mazzetta

Ce la possiamo fare...
giovedì, 28 dicembre 2006

City of gods, una voce della cospirazione precaria

La risposta precaria al fronte degli editori:


Scarica City of God: freepress


City of gods, una voce della cospirazione precaria


City of gods, una voce della cospirazione precaria

Il sito dell'intelligenza precaria è:  http://www4.autistici.org/ip/

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giovedì, 28 dicembre 2006

Gli sporchi trucchi della stampa


Spesso la stampa omette le notizie che possono turbare i grandi inserzionisti o i grandi potentati economici.

Un buon esempio capita quando si viene alle notizie che riguardano le assicurazioni.
Oggi Repubblica, ad esempio, ci dice che il tribunale di Lecce ha ordinato il reintegro di un assicuratore ingiustamente licenziato dalla compagnia in quanto si era opposto alle indicazioni con le quali la direzione ordinava di aumentare fraudolentemente i premi assicurativi.

Leggendo l'articolo però non c'è il nome della compagnia che truffava i clienti (truffa per la quale è stato aperto un procedimento penale) e nemmeno il nome del lavoratore reintegrato. C'è solo quello del suo avvocato.

Attraverso questo e la rete si scopre che la compagnia in questione è la La Ras Service S.c.p.a. e che il lavoratore si chiama  Giovanni D'Agata. Il racconto della storia è qui.

L'articolo manca, stranamente (?),  di indicare i soggetti della causa, ma non può trattarsi di una delicatezza ispirata alla privacy, perchè il lavoratore ha il massimo interesse a far sapere che il suo licenziamento è stato ingiusto e perchè non esiste alcuna tutela della privacy nei confronti di notizie che riguardino le comagnie assicurative; semmai esiste un interesse dei cittadini ad essere informati per poter scegliere con cognizione di causa e magari evitare certi furbastri.

Il numero di oggi di Repubblica si segnala anche per una pagina raccapricciante sulla Somalia ed è davvero un ottimo materiale da esaminare per rendersi conto di come, troppo spesso, le grandi corazzate dell'informazione truffino i lettori, inondandoli di notizie colpevolmente imprecise e censurate ad arte.
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giovedì, 28 dicembre 2006

Allarmi son fascisti!


A Opera, ridente (poco) cittadina della provincia milanese, hanno festeggiato il Natale in questo modo:

partendo da sotto il municipio e capitanati da due cerimonieri locali ( Ettore Fusco per la Lega e Pino Pozzoli per An)  gli operosi si sono recati presso un campo appena preparato per accogliere alcuni nomadi scacciati dalla vicina metropoli. Lì giunti in un centinaio, hanno vuotato le taniche di benzina che si erano portati e hanno dato fuoco al campo, appena allestito dalla Protezione civile.

Tutto questo alla luce del sole, sotto gli occhi delle forze dell'ordine che hanno lasciato fare tutto senza disturbare, neanche la distruzione della proprietà pubblica ha scosso le forze di polizia presenti. Non è stato effettuato neppure un arresto.

Il giorno dopo il prefetto ha parlato di vandalismo e tutti, pur condannando, hanno teso a minimizzare. L'ipotesi di reato formulata dal pubblico ministero Laura Barbaini è quella di danneggiamento seguita da incendio per il momento a carico di ignoti.

Ignoti notissimi e anche il danneggiamento seguito da incendio è una palla. Se prendo una tanica di benzina, la verso su qualcosa e poi gli do fuoco, il reato è semmai quello di incendio, al quale di solito segue il danneggiamento. Prima di appiccare il fuoco non ho daneggiato niente.

Sembra una sciocchezza, ma mentre per il danneggiamento la pena è lieve, per l'incendio:

Art. 423 C.P.
(Incendio). Chiunque cagiona un incendio è punito con la reclusione da tre a sette anni.

La disposizione precedente si applica anche nel caso d’incendio della cosa propria, se dal fatto deriva pericolo per la incolumità pubblica


Un inspiegabile favore a delinquenti fascisti che non esitano a inscenare reati degni del Ku klux Klan; un favore che viene reiterato da gran parte della stampa di destra e di centro, la quale, ove abbia riferito dei fatti, impiega più energie a giustificare che a condannare.

Un singolare strabismo, un fesso che urla 10-100-1000 solleva uno scandalo fragoroso, qualche ragazzo che si autoriduce la mensa universitaria viene accusato dalle procure di "eversione", una torma di fascisti urlanti che bruciano i beni pubblici per motivi clamorosamente razzisti trova coperture politiche, anche tra chi dovrebbe amministrare la giustizia, a tutti i livelli, dal poliziotto, al prefetto, fino alla Procura.

Non per niente gli stessi fascisti hanno trascorso l'ultimo anno bruciando le sedi di associazioni, partiti e centri sociali, evidentemete qualcuno ha fatto sapere loro che se lo possono permettere.

Per fortuna abbiamo un governo di sinistra!


P.s.

A proposito di fascisti:

Mi sono imbattuto in un blog nel quale si scrivono e pubblicano cose del tipo:

"... per le anime ingenue che credono che il giudaismo sia 'sorgente di vita' , mentre è  - dalla Crocifissione di Cristo ad oggi - solo sorgente di morte e di pratiche sataniche, come, appunto, l'omicidio rituale di  bambini cristiani attraverso il dissanguamento da vivi."

è di un tale avvocato Edoardo Longo ed è all'indirizzo antizog.splinder.com

Una vera fogna che rende bene l'idea del tipo di sottocultura che anima ancora oggi la destra italiana. Dalle nostalgie del duce al'esibito odio antiebraico questa gente non si fa davvero mancare niente.

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mercoledì, 27 dicembre 2006

La balla più diffusa sull'invasione della Somalia.

Quasi tutti i giornali oggi dicevano che l'Unione Africana appoggia l'invasione etiope della Somalia.

In realtà la notizia si fondava su un lancio d'agenzia che citava un "official" anonimo della UA, che però non ero riuscito a rintracciare. Ora finalmente la UA ha espresso una posizione ufficiale, smentendo il fior fiore dei commentatori nostrani di esteri.

Quindi a sostenere l'invasione etiope ufficialmente ci sono solo gli Stati Uniti e (meno ufficialmente) la Gran Bretagna.

Ecco come la UA sostiene l'azione etiope (da Repubblica):

SOMALIA: UNIONE AFRICANA, TRUPPE ETIOPICHE VIA SUBITO

L'Unione Africana ha intimato all'Etiopia di richiamare subito i militari impegnati in Somalia a combattere contro le Corti islamiche. "Chiediamo il ritiro immediato delle truppe etiopiche", ha dichiarato il presidente dell'Ua, Omar Konare, in un comunicato diramato da Addis Abeba dove l'organizzazione africana ha incontrato esponenti della Lega Araba. "Chiediamo con urgenza un sostegno al governo di transizione" somalo, si legge ancora nella nota, "e il ritiro dalla Somalia di tutte le truppe straniere". I contingenti somalo-etiopici sono avanzati verso Mogadiscio, dove si sono ritirate le Corti, ma non paiono intenzionati a dare battaglia. "Non combatteremo a Mogadiscio per evitare perdite tra i civili", ha assicurato l'inviato somalo in Etiopia, Abdikarin Farah. Il piano e' di tenere sotto assedio la citta' "fino a quando" le milizie islamiche "non si arrenderanno".

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Con tanti saluti alla stampa nostrana e alla sua incredibile capacità di trasformare il nulla in notizie.

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Aggiornamento del 28/12:

Chi è il re di queste magie?

Ovviamente Magdi Allam, il Pinocchio d'Egitto, che oggi scrive: " è una guerra illegale...? No, dal momento che l'Unione Africana ha riconosciuto il diritto dell'Etiopia a difendere la propria sovranità dalle mire espansioniste (quali?) della Corti Islamiche che hanno riesumato il proposito di realizzare la "Grande Somalia".....

Altrettanto ovviamente Allam ha tutto il tempo di dimostrare che l'UA sostiene davvero l'intervento etiope e di citare la fonte somala che ha parlato di Grande Somalia, ma ho il sospetto che si tratti di una gara in salita, troppo in salità per uno uomo con le qualità di Allam.

Una volta ho posto ad Allam la questione delle sue balle un pò troppo reiterate per essere frutti di buona fede; eravamo ad un pubblico dibattito e lui rispose dicendo che su Internet c'è tutto e il contrario di tutto...e che quindi le dimostrazioni delle sue menzogne, essendo scritte in rete, non sarebbero dimostrate...

In effetti se quello che si scrive in rete non ha alcun valore (tranne le minacce d'attentati del famoso "amante dello sceicco" che tanti articoli gli hanno fatto scrivere), non ha senso che si preoccupi di queste quisquilie.

Davvero triste...gente che per soldi mente con tale sprezzo del ridicolo è ributtante.
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mercoledì, 27 dicembre 2006

Silenzio di morte sulla Somalia

Continua la guerra in Somalia e continua il silenzio che la circonda. D'Alema si è svegliato dalla pennichella postprandiale di S. Stefano per dire:
L’Italia intende continuare a fare “la propria parte per una composizione negoziata del confronto in atto” in Somalia che possa garantire “sia la sicurezza dell’Etiopia, sia un governo somalo rappresentativo che goda del sostegno democratico e del più ampio consenso delle varie componenti della società somala”.

Intanto all'Onu è stata presentata una risoluzione che chiede l'immediato cessate il fuoco ed il ritiro di tutte le truppe straniere dalla Somalia , ma su questa non è stato trovato alcun accordo. L'infiato ONU Francois Lonseny Fall ha paventato gravissime conseguenze umanitarie qualora non si arrestasse l'aggressione, ma i soliti noti si oppongono e sostengono l'Etiopia.

Il nostro governo resta sospeso nel nulla, non sostiene la risoluzione ONU e non avvallora la posizione di USA e GB secondo le quali l'Etiopia sarebbe intervenuta su richiesta del governo somalo (quello di transizione che non ha mai governato..

Anche sulla nostra stampa nessuno si azzarda ad accusare l'Etiopia e ancora meno gli Usa; come al solito si sostiene lo schema dalla guerra ai terroristi da parte dei buoni.

aggiungo un paio di articoli da Altrenotizie che illustrano bene la storia e i motivi che hanno portato alla guerra.


Bush ordina l'attacco alla Somalia

di Raffaele Matteotti
Il padre di Bush aveva lasciato l’operazione "Restore Hope" in eredità avvelenata a Clinton, varandola un attimo prima di lasciare la carica. Gorge Walker invece ha scelto l’attacco alla Somalia come utile mossa nella “global war on terror”. Le truppe etiopi che attaccano la Somalia lo fanno per procura. Non sono altro che marionette condotte sul campo dai “consiglieri militari” americani che in gran numero si trovano in Etiopia e Kenya. Una guerra tra poveri, perché nemmeno il gigante etiope è in forma smagliante, ma una guerra che reca l’inconfondibile marchio di fabbrica degli inquilini della Casa Bianca. Jendayi Frazer è una robusta signora afroamericana che da qualche tempo ricopre il ruolo di incaricato speciale per l’Africa dell’amministrazione Bush. La Frazer è una politica navigata o, ancor meglio, una funzionaria esperta. Conosce e ha trattato con tutti i leader africani, intrattiene ottimi rapporti con molti paesi africani ed i loro autocrati, una donna difficile da impressionare; ma quando si arriva alla Somalia la signora dice: “Il Consiglio delle Corti Islamiche è ora controllato da individui di una cellula di al Qaeda, individui della cellula di al Qaeda dell’Est-Africa”. E aggiunge: “Le figure di maggior spicco delle Corti sono estremisti. Sono terroristi. Stanno uccidendo le suore, hanno ucciso dei bambini e stanno chiamando alla jihad”

Oh mio dio.. avranno pensato migliaia di giornalisti quando la Frazer, qualche tempo fa, sembrava ripetere senza troppa convinzione l’accusa-standard verso gli sgraditi a Washington, condendola con questi richiami al pathos. Invece non si trattava di un vuoto ripetere accuse incredibili e, in ogni caso, venute a noia agli stessi sostenitori neoconservatori. Si trattava proprio di scatenare un altro Iraq in scala più ridotta. L’esercito etiope non è quello americano, ma le Corti non hanno niente di paragonabile ad un esercito: niente carri armati e niente aviazione; il gap tecnologico è insormontabile e quindi l’esercito etiope può fare quel che vuole.

Questa evidenza dovrebbe portare a considerare le dichiarazioni di Meles Zenawi puro cabaret. Il feroce leader etiope ha dichiarato che l’invasione della Somalia è giustificata dalla minaccia che gli islamici somali rappresenterebbero per l’Etiopia. Ha invocato il diritto di difesa. Peccato che al di là del confine, nel vicino stato sovrano che ha invaso, non esistesse alcuna forza in grado di minacciare l’integrità della nazione etiope, ancora meno in grado di attaccarla militarmente.

L’intervento etiope non è approvato dagli stessi etiopi, i quali oltre a considerare Zenawi un sanguinario, denunciano che questa guerra ha la sua unica utilità nel permettere a Zenawi maggiore libertà d’azione e distrarre così l’attenzione dalla politica interna e dalla discussione sulla legittimità del potere di Zenawi stesso; potere che si fonda su un discreto numero di massacri, campi di prigionia, arresti di massa e soprusi di ogni genere.
Quest’uomo però piace a Washington, che mentre manda alla forca Saddam Hussein, cioè l’esempio più riuscito di dittatore-cattivo-alleato degli ultimi decenni, non esita a scatenare Zenawi in questa infelice guerra di Natale.

Il governo somalo, che prima dell’intervento etiope controllava una sola città, è un governo che non ha mai governato, nemmeno un giorno solo. Fu assemblato tempo addietro riunendo tutti i signori della guerra somali e componendo sulla carta un governo che ricevette la benedizione della comunità internazionale come Governo di Transizione. Quando le Corti Islamiche (che in realtà rappresentano la grande maggioranza dei somali e non una deriva estremista) hanno cominciato a guadagnare terreno, il “governo” si è spostato dal Kenia a Baidoa, una cittadina vicina al confine etiope. Poi gli americani hanno pensato bene, per loro stessa ammissione, di armare i signori della guerra, i quali hanno scatenato la caccia all’islamico ottenendo il bel risultato di saldare l’unità popolare contro le loro operazioni. La loro sconfitta portò al governo dell’Unione delle Corti Islamiche (UIC), il controllo di Mogadiscio e grande favore popolare dopo 17 anni di vuoto amministrativo.

Quando le Corti presero il controllo di Mogadiscio e di gran parte del paese, il Governo di Transizione trattò con le Corti, ma evidentemente si trattava di prendere tempo sperando che emergessero problemi nel vero governo somalo. Intanto il governo delle Corti riapriva i porti, alcuni aeroporti e portava la pace civile nel paese. Un risultato benvenuto dai somali, che non vedevano un governo dal 1991.

Visto il fallimento di qualsiasi possibilità di controllo attraverso il Governo di Transizione, gli USA hanno dato il via libera all’Etiopia, che è finora costato 1000 morti e 3000 feriti secondo le stime più diffuse. Un massacro di Natale del quale curiosamente pochi accusano Washington, così come in pochi sono hanno accusato Zenawi di aver scatenato un bagno di sangue. Perché, comunque si concluderà e quando si concluderà la nuova guerra, il bagno di sangue ci sarà già stato e alcuni effetti che ne deriveranno sul medio e lungo periodo sono scontati, anche se non ci sarà un’escalation o un’occupazione prolungata.

L’Italia, che in Somalia ha qualche responsabilità, ha fino ad ora agito saggiamente prendendo atto della situazione sul campo, ma ora si ritrova afona, con il premier che dichiara a proposito delle violenze in Somalia: “Speriamo che vengano contenute ma le evoluzioni non sono certamente gradevoli". Tanto poco gradevoli che si riunirà il Consiglio di Sicurezza per discutere della guerra di Natale. Una discussione che non si annuncia focosa: da una parte c’è il diritto di veto degli USA, dall’altra c’è un governo che nessun paese riconosce e un paese per il quale nessuno ha interesse a spendere un dollaro. Zenawi sarà difficilmente condannato e di sicuro non riceverà alcuna pressione oltre a generiche parole scritte nel vento. Intanto gli apprendisti stregoni rischiano di trasformare l’Africa Orientale in un nuovo Medioriente. Attualmente truppe francesi combattono in Ciad e Repubblica Centrafricana, l’Etiopia ha invaso la Somalia (a sua volta sostenuta dall’Eritrea e dall’Arabia Saudita), mentre il Sudan subisce ormai da anni la pressione americana, fatta di calunnie e di “ribellioni” tanto stupide da sembrar finte.

