mazzetta

Ce la possiamo fare...
giovedì, 28 dicembre 2006

City of gods, una voce della cospirazione precaria

La risposta precaria al fronte degli editori:


Scarica City of God: freepress


City of gods, una voce della cospirazione precaria


City of gods, una voce della cospirazione precaria

Il sito dell'intelligenza precaria è:  http://www4.autistici.org/ip/

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giovedì, 28 dicembre 2006

Gli sporchi trucchi della stampa


Spesso la stampa omette le notizie che possono turbare i grandi inserzionisti o i grandi potentati economici.

Un buon esempio capita quando si viene alle notizie che riguardano le assicurazioni.
Oggi Repubblica, ad esempio, ci dice che il tribunale di Lecce ha ordinato il reintegro di un assicuratore ingiustamente licenziato dalla compagnia in quanto si era opposto alle indicazioni con le quali la direzione ordinava di aumentare fraudolentemente i premi assicurativi.

Leggendo l'articolo però non c'è il nome della compagnia che truffava i clienti (truffa per la quale è stato aperto un procedimento penale) e nemmeno il nome del lavoratore reintegrato. C'è solo quello del suo avvocato.

Attraverso questo e la rete si scopre che la compagnia in questione è la La Ras Service S.c.p.a. e che il lavoratore si chiama  Giovanni D'Agata. Il racconto della storia è qui.

L'articolo manca, stranamente (?),  di indicare i soggetti della causa, ma non può trattarsi di una delicatezza ispirata alla privacy, perchè il lavoratore ha il massimo interesse a far sapere che il suo licenziamento è stato ingiusto e perchè non esiste alcuna tutela della privacy nei confronti di notizie che riguardino le comagnie assicurative; semmai esiste un interesse dei cittadini ad essere informati per poter scegliere con cognizione di causa e magari evitare certi furbastri.

Il numero di oggi di Repubblica si segnala anche per una pagina raccapricciante sulla Somalia ed è davvero un ottimo materiale da esaminare per rendersi conto di come, troppo spesso, le grandi corazzate dell'informazione truffino i lettori, inondandoli di notizie colpevolmente imprecise e censurate ad arte.
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giovedì, 28 dicembre 2006

Allarmi son fascisti!


A Opera, ridente (poco) cittadina della provincia milanese, hanno festeggiato il Natale in questo modo:

partendo da sotto il municipio e capitanati da due cerimonieri locali ( Ettore Fusco per la Lega e Pino Pozzoli per An)  gli operosi si sono recati presso un campo appena preparato per accogliere alcuni nomadi scacciati dalla vicina metropoli. Lì giunti in un centinaio, hanno vuotato le taniche di benzina che si erano portati e hanno dato fuoco al campo, appena allestito dalla Protezione civile.

Tutto questo alla luce del sole, sotto gli occhi delle forze dell'ordine che hanno lasciato fare tutto senza disturbare, neanche la distruzione della proprietà pubblica ha scosso le forze di polizia presenti. Non è stato effettuato neppure un arresto.

Il giorno dopo il prefetto ha parlato di vandalismo e tutti, pur condannando, hanno teso a minimizzare. L'ipotesi di reato formulata dal pubblico ministero Laura Barbaini è quella di danneggiamento seguita da incendio per il momento a carico di ignoti.

Ignoti notissimi e anche il danneggiamento seguito da incendio è una palla. Se prendo una tanica di benzina, la verso su qualcosa e poi gli do fuoco, il reato è semmai quello di incendio, al quale di solito segue il danneggiamento. Prima di appiccare il fuoco non ho daneggiato niente.

Sembra una sciocchezza, ma mentre per il danneggiamento la pena è lieve, per l'incendio:

Art. 423 C.P.
(Incendio). Chiunque cagiona un incendio è punito con la reclusione da tre a sette anni.

La disposizione precedente si applica anche nel caso d’incendio della cosa propria, se dal fatto deriva pericolo per la incolumità pubblica


Un inspiegabile favore a delinquenti fascisti che non esitano a inscenare reati degni del Ku klux Klan; un favore che viene reiterato da gran parte della stampa di destra e di centro, la quale, ove abbia riferito dei fatti, impiega più energie a giustificare che a condannare.

Un singolare strabismo, un fesso che urla 10-100-1000 solleva uno scandalo fragoroso, qualche ragazzo che si autoriduce la mensa universitaria viene accusato dalle procure di "eversione", una torma di fascisti urlanti che bruciano i beni pubblici per motivi clamorosamente razzisti trova coperture politiche, anche tra chi dovrebbe amministrare la giustizia, a tutti i livelli, dal poliziotto, al prefetto, fino alla Procura.

Non per niente gli stessi fascisti hanno trascorso l'ultimo anno bruciando le sedi di associazioni, partiti e centri sociali, evidentemete qualcuno ha fatto sapere loro che se lo possono permettere.

Per fortuna abbiamo un governo di sinistra!


P.s.

A proposito di fascisti:

Mi sono imbattuto in un blog nel quale si scrivono e pubblicano cose del tipo:

"... per le anime ingenue che credono che il giudaismo sia 'sorgente di vita' , mentre è  - dalla Crocifissione di Cristo ad oggi - solo sorgente di morte e di pratiche sataniche, come, appunto, l'omicidio rituale di  bambini cristiani attraverso il dissanguamento da vivi."

è di un tale avvocato Edoardo Longo ed è all'indirizzo antizog.splinder.com

Una vera fogna che rende bene l'idea del tipo di sottocultura che anima ancora oggi la destra italiana. Dalle nostalgie del duce al'esibito odio antiebraico questa gente non si fa davvero mancare niente.

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mercoledì, 27 dicembre 2006

La balla più diffusa sull'invasione della Somalia.

Quasi tutti i giornali oggi dicevano che l'Unione Africana appoggia l'invasione etiope della Somalia.

In realtà la notizia si fondava su un lancio d'agenzia che citava un "official" anonimo della UA, che però non ero riuscito a rintracciare. Ora finalmente la UA ha espresso una posizione ufficiale, smentendo il fior fiore dei commentatori nostrani di esteri.

Quindi a sostenere l'invasione etiope ufficialmente ci sono solo gli Stati Uniti e (meno ufficialmente) la Gran Bretagna.

