Il buco nero della storia e delle nostre coscienze che ha inghiottito la Somalia.

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Friday, Feb. 11, 2005 at 9:25 AM
Il rappresentante dell'opposizione italiana e candidato premier Romano Prodi, ha richiamato in questi giorni il paese a battersi contro le trasfigurazioni della realtà, operate attraverso il controllo dei mezzi di comunicazione di massa dalla maggioranza, e dal suo padrone. Tutti noi sappiamo di cosa stesse parlando, avendo trascorso gli ultimi anni a contrastare false visioni messe in scena per occultare veri e propri crimini contro la collettività, posti in essere dall'attuale governo.
Un salutare passo all'indietro ci può far rammentare la definizione che Berlinguer diede ai tempi del congresso socialista del Midas, quando affermò che una "banda di briganti" si era impadronita del Psi eleggendone Bettino Craxi segretario. Definizione per nulla campata per aria, certificata poi dagli sviluppi di Tangentopoli e dal veloce riorganizzarsi della "banda" attorno all'erede craxiano, il quale senza neppure l'impedimento di un partito, e grazie al controllo dei media, porterà a nuovi fasti l'arte italiana dell'inganno e della manipolazione popolare.
Affermazione, la mia, contraddetta dallo stesso palco da un altro dei capi dell'opposizione, l'on. Piero Fassino; che è parso riconoscere di nuovo in Craxi un padre nobile della sinistra. Sarebbe però ingiusto attribuire solamente a Berlusconi e ai piduisti suoi complici, il clamoroso successo grazie al quale sono finora riusciti a depredare l'Italia e a devastare le sue leggi.
La radice del male è molto più remota, il cancro era già molto sviluppato prima della discesa in campo dell'unto del Signore, lo ha dimostrato la sua stessa affermazione, inconcepibile in un paese sano. Berlusconi non sarebbe riuscito nell'intento senza la passiva complicità e la paurosa degradazione morale e qualitativa dei dirigenti dell'opposizione.
Le righe che seguono vi introdurranno in una vicenda che ci restituisce l'immagine di un ceto politico privo d'etica e di morale, in questo perfettamente allineato con la percepibile, e parallela, decadenza generale che interessa il nostro paese. Etica e morale, due parole antiche che occorre resuscitare per restituire ad alcuni avvenimenti la loro dimensione reale e trarne alcune conseguenze.
La storia che costituisce il filo conduttore di questo ragionamento è quella del disgraziato intervento umanitario in Somalia, cominciato nel dicembre 1992 e terminato il 21 marzo 1994 e ormai dimenticato da tutti, vedremo poi di capire il perché. La storia dell'operazione Ibis, o Restore Hope nella sua denominazione americana, è una storia che ci racconta di un disastro provocato in primis proprio da noi italiani; in questo senso la sua clamorosa rimozione non deve stupire molto.
All'inizio degli anni '90 la Somalia è in preda alla guerra civile. Diverse fazioni, riunite secondo linee disegnate dall'appartenenza ai clan tribali sono riuscite a rovesciare il dittatore Siad Barre, e si contendono il potere mentre la popolazione è sconvolta da una carestia. L'Onu, presenta una missione umanitaria scortata da caschi blu in gran parte pakistani e sovrintende alla diffusione degli aiuti con sempre maggiori difficoltà, fino ad essere attaccata pesantemente. All'appello di Boutros Ghali risponde un George Bush a fine mandato, promettendo l'invio di 25.000 militari e di mezzi all'occorrenza. Oltre alla motivazione umanitaria Bush indica anche la necessità della caccia al terrorismo islamico, dato in espansione nel Corno d'Africa.
La Somalia è un paese nominalmente musulmano.
L'Onu affiderà alla forza multinazionale costituita su base volontaria il compito di distribuire gli aiuti e di avviare la procedura di nation building "con ogni mezzo necessario", licenza che si rivelerà troppo ampia. Un regalo avvelenato per il successore, Bill Clinton, o un passo dell'espansione coloniale americana in Africa; in ogni caso a Bush Senior nessuno degli analisti del tempo riconosce alcun afflato umanitario. Si costituisce così un forza multinazionale destinata a rilevare la missione UNITAF, che sarà composta da una ventina di paesi al disperato soccorso dei somali che muoiono per fame come mosche.