La "Guerra Totale al Terrore" non è finita con il fiasco in Iraq. Impiccare Saddam è solo uno dei tanti episodi di sangue di una strategia che colpisce ovunque le sia possibile, secondo uno schema che prevede ben poche varianti e una sola certezza: a pagarne i costi palesi ed occulti sono sempre persone delle quali sapremo ben poco, se non che erano tra quelle migliaia presenti nell’elenco delle vittime. Chi li uccide invece lo sappiamo benissimo, ma quando succede ci voltiamo da un’altra parte e quando li incontriamo parliamo con loro d’altro.

LA SOMALIA IN GUERRA CON L’ETIOPIA

di Raffaele Matteotti 
E' di nuovo guerra tra Somalia ed Etiopia. Lo sceicco Ibrahim Shukri Abu-Zeynab, portavoce delle Corti ha dichiarato che sarà guerra fino a che gli etiopi non saranno cacciati dalla Somalia. Colonne di carri armati etiopi sono state viste nei pressi di Baidoa Ufficiali della Nazioni Unite hanno riferito di pesanti perdite da parte somala, con le strade delle città vicine a Baidoa che si stanno riempiendo di cadaveri, che a questo punto sarebbero "centinaia". Intanto è cominciato il dramma dei profughi, con qualche migliaio di civili che cerca in ogni modo di abbandonare le zone dei combattimenti. C'era da aspettarselo. Dopo che l’ultimatum dato dal governo delle corti islamiche alle forze etiopi di stanza attorno a Baidoa era scaduto, sembrava non succedesse nulla e che il governo transitorio e le corti si sarebbero nuovamente incontrate per cercare una via d’uscita all’incredibile situazione creatasi nel paese. Da oltre un anno, infatti, esiste un governo transitorio costituito con l’aiuto della comunità internazionale e l’accordo dei signori della guerra somali. Un governo che però non ha mai governato e che, solo poco prima che le corti assumessero il controllo del paese, era riuscito a stabilirsi a Baidoa.

L’avvento delle corti ha portato alla situazione paradossale per la quale un governo costruito artificialmente e che non governa di fatto nulla, viene sostenuto da parte della comunità internazionale, soprattutto da USA ed Etiopia. Il tutto contro l’evidente volere popolare che ha invece benedetto la presa di potere delle corti, capaci dopo 15 anni di vuoto di potere di riportare l’ordine, riaprire porti ed aeroporti e rendere la capitale Mogadiscio una città quasi normale.
Il nuovo scenario non è ovviamente piaciuto agli USA, che infatti non mancano di diffondere notizie allarmanti sulle intenzioni delle corti e su quanto accade nel paese. La linea è quella del rappresentante di Washington per l’Africa, la signora Jenday Frazer, che non ha mancato di far sapere che in Somalia starebbe per prendere il potere al Qaeda e denunciato orrori sparsi che però sembra conoscere solo lei o quelli che al Dipartimento di Stato glieli hanno raccontati. Se gli Stati Uniti non possono certo permettersi di intervenire anche in Somalia, sembrano però aver trovato un ottimo sostituto nel governo etiope, il cui leader Zenawi dichiara al mondo che non lascerà che l’Etiopia venga invasa dagli islamici somali.

Posto che i somali non sono ancora riusciti a costituire un vero governo e a prendere il controllo di tutto il paese, le paure di Zenawi sembrano quantomeno premature. Se si ascoltano gli etiopi poi, l’opinione comune è che Zenawi usi la “minaccia” somala come diversivo; Zenawi governa male l’Etiopia, almeno a giudicare dai risultati ed ha anche la pessima abitudine di far sparare sulle manifestazioni di protesta e di far rinchiudere in carcere decine di migliaia di persone quando si avvicinano le elezioni. Questo per non parlare dei “campi di rieducazione” per studenti, triste riedizione dei campi di prigionia.

A sostenere il governo che non governa di Baidoa ci sono così i soldati etiopi, mentre gli USA cercano di convincere sia l’ONU che la Unione Africana a mandare uomini a sostenere il premier Alì Ghedi. L’Etiopia smentisce di avere soldati in Somalia e ammette solo la presenza di istruttori militari,; però non si capisce chi dovrebbero istruire, visto che gli armati a sostegno del governo sono pochini e che 200 di questi sono appena passati dalla parte delle corti. Al contrario, fonti dell’ONU sostengono che in Somalia ci siano qualche migliaio di soldati etiopi e anche l’inviato della BBC ha testimoniato di aver incrociato una enorme colonna di soldati di Adis Abeba con tanto di artiglierie al seguito.

Così, dopo un paio di giorni di scaramucce dall’esito incerto, si è giunti ieri allo scontro definitivo. La Somalia è, nelle parole del portavoce delle corti, “in stato di guerra”, mentre il leader del Consiglio della “Shura Council”, Sheik Hassan Dahir Aweys e il capo della sicurezza delle corti Sheik Yusuf Mohamed Inda Ade hanno lasciato Mogadiscio rifiutandosi di dichiarare la loro meta. Sono molti a pensare che sia l’Arabia Saudita ove, oltre al tradizionale pellegrinaggio alla Mecca, i due conferiranno probabilmente con il governo saudita, da tempo sostenitore delle corti islamiche somale. La risposta etiope per il momento sembra prevedere una invasione su scala più vasta della Somalia; colonne etiopi sono entrate nelle province a Sud e anche al centro (provincia di Galgaudu) della frontiera occidentale somala, mentre le forze presenti nella provincia di Hiran sembrano essersi ritirate entro i confini dell’Etiopia.
Per il momento è molto difficile capire come stia andando il confronto, visto che le due parti hanno già annunciato di aver vinto entrambi gli stessi scontri e di aver inflitto perdite al nemico senza dichiarare le proprie. In ogni caso, anche se l’esercito etiope in teoria è più preparato, le corti sono decisamente favorite; si muovono nel loro territorio, possono schierare molti più uomini, (molti giovani in diverse zone del paese sembra si stiano iscrivendo tra le fila delle corti per combattere) e, finché la malmessa aviazione etiope non interverrà, appaiono decisamente in vantaggio sul campo.

Ovviamente la comunità internazionale se ne lava le mani. L’inviato europeo, Louis Michel, fa la spola tra Baidoa e Mogadiscio per cercare di condurre le parti alla trattativa, ma nessuno al mondo (nemmeno la UE) ha chiesto all’Etiopia di non immettersi negli affari interni somali e di tenere le proprie truppe entro i propri confini. L’intervento etiope, tra l’altro, ha legittimato lo schierarsi dell’Eritrea accanto alle corti, con il rischio di riaccendere il conflitto tra i due storici avversari, oltre che allargarlo fino a fargli assumere una dimensione regionale.

La Frazer intanto fa quello che può, cioè cerca di convincere tutti della necessità di inviare truppe in Somalia e pure in Darfur, denunciando continue atrocità ovunque. Il solito strabismo, poiché quando è stato il momento di visitare la Guinea Equatoriale, tetro regno di Teodoro Obiang, sono state solo pacche sulle spalle e congratulazioni a vicenda. La Guinea Equatoriale, del resto, vende tutto il suo petrolio agli americani e pure a prezzi bassissimi.

A questo punto la palla è in mano all’Etiopia, che è sicuramente in grado di resistere intorno a Baidoa impegnando sempre più forze, ma che in diritto non avrebbe alcun titolo per occupare de facto un paese confinante, peraltro con l’obiettivo di sostenere un governo fantoccio. Al malcontento domestico Meles Zenawi potrebbe presto vedere aggiungersi la riprovazione internazionale, impossibile da controllare con la censura dei media come fa con quella interna. E non manca l’inquietudine dei paesi vicini: il Sudan in primo luogo, ma anche il Kenya, che nonostante ospiti forze statunitensi dedicate al “controllo” di quanto avviene in Somalia, preferirebbe sicuramente una Somalia pacificata all’anarchico buco nero che da quindici anni si trova oltre la sua frontiera orientale.

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martedì, 26 dicembre 2006

Si avvicina la fine degli OGM?

Proprio mentre in Europa si fanno più pressanti gli allarmi per lo “sfondamento” dei prodotti OGM a dispetto delle regole introdotte dall’Unione per limitarne la circolazione e sperimentazione, si è forse arrivati all’alba dell’abbandono delle tecnologie per la modificazione genetica di flora e fauna.
Un abbandono che ancora è lontano da venire ma che pare ineluttabile, vista la maturazione di una tecnologia alternativa per la produzione di specie di animali e piante economicamente più produttive. Dove i divieti e le precauzioni si sono dimostrate impotenti a fronte della pressione delle grandi multinazionali del settore ( e soprattutto fronte di una serie di trucchi più o meno sporchi per imporli), sembra che a mandare in soffitta gli OGM sarà il progresso tecnologico.

La tecnica grazie alla quale probabilmente si otterrà questo risultato insperato è ormai matura, l’acronimo che l’identifica è MAS (marker assisted selection) e consiste nell’incrociare naturalmente piante ed animali tra loro, tecnica antichissima, in maniera molto più efficiente rispetto al passato perché, fondamentalmente, grazie all’uso e all’osservazione dei marcatori genetici  si può sapere prima quali varietà incrociare e verificare in meno tempo se l’incrocio abbia prodotto il risultato sperato.

Anche la MAS è figlia della ricerca genetica, ma la tecnica è radicalmente diversa da quella OGM. Mentre la seconda importa nella cellula dell’organismo da modificare un gene che il più delle volte proviene d un’altra specie, se non da un altro genere, la MAS si limita ad assistere una selezione genetica intraspecifica. Per fare un esempio: se con l’approccio OGM per ottenere un pomodoro a lunga conservazione si introduce nella cellula del pomodoro una sequenza prelevata dal DNA di un pesce, con quello MAS si cercano varietà di pomodoro a lunga conservazione e le si incrociano con quelle più apprezzate per gusto e forma dai consumatori, fino a che non ne uscirà un pomodoro gradevole e resistente. Per inciso pomodori con queste caratteristiche sono già stati selezionati e sono già in vendita insieme a moltissime altre varietà vegetali selezionate attraverso la tecnica MAS.


Oltre a fugare i timori per effetti indesiderati sulla salute generati dagli OGM, la Mas pare inoltre innescare un ciclo virtuoso dal punto di vista ambientale. Prima di tutto i semi dei prodotti MAS non sono sterili, eliminando la strozzatura commerciale imposta dai produttori OGM artificialmente, ma è anche da rimarcare che la tecnica MAS basa il suo successo sulla possibilità di avere a disposizione un gran numero di varianti della stessa specie, quindi se da un lato abbiamo il potenziamento delle tradizionali tecniche di ibridazione agraria, dall’altro esiste la necessità di salvaguardare la biodiversità in quanto “nursery” genetica alla quale attingere per gli incroci. Non ultimo il fatto che l’avvento della MAS abbia innescato anche un processo di condivisione delle conoscenze sulle sequenze gnomiche tra i vari ricercatori, dopo anni di segreti e di informazioni custodite gelosamente dal sistema organizzato dalle multinazionali del settore.

La MAS non è altro che progresso tecnico applicato a una pratica antichissima, quella della selezione attraverso l’incrocio delle varietà; un progresso che permette prima di “vedere dentro” ai candidati all’incrocio se abbiano i geni richiesti e poi di vedere dentro alla generazione ottenuta senza dover attendere che questa cresca, se il gene è stato trasmesso. Per questo la condivisione delle librerie genetiche delle diverse varianti di specie che vengono di volta in volta mappate è fondamentale per gli studiosi ed i tecnici che praticano la MAS. L’introduzione della MAS equivale a mettere a disposizione di chi si occupa della selezione una microscopio molto più potente, aumenta la loro capacità di visione e di previsione, ma non cambia la natura di base della pratica. Ovviamente osservare i geni costa meno che manipolarli e quindi il ricorso alla MAS si rivela più economico e quindi alla portata di una platea di laboratori di ricerca più vasta. Il minor costo è sicuramente un’arma formidabile nel confronto tra due tecnologie concorrenti.

Le due tecniche effettivamente sono impostate su filosofie completamente diverse. Per risolvere la questione dei parassiti, ad esempio, il massimo successo ottenuto con gli OGM è stato quello del discusso mais BT. Il mais BT non resiste ai parassiti, ma resiste al Roundup, che è l’insetticida prodotto dalla stessa azienda che produce il BT. I risultati sconfortanti sono quelli per i quali usare il BT costa di più che usare mais con caratteristiche diverse, che si coprono comunque i campi con l’insetticida e che dopo un po’ l’evoluzione naturale ha schierato parassiti resistenti al Roundup riportando la competizione al blocco di partenza. Con l’approccio MAS al contrario, si procede cercando all’interno della specie delle varietà che a quei parassiti non piacciono e le si incrocia con altre fino a che non si ottiene una pianta dalle buone caratteristiche organolettiche che però al parassita non piace.

Discorsi simili si possono fare per caratteristiche quali la resistenza agli agenti atmosferici, il fabbisogno idrico e altro ancora. Nel nostro paese sono al lavoro con buoni risultati all'Università di Torino il gruppo di Sergio Lanteri, all'Università di Bologna il gruppo di Stefano Tartarini (apparso anche in una puntata di “Report” dedicata al tema), all'Istituto Sperimentale per la Cerealicoltura, nella sezione di Fiorenzuola d'Arda e all’Istituto Zootecnico e Caseario della Sardegna; ma le ricerche hanno ormai raggiunto la maturità in tutta Europa.

Non è facile capire se la MAS soppianterà del tutto la tecnologia OGM, ma un ottimo segnale in questo senso è che anche big dell’OGM come Sygenta stiano ormai investendo in MAS e abbandonando gli investimenti in OGM; questo senza considerare che la forte opposizione culturale agli OGM in gran parte del pianeta e i pessimi risultati commerciali cominciavano già ad aver ragione dell’inerzia di chi in passato ha investito cifre colossali nella promozione e sviluppo degli OGM. Quello che resta da evidenziare è che la MAS ha messo il turbo alle capacità di selezione agricola e zootecnica, aumentandone esponenzialmente le capacità ricombinanti (un aspetto che andrebbe indagato, anche se a prima vista non sembra potenzialmente foriero di particolari controindicazioni), ma al tempo stesso obbliga chi faccia ricerca in questo campo a procedere all’interno di un tracciato evolutivo “possibile” in natura riconducendo gli studi di genetici a una distanza più prudente dalla manipolazione sconsiderata dei patrimoni genetici.

Dal punto di vista del consumatore/convivente inconsapevole delle varietà vegetali e animali ricombinate dall’uomo, la tecnologia MAS sembra decisamente preferibile a quella OGM dal punto di vista della sicurezza intesa in senso ampio, ma anche il fatto che la ricerca sulla MAS non sia facilmente monopolizzabile dalle multinazionali dell’agroalimentare è un fattore del quale è bene aver presente l’importanza.

Forse è troppo presto per allentare la vigilanza sugli OGM o per darli per morti. Non bisogna dimenticare che alcune colture (la soia, ad esempio ) ricorrono ormai quasi esclusivamente a sementi transgeniche, ma tutto lascia credere che nel giro di pochi anni la produzione di OGM destinati all’alimentazione sia destinata a tramontare.

da Altrenotizie
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categoria: economie, corporation, ecologie


venerdì, 22 dicembre 2006

Una sentenza un pò originale

Il New York Times riporta oggi una notizia che lascia perplessi.
Una corte americana ha riconosciuto ai parenti di 19 statunitensi morti nell'attentato a Khobar (in Arabia Saudita) un risarcimento di oltre 250 milioni di euro.

L'originalità della faccenda è che a pagare dovrebbe essere l'Iran in quanto ritenuto responsabile dell'attentato.
Molto meno originale è che l'Iran non fosse rappresentato al processo e si sia limitato a smentire qualsiasi coinvolgimento.
Per l'attentato, per il quale al tempo fu indicata la pista di al Qaeda, l'FBI accusò 13 sauditi e un libanese. Nessuno di questi è mai stato estradato negli Stati Uniti e non si dice se magari non siano neanche stati arrestati, perchè 13 sudditi sauditi accusati di essere al soldo dell'Iran dovrebbero essere stati appesi per i piedi. Se così non fosse sarebbe matematico che si tratti di una bufala.

Il procedimento contro i 14 si è arrestato, e nessuno di questi è stato condannato negli Stati Uniti o altrove per l'attentato di Khobar. Quindi, senza avere fissato alcuna verità processuale sui fatti dell'attentato, la giurisdizione statunitense ha condannato l'Iran come colpevole. I sauditi non interessano.