Ecco come la UA sostiene l'azione etiope (da Repubblica):

SOMALIA: UNIONE AFRICANA, TRUPPE ETIOPICHE VIA SUBITO

L'Unione Africana ha intimato all'Etiopia di richiamare subito i militari impegnati in Somalia a combattere contro le Corti islamiche. "Chiediamo il ritiro immediato delle truppe etiopiche", ha dichiarato il presidente dell'Ua, Omar Konare, in un comunicato diramato da Addis Abeba dove l'organizzazione africana ha incontrato esponenti della Lega Araba. "Chiediamo con urgenza un sostegno al governo di transizione" somalo, si legge ancora nella nota, "e il ritiro dalla Somalia di tutte le truppe straniere". I contingenti somalo-etiopici sono avanzati verso Mogadiscio, dove si sono ritirate le Corti, ma non paiono intenzionati a dare battaglia. "Non combatteremo a Mogadiscio per evitare perdite tra i civili", ha assicurato l'inviato somalo in Etiopia, Abdikarin Farah. Il piano e' di tenere sotto assedio la citta' "fino a quando" le milizie islamiche "non si arrenderanno".

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Con tanti saluti alla stampa nostrana e alla sua incredibile capacità di trasformare il nulla in notizie.

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Aggiornamento del 28/12:

Chi è il re di queste magie?

Ovviamente Magdi Allam, il Pinocchio d'Egitto, che oggi scrive: " è una guerra illegale...? No, dal momento che l'Unione Africana ha riconosciuto il diritto dell'Etiopia a difendere la propria sovranità dalle mire espansioniste (quali?) della Corti Islamiche che hanno riesumato il proposito di realizzare la "Grande Somalia".....

Altrettanto ovviamente Allam ha tutto il tempo di dimostrare che l'UA sostiene davvero l'intervento etiope e di citare la fonte somala che ha parlato di Grande Somalia, ma ho il sospetto che si tratti di una gara in salita, troppo in salità per uno uomo con le qualità di Allam.

Una volta ho posto ad Allam la questione delle sue balle un pò troppo reiterate per essere frutti di buona fede; eravamo ad un pubblico dibattito e lui rispose dicendo che su Internet c'è tutto e il contrario di tutto...e che quindi le dimostrazioni delle sue menzogne, essendo scritte in rete, non sarebbero dimostrate...

In effetti se quello che si scrive in rete non ha alcun valore (tranne le minacce d'attentati del famoso "amante dello sceicco" che tanti articoli gli hanno fatto scrivere), non ha senso che si preoccupi di queste quisquilie.

Davvero triste...gente che per soldi mente con tale sprezzo del ridicolo è ributtante.
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mercoledì, 27 dicembre 2006

Silenzio di morte sulla Somalia

Continua la guerra in Somalia e continua il silenzio che la circonda. D'Alema si è svegliato dalla pennichella postprandiale di S. Stefano per dire:
L’Italia intende continuare a fare “la propria parte per una composizione negoziata del confronto in atto” in Somalia che possa garantire “sia la sicurezza dell’Etiopia, sia un governo somalo rappresentativo che goda del sostegno democratico e del più ampio consenso delle varie componenti della società somala”.

Intanto all'Onu è stata presentata una risoluzione che chiede l'immediato cessate il fuoco ed il ritiro di tutte le truppe straniere dalla Somalia , ma su questa non è stato trovato alcun accordo. L'infiato ONU Francois Lonseny Fall ha paventato gravissime conseguenze umanitarie qualora non si arrestasse l'aggressione, ma i soliti noti si oppongono e sostengono l'Etiopia.

Il nostro governo resta sospeso nel nulla, non sostiene la risoluzione ONU e non avvallora la posizione di USA e GB secondo le quali l'Etiopia sarebbe intervenuta su richiesta del governo somalo (quello di transizione che non ha mai governato..

Anche sulla nostra stampa nessuno si azzarda ad accusare l'Etiopia e ancora meno gli Usa; come al solito si sostiene lo schema dalla guerra ai terroristi da parte dei buoni.

aggiungo un paio di articoli da Altrenotizie che illustrano bene la storia e i motivi che hanno portato alla guerra.


Bush ordina l'attacco alla Somalia

di Raffaele Matteotti
Il padre di Bush aveva lasciato l’operazione "Restore Hope" in eredità avvelenata a Clinton, varandola un attimo prima di lasciare la carica. Gorge Walker invece ha scelto l’attacco alla Somalia come utile mossa nella “global war on terror”. Le truppe etiopi che attaccano la Somalia lo fanno per procura. Non sono altro che marionette condotte sul campo dai “consiglieri militari” americani che in gran numero si trovano in Etiopia e Kenya. Una guerra tra poveri, perché nemmeno il gigante etiope è in forma smagliante, ma una guerra che reca l’inconfondibile marchio di fabbrica degli inquilini della Casa Bianca. Jendayi Frazer è una robusta signora afroamericana che da qualche tempo ricopre il ruolo di incaricato speciale per l’Africa dell’amministrazione Bush. La Frazer è una politica navigata o, ancor meglio, una funzionaria esperta. Conosce e ha trattato con tutti i leader africani, intrattiene ottimi rapporti con molti paesi africani ed i loro autocrati, una donna difficile da impressionare; ma quando si arriva alla Somalia la signora dice: “Il Consiglio delle Corti Islamiche è ora controllato da individui di una cellula di al Qaeda, individui della cellula di al Qaeda dell’Est-Africa”. E aggiunge: “Le figure di maggior spicco delle Corti sono estremisti. Sono terroristi. Stanno uccidendo le suore, hanno ucciso dei bambini e stanno chiamando alla jihad”

Oh mio dio.. avranno pensato migliaia di giornalisti quando la Frazer, qualche tempo fa, sembrava ripetere senza troppa convinzione l’accusa-standard verso gli sgraditi a Washington, condendola con questi richiami al pathos. Invece non si trattava di un vuoto ripetere accuse incredibili e, in ogni caso, venute a noia agli stessi sostenitori neoconservatori. Si trattava proprio di scatenare un altro Iraq in scala più ridotta. L’esercito etiope non è quello americano, ma le Corti non hanno niente di paragonabile ad un esercito: niente carri armati e niente aviazione; il gap tecnologico è insormontabile e quindi l’esercito etiope può fare quel che vuole.

Questa evidenza dovrebbe portare a considerare le dichiarazioni di Meles Zenawi puro cabaret. Il feroce leader etiope ha dichiarato che l’invasione della Somalia è giustificata dalla minaccia che gli islamici somali rappresenterebbero per l’Etiopia. Ha invocato il diritto di difesa. Peccato che al di là del confine, nel vicino stato sovrano che ha invaso, non esistesse alcuna forza in grado di minacciare l’integrità della nazione etiope, ancora meno in grado di attaccarla militarmente.

L’intervento etiope non è approvato dagli stessi etiopi, i quali oltre a considerare Zenawi un sanguinario, denunciano che questa guerra ha la sua unica utilità nel permettere a Zenawi maggiore libertà d’azione e distrarre così l’attenzione dalla politica interna e dalla discussione sulla legittimità del potere di Zenawi stesso; potere che si fonda su un discreto numero di massacri, campi di prigionia, arresti di massa e soprusi di ogni genere.
Quest’uomo però piace a Washington, che mentre manda alla forca Saddam Hussein, cioè l’esempio più riuscito di dittatore-cattivo-alleato degli ultimi decenni, non esita a scatenare Zenawi in questa infelice guerra di Natale.

