibili sul sito nukestrat. Secondo la stessa fonte alcune di esse potrebbero essere inattivabili, in quanto le capsule di trizio preposte alla loro attivazione e soggette a deperimento, potrebbero non essere state sostituite.

Aggiornamento 6 Aprile:

Il Manifesto pubblica una serie di articoli in coincidenza con un servizio di Rainews24 sulla questione

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categoria: italia, proliferazione nucleare


lunedì, 22 gennaio 2007

Quando "Sua Maestà" proteggeva gli assassini.



Dopo tre anni di indagini l'Ombudsman per la Polizia britannica ha scoperto che membri della polizia inglese hanno coperto per anni i crimini dei terroristi Nord-irlandesi lealisti verso la Corona.

Con mirabile understatement britannico la circostanza è stata definita "disturbing". Le forze britanniche si sarebbero adoperate nel proteggere e sostenere l'Ulster Volunteer Force (UVF), che si è resa responsabile di numerosi omicidi ed attentati (oltre a traffico di droga, estorsioni, minacce e altro ancora...) nei confronti degli independentisti Nord-irlandesi. Non solo, uno dei loro esponenti, Mark Haddock, sarebbe anche stato retribuito con circa 80-000 sterline in qualità di "informatore". In particolare risultano numerosi interventi intesi a bloccare le indagini sull'UVF e a far sparire le prove a loro carico.

Secondo l'Ombudsman è emersa una vera e propria connivenza tra lo Special Branch (unità dedicata al problema Nord-irlandese) e l'UVF, che non può essere imputabile solo ai membri dell'unità, ma che discende in tutta evidenza dai piani più alti del governo britannico e della PSNI [Police Service of Northern Ireland]. Sir Hugh Orde, a capo del PSNI si è scusato con le vittime dei crimini e ha detto che ora esistono meccanismi che impediscono che si verifichino di nuovo fatti del genere.

Tony Blair ci ha messo una pietra sopra: ""This is a deeply disturbing report about events which were totally wrong and which should never have happened. "The fact that they did is a matter for profound regret, and the prime minister shares that regret. "But this is also a report about the past, and what is important now is that, under the new structures introduced along with the formation of the Police Service of Northern Ireland, these events could not happen now. "What matters at this stage is that the whole community supports that process of transformation."

Al contrario molti hanno tratto la conclusione per la quale i responsabili di questi crimini e i loro complici (ancora di più se dentro le forze dell'ordine) dovrebbero essere processati e puniti.

Ne riferisce il Guardian in questo articolo.

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categoria: europa, diritti umani, war on terror, repressione


domenica, 21 gennaio 2007

Le Pen sbarca su Second Life; rivolte, fucilate ed incendi.



visit2 I cittadini di Second Life non hanno preso bene l'idea dei supporter di Le Pen, quella  di costruire un "Le Pen Centre" nel mondo virtuale, dal quale diffondere le idee dell'estremista di destra francese e supportarne la corsa verso l'Eliseo. Le imminenti presidenziali francesi sono così sbarcate su Second Life, provocando una reazione furiosa quanto poco frequente, in un mondo nel quale le manifestazioni violente sono molto meno comuni che nella realtà. Gli abitanti si sono quindi mostrati insofferenti all'apparizione lepenista, alcuni hanno indetto sit-in davanti alla sua sede, altri sono passati alle vie di fatto appiccando incendi e sparando.

Cos'è Second Life?

Per una spiegazione dettagliata rimando a questo capolavoro di Paolo, sintetizzando si potrebbe definirlo uno di quei mondi virtuali che si stanno sempre di più ibridando con la realtà.
Qui un resoconto sui fatti direttamente dal Second Life Herald, qui invece una fonte indipendente.


0302vt1

Momenti del vero e proprio riot seguito alla materializzazione neofascista.

Aggiornamento del 29/1:

Riferisce un articolo della BBC che la Svezia pensa di aprire una rappresentanza su Second Life. Si pensa ad una "ambasciata virtuale" organizzata come un portale attraverso il quale promuovere l'immagine svedese tra i giocatori.

Una ottima fonte sull'evoluzione di Sl.

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categoria: culture, francia, bug di sistema, net world


domenica, 21 gennaio 2007

Libia: saranno licenziati 400.000 dipendenti pubblici su un milione.


In Libia saranno licenziati quattrocentomila dipendenti pubblici. Ciascuno di essi  riceverà  lo stipendio per altri tre anni o una somma  di 50.000 dinari  in un'unica soluzione. La decisione  vorrebbe  essere una spinta allo sviluppo della libera impresa in Libia, un paese nel quale gran parte della forza-lavoro è alle dipendenze pubbliche e che il dittatore Gheddafi ha detto dipendere troppo dal petrolio.