Su quali basi si è giunti alla condanna?

A sentire il Nyt la questione sarebbe che due agenzie dei servizi iraniani e un politico iraniano, avrebbero organizzato e finanziato l'attentato, perchè i 14 erano tutti Hezbollah.
Il giudice Lambert, dice il Nyt, ha fatto pesantemente affidamento sulla testimonianza dell'ex direttore dell'FBI Louis Freeh.

Quindi un giudice americano, sulla testimonianza di un funzionario americano, ha deciso che i parenti degli americani uccisi nell'attentato riceveranno 254 milioni di dollari dall'Iran. I parenti degli americani uccisi sono contenti. Altra utilità per l'amministrazione.

In fondo all'articolo si scopre dov'è il pacco.
Tra USA ed Iran i contenziosi monetari sono regolati dall'Iran-U.S. Claims Tribunal, una corte dedicata composta dai due paesi che da tempo non riesce a trovare alcun caso sul quale riconoscere di avere giurisdizione. Posto che la corte è l'unica autorizzata a decidere sul destino dei fondi iraniani che negli anni l'amministrazione Bush ha bloccato, gli Stati Uniti non possono impadronirsi di un solo dollaro iraniano.

Ovviamente agli USA non interessa il denaro iraniano, basta ed avanza l'aver "ufficializzato" un'accusa all'Iran che rimbomberà sulla stampa di tutto il mondo. Accusa da accogliere con molto scetticismo, prima di tutto perchè giuridicamente inconsistente, poi anche perchè il fatto che la sentenza passi inosservata in Arabia Saudita è ancora più originale della sentenza stessa. Chiunque può osservare qui la provenienza delle notizie relative alla sentenza, vedremo chi se ne occuperà e come; di certo la stessa stampa americana riporta ila questione n maniera asciutta e senza troppa enfasi. A parte i titoli che denunciano la responsabilità dell'Iran. Già vista.

C'è una divertente appendice nelle conseguenze della sentenza: dice il New York Times che, poichè gli USA da tempo non sequestrano veramente i fondi iraniani e non succederà certo questa volta, i parenti potranno armarsi della sentenza del giudice Lambert ed andare a battere cassa presso altri paesi che abbiano  congelato beni iraniani, tipo l'Italia.

Ovviamente tutti i paesi in questa situazione ci penseranno molto prima di assecondare questa  stupidaggine. Il danno dopo la beffa per i parenti degli americani uccisi, l'ennesima truffa della premiata ditta Bush.


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venerdì, 22 dicembre 2006

L'Afghanistan piange.

Nervi tesi tra Pakistan ed Afghanistan; il presidente Karzai si rivolge al suo popolo e lo invita a non cedere alle manovre dei pachistani. Denuncia inoltre che gli attentati che hanno preceduto la visita del ministro degli esteri pachistano avevano uno scopo intimidatorio. Durante un vibrante discorso Karzai ha ricostruito la storia recente dell’Afghanistan; ha ricordato che alla cacciata dei sovietici il governo afgano possedeva 3,000 carri armati, più di 400 caccia, elicotteri e aerei da trasporto. E poi piloti, ingegneri, scuole ed ospedali. “Avevamo un sistema, un sistema che è svanito nella lotta tra fazioni animata dall’estero”. Ha continuato ricordando come questa dotazione sia sparita con l’avvento dei talebani, accusandoli di essere traditori al soldo di Islamabad. Ha chiesto agli studenti perché i figli dei pachistani possono diventare dottori e loro possano al più sperare di lavorare negli hotel di Karachi. Ha ricordato la miseria del paese sotto la dominazione talebana e ha denunciato gli attacchi odierni alle scuole, così come la volontà pachistana di sottomettere il popolo afgano. Karzai ha avuto anche parole dure per la comunità internazionale. Ha ricordato come nessuno fosse interessato al destino degli afgani e come l’attacco ai talebani sia stato un atto dovuto ad interessi stranieri e non alla volontà di liberare il popolo afgano.

Nel suo discorso agli studenti di Kandahar, Karzai ha dato l’impressione di sentirsi impotente e non ha mancato di esprimere l’ira verso le truppe internazionali, citando alcuni episodi nei quali queste hanno aperto il fuoco sui civili in maniera vergognosa. Karzai ha anche ricordato la decennale dipendenza del paese dai piani dell’ISI (i servizi segreti pachistani) e l’umiliazione provata da tutti gli afgani in anni di anticamera nell’attesa di ricevere ordini dai generali pachistani.

Facendo leva sul sentimento etnico ha denunciato la confusione tra Pashtun e Talebani. Ha ricordato come in Waziristan oltre 160 tra Ulema ed anziani Pashtun siano stati uccisi dai Talebani e rimpiazzati con giovani religiosi. Ha quindi ricordato di aver chiesto al Mullah Omar una dimostrazione d’indipendenza dall’ISI e lo stop alle uccisioni e agli attacchi.
Non è la prima volta che Karzai, pur ringraziando il popolo pachistano, punta l’indice contro Musharraf. E non è nemmeno la prima volta che accusa le forze multinazionali di inutili crudeltà e stragi insensate. Ma questa volta, davanti agli studenti delle superiori, Karzai ha pianto, sfogandosi a lungo in un discorso tutto rivolto all’anima del popolo afgano, denunciando una situazione troppo crudele, con l’impotenza del governo afgano che non può impedire l’infiltrazione talebana e nemmeno le violenze delle forze internazionali,

Dal discorso di Karzai gli afgani possono trarre una unica conclusione: anche il loro presidente, spesso accusato di essere un fantoccio degli americani, è assolutamente convinto che l’Afganistan sia il terreno di scontro di forze alle quali dell’Afghanistan non importa nulla. Mettendosi rumorosamente contro i supposti “alleati” (anche il Pakistan è in teoria un alleato) Karzai ha svelato il segreto di Pulcinella, cioè quello che ancora le opinioni pubbliche, occidentali e non, faticano a comprendere: a tutti quelli che combattono in Afghanistan non importa niente del paese e ancor meno del destino degli afgani.
A questo si aggiungono due fatti: l’arresto del generale afgano Khair Mohammad - accusato di spionaggio a favore del Pakistan - e il fermo di Sayed Akbar, un agente pakistano arrestato nella provincia di Kunar e accusato di gestire i collegamenti con al-Qaeda per conto dell’ISI. A supporto delle accuse, le autorità afgane gli avrebbero sequestrato alcuni documenti che proverebbero la circostanza senza dubbi.

Le autorità pachistane non hanno reagito ufficialmente al discorso di Karzai, che pure ha avuto vasta eco (e critiche) sulla stampa dei due paesi. Nemmeno i due arresti sono stati commentati ufficialmente. C’è stata invece una dichiarazione di Mohammad Hanif, portavoce talebano, che ha negato le complicità con il governo pachistano accusato di essere alleato con gli USA e ribadito l’ostilità a Karzai, “burattino degli americani”. Legata da un’evidente rapporto di causa-effetto è invece arrivata da parte pachistana la constatazione che sarebbe ora che i profughi afgani togliessero le tende dal Pakistan, dopo avervi trovato rifugio per decenni. Un argomento questo che mai era stato sollevato, poiché considerato del tutto disonorevole, posto che il dovere di accogliere i fratelli Pashtun in difficoltà non era mai stato messo in discussione prima.

Musharraf non è mai stato comodo, ma ora la situazione peggiora e gli richiede decisioni veloci. Non per caso sembra intenzionato ad accelerare il percorso verso la pace con l’India, ma per la necessità di poter contare su una tranquillità ad Oriente e in Kashmir per concentrare le sue risorse ad Ovest e a Sud, dove anche il Belucistan si oppone alla volontà dittatoriale del generale. Ad inquietarlo ancora di più è riemersa la pressione americana ad invocare uno “showdown” militare nel Waziristan, con il quale il generale ha da poco siglato un accordo che i tribali sovvertiti dalla presenza talebana hanno già tradito. Sarebbe il quarto attacco al Waziristan in pochi anni, qualcosa da meditare con calma, poiché i tre precedenti si sono risolti in sonore disfatte.

Per il Dipartimento di Stato USA, invece, sembra una delle poche opzioni militari sensate; partendo dai loro santuari in Pakistan quest’anno i talebani ed i loro alleati hanno messo a segno più di cento attentati costati più di 4000 morti, oltre ad avere conseguito il controllo reale in numerose province. Attaccare con successo il Waziristan significherebbe però impegnare buona parte dell’esercito pachistano o, in alternativa, molte migliaia di soldati occidentali, che però finora non sono mai stati ufficialmente autorizzati a violare i confini pachistani, posto che questo segnerebbe la fine politica di Musharraf insieme a quella dei suoi abili equilibrismi. Musharraf, tanto alleato con gli americani da lasciar loro bombardare il paese, in pace con gli indiani “tradendo” gli indipendentisti del Kashmir, sarebbe in una posizione unanimemente giudicata insostenibile.

da Altrenotizie
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giovedì, 21 dicembre 2006

Morto un Turkmenbashi se ne farà un altro?



Muore a 66 anni, 21 dei quali passati a regnare dispoticamente sul Turkmenistan, il dittatore
Saparmurat Niyazov. Se lo è portato via un infarto; a succedergli dovrebbe essere il presidente del parlamento, se non fosse che anche questa carica gli apparteneva.
image590910xDopo essere stato eletto per la prima volta presidente, ai tempi della separazione del Turkmenistan dall'URSS, Nyazov aveva instaurato il più classico dei culti della personalità in un crescendo di deliri, giungendo a rifare il calendario per nominare i giorni e i mesi con nomi che richiamavano a lui o ai suoi familiari.
Da quando si autonominò presidente a vita,
il suo ritratto figura in tutti i programmi televisivi e studenti e funzionari devono leggere per forza i suoi scritti intitolati Ruhmana. Libro che senza falsa modestia egli paragonava al Corano e alla Bibbia.

Durante la sua dittatura l'età media dei turkmeni è calata fino alla soglia dei 60 anni, l'istruzione è stata demolita, la stampa asservita e le libertà civili praticamente azzerate. In cambio i turkmeni hanno potuto ammirare centinaia di statue del dittatore poste nei luoghi più impensabili.

Il Turkmenistan possiede riserve di gas naturale che lo pongono al quinto posto nel mondo in questa classifica, oltre petrolio e altri minerali, ma ben pochi dei suoi quattro milioni di abitanti ne hanno potuto beneficiare. Nyazov, che ovviamente aveva proibito tutti i partiti tranne il suo, ha cercato di mantenere una certa equidistanza da Mosca e Washington, isolando ancora di più il suo paese dalla comunità internazionale.

Sul futuro del paese pesa ora una grande incognita, sia perchè nel partito unico non sono presenti personalità in grado di subentrare al dittatore (visto che per star sul sicuro Nyazov ha sempre eliminato tutti quelli che non si limitavano ad adorarlo), sia perchè poco si sa dei due figli. Secondo
Global Witness, una organizzazione che si occupa di diritti umani con base a Londra , afferma che sotto il diretto controllo di Nijazov sono depositati all'estero ingenti somme valutate in 3 miliardi di dollari, 2 dei quali nel Foreign Exchange Reserve Fund della Deutsche Bank in germania (fonte wikipedia).


Il sito del padre dei turkmeni: http://www.turkmenbashi.org/ è stato chiuso e un redirect punta ora a quello ministero degli esteri turkmeno.
Di lui restano molte statue dorate e il ricordo di una personalità delirante, mentre è tutto da decidere a proposito di chi e come riuscirà a colmare il vuoto di potere creatosi alla sua morte.

Aggiornamento: Il Consiglio per la sicurezza nazionale ha nominato
Kurbanguli Berdymukhamedov, che ricopriva la carica di primo ministro, alla presidenza.
Il nuovo presidente ha detto che il Consiglio del Popolo (composto da 2500 notabili turkmeni) si riunirà martedì per decidere la data delle elezioni presidenziali (da tenersi presumibilmente nel 2007) e l'elenco dei concorrenti.
Berdymukhamedov è stato preferito a Ovezgeldy  Atayev, che subentrando a Nyazov a capo del parlamento si sarebbe trovato nella posizione "legale" dalla quale accedere all'interim presidenziale. Obiezioni legali e procedurali hanno portato alla scelta finale in favore di Berdymukhamedov, il quale ha auspicato l'unità nazionale e dichiarato che la politica turkmena continuerà sulle linee di neutralità ed umanesimo imposte da Nyazov.

Nella capitale intento sono state rimosse le decorazioni per le festività e chiusi i negozi di alcolici, mentre il paese si prepara a un discreto periodo di lutto per la morte del padre di tutti i turkmeni.
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giovedì, 21 dicembre 2006

Quiz politics.

Spesso si tende a mitizzare le capacità di alcuni esseri umani quando si viene a discutere di storia e di politica. In queste occasioni bisognerebbe avere sempre presente che la qualità degli attori è direttamente proporzionale alla qualità dell’ideologia che  incarnano. Così è facilmente verificabile che il presidente iraniano Ahmadinejad, esponente dell’Iran più arretrato sia inadatto a perseguire i propri interessi nella posizione nella quale si è venuto a trovare; allo stesso modo anche i talebani rispondono  alla regola; anche recentemente giovani comandanti talebani che hanno scalzato dal potere gli anziani leader tribali, si sono venduti i loro compagni e provocato disastri impensabili se al loro posto si fossero trovati gli anziani leader tribali o i mujhaeddin.

 La regola è universale, e si dimostra validissima anche applicata all’America di Bush. Un sistema politico che seleziona i propri attori su base censitaria o sulla prontezza all’obbedienza  ad interessi poco difendibili, non può che portare alla ribalta dei veri e propri  incompetenti, quando va bene. Tra i tanti casi che si potrebbero richiamare, il più recente è sicuramente quello di Silvestre Reyes.

Reyes, dopo un confronto aspro tra Nancy Pelosi e Jane Harman ( che ambiva al posto confacente alle sue competenze),  è stato nominato a capo dello House Intelligence Committee che è il comitato parlamentare sui servizi.

 Nella sua prima intervista da nominato il buon Reyes a domanda rispose che quelli di al Qaeda sono -“probabilmente” in maggioranza sciiti- e quando è stato il momento di dire se quelli di Hezbollah fossero sciiti o sunniti prima si è lamentato per la domanda, che non sarebbe stata consona all’orario dell’intervista (?) e poi ha concluso affermando che è difficile maneggiare correttamente queste categorie.

Se Reyes leggesse i giornali, saprebbe che lo stesso giornalista che lo ha intervistato era reduce da una inchiesta nella quale aveva chiesto a decine di funzionari e politici la stessa cosa: ovvero chi fossero gli sciiti e chi i sunniti. L’inchiesta aveva provocato molto rumore tra i commentatori perché la qualità media delle risposte non era poi troppo diversa da quella esibita da Reyes, ma evidentemente non ha dato luogo ad alcuna riflessione nelle stanze della politica.

 La mancanza di competenza a tutti i livelli è evidente, eppure i componenti del gruppo di studio sull’Iraq hanno ancora trovato la forza di stupirsi del fatto che solo una trentina di persone su oltre un migliaio presenti all’ambasciata americana in Iraq parli l’arabo; tra questi solo sei lo parlano fluentemente. Se si fossero ricordati che il capo della protezione civile, responsabile dei disastrosi non-soccorsi dopo l’uragano Kathrina, allevava cavalli prima di essere “promosso” da Bush, o anche che l’ex ambasciatore in Italia Mel Sembler, come quasi tutti gli ambasciatori americani, aveva come unica benerenza l’aver contribuito alla raccolta di fondi per l’elezione di Bush (oltre ad una serie di accuse penali per più ergastoli) e le decine di casi simili, probabilmente si sarebbero stupiti di meno. Purtroppo questo genere di inefficienze non fa più notizia .

 Il problema della qualità e della selezione del personale politico e pubblico è universale, ma quando è tanto esteso e raggiunge picchi di tale intensità nel paese più  armato del mondo, accanto al quale stiamo combattendo una guerra della quale evidentemente questi capiscono poco o niente, anche nel nostro paese dovrebbe doverosamente emergere qualche preoccupazione. Non che i nostri parlamentari si siano dimostrati dei pozzi di scienza, ma l’infornata di yes-men berlusconiani ha sicuramente conseguenze globali meno pericolose di quante ne abbia già materializzate lo scadente personale politico statunitense.