Il governo somalo, che prima dell’intervento etiope controllava una sola città, è un governo che non ha mai governato, nemmeno un giorno solo. Fu assemblato tempo addietro riunendo tutti i signori della guerra somali e componendo sulla carta un governo che ricevette la benedizione della comunità internazionale come Governo di Transizione. Quando le Corti Islamiche (che in realtà rappresentano la grande maggioranza dei somali e non una deriva estremista) hanno cominciato a guadagnare terreno, il “governo” si è spostato dal Kenia a Baidoa, una cittadina vicina al confine etiope. Poi gli americani hanno pensato bene, per loro stessa ammissione, di armare i signori della guerra, i quali hanno scatenato la caccia all’islamico ottenendo il bel risultato di saldare l’unità popolare contro le loro operazioni. La loro sconfitta portò al governo dell’Unione delle Corti Islamiche (UIC), il controllo di Mogadiscio e grande favore popolare dopo 17 anni di vuoto amministrativo.

Quando le Corti presero il controllo di Mogadiscio e di gran parte del paese, il Governo di Transizione trattò con le Corti, ma evidentemente si trattava di prendere tempo sperando che emergessero problemi nel vero governo somalo. Intanto il governo delle Corti riapriva i porti, alcuni aeroporti e portava la pace civile nel paese. Un risultato benvenuto dai somali, che non vedevano un governo dal 1991.

Visto il fallimento di qualsiasi possibilità di controllo attraverso il Governo di Transizione, gli USA hanno dato il via libera all’Etiopia, che è finora costato 1000 morti e 3000 feriti secondo le stime più diffuse. Un massacro di Natale del quale curiosamente pochi accusano Washington, così come in pochi sono hanno accusato Zenawi di aver scatenato un bagno di sangue. Perché, comunque si concluderà e quando si concluderà la nuova guerra, il bagno di sangue ci sarà già stato e alcuni effetti che ne deriveranno sul medio e lungo periodo sono scontati, anche se non ci sarà un’escalation o un’occupazione prolungata.

L’Italia, che in Somalia ha qualche responsabilità, ha fino ad ora agito saggiamente prendendo atto della situazione sul campo, ma ora si ritrova afona, con il premier che dichiara a proposito delle violenze in Somalia: “Speriamo che vengano contenute ma le evoluzioni non sono certamente gradevoli". Tanto poco gradevoli che si riunirà il Consiglio di Sicurezza per discutere della guerra di Natale. Una discussione che non si annuncia focosa: da una parte c’è il diritto di veto degli USA, dall’altra c’è un governo che nessun paese riconosce e un paese per il quale nessuno ha interesse a spendere un dollaro. Zenawi sarà difficilmente condannato e di sicuro non riceverà alcuna pressione oltre a generiche parole scritte nel vento. Intanto gli apprendisti stregoni rischiano di trasformare l’Africa Orientale in un nuovo Medioriente. Attualmente truppe francesi combattono in Ciad e Repubblica Centrafricana, l’Etiopia ha invaso la Somalia (a sua volta sostenuta dall’Eritrea e dall’Arabia Saudita), mentre il Sudan subisce ormai da anni la pressione americana, fatta di calunnie e di “ribellioni” tanto stupide da sembrar finte.

La "Guerra Totale al Terrore" non è finita con il fiasco in Iraq. Impiccare Saddam è solo uno dei tanti episodi di sangue di una strategia che colpisce ovunque le sia possibile, secondo uno schema che prevede ben poche varianti e una sola certezza: a pagarne i costi palesi ed occulti sono sempre persone delle quali sapremo ben poco, se non che erano tra quelle migliaia presenti nell’elenco delle vittime. Chi li uccide invece lo sappiamo benissimo, ma quando succede ci voltiamo da un’altra parte e quando li incontriamo parliamo con loro d’altro.

LA SOMALIA IN GUERRA CON L’ETIOPIA

di Raffaele Matteotti 
E' di nuovo guerra tra Somalia ed Etiopia. Lo sceicco Ibrahim Shukri Abu-Zeynab, portavoce delle Corti ha dichiarato che sarà guerra fino a che gli etiopi non saranno cacciati dalla Somalia. Colonne di carri armati etiopi sono state viste nei pressi di Baidoa Ufficiali della Nazioni Unite hanno riferito di pesanti perdite da parte somala, con le strade delle città vicine a Baidoa che si stanno riempiendo di cadaveri, che a questo punto sarebbero "centinaia". Intanto è cominciato il dramma dei profughi, con qualche migliaio di civili che cerca in ogni modo di abbandonare le zone dei combattimenti. C'era da aspettarselo. Dopo che l’ultimatum dato dal governo delle corti islamiche alle forze etiopi di stanza attorno a Baidoa era scaduto, sembrava non succedesse nulla e che il governo transitorio e le corti si sarebbero nuovamente incontrate per cercare una via d’uscita all’incredibile situazione creatasi nel paese. Da oltre un anno, infatti, esiste un governo transitorio costituito con l’aiuto della comunità internazionale e l’accordo dei signori della guerra somali. Un governo che però non ha mai governato e che, solo poco prima che le corti assumessero il controllo del paese, era riuscito a stabilirsi a Baidoa.

L’avvento delle corti ha portato alla situazione paradossale per la quale un governo costruito artificialmente e che non governa di fatto nulla, viene sostenuto da parte della comunità internazionale, soprattutto da USA ed Etiopia. Il tutto contro l’evidente volere popolare che ha invece benedetto la presa di potere delle corti, capaci dopo 15 anni di vuoto di potere di riportare l’ordine, riaprire porti ed aeroporti e rendere la capitale Mogadiscio una città quasi normale.
Il nuovo scenario non è ovviamente piaciuto agli USA, che infatti non mancano di diffondere notizie allarmanti sulle intenzioni delle corti e su quanto accade nel paese. La linea è quella del rappresentante di Washington per l’Africa, la signora Jenday Frazer, che non ha mancato di far sapere che in Somalia starebbe per prendere il potere al Qaeda e denunciato orrori sparsi che però sembra conoscere solo lei o quelli che al Dipartimento di Stato glieli hanno raccontati. Se gli Stati Uniti non possono certo permettersi di intervenire anche in Somalia, sembrano però aver trovato un ottimo sostituto nel governo etiope, il cui leader Zenawi dichiara al mondo che non lascerà che l’Etiopia venga invasa dagli islamici somali.