Il panorama politico italiano è a quel tempo in piena rivoluzione; da un lato la fine del Pci segna la frantumazione del partito attraverso linee di frattura che corrono lungo diversità "politiche" ed "etiche" che rendono impossibile la permanenza sotto la stessa insegna dei vecchi compagni; dall'altro la fine della Democrazia Cristiana ci consegna l'immagine di un paese privo ormai di formazioni politiche di massa, nel quale i funzionari ed i burocrati dei due, ormai ex "partitoni", organizzano piccole formazioni destinate alla contrattazione permanente della loro sopravvivenza politica.
Il governo "tecnico" di Giuliano Amato decide così per la partecipazione del nostro paese all'avventura umanitaria. La decisione passa in cavalleria, contrari solamente Rifondazione Comunista e Rete; tra le motivazioni addotte c'è, infatti, la grave crisi umanitaria del paese, c'è il legame storico con la nostra ex-colonia verso la quale tutti dicono di sentirsi in debito, anche il precedente successo della campagna contro Saddam nel '91 concorre ad ispirare ottimismo; c'è infine il segnale della riabilitazione del passepartout colonialista, finalmente riutilizzabile dopo la caduta dell'impero sovietico: l'intervento civilizzatore. Si parte tra lo sventolio delle bandiere.
A nulla servono le proteste dei somali residenti in Italia, poco o nulla considerati, arrivano ad auto-censurarsi non appena cominceranno a morire i nostri soldati, timorosi di essere indicati come collaborazionisti. Da allora i sempre più numerosi interventi armati, occidentali, in paesi in via di sviluppo o in ogni caso non allineati con i desideri dell'Occidente, tornano ad essere leciti in nome dell'ipocrita altruismo al quale sono di volta in volta intitolati. Un mezzuccio razzista che pareva essersi dissolto dopo la delegittimazione subita negli anni '60, ai tempi della decolonizzazione, ma riesumato alla bisogna e senza opposizione dopo il crollo del blocco sovietico.
Un trucco esclusivamente semantico che, in questi anni, non ha trovato alcuna forza in grado di contrastare la narrazione bugiarda con la quale è imposto dai corporate media. Quali reali motivi, hanno spinto allora il nostro paese ad imbarcarsi nell'avventura somala correndo incontro al disastro? Se da una lato ci fu interesse a non lasciare mano libera ad estranei in Somalia, dall'altro ci fu il crollo totale d'ogni impostazione critica verso questo tipo d'avventure, ben riassunta in frase dell'epoca dell'on. Fassino: "Con le spedizioni militari - rivendicate in quanto tali - l'Italia acquisisce coscienza di sé".
A nulla valgono i pareri contrari di Usa ed Onu sulla partecipazione del nostro paese, la missione è battezzata Ibis ed i nostro valorosi partono dopo che gli americani sono sbarcati, e che è chiaro come non ci siano rischi immediati ed eccessivi. Su questi presupposti i nostri militari costituiscono i loro quartieri per conto loro in una parte diversa della capitale somala ed in alcune località del grande paese africano, la missione internazionale non ha un unico comando, ma solo un coordinamento trai i diversi comandanti sul campo. Mentre la distribuzione degli aiuti prosegue senza intoppi e resistenze, tanto da consegnare all'eterno ridicolo lo sbarco dei marines su una spiaggia affollata solo di telecamere e giornalisti, cova in realtà la tragedia.
I contingenti sul campo diventano, ogni giorno di più, meno neutrali, ed è ben presto chiaro che il previsto dialogo inter-somalo dovrà subire le ingerenze straniere. Al ruolo di arbitro dell'Onu si sostituiscono ben presto i paesi presenti sul campo con i militari, agendo ognuno secondo le rispettive politiche ed interessi nazionali. Dopo pochi mesi diviene evidente che Usa ed Italia supportano, ciascuna per sua parte, due fazioni somale rivali. Anche la Germania e l'Inghilterra coltivano interessi sul campo. Questo rimane il motivo fondamentale del fallimento della missione somala.