 

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mercoledì, 20 dicembre 2006

Silenzio, parla l'esperto

margelletti14Su RAi2 è andata in onda un'intera trasmissione di approfondimento sul Libano; in realtà un terrificante pompino ai nostri "bravi ragazzi" impegnati laggiù come forza d'interposizione.

La trasmissione fa perno sull'esperto, Andrea Margelletti, che gioca di sponda con il conduttore.
L'esperto ha fondato il Centro Studi Internazionali e non si capisce bene perchè sia considerato un esperto. Allora viene da cercare in rete un pò di referenze.
Il sito del CeSi è più povero del più povero dei blog: due link a Pagine Difesa e al Senato, una decina di articoli, il resto under construction. C'è un pò di pubblicità, tra i libri consigliati l'ultimo del fiero Allam.

Il CeSi risulta fondato nel 2004, da allora l'esperto è stato pubblicato da Gnosis (rivista del Sisde), intervistato da parecchie emittenti, ha partecipato all'istruzione dei liberaldemocratici di " Società aperta Giovani e alla loro scuola-quadri: Dyrigo ( insieme a personaggi del calibro di Gianni Alemanno, Luca Barbareschi, Paolo Bassi, Valerio Castronovo, Enrico Cisnetto, Domenico De Masi, Raffaele De Mucci, Domenico Fisichella, Paolo Gentiloni, Arduino Paniccia, Giulio Sapelli, Valerio Zanone), che poi sarebbero i cd "liberaldemocratici".

Il sito del CeSi somiglia molto nel layout a quello di Globe research, altro think tank (?) che invece fa capo a Nicola Pedde, conoscente di Margelletti, professore universitario a Roma e autore poliedrico.

Margelletti è anche una colonna dell'Istituto Studi Geopolitici ed Economici, il sito del quale purtroppo è ugualmente under construction. Si trova qualcosa qui, ma è davvero poca cosa.

Una vera sfortuna, anche un suo curriculum risulta vuoto. Lo ritroviamo su "osservatorio parlamentare", creatura di Adolfo d'Urso che discetta di Turchia, al TG2 che fa confusione sull'attentato a Nassirya
. Rilevante è il collegamento telefonico con l'esperto militare, il prof. Andrea Margelletti (Isgeo), che attribuisce con convinzione (e non senza confusione) le responsabilità dell'attentato: c'è stato: senza "dubbio "l'intervento da parte di un gruppo fondamentalista (...) elementi vicini
ad Al Qaeda". E poi ancora: "Questa è la voce di Saddam, di Al Qaeda". ), in diversi incontri organizzati da Aljaziira (quella tarocca dei destri, non quella del Golfo) e ancora su Gnosis in ottima compagnia .

Quello che non si riesce a trovare è il suo curriculum, a parte un libro sulle tecniche di guerra nel deserto del 1991 (scritto probabilmente sull'onda della Guerra del Golfo) non si riesce a capire perchè sia definito professore e neanche il motivo per il quale sia accreditato presso le istituzioni (è stato più volte audito in parlamento e sembre che confezioni rapporti come questo per il Senato con una certa regolarità) ). Sarà forse per il suo essere organico alla destra italiana?
Margelletti è sicuramente uno di quelli che non perdono occasione per avvertirci che i pericoli per il nostro paese sono reali e come provengano dai paesi islamici.

Sicuramente le decine di ospitate a Porta a Porta non conferiscono titoli accademici; altrettanto sicuramente esperti di questo calibro sono tanto presenti sui media non in virtù delle loro capacità, quanto piuttosto per il loro essere allineati ad una narrazione conveniente (la stessa condivisa da maitre à penser quali Allam, Nirenstein o la buon'anima della Fallaci). Altrettanto sicuramente di esperti di questo genere possiamo fare a meno.


Aggiornamento
Il soggetto del post si è manifestato nei commenti, non pirma di aver "ripulito" quel che poteva in rete. I "suoi" siti linkati sopra sono pagine bianche o "under construction" ormai da anni, anche http://www.cesi-italia.org/ è nulla, la migliore di mostrazione di quanto tanti sospettavano, cioè che si trattasse di robaccia tirata via per fare curriculum, che è sparito pure quello.
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martedì, 19 dicembre 2006

Ed ecco che ritorna l'utile janjaweed.


Un articolo della BBC  ci dice che presunti Janjaweed avrebbero attaccato villaggi e militari ciadiani.
La fonte sono gli stessi "officials" ciadiani fedeli a Deby. Deby è un dittatore che si trova contro tutta l'opposizione ( e buona parte dei suoi), dopo che ha fatto sparire le entrate del petrolio e manomesso la costituzione del Ciad per rimanere al potere.

Alla BBC però non si fa parola dell'intervento militare francese (peraltro ammesso dal Quay d'Orsay) che trovate descritto qualche articolo più sotto.

In verità l'utile janjaweed non è una novità per i media, sono ormai anni che la politica a cavallo dei due paesi viene letta attraverso la lente deformante dell'utile janjaweed. Ne trovate altri clamorosi esempi in "La Pinocchia inglese che "inventa" il Sudan: Lady Caroline Cox"  .

La BBC si beve (prova a farci bere?) il janjaweed e non si accorge che la Francia sta combattendo nell'area; non è stata pubblicata  nemmeno la dichiarazione ufficiale francese dell'avvenuto intervento, notizia peraltro "bucata" anche da quasi tutti i media italiani.

Per chi volesse verificare di persona la distanza tra realtà in Ciad e la sua rappresentazione da parte dei media internazionali ed italiani, può farlo agevolmente usando google-news in lingua francese e la parola chiave Tchad. Come per magia spariranno i Janjaweed sudanesi ed appariranno un sacco di ciadiani incazzati a morte con Deby.

Quando scrissi questa frase: "Problemi di politica internazionale? Costruite anche voi un utile Janjaweed e stampa ed opinioni pubbliche saranno ai vostri piedi!" a chiudere l'articolo sulla Cox, non avrei immaginato che l'utile Janjaweed avrebbe trovato un impiego anche al di fuori del suo paese d'elezione. Evidentemente i casi sono due: o non sanno più cosa inventarsi per nascondere certe schifezze, oppure tra un pò qualcuno scatenerà la "Global War on Janjaweed".
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martedì, 19 dicembre 2006

L’islamofobia, tutte le feste si porta via.

eurabiaCome i passeggeri di un Titanic qualunque molti europei continuano nei loro balli mentre la nave della civiltà occidentale affonda. Proprio di oggi è la notizia del dilagare in Europa del razzismo contro i musulmani, ma c'è da scommettere che la nostra classe parlante non coglierà la palla al balzo per esibire buoni propositi, nemmeno cogliendo l'occasione offerta dal periodo natalizio, durante il quale secondo banalità tutti sarebbero più buoni..

L’iceberg che ha aperto l’enorme falla nella sua chiglia si chiama razzismo; l’eterno razzismo agito ed agitato dalle elite quando vogliono condurre le masse ad un destino che altrimenti non saprebbero come giustificare. Questo destino è quello della continuazione del controllo coloniale dei paesi e delle economie che non ricadono direttamente sotto la -nostra- autorità politica, in modo che non sia minacciato il tenore dei guadagni di quanti controllano l’economia globale.

 
Goffamente mascherato da guerra per il mantenimento del tenore di vita di tutti gli abitanti dell’Occidente, del quale interessa in realtà a ben pochi tra quanti stabiliscono la spartizione dell’economia globale di rischio, il conflitto è presto stato intitolato allo scontro di civiltà.
In teoria lo scontro dovrebbe essere in corso tra una oscurantista società “altra” e la risplendente società Occidentale, ma in realtà lo scontro è del tutto interno all’Occidente e alle elite globalizzate. Elite alle quali appartengono a buon titolo, se non altro in qualità di servili, tutti quanti straparlano di Eurabia e di altri concetti sul genere.

 All’interno dell’Occidente la guerra è l’occasione per tirare fuori dalla naftalina il latente razzismo che mette ogni occidentale nell’infelice situazione di sentirsi superiore agli altri popoli. Un razzismo mai sconfitto, se è vero che l’apartheid è stato messo fuori legge negli Stati Uniti solo verso la fine degli anni ’60 (ben venti anni dopo l’orgia razzista nazifascista) e in Sudafrica negli anni ’90; un razzismo che torna ora a risplendere avendo trovato nei “musulmani” il nuovo oggetto sul quale esercitarsi.

Assistiamo così ad un triste spettacolo, per il quale dopo anni di politically correct è diventato lecito esercitare ogni sorta di razzismo alla luce del sole, basta che ad esserne oggetto siano i fedeli di Maometto. Succede così che nel nostro paese si portino a termine attentati dinamitardi nei confronti di “islamici”, che si assaltino i cantieri delle moschee a colpi di teste mozzate di maiale e che, più in generale, si possa parlare liberamente dei musulmani in termini che non sarebbero ammessi nei confronti di qualsiasi altro gruppo.

 Accade così che un po’ tutta l’Europa sia percorsa da manifestazioni evidenti di razzismo, manifestazioni che qualora fossero indirizzate ad altri gruppi quali i neri o gli ebrei solleverebbero ben più di uno scandalo, ma che al giorno d’oggi non ricevono alcun tipo di censura; al contrario sembrano benvenute da una buona parte del ceto politico e tollerate da tutti gli altri senza troppo fastidio. Nemmeno tra le comunità ebraiche, solitamente molto sensibili al tema, questo razzismo verso i musulmani trova condanne nette. Purtroppo questa tolleranza non risiede nella volontà di passarle sottotraccia al fine di diminuirne la risonanza, ma si inserisce in un più generale declino di quella stessa civiltà che i noti furbastri si sarebbero incaricati di difendere.

Tra questi ci sono sicuramente in prima fila i cristiani; è evidente a chiunque che la pulsione da “guerra santa” non anima solo gli evangelici di qualche church corporation americana, ma che ormai si sia estesa anche tra i “fedeli” cristiani europei. Ecco allora che le chiese europee e in particolare quella cattolica diventano levatrici di un pensiero reazionario e razzista. Ecco che alcuni balordi si levano cianciando di radici giudaico-cristiane dell’Europa e che pretonzoli senescenti delirano dai pulpiti, cercando di mobilitare chi ancora presti loro ascolto.

Sarebbe invece sano, oltre che utile, usare linguaggi diversi e respingere questi tentativi al loro posto, cioè nelle fogne della storia. La storia dell’Occidente e dell’Europa ha le sue radici prima di tutto nell’emancipazione della politica dal controllo ecclesiastico. Le radici europee sono nell’illuminismo e nella separazione della politica dalla religione, poco importa che molti ancora oggi non accettino questo principio fondamentale.

Nel nostro paese, culturalmente di retroguardia, le cose vanno ancora peggio. La politica vede una progressiva tendenza a riempire il vuoto culturale avvalendosi del supporto clericale e mai come negli ultimi anni l’influenza delle gerarchie ecclesiastiche è apparsa pesante. Il rinnovato e trasversale amore tra politici e chierici ha portato, come previsto, i personaggi più reazionari, bigotti e antimoderni a rialzare la testa. Mai come in questi tempi si sono tali e tanti appelli alla difesa della cultura (in realtà si parla della sottocultura clerical-reazionaria) e dell’identità; mai come in questi ultimi anni si erano contate tali e tante manifestazioni di razzismo verso lo straniero o “l’infedele”.

Accade così che il “dibattito” assuma contorni surreali anche in luoghi un tempo conosciuti per essere le punte avanzate della modernizzazione sociale. Così, ad esempio, a Bologna trova spazio un vescovo che retoricamente si chiede se i negozietti dei bengalesi non siano l’avanguardia di un piano di conquista islamica, mentre il cardinale ciancia di una città in retromarcia senza accorgersi che il declino è nutrito grandemente dai suoi sproloqui e dall’opera del lobbismo cattolico. Purtroppo accade anche che nessuno si levi a strigliare questo genere di trovate impudenti, l’inciucio ignorante sembra premiare tutti i suoi protagonisti.

Siamo una società che invecchia annegando nelle paure tipiche della senilità. Una società che esce poco di casa e che costruisce la sua idea del mondo attraverso gli schermi televisivi occupati dai chierichetti della grande chiesa dell’Occidente. Una società facile allo spavento e come tale facilmente manipolabile.

 Così agitare la paura, quella dell’infedele, del diverso, dell’altro, diventa il mezzo migliore per influenzare le opinioni pubbliche. Se ne sono accorte anche le gerarchie ecclesiastiche, che nel nostro paese pensano forse di poter invertire il catastrofico trend che svuota inesorabilmente le chiese e i seminari facendosi paladine di una “civiltà” che, in realtà, nasce proprio dal rifiuto dell’ingerenza clericale e dall’affrancamento di pastori buoni al più per una società medioevale.

 L’Europa, gli Usa, l’Italia, sono oggi meta di quanti nel mondo fuggono dalla povertà, ma anche e soprattutto da regimi dispotici (spesso dalle comuni radici giudaico-cristiane) o clericali. Sono persone che non intendono imporci un bel niente, semmai persone che raggiungono l’Occidente proprio per sfuggire a situazioni orribili. Varcando le frontiere cercano semplicemente di trasferirsi dai paesi sfruttati a quelli che di quello sfruttamento raccolgono i frutti. Votano con i piedi, aderendo ad un modello che non è quello della civiltà giudaico-cristiana, ma quello di una società che dice di voler offrire a tutti i suoi cittadini le medesime possibilità a dispetto dell’identità sessuale, della religione o del gruppo etnico nel quale si riconoscono.

 Questo tipo di società subisce oggi l’attacco di una chiesa retrograda e di quei politici di poca qualità che in mancanza di idee proprie si affidano al populismo e al solleticare il razzismo. A pagarne il prezzo sono oggi i musulmani, ma non bisogna dimenticare gli omosessuali e gli “stranieri” in generale. Un attacco che comprende la compressione dei diritti civili (mai tanto minacciati in Occidente come dopo il 9/11), una progressiva verticalizzazione dei poteri, la demolizione dell’istruzione pubblica e laica.

 La vera civiltà sotto attacco è quella delle imperfette democrazie occidentali e l’attacco proviene non già da un remoto esterno, ma dall’interno stesso dell’Occidente, ove i demoni del razzismo, dell’ignoranza e della superstizione, mai sconfitti del tutto, stanno rialzando la testa. Ricacciare questi demoni ed i loro cantori nell’inferno medioevale dal quale provengono è l’unica battaglia di civiltà degna di essere combattuta.

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lunedì, 18 dicembre 2006

Mercenari americani al lavoro in Iraq e soldati italiani non molto diversi

 


Mercenari della Aegis (Compagnia Militare Privata che in Iraq dice di fare questo ) girano per le strade irachene sparando a caso sulle auto.
Questo è il modus operandi scelto per -terrorizzare- gli iracheni pensando che così sarebbe stato più facile ottenerne il consenso.
L'Aegis presiede l'associazione delle PMC in Iraq. Su Waronwant.org, qui, c'è anche un altro video che riprende i loro colleghi della Blackwater mentre fanno il tiro a segno sui passanti.