La decisione è abbastanza drastica, anche se è pur vero che un milione di dipendenti pubblici su una popolazione che supera appena i cinque milioni è sicuramente un dato molto elevato. Non è dato sapere come la decisione sia stata accolta, perchè in Libia non esistono  la libertà d'espressione e i partiti di opposizione, ma solo l'opinione di Gheddafi o al più di suo figlio. Dal finto socialismo islamico al finto mercatismo simil-occidentale, ma sempre saldamente in sella, Gheddafi mantiene il controllo sul paese con il consenso dei nuovi alleati statunitensi,  ormai è addirittura citato ad esempio.

 

Aggiornamento:

Aggiungo questo report che proviene da Petrolio:

Bernardo Mattiucci, uno dei più assidui commentatori di Petrolio, è appena tornato dalla Libia e mi ha mandato un report davvero interessante. Eccolo.

Libia update di Bernardo Mattiucci 

Eccomi tornato dalla spedizione in Libia.

Ti dico subito che in Libia il cambiamento climatico non e' solo evidente, ma quasi "devastante".

Tra Luglio 2006 e Gennaio 2007 ci sono evidenze di desertificazione nei dintorni di Tripoli da far girare la testa. Il freddo ormai sta raggiungendo livelli assurdi, mentre in Italia eravate a 29°C di giorno noi, in pieno deserto... a 20! E la notte, che qui credo sia stata piuttosto mite, li' ha raggiunto i -10/-14°C. Ed io ho sofferto il freddo (Sacco a pelo e 4 coperte hanno evitato il peggio).Il prezzo del carburante e' sostanzialmente invariato.
Cio' che e' cambiato tra Luglio 2006 e Gennaio 2007 e' la coda ai distributori. Non so perche' ma e' notevolmente aumentata! In media devi sorbirti tra i 15 e i 30 minuti per fare il pieno. Il nostro Toyota 4500 aveva 2 serbatoi per totali 160 litri. Costo.... circa 16 euro! L'equivalenza e' di circa 10 cent per litro di benzina. La Coca Cola costa invece 25 cent!

Quello che sta aumentando fortemente in Libia e' il numero di automobili in circolazione, e ovviamente di incidenti. Il numero di veicoli privati sta volgendo rapidamente verso il raddoppio e questo portera' a consumi stratosferici. Venendo al petrolio vero e proprio:

Nella zona della periferia nord di Sebha ci sono evidenti affioramenti di petrolio. Bisognerebbe verificare pero' se si tratta di OIL o qualcosa di simile.
Cioe', il petrolio viene estratto e immagazzinato in grossi serbatoi. Sul fondo si viene a creare una sorta di "deposito" che periodicamente viene estratto con le ruspe e seppellito in grosse buche nel deserto. In tutto il resto del mondo quel "deposito" viene raffinato... li' no! Alcune societa' francesi stanno cercando di ottenere i permessi per disseppellire quel "deposito" e raffinarlo, ma non so altro al riguardo.Nella zona a nord di Ubari invece, il petrolio sta affiorando in modo naturale tra le dune, creando veri e propri stagni di colore nero.

Sulla costa, non mi ricordo dove pero', c'e' una condotta che perde. Serve, se non ho capito male, per trasportare i prodotti raffinati verso un punto dove vengono caricate le navi. Quella condotta perde in centinaia di punti e tutta la campagna e' impregnata da gasolio e benzine varie.
E' urgente una bonifica ed e' stata fatta richiesta anche ad una societa' italiana. Ma il danno e' ormai irrecuperabile perche' e' da almeno 4 anni che esiste la perdita e nessuno, fino ad ora, si e' preoccupato piu' di tanto di risolvere la questione

Nella zona dei laghi e' in atto una vastissima campagna di ricerca di nuovi giacimenti. Decine di "strade" vengono aperte tra le dune, e i pochi tuareg che vivono ancora in quelle zone, ovviamente, sono molto incazzati. Presto quei paradisi verranno distrutti e il turismo ricevera' un brutto colpo. Da fonti molto ben informate abbiamo appreso che sono state date le concessioni di sfruttamento a ben 40 societa' petrolifere di tutto il mondo, comprese, ovviamente, quelle americane che hanno rafforzato la loro presenza gia' qualche mese fa con altre 2 nuove societa'.

