Poche ore dopo che un giornale vicino al presidente Ahmadinejad aveva definito "traditore" il leader dell'opposizione Mousavi, sono scesi in campo con un comunicato inequivocabile i religiosi più influenti del paese, la vera fonte di legittimità della repubblica islamica nonchè gli unici ad avere il potere, almeno formalmente, di deporre il leader supremo Khamenei.
L'associazione degli studenti e maestri di Qom, il gruppo religioso più importante del Vaticano sciita, ha infatti diffuso un testo nel quale condanna la repressione dei manifestanti, definiti "martiri" e dichiara illegittime le ultime elezioni, oltre a fornire una specie di parere legale secondo il quale il Consiglio dei Guardiani non ha più diritto a decidere delle questioni elettorali, avendo molti dei suoi membri perso ogni residua immagine d'imparzialità.
Una rottura clamorosa e plateale del fronte clericale da parte delle maggiori autorità religiose, una sfida senza ipocrisie al leader Khamenei che ha santificato le elezioni, ma anche una novità politica rilevante, visto che dagli esordi della rivoluzione islamica non si sono mai registrate simili fratture nel fronte clericale. Mousavi intanto ha presentato un dossier su brogli, proprio mentre esponenti del governo chiedevano di processare lui e i suoi sostenitori.
La presa di posizione dei religiosi di Qom rende di fatto inutilizzabile l'accusa di tradimento e sottrae legittimità non solo al presidente Ahmadinejad, ma anche a Khamenei, che pur essendo stato promosso ad Ayatollah, non può esibire un curriculum di studi religiosi sufficiente a competere in autorevolezza con i maestri di Qom.
Con una dichiarazione secca e senza offrirsi alle domande, Sarah Palin ha annunciato le sue dimissioni dalla carica di governatrice dell'Alaska. Piegata da una serie di scandali, emersi dopo che la sua candidatura alla vicepresidenza le aveva acceso i riflettori addosso, la vulcanica governatrice repubblicana ha deciso di lasciare lo stato dove tutto era diventato troppo difficile, per lanciarsi sul palcoscenico nazionale.
Niente paura quindi, anche se appena qualche giorno fa ha detto che non avrebbe corso per le presidenziali del 2012, e anche se l'ipotesi di Palin presidente degli Stati Uniti sembra francamente impossibile e la sensazione è che sia davvero stata messa fuori gioco dalla bordata di scandali che ha travolto la sua amministrazione, giunge conferma che intenda proprio proporsi come leader nazionale dei repubblicani.
Notizia giunta solo in un secondo tempo e che mi ha costretto a rifare titolo e articolo, ma che mi soddisfa sia perché avvicina allo zero la possibilità di un successo repubblicano, che per la quantità di divertimento assicurato negli anni a venire, che c'è gente che dice che la politica è noiosa. Notizia comunque non certa, visto che si rincorrono le ipotesi più contraddittorie, compresa quella di dimissioni in vista dell'imminente arrivo di accuse penali.
L'astro nascente che da tempo si è proposta come fedele interprete del Palinismo; quella Michelle Bachman che rappresenta la grande speranza bianca per tutti quelli che hanno amato i Monty Python; dovrà aspettare, anche se nessun altro esponente della pur nutrita galleria di freak del partito repubblicano, sembra in grado di insidiarle il posto.
Il ministro per la casa Ariel Atias (nella foto) ha detto chiaro e tondo che ha allo studio piani per separare gli arabi dagli ebrei e gli ebrei "secolarizzati" da quelli ultra-ortodossi. Atias è espressione proprio di questi ultimi e del partito religioso più estremista, lo Shas, che fa parte del governo Netanyahu.
Ha detto pubblicamente a un congresso degli avvocati israeliani che è una responsabilità nazionale il prevenire che persone le quali "quantomeno non amano Israele" possano stabilirsi in zone abitate da ebrei e che "Io, come ultra-ortodosso, non penso che gli ebrei religiosi debbano vivere nelle stesse zone delle coppie di ebrei secolarizzati, così si eviterebbero gli attriti non necessari".
Ha quindi proposto di mettere sul mercato terreni edificabili riservati rispettivamente ad arabi, ultra-ortodossi ed ebrei diversi. Facile immaginare che agli arabi non toccheranno i lotti migliori, ma questa è una considerazione risibile di fronte alla gravità di dichiarazioni del genere. Nessun ministro, in nessuna democrazia può permettersi di rimanere al suo posto dopo dichiarazioni del genere, ma in Israele per ora non succede niente. Se non vi appare subito l'orrore di dichiarazioni del genere, provate ad immaginare come suonerebbe se un governo europeo decidesse di limitare la residenza in zone riservate a musulmani ed ebrei.
Parole inaudibili, che richiamano storie di segregazione e tempi bui. I ghetti per gli ebrei in Europa, l'apartheid statunitense, sudamericano e sudafricano, la regola coloniale. Quella che è già una realtà per le popolazioni occupate da Israele, diventa il modello d'elezione della politica del governo anche all'interno d'Israele, il modello segregazionista riproposto come da triste abitudine per evitare mali peggiori, per favorire la tranquillità del corpo sociale. Un orrore solo a pensarci, qualcosa che trascende le peggiori aspettative sul governo d'estrema destra che oggi guida Israele e che preoccupa molti dei leader mondiali.
Dopo Obama anche Sarkozy ha fatto irruzione chiedendo con poco garbo le dimissioni del ministro degli esteri Lieberman, un'altra testa calda in questo caso finita a capo della diplomazia israeliana. Netanyahu si è offeso tantissimo e ne ha fatto una questione d'onore nazionale, offeso dall'ingerenza del francese. Il giorno dopo irrompe Atias con in testa l'idea meravigliosa che non mancherà di esporre il paese a critiche feroci.
Il problema del governo israeliano non sembra quindi limitarsi all'essere un governo d'estrema destra, ma va ben oltre e evidenzia la tragica realtà di un governo in balia di fanatici bruciati malamente dal contatto con la religione, tanto che non stupirebbe vederne alcuni con uno scolapasta in testa al posto del tipico copricapo.