Un motivo che per quanto esplicitato dagli alleati non arriverà mai sul tavolo del dibattito politico italiano. I soldati italiani, appena giunti nel paese privi di chiare indicazioni politiche, si affidano alle indicazioni dei pochi italiani rimasti in loco dopo la caduta di Siad Barre. Il vecchio dittatore, complice dei craxiani nella sparizione di qualche migliaio di miliardi destinati dalla cooperazione italiana alla Somalia, era buon amico del pentapartito, e la sua scomparsa aveva lasciato gli interessi italiani nell'area orfani del principale riferimento. A comandare la missione l'ambasciatore Angelucci ed il generale Loi, sicuramente fedelissimi della prima repubblica.
Il nostro contingente si lega immediatamente ad alcuni elementi poco raccomandabili, mettendo le basi del fallimento fin dall'arrivo nel paese; con il tempo si scoprirà che nel paese africano sono in realtà i nostri servizi segreti a menare la danza, con un folcloristico giro di mafiosi, piduisti, mercanti d'armi e di rifiuti tossici, il peggior pattume del sottobosco monarchico e fascista rimasto legato da nostalgie africane e partner in traffici di ogni tipo con pezzi dello stato, galoppini del pentapartito e faccendieri di ogni risma.
Armi transitano per gli snodi controllati dai nostri militari versi i signori della guerra. Oscuri italiani, noti argentini, notissimi siriani pompano armi nel paese, faranno lo stesso in Yugoslavia, ora in Iraq; nessun intervento coloniale prescinde dalla fornitura di armi ai propri "alleati" in loco, non è un caso che questi personaggi prosperino. Apparentemente privo di guida politica il nostro contingente si assicura i servigi di Giancarlo Marocchino, un cittadino italiano che deve al sua fortuna somala all'essersi impadronito dei mezzi lasciati dalle aziende italiane all'indomani della fuga seguita alla caduta di Siad Barre. Quei mezzi, pagati con fondi pubblici italiani, il contingente li affitta da questo personaggio coinvolto anche in traffici d'armi e rifiuti tossici.
Gli americani scelgono i modi bruschi con chi non collabora, i nostri abbattono le capanne per perquisirle più velocemente, o belgi si impegnano in una battaglia per conquistare una città al Sud; gli stranieri diventano per tutti i somali degli invasori. La situazione degrada velocemente ed esplodono vere e proprie battaglie a Mogadisco come nel Sud. Questo accade, e nel '93 il 14 luglio, Il ghanese Kofi Annan, vice di Boutros Ghali e responsabile delle operazioni di peace-keeping dell'ONU, intima al Governo Italiano di sostituire il Gen. Loi alla testa del contingente.
Annan ottiene che l'Italia cambi sia il comando militare che quello civile. L'Ambasciatore Enrico Augelli rientra a Roma per consultazioni. Viene sostituito temporaneamente da Mario Scialoja; il generale Loi sarà avvicendato dal generale Fiore. Il successivo 30 agosto, prima azione di 400 Rangers del Delta Force fatti giungere in Somalia dal Presidente Usa Bill Clinton allo scopo di catturare Aidid. L'azione finisce in una farsa, anziché catturare il generale prelevano nove membri dell'ONU coprendosi di ridicolo.
A provocare la rivolta somala è la pretesa americana di voler arrestare il generale Aidid, principale "signore della guerra" somalo e la combinata contrarietà italiana al piano. L'ennesimo tentativo americano nella caccia ad Aidid si traduce nel disastro raccontato nel film "Black Hawk down", troppo per Clinton, che decide il ritiro delle truppe Usa, che determina a cascata la fine della missione.
Oggi quello scontro viene raccontato come un agguato subito da terroristi.
Emergono diffusi casi di soprusi e di maltrattamenti sulla popolazione da parte della forza multinazionale. Saranno scoperti casi di tortura ed abusi operati dalle forze italiane, canadesi e del Belgio. Un'inchiesta Onu ne renderà le dimensioni impressionanti. Nel 1994, Governo Ciampi, si conclude la missione nel disonore, il corpo di pace rientra avendo fallito l'obiettivo, a carico dei circa 12.000 avvicendatisi emergono gravi accuse di torture alla popolazione somala e di grave improvvisazione politica; l'emergere, anche in tempi successivi di queste gravi accuse porterà alla nascita della Commissione Gallo.
