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Venticinquemila morti. Una ecatombe quella che si è abbattuta sulla Birmania. Ma ricostruire l'ultima tragedia birmana in ordine di tempo è elementare, tanto la disgrazia è stata cavalcata da molti in maniera già vista in decine di occasioni simili. Come a seguito della recente rivolta popolare contro la dittatura, la comunità internazionale ha sgomitato per cavalcare il palcoscenico offerto dal grande disastro di naturale e dalla spendibilità di un numero enorme di vittime, dimostrando di non avere minimamente a cuore la sorte delle vittime dell'uragano, quanto di perseguire altri disegni. Le cronache ci dicono che la giunta birmana, un regime dominato dalla paranoia e dalla superstizione, nega l'accesso agli aiuti, ma non è dato sapere che a scatenare l'irrigidimento - apparentemente irrazionale - della dittatura birmana ha contribuito grandemente una folle iniziativa francese.
La giunta birmana, incapace persino di trasmettere al suo popolo l'allarme lanciato dalla sorveglianza meteorologica dell'India, incapace di soccorrere i propri cittadini, è sembrata particolarmente sadica nel rifiutare gli aiuti alle popolazioni colpite, ma si è trattato invece di una prevedibilissima reazione all'iniziativa francese. A poche ore dal disastro la Francia non ha trovato di meglio che presentarsi al Consiglio di Sicurezza dell'Onu invocando un presunto diritto all'ingerenza per motivi umanitari, preludio ad un intervento diretto in territorio birmano da parte di altri paesi. Se la Francia voglia tutelare le proprie concessioni estrattive o se davvero a Parigi stiano pensando a mettere piede militarmente in Birmania non è dato saperlo, ma la mossa è stata più che avventata ed ha trovato l'opposizione di molti paesi.
Nonostante questo la giunta birmana, che vive nel terrore dell'invasione straniera tanto da aver spostato la capitale nell'interno costruendo ex-novo una città che è un monumento alla pochezza dei militari, ha sentito la pressione e ha reagito chiudendosi a riccio, fino a quando non è stato chiaro che la proposta non aveva alcuna possibilità di avere un seguito. Tipica reazione di un paese che ha il decimo esercito al mondo (come numero di militari) senza aver combattuto altra guerra che non quella contro i propri cittadini.
La particolare visione eurocentrica delle vicende birmane ci ha impedito di vedere i numerosi aiuti giunti senza problemi in Birmania dai vicini asiatici e anche di cogliere la ragione del conflitto tra la dittatura birmana e l'ONU. Non ha aiutato l'inviato ONU Gambari, che “ha una missione diversa” e non ha aiutato nemmeno Fassino, insignito dell'altisonante titolo di inviato europeo a mettere il naso nelle faccende birmane in nome della democrazia.
Quello francese è stato un tentare forzature a tutti i livelli, a cominciare da quello procedurale perché, come ha detto Dumisani Kumalo, ambasciatore del Sud Africa: “anche ieri c'è stato un enorme disastro in Corea del Nord, ma non abbiamo mai discusso di eventi naturali in Consiglio di Sicurezza, nemmeno dello tsunami” . Insomma l’Occidente non ha perso l’ennesima occasione per integrare un rozzo tentativo di assalto a quel che resta della legalità internazionale in nome dell'intervento umanitario.
L'ambasciatore francese Ripert ha dichiarato (da una trascrizione della missione francese): “Questa è una procedura. C'è un drammatica e disastrosa situazione, senza precedenti, in Myanmar. Il concetto di responsabilità all'offrire protezione è poco conosciuto in Francia: lo abbiamo inventato con Bernard Kourchner venti anni fa, nel 1988, in particolare con una risoluzione che aveva a che fare con l'accesso alle vittime. Fu l'inizio di tutto. Esattamente pensiamo e affermiamo: la responsabilità primaria è del governo del Myanmar, ma se fallisce o se non ha le possibilità, noi dobbiamo fare qualcosa. Se non facciamo niente la gente continuerà a morire, le epidemie si diffonderanno e sarà un disastro”.
Per “fare qualcosa” si intende evidentemente invadere Myanmar con una forza “umanitaria” in grado di muoversi autonomamente e coprire un paese intero, ovviamente a prescindere dal consenso del governo birmano. Stupisce che i generali si siano irrigiditi? Ha ragione l'ambasciatore americano all'ONU Zalmay Khalilzad nel dichiarare offensiva la lentezza del governo birmano a fornire risposte e informazioni all'Onu, il giorno 8 marzo, ma esiste un chiaro rapporto di causa-effetto tra l'iniziativa francese e la temporanea chiusura birmana.
Secondo l'ambasciatore britannico all'ONU, la procedura R2p (la sigla con la quale è conosciuta), non è applicabile come risposta ai disastri naturali. In proposito si discuterà di “fare qualcosa” in Somalia la prossima settimana e proprio il nostro paese reclama il merito dell'iniziativa. Peccato che a relazionare sullo stato del Paese saranno i supporter del governo dei signori della guerra e dell'invasore etiope; non c'è da attendersi troppo da una relazione che sarà ovviamente tesa a negare le responsabilità evidenti del disastro. Impossibile poi che si trovino volontari a rilevare militarmente gli etiopi ormai impantanati.