Come sempre questi approcci barbari e fascistoidi hanno un lato farsesco e paradossale, che in questo caso è rappresentato dal fatto che gli ultra-ortodossi vicini allo Shas sono una comunità talmente devota che gran parte di loro si limita a leggere i test sacri e fecondare continuamente la propria compagna segregata in casa come sui mezzi pubblici, dove già hanno proposto un analogo regime segregazionista. Il lavoro femminile è poi quasi impossibile per via del controllo estremo sulla vita delle donne. Così succede che il welfare israeliano se li accolla mentre loro si moltiplicano come Dio vuole. Il che significa che sono proprio le tasse degli arabi e degli ebrei meno ortodossi, che dovrebbero finanziare la loro stessa segregazione per mano degli ultra-ortodossi che vivono, economicamente parlando, alle loro spalle e in povertà per una precisa scelta ideologica. Non è una rivoluzione proletaria, ma si tratta comunque di un ardito tentativo redistributivo che sta mettendo a dura prova le casse dello stato.
Questo più di altro fa considerare abbastanza velleitario il progetto, ma il fatto che sia difficilmente realizzabile nella pratica non toglie nulla al dramma interno nel quale Israele sembra precipitare sempre meno lentamente .
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Sembra impossibile, ma come d'incanto nel nostro paese le guerre non interessano più, nemmeno quelle nelle quali il nostro paese è coinvolto. Se la situazione in Afghanistan è tragica come non mai, nel nostro paese non c'è traccia di dibattito e Silvio Berlusconi ha potuto offrire all'alleato americano altri cinquecento uomini da mandare in zona di guerra senza che dal Parlamento, nemmeno dall'opposizione, si levasse una voce e senza alcun dibattito sui media. C'è da capirlo, Berlusconi, quando sacrifica i nostri militari per ottenere in cambio una foto con Obama che per mesi non l’ha ricevuto, ma è molto meno comprensibile che nel resto del paese l'Afghanistan sia caduto nell'oblio.
Stessa sorte per il Pakistan, dove ormai è guerra. Una guerra che ha già fatto più di duemila vittime tra i talebani e ha provocato la fuga di tre milioni di pakistani dalla valle dello Swat; profughi che non hanno ricevuto assistenza e si sono arrangiati grazie alla generosa ospitalità dei compatrioti, non hanno ricevuto assistenza dalle organizzazioni internazionali e nemmeno dal governo pakistano, che pure ha battuto cassa presso il Fondo Monetario Internazionale e a Washington, per pagarsi la guerra e spostare la scadenza dei debiti che rischiavano di trascinare il paese nel default. (Nella foto l'esodo di massa dalla valle dello Swat, evacuata e attaccata senza preavviso dall'esercito).
L'unica notizia positiva dal Pakistan è che i pakistani sembrano aver finalmente deposto ogni simpatia per i “fratelli” talebani, che da quando hanno tradito gli accordi sulla valle dello Swat, cominciando la solita teoria di decapitazioni e proibizioni “islamiche”, sono entrati nell'immaginario pakistano come nemici e traditori con i quali é impossibile parlare e ai quali è meglio sparare. L'esercito ha capito l'antifona e non ci ha messo molto a ricacciarli verso il confine con l'Afghanistan e a provocare loro ingenti perdite, anche se il destino di questa ennesima guerra asimmetrica non è per nulla scontato, l'impegno dell'esercito pakistano, a lungo complice dei movimenti armati talebani, è la novità più rilevante dal 2001.
L'apertura di un secondo fronte al di là del passo del Khyber non ha però giovato all'Afghanistan, dove i talebani sono più attivi che mai e dove il governo è sempre più assediato a Kabul. Non giova nemmeno il periodo elettorale, così come non giova l'ormai scontata riconferma dell'inutile Karzai, che sembrava in disgrazia presso gli americani, ma che ha saputo muoversi bene, cooptando i possibili avversari ed emarginando chi osa sfidarlo alle urne. Gli americani hanno però in serbo un piano di riserva e anche se Karzai sarà eletto al suo terzo mandato, sembra ormai certo che comanderà meno di quanto non comandi ora, visto il probabile sbarco a Kabul dell'americano Khalilzad, già ambasciatore a Kabul e Baghdad, nella veste di super-ministro emanazione diretta dell'amministrazione Obama.
In attesa delle elezioni si susseguono le solite pessime notizie. Dal punto di vista militare i talebani sono attivi come non mai e se in Pakistan subiscono, rispondendo con attentati e omicidi dimostrativi, in Afghanistan controllano gran parte del paese e conducono operazioni militari in numero e intensità mai vista dal 2001, anno dell'attacco americano. Quasi otto anni di permanenza degli eserciti occidentali non hanno dato molto agli afgani, che ancora oggi non hanno un governo nel quale riconoscersi, non hanno visto traccia di sviluppo economico, sono ancora del tutto privi d’infrastrutture e sostanzialmente in balia di signori della guerra e comandanti talebani.
La decisione dell'amministrazione Obama di aprire un secondo fronte in Pakistan, assecondata obtorto collo dal debolissimo presidente Zardari, ha di fatto inaugurato una nuova guerra senza che l'iniziativa abbia per ora avuto riflessi positivi nel più ampio scacchiere che vede il confronto tra gli USA e gli alleati occidentali da una parte e la galassia dell'estremismo islamico dall'altra. Se in Afghanistan va male come non mai, anche in Iraq e in Somalia le sorti dei governi sostenuti da Washington sono incerte e i resoconti dal campo sono preoccupanti, nemmeno il finto ritiro dall'Iraq e l'ennesimo restyling del governo somalo sembrano aver migliorato la situazione, che registra invece una pericolosa deriva islamista anche in Yemen dove, nonostante l'aiuto delle vicine autocrazie della Penisola Arabica, il governo fatica sempre di più nel tenere a bada l'insorgenza islamica.
Otto anni dopo l'attacco all'Afghanistan si può ben dire che la situazione non è cambiata di una virgola e che la “war on terror” è sostanzialmente persa, visto che sul terreno la guerra è risultata invincibile, per i talebani come per gli Stati Uniti e gli alleati. Una situazione di stallo per la quale la prima potenza militare del mondo non riesce ad aver ragione della guerriglia talebana, che a sua volta non è in grado di sloggiare gli occupanti. Una situazione che si ripete identica sugli altri fronti, lasciando milioni di persone in balia di conflitti armati confusi quanto sanguinosi, senza che nessuno al mondo sembri avere le forza o l'interesse per tirare le fila delle questioni e andare verso una ricomposizione che permetta a quei paesi di riprendere un cammino di pace e sviluppo.