Posto che i somali non sono ancora riusciti a costituire un vero governo e a prendere il controllo di tutto il paese, le paure di Zenawi sembrano quantomeno premature. Se si ascoltano gli etiopi poi, l’opinione comune è che Zenawi usi la “minaccia” somala come diversivo; Zenawi governa male l’Etiopia, almeno a giudicare dai risultati ed ha anche la pessima abitudine di far sparare sulle manifestazioni di protesta e di far rinchiudere in carcere decine di migliaia di persone quando si avvicinano le elezioni. Questo per non parlare dei “campi di rieducazione” per studenti, triste riedizione dei campi di prigionia.

A sostenere il governo che non governa di Baidoa ci sono così i soldati etiopi, mentre gli USA cercano di convincere sia l’ONU che la Unione Africana a mandare uomini a sostenere il premier Alì Ghedi. L’Etiopia smentisce di avere soldati in Somalia e ammette solo la presenza di istruttori militari,; però non si capisce chi dovrebbero istruire, visto che gli armati a sostegno del governo sono pochini e che 200 di questi sono appena passati dalla parte delle corti. Al contrario, fonti dell’ONU sostengono che in Somalia ci siano qualche migliaio di soldati etiopi e anche l’inviato della BBC ha testimoniato di aver incrociato una enorme colonna di soldati di Adis Abeba con tanto di artiglierie al seguito.

Così, dopo un paio di giorni di scaramucce dall’esito incerto, si è giunti ieri allo scontro definitivo. La Somalia è, nelle parole del portavoce delle corti, “in stato di guerra”, mentre il leader del Consiglio della “Shura Council”, Sheik Hassan Dahir Aweys e il capo della sicurezza delle corti Sheik Yusuf Mohamed Inda Ade hanno lasciato Mogadiscio rifiutandosi di dichiarare la loro meta. Sono molti a pensare che sia l’Arabia Saudita ove, oltre al tradizionale pellegrinaggio alla Mecca, i due conferiranno probabilmente con il governo saudita, da tempo sostenitore delle corti islamiche somale. La risposta etiope per il momento sembra prevedere una invasione su scala più vasta della Somalia; colonne etiopi sono entrate nelle province a Sud e anche al centro (provincia di Galgaudu) della frontiera occidentale somala, mentre le forze presenti nella provincia di Hiran sembrano essersi ritirate entro i confini dell’Etiopia.
Per il momento è molto difficile capire come stia andando il confronto, visto che le due parti hanno già annunciato di aver vinto entrambi gli stessi scontri e di aver inflitto perdite al nemico senza dichiarare le proprie. In ogni caso, anche se l’esercito etiope in teoria è più preparato, le corti sono decisamente favorite; si muovono nel loro territorio, possono schierare molti più uomini, (molti giovani in diverse zone del paese sembra si stiano iscrivendo tra le fila delle corti per combattere) e, finché la malmessa aviazione etiope non interverrà, appaiono decisamente in vantaggio sul campo.

Ovviamente la comunità internazionale se ne lava le mani. L’inviato europeo, Louis Michel, fa la spola tra Baidoa e Mogadiscio per cercare di condurre le parti alla trattativa, ma nessuno al mondo (nemmeno la UE) ha chiesto all’Etiopia di non immettersi negli affari interni somali e di tenere le proprie truppe entro i propri confini. L’intervento etiope, tra l’altro, ha legittimato lo schierarsi dell’Eritrea accanto alle corti, con il rischio di riaccendere il conflitto tra i due storici avversari, oltre che allargarlo fino a fargli assumere una dimensione regionale.

La Frazer intanto fa quello che può, cioè cerca di convincere tutti della necessità di inviare truppe in Somalia e pure in Darfur, denunciando continue atrocità ovunque. Il solito strabismo, poiché quando è stato il momento di visitare la Guinea Equatoriale, tetro regno di Teodoro Obiang, sono state solo pacche sulle spalle e congratulazioni a vicenda. La Guinea Equatoriale, del resto, vende tutto il suo petrolio agli americani e pure a prezzi bassissimi.

A questo punto la palla è in mano all’Etiopia, che è sicuramente in grado di resistere intorno a Baidoa impegnando sempre più forze, ma che in diritto non avrebbe alcun titolo per occupare de facto un paese confinante, peraltro con l’obiettivo di sostenere un governo fantoccio. Al malcontento domestico Meles Zenawi potrebbe presto vedere aggiungersi la riprovazione internazionale, impossibile da controllare con la censura dei media come fa con quella interna. E non manca l’inquietudine dei paesi vicini: il Sudan in primo luogo, ma anche il Kenya, che nonostante ospiti forze statunitensi dedicate al “controllo” di quanto avviene in Somalia, preferirebbe sicuramente una Somalia pacificata all’anarchico buco nero che da quindici anni si trova oltre la sua frontiera orientale.

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martedì, 26 dicembre 2006

Si avvicina la fine degli OGM?

Proprio mentre in Europa si fanno più pressanti gli allarmi per lo “sfondamento” dei prodotti OGM a dispetto delle regole introdotte dall’Unione per limitarne la circolazione e sperimentazione, si è forse arrivati all’alba dell’abbandono delle tecnologie per la modificazione genetica di flora e fauna.
Un abbandono che ancora è lontano da venire ma che pare ineluttabile, vista la maturazione di una tecnologia alternativa per la produzione di specie di animali e piante economicamente più produttive. Dove i divieti e le precauzioni si sono dimostrate impotenti a fronte della pressione delle grandi multinazionali del settore ( e soprattutto fronte di una serie di trucchi più o meno sporchi per imporli), sembra che a mandare in soffitta gli OGM sarà il progresso tecnologico.

La tecnica grazie alla quale probabilmente si otterrà questo risultato insperato è ormai matura, l’acronimo che l’identifica è MAS (marker assisted selection) e consiste nell’incrociare naturalmente piante ed animali tra loro, tecnica antichissima, in maniera molto più efficiente rispetto al passato perché, fondamentalmente, grazie all’uso e all’osservazione dei marcatori genetici  si può sapere prima quali varietà incrociare e verificare in meno tempo se l’incrocio abbia prodotto il risultato sperato.

Anche la MAS è figlia della ricerca genetica, ma la tecnica è radicalmente diversa da quella OGM. Mentre la seconda importa nella cellula dell’organismo da modificare un gene che il più delle volte proviene d un’altra specie, se non da un altro genere, la MAS si limita ad assistere una selezione genetica intraspecifica. Per fare un esempio: se con l’approccio OGM per ottenere un pomodoro a lunga conservazione si introduce nella cellula del pomodoro una sequenza prelevata dal DNA di un pesce, con quello MAS si cercano varietà di pomodoro a lunga conservazione e le si incrociano con quelle più apprezzate per gusto e forma dai consumatori, fino a che non ne uscirà un pomodoro gradevole e resistente. Per inciso pomodori con queste caratteristiche sono già stati selezionati e sono già in vendita insieme a moltissime altre varietà vegetali selezionate attraverso la tecnica MAS.