Qui di seguito invece le agghiaccianti dichiarazioni di nostri soldati riportate da un articolo su Alias (il Manifesto) di ieri, che ci rivelano come questo tipo di "regole" d'ingaggio fossero seguite anche dai nostri "portatori di pace". Persone gonfie di pregiudizi razzisti per i quali la vita umana ha davvero poco valore, almeno a leggere quello che ci raccontano senza lasciar trasparire alcuna vergogna:

Alias – 16.12.06

 

L’ombra scura dei guerrieri - Emilio Quadrelli

La guerra è tornata a essere l'elemento costitutivo e costituente del «nuovo ordine internazionale». Nessuno, dotato di un minimo di buon senso e di un approccio alla realtà non infarcito da bizzarrie, può sognarsi di negarlo. Condizione necessaria e sufficiente, perché la guerra possa essere «concretamente» messa a regime, è la produzione di una macchina combattente, efficace ed efficiente in grado di interpretare al meglio il canovaccio che la guerra prevede. Se logistico, infrastrutture, armi più o meno sofisticate ecc. costituiscono un ruolo determinante nella messa a punto della macchina guerriera, il terminale di tutto ciò non può che essere il soldato. Perché vi sia guerra deve esistere ed essere predisposto colui che questa tecnica prende tra le mani, e trasformi il suo potenziale di morte in distruzione concreta e reale. Questo è tanto più vero se, come le guerre in corso stanno ampiamente dimostrando, la loro natura asimmetrica costringe a rivedere le rosee ipotesi che la guerra high-tech aveva da tempo formulato e i combattimenti terrestri tornano ad assumere un ruolo preponderante, per non dire decisivo, all'interno dei vari scenari bellici. I combattimenti terrestri presuppongono, è ovvio e al limite del banale,  l'esistenza di un tipo umano che conviva abitualmente con l'idea della morte, che deve preferibilmente dare ma anche in qualche modo essere pronto a subire. Comunque li si voglia ridenominare: portatori di pace, garanti dei diritti umani, civilizzatori, operatori di polizia internazionale, i soldati sono addestrati, e non potrebbe essere altrimenti, per uccidere e annientare il maggior numero di nemici possibili. Ciò è tanto più vero per quelle formazioni militari deputate a fare la guerra in prima persona, ossia quei reparti che convenzionalmente sono definiti corpi d'élite, ovviamente si sta parlando delle truppe che combattono sotto un qualche organismo del mondo occidentale. Nonostante il numero di militari impiegati nelle guerre in corso raggiunga cifre ragguardevoli, il peso reale dei combattimenti poggia su numeri di gran lunga inferiori. Ad esempio, nell'esercito Usa il numero dei combattenti effettivi è grosso modo il 10% della forza messa in campo. Essere un soldato di «prima linea» è ben diverso dall'essere un militare impiegato nella gestione del logistico, nell'inevitabile macchina burocratica che ogni guerra si porta dietro, nella gestione del servizio sanitario o altro ancora. I gruppi d'élite quindi rappresentano il paradigma ideale per provare a decifrare il tipo umano di cui le guerre attuali hanno bisogno. Una facile risposta, al proposito, potrebbe fornirla la dimensione «esistenziale» o lo«stile di vita» propri delle formazioni d'élite, con tutti gli aspetti in qualche modo accattivanti in grado di suscitare. In realtà focalizzare lo sguardo su ciò finirebbe con il raccontarci ben poco sulla tipologia del soldato attualmente operante sui fronti di guerra, soprattutto un simile taglio non farebbe altro che restituirci un'immagine del combattente un po' sempre uguale a se stessa, tanto da farci dubitare se stiamo parlando dei soldati di oggi o dei protagonisti dell'Anabasi. Soffermarsi su una certa propensione per l'avventura, fascino non secondario per uno«stile di vita» poco convenzionale sino ad arrivare a riconoscere il piacere che sono in grado di fornire situazioni definibili come «adrenalina pura», è qualcosa che può interessare nella migliore delle ipotesi la letteratura di genere, ma che, a ben vedere, finisce con il dirci ben poco sulla forma del nostro soldato. Le stesse ricadute «morali», che una certa linea di condotta mette in mostra, possono tutt'al più risultare suggestive per quelle quote di popolazione, ammesso che esistano sul serio, che sono solite scambiare le pubblicità del Mulino bianco con la vita reale. Lo spirito di gruppo ancor prima che di Corpo, che anima e sovrasta la vita dei militari direttamente coinvolti nei combattimenti, non è poi così stupefacente, insolita e soprattutto innovativa. Chiunque abbia avuto a che fare con situazioni in cui a essere in gioco è la pelle, la propria salvezza o la salvaguardia della propria libertà, sa che tra il gruppo che va in azione si stabiliscono vincoli e legami solidali tali da andare ben al di là del generico cameratismo. Quando la vita dell'uno dipende dall'altro,non è poi così difficile immaginare il tipo di legame  esclusivo e fraterno che si instaura. Allo stesso modo chi è abituato ad andare in azione tende a considerare il proprio gruppo, e più in generale tutti i combattenti, come qualcosa a sé che poco o nulla ha a che vedere con il resto dell'umanità, solitamente soggiogata da vincoli e procedure burocratiche, che poco si addicono allo spirito «autonomo e anarchico» delle forze combattenti. Chi sta in prima linea ha una notevole propensione per l'informalità, una certa avversione verso i rituali e le convenzioni pubbliche, poca stima e rispetto nei confronti delle gerarchie e autorità designate da una catena di comando burocraticamente determinata. Più che dal potere burocratico e formalizzato si sentono attratti e in sintonia con il carisma dei loro comandanti sul campo, con i quali condividono tutti i rischi dell'azione. Amano il capo militare che li guida in azione, detestano il graduato che, forte delle sue «scartoffie», impartisce ordini e comanda operazioni delle quali, in molti casi, sembra averne un'idea a dir poco approssimativa. In poche parole non si esce dalle suggestioni del Campo di Marte. Aspetti che cinematografia e letteratura di genere hanno sfruttato a piene mani ma che, a ben vedere, non fanno altro che raccontare una storia un po' sempre uguale a se stessa. Non è soffermandoci sugli aspetti propri del romanzo d'avventura che possiamo pensare di scoprire le caratteristiche «particolari» del tipo umano attualmente presente sui campi di battaglia. Più sobriamente occorre forse guardare la questione sotto un'altra luce, e partire dalla banale constatazione che il suo mestiere consiste nell'uccidere. Perché ciò sia possibile è necessario qualcosa di ben diverso da un imprecisato spirito d'avventura o amore per una vita poco convenzionale. Con ogni probabilità è il modo in cui viene messo a fuoco il nemico, con tutte le ricadute del caso, l'elemento in grado di offrire una spiegazione più convincente, ma non solo. Se la messa a fuoco del nemico deve essere una percezione certa e tale da rendere insignificante il tabù dell'omicidio, non meno decisivo appare il modo in cui, «concretamente », questo nemico è rappresentato perché sulla base di ciò prende forma anche il non secondario aspetto di come lo si affronta, nel bene e nel male. Ed è qua che il nodo di Gordio delle guerre attuali può essere sciolto. Per quanto professionalizzato e trasformato in una «macchina da guerra», come la formazione degli eserciti di professionisti tenderebbe a presentare, il soldato agisce sulla base di motivazioni «forti» e sarebbe al limite della stupidità domandargli di mantenere un tratto «avalutativo» nei confronti del suo operato. Se c'è una professione che mal si addice al modello weberiano questa è il mestiere del soldato. Per combattere ossia, fuor di metafora, uccidere ed essere uccisi, è necessario che entri in gioco qualcosa che ha necessariamente a che vedere con i «valori ultimi». Se un fucile può funzionare in maniera indistinta e per questo abbisogna solo di una buona e accurata manutenzione, al soldato non è sufficiente essere ben oliato, deve essere ottimamente motivato. Il modo in cui si autorappresenta il nemico diventa pertanto fondamentale. Le parole di un «professionista» che ha operato in alcune missioni ne sono un'ottima esemplificazione. Tu hai partecipato ad alcune missioni di pace. Con quale spirito le hai affrontate? Intanto cominciamo col dire una cosa: in qualunque modo la cosa può essere presentata, tutti noi sappiamo che quello che ci aspetta è di andare in guerra. Come viene presentata è una cosa che, per convenienza loro, i politici la raccontano come gli viene meglio, ma come vanno sul serio le cose è tutto un altro discorso. Noi partiamo sapendo quello a cui andiamo incontro e con chi e che cosa avremo a che fare. Sappiamo che, in ogni caso, ci troveremmo di fronte un nemico spietato e barbaro che combatte per distruggere il nostro mondo e la nostra civiltà. Forse sarebbe più giusto dire che le nostre sono missioni di pacificazione piuttosto che di pace. Si che sono palesemente ostili verso tutto ciò che noi rappresentiamo e che non accettano di stare al loro posto. Tu sai che quelli non sono come te, sono altre razze, altre culture, altri modi di vedere il mondo, sai soprattutto che sono inferiori a te ma questo non vuol dire che non siano pericolosi. Anche i topi e gli scorpioni possono uccidere. La nostra superiorità, che ancora prima che militare è morale e culturale, non è neppure in discussione, per questo non possiamo che vincere, ma questo non vuol dire che le operazioni di pacificazione siano una passeggiata. Anzi, questo l'ho imparato direttamente sul campo, la guerra contro questo nemico è molto più dura di quanto onestamente mi sarei aspettato. Il problema è che sono come delle bestie feroci e sono in grado di sopportare condizioni a noi inimmaginabili. Me ne sono reso conto guardando a come reggono agli interrogatori. Hanno la stessa resistenza al dolore delle bestie e questo ti dice quanta differenza ci sia tra noi e loro. Sono capaci di bere litri di acqua sporca come se fosse Coca Cola oppure lasciarsi scorticare lanciando dei mugolii che mi ricordano quelli dei gatti quando da piccolo li prendevo e li scorticavo vivi, ma senza piegarsi. Non si tratta di eroismo, perché loro non sanno neppure cosa possa voler dire essere degli eroi, semplicemente il loro grado di sopportazione è la palese manifestazione della loro somiglianza alle bestie. Eppure le immagini, specie dal Kosovo e dall'Afghanistan, vi mostrano mentre fornite cibo, mentre costruite scuole, ospedali e date aiuto alle popolazioni. Non è un po’ in contraddizione con quanto affermi? Quelle sono messe in scena per la stampa. Si prende una zona non troppo devastata si radunano un po' di civili che, in cambio di qualche cosa, mangiare, due spiccioli, la concessione di qualche privilegio, si prestano a recitare quelle parti. Quando in alcuni casi ci sono riprese in prima persona  e pezzi di intervista , si tratta di civili che lavorano per noi e che la maggioranza della popolazione odia ancora più di noi perché li considera dei traditori. Appena ne hanno l'occasione gli fanno la pelle e se possono gli fanno anche rimpiangere di essere nati. Di civili ammazzati immagino che ne leggi tutti i giorni, ma sentirai parlare solo di quelli uccisi dai loro connazionali, non di quelli che facciamo fuori noi, anche perché se no non ci vorrebbe un giornale ma un'enciclopedia. Che rapporto c’è tra voi e i civili? Intanto bisogna dire che, dal nostro punto di vista, non esistono civili. Noi partiamo dal presupposto che quelli che ci troviamo di fronte sono tutti nemici. Che ci sparino addosso, piazzino le bombe o siano pronti a tenderci un'imboscata o lavorino per i terroristi dandogli appoggi, informazioni, nascondendoli, procurandogli cibo e medicinali ha poca importanza. Solo gli stupidi, o chi non c'è stato, può pensare che operiamo in luoghi dove siamo amati e benvoluti, quasi che non aspettassero altro di averci lì. Si vive in una situazione di odio reciproco dove è normale diffidare anche di quelli che fanno le spie per te. Non è scontato che non stiano facendo il doppio gioco. Perciò non si può parlare di un rapporto con i civili. L'unico rapporto possibile è quello che c'è tra la forza che noi imponiamo e la loro disponibilità o meno a sottomettersi e a riconoscerla. Forse gli unici civili che stanno con noi sono gli uomini legati al governo. Questi, grazie a noi e agli interessi politici che ci sono nel tenerli in piedi, si stanno facendo i sacchi. In quelle zone ci sono traffici di tutti i tipi e i governativi si prendono la loro stecca. Che tipo di traffici? Dipende dai posti. In alcuni prevale la droga, specie in Afghanistan, nei Balcani armi, donne, operai. E poi c'è il grande business degli aiuti umanitari, che finiscono nei depositi gestiti dalle forze militari e poi sul mercato nero. Sono tutti traffici in cui i governativi ci sguazzano. In cosa consiste il business degli operai? Dipende. Nei Balcani si tratta di reperire forza lavoro a prezzi bassissimi per gli imprenditori che si sono precipitati in quelle zone. C'è una richiesta fortissima e noi la soddisfiamo con i rastrellamenti. Andiamo in una zona, portiamo via tutti quelli in buone condizioni e li trasferiamo nei centri di raccolta da dove vengono smistati. I centri sono gestiti a volte dalle polizie private degli imprenditori o da gruppi criminali locali. In altre zone, soprattutto in Iraq, la raccolta degli operai è fatta per metterli a lavorare per le industrie che interessano agli inglesi e agli americani. Nell'area balcanica sono traffici privati che gli organismi ufficiali conoscono e tollerano ma senza entrarci direttamente, in altri posti sono invece direttamente gestiti dagli apparati. Quindi questo comporta un modello di relazione con le popolazioni civili particolarmente teso? Intanto ti ripeto che non ci sono militari e civili ma ci siamo noi e ci sono loro. Questa è la distinzione dalla quale devi partire. Questa non è una guerra come quella dei film, questa è la guerra vera ed è tra noi e loro. Non c'è niente che non riconduca alla guerra. Traffici a parte, che sono delle cose che ognuno si vede un po' per conto suo, d'altra parte siamo lì anche per difendere il diritto alla libera iniziativa, cibo e medicinali li usiamo per tenere sotto pressione le popolazioni e costringerle a collaborare. Hai fame? Ti diamo delle scorte alimentari se ci dici tutto quello che sai o hai sentito dire sulla guerriglia. Tuo figlio sta male? Lo curiamo ma tu in cambio ci fai questo favore. Ecco, funziona un po' tutto così. Poi quella è gente non diversa dagli animali e al massimo li puoi trattare come un animale un po' addomesticato. Ma questa è una cosa che sanno tutti perché sono come gli extracomunitari che ci sono anche qua.