Otto anni dopo, la “democrazia” non è stata recapitata a destinazione e ormai non se ne parla più. Forse l'offesa più grande ai milioni di profughi e di morti che ha provocato l'azione americana successiva al 9/11, quando l'amministrazione Usa prese la palla al balzo per esercitarsi tragicamente nel ruolo di unica superpotenza mondiale, perdendo allo stesso tempo tre guerre, la reputazione internazionale, molte vite e una quantità impressionante di dollari. Un sacrificio enorme in nome dell'enorme ipocrisia con la quale l'amministrazione Bush ha travestito tragici interventi armati con la maschera dell'altruismo, rafforzando le autocrazie amiche e arricchendo in maniera oscena le corporation vicine all'amministrazione.
Un'ipocrisia dalla quale purtroppo nemmeno l'amministrazione Obama sembra volersi smarcare, perché al di là delle differenze retoriche la politica del nuovo presidente segue le orme della precedente, ricorrendo alla menzogna esattamente come chi l'ha preceduta. È andata così con Guantanamo, che rimane aperta, e va così in Iraq, dove tra poco gli americani dovrebbero ritirarsi dalle città irachene, ma dalle quali invece non si ritireranno affatto, prova ne sia che la base americana a Baghdad non si sposterà di un metro e l'impegno formale a ritiro sarà rispettato con un semplice tratto di penna: l'area della base di Baghdad infatti non farà più parte di Baghdad, è bastata una decisione amministrativa che ha sottratto l'area ai confini amministrativi della capitale irachena, non hanno spostato la base, hanno cambiato i confini della città. Capitale che continuerà così ad essere pesantemente presidiata dagli americani a dispetto dei proclami ufficiali, grazie alla base che non è più a Baghdad e grazie all'enorme ambasciata americana, che grazie all'extraterritorialità non è nemmeno su suolo iracheno.
Le guerre fondate sulla menzogna non possono certo risolversi grazie ad altre menzogne o perché la presidenza americana ha cambiato registro retorico, servirebbero piuttosto decisioni coraggiose e un disimpegno militare che per ora non sembra davvero in agenda, quali che fossero i motivi meno palesi (e reali) che hanno spinto gli USA in queste guerre, devono essere ancora straordinariamente attuali nei corridoi di Washington.
A Padre Pio, frate poverello e un po' furbetto, tanto da essere definito idolo di stoppa dal "Papa buono" suo contemporaneo, hanno costruito una cripta tutta ricoperta d'oro. Oro dei fedeli che negli anni lo hanno consegnato a chi veglia sulle sue spoglie in cambio di benedizioni e miracoli sperati e mai visti.

Uno schiaffo alla miseria e alla modestia di tanti esponenti del cattolicesimo, l'esibizione di una cafoneria e di un cattivo gusto che nemmeno Silvio Berlusconi poteva concepire, a certificare la distanza ormai evidente della chiesa dalla narrazione cristiana. Sembra di essere tornati ai tempi di Lutero o ancora prima quando si narrà che il povero Gesù cacciasse i mercanti dal tempio offeso dai loro commerci.
La fede cattolica è ormai un commercio dal budget imponente, la chiesa di Roma una multinazionale retta da un monarca che veste abiti di lusso e da una gerarchia di preti grassi che ogni tanto si degna di concedere un'elemosina a fedeli sempre più poveri e disperati.
L'ipocrisia di questa chiesa allontana i fedeli, che sono sempre di meno e tiene lontane le vocazioni (che sono sempre di meno) degli uomini pii e devoti, accontentandosi di ammaliare e incatenare alla predicazione romana un numero sempre più ridotto e sempre meno qualificato di adepti. Come le multinazionali la chiesa romana deve così ricorrere all'outsourcing e alla manodopera immigrata, importando i sacerdoti dal terzo mondo ed è costretta a spingere sul marketing per cercare di compensare, con risultati scarsi, l'incapacità di soddisfare il bisogno di religiosità delle anime non abbastanza semplici da farsi turlupinare dallo stupore indotto dal lusso e dai paroloni in latino.

È tutto falso, tanto che la volontà di Ratzinger di reintrodurre il latino si frange sull'irriperibilità di traduttori tra gli stessi sacerdoti, l'ultima enciclica papale attende da mesi la pubblicazione proprio perché non si riesce a tradurre in latino, uno smacco.
Uno smacco sono anche la Disneyland di Pietralcina e l'idolatria nei confronti di Padre Pio, l'adorazione di reliquie e cadaveri (e pezzi di cadavere) decomposti, la superstizione e il generale indebolimento etico della predicazione cattolica atraverso il massiccio e continuo ricorso al compromesso proprio sull'etica. Etica venduta per un piatto di lenticchie, un commercio evidente proprio qui in Italia dove la chiesa da anni assiste alla demolizione dell'etica da parte degli araldi del neo-liberismo in salsa berlusconiana in cambio di quattro soldi e dell'assenso a leggi spesso incostituzionali e irrazionali, ma gradite in Vaticano. Etica facciatamente svenduta, come nel caso della simile truffa di Medjugore, che pur denunciata dal Vaticano non è stata affatto repressa e continua a raccogliere denaro con la benedizione papale.
Non c'è bisogno di Lutero per riconoscere in questa politica un'impostazione reazionaria che si rifugia nel tradizionalismo cattolico fino al punto di riportarlo al Medioevo, alla simonia e alla vendita dell'indulgenza divina agli allocchi che non possiedono i mezzi per avvedersi dell'inganno e che spesso sono tanto deboli da poter essere considerati incapaci. Gente sulla quale la vita ha infierito e che si trova abbagliata e inerme di fronte a una giostra del genere e agli artifici dell'ipocrisa clericale. Una discreta vergogna per un paese che si vorrebbe evoluto, ma anche una precisa indicazione di quanto la chiesa romana sia una pericolosa palla al piede del suo sviluppo in quanto fonte di superstizione, ignoranza e gravissimi danni all'esistenza degli italiani, anche e soprattutto di quelli che cattolici non sono.
P.s. Perfettamente in linea, giunge la notizia di un'indagine sulle suore americane che sembra il prologo del tentativo romano di ricondurre le suore all'obbedienza e allo stile di un tempo, non per niente il maschilismo è sicuramente uno dei tratti forti del pontificato di Ratzinger.