Fortunatamente la zona dell'Akakus dove sono stato io per lavoro (stiamo organizzando una gara di corsa a piedi, 4 tappe per totali 100 km, che si svolgera' tra il 24 novembre e il 1 dicembre) e' protetta a livello mondiale. Ma  so che a sud di Germa c'era uno dei piu' bei petroglifi del mondo. Una parete di 300 metri completamente piena di pitture rupestri. Bene: di quei 300 metri al momento ne esistono solo 150 perche' gli altri sono crollati a causa di assestamenti del terreno dovuti al vicino pozzo petrolifero... che se non erro e' americano! Non ho le coordinate precise del sito, ma la news e' recente e sicura al 100%. A quanto pare anche gli altri 150 metri faranno la stessa fine.

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categoria: libia


domenica, 21 gennaio 2007

La Turchia alza la testa contro il nazionalismo.


Da Altrenotizie:

La Turchia ha un grave problema in un robusto deficit di democrazia che pesa come un macigno sulla sua reputazione internazionale. La mistica dell'emancipazione turca dal dominio coloniale e dal retaggio imperiale ottomano ha prodotto nel paese un forte nazionalismo, disposto a tutto quando sente attaccata l'identità nazionale così come è stata designata dal padre della patria Kemal Ataturk, anche ricorrendo alla violenza. La spina dorsale del nazionalismo turco è l'esercito, un esercito imponente che da decenni opera al di sopra della legge e di qualsiasi volontà politica; è l’esercito che reprime ed opprime i curdi da decenni, è l’esercito che tiene sotto tutela il premier “islamico” Erdogan, è ancora l’esercito che blocca le indagini sui tanti episodi nei quali i suoi uomini vengono sorpresi a commettere crimini spesso atroci. Ancora l’esercito è l’autorità che veglia in maniera tanto ossessiva sull’identità repubblicana turca, che mantiene contro il parere di tutti, anche dell’unione europea, molte leggi illiberali, tra queste anche il famigerato articolo 301 del codice penale: offesa all’identità turca.

Di questo reato era stato accusato Hrant Dink, scrittore e giornalista turco di origini armene. La sua colpa era quella d aver scritto del genocidio degli armeni, una storia della quale i militari turchi amano sentire parlare ancora meno di quelle dei curdi. Hrant Dink prese la rituale condanna nel 2005, l’articolo 301, come è facile intuire, ha colpito decine di giornalisti nella sua storia.

Hrant Dink è morto, ucciso a colpi di pistola da un sicario sconosciuto e ieri a Istambul sono scesi in piazza migliaia di turchi arrabbiatissimi che al grido di “siamo tutti Hrant Dink, siamo tutti armeni”, hanno percorso le strade della capitale invocando la democrazia e dirigendosi alla sede del giornale per il quale scriveva Dink. L’ufficialità vibra di sdegno, dai politici ai giornalisti, tutti hanno condannato l’omicidio con parole gravi, ma le migliaia di turchi in piazza hanno dimostrato che nel paese c’è stanchezza per la necrosi che uccide la politica turca.

L’ingombrante presenza dei militari impedisce la normale dialettica democratica, gli stessi militari agiscono condizionando la politica e l’economia come e quando vogliono. Di formazione atlantica, i militari turchi adottano metodi da Escuela del las Americas contro i curdi, il tragico manuale anti-sovversione visto all’opera in Sudamerica è la loro Bibbia. Così all’ombra dell’esercito prosperano impuniti gruppi spesso impiegati per lavori sporchi, formazioni nazionaliste che spesso si mescolano con le mafie economiche e non solo con quelle. Da questi gruppi dipartono facilmente schegge impazzite, schegge a volte autonome nella loro follia, ma più spesso indirizzate con discreta precisione.

Hrant Dink aveva ricevuto valanghe di minacce e l’ipotesi del nazionalista esaltato non è purtroppo improbabile. Sembra che la polizia abbia già arrestato tre indiziati, il che depone a favore dell’ipotesi per la quale l’omicidio è maturato al di fuori delle istituzioni. Un delitto contro il suo tentativo di parlare della strage degli armeni in maniera dedicata al superamento di un dogma assurdo e al tentativo di normalizzare e democratizzare il dibattito nazionale, decisamente appesantito dalla presenza di una robusta lista di argomenti tabù per volere dei militari e dell’ideologia nazionalista sottostante.

Migliaia di turchi ieri si sono detti fratelli e hanno mostrato una rara esplosione di rabbia per l’assassinio, ma ancora di più per la situazione politica che appare veramente di lontana soluzione. Questo è il vero motivo per il quale la Turchi non può entrare in Europa, il fatto che sia un paese maggioranza islamica è assolutamente secondario. La UE non può pensare di far sedere in parlamento politici telecomandati dai militari e nemmeno relazionarsi con una giunta militare o permettere la vigenza di leggi come la 301 e di molte peggiori dal punto di vista della compatibilità con le costituzioni democratiche europee.