Oggi, a distanza di anni, siamo in grado di affermare che su tutti gli avvenimenti legati alla Somalia sia stata stesa una pesante coperta di omertà istituzionale e civile, che ha consentito a tutti coloro i quale commisero errori, omissioni o anche gravi delitti di uscirne impuniti e puliti. Tutti la commissioni parlamentari ed i procedimenti giudiziari aperti a fronte dell'evidenza dei crimini italiani commessi nel paese somalo indicano colpevoli che non verranno mai puniti.
Questa colossale opera di rimozione è stata resa possibile dalla conclamata convergenza di maggioranza ed opposizione sul punto che fosse meglio per tutti non parlarne più, agevolata in questo dal precipitare del livello del controllo democratico nel nostro paese e della capacità di conservare memorie condivise di fatti tanto dolosamente occultati.
In tutta questa storia emerge, ad ogni livello, la consapevolezza che le cose sarebbero andate in maniera molto diversa se il nostro paese non fosse intimamente razzista, e la nostra classe dirigente assolutamente compromessa. L'analisi degli avvenimenti non offre altra spiegazione. Alla colossale vergogna per il nostro operato in Somalia, ci troviamo ora ad aggiungere l'incapacità di un paese che si vuole democratico, di punire responsabili di gravi crimini e di far i conti con i propri errori e miserie. L'avventura somala ci ha consegnato un quadro devastante.
L'Italia è responsabile di gravi crimini commessi da suoi cittadini in territorio somalo.
Il più grave di tutti è sicuramente rappresentato dall'aver trasformato la Somalia nella pattumiera dei rifiuti tossici italiani. Nero su bianco, si parte da un contratto firmato dall'allora ministro di Siad Barre, dichiarato illegale dalla comunità internazionale, e si procede attraverso la sparizione di 1/3 dei rifiuti tossici prodotti nel nostro paese. Non sono finiti tutti in Somalia, esistono decine di organizzazioni che si occupano di questo affare, caterve di rifiuti vengono dispersi anche sulle nostre campagne o in altri paesi. Il traffico di rifiuti verso paesi del terzo mondo, viene difeso come legittima opportunità di affari dagli imprenditori che risultano coinvolti, e che hanno spiegato bene che fino a che potranno non avranno alcuna remora a trasformare in pattumiera tutti quegli stati che non si opporranno con le unghie e con i denti.
Faccendieri argentini, italiani, svizzeri, rivendicano il diritto di lucrare sulla inesistente resistenza dei paesi in dissoluzione e continuano a farsi beffe delle leggi. Cosa meglio di paesi come la Somalia, o Haiti, o il Mozambico, nei quali non esiste organizzazione statale e contrasto? Il business si perfeziona utilizzando i mezzi che portano i rifiuti per rifornire di armi i referenti locali, sempre alla ricerca di maggior potenza bellica in questi casi.
Uno dei più clamorosi tra questi accordi prevedeva la trasformazione di un cratere nel Sahara in pattumiera; andò a monte perché il Marocco temette un rafforzamento bellico del fronte di librazione Polisario, e denunciò l'accordo che pure aveva sottoscritto. L'evidente amoralità di questo commercio ha portato all'adozione di diverse convenzioni internazionali; delle quattro principali il nostro paese ne ha recepite solo una. Le convenzioni vincolano i paesi produttori di rifiuti a non esportarli nei paesi non-produttori.
Le quantità ipotizzabili nel caso della Somalia sono imponenti, si parla di navi e mezzi della cooperazione usati per il trasporto, e di tre enormi discariche servite proprio da quella strada che ingoiò tanti dei miliardi della cooperazione. Quello che è sicuro è che il traffico prosegue ininterrotto dagli anni ottanta fino ad oggi, è appena scattato l'allarme perché ci sarebbe un boom della dispersione in mare lungo le coste somale, approfittando dello tsunami si butta tutto.