Sembra ufficialmente aperta la caccia popolare al premier. Vox populi, vox dei si diceva un tempo, ma senza tornare ai tempi bui è comunque evidente che la sequenza di attacchi raccolti da Berlusconi a l'Aquila, Napoli e Viareggio non è "organizzata dalla sinistra" come ha cercato di suggerire lo stesso premier, ma sintomo del fatto che un sacco di italiani sente il bisogno di esprimere rumorosamente il proprio sgradimento per la condotta di Berlusconi.
Urla e insulti che non sembrano per niente collegati alle notizie sul discutibile stile di vita di Berlusconi, quanto alla sensazione diffusa che il suo governo sia pericolosamente inadatto alla situazione di crisi, esacerbata dall'incredibile montagna di pietose bugie prodotta dal premier e dai suoi dipendenti per mascherare errori ed omissioni.
Analoga reazione ad analoga sfacciata arroganza si è vista per l'ultima volta nei confronti di Craxi e storicamente segnala il momento nel quale la repulsione per capo tracima nei ranghi dei suoi fedelissimi che di fronte alla crisi assumono comportamenti sempre più estremi, alimentando lo sdegno popolare come nel più classico "inizio della fine". Sperando che la vitalità animalesca del vecchio bavoso non gli consenta ancora una volta di rinascere dalle proprie ceneri, non resta che unirsi al sabba liberatorio e continuare a bastonare il cane che affoga.
Sembra proprio che alla fine i fondatori di Pirate bay abbiano preferito vendere fino a che c'era ancora qualcosa da vendere, qualche milione di euro e il sito è passato alla svedese Global Gaming Factory X AB.
Anche se i vecchi titolari, che recentemente avevano perso malamente una causa contro le major sui diritti di copyright, rassicurano gli utenti dicendo che nulla cambierà, la GGF sembra orientata a sfruttare il know how e la fama di Pirate Bay senza andare alla guerra con i proprietari dei diritti, in pratica cercando un sistema per retribuirli con i soldi degli utenti, il che significa che Pirate Bay presto non sarà più gratuita.
La notizia, che sarà accolta con dolore dai fan e dagli utenti del sito, non mancherà di stimolare altri sulla stessa via, fin da quando si è compiuta l'analoga parabola di Napster si è capito che non appena, per amore o per forza, il sito leader del file sharing pirata rientra nei ranghi dell'ortodossia commerciale, subito si avanzano nuovi pretendenti alla corona di nemico pubblico numero uno del copyright, una corona che comunque dà sempre grosse soddisfazioni.
Nonostante le preoccupazioni degli americani per la loro "sicurezza", gli iracheni sembrano contenti del fatto che da oggi gli americani potranno entrare nelle città solo dietro richiesta delle autorità irachene, anche se in realtà gli americani resteranno ancora a lungo (una base americana è per sempre) e anche se hanno dovuto cambiare i confini della capitale per dire che anche la base, che non si sposta, adesso è fuori città.

Alle scene di giubilo si è aggiunto il premier che ha dichiarato la giornata di oggi festa nazionale e istituito la "Festa della sovranità nazionale". Dagli USA nessun commento ufficiale, avrebbero preferito una cosa fatta in silenzio, non è bello rievocare la genesi di questa "guerra per sbaglio" che in Occidente sembra ormai dimenticata dai media e da tutti. Gli iracheni invece sono scesi in strada nonostante il pericolo di attentati (che non ci sono stati) e hanno ballato, danzato e sparato fuochi d'artificio, dimostrando esplicitamente quanto fossero contenti della "sicurezza" offerta loro dalla presenza americana. Sui nostri giornali solo piccoli riquadri nelle pagine interne.




Era annunciato dal 2006, ma è arrivata tutto sommato inatteso. Si tratta dell'effetto pratico di una legge contro il vizio varata da Putin nel 2006 che vieta radicalmente l'esistenza di casino e slot machines. Non ci avevano creduto troppo i proprietari delle centinaia di sale da gioco di Mosca, stancamente avevano proposto anche un'alternativa fondata sull'autoregolamentazione ed erano comunque convinti di poter dilazionare il termine.
Invece no, dal primo di luglio in Russia i casino saranno legali solo in quattro province siberiane e quindi da domani i russi rimarranno senza, visto che nessuno ha ancora raccolto davvero l'unica opportunità di sopravvivenza del business, offerta dal governo nella lontana Siberia. C'è da dire che il provvedimento appare sacrosanto e non solo perché il mondo del gioco d'azzardo in Russia è notoriamente dominato da organizzazioni criminali, ma soprattutto per i valori assoluti raggiunti dal fenomeno nel paese, dove ormai è una piaga che incide pesantemente sulla qualità della vita di milioni di adepti e appassionati.
Il presidente Napolitano chiede gentilmente una tregua: "Sarebbe giusto, di qui al G8, data la delicatezza di questo grosso appuntamento internazionale, avere una tregua nelle polemiche".
Ovviamente il riferimento è alle polemiche provocate dagli scandali che stanno travolgendo il presidente del consiglio Berlusconi, ma altrettanto ovviamente l'appello andrebbe rivolto proprio a lui e ai suoi fan, che non stanno certo dando esempio di continenza, neppure verbale.
La risposta a Napolitano non può quindi che essere negativa, se Berlusconi non perde l'occasione di strumentalizzare gli incontri internazionali per dare (dubbio) lustro alla sua immagine, non si vede davvero perché gli italiani dovrebbero dargli tregua ed assistere silenti al suo solito show ipocrita, tanto più che in questa occasione lo show sarà ai danni dei poveri terremotati abruzzesi, già presi in giro abbondantemente con le solite promesse da marinaio.
Al contrario, sarà bene approfittare della ribalta internazionale per legnare il più possibile l'indegno satiro mentitore, tanto l'immagine del paese non ne risentirà di sicuro, più in basso di così non può cadere.

Il governo vieta Internet ai terremotati nelle tendopoli dicendo che "non gli serve". Una posizione ridicola che copre chiaramente il desiderio di ridurre nei campi le possibilità di comunicazione e di organizzazione per i terremotati, visto che allo stesso modo sono vietate assemblee, volantinaggi, visite e ogni attività di comunicazione che non sia esercitata su impulso governativo.