La situazione sembra ora migliorare per quel che riguarda l'arrivo degli aiuti. Le pretese francesi non hanno fatto presa; hanno al contrario sollevato fastidio ed irritazione e la giunta birmana è sembrata rilassarsi. Politica avventurista e improntata all'interventismo, quella della presidenza Sarkozy e del suo ministro, tanto falco pur provenendo dall'associazionismo umanitario, Così tanto da gettare grosse ombre anche sulle iniziative che lo hanno visto protagonista per anni.
Altre recenti iniziative di politica estera francese hanno sollevato robuste opposizioni al di fuori dell'occidente, dall'Africa all'Asia, non ultimo il salvataggio “manu militari” del dittatore del Ciad proprio mentre si stava dispiegando la missione Eufor nel paese, pretesa proprio dalla Francia a protezione dei profughi del Darfur, almeno sul piano formale. Sul piano della realtà la presenza della missione europea in Ciad sembra utile solamente a fornire legittimità alle truppe francesi già impegnate in Ciad e Repubblica Centrafricana a sostegno di due sanguinarie dittature sedute su risorse strategiche per Parigi, come il petrolio e l'uranio.
Così come in quel caso, anche in occasione della disgrazia birmana si è fatto leva sulla tragedia, incuranti delle vittime, cercando improbabili giustificazioni a interventi illegittimi e a prima vista folli, giocati integralmente sulla pelle delle vittime; proprio perché il governo francese può stare sicuro che nessuno, in patria come nel resto d'Europa, si alzerà a denunciare comportamenti tanto irresponsabili e a chiederne conto.
Lo scorso martedì sera, a Figline Val D'Arno (Fi), cinque fascisti italiani hanno aggredito con incredibile violenza due cittadini kosovari.
I due, 26 e 28 anni, lavoratori regolari hanno ricevuto 8 e 10 giorni di prognosi, ma poteva andare molto pegggio, visto che i picchiatori si sono serviti di due mazze da baseball per avere a certezza di fare male. Secondo la ricostruzione delle forze dell'ordine l'aggressione sarebbe motivata da xenofobia e razzismo, dal momento che il gruppo ha aggredito brutalmente i due stranieri senza altro pretesto che la loro "diversità".
A facilitare il lavoro delle forze dell'ordine la circostanza che l'aggressione sia avvenuta nella piazza principale del paese di fronte a diversi testimoni, non è stato difficile quindi arrestare Salvatore Massone (23) e Francesco D'Alterio (24) aspettandoli a casa; uno dei due aveva ancora le mani sporche di sangue e nella loro vettura sono state trovate le due mazze da baseball, una delle quali spezzata colpendo gli aggrediti, a testimonianza di una furia che poteva tranquillamente condurre ad un'altra morte per mano di questo genere di improvvisati squadristi.
Ora ci sarà chi, come nel caso di Verona, cercherà di negare la matrice fascista di questa aggressione, ma se a smentire Johnfranco Faini è emerso che uno degli aggressori di verona si era candidato alle elezioni per Forza Nuova, in questo ultimo caso la firma fascista si ritrova sulle armi del delitto: su una delle due mazze era inciso "Dux Mussolini" e sull'altra "Molti nemici, molto onore"; il solito onore di chi aggredisce in gran numero passanti inermi a caso.
Quasi sicuramente alla vicenda sarà data poca evidenza, anche se questo genere di aggressioni si sta moltiplicando; gli aggrediti sono stranieri e non sono neppure morti, non c'è la notizia.
Voglio precorrere i tempi, ormai maturi, e voglio essere il primo a denunciare il pericolo delle badanti assassine. Centinaia di migliaia di stranieri e straniere clandestine hanno preso il controllo dei nostri anziani e dei loro patrimoni. Proprio tra gli immigrati badanti si cela la gran parte dell'immigrazione clandestina, illegale, vietata. Si tratta sicuramente di piani d'invasione da parte di paesi stranieri, come ha detto uno stimato monsignore: "c'è un evidente disegno" dietro l'invasione straniera e sicuramente c'è un disegno anche dietro l'invasione delle badanti.
Questo esercito che ci ha già invaso, composto per lo più di femmine mature, esperte e desiderose di riscatto economico, si impadronirà dei cuori e dei patrimoni dei nostri vecchiette e vecchiette, realizzando la più grande rapina del secolo, qualche anno ancora e poi si libereranno dell'oggetto delle loro cure, ultimo ostacolo al godimento dei patrimoni italiani.
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Sì, i tempi sono maturi perchè qualche imbecille scriva cose del genere, alcuni sono già arrivati a paventare masse di badanti che seducono i vecchietti perchè qualche parentado si è offeso quando il nonno si è invaghito dell'unica persona che gli da' attenzione e ha pensato addirittura di sposarsela; qualche fesso che farà la fuga in avanti appoggiandosi a qualche efferato fatto di cronaca nera si troverà di certo.