I somali sono sfigati, dopo lo tsunami a loro non mandano aiuto, ma rumenta radioattiva; lo Yemen, che ha le coste di fronte, registra continui arrivi di fusti poco raccomandabili. Se poi uno volesse andare a fondo, scoprirebbe che quest'anno, i fondi destinati alla cooperazione, e quindi anche alla Somalia, andranno incredibilmente alle vittime dello tsunami, quelle asiatiche però. E' la generosità di Mr. Berlusconi, che finge beneficenza e ancora una volta non indigna quasi nessuno. Altra simpatica angheria ai somali.
Tutto questo in Italia non interessa a nessuno, tranne che a qualche commissario d'opposizione e agli amici della cricca mafiosa che regola il traffico.
I pochi magistrati impegnati sul caso dei rifiuti dicono di combattere "a mani nude contro i carri armati"; il nuovo regime delle prescrizioni consegnerà tutto all'oblio. Un dato che nessuno è ancora riuscito a produrre, e che probabilmente nessuno vorrà mai produrre, è quello del numero di somali che sono morti o moriranno a causa di questa pratica selvaggia. Non è una dimenticanza casuale, anche i morti per mano dei peacekeeper internazionali non li ha contati nessuno. Esiste una stima americana che li valuta, al minimo, intorno ai diecimila. In Italia non ce ne siamo accorti, ma le poche decine di vittime "occidentali" hanno avuto molto più risalto delle centinaia di pakistani, e hanno oscurato del tutto le vittime somale.
Come succede ora per la guerra in Iraq.
Il fiasco della missione ha consigliato una diffusa omertà, Usa ed Italia non hanno incontrato critiche fragorose da parte di chi condivide gli stessi peccati. In fin dei conti, sarebbero morti lo stesso per fame senza l'intervento internazionale, no? Si poteva sicuramente far meglio, ma nella nostra epoca nessuno si cura dei dettagli. Quanti somali hanno ucciso gli italiani negli ultimi venti anni con le loro scelte politiche? Il nostro paese ha un altro grosso debito morale con la Somalia. Come per belgi e canadesi i nostri soldati furono oggetto di gravi accuse in merito a torture e a vessazioni sulla popolazione. Mentre il Belgio ha condannato a cinque anni i due soldati colti sul fatto, ed il Canada ha sciolto il corpo dei paracadutisti che abusarono dei somali, il nostro paese non ha punito in alcun modo i clamorosi episodi di tortura, emersi in un articolo di Panorama del 1997. Le foto prese dai nostri paracadutisti mentre attaccavano elettrodi ai genitali di un somalo, o mentre stupravano una somala con un razzo illuminante finirono nel nulla.
La Commissione Gallo, costituita per chiarire le gravi notizie circolate sulla missione, ed i suoi componenti andrebbero in questo senso indicati ad esempio superbo di ipocrisia colonialista di ritorno.
La Commissione - accerta e certifica - che vi furono torture, stupri, abusi diffusi sulla popolazione. Accerta anche il totale fallimento della catena di comando, come il coinvolgimento di alcuni ufficiali nelle vessazioni.
La Commissione lamenta che non esista nel codice italiano il reato di tortura.
La Commissione dice che i soldati erano abbandonati, senza controllo sul morale, e che è difficile procurarsi testimonianze dei somali.
La Commissione dice che la visione della cassetta "Good morning Somalia" allegata a Panorama, ha generato numerose indagini, e diffuso sdegno tra i commissari.
La Commissione lamenta ostruzioni alle sue indagini.
La Commissione accoglie la considerazione che aver mandato un corpo di esaltati giovanotti in un tale pandemonio senza alcuna guida non sia stato un segno di lungimiranza. La commissione prende atto che alcuni procedimenti disciplinari (500 su 12.000 militari che hanno partecipato nel tempo alla missione) e processi sono in corso.
La Commissione segnala come sia stato un errore non aver mandato i carabinieri a tenere a freno soldati non adatti a relazionarsi con la popolazione civile. La commissione riconosce che i nostri soldati fossero sottoposti ad un grave - stress -. E basta.
La Commissione non prende alcun provvedimento, né trasmette atti alla magistratura. I procedimenti a carico dei paracadutisti riconosciuti nelle fotografie finiscono con un solo soldato che gode della prescrizione.