È fin troppo evidente che invece la rete ai terremotati servirebbe eccome, sia per sbrigare incombenze quotidiane che per lo studio o per comunicare con amici e parenti lontani grazie a strumenti come la posta elettronica, Skype, e altri ormai usati quotidianamente dagli italiani, così come per ammazzare la noia di giornate sempre uguali evadendo dall'unica offerta governativa, quella televisiva.
L'occasionale inattività alla quale sono costretti potrebbe al contrario essere valorizzata attraverso corsi di alfabetizzazione informatica, offrendo così agli abruzzesi la possibilità di riemergere dalla tragedia con un numero maggiore di frecce al loro arco, ma il governo non vuole, preferendo esercitare un controllo militaresco sui corpi e sulle menti dei terremotati.
Questo appello è rivolto a privati, aziende ed associazioni con la sufficiente capacità operativa, affinchè adottino i campi dei terremotati e forniscano loro la connessione ad internet e macchine utili a sfruttarla. Per coprire un campo non serve molto, giusto qualche router e qualche stazione Wi-Fi, l'ostacolo non è quindi economico, ma politico. Per superarlo basta la volontà e una volta che ci sarà il segnale nessuno potrà impedire agli abitanti dei campi di connettersi o vietare il possesso di computer o altri dispositivi utili allo scopo.
Non lasciamo soli i terremotati, diamo loro l'accesso alla rete perché tornino ad essere cittadini come tutti gli altri e non ostaggi della censura e della politica governativa, diamo la linea ai terremotati.
La situazione è tragica e pure seria. L'andamento dell'economia mondiale non promette niente di buono e arrivano i dati sulla salute dell'economia italiana, che sono molto peggiori degli ottimismi con i quali erano stati decorati dai noti furboni. Tremonti nega che esista un problema di disoccupazione, dicendo che il dato è falsato da come fanno i sondaggi e poi chiede il silenzio ("Non è una censura) fino a settembre. Troppe informazioni, dice, frastornano le famiglie e gli operatori, generano sconcerto, bisogna resistere alla crisi anche psicologicamente.
Notevole, ma inutile, se anche l'ometto riuscisse ad arrivare a settembre troverebbe la stessa situazione resa più urgente da due mesi di vacanza generale, i dati saranno peggiori, le entrate continueranno a diminuire e non si capisce proprio che beneficio potrebbe trarne il paese, nemmeno gli happy few si godrebbero comunque le vacanze, sapendo che li attende forse il primo vero autunno caldo da decenni.
La realtà e che alle grosse difficoltà politiche di Berlusconi si assomma il problema di un governo che ha fatto della concentrazione della ricchezza la sua bandiera e che ora resiste all'idea di allargare i cordoni della borsa per soccorrere le vittime della crisi. L'annuncio della terza volta della Legge Tremonti, la detassazione degli utili reinvestiti è la testimonianza di una coazione a ripetere davvero imbarazzante, niente come le due precedenti versioni ha spinto al proliferare di capannoni, che ora giacciono inutilizzati e svalutati proprio per l'inflazione costruttiva degli anni scorsi. Dare soldi per iinvestimenti produttivi in una fase recessiva e bonus per le scuole private non sembrano proprio dei gran provvedimenti anti-crisi, ancora di meno se a Settembre le scuole finiranno commissariate per i debiti e l'offerta formativa tracollerà per effetto dei tagli della riforma-massacro di Tremonti & Gelmini.
Silenzio anche sulla relazione della Corte dei Conti, che segnala 50 milirdi di danno dalla corruzione nella Pubblica Amministrazione e non solleva la minima dichiarazione da parte della politica, anche i 100 miliardi di evasione non ecciteranno nessuno. Un governo che agita il pugno di ferro contro i nomadi ladroni e contro i fannulloni, ma che tace su corrotti ed evasori, ci sarà un perché, ma non è un bel vedere, soprattutto notando che le opposizioni seguono compatte. A parte la figura da peracottari nell'essere ampiamente il paese più corrotto tra le grandi democrazie occidentali, il danno sociale eccede grandemente quello economico e la corruzione (soprattutto morale) si pone come la principale palla al piede di qualsiasi evoluzione positiva.
Silenzio... una curiosa richiesta da parte del governo del grande comunicatore, ormai impegnato allo spasimo in una vasta operazione di censura, dalle pressioni sui giornali esteri attraverso le nostre ambasciate (vergogna) fino a Tremonti è tutto una scagliarsi contro le critiche dicendo che sono illegittime e spesso criminali o che nel caso contrario fanno male a tutti.
C'è però una buona notizia, a settembre si potrà fare casino, sempre che ci sia ancora un governo contro il quale protestare.
5 marzo 2009, Franceschini: "Io sono a termine. A ottobre non mi candiderò".
24 giugno 2009: "Mi candido per portare il Pd nel futuro, per cambiare, per non tornare indietro"
Con tanti saluti al partito nuovo e diverso, si candidano tutti i vecchi big e buonanotte a chi si era illuso.
Ci voleva un programma satirico per vedere scorci d'intervista con rappresentanti del vasto fronte antigovernativo iraniano. Nessuno si è reso nemmeno la briga di tradurre qualche intervista ai media iraniani dei big della rivolta, si vede che costa troppo e fa meno audience di un paio di culi nudi famosi
Da Nettime giunge la notizia che il gruppo degli Anonymouse, già noto per una dura battaglia contro Scientology, ha dichiarato guerra ai Basiji. Il gruppo di hacker è stato largamente criticato in passato per i mezzi impiegati nella sua attività perché non ha alcuna remora nell'impiegare tattiche poco eleganti o illegali. Come nel caso citato, gli Anonymous cominciano con una minaccia di distruzione ai basiji iraniani, ormai identificati come gli assassini degli iraniani in piazza. Distruzione attraverso l'uso dell'arma della verità.
Come nel caso di Scientology, l'azione di Anonymous è volta alla diffusione di dati sensibili e di tutti i materiali e le "verità" sgradite ai nemici, senza limitarsi nel rimanere nell'ambito della "legalità" e colpendo duro, anche in maniera discutibile, come nel caso della pubblicazione dell'immagine qui sotto. Mentre i governi occidentali attendono di vedere che cosa succede e e si scopre che aziende occidentali aiutano tecnicamente l'Iran nel controllo della popolazione, l'azione degli Anonymous si inserisce in nella mobilitazione della rete a sostegno dei dimostranti iraniani.