Per chi pensava che Bologna conservasse ancora qualcosa del "laboratorio politico" che fu un tempo, gli ultimi giorni sono stati una mazzata terrificante.
La questione delle ronde ha messo a nudo la pochezza della classe dirigente cittadina e alla berlina gli intellettuali e teorici della "sicurezza" alla Barzagli. In pochi giorni agli assistenti civici già riconosciuti dal comune, si sono aggiunti i vecchietti di un quartiere, le ronde della Lega Nord, i City Angels, le ronde di AN e perfino quelle degli studenti. Tutto questo, è bene tenerlo presente, in una città tra le più tranquille dn un paese che ha la più alta densità di forze dell'ordine d'Europa e uno dei tassi di criminalità più bassi e pure in calo costante. A questo ben di Dio si potrebbero aggiungere altre iniziative, compresa e quasi scontata la ronda delle zdaure con il mattarello a riportare a casa i rondaioli perditempo.
Perditempo perchè la ronda fatta prima che la signora butti la pasta o una volta al mese ad uso della stampa, non serve evidente a nulla, ammesso che ronde continue possano servire a qualcosa. A forza di gridare al degrado e alla criminalità dove in realtà ce n'è pochissimo di entrambi, hanno creato un problema che non sanno risolvere proprio perchè è finto.
Non ci sono centinaia di arresti da compiere in mancanza di criminali e tenere pulita la città costa troppo, ora che l'azienda che si occupava del pattume è diventata una multiutility privata e deve fare bilanci positivi e "stare sul mercato". Quindi alla parte finta del problema finto si offre una soluzione finta, la ronda per tutti, mentre per la parte reale della questione si approntano provvedimenti che vengono sbandierati salvo poi non vedere la luce perchè sprovvisti di copertura finanziaria. I bagni pubblici nelle zone invase dalla movida notturna non li metteranno nemmeno nel 2008, è solo da vent'anni che servono, perchè li hanno previsti senza finanziarli.
E tutti seguono come automi, anche gli studenti che pur rifiutando l'arruolamento nelle ronde studentesche contro il degrado, non hanno saputo resistere alla tentazione di organizzare una ronda contro la ronda delle signore di AN. Solo la Lega alla fine si è tirata indietro, da AN dicono perchè sono pochi, e ha sposato i City Angels, ma comunque sono in gestazione o già all'opera altri gruppi di vigilanti del nulla.
Che nemmeno a fronte di tali e tante ridicole insulsaggini nessuno abbia ancora trovato la maniera e la voglia di dare uno stop ai deliri, conferma il completo azzeramento del famoso laboratorio politico. Anche chiamarlo teatrino della politica è comunque dargli una dignità che non merita.
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Se in Turchia i sindacati hanno festeggiato il primo maggio resistendo a furiosi assalti della polizia, impegnata fin dal mattino ad attaccare le sedi dei sindacati ad Istambul e poi, per il resto della giornata, a sparare migliaia di lacrimogeni, mentre in tutto il paese pestava ed arrestava chi provava a manifestare, in Italia le manifestazioni per la festa dei lavoratori sono passate senza particolari emozioni: placido il concertone di Roma, placide le manifestazioni dei sindacati e placida anche la Mayday milanese. Tradizionalmente preceduta da un robusto fuoco di sbarramento di autorità e politici locali che prevedono brividi, terrore e raccapriccio per le strade di Milano, la grande manifestazione del precariato si è invece snodata per le vie di Milano serena, colorata ed imponente. A sfilare era il popolo del precariato metropolitano, che ormai da anni ha eletto questo appuntamento come momento di sintesi e d'incontro misconosciuto dalla politica ufficiale.
Strano destino quello della Mayday, nata a Milano nel 2001 e ormai diventata europea: quest'anno ha raggiunto l'estremo Oriente, sbarcando anche a Tokyo, ma continua a passare in sordina sui media italiani, o a non passare proprio. L'auto-organizzazione precaria non piace; non piace ai media che in quanto industria si fondano sullo sfruttamento di legioni di precari e non piace ai partiti, nemmeno a quelli di sinistra che con il precariato si sono riempiti la bocca solo per aggiungere delusione al già gramo destino dei precari italiani. Ancora meno piace ai sindacati, più preoccupati di mantenere buoni rapporti con le elite e di curare il loro consenso ormai fondato sull'attenzione ai pensionati più che alla condizione dei lavoratori attivi.
Mayday è cresciuta lontana dalle grandi organizzazioni, così come l'inchiesta e il contrasto al precariato sono nati e cresciuti dall'incontro di realtà di base, associazioni e singoli che negli ultimi anni hanno fatto da soli nella latitanza dei soggetti in teoria deputati. Mayday è cresciuta fino a diventare Euromayday e a coinvolgere decine di città europee, perché i problemi posti dal diffondersi del precariato hanno dimensioni ed origini e conseguenze, globali. Da qui l'esigenza di portare la ricerca e definizione di soluzioni al “male di vivere male” delle giovani generazioni, a livello europeo, incontrando le esperienze degli altri paesi e socializzando criticità, analisi e soluzioni.