I politici commentano i vari passaggi distrattamente. Non solo. Cala il silenzio totale, i riferimenti alla vicenda vengono dimenticati; negli anni i media dimenticheranno di celebrare l'avventura o di dedicare inchieste a questo incredibile groviglio di orrori. Solo Rai3 e RaiNews, tra tutti i media pubblici e privati, si interesseranno agli avvenimenti. Anche su Internet c'è poco. Tra quel poco che si trova ci sono le voci dei siti riferibili a paracadutisti, nei quali la verità storica viene trasfigurata. Si parla addirittura di "onore recuperato" a seguito di una pseudo-perizia effettuata da un ufficiale, che stabilirebbe, bontà sua, che le foto di Panorama fossero false.
Ipotesi curiosa ripresa anche dalla stampa. Peccato che la "perizia" consista semplicemente nell'osservazione delle foto e nelle agghiaccianti conclusioni dei suddetti ufficiali, secondo i quali il somalo non era torturato, gli avevano attaccato i fila ai genitali per "motivi sconosciuti"; e la somala stava in realtà inserendosi da sola un razzo nella vagina, lo direbbe la sua mano sul razzo. Perizia che, chissà perché, i due valenti caballeros non hanno pensato di produrre in tribunale al tempo del giudizio, strane storie.
Di somali uccisi non parla nessuno.
Nessuno può negare che se a "godere" del razzo fosse stata una ragazza bianca e magari bionda, difficilmente la faccenda sarebbe finita così.
Senza vergogna...
A titolo di esempio: i canadesi hanno riconosciuto le loro responsabilità, hanno sciolto il corpo dei paracadutisti perché, dicono, l'esaltazione con la quale vengono nutriti i corpi speciali crea persone che si ritengono superiori e finiscono per perdere la coscienza dei limiti imposti ad un comportamento civile. Il fatto che il corpo attirasse persone dalla bassa scolarizzazione, da zone remote del paese, per trasformarle in macchine da guerra, portò alla conseguenza logica di farne degli inadatti ai contesti nei quali fossero necessarie relazioni con i civili. Grave anche che gran parte di questi divenga dipendente delle grosse Compagnie Militari Private dopo il congedo, PMC nelle quali si fonde finalmente la potenza economica con il controllo di quella di fuoco con effetti devastanti. Unica scusante, l'essere spesso coinvolti in esercitazioni con i colleghi americani, portatori di una "mentalità da gang".
La decisione dello scioglimento fu logica conseguenza, e riparazione della vergogna. Il Canada non è un paese comunista, è semplicemente dotato di standard morali che da noi sono declamati al vento. Nel nostro paese venne timidamente chiesto lo scioglimento della folgore, ma non se ne fece nulla. Se consideriamo come quegli eventi siano oggi ricordati, viene da pensare che non solo i paracadutisti non abbiano imparato niente dalla loro esperienza in Somalia, ma anche che a nessuno di loro sia mai venuto in mente di esprimere alcun dispiacere per le vittime somale.
Tra le tante efferatezze c'e poi un vezzo; nessuno pensò ad alcun sostegno psicologico o terapia per menti tanto sconvolte; una procedura comune nei paesi civili, da noi non ci ha pensato nessuno. Se a questo aggiungiamo che alcuni degli elementi presenti in Somalia parteciperanno con eguale entusiasmo al festival cileno durante il G8 a Genova, e che ora sono imputati di reati gravissimi, possiamo ben dire che la dimostrazione di civiltà impartita dal Canada fosse non solo etica, ma addirittura economica. Il Canada non si è astenuto nemmeno dal punire i militari che hanno tentato di minimizzare i fatti o resistere alle inchieste.
I militari e gli ufficiali dei servizi presenti in Somalia hanno mentito estesamente e dolosamente, nessuno è stato punito per questo, neppure il medico che pare aver consigliato di applicare gli elettrodi ai genitali del somalo, perché contengono liquidi e conducono meglio l'elettricità.. A oggi possiamo dire per certo che i nostri soldati abusarono diffusamente della popolazione somala, che nessuno di loro è mai stato punito, e che nessun governo italiano, o politico italiano, ha mai chiesto scusa al popolo somalo.
La verità certificata dalla Commissione Gallo, appare oggi sconosciuta, a destra come a sinistra, tanto che si parla da "presunte torture" a destra come a sinistra; mentre le azioni dei somali vengono definite opera