Lo spirito di conquista unito a una radicata convinzione di essere e rappresentare un grado umano superiore, che giustifica ampiamente fino a legalizzarla la dominazione, sembra il frame «culturale» che informa il nuovo combattente. Un aspetto che diventa più che evidente attraverso le parole di un altro appartenente alle truppe combattenti, specializzato in operazioni di controguerriglia psicologica. Una strategia il cui scopo è annichilire sul nascere qualunque tentativo di resistenza da parte delle popolazioni prese in cura e creare un totale asservimento allo strapotere messo in campo dagli «operatori umanitari». In cosa consiste la controguerriglia psicologica della quale, per altro, ufficialmente nessuno ha  mai sentito parlare?  Questo mi sembra abbastanza normale, semmai dovrebbe far scalpore il contrario. L'idea che i non addetti ai lavori hanno in genere della guerra è quella vista al cinema o alla tv, con i film della seconda guerra mondiale. Da tempo quel tipo di guerra non esiste più. È normale che almeno il 70% delle operazioni belliche siano oscurate o addirittura ufficialmente non compaiano da nessuna parte. Si tratta di operazioni coperte, così come tutta la conduzione della guerra è in qualche modo sotterranea. È vero per la controguerriglia psicologica così come per tanti altri aspetti. Per esempio le operazioni di bonifica. Raramente se ne sente parlare e, quando capita, le si fanno passare per operazioni contro postazioni ribelli. In realtà le battaglie ufficiali, quelle contro insediamenti della guerriglia, sono solo una piccola parte di quanto avviene sul campo, anche se sono le uniche continuamente mostrate. Questo perché, essendo le più vicine alla dimensione classica della guerra, sono quelle più facilmente mostrabili all'opinione pubblica. E anche queste, in ogni caso, sono mostrate in modo un po' ridicolo perché sono sempre preorganizzate. Le riprese non avvengono mai in diretta ma sempre dopo. Così si può preventivamente selezionare il materiale video e, se ci fai caso,non si vede mai il campo di battaglia a operazione conclusa ma sempre in una fase iniziale. Altre volte si tratta di riprese del tutto simulate dove qualcuno recita la parte dell'assaltatore  e, senza essere inquadrato, qualcuno spara qualche colpo fingendo di essere della guerriglia. Tanto è vero che non si vedono mai le armi che vengono usate negli assalti. Ti riferisci al fosforo bianco? A quello ma non solo. Il fosforo bianco è quello che ha fatto più scalpore semplicemente perché tutti ne sono venuti a conoscenza ma per arrostire i terroristi i modi sono tanti, ovviamente non possono essere mostrati. Anche questo, in realtà, è una parte del lavoro di controguerriglia psicologica. Un lavoro che consiste nel rendere impensabile, tra la popolazione, l'idea stessa di poter resistere o mostrarsi semplicemente ostili. La controguerriglia psicologica ha lo scopo di annientare la volontà del nemico. Non lasciargli speranze. Al di là di tutto, quelle in cui siete impegnati sono missioni di guerra a tutti gli effetti che si potrebbero addirittura considerare come guerre totali? Ma vedi, bisogna un po' capire come funzionano le cose altrimenti si finisce con l'avere un'idea del tutto sballata delle guerre in cui siamo impegnati. Il primo problema che devi affrontare è far capire chi comanda. Devi togliere a quella popolazione ogni punto di riferimento e azzerare qualunque tipo di autorità, di qualunque tipo. Devi fargli capire che la loro vita e la loro morte dipendono solo da te che loro non sono niente. Che tu puoi tutto e loro niente. Questa è la prima fase, quella dove devi agire a tappeto. Non colpisci qualcuno perché è sospettato di qualcosa ma semplicemente perché sta lì davanti a te. Tu sei il suo padrone e lui il tuo servo. I modi sono tanti. La tecnica del gioco del bowling è uno di questi. Non devi esagerare però come impatto iniziale dà dei buoni effetti. Vai in giro con il blindato e ti scegli un obiettivo a caso e poi cominci a corrergli dietro. A volte,dopo averlo fatto correre un bel po' lo lasci andare, altre lo schiacci e lo lasci spiaccicato come una formica. Questo è l'obiettivo. Nei tuoi confronti devono sentirsi impotenti come degli insetti, capire che tutto dipende da te e che loro non hanno alcun diritto e possibilità di opporsi. Un altro sistema importante è la violenza verso le donne davanti agli uomini della famiglia. Fare fottere la moglie, la madre o la sorella da 5-6 militari davanti ai maschi della famiglia è un modo per fargli perdere completamente l'autostima e farli regredire in uno stato catatonico dal quale non si riprendono più. Un altro sistema è quello di mitragliare, mentre passi, senza alcun motivo i passanti. Cioè, senza farla troppo lunga, la prima fase è quella del terrore. Non è selettiva ma serve a far capire chi guida le danze. Poi ci sono quelle maggiormente mirate. Un lavoro importante è la  continua ridicolizzazione dei loro simboli che, a seconda dei casi, possono essere nazionali o religiosi. Le storie sul Corano, che ormai sanno tutti, sono una di queste tattiche. In questo modo, colpendo i simboli a cui si sentono maggiormente legati, se ne intacca la fiducia in profondità. Devi tenere presente che hai a che fare con gente che non è come noi, è molto più facilmente impressionabile e molto più attaccata a certe cose, sono un po' dei creduloni e se gli fai rotolare nel fango i simboli a cui loro danno tanta importanza, per loro è uno choc che li annichilisce. Testimonianze brevi ma sufficienti a raccontare pur qualcosa di quanto accade in giro per il mondo. Tuttavia, almeno un altro punto di vista, è parso il caso di ascoltarlo. In un'epoca in cui le battaglie per le «pari opportunità» suscitano passioni quasi incontrollate, la presenza di una «voce femminile » è per lo meno doverosa. S. è una giovane militare che aspira a diventare «forza combattente». A breve sarà in discussione un provvedimento legislativo, sacrosanto, che dovrebbe togliere l'ultimo tabù presente nelle forze armate, che inibiscono la partecipazione delle donne ai reparti d'élite. Un divieto non solo ingiusto ma del tutto privo di senso visto che, dove impiegate, il «valore combattente» delle donne si mostra di solito più elevato di quello dei colleghi maschi e la loro determinazione operativa sovente è di gran lunga superiore a quella dei commilitoni dotati di fallo. Del resto i manuali di contro - guerriglia Nato, nel caso di attacco a una formazione terroristica, suggeriscono che se il gruppo operativo individua delle donne tra le forze avverse queste devono essere le prime a essere eliminate o neutralizzate perché, di solito, si rivelano le più ostiche oltre a essere le meno disponibili a negoziazioni o rese. Qualcosa vorrà ben dire. In attesa del provvedimento legislativo S. si prepara con puntiglio ai test attitudinali ai quali sarà sottoposta. La passione per la guerra, anche se una certa predisposizioni per attività che le logiche di senso comune considerano poco femminili le ha coltivate da tempo, è maturata dopo la visione di Soldato Jane. Un fatto non proprio sorprendente che mostra quanto, nei nostri mondi, il rapporto tra fiction e realtà sia a dir poco tenue e come tra le due vi siano continue contaminazioni. Del resto, come ha ricordato Tommaso Buscetta, gli uomini di Cosa Nostra iniziarono a indossare abitualmente gli occhiali da sole scuri, ascrivendoli a segno distintivi degli «uomini d'onore», solo dopo l'uscita de Il Padrino. Il punto di vista che l'aspirante combattente a tutto tondo esprime è, almeno tra la sintetica carrellata di testimonianze proposte, quella che con ogni probabilità è in grado di riscuotere a piene mani consensi bipartisan. Come nasce la tua vocazione per la carriera militare? Fin da piccolo sono sempre stata attratta dall'idea di intraprendere una carriera alla quale, di solito, le donne non aspirano o sono sconsigliate dal farlo. Dopo aver visto Soldato Jane questa sceltami si è materializzata davanti. Mi sono identificata in lei e ho iniziato la mia personale battaglia per raggiungere quello scopo. Ho deciso di entrare nell'esercito e mi sto preparando a coronare il mio sogno: diventare effettivo di un'unità operativa. Come consideri il veto che è ancora posto alle donne nei confronti di questa professione? Esattamente un'ingiustizia e per più motivi. Soprattutto considero una contraddizione in termini negare l'accesso alle donne a una professione solo perché donne, senza tenere minimamente presente che, l'idoneità al combattimento,non può essere risolta in termini generali ma particolari. È una scelta selettiva che deve tenere conto delle attitudini individuali le quali, con l'appartenere a un genere piuttosto che a un altro hanno ben poco a che fare. In più questo contraddice palesemente i valori per cui il mondo libero si sta battendo e per i quali io credo sia fondamentalmente giusto combattere senza tentennamenti. La guerra che giustamente stiamo combattendo contro il terrorismo globale è condotta in nome di quanto ci è di più caro: la libertà individuale, una società fondata sulla meritocrazia e quindi sulla libera concorrenza di tutti gli individui e la loro concreta possibilità a misurarsi nelle sfide della vita, una società non schiacciata in basso ma che consente a ciascuno di farsi valere per ciò che è. Quindi impedire a priori a una donna l'accesso alle unità combattenti lo trovo in aperta contraddizioni verso tutto ciò in cui crediamo. Fortunatamente il buon senso sembra che stia per prevalere e le selezioni saranno basate unicamente sui test che ogni candidato dovrà affrontare. A quel punto penso di potermela giocare fino in fondo. Quindi, se tutto andrà per il meglio, tra non molto potresti essere schierata in prima linea in zone di guerra. Con quale spirito ti accingi a farlo? Con lo spirito e la certezza di essere dalla parte del giusto. Per combattere, dato per scontato la necessità di un'adeguata preparazione e di una manifestata idoneità a reggere il conflitto sul campo, occorre una motivazione. Una determinazione che non puoi certo trovare solo nella consapevolezza di saper fare bene il tuo mestiere. Fare il soldato non è come andare a fare l'impiegato in comune, non puoi non sentirti coinvolto in ciò che fai. Quindi la motivazione che ti spinge a combattere finisce con l'avere un peso fondamentale.Tu sai che vai a uccidere, perché poi è inutile girarci tanto in giro, la guerra è questa: uccidere il nemico e non è una cosa che puoi fare senza aver chiaro chi è e perché lo stai per annientare. Se così non fosse, non saresti più un soldato ma un killer a pagamento e noi militari non siamo certo degli assassini prezzolati. Quindi, questa non è una cosa solo mia sia chiaro ma è ciò che nell'esercito si dice con molta chiarezza, l'idea di contro chi ci battiamo è molto chiara e del perché ci battiamo ne siamo non solo coscienti ma orgogliosi. Sotto certi aspetti, la guerra attuale, è un po' la continuazione della guerra contro il comunismo. Anche adesso si tratta di liberare il mondo da un modello totalitario che schiaccia gli individui e li trasforma in semplice massa di manovra. Un nemico che vive e prospera, non diversamente dal comunismo, sull'ignoranza e l'azzeramento dell'individualità alla quale, per di più, aggiunge il fanatismo religioso e un modello di società organizzato per caste. Tutto ciò contro il quale le società occidentali si sono da sempre battute. Quindi è un nemico a dir poco assoluto nei confronti del quale non è pensabile un riconoscimento di pari dignità? No questo mi sembra del tutto impensabile. La guerra in corso non è condotta contro un esercito simile al tuo, a cambiare non è il colore di una divisa ma due idee del mondo e della vita totalmente diverse. Da una parte c'è la civiltà, il benessere, la libertà dall'altra barbarie, fanatismo, tribalismo. È uno scontro tra due mondi.Da una parte l'Occidente progredito, intraprendente e civile, dall'altra popolazioni il cui sviluppo si è attestato a livello inferiore dando forma a società obiettivamente inferiori alle nostre. Credo che, sulla base di quanto la storia ha dimostrato, l'Occidente può vantare a pieno titolo una supremazia su queste popolazioni e non può e non deve tollerare di essere minacciato da queste. In gioco c'è il modello di vita occidentale, al quale non possiamo e aggiungerei non vogliamo rinunciare in alcun modo. Quindi contro questo nemico non ci sono e non ci possono essere mezzi termini? Senza voler scandalizzare nessuno anche se ultimamente non sono in pochi a parlarne in positivo, penso che nei confronti di queste popolazioni, non solo per la nostra sicurezza ma anche per il loro benessere, il colonialismo non sia poi una soluzione così detestabile. A quale stadio di civiltà sarebbero molti popoli se non avessero potuto usufruire dei benefici del colonialismo inglese o francese? In quali condizioni sarebbero precipitate intere aree del mondo se, anni addietro, gli americani con i loro interventi a tutti i livelli non fossero intervenuti per bloccare l'espansione comunista? Cosa sarebbero diventate queste popolazioni se le avessimo lasciate da sole? Credo che queste sono le domande alle quali noi, e come soldati per primi, siamo chiamati a rispondere. Allora mi chiedevi qual è il limite da adottare nei confronti di questo nemico? La risposta non è complicata. Nessun limite nei confronti delle forze ostili e al contempo un graduale inserimento di quella parte di popolazione che si mostra più adatta o adattabile ai valori del mondo occidentale. Credo che la nostra missione sia essenzialmente una missione di civilizzazione ma non puoi civilizzare un posto se prima non hai eliminato la teppa che lo infesta. E il nemico che combattiamo non merita un riconoscimento e una stima diversa da quella che riserviamo al teppista di strada. Per questo prima è necessario bonificare in profondità il territorio A qualunque prezzo? Non si possono fare le frittate senza rompere le uova.


 

Al di là degli aspetti più truci e sanguinari quanto raccontato nelle interviste è meno eccezionale di quanto potrebbe apparire, e il tipo umano messo in forma dagli scenari bellici contemporanei, ben lungi dall'essere l'aporia del nostro tempo, non fa che incarnare fino alle estreme conseguenze il tipo umano comunemente riscontrabile nei nostri mondi. Il modo in cui si combatte è lo specchio, forse solo leggermente ingigantito, di un modello socio-culturale condiviso. In un'altra epoca Ernest Junger tornò deluso dai Lidi africani scoprendo che la forma guerra era facilmente riscontrabile nella «fabbrica», e che le differenze tra il legionario e l'«operaio » si riducevano al sottile alone di «romanticismo» necessario alla Legione per continuare a vendere il suo prodotto. Non diversamente, oggi, le retoriche che animano i corpi d'élite sono la prosecuzione operativa del processo di svalutazione dell'altro, abitualmente messo in circolo nei nostri mondi, e la guerra non sembra essere altro che l'estensione della guerra quotidianamente combattuta contro i «clandestini ». Basta pensare al numero di cadaveri «clandestini» di cui i mari delle nostre coste, militarmente presidiate, fanno abitualmente incetta. Morti senza volto, per nulla diversi dai corpi profanati, torturati, bruciati e stuprati nelle varie zone di guerra e per di più totalmente inermi. A loro non è concessa neppure la carta estrema del «suicidio combattente» come, nel caso dei «kamikaze», la guerra asimmetrica sembra concedere a molti popoli come forma ultima di resistenza. Con estrema semplicità e senza alcun clamore muoiono ingoiati dai flutti. Uno spettacolo che ciascuno può gustarsi seduto in poltrona insieme al suo corollario: il trasferimento dei sopravvissuti nei lager. In poche parole bisogna pur riconoscere l'assenza di enfasi quando, rivolgendoci ai nostri soldati combattenti, li apostrofiamo benevolmente come «i nostri ragazzi». In effetti stanno facendo, senza se e senza ma, ciò che noi gli abbiamo chiesto e, al di là delle loro esperienze estreme, quel tipo umano è lo stesso che ritroviamo ogni giorno guardandoci allo specchio. Siamo partiti con non poco entusiasmo per andare alla ricerca di un particolare tipo umano, ma con non poca delusione siamo giunti a una scoperta stupida e terrificante, la stessa alla quale era pervenuta Arendt in uno dei suoi scritti più suggestivi: dietro l'orrore dell'olocausto e della tragedia nazista non vi era nulla di eccezionale ma la prosaica banalità del male dell'uomo qualunque. La nostra banalità.
domenica, 17 dicembre 2006

www.altrenotizie.org diventa testata giornalistica


In fondo alla pagina di www.altrenotizie.org appare da oggi la scritta: "Altrenotizie.org è una testata giornalistica. Registrazione presso il Tribunale civile di Roma n. 476 del 13/12/2006."

La cosa di per se non significa molto, se non che un altro step di un cammino lento (ma evidentemente inesorabile) è stato compiuto e che ora Altrenotizie da "sito" si è trasformato in "testata giornalistica".

Il cammino di cui sopra è iniziato alcuni anni fa quando alcuni avventurosi incontratisi su www.italy.indymedia.org fecero di www.reporterassociati.org (ora estinto) un sito interessante.
Chiusa con una certa amarezza quell'esperienza i sopravvissuti ai deliri di un personaggio alquanto ingestibile decisero che non sarebbe finita lì.

Altrenotizie ha così cominciato le pubblicazioni il primo gennaio 2006 e arrivati ad oggi ha già decisamente superato i pur buoni risultati ottenuti da reporterassociati. La scelta di farsi "testata" vuole essere, prima di tutto, una scelta di serietà. Il nuovo status non influisce certo  sulla qualità di quanto pubblicato e nemmeno può essere un "bollino" che certifica qualità a prescindere; abbiamo tutti a disposizione molti esempi per dire che le cose non stanno così.

Ieri la redazione si è incontrata fisicamente e insieme abbiamo ipotizzato alcune implementazioni che cercheremo di rendere operative al più presto, tra queste quella che mi sembra la più godibile, cioè offrire insieme agli articoli scritti la possibilità di scaricare in podcast le letture degli stessi.

In ogni caso l'obiettivo più ambizioso che ci siamo posti, per il momento, è di passare da 2 a tre articoli pubblicati al giorno. Articoli che saranno, come ora, tutti originali e scritti per altrenotizie, mentre continueremo a raccogliere da altre fonti, nella rubrica "pescati dalla rete", i testi che ci colpiscono per la loro qualità e che riteniamo utile segnalare a chi ci legge.

Stay tuned e fateci sapere cosa ne pensate

postato da mazzetta alle ore 20:39 | Permalink | commenti (11) / commenti (11) (pop-up)
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domenica, 17 dicembre 2006

Siamo i personaggi dell'anno - Time: person of the year -


time_2006
La tradizionale copertina di "Time"  sul "personaggio dell'anno" è dedicata alle persone che attraverso la rete hanno contribuito a ridefinire i confini e i modi dell'informazione all'alba del terzo millennio.
L'esplosione della partecipazione all'offerta di informazione (ma non solo) elettronica ridisegna le gerarchie della costruzione dell'immaginario e della selezione memetica, avanzando in prima fila i produttori non professionali di contenuti e vanificando l'insipienza di un sistema di produzione del senso sempre più legato ad interessi commerciali. Lo schermo di un PC che riflette l'immagine del lettore sostituisce questa volta la tradizionale immagine di un "grande" che si è distinto nell'anno appena trascorso.

Mentre diventiamo sempre più spesso i produttori dei contenuti che ci interessano ed appassionano e   mentre i professionisti dell'infotainment riflettono sul fenomeno cercando modi di guadagnarci sopra, Time riconosce che lo slogan di Indymedia, "Become your media!", è un invito che è stato raccolto da milioni di persone, anche da quelle che non l'hanno neppure mai sentito.

Time riconosce quindi il personaggio dell'anno in tutte quelle persone che si sono fatte media, pubblicando blog o anche semplicemente file sui grandi social network come Myspace o su su Youtube.

Un riconoscimento del quale non sentivamo davvero bisogno, ma forse più che un riconoscimento si tratta della presa d'atto da parte di Time che il mondo della produzione di contenuti sta cambiando velocemente e che la rete ormai è matura per imporsi come luogo primo di produzione di senso, di informazioni e di relazioni.