Take your stand, gli iraniani in piazza hanno conquistato la solidarietà forse più preziosa, , perché disinteressata e animata unicamente dalla passione. Sono ormai migliaia le iniziative in rete contro la repressione iraniana.

In a statement released yesterday, Anonymous said, "Hello leaders of
Iran, we are Anonymous. As the eyes of the entire world hold you under
close scrutiny, the eyes of the Internet have taken similar notice of
your recent actions. While the governments of the world condemn you for
your violation of human rights Anonymous has taken a particular interest
Ricordate? Eravamo agli inizi di maggio e Berlusconi disse in televisione: "Veronica dovrà chiedermi scusa".
Nemmeno due mesi e molte Noemi dopo, il capo del governo è stretto tra l'ipotesi dell'autocastrazione (non chimica) e quella delle dimissioni, non si è presentato in parlamento a spiegare di Noemi e, nonostante le molteplici e contraddittorie spiegazioni a giustificare i suoi comportamenti. Ai suoi dipendenti non è rimasto che l'occultamento delle notizie e il definire "gossip" (ovvero pettegolezzo) le notizie scandalose che emergono di giorno in giorno sui giornali italiani come su quelli stranieri. Anche il lamento sul presunto complotto ai suoi danni è durato meno di una giornata e non ha convinto nessuno, come riassume bene il titolo di Europa: "Scontro titanico fra escort e premier. Ed è più forte lei".
Nel mezzo in parecchi hanno sacrificato la loro dignità per difendere il datore di lavoro. In particolare le parlamentari del PDL, mandate avanti a far da scudo alle critiche, sono riuscite solo a dimostrare di essere, pure loro, tante piccole Patrizia al soldo del sultano. Anche la nuova Patrizia assisa alla direzione del TG1 è stata immediatamente chiamata al sacrificio per il leader e si è ritrovata a parlare di "presunte accuse" (Così da non discuterle) in luogo della "presunta colpevolezza". Ma le accuse sono chiarissime e per nulla presunte, presunto è semmai il possesso della deontologia da parte di tanto professionista.
Da quel che pare di capire Veronica non ha alcuna intenzione di chiedere scusa e gran parte del paese è sempre più convinto che avesse ragione, in particolare dicendo che il marito "sta male".
Dopo aver perso voti alle europee e alle amministrative, i leader dei due principali partiti italiani subiscono una vera e propria Caporetto ai referendum. Solo un elettore su cinque è andato ai seggi, di quelli che ci sono andati un parte ha lasciato in bianco proprio i primi due quesiti, quando non ha votato solo la terza scheda, a spanne e senza dati verificabili circa il 30% di quanti si sono presentati al seggio, ai quali ovviamente va aggiunto chi ha votato NO e non sono stati pochi
Morale della favola: solo il 20 percento degli elettori ha accolto le indicazioni dei due leader arrivando fino al seggio, e solo una percentuale ancora più bassa, poco più della metà, le ha seguite tanto bene da mettere la fatidica croce dove richiesto.
Un consenso che vale poco più del 10% degli elettori italiani, raccolto dai leader di due partiti che insieme hnno raccolto più del 60% dei voti alle ultime elezioni, un'umiliazione. E infatti all'apparizione in televisione, Franceschini ha detto che ai ballottaggi è stato un grande successo, mentre il portavoce di Berlusconi ha detto che al primo turno il PDL ha stravinto e ha proposto di abolire i ballottaggi. L'assenza di domande degne di tal nome da parte di chi porgeva il microfono ha, come al solito, reso possibile il miracolo. La sconfitta al referendum non esiste, non c'è da meravigliarsi.
Ma allora i referendum? I referendum hanno schiantato la voglia di bipolarismo dei due principali partiti e il tentativo appena mascherato di arrivare alla legge "Porcata 2 (la vendetta dei nani)" che avrebbe permesso a PD e PDL d'avvantaggiarsi enormemente sugli inseguitori politici, a tal punto da annichilirli e costringerli all'estinzione grazie alla "Porcata ("The beginning")" modificata dal referendum.
Si parla di disaffezione alle urne, ma l'afflusso all'elezioni locali ed europee non è stato affatto così deludente, segnalando al contrario che nel caso dell'astensione al referendum si è trattato di un precisa - scelta poltica - maturata dai singoli elettori al di là delle indicazioni di partito, o meglio: in precisa controtendenza con i due leader che pensavano di blindare il loro potere ex lege.
Se l'ipotesi delle dimissioni di Berlusconi per una sconfitta non si pone; è pur sempre il padrone del partito; per Franceschini dovrebbero invece essere d'obbligo. Durante la sua reggenza il PD ha perso qualche milione di voti e nemmeno una frazione di chi vota PD ha seguito le sue indicazioni. Berlusconi ha ben altri problemi ed è impegnato a difendersi da ben altri rovesci, ma la disfatta subita dal partito di Franceschini su ogni fronte dovrebbe suonare come una sentenza di morte politica per il segretario, almeno in un paese normale e in un partito che non voglia continuare ad affondare legato a simili palle al piede.
L'insipido Franceschini e il piccante Berlusconi si sono trovati insieme sulla stessa barca che gli elettori hanno preso a cannonate, nei prossimi mesi vedremo se la tranvata avrà prodotto qualche effetto sulla carriera dei due logori leader.
A rendere farsesca la situazione ci pensano in serata personaggi come D'Alema e Fini, che dal campo dei tranvati dicono che il problema è il referendum e che bisogna "fare un riforma", perché così com'è non sarebbe "democratico" permettendo agli elettori di affossarlo non votando. Loosers inside, perdenti dentro.
Evidentemente questo trucchetto bipartisan è quanto di meglio sono riusciti ad inventarsi per deviare l'attenzione da una sconfitta tanto pesante: hanno perso il referendum per colpa della legge sul referendum, come se in assenza di quorum (una delle idee buttate in pasto ai telespettatori) gli elettori non potessero bocciare lo stesso porcate del genere, andando a votare invece di stare a casa.