Il problema è tutto nella dimensione dell’esercito e nella sua onnipresenza all’interno dello stato e della vita dei turchi. Esercito che peraltro si è assicurato la riconoscenza e l’amicizia degli Stati Uniti e che fa del suo essere baluardo contro il dilagare dell’Islam, il bastione d’Europa l’asso da mettere sul tavolo insieme alla sua indubbia potenza bellica. Un bastione che però sembra più interessato ad impedire ad ogni costo le rivendicazioni curde che ad occuparsi di islamici fanatici. La Turchia si è detta più volte pronta ad entrare in Iraq per impedire la formazione di una entità curda troppo autonoma, il doppio attentato a due leader di partiti curdi iracheni all’indomani dell’invasione americana non veniva da Baghdad, come non vengono da Baghdad gli attentati che stanno colpendo Kirkuk in questi giorni, in coincidenza con i referendum che dovrebbe sancire l’ingresso della ricca provincia petrolifera di Kirkuk nella sfera amministrativa del Kurdistan iracheno. Una eventualità che ad Ankara vedono malissimo, un Kurdistan iracheno ricco, stabile e autonomo, significherebbe risorse e sostegno per i curdi in Turchia; così il generale Buyukanit ammassa truppe nelle province curde, blinda le frontiere con l’Iraq e si tiene pronto a passare la frontiera all’occorrenza. Gli americani non gradiscono, ma non è che ci possano fare molto. I turchi sono anche ottimi clienti, per il momento pare che Washington riesca a difendere l’Iraq dagli interessi turchi, i generali turchi intanto spendono negli USA buona parte del bilancio statale.

I generali turchi hanno ottimi rapporti anche con quelli della NATO, con quelli israeliani, ma anche con gli iraniani, con i quali si trovano in sintonia e compiono operazioni militari congiunte nelle rispettive porzioni di Kurdistan; tutta questa corrispondenza di amorosi sensi obbliga i politici turchi a percorrere strade strettissime, quelle consentite dall’autonoma politica dei militari.

Infine c’è il dettaglio per il quale chi si schiera contro l’esercito è finito, politicamente e spesso fisicamente. Il giudice che si trovò costretto dalle circostanze ad accusare Buyukanit di essere a capo di una specie di Gladio, attiva nel compiere attentati contro i curdi o da attribuire ai curdi, non fa più il giudice. Altri non sono stati tanto fortunati.

La protesta scatenata dalla morte di Dink è la manifestazione dell’insofferenza dei turchi, che sono a tutti gli effetti un popolo che condivide immaginari ed identità con gli altri europei e con l’Occidente globalizzato in generale. Un buon segnale, le manifestazioni del genere dovrebbero essere ben più frequentate per scuotere i militari, ma d’altronde scuotere i militari turchi è un lavoro pericoloso e loro tendono a reagire male se scossi. Oggi lo slogan era “Siamo tutti fratelli” e ai nazionalisti non sarà piaciuto, ma è uno slogan che dovrebbe piacere agli europei, che forse potrebbero aiutare la società turca ad emanciparsi senza violenza dalla tutela militare.Invece la Turchia viene emarginata senza troppo dibattito e quella che si trasmette ai cittadini europei è una motivazione discriminatoria fondata sulla religione. Quei turchi che sono scesi in strada ad urlare la loro rabbia e il loro sdegno meriterebbero qualcosa di più.

Aggiornamento:


Anche un articolo di Haaretz sottolinea la necessità di "proteggere" il Kurdistan (anche se all'interno di un piano molto discutibile) dall'aggessività di Turchia ed Iran.

Aggiornamento 23/01:

Nonostante la famiglia di Dink avesse chiesto di non trasformare il funerale del congiunto in una manifestazione politica, migliaia di persone ne hanno seguito il feretro gridando "Spalla a spalla contro il fascismo", " Siamo tutti  armeni" e " 301 assassino". I media turchi hanno osservato criticamente l'assenza delle autorità e dell'esercito al funerale. L'autore dell'omicidio, un diciassettenne reo confesso, ha ammesso di averlo ucciso perchè "insultava la Turchia", insieme a lui la polizia detiene altre sei persone, rendendo plausibile che non si sia trattato del gesto di un pazzo isolato, ma di un estremista inquadrato in qualche gruppo fascio-nazionalista.
Aggiornamento del 29/1:
Stati Uniti e Turchia si accordano per combattere i separatisti curdi, lo riferisce un articolo della BBC.
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categoria: turchia, diritti umani, war on terror


domenica, 21 gennaio 2007

Ohibò...