Anche per questo Euromayday si è materializzata anche al vertice europeo di Aaachen, ricevendo un rude benvenuto dalla sicurezza tedesca nonostante precedenti del tutto rassicuranti sul piano dell'ordine pubblico. Purtroppo anche nel 2008 il grido dei precari si è perso nella rete, strumento comunicativo d'elezione della generazione precaria, suscitando poca attenzione e nessun dibattito sugli altri media; il dramma del precariato “tira” solo nella fiction, industria che mostra di gradire moltissimo le peripezie dei supereroi precari e le loro vite avventurose.
A Milano scendono regolarmente in piazza più di centomila persone, ma non fanno notizia se non sul piano della “sicurezza”. I giorni precedenti alla manifestazione i media locali ospitano una lunga litania di timori per l'ordine pubblico e quello immediatamente successivo è occupato discutendo delle scritte lasciate sui muri; poi basta. Provare per credere, nonostante siano state fatte solo due o tre scritte durante una manifestazione di decine di migliaia di persone che ha impegnato il centro di Milano per ore ed ore, anche quest'anno si è parlato solo di quello.
Il popolo della Mayday ormai ha capito e non se la prende troppo, preferisce sfruttare l'occasione per tessere relazioni, socializzare esperienze e prendersi una giornata veramente diversa da quelle di solito organizzate per lui da un paese che sembra aver perso la testa ed anche il cuore. C'è molto cuore invece alla Mayday; molto cuore, molta sofferenza e molta voglia di comunicare, di dimostrare che esiste un'umanità macellata dallo sfruttamento che non per questo è disposta a rinunciare alla propria dignità o alla rivendicazione di maggiore giustizia sociale.
Diversamente dal passato, in piazza non sfila il proletariato, ma un popolo che la prole non può permettersela, reso cosciente del proprio dramma non solo dalla sofferenza, ma anche dal possedere strumenti culturali un tempo inaccessibili alle classi subalterne. Strumenti che non si rivelano ancora efficaci nel contrastare e temperare l'avidità di chi è disposto a far pagare qualsiasi prezzo agli altri per guadagnare in proprio (avidità liberata dai profeti del liberismo e ora in procinto di provocare il primo genocidio del secolo per mano degli speculatori) ma che permettono di comprendere le radici delle ineguaglianze e di lavorare per porvi rimedio senza il rischio di rincorrere acriticamente soluzioni drastiche quanto incongrue o lasciarsi ammaliare dal guru di turno.
Sano realismo, discussioni sul piano della realtà, rivendicazioni praticabili che corrono il rischio di sembrare aliene solo per la diversità del nostro paese rispetto al resto d'Europa. Un vero e proprio handicap culturale separa la nostra classe dirigente da quella europea e a dimostrarlo c'è proprio l'approccio al dilagare del precariato. Non per niente un istituto ormai comune in Europa come il reddito di cittadinanza, da tempo reclamato dai seguaci di San Precario, non riesce ad attirare l'attenzione di nessuno. Non c'è una sola forza politica nel nostro paese che abbia avuto la forza e la voglia di proporre una misura di così fondamentale importanza sociale al pubblico dibattito.
Probabilmente la spiegazione di questa stranezza risiede nel fatto che siamo davvero un paese vecchio, nel quale lo zoccolo duro del corpo elettorale vive la vita, i timori e i problemi di una popolazione anziana, barricata dietro robuste inferiate e formata ed informata al pensiero unico televisivo. Una realtà destinata a rimanere tale e quale ancora per diversi anni, almeno fino a quando durerà la dittatura televisiva nel nostro paese. I precari che sfilavano alla Mayday questo lo sanno, ma non per questo rinunceranno a reclamare reddito e vite che valgano la pena di essere vissute.
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La Somalia è ufficialmente la più grave crisi mondiale, anche se questo riconoscimento non sembra in grado di portare alcun beneficio ai somali. Nelle parole dei nostri media, dei telegiornali, in Somalia ci sarebbe una “guerra civile” e non una guerra che è lo specchio dell'invasione irachena. La Somalia implode nuovamente perché il paese è stato invaso dalla vicina Etiopia su invito americano al fine di rimuovere il primo governo che il paese fosse riuscito a darsi dopo quindici anni di anarchici conflitti tra bande di “signori della guerra”. Per una non infrequente combinazione, i portatori di democrazia hanno affidato il governo del paese proprio a questi leader, dalla dubbia reputazione, ma dalle sicure capacità predatorie.
La dittatura etiope, che aveva dichiarato che si sarebbe ritirata dalla Somalia entro settimane, poi mesi, poi il prima possibile, non controlla nemmeno l'Etiopia e a Mogadiscio ha reagito agli attacchi bombardando interi quartieri per rappresaglia. Non si può dire però che L'etiope Zenawi usi due pesi e due misure, visto che nel suo paese governa con piglio sanguinario. Così in Somalia le organizzazioni umanitarie non riescono a raggiungere i profughi,impediti come sono dall'esercito etiope e dai criminali, una tattica che l'esercito etiope usa anche in Ogaden contro gli etiopi in fuga dai villaggi bruciati dall'esercito.