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La rivolta iraniana non accenna a placarsi nonostante la repressione. Come in una partita a scacchi che non si concluderà sicuramente in pochi giorni, le pedine si muovono sullo scacchiere senza che agli spettatori sia dato capire le prossime mosse e le probabilità di vittoria dei giocatori e la partita risulta ancora più indecifrabile a chi non conosca la complessità della politica iraniana, spesso esemplificata oltre la realtà per esigenze di propaganda. A pochi giorni dall'eruzione della rivolta i rivali istituzionali rimangono sulle loro posizioni, ma alzano il livello dello scontro. Se da un lato Ahmadinejad iscrive il rivale Mousavi nell'elenco dei criminali e Khamenei appare ormai aver scelto il campo del presidente ufficialmente rieletto, sul fronte avverso Mousavi non desiste e si dichiara pronto al martirio, mentre tutto attorno a lui è un frenetico trattare sottobanco per minare gli equilibri esistenti nella repubblica teocratica iraniana.
Fino ad ora il regime in carica sembra aver retto l'urto della protesta, ma gli sviluppi delle ultime ore non implicano affatto che la situazione possa risolversi felicemente per la fazione al potere. La rivolta si sviluppa su diversi piani e non è detto che la piazza, fino ad ora illuminata dalla rete, sia il campo di battaglia decisivo. Uno scontro fondamentale è in corso all'interno del Consiglio degli Esperti, su impulso di Rafsanjani che lo presiede, l'unico organo che può rimuovere il supremo leader Khamenei. Di notevole interesse sono i colloqui in corso a Qom, il Vaticano sciita, ai quali parteciperebbero, oltre ai membri del consiglio, i principali leader religiosi, tra i quali al Sharistani e anche il “Papa” sciita, l'iracheno al Sistani. La sola esistenza di colloqui del genere segnala la possibilità di una soluzione “istituzionale”, tutta interna alla teocrazia.
Una soluzione del genere segnalerebbe che effettivamente la rivolta popolare rischia di travolgere lo stesso sistema teocratico e che esista un fondato timore del clero nei confronti dei possibili sviluppi in questo senso, tale da spingerlo, almeno, ad interrogarsi sulla necessità di una rapida autoriforma. Nello scontro tra le due fazioni la religione c'entra poco, c'entra invece moltissimo l'equilibrio fondato proprio sulla modesta figura di Khamenei, che negli anni si è trasformato da brutto anatroccolo nel perno di un sistema che degrada sempre di più verso l'estremismo religioso e il populismo.
A questo proposito c'è da segnalare in queste ore proprio l'arresto della figlia di Rafsanjani, avvenuto proprio a ridosso della richiesta dell'ex-presidente Khatami per la liberazione di tutti gli arrestati. Se dalla repressione in corso si può trarre l'impressione che il regime intenda giocare la partita fino in fondo, l'arresto della figlia di Rafsanjani e di molte personalità a lui vicine, rischia di segnare veramente il punto di non ritorno di un conflitto che molto difficilmente potrà vedere le due fazioni trovare punti d'accordo o d'equilibrio. Oltre ad essere indubbiamente provocatorio e offensivo per il padre, l'arresto rischia di mobilitare davvero la potenza economica della sua fazione che di fronte ad un attacco diretto e brutale potrebbe considerare venuta la necessità di giocarsi il tutto per tutto.
Se lo scontro istituzionale dovesse finire ai coltelli non è facile prevedere chi ne uscirà vincitore, anche perché all'interno del sistema teocratico iraniano esistono comunque molti centri di potere e molte differenze e divisioni che seguono intersecandoli i conflitti di classe, d'interesse, quelli religiosi e quelli etnici. Una polifonia molto più complessa del riassunto bipolare offerto dall'immagine del confronto tra due campi omogenei e una molteplicità di livelli molto più complessa del conflitto bidimensionale offerto dallo scontro di piazza.
Dalla parte di Ahmadinejad e Khamenei ci sono gli apparati di sicurezza, anche se non è chiaro con quale compattezza, visto che sono state già annunciate parecchie defezioni morali. Apparato che però di fronte a una decisa compattezza delle gerarchie clericali contro il leader supremo potrebbe anche cambiare di campo in misura significativa. Il presidente e il leader supremo possono anche contare su un vasto sostegno popolare, che però non sembra in grado di portare le masse amiche nelle strade contro gli avversari. Una cosa che non sembra potersi il regime è la repressione incontrollata, lo dimostra la reazione fino ad oggi, che nonostante la brutalità sembra molto al di sotto del “necessario”, segno della volontà e dell'impossibilità della repressione militare e radicale.
Accanto ai loro oppositori sembra che ci sia un numero sempre maggiore di iraniani, la repressione e i lutti non hanno sicuramente migliorato l'immagine del potere e già ora la protesta sembra aver raggiunto dimensioni con la quale il potere fatica a confrontarsi. L'Ayatollah Montazeri (figlioccio di Khomeini) ha chiesto agli iraniani una veglia funebre per i prossimi mercoledì e venerdì, un'iniziativa che ricorda i tempi della rivoluzione. Furono proprio gli scioperi e le veglie funebri a fiaccare il regime e a costringere il sovrano iraniano alla fuga dal paese, se queste proteste riuscissero a toccare l'animo della minoranza silenziosa, quella che non è ancora scesa in piazza, il regime non potrebbe che rinunciare alla repressione o andare allo scontro totale in drastica minoranza.
Attorno alla partita iraniana, che sembra proprio essere iniziata del tutto inattesa oltre le frontiere del paese, gli spettatori trattengono il fiato. Non è chiaro l'esito dell'incontro e non è chiaro nemmeno se sia nell'interesse di altri paesi disturbare lo scontro in corso, gli stessi Stati Uniti hanno scelto un profilo molto basso, presto emulati da molti altri paesi che per giorni hanno ufficialmente ignorato le vicende iraniane. Gli Stati Uniti avevano appena inaugurato la politica dell'approccio pragmatico nei rapporti con l'Iran e teso la mano al regime e sicuramente Obama è sincero quando dice che a lui e al Dipartimento di Stato “non è chiaro” se abbia senso sostenere Mousavi nelle sue rivendicazioni, anche le reazioni negative alla repressione hanno avuto un tono assolutamente temperato. Anche il governo israeliano, al quale faceva gioco la vittoria dell'estremista Ahmadinejad, ha lanciato la palla rovente nel campo di Obama, dichiarando che ne asseconderà le iniziative nei confronti dell'Iran. Una maniera come un altra di porsi, con poca spesa, come fedele alleato dopo i recenti attriti sul congelamento delle colonie israeliane nella West Bank e magari sperare che l'infuocarsi dell'Iran distragga gli USA dall'idea sgradita di dettare le mosse d'Israele.