Un primato da accogliere con contenuta soddisfazione e da analizzare criticamente (non solo perchè Time in fondo è davvero una rivista di qualità modesta), perchè ancora una volta non sarà la natura del mezzo a rivelarsi  benigna o maligna,  ma  perchè il punto continuerà ad essere  nell'impiego che ne faremo.
 

 

>>>> piccola integrazione:

Un articolo di Alex ci segnala che nel nostro paese internet si sta letteralmente intasando; forse era meglio se invece di pagare milioni di euro ai vari Tavaroli e Mancini, il consiglio di amministrazione Telecom si faceva due conti e si rendeva conto che l'infrastruttura aveva bisogno di investimenti.

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sabato, 16 dicembre 2006

Africa, la Francia è in guerra.

arton727Senza troppo rumore, così poco che non se ne è accorto nessuno, la Francia è intervenuta in Repubblica Centrafricana per liberare il presidente Bozize da una ribellione e sta combattendo in Ciad contro l’opposizione al tiranno Idriss Deby Itno. Il generale Guillou ha sostituito il generale Pérez sul campo e in pochi giorni ha avuto ragione dei “ribelli” che avevano occupato diverse città nell’Est della Repubblica Centrafricana.  Installatosi nella riserva di caccia preferita da Giscard D’Estaing, ora riserva naturale dell’Ouandja-Vakaga, a circa 800 chilometri a Nord-Est della capitale Bangui, il comando francese ha mosso il reggimento di paracadutisti “1er Rpima” ( Premier Régiment de parachutistes d’infanterie de marine) di Bayonne e i COS (commandos opérations spéciales) che, con l’aiuto dei Mirage, hanno facilmente avuto ragione dei combattenti dell’UFDR (Unità Nazionale dell’Opposizione) in meno di una settimana. Ben poco avrebbero potuto contro la ribellione il centinaio di soldati ciadiani inviati da Deby a sostenere il presidente Bozize, da lui stesso (con l’aiuto francese ) portato al potere con un golpe nel 2003, o le forze centrafricane che si sono rifiutate di combattere contro i “fratelli”. 


Ancora meno i soldati della “Force multinationale en Centrafrique” (Fomuc) che parimenti non hanno ritenuto di dover essere coinvolti nella contesa. Michel de Bonnecorse, Consigliere alla Presidenza francese, ha dichiarato che l’intervento serve ad evitare la destabilizzazione dei due paesi e che è avvenuto “su richiesta dei due presidenti”. Da parte francese finora risulta che solo un soldato sarebbe stato ferito gravemente. Da notare che fino a due settimane fa la Francia smentiva qualsiasi ipotesi di coinvolgimento in combattimenti che invece la vedono protagonista fin dalla scorsa primavera.

A completare l’opera, la pressione diplomatica francese ha fermato anche il congolese Bemba, il quale dopo aver perso le elezioni contro Kabila stava pensando ad un rientro sulla scena centrafricana che negli anni passati lo aveva visto combattente protagonista. Anche in Ciad, intanto, le truppe francesi lavorano alacremente; in primavera hanno fermato l’attacco delle opposizioni alla capitale ciadiana e oggi stanno combattendo accanto ai rimasugli della Guardia Presidenziale (in gran parte passata con la ribellione) e ai mercenari assoldati da Deby contro il fronte unito delle opposizioni.

Da quanto emerso si evidenzia innanzitutto che le pretese dei due presidenti, per i quali le ribellioni sarebbero state istigate e sostenute dal Sudan, è smentita dagli stessi militari francesi, che una volta catturati i ribelli hanno verificato come fossero armati con dotazioni sottratte all’esercito centrafricano e non con forniture “straniere”; al contrario è invece noto il supporto del governo del Ciad all’opposizione sudanese.

I "Mirage" e gli "Atlantic II" che decollano dalla capitale ciadiana stanno ora interessandosi ai nemici di Deby che non possono fare altro che ricordare, con le parole del deputato federalista Ngarlejy Yorongar in un appello all’ambasciatore francese, che l’articolo 4 del trattato di cooperazione militare tra Ciad e Francia, a proposito dei militari francesi recita: “Ils ne peuvent en aucun cas participer directement à l’exécution d’opérations de guerre ni de maintien ou de rétablissement de l’ordre et de la légalité...”. (..“non possono in alcun caso partecipare direttamente all’esecuzione di operazioni di guerra, né di mantenimento o ristabilimento dell’ordine e della legalità”).

Si tratta quindi di un ritorno in grande stile della Francia privo di qualsiasi parvenza di “legalità”. Parigi sta cercando di non attirare troppo l’attenzione, volendo evitare di riproporsi nel ruolo di “gendarme d’Africa”, esercitato per oltre un secolo dalla Republique. Ruolo che si pensava abbandonato dopo che gli affari francesi in Africa si sono fortemente ridimensionati, ma che è tornato ad essere d’attualità ora che le estrazioni petrolifere e l’oleodotto che porta il greggio ciadiano al golfo di Guinea sono minacciate dall’instabile situazione politica.

Per le opposizioni ai due dittatori (che hanno preso il potere con colpi di stato) c’è poco da fare e da sperare. La Francia considera i due campioni regolarmente eletti, poco importa se attraverso elezioni-farsa o se (come nel caso di Deby) hanno manomesso la Costituzione per farsi rieleggere; l’importante è evidentemente l’adesione dei due leader ai progetti dei veri attori della politica nell’Africa Centrale, che in questo caso indossano il logo di EXXON e Total.

I due interventi non hanno sollevato scandalo in Francia, tanto che non sono nemmeno entrati nel dibattito che infuria nelle more della corsa alle elezioni presidenziali; Sarkozy e Royal non sembrano interessati a quanto avviene in Africa, gli abitanti della quale notoriamente non votano in Francia. Peraltro queste due guerre non sono nemmeno state portate all’attenzione delle opinioni pubbliche o della comunità internazionale.

La circostanza sarebbe pur ghiotta, se non altro per rimarcare il differente approccio della Francia quando si arriva alla questione della guerra; quelle degli altri per i francesi sono sbagliate, mentre quelle che rinverdiscono le gesta della Legione Straniera non meritano nemmeno di essere discusse.
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giovedì, 14 dicembre 2006

Play time per Monsieur Hulot

In Francia, il fenomeno più appariscente che sta agitando la corsa presidenziale è l'entrata in scena di Hulot e del suo patto ecologico
"Nicolas Sarkozy soutient la démarche de Nicolas Hulot et ses propositions pragmatiques".

M.me Segolene firmerà anche lei il "patto ecologico" di Hulot, patto che è composto da 10 obiettivi e 5 proposizioni.

Comunque fino ad ora non lo hanno firmato.


Intanto Hulot, che oltre ad essere un attivista verde è anche un animatore di programmi televisivi ( il più famoso è Ushuaïa Nature), patron di una fondazione e giornalista, mantiene la suspence sulla sua possibile candidatura alle presidenziali.

Playtime_Frame"Si d’avenir je devais me présenter, ce serait pour obtenir dans un rapport de force électoral ce que je n’aurai pas pu obtenir par la raison". "Il ne m'a jamais traversé l'esprit d'être président", a-t-il ajouté, précisant que son rôle était celui "d'intermédiaire".

Diversamente dal suo avo, che ispirò a Jacques Tati la figura di Monsieur Hulot (protagonista in Playtime e in altri film del regista francese) , il personaggio sembra molto sveglio e capace di giocarsela a tutto campo.

I due candidati si sono affrettati a dargli ragione per evitare che si candidi; pur avendo poche speranze, infatti, sicuramente è in grado di drenare parecchi voti e non è del tutto chiaro quale dei due concorrenti principali potrebbe essere danneggiato dalla sua candidatura.

Ed ecco che all'improvviso le questioni ambientali diventano l'ago della bilancia delle presidenziali francesi, decisamente una novità da accogliere con favore.
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giovedì, 14 dicembre 2006

Giudici in vendita

Riporto questa analisi (dal New York Times ) sul sistema giudiziario americano, in particolare sui giudici, le loro carriere e sulle conseguenze figlie di un sistema che in Europa sembra bizzarro, ma che negli Stati Uniti è quello attraverso il quale si dovrebbe rendere giustizia ai cittadini.


La natura classista del sistema giudiziario americano emerge in tutta la sua violenza dall'analisi, così come sono ben evidenti le influenze ideologiche di un pensiero che prima ancora di poter essere classificato come reazionario, si impone all'attenzione per le basi sociologicamente grossolane sulle quali pretenderebbe di fondarsi. Il fenomenale aumento dei costi della politica, spinto dai lobbisty e dai fondi privati dei politici americani, ha inflazionato anche le elezioni per le funzioni pubbliche (i giudici vengono eletti e non nominati), costringendo i giudici a trovare gli sponsor e a diventare molto sensibili ai loro interessi.

Judges for Sale

It is long past time to drain the influence money from America's system of justice.


by DOROTHY SAMUELS
Published: December 12, 2006
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AuthorDorothy Samuels, an Editorial Board member, writes on law, civil rights and national affairs.


I. Bad Alchemy: Turning Judges Into Politicians
II. The Turning Point
III. The Virus Spreads
IV. The Race for a Cure

Previous Talking Points Articles

It was bound to happen sooner or later. Special interests have long targeted candidates for executive offices, like president and governor, and legislative offices, like Congress and state legislatures. It was just a matter of time before well-heeled business and other interests would expand their influence-peddling efforts, and begin pouring large amounts of money into previously sleepy judicial campaigns.

Several years ago, it started happening — first in just a few states, then spreading to a lot more. The unwholesome result is the dawn of a new era of raucous million dollar-plus campaigns for key state judgeships that is forcing more and more would-be jurists to bond with special interest backers, and invest in cheesy 15- and 30-second TV spots, if they want to get on the bench, and stay there.

As spending by special interests in state judicial elections soars into the stratosphere, something very precious to Americans is being grievously compromised. And in certain pockets of the country, it seems well on the way to being lost altogether. That precious something is the integrity and impartiality of the nation's courts.

Justice, the saying goes, is blind — symbolized in courthouses across the country by statues of Lady Justice, blindfolded so she can rule without fear or favor. But increasingly, there is one thing Justice in America can see quite clearly — who is giving her money. A modern rendition of Lady Justice would show her with one arm extended, reaching for large campaign contributions. Those contributions — from insurance companies, big business, tobacco companies, the building and health care industries, unions, trial lawyers, the religious right, and other special interests — do more than create a bad appearance. They seem to be having an effect on the decisions courts are making.

If we want to preserve an independent and impartial judiciary — something that is a shining part of what America stands for, and an indispensable guardian of American rights — getting rid of the corrupting influence of money sloshing around in judicial campaigns is now a matter of genuine urgency.

I. Bad Alchemy: Turning Judges Into Politicians

It is no longer shocking that special interests have proved adept at corrupting Congress and state legislatures by using humongous campaign contributions to win government favors. Now, though, these same special interests are turning their attention, wallets, and political firepower to buying up state judges, calculating — correctly, sad to say — that pouring millions into helping to seat judges likely to side with them in important cases can be a darn good investment.

Just how good an investment was driven home last month, when the United States Supreme Court declined, without comment, to review last year's 4-to-2 Illinois Supreme Court decision that threw out, on specious legal grounds, a $10.1 billion award against Philip Morris U.S.A. for enticing consumers to buy "light" cigarettes on a fraudulent promise they were lower in tar and nicotine.

Predictably, critics of big consumer class actions — and of the plaintiff-friendly Illinois jurisdiction of Madison County in particular — joined the world's largest cigarette company in applauding the high court's pass.

But some victory. The state Supreme Court justice who cast the deciding vote in the case, a former lower court judge named Lloyd Karmeier, received million of dollars in campaign support in 2004 that Philip Morris and other tobacco interests tendered for the very purpose of trying to reverse the enormous "light" cigarette award. They got what they paid for.

Judicial ethics rules exempt campaign contributions from their otherwise strict approach of requiring judges to disqualify themselves whenever their impartiality might reasonably be questioned. But given the history, Justice Karmeier's failure to voluntarily recuse himself was a disgrace.

The Philip Morris case, it should be noted, was not the first time that Justice Karmeier, a Republican, ruled for big contributors in a high-profile case.

In 2004, fresh from the record-setting campaign brawl in which he and his Democratic opponent raised in the vicinity of $9.3 million in political contributions — an amount surpassing the fundraising totals in 18 U.S. Senate races that year — Justice Karmeier voted to reverse a breach of contract verdict of more than $450 million against State Farm Automobile Insurance Company. Legally, the result may not have been unreasonable, but it nevertheless carried a stench. While the case was pending, State Farm employees, lawyers, and others affiliated with the insurance company made $350,000 in direct contributions to Justice Karmeier's all-but-bottomless election war chest. Groups closely tied to State Farm gave over $1 million more.

Mr. Karmeier is hardly alone.

Examples abound of state judges rendering rulings favorable to their large contributors in significant cases. Indeed, a study last fall of the Ohio Supreme Court by Adam Liptak, Janet Roberts, and Mona Houck of The New York Times found that sitting on cases after receiving campaign contributions from the parties involved, or from groups filing support briefs, is routine. In the 215 Ohio cases with the most glaring potential for conflicts of interest over a 12-year period, state justices recused themselves just nine times. Ohio justices voted in favor of their contributors 70 percent of the time.

In 2002, Justice-at-Stake, a judicial reform group, surveyed 2,428 state court judges around the country. More than half of them candidly conceded that campaign donations influenced their decisions at least some of the time.

With business interests — including manufacturers of flawed and unsafe products and big environmental polluters — now outpacing the organized plaintiffs bar and everyone else in underwriting candidates in expensive judicial races, strong enforcement of established consumer, health, and environmental protections is in serious jeopardy, along with fair functioning of the legal system, and public respect for the courts.

Although the judiciary's big money problem is most visible at the state Supreme Court level, where high-spending TV advertising underwritten by special interests is becoming the norm, money is increasingly infecting the justice system at lower levels, too.

Last June, for example, The Los Angeles Times reported that 17 incumbent district judges in Nevada on the ballot of the last judicial election raised over $1.7 million in campaign funds. Much of the money was harvested from attorneys and casinos and other corporations with cases pending before them. Of the 17 incumbents, the report further noted, 13 ran unopposed, but collected nearly $1 million in campaign contributions anyway.

At the end of the campaign, they were sitting on unspent contributions of $634,000, which they were not required to return. Instead, Nevada law provides broad leeway for judges to roll over excess contributions to their next campaign — discouraging future challengers — or to pay for fancy restaurant dinners or other lifestyle enhancing activity that might creatively be justified as campaigning.

The resulting damage here is palpable. Courts derive their legitimacy from their perceived neutrality and independence. Judges, whose constitutional role it is to fairly apply the facts and law in individual cases, are supposed to stand up to powerful interests when necessary — with no exemption for campaign contributors. When check-wielding interest groups support congenial judicial candidates — in essence, buying up seats on the bench — they undermine the fundamental mission of the courts.

II. The Turning Point

Thirty-nine states choose at least some of their top judges by election, creating a patchwork of partisan and non-partisan contests, and uncontested up-or-down votes on appointed incumbents, known as "retention elections."

In all, about 86 percent of America's judges are required to face voters.

Judicial elections have always been a breeding ground for conflicts of interest. Beyond a candidate's relatives and personal friends, and a smattering of good government types, after all, who would feel motivated to contribute to the average judicial contest — except for those looking to improve the odds of favorable rulings, namely lawyers and their clients? But, until recently, contests even for the top state judgeships were typically quiet, low-visibility affairs, and the fundraising and conflict issues relatively benign. In many places, campaign contributions were less of a worry than other perennial problems, like undue clubhouse influence, partisan or ethnic voting defeating worthy candidates, low voter interest, and a shortage of quality candidates willing to run.

But in just a few short years, state judicial campaigns have changed dramatically, and not for the better. Thanks to a huge influx of special interest money, once tame and dignified judicial contests are more and more degenerating into nasty and expensive partisan slugfests, complete with inaccurate and distorting TV ads that mimic the worst excesses of campaigns for Congress or governor.

In the December 1 issue of American Lawyer, Alison Frankel retraces the history of the successful business-backed movement to remake the civil justice system to render it less hospitable to product liability suits and high damage awards for people's injury claims — the prime driving force turning judicial elections into corruptive money pits. In the late 1980s in Texas, Ms. Frankel recounts, a coalition of businesses and doctors formed the Texas Civil Justice League and proceeded to lobby the state legislature for a cap on punitive damages and other pro-defendant changes in the law.