Profughi che ormai si contano a decine di migliaia. L'Etiopia ha addirittura rotto i rapporti con la Norvegia, uno dei pochi governi occidentali critico verso il totale disprezzo della dittatura per le vite dei propri cittadini. Zenawi ha accusato la Norvegia di “aiutare i terroristi”. Accusa che in Somalia rivolge alle ONG impedendo loro di aiutare i profughi somali.
Se l'ONU predice tragedie, il governo somalo organizza l'ennesima conferenza di pacificazione, annunciando però che non si potrà discutere dell'occupazione etiope e nemmeno di chi governa, “un presidente o un primo ministro lo diventano dopo le elezioni, non sulla punta dei fucili”. Governo somalo che è ormai ridotto ad un solo primo ministro ad interim nominato del presidente Yusuf, ma nessuno dei due ha mai visto un'elezione.
Non bastassero le tragedie, come la siccità di nuovo ai massimi dal 1991 o la diffusione di malattie banali quanto mortali, al governo è venuta la bella idea di far fronte alla mancanza di fondi stampando moneta falsa. Immediatamente l'inflazione è esplosa, unendosi all'aumento generalizzato delle materie prime alimentari e spingendo alla fame anche quei somali che ancora potevano acquistare il cibo.
Rivolte della popolazione anche in Puntland, epicentro del boom di banconote false e Somaliland, ma all'esterno risalta solo il ritorno dei pirati. Poco si è visto anche della fuga per mare verso lo Yemen, un esodo che ricorda altre fughe di popoli interi. L'intero paese è allo sbando, l'Unione Africana promette truppe, ma nessuno è così temerario da inviarle fino a che ci sono quelle etiopi; ormai odiate dall'unanimità dei somali, ben al di là dell'antagonismo storico tra i due paesi.
Per gli Stati Uniti, mandanti di questa ecatombe, c'è finalmente un risultato positivo: un bombardamento aereo americano ha ucciso Moalim Aden Hashi Ayro, numero uno di al Qaeda nel paese, a sentire il Dipartimento di Stato. La cosa ha fatto gridare al successo della strategia dei bombardamenti, peccato che questo sia stato il primo successo dopo il bombardamento di cinque villaggi somali in un anno di guerra, almeno stando agli episodi noti. Per il Dipartimento di Stato il problema in Somalia è nel “mettere fine alla violenza estremistica”, ma si continua a sorvolare sul fatto che la violenza sia stata scatenata proprio da Washington, proprio quando la Somalia sembrava aver ritrovato la quiete dopo quindici anni di anarchia armata.
Per la maggioranza dei somali il primo passo verso il futuro è rappresentato dal ritiro delle truppe etiopi dal paese, condizione senza la quale non possono immaginarsi che colonizzati dall'odiato vicino, ma questa soluzione non sembra poter maturare a breve; salvo eventi traumatici gli etiopi resteranno anni nel paese, essendo chiaro che l'intervento è ricalcato su quelli in Iraq e Afghanistan.
approfitto di questo, trovato già fatto, per riportare alla realtà la questione sicurezza.
SICURI DI ESSERE INSICURI?
Autore: Stefano Cicchetti
Fra ordine senza legge e legge senza ordine
Abbiamo più agenti di tutti, ma ne vogliamo ancora
L’immigrazione è appena iniziata, ma siamo già terrorizzati
E nessuno fa niente per i processi più lenti del mondo
Dei rifiuti di Napoli, dopo le elezioni politiche non si parla più. Chissà se, passate anche le amministrative, scomparirà dalle prime pagine pure la sicurezza. Improbabile, visto che la mondezza è sempre là, dunque basterà ignorarla come si è fatto negli ultimi quindici anni. Mentre della sicurezza si parlerà certamente ancora; magari per dire che il problema è risolto, dati alla mano. E pazienza se i dati c’erano già.
Un’emergenza che gli americani ci invidiano
Infatti, cosa dicono le cifre? Per esempio a Roma, dove il neo sindaco Alemanno aveva denunciato la “situazione terribile” di “una città fuori controllo”? Dicono (fonte: Questura di Roma) che dal 2006 a oggi gli omicidi sono passati da 9 a 6, le violenze sessuali da 53 a 35 (tre quarti fra le mura domestiche), le rapine sono calate del 35 per cento, in ribasso anche i furti ed i reati di droga. Tutto ciò in barba ad ogni “invasione” di immigrati. Insomma la società italiana sarà anche “percepita” meno sicura, ma nella realtà è all’opposto. E tale viene “percepita” all’estero.
Non ci credete? Eppure la pensa così il New York Times, una volta paragonata la loro situazione alla nostra: nella Grande Mela, 8,5 milioni di abitanti, 500 morti ammazzati nel 2006; in Italia 593 su 59 milioni (nel 1991 erano ancora più di 1900). Solo nelle zone più insanguinate del nostro Paese si tocca la media americana di 5 uccisi per 100 mila: così a Catanzaro, (5,4) e Reggio Calabria (4,4). Ma la nostra media nazionale è, udite udite, 1 assassinato ogni 100 mila abitanti. Si ammazzano molto di più i Finlandesi dalle candide dentature (quella troupe di un noto dentifricio dovrà fare attenzione ad aggirarsi nei boschi sparacchiando con il fucile ad aghi) con il 2,6 sempre ogni 100 mila.