Sembra che accanto alle persone comuni che scendono in piazza esponendosi, ci siano solo i loro omologhi in tutto il mondo, che solidarizzano per la lotta contro il regime, ma che simpatizzano per i rivoltosi soprattutto perché li identificano come vittime del potere, poco importa che sia quello della parte di Ahmadinejad o di quella di Mousavi. I dimostranti iraniani sembrano gli unici genuinamente, e forse ingenuamente, a difendere qualcosa di condivisibile e di fondamentale: la loro libertà. In tutto il mondo, dove ci sia o non ci sia libertà, uomini e donne non possono che sostenere il diritto alla parola e all'integrità fisica dei dimostranti iraniani, augurandosi che prima o poi riescano a liberarsi dalla morsa clericale e a sviluppare nuovi equilibri fondati sul confronto tra gli uguali piuttosto che sulle parole incerte di deità improbabili.
La questione è che Cheney tempo fa fu interrogato dall'FBI sulla fuga di notizie dalla CIA che aveva "bruciato" un'agente sgradita all'amministrazione. Di quella chiacchierata con l'FBI non si è mai potuto sapere niente e oggi c'è ancora una grande curiosità. Sono in parecchi che vorrebbero vedere Cheney sotto inchiesta e poi condannato per le evidenti illegalità e falsità prodotte negli anni dell'amministrazione Bush.
L'associazione Citizens for Responsibility and Ethics in Washington ha fatto richiesta secondo il Freedom Of Information Act per ottenere i testi di quegli interrogatori. L'amministrazione può rifiutarsi di consegnare i documenti richiesti, ma deve motivare il rifiuto. Da quello che si capisce Cheney ha ancora molti amici al Dipartimento di Giustizia, che ha detto di no perchè: "Gli avvocati del Dipartimento di Giustizia hanno detto al giudice che i futuri presidenti o vice-presidenti potrebbero rifiutarsi di cooperare nelle investigazioni criminali se sapessero che quello che dicono potrà in seguito diventare accessibile ai loro oppositori politici e agli show satirici che li ridicolizzerebbero".
" Se diventeremo investigatori per i loro avversari politici, non coopereranno", ha detto Jeffrey Smith durante l'ora e mezza di audizione. "Non voglio che un futuro vice-presidente dica - Non collaborerò con voi perchè non voglio diventare carne da cannone per gli show televisivi" (fonte AP)
Geniale anzichenò. Rivelare quello che ha detto Cheney agli investigatori, potrebbe spingere i suoi successori a non collaborare alle future inchieste per paura del ridicolo. Quantomeno se ne deduce che la deposizione di Cheney sia incredibilmente ridicola o lunare, tanto da attirargli lo scherno diffuso o da favorire l'opposizione.
Secondo gli avvocati del DOJ quindi, tutte le dichiarazioni compromettenti dovrebbero restare segrete perché altrimenti nessuno dichiarerebbe più. Una discreta arrampicata sugli specchi
Forse Berlusconi dovrebbe pescare una difesa più valida oltreoceano, ma di questi tempi i fili che lo legano a Ghedini sono troppo forti e le segretezze condivise tra i due troppo numerose, come testimoniano le goffe scuse e giustificazioni che il premier è stato colto a fornire al suo avvocato (in un video registrao al Parlamento Europeo)dopo avergli dato del matto per le orribili frasi sull'ormai famoso "utilizzatore finale" e sulla sua capacità di attirare un sacco di belle figliolre "gratis", senza neppure bisogno di pagarle.
Due discrete sciocchezze che sono suonate come le unghie sulla lavagna a parecchi. Proprio oggi che Libero allerta contro i traditori in prima pagina, non si può certo permettere a Ghedini di scendere dal carro di Berlusconi.
Dopo che il leader Khamenei ha tenuto un discorso nel quale chiudeva ogni porta all'opposizione e minacciava rappresaglie, si teme il peggio per domani, quando l'opposizione tornerà comunque in piazza sfidando i divieti delle autorità.
Intanto sono stati sospesi i giocatori della nazionale iraniana che avevano giocato con un nastro verde al braccio in solidarietà con la protesta e per la prima volta il leader supremo è stato costretto a portare a Teheran migliaia di persone con i pulman (nella foto) per farli presenziare alla preghiera del venerdì. Sembra una sciocchezza, ma in Iran l'affollamento delle moschee in situazioni del genere è considerato un termometro del consenso, che a questo punto il governo ha deciso di taroccare.
Intanto Google ha messo online un traduttore dal farsi, subito integrato dagli utentii, che dovrebbe permettere di capire qualcosa dalle fonti originali anche a chi non conosce la lingua. Intanto sembra che i voltosi si siano organizzati per la caccia notturna ai basiji, i membri della milizia che si occupa della repressione. I cacciatori non sono studenti, ma da quello che si dice sono adulti di varia estrazione e giovani di strada, (pare partecipino anche molte donne e ragazze), che colpiscono i Basiji coordinandosi con i telefonini e poi fuggono comparendo subito grazie alla complicità della popolazione.
Un'attività che non distende certo gli animi, ma dopo giorni di raid punitivi dei basiji portati con il favore delle tenebre ai danni di universitari e oppositori politici, rappresenta la prima reazione mirata e ragionata contro la repressione
Soprattutto è la spia più evidente di come il regime non riesca ad intimorire i rivoltosi. Non ha intimorito i calciatori, non ha intimorito i professori che si sono dimessi in massa dopo gli attacchi agli studenti e nemmeno i medici, che ricevendo feriti a ondate nei giorni scorsi , sono scesi in sciopero per impedire agli sgherri del regime di entrare negli ospedali e portarsi via i feriti, così come non sembra aver intimorito del tutto i media.
Intanto le notti di Teheran trascorrono nel frastuono di quelli che urlano "Allah è grande" come protesta contro il regime. una performance collettiva decisamente impressionante e sicuramente capace di grande impatto emotivo, che disturba il sonno dei giusti e anche quello degli ingiusti.