Oltre a fugare i timori per effetti indesiderati sulla salute generati dagli OGM, la Mas pare inoltre innescare un ciclo virtuoso dal punto di vista ambientale. Prima di tutto i semi dei prodotti MAS non sono sterili, eliminando la strozzatura commerciale imposta dai produttori OGM artificialmente, ma è anche da rimarcare che la tecnica MAS basa il suo successo sulla possibilità di avere a disposizione un gran numero di varianti della stessa specie, quindi se da un lato abbiamo il potenziamento delle tradizionali tecniche di ibridazione agraria, dall’altro esiste la necessità di salvaguardare la biodiversità in quanto “nursery” genetica alla quale attingere per gli incroci. Non ultimo il fatto che l’avvento della MAS abbia innescato anche un processo di condivisione delle conoscenze sulle sequenze gnomiche tra i vari ricercatori, dopo anni di segreti e di informazioni custodite gelosamente dal sistema organizzato dalle multinazionali del settore.

La MAS non è altro che progresso tecnico applicato a una pratica antichissima, quella della selezione attraverso l’incrocio delle varietà; un progresso che permette prima di “vedere dentro” ai candidati all’incrocio se abbiano i geni richiesti e poi di vedere dentro alla generazione ottenuta senza dover attendere che questa cresca, se il gene è stato trasmesso. Per questo la condivisione delle librerie genetiche delle diverse varianti di specie che vengono di volta in volta mappate è fondamentale per gli studiosi ed i tecnici che praticano la MAS. L’introduzione della MAS equivale a mettere a disposizione di chi si occupa della selezione una microscopio molto più potente, aumenta la loro capacità di visione e di previsione, ma non cambia la natura di base della pratica. Ovviamente osservare i geni costa meno che manipolarli e quindi il ricorso alla MAS si rivela più economico e quindi alla portata di una platea di laboratori di ricerca più vasta. Il minor costo è sicuramente un’arma formidabile nel confronto tra due tecnologie concorrenti.

Le due tecniche effettivamente sono impostate su filosofie completamente diverse. Per risolvere la questione dei parassiti, ad esempio, il massimo successo ottenuto con gli OGM è stato quello del discusso mais BT. Il mais BT non resiste ai parassiti, ma resiste al Roundup, che è l’insetticida prodotto dalla stessa azienda che produce il BT. I risultati sconfortanti sono quelli per i quali usare il BT costa di più che usare mais con caratteristiche diverse, che si coprono comunque i campi con l’insetticida e che dopo un po’ l’evoluzione naturale ha schierato parassiti resistenti al Roundup riportando la competizione al blocco di partenza. Con l’approccio MAS al contrario, si procede cercando all’interno della specie delle varietà che a quei parassiti non piacciono e le si incrocia con altre fino a che non si ottiene una pianta dalle buone caratteristiche organolettiche che però al parassita non piace.

Discorsi simili si possono fare per caratteristiche quali la resistenza agli agenti atmosferici, il fabbisogno idrico e altro ancora. Nel nostro paese sono al lavoro con buoni risultati all'Università di Torino il gruppo di Sergio Lanteri, all'Università di Bologna il gruppo di Stefano Tartarini (apparso anche in una puntata di “Report” dedicata al tema), all'Istituto Sperimentale per la Cerealicoltura, nella sezione di Fiorenzuola d'Arda e all’Istituto Zootecnico e Caseario della Sardegna; ma le ricerche hanno ormai raggiunto la maturità in tutta Europa.

Non è facile capire se la MAS soppianterà del tutto la tecnologia OGM, ma un ottimo segnale in questo senso è che anche big dell’OGM come Sygenta stiano ormai investendo in MAS e abbandonando gli investimenti in OGM; questo senza considerare che la forte opposizione culturale agli OGM in gran parte del pianeta e i pessimi risultati commerciali cominciavano già ad aver ragione dell’inerzia di chi in passato ha investito cifre colossali nella promozione e sviluppo degli OGM. Quello che resta da evidenziare è che la MAS ha messo il turbo alle capacità di selezione agricola e zootecnica, aumentandone esponenzialmente le capacità ricombinanti (un aspetto che andrebbe indagato, anche se a prima vista non sembra potenzialmente foriero di particolari controindicazioni), ma al tempo stesso obbliga chi faccia ricerca in questo campo a procedere all’interno di un tracciato evolutivo “possibile” in natura riconducendo gli studi di genetici a una distanza più prudente dalla manipolazione sconsiderata dei patrimoni genetici.

Dal punto di vista del consumatore/convivente inconsapevole delle varietà vegetali e animali ricombinate dall’uomo, la tecnologia MAS sembra decisamente preferibile a quella OGM dal punto di vista della sicurezza intesa in senso ampio, ma anche il fatto che la ricerca sulla MAS non sia facilmente monopolizzabile dalle multinazionali dell’agroalimentare è un fattore del quale è bene aver presente l’importanza.

Forse è troppo presto per allentare la vigilanza sugli OGM o per darli per morti. Non bisogna dimenticare che alcune colture (la soia, ad esempio ) ricorrono ormai quasi esclusivamente a sementi transgeniche, ma tutto lascia credere che nel giro di pochi anni la produzione di OGM destinati all’alimentazione sia destinata a tramontare.

da Altrenotizie
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categoria: economie, corporation, ecologie


venerdì, 22 dicembre 2006

Una sentenza un pò originale

Il New York Times riporta oggi una notizia che lascia perplessi.
Una corte americana ha riconosciuto ai parenti di 19 statunitensi morti nell'attentato a Khobar (in Arabia Saudita) un risarcimento di oltre 250 milioni di euro.

L'originalità della faccenda è che a pagare dovrebbe essere l'Iran in quanto ritenuto responsabile dell'attentato.
Molto meno originale è che l'Iran non fosse rappresentato al processo e si sia limitato a smentire qualsiasi coinvolgimento.
Per l'attentato, per il quale al tempo fu indicata la pista di al Qaeda, l'FBI accusò 13 sauditi e un libanese. Nessuno di questi è mai stato estradato negli Stati Uniti e non si dice se magari non siano neanche stati arrestati, perchè 13 sudditi sauditi accusati di essere al soldo dell'Iran dovrebbero essere stati appesi per i piedi. Se così non fosse sarebbe matematico che si tratti di una bufala.

Il procedimento contro i 14 si è arrestato, e nessuno di questi è stato condannato negli Stati Uniti o altrove per l'attentato di Khobar. Quindi, senza avere fissato alcuna verità processuale sui fatti dell'attentato, la giurisdizione statunitense ha condannato l'Iran come colpevole. I sauditi non interessano.

Su quali basi si è giunti alla condanna?