Lo Stato è assente?
Gli Italiani si sentono però “abbandonati” e “lo Stato è assente”: questo il ritornello di ogni tg. Sarà vero almeno questo? Anche qui, parlino i numeri. Nel 2000 (Fonte: Censis) avevamo un agente delle forze dell’ordine ogni 201 abitanti, record europeo che ci collocava ben davanti a Spagna (1 a 225), Francia (1 a 252), Regno Unito (1 a 375). Fra il ’92 e il ’98 gli agenti erano cresciuti mediamente di oltre il 9%. Da allora saranno diminuiti? Macchè. Oggi (fonte: Associazione italiana dei familiari di vittime della strada) abbiamo un agente ogni 173 cittadini, per un totale di 440 mila divise. Record dei record, poi, quello dei corpi con compiti di polizia: solo nei mari italiani, per esempio, incrociano natanti della Guardia Costiera, ma anche di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Municipale e perfino Guardia Forestale!
Se ne rendevano ben conto già nel 2002 anche i Circoli della Libertà di Mestre, che, come altri di ogni schieramento prima e dopo di loro – e altrettanto inutilmente -, proponevano una gestione più razionale di cotante risorse, chiedendo “di poter impiegare effettivamente gli oltre 200 mila uomini oggi adibiti in mansioni che nulla hanno a che vedere con i servizi operativi sul territorio”, “l’eliminazione di organi duplici, triplici o quadruplici che svolgono le stesse funzioni”, “la divisione delle competenze fra polizia di Stato e Carabinieri secondo il criterio territoriale”.
Il disastro è nei processi
Ma allora che cosa non va? Certo, di moltissima insicurezza “percepita” dobbiamo ringraziare l’informazione. In campagna elettorale un quotidiano (il cui direttore uscente è stato eletto nel Pdl) è arrivato a riempire di cronaca nera le sue prime sette pagine nazionali; in un tg Mediaset, 14 servizi su 20 erano di fattacci. Poi c’è la crisi economica a generare la peggiore delle insicurezze. L’immigrazione fa paura, come ogni grande mutamento. La malavita organizzata continua a spadroneggiare in almeno tre regioni.
Ma non è tutta macabra propaganda, ne psicologia distorta, sia chiaro. La cosa peggiore è che i colpevoli di solito sono beccati – e ci mancherebbe, visto quello spiegamento – ma è verissimo che troppo spesso se la cavano a ottimo mercato.
Perché la nostra vera emergenza non è nelle strade, ma nei tribunali. L’Italia è al 155° posto nel mondo, su 178, per i tempi della giustizia (fonte: Banca Mondiale). Con costi umani e finanziari inimmaginabili. La magistratura italiana ha insomma ben poco di cui vantarsi e avrebbe molto da riformare, a cominciare dai suoi svariati privilegi e dalla sua mediocre “produttività”. Mai si è udita dai giudici un’idea per snellire i procedimenti. D’altra parte, depenalizzare i reati dei ricchi come il falso in bilancio o minacciare il test di sanità mentale per i pm, non fa altro che creare un’altra tipicità del tutto italiana: una destra che accarezza un ordine senza legge, una sinistra arroccata sulla legge snobbando l’ordine. Risultato: nessuno che sia stato finora capace di darci niente di quel che davvero serve: processi veloci e che sconti davvero la pena chi è condannato.
Primo Maggio precario, la Mayday e il popolo di San Precario è sempre più meticciato con sorelli e fratelle europei. A Milano Mayday dedicata ai migranti, ma ci saranno Mayday in ogni dove, in tutto il continente e anche la novità dello sbarco a Tokyo.
Per chi voglia varcare i confini nazionali:
L'ex Segretario alla Difesa Usa Rumsfeld, falco dei falchi, potrà anche dire che "la guerra in Iraq é una catastrofe", ma pare che nel nuovo governo ci sia una gran voglia di riportare i nostri militari a morire in Iraq. Ha cominciato Martino dicendo che se dipendesse da lui manderebbe uomini in Iraq e Afghanistan e toglierebbe quelli che ci sono in Libano, dove purtroppo impediscono al governo israeliano di invadere il Libano in caso di crisi di consensi. Sembra strano, ma dopo che il precedente governo Berlusconi aveva dato segno di voler ritirare le truppe dall'Iraq prima di uscire sconfitto dalle urne, ora c'è invece un consenso montante ad aumentare l'esposizione dei nostri militari nelle guerre di Bush. Ovviamente sono guerre che i nostri indomiti spacciano per missioni di pace a giorni alterni, quando non sono impegnati a propagandare lo scontro di civiltà, ma restano pur sempre disastri senza apparente via d'uscita e senza una ratio apprezzabile da chi non commercia in idrocarburi.