Magdi Allam è al centro di una bufera fatta di niente, perchè ha usato il contenuto di una mail privata per attaccare uno dei suoi bersagli preferiti, uno di quei "terminali italiani dei Fratelli Musulmani" che secondo Magdi starebbero cercando di conquistare il nostro paese moltiplicandosi a dismisura grazie alla pratica della poligamia. Si è reso colpevole della violazione e diffusione di una corrispondenza privata suscitando l'ira di diversi giornalisti, ma è prevedibile che la cosa non gli compoerterà sanzioni significative.

Dando un'occhiata al suo blog ho trovato questo messaggio, dal quale si evince che l'uomo ha dei fan, ma anche che è impegnato in un tour continuo di esibizioni, e che Allam ha addirittura arringato gli allievi di una scuola dell'esercito italiano.  I dettagli si possono leggere sotto, ma credo che sia più importante concentrarsi sul comizio tenuto ai militari.

Circostanza a mio avviso riprovevole, sia perchè la scelta di Allam come oratore ad una scuola dell'Esercito Italiano è molto discutibile, sia perchè è del tutto inaccettabile che si chiamino dei giornalisti a comizio con i militari, ancora meno se il comizio diventa esaltazione delle "missioni di pace" e produce fenomeni come la manifestazione di un potenziale "martire di Nassirya", disposto a morire per i finti "valori" spacciati da personaggi improbabili.

Io sono sinceramente preoccupato dal fatto che il nostro esercito cerchi il suo Pigmalione in persone come Allam, spero di non essere il solo.

Aggiornamento 21/01:

La signora Lia, dando notizia della querela ad Allam, aggiunge che mai il suo ex compagno può essere stato poligamo, in quanto i due si incontrarono che lui era già separato. Quindi oltre alla lesione della privacy, il buon Magdi ha praticato anche la diffamazione e la calunnia. Per ora Magdi tace, la blogosfera e il mondo del giornalismo chiedono a gran voce spiegazioni, ma lui è muto come una sfinge; parla solo il suo forum, dal quale continuano a partire appelli contro il dilagare della poligamia e l'invasione islamica.



Postato da Deer:
Pigmalione

Pigmalione.
Chiariamo subito il significato a scanso di equivoci.
Pigmalione: persona che plasma la personalità di qualcuno contribuendo in maniera determinante al suo successo.
A Viterbo, quasi in vetta alla via Cimina, c’è la Scuola Sottufficiali dell’ Esercito Italiano. Qui, con rigida disciplina, si preparano e addestrano i futuri marescialli. Tre anni di percorso duro, dove solo i migliori, i più motivati, arrivano alla meta. A differenza di ieri, oggi sono ammessi alla scuola solo allievi che abbiano superato selezione e concorso ad hoc, ed in possesso di titolo di studio di scuola media superiore: Liceo classico, Scientifico, Istituti Tecnici e così via.
Alla fine del corso, si consegue il grado e la laurea breve. Questa premessa dice molto sul nuovo esercito: sue finalità e impiego. Parentesi: se questo è un Maresciallo, cosa mai sarà un Ufficiale?
Se aggiungiamo, che per dare un viatico di saluto ed augurio agli allievi, viene chiamato un personaggio del “Corriere” nato all’ombra delle piramidi, troviamo che anche il più conservatore, e giustamente tradizionalista organo dello Stato si muove nel contemporaneo.
Chi ancora ricorda la vecchia “naia” azzeri il tutto e riparta da capo. Lentamente, ma inesorabilmente, l’esercito cambia e si trasforma: al meglio e in positivo.
Al fianco del Generale, e davanti ai cadetti, Magdi Allam, ha parlato delle missioni di pace all’estero, della sfida alla sicurezza globalizzata, del nuovo esercito come strumento di pace e opportunità di successo. Ha usato parole, ed espresso concetti, che noi del “forum” conosciamo bene, usando da vero Pigmalione, lo stesso linguaggio coerente e analizzatore: prima introspettivo e poi lungimirante. La stessa via che gli è propria: davanti alle telecamere, alla carta stampata, e con ogni probabilità, alla sua famiglia. E’ successo a Dicembre, e ne parlo soltanto adesso perché posso abbinare questo scritto ad una foto emblematica. Quello che vedrete, nel post (2) è ora un allievo maresciallo. Uno qualsiasi dei nostri ragazzi, uno di quelli che porterà nel cuore la bandiera italiana, i valori della famiglia e della terra dove è nato e cresciuto. Porterà il concetto di un esercito difensivo: strumento di pace, che all’estero si copre di gloria silenziosa, scevra di dannosi trionfalismi. Un ragazzo che sarà pronto per una nuova Nassiriya, se mai ce ne sarà bisogno.
Non date ascolto ai Media dove galleggiano i sugheri inaffondabili, i mistificatori tracotanti, coloro che stanno sempre dalla parte del potere. In barba alle masse, considerate oggetto di promozione e vendita dei loro interessi, e del loro arrivismo “low cost” sguazzano falsi profeti di sciagure e filosofi-imbonitori. Questo è un esercito strumento di verità, vita, libertà e pace. Qui ci sono i nostri figli, i figli della democrazia, con un pizzico di tricolore a ricordo delle nostre radici.
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sabato, 20 gennaio 2007

Le forze dell'ordine in Emilia Romagna non stanno molto bene.