A sentire il Nyt la questione sarebbe che due agenzie dei servizi iraniani e un politico iraniano, avrebbero organizzato e finanziato l'attentato, perchè i 14 erano tutti Hezbollah.
Il giudice Lambert, dice il Nyt, ha fatto pesantemente affidamento sulla testimonianza dell'ex direttore dell'FBI Louis Freeh.

Quindi un giudice americano, sulla testimonianza di un funzionario americano, ha deciso che i parenti degli americani uccisi nell'attentato riceveranno 254 milioni di dollari dall'Iran. I parenti degli americani uccisi sono contenti. Altra utilità per l'amministrazione.

In fondo all'articolo si scopre dov'è il pacco.
Tra USA ed Iran i contenziosi monetari sono regolati dall'Iran-U.S. Claims Tribunal, una corte dedicata composta dai due paesi che da tempo non riesce a trovare alcun caso sul quale riconoscere di avere giurisdizione. Posto che la corte è l'unica autorizzata a decidere sul destino dei fondi iraniani che negli anni l'amministrazione Bush ha bloccato, gli Stati Uniti non possono impadronirsi di un solo dollaro iraniano.

Ovviamente agli USA non interessa il denaro iraniano, basta ed avanza l'aver "ufficializzato" un'accusa all'Iran che rimbomberà sulla stampa di tutto il mondo. Accusa da accogliere con molto scetticismo, prima di tutto perchè giuridicamente inconsistente, poi anche perchè il fatto che la sentenza passi inosservata in Arabia Saudita è ancora più originale della sentenza stessa. Chiunque può osservare qui la provenienza delle notizie relative alla sentenza, vedremo chi se ne occuperà e come; di certo la stessa stampa americana riporta ila questione n maniera asciutta e senza troppa enfasi. A parte i titoli che denunciano la responsabilità dell'Iran. Già vista.

C'è una divertente appendice nelle conseguenze della sentenza: dice il New York Times che, poichè gli USA da tempo non sequestrano veramente i fondi iraniani e non succederà certo questa volta, i parenti potranno armarsi della sentenza del giudice Lambert ed andare a battere cassa presso altri paesi che abbiano  congelato beni iraniani, tipo l'Italia.

Ovviamente tutti i paesi in questa situazione ci penseranno molto prima di assecondare questa  stupidaggine. Il danno dopo la beffa per i parenti degli americani uccisi, l'ennesima truffa della premiata ditta Bush.


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venerdì, 22 dicembre 2006

L'Afghanistan piange.

Nervi tesi tra Pakistan ed Afghanistan; il presidente Karzai si rivolge al suo popolo e lo invita a non cedere alle manovre dei pachistani. Denuncia inoltre che gli attentati che hanno preceduto la visita del ministro degli esteri pachistano avevano uno scopo intimidatorio. Durante un vibrante discorso Karzai ha ricostruito la storia recente dell’Afghanistan; ha ricordato che alla cacciata dei sovietici il governo afgano possedeva 3,000 carri armati, più di 400 caccia, elicotteri e aerei da trasporto. E poi piloti, ingegneri, scuole ed ospedali. “Avevamo un sistema, un sistema che è svanito nella lotta tra fazioni animata dall’estero”. Ha continuato ricordando come questa dotazione sia sparita con l’avvento dei talebani, accusandoli di essere traditori al soldo di Islamabad. Ha chiesto agli studenti perché i figli dei pachistani possono diventare dottori e loro possano al più sperare di lavorare negli hotel di Karachi. Ha ricordato la miseria del paese sotto la dominazione talebana e ha denunciato gli attacchi odierni alle scuole, così come la volontà pachistana di sottomettere il popolo afgano. Karzai ha avuto anche parole dure per la comunità internazionale. Ha ricordato come nessuno fosse interessato al destino degli afgani e come l’attacco ai talebani sia stato un atto dovuto ad interessi stranieri e non alla volontà di liberare il popolo afgano.

Nel suo discorso agli studenti di Kandahar, Karzai ha dato l’impressione di sentirsi impotente e non ha mancato di esprimere l’ira verso le truppe internazionali, citando alcuni episodi nei quali queste hanno aperto il fuoco sui civili in maniera vergognosa. Karzai ha anche ricordato la decennale dipendenza del paese dai piani dell’ISI (i servizi segreti pachistani) e l’umiliazione provata da tutti gli afgani in anni di anticamera nell’attesa di ricevere ordini dai generali pachistani.

Facendo leva sul sentimento etnico ha denunciato la confusione tra Pashtun e Talebani. Ha ricordato come in Waziristan oltre 160 tra Ulema ed anziani Pashtun siano stati uccisi dai Talebani e rimpiazzati con giovani religiosi. Ha quindi ricordato di aver chiesto al Mullah Omar una dimostrazione d’indipendenza dall’ISI e lo stop alle uccisioni e agli attacchi.
Non è la prima volta che Karzai, pur ringraziando il popolo pachistano, punta l’indice contro Musharraf. E non è nemmeno la prima volta che accusa le forze multinazionali di inutili crudeltà e stragi insensate. Ma questa volta, davanti agli studenti delle superiori, Karzai ha pianto, sfogandosi a lungo in un discorso tutto rivolto all’anima del popolo afgano, denunciando una situazione troppo crudele, con l’impotenza del governo afgano che non può impedire l’infiltrazione talebana e nemmeno le violenze delle forze internazionali,

Dal discorso di Karzai gli afgani possono trarre una unica conclusione: anche il loro presidente, spesso accusato di essere un fantoccio degli americani, è assolutamente convinto che l’Afganistan sia il terreno di scontro di forze alle quali dell’Afghanistan non importa nulla. Mettendosi rumorosamente contro i supposti “alleati” (anche il Pakistan è in teoria un alleato) Karzai ha svelato il segreto di Pulcinella, cioè quello che ancora le opinioni pubbliche, occidentali e non, faticano a comprendere: a tutti quelli che combattono in Afghanistan non importa niente del paese e ancor meno del destino degli afgani.
A questo si aggiungono due fatti: l’arresto del generale afgano Khair Mohammad - accusato di spionaggio a favore del Pakistan - e il fermo di Sayed Akbar, un agente pakistano arrestato nella provincia di Kunar e accusato di gestire i collegamenti con al-Qaeda per conto dell’ISI. A supporto delle accuse, le autorità afgane gli avrebbero sequestrato alcuni documenti che proverebbero la circostanza senza dubbi.