Il motivo della presenza in Iraq dei nostri soldati venne spiegato senza ipocrisie da Franco Frattini, ministro del governo Berlusconi in Parlamento: “L'impegno italiano per la sicurezza internazionale è determinato da un calcolo razionale del nostro interesse; e ancora il nostro impegno nelle missioni di pace rappresenta un saldo investimento economico". Sì, proprio così, ha detto proprio così. Nessuno, nemmeno il povero Veltroni ha mai chiesto il rendiconto di questo investimento. Sappiamo che alcuni soldati italiani sono morti, ma non sappiamo cosa “ci” abbiamo guadagnato. Sicuramente l'ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) pensa di guadagnarci contratti lucrosi, ma ancora non è dato sapere quanti cadaveri di “nostri ragazzi” ci costerà il petrolio iracheno al barile.
A seguito del cambio di governo è tornato a farsi sentire con toni entusiasti l'amministratore delegato di ENI, Paolo Scaroni, secondo il quale ora ci sarebbe l'opportunità di siglare lucrosi contratti “inchiavardati in un nuovo quadro legislativo”. Scaroni parla della legge irachena sul petrolio, però vende la pelle dell'orso prima di averlo ucciso. Sono anni che Bush e compagni provano a far siglare una legge-truffa ai parlamentari iracheni e sono anni che questi, come Penelope, tessono la legge e poi la fanno a brandelli.
C'è da capirli, anche se si tratta di elementi eletti grazie al placet americano, anche se il governo iracheno non è quello uscito dalle elezioni, ma dai piani di Bush, gli americani non sono ancora riusciti a convincere i parlamentari iracheni a scrivere una legge che regali loro il petrolio a condizioni vantaggiosissime. Non è difficile da capire: quale iracheno vorrebbe mai mettere la firma sotto una legge che regala l'unica ricchezza immediatamente monetizzabile del suo paese? Quale parlamentare vorrebbe passare alla storia per aver regalato la ricchezza nazionale a chi ha distrutto il paese peggio di quanto siano mai riusciti a fare altri invasori nella storia?
Non ci sarà alcun dividendo di guerra, i “nostri ragazzi” sono morti per niente, così come sono morti per niente quelli americani. Gli unici che hanno incassato dividendi sono gli amici di Bush seduti nei consigli di amministrazione delle Big Oil e delle aziende che nutrono la guerra, dalle compagnie mercenarie ai costruttori di armi.
Non potrebbe essere diversamente: a Bush non interessava minimamente la restaurazione della democrazia, la dimostrazione è sotto gli occhi di tutti. Fior di dittature sono prosperate nell'area dall'invasione dell'Iraq ad oggi. La democrazia si è allontanata per gli egiziani, per i libici, per i tunisini e per i sauditi, per non parlare di quanto si sia radicalizzato l'Iran, che dopo aver collaborato agevolando le invasioni di Afghanistan ed Iraq da parte degli americani è finito sul banco degli accusati unicamente per distogliere l'attenzione dalla catastrofe che si consuma in Iraq.
Un milione di morti, due milioni di profughi all'interno del paese, più di due milioni espatriati, quattro milioni di feriti, centinaia di migliaia di iracheni detenuti; niente elettricità, niente acqua corrente, carburante o gas per la maggioranza degli iracheni. Baghdad è oggi un immenso campo di detenzione, con i quartieri murati da barriere ispirate a quelle che Israele usa per recludere i palestinesi; a Nassirya c'è il coprifuoco, a Bassora c'è battaglia con tanto di bombardamenti aerei, Falluja non esiste più, Mosul è disperata, il Kurdistan invaso dai turchi, Moqtada al Sadr è tornato il cattivo di sempre. La violenza in Iraq è in aumento, si è scoperto pure che il tanto magnificato “surge” americano era un'altra balla e che il generale Petraeus nascondeva la tragica verità per fare bella figura.
Anche Berlusconi voleva fare bella figura quando dichiarava: "È vero, e credo che siamo stati molto utili alle democrazie occidentali. La nostra posizione nella coalizione non è stata mai in dubbio e quindi la nostra intelligence ha collaborato con gli alleati". Poi si scoprì che la nostra intelligence aveva fabbricato la patacca sull'uranio nigerino venduto a Saddam e che i servizi segreti italiani, durante il governo di Berlusconi - e quindi sotto la sua responsabilità - inventavano attentati e minacce “islamiche” al fine di terrorizzare gli italiani e guadagnare consenso alla guerra. Terrorismo governativo a danno degli italiani; un governo terrorista come quello americano.
Un quadro desolante, condito dall'orrenda retorica marziale alla “armiamoci e partite” di chi vuole guadagnare un posto a tavola o mettersi in mostra spendendo il sangue degli altri. Adesso il berlusconismo trionfante vorrebbe gettare il paese a testa bassa in due guerre già perse (lo ammettono anche gli americani), lucrando così l'occasione per mostrarsi in televisione nelle occasioni che sono date ai condottieri.