Il caso della Uno Bianca scosse la regione qualche anno fa, ma la sua singolare enormità non fece gridare alla malattia dell'intero corpo. Le cronache degli ultimi tempi invece restituiscono l'immagine di una istituzione allo sbando, in particolare nella nostra regione.

Le vicende che hanno portato alla morte di Federico Aldrovandi ci raccontano di una diffusa sottocultura poliziesca che considera normale il pestaggio dei fermati e il sistematico abuso dei loro diritti. Ancora più grave il seguito, con l'istituzione che invece di prendere le distanze dai colpevoli si adopera per coprirne le gesta attivamente; omertà, pressioni sui testimoni e sulla stampa, non è mancato niente nella scrittura di questa pagina buia per la democrazia.

Recentemente a Bologna un giudice ha assolto una ragazza accusata di possesso di sostanze stupefacenti, dicendo che le testimonianze che avevano portato alla sua condanna erano state concordate in caserma e non erano veritiere. La vicenda è quella del Livello 57, la droga fu rinvenuta durante un blitz scaturito da una informativa, altrettanto taroccata, che denunciava la presenza di un laboratorio blindato per la confezione della droga, con tanto di presse ed attrezzatura varia nel centro sociale. Il blitz non ha trovato nessuna stanza blindata e nemmeno le attrezzature in questione. Il che fa supporre una illecita costruzione di indizi di colpevolezza, in questo caso da parte dei carabinieri.

Pochi giorni fa si è scoperto che il funzionario di polizia incaricato della distruzione delle droghe sequestrate dalla questura di Bologna è rimasto vittima di una overdose, il questore ha parlato di una "coltellata" procuratagli dalla notizia. Oggi invece sono stati arrestati altri poliziotti, che in combutta con alcuni pregiudicati si erano dati alle rapine.

Ci sono anche altri episodi che segnalano, in regione, un diffuso deragliare della legalità da parte degli uomini e donne che sarebbero chiamati a presidiarne il rispetto, tanto da non poter più parlare di eccezioni o di "mele marce". La deriva ideologica è evidente, sempre più membri delle forze dell'ordine tradiscono i loro compiti, le leggi e le istituzioni alle quali appartengono e la fiducia dei cittadini. Purtroppo questa deriva non sembra interessare le istituzioni. Non i diretti superiori, non gli esponenti politici sembrano interessati a colmare l'evidente deficit culturale che consente a tanti pubblici ufficiali di dimenticare i loro doveri e di trasgredire la legge.

Eppure dovrebbe essere interesse di tutti, prima di tutto di quei colleghi che omertosamente spesso ne coprono le gesta, aprire un dibattito serio che vada alle radici di queste pericolose disfunzioni. Purtroppo da qualche anno è evidente il deficit di cultura democratica nel quale vivono le nostre forze dell'ordine. L'esempio di quanto successo a Genova durante il G8 deve essere stato devastante per poliziotti e carabinieri. Quell'esempio ha detto agli esponenti delle forze dell'ordine, ma anche ai cittadini, che infrangere la legge ed i diritti civili ed umani non è un reato, ma semmai un viatico verso promozioni ed avanzamenti in carriera. Quei fatti hanno sdoganato atteggiamenti del tutto fascisti (peraltro mai del tutto scongiurati), convincendo alcuni ( sempre troppi) che fossero tollerati o tollerabili qualora compiuti indossando la divisa.

Non è così, le leggi non sono cambiate con l'avvento del governo Berlusconi e le forze dell'ordine non esistono per compiacere qualche politico o per diventarne strumento. Appartenervi vuol dire mettersi a disposizione per fornire un servizio alla cittadinanza, non acquisire uno status grazie al quale comportarsi da sceriffi del selvaggio West o vantaggi da sfruttare per l'arricchimento personale.

Sarebbe bene che gli alti funzionari regionali, ma anche statali, prendessero atto del fenomeno e provassero ad affrontarlo con lo stesso impegno che dedicano alla costruzione e alla cura delle loro carriere, prima che il discredito provocato da episodi del genere (ormai non più episodici) conduca alla perdita totale della fiducia dei cittadini nelle istituzioni che dirigono. Solo forze dell'ordine che rispettano la legge ed i cittadini meritano rispetto.
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categoria: bologna, repressione, decultura, fantaindagini


sabato, 20 gennaio 2007

E' "bizzarra" l'ostilità americana verso l'Iran.