Le autorità pachistane non hanno reagito ufficialmente al discorso di Karzai, che pure ha avuto vasta eco (e critiche) sulla stampa dei due paesi. Nemmeno i due arresti sono stati commentati ufficialmente. C’è stata invece una dichiarazione di Mohammad Hanif, portavoce talebano, che ha negato le complicità con il governo pachistano accusato di essere alleato con gli USA e ribadito l’ostilità a Karzai, “burattino degli americani”. Legata da un’evidente rapporto di causa-effetto è invece arrivata da parte pachistana la constatazione che sarebbe ora che i profughi afgani togliessero le tende dal Pakistan, dopo avervi trovato rifugio per decenni. Un argomento questo che mai era stato sollevato, poiché considerato del tutto disonorevole, posto che il dovere di accogliere i fratelli Pashtun in difficoltà non era mai stato messo in discussione prima.

Musharraf non è mai stato comodo, ma ora la situazione peggiora e gli richiede decisioni veloci. Non per caso sembra intenzionato ad accelerare il percorso verso la pace con l’India, ma per la necessità di poter contare su una tranquillità ad Oriente e in Kashmir per concentrare le sue risorse ad Ovest e a Sud, dove anche il Belucistan si oppone alla volontà dittatoriale del generale. Ad inquietarlo ancora di più è riemersa la pressione americana ad invocare uno “showdown” militare nel Waziristan, con il quale il generale ha da poco siglato un accordo che i tribali sovvertiti dalla presenza talebana hanno già tradito. Sarebbe il quarto attacco al Waziristan in pochi anni, qualcosa da meditare con calma, poiché i tre precedenti si sono risolti in sonore disfatte.

Per il Dipartimento di Stato USA, invece, sembra una delle poche opzioni militari sensate; partendo dai loro santuari in Pakistan quest’anno i talebani ed i loro alleati hanno messo a segno più di cento attentati costati più di 4000 morti, oltre ad avere conseguito il controllo reale in numerose province. Attaccare con successo il Waziristan significherebbe però impegnare buona parte dell’esercito pachistano o, in alternativa, molte migliaia di soldati occidentali, che però finora non sono mai stati ufficialmente autorizzati a violare i confini pachistani, posto che questo segnerebbe la fine politica di Musharraf insieme a quella dei suoi abili equilibrismi. Musharraf, tanto alleato con gli americani da lasciar loro bombardare il paese, in pace con gli indiani “tradendo” gli indipendentisti del Kashmir, sarebbe in una posizione unanimemente giudicata insostenibile.

da Altrenotizie
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giovedì, 21 dicembre 2006

Morto un Turkmenbashi se ne farà un altro?



Muore a 66 anni, 21 dei quali passati a regnare dispoticamente sul Turkmenistan, il dittatore
Saparmurat Niyazov. Se lo è portato via un infarto; a succedergli dovrebbe essere il presidente del parlamento, se non fosse che anche questa carica gli apparteneva.
image590910xDopo essere stato eletto per la prima volta presidente, ai tempi della separazione del Turkmenistan dall'URSS, Nyazov aveva instaurato il più classico dei culti della personalità in un crescendo di deliri, giungendo a rifare il calendario per nominare i giorni e i mesi con nomi che richiamavano a lui o ai suoi familiari.
Da quando si autonominò presidente a vita,
il suo ritratto figura in tutti i programmi televisivi e studenti e funzionari devono leggere per forza i suoi scritti intitolati Ruhmana. Libro che senza falsa modestia egli paragonava al Corano e alla Bibbia.

Durante la sua dittatura l'età media dei turkmeni è calata fino alla soglia dei 60 anni, l'istruzione è stata demolita, la stampa asservita e le libertà civili praticamente azzerate. In cambio i turkmeni hanno potuto ammirare centinaia di statue del dittatore poste nei luoghi più impensabili.

Il Turkmenistan possiede riserve di gas naturale che lo pongono al quinto posto nel mondo in questa classifica, oltre petrolio e altri minerali, ma ben pochi dei suoi quattro milioni di abitanti ne hanno potuto beneficiare. Nyazov, che ovviamente aveva proibito tutti i partiti tranne il suo, ha cercato di mantenere una certa equidistanza da Mosca e Washington, isolando ancora di più il suo paese dalla comunità internazionale.

Sul futuro del paese pesa ora una grande incognita, sia perchè nel partito unico non sono presenti personalità in grado di subentrare al dittatore (visto che per star sul sicuro Nyazov ha sempre eliminato tutti quelli che non si limitavano ad adorarlo), sia perchè poco si sa dei due figli. Secondo
Global Witness, una organizzazione che si occupa di diritti umani con base a Londra , afferma che sotto il diretto controllo di Nijazov sono depositati all'estero ingenti somme valutate in 3 miliardi di dollari, 2 dei quali nel Foreign Exchange Reserve Fund della Deutsche Bank in germania (fonte wikipedia).


Il sito del padre dei turkmeni: http://www.turkmenbashi.org/ è stato chiuso e un redirect punta ora a quello ministero degli esteri turkmeno.
Di lui restano molte statue dorate e il ricordo di una personalità delirante, mentre è tutto da decidere a proposito di chi e come riuscirà a colmare il vuoto di potere creatosi alla sua morte.

Aggiornamento: Il Consiglio per la sicurezza nazionale ha nominato
Kurbanguli Berdymukhamedov, che ricopriva la carica di primo ministro, alla presidenza.
Il nuovo presidente ha detto che il Consiglio del Popolo (composto da 2500 notabili turkmeni) si riunirà martedì per decidere la data delle elezioni presidenziali (da tenersi presumibilmente nel 2007) e l'elenco dei concorrenti.
Berdymukhamedov è stato preferito a Ovezgeldy  Atayev, che subentrando a Nyazov a capo del parlamento si sarebbe trovato nella posizione "legale" dalla quale accedere all'interim presidenziale. Obiezioni legali e procedurali hanno portato alla scelta finale in favore di Berdymukhamedov, il quale ha auspicato l'unità nazionale e dichiarato che la politica turkmena continuerà sulle linee di neutralità ed umanesimo imposte da Nyazov.

Nella capitale intento sono state rimosse le decorazioni per le festività e chiusi i negozi di alcolici, mentre il paese si prepara a un discreto periodo di lutto per la morte del padre di tutti i turkmeni.
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giovedì, 21 dicembre 2006

Quiz politics.

Spesso si tende a mitizzare le capacità di alcuni esseri umani quando si viene a discutere di storia e di politica. In queste occasioni bisognerebbe avere sempre presente che la qualità degli attori è direttamente proporzionale alla qualità dell’ideologia che  incarnano. Così è facilmente verificabile che il presidente iraniano Ahmadinejad, esponente dell’Iran più arretrato sia inadatto a perseguire i propri interessi nella posizione nella quale si è venuto a trovare; allo stesso modo anche i talebani rispondono  alla regola; anche recentemente giovani comandanti talebani che hanno scalzato dal potere gli anziani leader tribali, si sono venduti i loro compagni e provocato disastri impensabili se al loro posto si fossero trovati gli anziani leader tribali o i mujhaeddin.