Peccato che questa vanità si paghi con il sangue, il sangue dei “nostri ragazzi”, ma anche quello dei poveretti ai quali diciamo di “portare la democrazia”; peccato anche che mentre questa tragedia si consuma, gran parte delle “schiene dritte” insediate nelle redazioni faccia orecchie da mercante al grido di dolore dei popoli di Afghanistan, Iraq e Somalia. Fateci caso: dal 2001 ad oggi sui nostri media non siamo riusciti ad avere un solo servizio che desse la voce agli abitanti di questi paesi che abbiamo contribuito a devastare. A ciascuno stabilire se determinare questa stranezza sia la vergogna o se si tratti anche in questo caso della difesa di “un saldo investimento economico”.
Impressionanti le analogie con il caos di Federico, in particolare per quel che riguarda le clamorose illegalità nell'indagine sull'omicidio.
Copio il testo che mi è arrivato:
Riccardo Rasman aveva 34 anni il 27 ottobre del 2006. E' morto nella propria casa dopo l'intervento di due pattuglie di Polizia.
Per il fatto sono indagati quattro agenti: Francesca Gatti, Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe De Biasi.Riccardo era un ragazzone alto 1 metro e 85 e pesava 120 chili, il termine tecnico della sua malattia era "sindrome schizofrenica paranoide". La sua depressione ebbe inizio durante la leva militare, quando subì violenti atti di "nonnismo", tanto da vedersi riconosciuta dalla corte dei conti l'infermità dipendente da causa di servizio. Aveva paura, viveva nella paura delle divise, poco importa se militari o di polizia, quelle divise gli avevano portato la sua malattia e il 27 ottobre del 2006 anche la morte.
Quella sera era euforico, era felice, il giorno dopo iniziava a lavorare, ma ha commesso un peccato mortale, ha deciso di festeggiare gettando alcuni petardi dal balcone. Questa la causa della sua morte.Una vicina chiama la polizia, arrivano due volanti, vogliono entrare ma lui ha paura si distende sul letto, è solo, dice che no non vuole aprire, a un certo punto urla se entrano li ammazza, ma è troppo tardi "l'ordine" non tollera insubordinazioni, neanche da chi è ammalato. I poliziotti chiamano i vigili del fuoco, viene sfondata la porta ... e inizia la fine.
Morte per asfissia da posizione.Sul corpo di Riccardo diverse ferite, molto sangue nella camera, le perizie dei legali di parte dicono: "per causare le lesioni riscontrate gli agenti hanno usato mezzi di offesa naturale in maniera indiscriminata anche verso parti del corpo potenzialmente molto delicate, ma anche oggetti contundenti come potevano essere il manico dell'ascia rinvenuta nell'alloggio o il piede di porco usato dai vigili del fuoco per forzare la porta d'ingresso. Gli stessi agenti hanno ammesso di averlo utilizzato contro il braccio destro di Riccardo".
Manette ai polsi e filo di ferro alle caviglie, ma anche i segni di un "imbavagliamento con blocco totale o parziale della bocca, effettuato con un cordino o con qualcosa di simile. Questo imbavagliamento avrebbe causato una ulteriore restrizione, soprattutto della respirazione".Il PM sta valutando se chiedere l'archiviazione o proporre il rinvio a giudizio dei quattro poliziotti, la difesa afferma che l'intervento dei poliziotti era legittimo e l'azione svolta per legittima difesa, i legali di parte civile affermano: "In caso di delitti ed in particolare di omicidi di cui sono accusati appartenenti alle forze dell'ordine, le indagini devono essere affidate a corpi investigativi che siano indipendenti da quelli coinvolti nei fatti delittuosi. I primi testi furono persino sentiti dagli attuali poliziotti indagati".L'archiviazione del caso tutto questo non potrebbe chiarire, solo un processo potrebbe aprire alla verità e forse alla giustizia.Proprio quest'anno si celebra il trentennale della 180, e c'è chi in questa città vuole festeggiare Basaglia, ma ha deciso di tacere su quanto successo a Riccardo, noi vogliamo poter festeggiare anche la Verità e la Giustizia e per farlo non possiamo lasciare una morte come questa nel silenzio.Per questo ne parliamo e ne parleremo ancora e ancora chiederemo Verità e Giustizia.
Riccardo Rasman aveva 34 anni il 27 ottobre del 2006. E' morto nella propria casa dopo l'intervento di due pattuglie di Polizia.
Per salvare Alitalia il governo italiano ha stanziato 300 milioni di euro con la formula del prestito-ponte. Significa che Alitalia li dovrà restituire una volta venduta, ma è chiaro che, se la società sarà gravata di 300 milioni di debiti in più, lo stato incasserà 300 milioni in meno; che quindi sono da dare per persi.
Nella stessa giornata per salvare qualche milione di moribondi per fame, in aumento a causa del vertiginoso crescere del prezzo dei prodotti alimentari, -tutta- l'Unione Europea ha stanziato -solo-180 milioni di euro.
Rimettere in discussione la direttiva che prevede di produrre il 20% dei carburanti utilizzando colture commestibili, uno dei fattori determinanti nell'aumento dei prezzi degli alimentare, non è stato nemmeno messo in discussione, solo qualche parlamentare europeo ha provato a proporlo.
Tutto ciò a pochi giorni di distanza da un appello dell'ONU e di altre istituzioni, anche comunitarie, che annuncia nei prossimi mesi ed anni un vero e proprio genocidio per fame.