A dirlo al New York Times è il senatore John Rockefeller iV (presidente del Comitato per l'Intelligence del Senato), per nulla convinto che la riedizione della retorica già utilizzata contro l'Iraq abbia un fondamento.

Qui l'articolo.
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categoria: stati uniti, truffe, war on terror, infowatch


venerdì, 19 gennaio 2007

Israele arma Fatah.


Il governo israeliano ha consegnato cento milioni di dollari, peraltro soldi sequestrati illegalmente, provenienti dalle tasse palestinesi  (seicento milioni in totale), e li ha consegnati ad Abu Mazen perchè li spenda per l'emergenza umanitaria e per rafforzare la guardia presidenziale.

Così facendo il governo israeliano cerca di scavare ancora di più la frattura tra Fatah ed Hamas, fornendo alla prima armi e fondi per esercitare quel potere che invece spetterebbe ad Hamas in quanto vincitrice delle elezioni palestinesi. I fondi, infatti, non sono stati consegnati al ministero delle finanze palestinese, ma direttamente sul conto della presidenza palestinese gestito da Abu Mazen. Tra l'altro i fondi non saranno impiegati per pagare i dipendenti pubblici, da mesi senza stipendio, ma si suppone per comprare armi e arruolare persone nelle milizie di Fatah.

Un altro geniale piano della premiata ditta Olmert-Peretz, che tra un'accusa di corruzione e quella di aver scatenato e perso l'assurda guerra al Libano, non trova di meglio che armare i palestinesi "buoni" (che fino a ieri erano "terroristi") contro quelli "cattivi" che si riconoscono in Hamas, sperando che scoppi una bella guerra civile che risparmi un pò di lavoro ai soldati impegnati nelle "esecuzioni mirate", cioè gli omicidi con i quali l'esercito israeliano tira bombe su Gaza nella speranza di uccidere qualche militante palestinese di rango. Un piano che già lo stesso Shin Bet (i servizi israeliani) ha descritto come destinato al fallimento e "sbagliato", allineandosi al giudizio pressochè unanime, alleati compresi, espresso verso questa trovata che in realtà ha avuto la sua genesi negli uffici della Rice.
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categoria: palestina, israele, medio oriente, war on terror


giovedì, 18 gennaio 2007

Soccorso umanitario.


Tra le notizie di oggi c'è quella dell'invio di 26 tonnellate di biscotti per i profughi ospitati nei campi in Ciad. Secondo il censimento ONU ci sarebbero 220.000 sudanesi provenenti dal Darfur e 60.000 somali in emergenza alimentare. Un etto di biscotti a testa.
"Un avion transportant 26 tonnes de biscuits s'est envolé mercredi du Ghana vers le Tchad, a annoncé le Programme alimentaire mondial (PAM)."

Questi fanno parte delle famose vittime della tragedia del Darfur, per soccorrerli (e in totale sono circa due milioni) la comunità internazionale negli ultimi tre anni ha stanziato una cifra inferiore al valore di un comune aereo da guerra. Il primo aiuto che ricevettero dall'apposita agenzia ONU, quando c'era la piena emergenza e la razzia dei villaggi in corso, è stata una fornitura di teli azzurri quadrati. Solo quelli arrivarono nei primi mesi della crisi.

Quando proprio sono vicini a morire come mosche gli mandiamo i biscotti, altrimenti la loro tragedia al massimo viene sfruttata da qualche stratega elettorale per mettere in evidenza un politico che spara giudizi a caso mentre questi poveretti non se li fila nessuno. Recentemente sono stati vittima di aggressioni anche da parte di milizie governative del Ciad, armate dal presidente contro l'opposizione.
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categoria: diritti umani, ciad, emergenze umanitarie


giovedì, 18 gennaio 2007

False accuse: assolta Maria Pia del Livello 57.



La storia giudiziaria che è caduta addosso a Maria Pia e al Livello 57 lo scorso luglio, ha caratteristiche molto simili, per certi versi, a quelle dell'irruzione alla caserma Diaz o al più recente caso Aldrovandi; fortunatamente è meno tragica in quanto non c'è stata violenza fisica, ma siamo sicuramente nel campo della grave lesione dei diritti del cittadino da parte degli apparati pubblici preposti a difenderli.