 La regola è universale, e si dimostra validissima anche applicata all’America di Bush. Un sistema politico che seleziona i propri attori su base censitaria o sulla prontezza all’obbedienza  ad interessi poco difendibili, non può che portare alla ribalta dei veri e propri  incompetenti, quando va bene. Tra i tanti casi che si potrebbero richiamare, il più recente è sicuramente quello di Silvestre Reyes.

Reyes, dopo un confronto aspro tra Nancy Pelosi e Jane Harman ( che ambiva al posto confacente alle sue competenze),  è stato nominato a capo dello House Intelligence Committee che è il comitato parlamentare sui servizi.

 Nella sua prima intervista da nominato il buon Reyes a domanda rispose che quelli di al Qaeda sono -“probabilmente” in maggioranza sciiti- e quando è stato il momento di dire se quelli di Hezbollah fossero sciiti o sunniti prima si è lamentato per la domanda, che non sarebbe stata consona all’orario dell’intervista (?) e poi ha concluso affermando che è difficile maneggiare correttamente queste categorie.

Se Reyes leggesse i giornali, saprebbe che lo stesso giornalista che lo ha intervistato era reduce da una inchiesta nella quale aveva chiesto a decine di funzionari e politici la stessa cosa: ovvero chi fossero gli sciiti e chi i sunniti. L’inchiesta aveva provocato molto rumore tra i commentatori perché la qualità media delle risposte non era poi troppo diversa da quella esibita da Reyes, ma evidentemente non ha dato luogo ad alcuna riflessione nelle stanze della politica.

 La mancanza di competenza a tutti i livelli è evidente, eppure i componenti del gruppo di studio sull’Iraq hanno ancora trovato la forza di stupirsi del fatto che solo una trentina di persone su oltre un migliaio presenti all’ambasciata americana in Iraq parli l’arabo; tra questi solo sei lo parlano fluentemente. Se si fossero ricordati che il capo della protezione civile, responsabile dei disastrosi non-soccorsi dopo l’uragano Kathrina, allevava cavalli prima di essere “promosso” da Bush, o anche che l’ex ambasciatore in Italia Mel Sembler, come quasi tutti gli ambasciatori americani, aveva come unica benerenza l’aver contribuito alla raccolta di fondi per l’elezione di Bush (oltre ad una serie di accuse penali per più ergastoli) e le decine di casi simili, probabilmente si sarebbero stupiti di meno. Purtroppo questo genere di inefficienze non fa più notizia .

 Il problema della qualità e della selezione del personale politico e pubblico è universale, ma quando è tanto esteso e raggiunge picchi di tale intensità nel paese più  armato del mondo, accanto al quale stiamo combattendo una guerra della quale evidentemente questi capiscono poco o niente, anche nel nostro paese dovrebbe doverosamente emergere qualche preoccupazione. Non che i nostri parlamentari si siano dimostrati dei pozzi di scienza, ma l’infornata di yes-men berlusconiani ha sicuramente conseguenze globali meno pericolose di quante ne abbia già materializzate lo scadente personale politico statunitense.

 

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mercoledì, 20 dicembre 2006

Silenzio, parla l'esperto

margelletti14Su RAi2 è andata in onda un'intera trasmissione di approfondimento sul Libano; in realtà un terrificante pompino ai nostri "bravi ragazzi" impegnati laggiù come forza d'interposizione.

La trasmissione fa perno sull'esperto, Andrea Margelletti, che gioca di sponda con il conduttore.
L'esperto ha fondato il Centro Studi Internazionali e non si capisce bene perchè sia considerato un esperto. Allora viene da cercare in rete un pò di referenze.
Il sito del CeSi è più povero del più povero dei blog: due link a Pagine Difesa e al Senato, una decina di articoli, il resto under construction. C'è un pò di pubblicità, tra i libri consigliati l'ultimo del fiero Allam.

Il CeSi risulta fondato nel 2004, da allora l'esperto è stato pubblicato da Gnosis (rivista del Sisde), intervistato da parecchie emittenti, ha partecipato all'istruzione dei liberaldemocratici di " Società aperta Giovani e alla loro scuola-quadri: Dyrigo ( insieme a personaggi del calibro di Gianni Alemanno, Luca Barbareschi, Paolo Bassi, Valerio Castronovo, Enrico Cisnetto, Domenico De Masi, Raffaele De Mucci, Domenico Fisichella, Paolo Gentiloni, Arduino Paniccia, Giulio Sapelli, Valerio Zanone), che poi sarebbero i cd "liberaldemocratici".

Il sito del CeSi somiglia molto nel layout a quello di Globe research, altro think tank (?) che invece fa capo a Nicola Pedde, conoscente di Margelletti, professore universitario a Roma e autore poliedrico.

Margelletti è anche una colonna dell'Istituto Studi Geopolitici ed Economici, il sito del quale purtroppo è ugualmente under construction. Si trova qualcosa qui, ma è davvero poca cosa.

Una vera sfortuna, anche un suo curriculum risulta vuoto. Lo ritroviamo su "osservatorio parlamentare", creatura di Adolfo d'Urso che discetta di Turchia, al TG2 che fa confusione sull'attentato a Nassirya (" Rilevante è il collegamento telefonico con l'esperto militare, il prof. Andrea Margelletti (Isgeo), che attribuisce con convinzione (e non senza confusione) le responsabilità dell'attentato: c'è stato senza dubbio "l'intervento da parte di un gruppo fondamentalista (...) elementi vicini ad Al Qaeda". E poi ancora: "Questa è la voce di Saddam, di Al Qaeda". ), in diversi incontri organizzati da aljaziira (quella tarocca dei destri, non quella del Golfo) e ancora su Gnosis in ottima compagnia .

Quello che non si riesce a trovare è il suo curriculum, a parte un libro sulle tecniche di guerra nel deserto del 1991 (scritto probabilmente sull'onda della Guerra del Golfo) non si riesce a capire perchè sia definito professore e neanche il motivo per il quale sia accreditato presso le istituzioni (è stato più volte audito in parlamento e sembre che confezioni rapporti come questo per il Senato con una certa regolarità) ). Sarà forse per il suo essere organico alla destra italiana?
Margelletti è sicuramente uno di quelli che non perdono occasione per avvertirci che i pericoli per il nostro paese sono reali e come provengano dai paesi islamici.

Sicuramente le decine di ospitate a Porta a Porta non conferiscono titoli accademici; altrettanto sicuramente esperti di questo calibro sono tanto presenti sui media non in virtù delle loro capacità, quanto piuttosto per il loro essere allineati ad una narrazione conveniente (la stessa condivisa da maitre à penser come Allam, Nirenstein o la buon'anima della Fallaci). Altrettanto sicuramente di esperti di questo genere possiamo fare a meno.
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