As part of their strategy, they also got heavily involved in state judicial elections by, among other things, distributing millions of playing-card-sized voter guides through local businesses and doctors' offices. By 1995, these efforts had succeeded in transforming the Texas Supreme Court. "The new Texas court showed its allegiance quickly," Ms. Frankel writes, "with pro-business ruling on punitive damages and expert witnesses."

But the real turning point came in 2000.

In October of that year, the United States Chamber of Commerce, the prominent business lobby, announced that it would spend more that $1 million on "educational" advertising in Mississippi and a handful of other states where companies complained of "frivolous" lawsuits.

Its stated goal was to warn voters about judicial candidates who might overrule so-called tort reform legislation backed by business. The Ohio and Illinois Supreme Courts had already done just that, throwing out sweeping tort law changes approved by those states' legislatures on state constitutional grounds.

The $1 million the national chamber of commerce was committing came on top of millions more it was already contributing to advertising campaigns being conducted by its affiliates in Michigan and Ohio dealing with Supreme Court races in those states.

Officials of the national chamber contended more aggressive involvement in judicial races was necessary to counteract the influence of contributions trial lawyers were making to judicial campaigns. They were suggesting a link, not entirely unfairly, between trial lawyer largesse and rulings striking down pro-business "tort reform" laws passed by state legislatures. (Of course those laws' path through the legislatures had been well-greased by the chamber's own generous donations to state lawmakers' campaigns.)

In 2000, state Supreme Court candidates collectively spent $45.6 million on their races, an astonishing 61 percent increase over two years before, and double the total raised by judicial candidates in 1994.

At least half of all donations came from two sectors of society with a big stake in court decisions: business interests and lawyers.

These swelling war chests launched unprecedented judicial "air wars," and a discernible coarsening in the tone of judicial campaigning. All together, more than $10 million was spent barraging voters with more than 22,000 airings of television ads, according to data contained in the 2000 edition of "The New Politics of Judicial Elections," the bi-annual report on judicial campaigns issued by Justice-at-Stake, New York University Law School's Brennan Center for Justice , and the National Institute for Money in State Politics.

The television commercials, many of them decidedly un-judgelike attack ads, were bought either by the judicial candidates themselves or by political parties and interest groups. But at least, all those 15-second and 30-second TV ads were confined to just four states with fiercely contested races — Ohio, Mississippi, Michigan, and Alabama. The rest of the country was spared.

III. The Virus Spreads

In the 2002 election cycle, regrettably, more states were infected by this special-interest-money fever. More special interests began targeting state Supreme Court seats, and television ads became a mainstay of judicial elections in more than twice as many states as in 2000 — even though fewer states had contested elections that year. In Mississippi, the average cost of winning a judgeship skyrocketed to more than $1 million, compared to just under $400,000 two years earlier — the increase, perversely, both driven and underwritten by special interests.

In June 2002, the U.S. Supreme Court, made it harder to contain the damage. Its 5-to-4 ruling in one landmark case, Republican Party of Minnesota v. White, struck down, on free speech grounds, a Minnesota rule forbidding judicial candidates from announcing their views on contentious public policy issues.

The issue of candidate speech in campaigns for the bench, it should be said, is not a simple one. Once states decide to elect judges, voters need meaningful information so they can determine who, from their standpoint, would make a better judge, and candidates are entitled to leeway beyond what some state judicial codes have historically allowed to make their case.

The difficult challenge, which Justice Antonin Scalia's majority opinion brushes past, is to spell out an approach that leaves adequate room for campaign speech while making clear that states retain the authority to draw a line against judges and judicial wannabes promising, or coming perilously close to promising, to rule a particular way on an issue percolating in the courts.

Emboldened by the White ruling, state supreme court candidates and special interests spending on their own ran television ads in 11 competitive judicial races in 2002, appealing to voters by invoking hot button issues like tort liability and crime. In nine of those contests, the candidates who spent the most on ads won.

Former Justice Sandra Day O'Connor, a fervent crusader in her retirement for preserving judicial independence, has lately expressed regret about her deciding vote in the White case.

Justice O'Connor devoted most of her concurring opinion to detailing her longtime opposition to judicial elections and support for merit appointment of judges, but ultimately concluded that if states persist in having judicial elections, candidates must be allowed to have their full-throated say.

Whatever one's view of the underlying First Amendment issue, the eloquent dissenting opinion filed by Justice Ruth Bader Ginsburg, warning of the potential for increased politicization and undermining of the judiciary's special role, now seems prescient. Justice Ginsburg and her fellow dissenters, Justices John Paul Stevens, Stephan Breyer, and David Souter, also pointed to the affront to due process when litigants must appear before judges whose apparent neutrality is compromised not just by campaign fundraising but by their outspoken statements on issues during an election.

But back to the timeline. Since 2002, the involvement of moneyed interests in state Supreme Court elections has only escalated. The $24.4 million candidates and interest groups spent on TV ads in 2004 more than doubled the previous record set in 2000. The average amount raised by winning candidates who raised any money was about $650,000, compared to $450,000 in 2002.

"A perfect storm of hardball TV ads, millions in campaign contributions and bare-knuckled special interest politics is descending on a growing number of Supreme Court campaigns," declared the 2004 edition of "The New Politics of Judicial Elections." State supreme court contests, the report further noted, "are becoming epic battlegrounds in the tort liability wars, the culture wars, and other contests where powerful groups and wealthy donors seek to install judges who will rule in the interest, not the public interest."

This year the trend continued. Voters went to the polls in 22 contested Supreme Court races in 11 states on November 7. TV ads appeared in all but one of the states, and new candidate fundraising records were set in four states, according to the Brennan Center of Justice. In at least eight Supreme Court campaigns, fundraising totals soared past $1 million. In Washington State, independent advertising by special interest groups in furtherance of an unsuccessful primary campaign to oust the state's incumbent Supreme Court Chief Justice, Gerry Alexander, exceeded $1.3 million, according to a recent report in the Seattle-Post-Intelligencer.

The doubts created about judicial impartiality are soaring just as rapidly.

IV. The Race for a Cure

Federal court administrators use the term "judicial emergency" to refer to federal jurisdictions where the appointment process has lagged in filling judicial vacancies. In states where judges are chosen by election, by contrast, the real "judicial emergency" isn't vacancies, but the degree to which courts are now filled with judges who are beholden to the moneyed interests that helped elect them.

Of course, no method of choosing judges is perfect or altogether free of politics. Appointive systems breed their own set of confounding issues. That has never been more true than today, with the tremendous partisan wrangling at the federal level over the qualifications and ideology of presidential court nominees.

But judicial elections that are increasingly polluted by enormous floods of special interest money are far worse. The disturbing role that money now plays — which is only getting worse — seals the case for abandoning elections in favor of merit selection.

Even merit selection does not completely remove special interest money from the process — special interests can still contribute to governors, or whoever is doing the appointing, and they lobby for certain kinds of judges to be appointed. But by using a process that assigns a major role in the winnowing of applicants to an independent blue ribbon screening panel not controlled by the appointing elected official — the course long urged by many bar associations and civic groups — special interest influence can at least be limited.

Unfortunately, merit selection of state judges has to be a long-term goal. There is still considerable popular support for the idea of electing judges, and special interests that are doing well with their pay-to-play contributions to judicial candidates have every selfish reason to defend the status quo.

On the encouraging side, the defeat this past election of several ballot initiatives backed by interest groups seeking to cut back on judicial power and independence was a sign voters understand the importance of maintaining a strong court system. In the aftermath of November's elections, debate over the problem of money in judicial elections is intensifying, and the list of states considering some sort of reform is growing.

Short of the wholesale replacement of judicial elections with a merit appointment system, the next best antidote would be replacing the special-interest money flowing to judges with clean public financing. North Carolina recently adopted a public financing system for judicial elections, and it seems to be working well so far in enhancing judicial independence.

More rigorous financial disclosure is also needed. As Public Citizen has usefully detailed, for example, the Chamber of Commerce has a history of channeling electioneering money to front groups in order to disguise pro-business support for favored juducial candidates.

It would also help if judges who benefit from huge campaign donations from special interests would have the good sense and decency to recuse themselves when big cases involving those same interests come before them. State bar associations, ethics boards, and state legislatures should be pushing for tougher recusal rules — and pointing out the illogic of saying that a small gift by a litigant to a judge creates an impermissible conflict, but a multi-million-dollar campaign contribution, which can make the difference between a judicial candidate winning or losing his judgeship, does not. In states that hold partisan judicial elections, switching to nonpartisan campaigns, which are typically less expensive, and bereft of party labels inappropriate for judicial office, would be another positive tweak.

The U.S. Supreme Court, for its part, should revisit its decision in the White case to at least make clear that its permissive attitude toward candidate speech does not extend to barring states from curbing the direct involvement of judges in hitting up donors, or promising voters how they would resolve a particular case or churning legal issue.

It is bad enough that the ever-increasing cost of running for legislative or executive office fosters cozy ties between politicians and special interests looking to influence government decisions. The extension of that seamy pathology to powerful elected judgeships marks a disturbing escalation of the political influence game.

Judges are supposed to be different.

Legislative and executive officials represent their various constituencies. Judges, in contrast, are supposed to represent only the ideal of justice. A judge deciding a case shouldn't be worrying how ruling a certain way might affect campaign fundraising, or whether it might invite a blitz of negative TV ads in the next election.

It is time — long past time, really — to drain the influence money from America's system of justice.

Lela Moore contributed research for this article.

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giovedì, 14 dicembre 2006

L’IRAN, LA RETE, I MEDIA

Le contestazioni degli studenti al presidente Ahmadinejad rappresentano certamente un fatto inedito nelle vicende della repubblica teocratica, che presenta quindi una situazione a due facce. Nel giro di una settimana l’Iran ha conseguito numerosi successi sullo scacchiere diplomatico, mentre all’interno le acque sono sempre più agitate a causa della crisi economica. Diminuire drasticamente i poteri di Ahmadinejad e consegnarne parecchi ad un consiglio presieduto che Rasfanjani, non ha portato un apprezzabile miglioramento dell’economia. Il presidente continua a fare quello che sa, organizza l’ormai rituale convegno sull’olocausto (al quale partecipano, pare, anche neofascisti italiani) e cerca di aumentare la pressione sulla società maneggiando maldestramente un nazionalismo che pur esiste, ma che non si lascia trascinare oltre certi limiti dalla retorica dell’ex sindaco di Teheran, decisamente più apprezzato nelle campagne e nelle regioni meno sviluppate. Sul piano internazionale il barometro segna il sereno, a Bush hanno consigliato di chiedere all’Iran di dare una mano in Iraq e, anche l’infelice ostilità della Royal al programma nucleare, è stata più che bilanciata dalla dichiarazione dell’ambasciatore indiano, che ha difeso il diritto per l’Iran a dotarsi di impianti nucleari.

Affermazione resa ancora più pesante dal fatto che sia stato proprio Bush a promuovere allo status di “potenza nucleare” (il che significa che può fare quel che vuole). Un governo, quello dell’India, che ci tiene a dimostrare che l’accordo non prelude ad alcuna concessione in politica estera. Il pauperismo misticheggiante di Ahmadinejad comunque non scuce un baffo alla robusta borghesia persiana e neanche alla classe media più in generale, figurarsi ai circoli del potere, che infatti lo hanno bersagliato fino a che Khamenei non ha deciso che il vincitore delle elezioni è davvero inadatto. Molto di più sono sentiti i morsi della crisi economica, amplificati da un lungo immobilismo governativo. Anche i ripetuti interventi “moralizzatori” non hanno grandi effetti; lo stesso Ahmadinejad è stato accusato di maleducazione perchè ha assistito all’estero ad una sfilata di atleti tra i quali erano mescolate femmine con la testa scoperta e magari pure il polpaccio all’aria. La popolazione iraniana, in particolare quella urbana, è notoriamente refrattaria verso i dettami dei custodi della morale e le grandi campagne moralizzatrici si sono spesso risolte in bolle di sapone semplicemente perché masse consistenti di persone le hanno ignorate.

Pur con infrastrutture per la comunicazione molto deficitarie, l'Iran vive una situazione complessiva dei media abbastanza favorevole, tanto che nella sola Teheran si contano oltre 2000 internet cafè, l’Iran il paese mediorientale con la migliore penetrazione di Internet dopo Israele; diffusissimi sono anche le antenne televisive satellitari che, a dispetto delle ricorrenti campagne dei moralizzatori contro questo altro “strumento del demonio”, sono ormai una presenza comune nelle case iraniane. A questo si aggiunge una stampa abbastanza pluralista che, rappresentando istanze e gruppi sociali diversissimi, riesce a dar vita a vere e proprie battaglie mediatiche entro i confini posti dalla moralità islamica e dalle lotte di potere. Ad alimentare questa situazione c’è sicuramente il fatto che i due terzi degli iraniani ha meno di 30 anni e che, almeno la parte urbanizzata di questa imponente massa di giovani, è cresciuta con le tv satellitari, ascoltando più spesso Videomusic che gli edificanti discorsi degli Ayatollah. Non per niente si dice che gli iraniani siano la popolazione più filo-occidentale entro i confini di quel concetto astratto che è il Medioriente.

L’ultimo tentativo del regime clericale sfiora il ridicolo, perché è evidente che negli iraniani c’è una naturale noncuranza per certi generi di proibizioni, ma anche per la natura stessa del mezzo. Qualcuno ha infatti avuto la bella idea di censurare alcuni dei grandi siti internet, i giganti della rete, da Wikipedia a Youtube. E’ successo che il filmato di una diva delle soap opera iraniane intenta a fare sesso è finito in rete; il prevedibile botto di audience (e di download) e l’inevitabile clamore che ne è succeduto, hanno evidentemente portato qualche vecchio maestro della morale a pensare che epidemie di guardonismo del genere non fossero cosa da veri fedeli di Dio. Ciò ha provocato una approssimativa ricerca sui covi della perdizione e i grandi siti sono finiti in cima alla lista dei cattivi, potenza dei grandi numeri.

A proposito di simili dinamiche, mentre facciamo il tifo per gli internauti iraniani, prepariamoci, per parte nostra e non meno surrealmente, ad essere travolti dalla prevedibile isteria che travolgerà la comunicazione italiana non appena il prete di turno realizzerà quale sia la misteriosa “funzione vibrante” di quell’anello un po’ particolare che viene pubblicizzato anche nel bel mezzo del sacro rito del calcio domenicale. Se qualcuno è interessato all’articolo, se lo procuri prima che lo scandalo moltiplichi le vendite ed esaurisca le scorte.

C’è da dire che evidentemente la possibilità di accedere a valanghe di materiale peccaminoso ed empio non turba il clero persiano meno anziano, che al contrario conosce benissimo le utilità della rete e le impiega senza problemi; fino a ieri infatti alcun clerico si era lamentato. L’evidenza dello scandalo e la notorietà della diva hanno allarmato persone decisamente all’esterno della rete. Effetto nefasto del digital divide si potrebbe dire, ma in fondo certi siti farebbero probabilmente la stessa fine anche sotto una mano cristianamente o ebraicamente osservante. Nel repulisti c’è rimasto anche il sito del New York Times, ma in questo caso la questione coinvolge ovviamente un altro livello di valutazione; altri siti di giornali statunitensi non sono stati bloccati.

L’oscuramento dei siti è comunque facilmente aggirabile dagli utenti e non potrà durare a lungo, in Iran come in Cina il traffico è dominato dai trasferimenti di musica e video (con molto porno) e i locali hanno dimostrato di spersi organizzare fino a sottotitolare i file importati dalle altre lingue a migliaia su base volontaria e anche commerciale. Come in Cina, anche in Iran questo tipo di provvedimenti lascia un po’ il tempo che trova; la rete, per sua natura, è tutta in salita per i censori.

L’Iran, senza la minaccia americana diventa ovviamente più instabile, posto che s’indebolisce la necessità dell’unità nazionale contro lo straniero, ma non sembra che il ruolo di “sparring partner” estero possa essere giocato dalla volenterosa Segolene, non fosse altro per il fatto che questa sua posizione “politica” piace a Olmert, ma non piace per nulla ad AREVA e ad altri protagonisti dell’economia francese, tanto che non è difficile prevedere che la signora, qualora eletta, preciserà diversamente la sua posizione. Forse è alle porte un periodo nel quale la politica iraniana tornerà ad essere libera di evolvere senza la pressione dall’esterno; sarebbe il miglior aiuto che le cancellerie potrebbero dare per favorire una evoluzione dell’assetto politico iraniano in senso maggiormente laico e pragmatico.

da Altrenotizie.org
postato da mazzetta alle ore 10:43 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: iran, net world, global risiko


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