La storia comincia una mattina con una perquisizione al Livello 57 (centro sociale che organizza la famigerata Street Parade) in cerca di droga. L'operazione scaturisce da una informativa dei carabinieri, i quali, dopo aver frequentato la struttura (del tutto aperta e trasparente) durante diverse iniziative, chiesero all'autorità giudiziaria un mandato, riferendo che all'interno del centro sociale c'era una stanza blindata, videosorvegliata, all'interno della quale c'era un laboratorio per la confezione della droga con tanto di presse per produrre la droga in cristalli.

Quella mattina decine di carabinieri, con cani e mezzi a profusione, invasero le due proprietà occupate dal centro sociale e le sequestrarono dopo aver trovato mezzo chilo di hashis.  Un epilogo che stranamente seguiva un robusto attacco sferrato dal sindaco Cofferati al centro sociale e che fece notare, ancora una volta, la corrispondenza d'amorosi sensi e tempismi tra comune e procura. Il motivo del contendere era proprio la tradizionale Street Parade, che lo sceriffo cremonese voleva impedire a tutti i costi.

Il ritrovamento dell'hashish però non avvenne all'interno della struttura, ma all'esterno, sotto la ruota di un'auto; a verbale. La droga fu attribuita a Maria Pia, una praticante legale che quella mattina era al centro sociale e che ha sempre negato che fosse sua. Il feroce (con la Bologna "irregolare") PM Giovagnoli arrivò a chiedere per lei una condanna a 4 anni a norma della Legge Fini sulle droghe, appena entrata in vigore. Maria Pia da allora è stata obbligata ai domiciliari presso la sua residenza anagrafica in Puglia. Niente stanza blindata, niente presse, niente laboratorio, niente droga in cristalli.

Dal dibattimento è emerso chiaramente che le accuse a Maria Pia erano state pasticciate malamente. C'è un carabiniere che ha avrebbe visto Maria Pia lanciare la droga da una finestra , poi sarebbe scesa,  avrebbe raggiunto il punto dove era finita e l'avrebbe poi spinta con un piede sotto un'auto, dove è stata rinvenuta. Il testimone però è caduto in contraddizione, nessuno è riuscito a spiegare perchè Maria Pia non sia stata arrestata in flagranza di reato, ma solo più tardi, quando insieme agli altri si presentò volontariamente all'autorità per perorare la causa del Livello 57.

Altri pubblici ufficiali hanno detto che la droga fu rinvenuta da un cane, lo stesso testimone non avrebbe mai potuto vedere l'area dove era parcheggiata la vettura da dove ha detto di essere, la descrizione della finestra alla quale si sarebbe affacciata Maria Pia non corrispondeva. Il giudice che ha assolto Maria Pia ha detto a chiare lettere che l'accusa è inconsistente e sembra stata costruita a tavolino in caserma. Forse poteva pensare anche ad ambienti più vicini, almeno a stare da certe teorizzazioni uscite dalle stanze di alcuni suoi colleghi. L'assoluzione ha anche evitato di approfondire la provenienza della droga rinvenuta e anche la discussione con gli estensori dell'assurda informativa a supporto del provvedimento giudiziario.

Fine di una brutta pagina giudiziaria e politica. Costruire accuse pasticciate è grave, costruirle dolosamente è gravissimo, se poi questi comportamenti appartengono ad organi dello stato dovrebbe suonare più di un campanello d'allarme. Questo è solo l'ultimo di una serie di episodi di questo genere provocati in città da una deriva giudiziaria che finora ha raccolto una serie scioccante di sconfitte e di smentite in punta di diritto.
L'applicazione dell'aggravante di eversione a tappeto nei confronti dei protagonisti delle lotte sociali cittadine, è stata sanzionata dalla Cassazione con parole dure, non meno di quelle del magistrato che ha commentato l'operato di forze dell'ordine e colleghi assolvendo Maria Pia.

In città la cosa sembra interessare poco, ventilare la possibilità che si stia facendo vero e trasparente uso politico della giustizia, attraverso false accuse ed applicazioni punitive ed irrituali del diritto, provoca accuse di "attacco alla magistratura", ma è una assurdità dietro la quale si nascondono, coniglieschi, i personaggi della politica cittadina. Chiunque può vedere che a smentire le interpretazioni della Procura e le aspettative di Cofferati sono altri giudici, dai colleghi del dinamico binomio De Nicola-Giovagnoli fino alla Corte di Cassazione. Lo stesso De Nicola, commentando le motivazioni con la quale la Cassazione ribadiva i confini dell'applicazione dell'aggravante di eversione aveva annunciato che in futuro non vi avrebbe più fatto ricorso; Smentendo se stesso, pochi giorni fa ha applicato l'aggravante anche a chi ha portato una protesta in Consiglio Comunale.
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categoria: bologna, repressione


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